A chi non è addentro al mondo del romanzo storico, anzi del romance storico, il nome di Bertrice Small dirà niente o poco niente, ma per i patiti di un genere che, soprattutto nei Paesi di lingua anglosassone miete successi, la perdita di una delle loro autrici di culto è un grosso lutto, anche perché Sunny, come la chiamavano gli amici, era una persona che sapeva mantenere un ottimo rapporto con i lettori, di persona e tramite i nuovi media.
Nata nel 1937 a Manhattan, nel cuore di New York, aveva vissuto poi per quasi quarant’anni a Long Island, dove ha scritto 54 romanzi, soprattutto storici ma con qualche incursione nel contemporaneo e nel fantasy. Al centro dei suoi libri, eroine indomite e affascinanti, alle prese con amori e passioni, sullo sfondo di epoche storiche come il Medio Evo celtico, l’Inghilterra della regina Elisabetta, l’inizio dell’Ottocento.
Una caratteristica dei romanzi di Bertrice Small era la forte componente erotica, descritta in maniera molto esplicita con pratiche note e meno note: un qualcosa che le portò molti stimatori e stimatrici, anche perché fu una delle prime autrici ad abbattere tabù e a portare sensualità in storie di solito caste, ma anche detrattori che non digerirono la sua visione legata a più amori e relazioni contro un’idea che c’è ancora in molte lettrici del romance secondo cui l’amore deve essere unico, e pazienza se è tutto poco verosimile.
I suoi libri si organizzano in varie serie e in alcune storie autoconclusive, tra cui spiccano la saga di Skye O’Malley, quella delle eredi di Skye, quella dell’eredità di Friarsgate e la serie del mondo di Hetar.
Sulla reperibilità dei suoi romanzi c’è da aprire un capitolo a parte: in lingua originale i titoli sono tutti disponibili, basta fare una ricerca con Bertrice Small e vengono fuori, e un ottimo punto di partenza è il bel sito ufficiale della scrittrice, http://www.bertricesmall.com, con link a negozi on line. I libri della Small sono quasi tutti disponibili anche in francese, molti nella collezione di narrativa popolare J’ai lu, in vendita in tutte le librerie più importanti.
In Italia, si registrano un’uscita di Ribelle in amore, uno dei suoi primi libri, a se stanti e ambientati tra Europa e Turchia durante il periodo napoleonico, a metà anni Ottanta per Rusconi, e un titolo, Incantatrice, nella collana I romanzi Mondadori, per una storia di avventura e sensualità sullo sfondo dell’anno Mille, uscito all’inizio degli anni Novanta, insieme a L’indomabile ostaggio, un tuffo nell’Inghilterra medievale, per una collana di romance della Nord poi conclusasi. Diversi altri romanzi sono usciti negli anni per Euroclub o Mondolibri e non sono di facilissima reperibilità, anche se presso le biblioteche possono essercene delle copie così come nel mercato dell’usato.
In un momento di interesse provocato da un libro sbagliato per l’erotismo, merita senz’altro prendere in mano le storie provocanti, colorate, violente e piene di sesso in tutte le salse di Bertrice Small, innnazitutto per ribadire il concetto che con le sfumature non si è inventato niente e poi per leggere degli intrecci senz’altro molto più coinvolgenti e appassionanti, con qualche iperbole di troppo che alla fine non disturba ma intrattiene.
Archive for the ‘Uncategorized’ Category
:: Addio a Bertrice Small, regina del romance hot, a cura di Elena Romanello
2 marzo 2015:: Lolita di Vladimir Nabokov, letto da Marco Baliani (Emons:audiolibri, 2015)
27 febbraio 2015
“Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo.
Era Lola in pantaloni.
Era Dolly a scuola.
Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti.
Ma tra le mie braccia era sempre Lolita”.
“Il primo, piccolo palpito di Lolita mi percorse alla fine del 1939 o all’inizio del 1940, a Parigi, in un periodo in cui ero costretto a letto da un violento attacco nevralgia intercostale. Lo scrissi in russo, la lingua nella quale scrivevo romanzi sin dal 1924… (…). Verso il 1949, a Ithaca, nel nord dello Stato di New York, il palpito, che non era mai cessato del tutto, cominciò di nuovo a tormentarmi…” scrive Vladimir Nabokov. Il suo Lolita questa volta sarà scritto in inglese, e diventerà il capolavoro che tutti conosciamo. “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo.li.ta”.
Traduzione di Giulia Arborio Mella
In libreria dall’ 11 Marzo
Approfondimenti: Lolita: storia di un amore senza tempo
:: Segnalazione: Brigada fantasy per Tunuè, a cura di Elena Romanello
27 febbraio 2015
La casa editrice latinense Tunué, che da dieci anni si è distinta nel panorama italiano e non solo presentando saggi su fumetto e cinema d’animazione, graphic novel e ultimamente anche romanzi fuori dagli schemi, aggiunge un nuovo titolo per festeggiare il suo primo decennio.
Ad aprile uscirà, in esclusiva mondiale, la trilogia fantasy Brigada, ideata da Enrique Fernández, vincitore del Romics d’oro in occasione dell’omonima fiera capitolina nel 2014. Brigada è stata realizzata grazie alla campagna di crowfunding lanciata dall’autore sulla piattaforma Verkana, con cui sono stati raccolti oltre 52 mila euro.
La storia di Brigada è ambientata in una terra fantastica, dove esiste e prende vita la magia, un gruppo di mercenari sotto il comando dello spietato Ivvro viene reclutato per combattere contro gli Elfi neri. Ma, durante la battaglia, il gruppo viene avvolto da una nebbia misteriosa e portato in una terra ostile dove ci saranno da affrontare nuove minacce.
Per questa sua opera Enrique Fernández si è ispirato ai romanzi dell’autore fantasy Andrej Sapkoski e al suo personaggio Geralt de La Rivia, uno stregone guerriero, protagonista del videogame open word The Witcher.
Un titolo quindi che dimostra, oltre che l’attenzione per Tunué per il fumetto d’autore in tutte le sue forme, la forza crescente delle produzioni dal basso, sostenute dagli appassionati, un fenomeno in crescita soprattutto all’estero, e anche l’importanza ormai fissa del fantasy nell’immaginario multimediale.
Enrique Fernández (1975) inizia la sua carriera firmando gli storyboard dei lungometraggi animati di El Cid, la Leyenda (2003) e Nocturno (2007). Nel 2004 debutta nel mondo del fumetto, in Francia. Lavora con lo scrittore David Chauvel per l’adattamento de Il Mago di Oz (Tunué, 2012) e realizza Les Libérateurs, pubblicato dalla casa editrice svizzera Paquet e da Glénat in Spagna. Nel 2009 scrive e disegna L`île sans sourire pubblicata da Drugstore, pubblicato da Tunué con il titolo L’isola senza sorriso nel 2013. Nello stesso anno pubblica in Italia Aurore e nel 2014 vince il Romics d’Oro e pubblica I racconti dell’era del Cobra.
:: Hotel Calcutta, Sankar, (Beat, 2015) a cura di Viviana Filippini
27 febbraio 2015
Shankar è un giovane impiegato di un avvocato inglese – l’ultimo- dell’alta corte di Calcutta, un lavoro importante e interessante. Tutto si complica quando il togato muore e il protagonista resta solo, senza il suo lavoro e si trova a non avere più nessuna forma di sostegno economico. Shankar sa’ che deve trovare un nuovo impiego e pur di guadagnare qualche spicciolo si aggira per la labirintica Calcutta degli anni Cinquanta come venditore di cestini per le cartacce. Il ragazzo non ha nulla, non ha una casa, non ha soldi e a volte dorme al parco di Chowringhee, la zona della città che gli inglesi chiamano Esplanade, ed è qui che un giorno il ragazzo viene raggiunto da Byron, un detective capace di trovare la soluzione anche al caso più spinoso. L’uomo, che sa tutto di Shnakar, decide di aiutare il protagonista trovandogli un lavoro allo Shahajahan Hotel, l’albergo più antico e noto di Calcutta. Qui il giovane protagonista imparerà l’arte del tuttofare ma, allo stesso tempo, assistendo i tanti ospiti dell’albergo avrà modo di conoscere la variegata dimensione umana che entra ed esce da quell’imponente stabile. Quello proposto da Shankar, uno dei più importanti autori in lingua bengali, è un vero e proprio viaggio nella Calcutta della seconda metà del XX secolo, dentro alle viscere della città che in quegli anni stava vivendo gli ultimi fasti dell’era coloniale. La narrazione a volte può sembrare lenta, ma questo ritmo pacato è quello che porta il protagonista, e allo stesso tempo illettore, allo scoperta delle storie e delle persone che animano Calcutta. Shankar incontrerà persone come Marco Polo, il direttore dell’albergo che sembra un gigante tanto è grande e grosso, ma ha un passato di grande dolore. Ci saranno Connie e il fratello che non avranno vita facile; Rosie, la dattilografa, amante del cioccolato e tanti altri esseri umani che con il loro viver quotidiano animano le stanze dell’hotel. Leggendo il libro di Sankar si ha come l’impressione di essere in un dedalo di camere da letto, di hall di alberghi e di viuzze della città, dalle quali si diffondono i tipici profumi delle spezie tanto presenti nella cucina indiana. In realtà accanto ad esse ci sono i sentimenti, le paure dei diversi personaggi e i pregiudizi radicati nella metropoli. Hotel Calcutta è un libro di ricordi, di memorie di vita appartenenti ad un mondo umano ormai scomparso per sempre, che rivive e giunge a noi grazie alla dettagliata scrittura di Sankar. Traduzione Norman Gobetti.
Sankar (Mani Shankar Mukherji) è uno dei più noti scrittori di lingua bengali. Il suo primo libro Kato Ajanare, è considerato una pietra miliare della letteratura bengali. Nel 1962 scrisse Hotel Calcutta, divenuto uno dei film di culto della cinematografia indiana col titolo del romanzo, Chowringhee.
:: Nella mente dell’ipnotista, Lars Kepler, (Longanesi, 2015) a cura di Micol Borzatta
25 febbraio 2015
Sono passati cinque anni dal primo libro di Lars Kepler L’ipnotista, si cui è stato fatto anche un film nel 2012, che ha avuto un enorme successo e anche stavolta Kepler ha fatto centro pubblicando un altro successo.
Alla polizia svedese arriva un video di You Tube dove la protagonista è una donna che si sta vestendo ripresa a sua insaputa da fuori dalla sua finestra e il giorno dopo viene trovata morta.
Margot Silvermann, esperta di serial killer, gay e incinta di nove mesi, inizia a indagare sul caso, ma dopo una settimana non è ancora arrivata a una soluzione e le arriva un secondo filmato.
Questa volta però quando trovano la vittima scoprono anche che il marito sotto shock ha ripulito tutto e ha cancellato dalla memoria ogni ricordo. Entra così in scena Erik Maria Bark, l’ipnotista che avevamo incontrato anche nel primo libro, per sondare la mente del marito e aiutare in questo modo a risolvere il caso.
Purtroppo le cose non vanno come dovrebbero ed Erik finisce a sua volta nei guai.
Un romanzo che come i precedenti sa conquistare il lettore con una storia mozzafiato piena di suspance e colpi di scena che guidano il lettore per tutto il libro portandolo a indagare insieme alla polizia e come i personaggi del libro a volte viene fuorviato per poi trovarsi davanti a un nuovo colpo di scena.
Altra caratteristica di Kepler è la sua capacità di rispettare sempre nei suoi libri la parità dei sessi e di ideologie, i suoi personaggi infatti hanno diversi gusti sessuali, diverse religioni, ma vengono accolti tutti nella stessa maniera e descritti a 360° senza nessun pregiudizio.
I luoghi sono molto interessanti e la minuziosa caratterizzazione denota la conoscenza degli autori dei paesaggi descritti.
Un thriller da cardiopalma come ce ne sono pochi, che farà innamorare tutti sia dei protagonisti che degli autori.
Lars Kepler è lo pseudonimo di Alexander Ahndoril, classe 1967, e Alexandra Coelho Ahndoril, classe 1966, entrambi svedesi. Abitano a Stoccolma, con le loro tre figlie, nei pressi della centrale della polizia.
Nel 2009 decidono di sospendere le loro carriere lavorative per seguire il loro sogno e scrivere un romanzo giallo a quattro mani. Per non mischiare lavoro e passione decidono di pubblicare con lo pseudonimo Lars Kepler.
Il loro primo romanzo L’ipnotista esce nel 2010 diventando subito un best seller e nel 2012 ne viene tratto un film. Questo è il loro quinto libro.
:: Quando tutto sarà finito, Audrey Magee, (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Valeria G. & Elena Romanello
24 febbraio 2015
Valeria G.
“Tirò fuori le foto di Katharina e di Johannes e le appese a due chiodi arrugginiti che spuntavano dalla parete del bunker, vicino al suo giaciglio. Passò le dita sulle foto e baciò la moglie sulle labbra. Lei gli sorrideva. Sorrideva davanti alla sua pelle squamata, alle gambe rinsecchite ….
… Si distese vicino al fuoco, rannicchiato in posizione fetale, e chiuse gli occhi. Gli piaceva la neve. Attutiva il rumore della battaglia tanto da non fargli più sentire gli uomini che combattevano a nord della città nel tentativo di contenere la pressione russa ….”
Ogni libro ha un’anima propria, parla una lingua nuova e unica e nasconde sentimenti profondi, qualche volta oscuri. Davanti ad un libro, quindi, il lettore si trova spesso a dover sostenere un compito gravoso, per niente divertente, quando il tema in trattazione è il dolore puro. Difficile scorrere le lettere che compongono le parole, la parole che scrivono le frasi, le frasi che si uniscono per formare le pagine senza farsi troppo male. Anzi, sarebbe praticamente impossibile farlo quando si affronta il tema della guerra e di tutto ciò che essa rappresenta.
Questo mi è accaduto quando ho aperto la busta che mi è stata recapitata contenente il primo romanzo (e mi auguro, sinceramente, primo di una lunga serie ) dell’esordiente Audrey Magee edito da Bollati e Boringhieri nella collana “Varianti”.
L’immagine in copertina anticipa in parte il dolore che ci si appresta a vivere: l’editore italiano ha scelto un fiore a gambo lungo, dal bulbo rosso scarlatto pronto alla fioritura, incorniciato da lugubri fili spinati. Questo è sicuramente il primo scontro obbligato per il lettore curioso che non può far a meno di porsi una domanda preliminare: cosa ci fa un simbolo di così immensa purezza accanto ad uno che sa rappresentare solo morte?
D’obbligo anche l’analisi del titolo che per noi italiani diventa “Quando tutto sarà finito”. Per il lettore si apre un varco. Un’illusione. Una vana speranza. Perché, forse, dopo il male nasce il bene.
Forse.
Le prime righe del primo breve capitolo ci presentano Peter Fabel, insegnante diventato soldato per garantire l’espansione del regno tedesco, e Katharina Spinell, dolce fanciulla figlia di genitori ossessionati dal potere del Fuhrer, che si sposano. Non si tratta di uno dei tanti matrimoni tra innamorati perché questo è semplicemente un atto di convenienza tra due giovani travolti dal vento di guerra che si è abbattuto sulle loro vite, una contratto stipulato solo per accedere a delle agevolazioni, economiche per lei in caso di vedovanza, per l’ottenimento delle tanto attese licenze per lui. Peter e Katharina non si sono mai conosciuti. Non si incontrano nemmeno nel giorno che li rende marito e moglie. Ma, anche se le premesse di amore e rispetto non vengono attese, il momento del loro incontro segna le loro vite, per sempre. Katharina si aggrappa al ricordo di quei giorni di quotidiana serenità che ha trascorso con lui per provare ad accettare un padre pronto a sacrificare tutto, anche la propria famiglia, per il bene del partito. Perer si stringe al petto l’immagine di lei e la lettera nella quale apprende la sua paternità per cercare di non morire sotto il fuoco dei cecchini durante la terribile battaglia di Stalingrado. Katharina e Peter arrancano nella loro disperazione forti della promessa che si sono scambiati (da qui probabilmente il titolo originario “The Undertaking”). Per loro esiste solo il futuro armonioso che li attende quando la guerra sarà finita e il popolo tedesco avrà conquistato il mondo.
Il libro della Magee ha ricevuto numerosi riconoscimenti anche per la scelta di affidare la narrazione dei fatti attraverso pagine intere di dialoghi, nonché fitti e crudi scambi di battute tra i protagonisti. In aggiunta a questa coraggiosa prova di scrittura, peraltro riuscita egregiamente, mi permetto di dire che non è questo il solo aspetto che rende il romanzo particolarmente interessante. Mi riferisco al fatto che, a mio giudizio, il vero protagonista che apre e chiude le trecentoventi pagine in questione non è un personaggio bensì un insieme di sentimenti: il dolore, la disperazione, la vendetta.
La scrittrice ci trascina violentemente al fianco di chi non ha più occhi per vedere la distruzione, di chi non riesce più a respirare quell’aria gravida di morte e sangue, di chi è costretto a fuggire per vivere, di chi non ha più la forza di accettare il suo ruolo di assassino, di chi non trova risposte alle domande che inevitabilmente sorgono di fronte a tanta feroce crudeltà, di chi non ha modo di difendere la propria innocenza, di chi crede che sia giusto sottomettere ed eliminare. E poi, con estrema naturalezza, ci consegna la morte. L’atto finale. La fine di tutto, del fiume di male e delle briciole di bene.
Altro aspetto particolarmente incalzante del libro, è la voglia di normalità, di quotidianità, di serenità che spira marcatamente in parallelo a tanta sofferenza. E naturalmente, la voglia di amare e di vivere che aleggia in ogni singolo dialogo.
Un romanzo forte, di straordinaria bellezza, di inestimabile autenticità che, attraverso una scrittura semplice ma estremamente efficace, riesce ad affrontare un tema particolarmente complesso come quello della violenza e degli effetti che essa causa. Un argomento decisamente attuale, purtroppo. Traduzione di Carlo Prosperi.
Elena Romanello
Dopo altri scrittori e scrittrici, anche la giornalista irlandese Audrey Magee si confronta con la Seconda guerra mondiale, conclusasi settant’anni fa e ben prima che lei nascesse. Anziché raccontare le vicende dal punto di vista degli Alleati, come sarebbe abbastanza normale tenendo conto della sua provenienza, Audrey Magee sceglie di parlare dei vinti, dei tedeschi, per decenni odiati, dei loro errori e anche delle loro sofferenze.
Quando tutto sarà finito è una storia d’amore insolita e amara, ma anche un affresco d’epoca, attraverso la vicenda di Peter Faber, insegnante in attesa di partire come soldato sul fronte orientale, e Katharina Spinell, ragazza berlinese oppressa da genitori invadenti e da un lavoro che detesta. I due, come capitava all’epoca, si sposano per convenienza, senza conoscersi, ma per avere lui una licenza e lei una pensione di reversibilità nel caso rimanesse vedova. Tra i due è però amore a prima vista, ma la felicità breve, Peter sparisce nell’assedio di Stalingrado, mentre Katharina rimane ad attenderlo per anni nella capitale tedesca, vedendo la vigliaccheria dei genitori, filo nazisti, la morte del fratello vittima delle idee dei genitori, la disfatta del nazismo e la punizione smisurata dei vincitori contro i vinti.
Quando tutto sarà finito è scritto con l’immediatezza di una sceneggiatura, tanti dialoghi, poche descrizioni, per raccontare il dramma di due vinti dalla Storia e dagli eventi, non eroici, che rimangono vittime di eventi che rivivono senza orpelli ma in tutta la loro ferocia. La ritirata di Russia è stata raccontata tante volte dal punto di vista degli italiani, che hanno saputo, grazie ad autori come Mario Rigoni Stern, rielaborare un dramma e un errore madornale, ma meno dalla parte tedesca e Audrey Magee ricorda sia la ferocia dell’esercito di Hitler contro la popolazione civile sia poi l’internamento dei sopravvissuti nei campi di prigionia in Siberia, da cui tornarono anche anni dopo. Un altro fatto di cui si è parlato poco, tranne Ken Follett e pochi altri, e che torna nel romanzo, sono le violenze contro le donne tedesche da parte dell’Armata Rossa, che per decenni non hanno trovato un narratore come Alberto Moravia con La ciociara per parlare di un dramma che distrusse vite e creò drammi insanabili.
Quando tutto sarà finito racconta il dramma di un mondo e di una società che sbagliò, scegliendo la banalità del male e la tranquillità senza rendersi conto in che follia stava andando a mettersi, e anche l’impossibilità di un amore che nasce per caso ma che si scontra con gli eventi della grande Storia, capaci di cambiare, modificare e distruggere e che non sa trasformarsi in qualcosa di più duraturo.
Un libro secco, tagliente, non lungo come invece spesso sono i romanzi storici, per raccontare uno dei tanti drammi della guerra, la storia di due persone a caso, rappresentative dei tanti Peter e Katharina che ebbero la vita distrutta dalla guerra. Un romanzo interessante su un argomento che a tratti può sembrare inflazionato ma su cui, a quanto pare, c’è sempre qualcosa di nuovo da raccontare, anche a settant’anni di distanza.
Audrey Magee lavora da dodici anni come giornalista per, tra altre testate, The Times, The Irish Times, The Observer e The Guardian. Ha conseguito un Bachelor of Arts in tedesco e francese all’University College di Dublino e un master di giornalismo al Dublin City College. Vive a Wicklow con il marito e le tre figlie. Quando tutto sarà finito è il suo primo romanzo.
:: Heidi, Johanna Spyri, (Giunti Junior, 2014) a cura di Viviana Filippini
22 febbraio 2015
Lo ammetto, da piccola non ho mai letto questo libro, forse perché ho visto – mai per intero – l’anime giapponese degli anni Settanta che passavano, e lo trasmettono ancora oggi, in televisione dedicato alla piccola Heidi, la vivace ragazzina che vive con il nonno sulle alpi svizzere. Poi, per curiosità ho deciso di leggere il libro, scritto da Johanna Spiry, e così sono entrata nel mondo di Heidi, del burbero nonno e dei pascoli verdi sui monti, dove Peter fa pascolare sue caprette (sì, esatto quelle che nella canzone cantata da Elisabetta Viviani le fanno ciao). Un bel giorno, dalla città ritorna la zia che prende la piccola e la porta a vivere a Francoforte. Qui Heidi conosce Clara, bloccata sulla sedia a rotelle dalla poliomielite, e ne diventerà grande amica, ma allo stesso tempo dovrà confrontarsi con un sistema di vita ben diverso da quello adottato sui monti e che la porterà a perdere il sorriso di sempre. Il libro della Spyri è un classico della letteratura per ragazzi, e non importa se la prima edizione risale al 1880, perché le tematiche presenti in esso sono ancora attuali. Heidi è orfana e la zia che la accudisce la affida al nonno perché, avendo trovato lavoro, non riesce più ad occuparsi della nipotina. Il nonno è un uomo silenzioso e, purtroppo, vittima del pregiudizio di chi lo conosce che lo giudica taciturno, molto scorbutico, tanto da avere il dubbio sul fatto che l’anziano sia la persona adatta ad occuparsi di una bambina di cinque anni. Sarà proprio grazie alla spontaneità della piccola protagonista che, un poco per volta, le chiacchiere del paese cadranno nel dimenticatoio. Il romanzo di formazione della Spyri mette in scena anche il contrasto tra vita di montagna, caratterizzata dal contatto diretto con natura, da gesti semplici, ricchi di emozioni, e vita di città. Quando la piccola Heidi arriverà a Francoforte nella famiglia dove la zia lavora, si renderà conto che nella casa dei Seseman non potrà comportarsi come faceva dal nonno, perché in città la vita è organizzata secondo ritmi precisi e ordini da rispettare con leggi intoccabili che la Rottenmeier farà rispettare. Per Heidi tornerà la gioia di vivere solo quando le permetteranno di tornare dal nonno, da Peter e dalle sue caprette, perché solo sulle Alpi, la piccola si sente davvero viva e felice. Heidi è sì un libro per ragazzi, dove l’autrice non manca di analizzare con attenzione il mondo dei suoi tempi. Un universo sociale nel quale il lavoro minorile e il livello di analfabetismo erano elevati (non a caso Peter preferisce pascolare le capre che andare a scuola), ma allo stesso tempo la Spyri attraverso le avventura della piccola Heidi ci fa capire quanto la vita vissuta in libertà e a contatto con il mondo naturale possano giovare ai bambini e agli adulti. Tradotto da Alessandra Lavagnino. Illustrazione di copertina di Edwin Rhemrev.
Johanna Louise Spyri nata Heusser è nata nel 1827 a Hirzel, in Svizzera ed è morta a Zurigo nel 1901. Figlia di un medico e di una poetessa, l’autrice, famosa in tutto il mondo per il personaggio di Heidi, ha pubblicato molti romanzi: storie non solo “per bambini”, ma anche e soprattutto, per coloro “che amano i bambini”, con un’attenzione particolare alle condizioni di vita delle giovani donne e dei più piccoli nella Svizzera della rivoluzione industriale.
:: Numero Zero, Umberto Eco (Bompiani, 2015) a cura di Federica Spinelli
22 febbraio 2015
Questa è la mia prima volta con Eco romanziere. Come scrittore e come saggista io penso sia una delle migliori penne di sempre. La sua scrittura così precisa, varia e strutturata è capace di rendere accessibile a chiunque anche la materia più oscura. Ma come dicevo questa è la mia prima volta con Eco romanziere. Mi accingo quindi a parlare per la prima volta di uno scrittore che per me è un Mostro Sacro.
Il romanzo narra la storia di una redazione incaricata di preparare il numero zero di un fantomatico giornale, “Domani”, per ordine di un’eminenza grigia, il Commendatore, personaggio di dubbia coscienza, che per pestare i piedi ai salotti della Milano bene e ai politici decide di mettere in piedi questo giornalaccio fatto di false notizie e articoli gonfiati. I personaggi non sono eroi, ma nella maggior parte dei casi gente che tira a campare ai margini del grande giornalismo con profiletti da ultima pagina. L’ambientazione è quella della Milano di inizio anni Novanta, poco prima dei grandi processi che buttarono all’aria il capoluogo lombardo. In questa città cupa e un po’ sbavata si srotola la storia dei protagonisti del romanzo, i giornalisti della redazione.
Il complottismo palesemente ironico è l’ingrediente principale di questo romanzo, insieme alla dettagliata ricostruzione storica degli eventi, alla conoscenza dell’ambiente letterario e giornalistico di cui l’autore ha per tanto tempo fatto parte. Si evidenzia una fortissima componente didascalica in quelle parti del romanzo occupate da excursus sul giornalismo, sulla ricostruzione dei quartieri e della storia di Milano e nelle inchieste condotte dai giornalisti.
Una gigantesca presa in giro di un modo fare giornalismo, di un modo di affrontare la realtà che negli ultimi anni ha sporcato il giornalismo di cronaca con il gusto per il pettegolezzo o il dato morboso. Questo stile di scrittura, su consiglio e ordine di Simei, un professore in contatto con il Commendatore nonché capo del progetto, diventa il modus operandi per la redazioncina del “Domani”. Questo personaggio, viscido e senza scrupoli, consapevole dell’inutilità del lavoro della redazione e intenzionato a lucrare il più possibile su quanto avviene: assolda il protagonista, Colonna, per fargli da ghost writer e raccontare con toni trionfalistici e nobili la storia del numero zero di “Domani”. Simei, in qualità di caporedattore nelle riunioni affronta sistematicamente tutti gli argomenti del buon giornalismo stravolgendoli e insegnando come trasformare un pettegolezzo in una incontrovertibile verità da dare in pasto agli immaginari lettori, volgari e ignoranti. Unica nota romantica è la storia d’amore tra Maia, ingenua giornalista di cronaca rosa che capitata nella redazione di “Domani” in cerca di un riscatto professionale, e Colonna.
Il romanziere lascia spesso il posto allo storico nelle pagine del romanzo, il che non guasterebbe se non fosse che in certi momenti si ha l’impressione di uscire dalla cornice narrativa per ritrovarsi tra i banchi di scuola. L’intera impalcatura del romanzo risente talvolta di questi momenti a svantaggio della trama che si sfuma in alcuni passaggi. Ma come dicevo prima, è la mia prima volta con Eco romanziere e si sa che le prime volte non sono mai un granché. Ricomincerò da Il nome della rosa, Professore. Perdonami.
Umberto Eco nasce ad Alessandria (Piemonte) il 5 gennaio 1932. Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale. A ventidue anni si è laureato all’Università di Torino con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d’Aquino. Noto per le brillanti inchieste sulla cultura di consumo (Diario minimo, 1963; Il superuomo di massa, 1976; Sette anni di desiderio, 1983; Il secondo diario minimo, 1992), ha ottenuto un successo mondiale con il romanzo Il nome della rosa (Bompiani, 1980, premio Strega), thriller gotico d’ambientazione medievale e conventuale che sviluppa, con lucido razionalismo, la fitta trama di un dibattito ideologico. Tra i suoi ultimi libri: il romanzo Il cimitero di Praga (2010), la raccolta di saggi Costruire il nemico (2011), Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013) e Numero Zero (2015).
Umberto Eco è stato uno dei favoriti per l’assegnazione del premio Nobel per la Letteraura. (dall’Enciclopedia della Letteratura Garzanti)
:: Semina il vento, Alessandro Perissinotto, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello
19 febbraio 2015
Piemme ripropone, a qualche anno dalla sua uscita ma sembra trascorso un secolo e l’argomento è diventato di grande attualità oggi più di ieri, Semina il vento di Alessandro Perissinotto.
Un libro profetico già quando è uscito la prima volta, adesso presentato in una nuova edizione, per raccontare quella che è innanzitutto una storia d’amore, straziante e attuale, ma non solo.
Giacomo, cervello in fuga a Parigi dal Piemonte, incontra Shirin, esule iraniana atea, disinibita, colta e in cerca di radici: è il grande amore, e quando lui decide di tornare a vivere nel paesino piemontese in cui è nato lei lo segue in cerca di sicurezza. Sulle montagne, così lontane dall’Iran e dalla cosmopolita capitale francese, Shirin si scontrerà con pregiudizio e razzismo, un mix infernale che la porterà a fare scelte che non aveva mai pensato di fare, lei così lontana da ogni fondamentalismo e anzi critica verso quel mondo, fino ad una decisione estrema, che distruggerà la vita sua e di Giacomo.
Interessante che una storia del genere sia stata scritta, tempo prima che queste cose diventassero cronaca comune, da un italiano e non da uno statunitense o da un francese o da un inglese e che si sia deciso alle nostre latitudini di riflettere su razzismo, pregiudizi, sogni infranti e derive integraliste, per cercare almeno di capire certi meccanismi, quelli che stanno portando ragazzi e ragazze nati in Occidente, totalmente digiuni e menefreghisti fino ad un certo punto di ogni impegno religioso, spesso non più discriminati dei loro coetanei con i bisnonni occidentali, nelle braccia di una guerra santa che ormai fa paura e che non può più essere ignorata.
Alcuni anni fa Semina il vento era un thriller realistico e un ritratto sociologico di una possibile Italia di oggi, visto che tra le righe si parla di vita di coppia, condizione della donna, immigrazione, fuga dei cervelli, razzismo, integralismo. Oggi sembra una storia profetica, una denuncia, un modo per cercare di entrare in meccanismi che sembrano inviolabili, come fa Giacomo, testimone di una caduta agli inferi di una persona che amava profondamente, con cui aveva comunanze intellettuali e sentimentali e che alla fine credeva di conoscere.
Un libro da leggere e su cui riflettere, in cui l’autore non trancia giudizi, né contro gli uni né contro gli altri, si limita a raccontare con il piglio del cronista d’antan una storia di oggi, appassionante fino all’ultima pagina e capace di gelare il sangue perché terribilmente vera e realistica.
Alessandro Perissinotto, è nato a Torino nel 1964 e insegna Teorie e tecniche delle scritture all’Università di Torino. Ha esordito come narratore nel 1997 ed è autore di undici romanzi. Le sue opere sono state tradotte in numerosi paesi europei e in Giappone. Con Piemme ha pubblicato Semina il vento, Le colpe dei padri, secondo classificato al Premio Strega, e Coordinate d’Oriente.
:: Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta: Storie di provincia e di altri mali, Francesco Dezio, (Stilo, 2014) a cura di Manuela Mancini
17 febbraio 2015
A tutti quelli che hanno apprezzato gli ultimi due libri di Giorgio Falco, La gemella H (Einaudi 2014) e Condominio Oltremare (L’Orma 2014, con fotografie di Sabrina Ragucci) e soprattutto Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi 2014; Premio Calvino 2013), mi sento di consigliare la lettura di un testo più esile ma ben riuscito, che parla anch’esso del totale sconquasso del tessuto sociale della provincia italiana, tra corruzione, abusivismo edilizio, crisi economica, necrosi intellettuale e ignoranza di ritorno: Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta: Storie di provincia e di altri mali (Stilo, Bari 2014, pp. 120, euro 12). Il libro, pubblicato da un piccolo editore pugliese, è di un autore schivo ma non minore, Francesco Dezio, che esordì nel 2004 con il fortunato Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli), romanzo pioniere della letteratura precaria. A chi, come me, vive in Puglia e soprattutto nella provincia barese, questi racconti ricordano luoghi, tipi umani, paesaggi osservati fin dall’infanzia: gli outlet super-artificiali, costruiti nelle conurbazioni di periferia, a discapito dei centri storici, tra i più belli d’Italia, svuotati di ogni vitalità. Oniriche le descrizioni del racconto “L’outlet di Molfetta”: sono in un artificioso e rutilante panorama di compensato… un agglomerato di case di Barbie a schiera ingigantite all’inverosimile… Guardo ancora su, verso le finestre cieche… perché mi viene da piangere mentre busso con le nocche e scopro che il mascherone antichizzato di Vacanze Romane è fesso, suona cavo? Eh? Perché sto male davanti a questo orrore marzapanato che si para davanti ai miei occhi? (pagg. 88 e sgg.). O ancora: la Murgia devastata dagli stupri ambientali e dai capannoni industriali del distretto del mobile imbottito (Natuzzi e tutte le piccole imprese dell’indotto), moltiplicatisi in un’orgia di sviluppo che è finita nel peggiore dei modi, con licenziamenti e delocalizzazioni (come nei racconti Almeno il sabato e Alla conquista dell’Est).
Se Cartongesso è un monologo fiume (già nella sintassi fluviale e debordante, che non concede soste nell’ipotassi e nella punteggiatura costringendo a letture in apnea per pagine e pagine), Francesco Dezio invece ci dà molte pause, perché il libro si articola in otto racconti-monologhi (alcuni dei quali già pubblicati su testate giornalistiche nazionali tra il 2005 e il 2008) di altrettanti personaggi: c’è un punk di provincia degli anni Ottanta, scampato a derive anarchiche e ai flagelli delle tossicodipendenze, dell’Aids e della malavita; c’è la storia dei membri di un’associazione culturale che negli stessi anni tenta di innestare nella fiacca provincia pugliese le controculture internazionali; poi prende la parola Carla, una cantante alternativa che negli anni Novanta si accontenta di un ingaggio su una nave da crociera, dove canta pezzi di Céline Dion e Mina, perché da quando è tornata da Londra in Puglia non trova un altro modo di sbarcare il lunario: cazzo proprio io, svezzata ascoltando Sex Pistols e Joy Division, vivacchiavo cantando canzoni di merda alle feste dei matrimoni – comunque meglio che fare gli alternativi fuori tempo massimo o sfiatarsi in qualche pub di universitari… Tornare non mi ha emancipata dalla sensazione di non appartenenza. Vivo un’ora alla volta nascondendomi dal sole… A questo penso mentre mi vesto da Jessica Rabbit, voglio un esilio dorato senza progetti, senza ritorno: Croazia Grecia Montenegro Francia Spagna Tunisia. A mai più rivederci (pagg. 61 – 63). Segue lo sfogo di un impiegato che per avere il sabato libero instaura un braccio di ferro con il datore di lavoro, un imprenditore rampante e sleale con i dipendenti e con la concorrenza: il principale c’aveva un’esperienza maturata nel corso di quindici-sedici anni in una ditta media altamurana come commerciale. Era iscritto a Lingue, si era fatto qualche stagione a Rimini… Quando ha visto che poteva camminare con le sue gambe s’è tenuto stretto i contatti commerciali acquisiti e si è licenziato (pag. 70); e la spunta il dipendente, per una volta. Il libro si chiude con la storia d’amore a distanza di due ragazzi disoccupati degli anni Duemila, che non riescono a mettere a frutto i titoli di studio né ad amarsi, tra precarietà affettiva e lavorativa.
Se Maino compone una lunga invettiva dalla cifra stilistica ardua e originale nell’impasto tra italiano e grezzo (il veneto orientale che si parla tra Treviso e Venezia) e nell’invenzione onomastica fortemente satirica (una vera e propria poetica dei nomi), raggiungendo effetti espressivi di grande realismo ma anche di grande levatura tragica, la lingua di Francesco Dezio, che era già stata sperimentale e plurilinguistica in Nicola Rubino (cfr. http://www.treccani.it/magazine/linguaitaliana/percorsi/Silverio Novelli), parte anch’essa dall’uso dell’indiretto libero (ma con esiti meno monumentali di Cartongesso). Anch’essa s’impasta di italiano e lingua parlata (con anacoluti, ripetizioni, inflessioni dialettali, parole gergali, sovrabbondanza del dimostrativo), ma è dotata di grande leggerezza e di una forza comica che tende velocemente verso l’epilogo (icastico) di ciascuno di questi frammenti di vita raccontati in prima persona. I personaggi sono variamente scolarizzati e di età ed inclinazioni diverse, ma tutti con una grande passione in comune: la musica punk, rock, post-punk e post-rock di più di due decenni (dai tardi anni Settanta ai primi anni Duemila), ‘recensita’ nel libro dagli stessi parlanti, che citano formazioni famosissime e quasi sconosciute: Led Zeppelin, AC/DC, Clash, Oasis, Diaframma, Rolling Stones, Gang, Pink Floyd, Underage, Arab Strap, Ramones, Ultravox, Sex Pistols, Orda, Not Moving, Lingomania, Chain Reaction, CCCP, Litfiba, Cure, Died Pretty, Negative Disarcore, Joy Division, Church, Delgados, Rich Fisch in Hand, Boohoos, Simple Minds, Doors, U2, Velvet Underground, Yumi Yumi, Bis, Mando Diao, Libertines, Strokes, Stooges… e tanti altri (i nomi dei 70 gruppi menzionati sono in carattere rilevato nel testo e nell’ultima pagina c’è un’applicazione che consente di scaricare la ‘playlist’ di Dezio).
La letteratura italiana mostra ancora una volta di avere scrittori capaci di sperimentare forme nuove di narrativa: se Cartongesso è un romanzo anomalo perché destrutturato (ma penso anche a Il nemico di Emanuele Tonon, costruito su una trama più lirica ed emotiva che d’intreccio), così Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta non è né un romanzo, né un saggio musicale, né una semplice raccolta di racconti autonomi: è una polifonia che reduplica e triplica il suo straordinario effetto di coralità nella musica e nella successione dei monologhi, tutt’altro che indipendenti tra loro, ma legati da sottili richiami a distanza, spesso costruiti alla Foster Wallace come recensioni a concerti o pezzi musicali, in uno sforzo ritmico di sintesi, che concentra la parabola narrativa negli stessi tempi di un concerto o dell’ascolto di un album o di un brano, facendo coincidere il tempo della storia e il tempo del racconto (per esempio la descrizione di un concerto dei Boohoos a pag. 35; il concerto di Melpignano di Iggy Pop alle pagg. 45-50; l’ultimo racconto, invece, è una recensione integrale dell’album The Red Thread degli Arab Strap che fa da colonna sonora all’ultimo appuntamento di due giovani). Già il titolo, inoltre, è un omaggio (ed una risposta provocatoria) ad una nota canzone degli Afterhours: anche Dezio, come Maino, individua negli anni Ottanta, nella ubriacatura consumistica di quel decennio e nel saccheggio delle risorse umane attraverso lo sfruttamento ed il lavoro nero, le cause del totale svuotamento di possibilità narrative nel nostro presente, che portano questi autori a sperimentare forme di racconto libere dalla dittatura della trama (Qui non succede mai niente: è il titolo di un altro dei racconti di Dezio), per parlarci di un pezzo di Puglia, o di Veneto, nella loro verità di terre che sono tornate desolate, senza la pretesa di stordirci come turisti nella descrizione delle loro bellezze.
Francesco Dezio è nato ad Altamura nel 1970 e ha esordito nel 1998 con un racconto pubblicato nell’antologia Sporco al sole. Narratori del sud estremo (Besa). Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica, opera che inaugura la stagione della cosiddetta ‘letteratura precaria’. Alcuni suoi racconti sono apparsi in antologie e su quotidiani e riviste.
Nel 2008 è stato ospite di cinque puntate della trasmissione Fahrenheit su Rai radio 3.
Ha collaborato con «l’Unità», «la Repubblica-Bari», il «Corriere del Mezzogiorno» e condotto laboratori di lettura e scrittura creativa per le scuole.
Tra un periodo di disoccupazione e l’altro, lavora come disegnatore meccanico e grafico.
:: Omicidio senza colpa, Gianni Simoni, (Tea, 2015) a cura di Viviana Filippini
16 febbraio 2015
Torna in libreria il commissario Andrea Lucchesi il protagonista di una serie di romanzi gialli molto amati dal pubblico di lettori, creato dalla mano di Gianni Simoni. L’ultimo, Omicidio senza colpa, è appena uscito per Tea. Il nuovo romanzo di Simoni comincia con il fugace incontro di Lucchesi con un ragazzino a Milano. Il piccolo è magro, impaurito e il commissario nota ai suoi piedi un cappellino con qualche moneta. Da subito il suo fiuto indagatore gli permette di capire che qualcosa nella vita di quel giovane non va, e decide di assoldare alcuni suoi colleghi per capire dove il ragazzino vive e cose fa. Poi, la storia prende un improvviso cambiamento di rotta, quando Lucchesi viene chiamato ad indagare sulla morte di un vecchio professore in pensione, trovato impiccato nel suo appartamento. L’uomo, vedovo, senza figli, viveva da solo, ma il commissario guardando la salma e scrutando con attenzione la scena del crimine (l’appartamento, le tazzine del caffè usate di recente, i libri, i soprammobili) comincia a sospettare che quello non sia un caso di suicidio. Andrea Lucchesi, aiutato dalla sua squadra, cercherà di ricucire i tasselli di questo intricato puzzle sentendo le testimonianze della giovane vedova (ma nessuno sa bene come sia morto il marito), vicina di casa della vittima, passando poi all’ex domestica e valutando il responso dell’autopsia fatta dai colleghi. La risoluzione del caso si rivelerà più complessa del previsto e ancora una volta il commissario, sempre più cupo e tormentato, dovrà fare i conti con le ambiguità che caratterizzano l’agire umano. In Omicidio senza colpa, Gianni Simoni mette in scena due casi che in apparenza possono sembrare tra loro distanti, ma in realtà, se si fa un parallelo tra la vita del professore e quello del piccolo Hamsy, ci si rende conto di come quelle due esistenze siano, purtroppo, caratterizzate da una profonda solitudine e mancanza di affetti. L’anziano e il bambino, a causa di queste mancanze, sono entrambi deboli e vulnerabili, ed è questa loro fragilità che infonde in Lucchesi quella grinta e voglia di giustizia che lo porterà a lottare per risolvere entrambe i casi. In parallelo alle due indagini, ancora una volta, l’autore ci porta dentro il mondo affettivo del commissario, un uomo sì adulto, ma dall’animo molto sensibile che dovrà sistemare, da un lato, le scaramucce d’amore con l’amata Lucia e, dall’altro, rendersi conto che Alice, la figlia, non è più una bambina, ma è una giovane donna. Omicidio senza colpa di Gianni Simoni è un giallo dal ritmo incalzante, con colpi di scena inaspettati che scuotono l’animo di Lucchesi, troppo coinvolto dal lavoro per pensare alla sua salute, e quello del lettore. Nella trama creata da Simoni, come vuole il suo stile di scrittura, la dimensione lavorativa e privata vissute del commissario Lucchesi viaggiano assieme e restituiscono a chi legge un quadro narrativo nel quale è possibile scovare molte similitudini con la vita quotidiana di ogni giorno
Gianni Simoni, ex magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Con Garzanti ha pubblicato Il caffè di Sindona, in collaborazione con Giuliano Turone. Nelle edizioni TEA son pubblicati I casi di Petri e Miceli e Le indagini del commissario Lucchesi.
:: “Nowcomics”, il nuovo marchio di 001 Edizioni a cura di Elena Romanello
13 febbraio 2015
La 001 edizioni di Torino, casa editrice leader nel fumetto d’autore di varia provenienza (o se si preferisce delle graphic novel) lancia una nuova collana, Nowcomics, che coniuga qualità e prezzo nel campo della narrativa disegnata, proponendo storie che si rivolgono all’appassionato e al neofita, con tavole a colori e spazio dato ad approfondimenti su storia e autore, a ricordare che anche il fumetto è un’arte e una forma letteraria, e che spesso la vicinanza tra fumetto e letteratura avviene anche nel campo degli scambi di miti letterari e personaggi.
I singoli titoli, che si alterneranno ogni mese, usciranno varie volte durante l’anno a coprire l’arco narrativo di singole storie senza troppa attesa tra un’uscita e l’altra, croce e delizia spesso degli appassionati di fumetti. Il filo conduttore di NowComics è l’avventura, in tutte le sue accezioni, che sia fantascienza, thriller, paranormale, viaggi, steampunk, tutte proposte a 4 euro e 90, prezzo decisamente basso tenendo conto della veste editoriale e delle storie.
Si inizia con un’icona letteraria del giallo riletta in chiave fumettistica, e cioè Sherlock Holmes e i vampiri di Londra, sceneggiatura di Sylvain Cordurié e disegno dell’artista serbo Laci, gotico di ambientazione vittoriana che unisce miti letterari impareggiabili. Un’altra serie proposta è Scotland Yard, di Dobbs e Stéphane Perger, anche qui thriller ottocentesco che si unisce al gotico, con una caccia all’uomo nelle nebbie di Londra che riserverà più di una sorpresa. Altri miti letterari che si incontrano in Mr. Hyde contro Frankenstein di Dobbs di nuovo con il nostro Antonio Marinetti, per rileggere uno scontro tra titani del genere gotico, in una corsa contro il tempo nell’Europa ottocentesca. Questi tre titoli fanno parte di una collana più ampia che si chiama 1800 NOW e che ospiterà man mano il meglio del fumetto di ambientazione ottocentesca.
In parallelo parte anche la collana SCI-FI NOW, dedicata alla fantascienza, genere che sta tornando di moda (ma forse per chi lo ama non era mai passato..) con Universal War One, saga spaziale in stile space opera classica di Denis Bajram tra astronavi e federazioni planetarie del futuro, che è stata opzionata per il cinema.
Una collana da tenere d’occhio, come in generale tutte le pubblicazioni della casa editrice che, dalla sua sede nel cuore di Cit Turin, sa sempre stupire chi ama il mondo delle nuvole parlanti e non lo considera secondo a niente.

























