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4 settembre 2009

:: Intervista a MariaFrancesca Venturo

 

MariaFrancesca sei stata intervistata da Booksweb tv che esperienza è stata?

 

Un’esperienza quasi traumatica anche se divertente: ero andata a conoscere il mio editore alla fiera “Più libri più liberi” a Roma. Arrivata allo stand della Newton Compton comincio a stringere mani e a presentarmi nella più completa agitazione. Poi, dalla folla accalcata intorno agli scaffali, spuntano i ragazzi di Booksweb che chiedono “Chi ci vuole parlare del proprio libro in un minuto?” “Lei!”, Raffaello Avanzini, mi propone a bruciapelo per l’intervista. sindrome della commessaTrovo molto difficile parlare di quello che scrivo senza essermi preparata prima, la mia insicurezza cronica non mi aiuta e così, come Amanda Sandrelli in “Non ci resta che piangere”, prima di rilasciare qualsiasi dichiarazione, devo “provare, provare, provare…” e “pensare, pensare, pensare”.

Fortuna che, grazie alle interviste fatte in radio e in un paio di trasmissioni TV, ero già un po’ allenata a parlare del mio libro in pubblico.

A proposito, grazie per l’intervista scritta!

Parlami della sindrome dello shopping?

 

“La sindrome dello shopping” oltre ad essere un disturbo ossessivo compulsivo che fa perdere il controllo della propria autonomia dell’acquisto, è anche il titolo del mio primo romanzo che raccoglie le richieste più assurde –registrate in presa diretta- che mi sono sentita rivolgere dalle clienti del negozio dove lavoravo: tipo “scusi avrebbe una maglia ma non di stoffa al massimo di tessuto” “Ma perché questa gonna è rossa?” “Ci sarebbe un colore tra il prugna e il melanzana ma che non sia viola?” “E camiciate? Non avete le camiciate?”.

Infatti, ho scritto “La sindrome dello shopping” mentre, per mantenermi agli studi universitari, lavoravo come commessa in questo negozio di abbigliamento molto trendy del centro di Roma. Silvana Mazzocchi, una giornalista di Repubblica, l’ha definito un “Romanzo Reality” e, credo che abbia colto nel segno.

Questa esperienza mi ha fatto capire soprattutto due cose:

la prima: che quella che noi consideriamo “normalità” non esiste e che ognuno possiede una propria maniera di guardare il mondo (soprattutto quando deve scegliere cosa mettersi addosso).

La seconda: che non bisogna mai sottovalutare le esperienze che la vita ci pone davanti. 

Quante volte mi sono sentita dire “studia altrimenti finirai col fare la commessa (o la parrucchiera)” dai miei genitori e dai miei insegnanti, eppure se non avessi fatto questo lavoro a quest’ora non sarei laureata e non avrei mai raggiunto la mia autonomia. Ma il vero paradosso è che, una volta conseguita la laurea, ho lasciato il mio lavoro al negozio con contratto a tempo indeterminato, per diventare insegnante di scuola primaria e fare della precarietà la colonna sonora della mia vita.

Ecco la  “La sindrome dello shopping” affronta tutti questi argomenti.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

 

Devo dire che, se durante l’università ho letto moltissimi testi teatrali e, grazie alla scuola di Perla Peragallo ho amato molto la Commedia dell’Arte dove l’unico testo a disposizione degli attori era un canovaccio (ho sempre avuto un debole per gli intrecci di Flaminio Scala), in ogni fase della mia crescita c’è stato un autore prediletto: da Hesse a Guy De Maupasasnt, da Harry Miller e Anais Nin a Simone de Beauvoir e Sarte.

Ho amato moltissimo anche Elsa Morante e la sua “Isola di Arturo”, per non parlare di “Menzogna e sortilegio”.

Mi sono appassionata agli esperimenti letterari di Edoardo Sanguineti e poi sono caduta nella trappola di Pinocchio (letto ennesime volte) e della letteratura più leggera della Bertola e della Kinsella.

Cerco di imparare da tutti gli autori che mi fanno riflettere in qualche modo.

Ora sto leggendo Tolstoj, Sepulveda e “Alice nel paese delle meraviglie”.

sindromeParlami dei tuoi esordi. Hai fatto fatica a trovare un editore?

 

Il primo libro che ho presentato alle case editrici di mezza Italia è stato “Parola e travestimento nella poetica teatrale di Edoardo Sanguineti”, una revisione ampliata della mia tesi di laurea.

Ho ricevuto molti complimenti e tante richieste di pubblicazione a pagamento (ovviamente). Alla fine, sono stata contattata da un piccolo editore di Roma (Fermenti), e quando anche loro mi hanno chiesto denaro ho risposto che, essendo io una maestra precaria, denaro non ne avevo, ma che, in cambio della pubblicazione, avrei regalato loro l’intera opera. Il libro quindi è stato interamente finanziato da una fondazione letteraria (la Marino Piazzola) tramite una borsa di studi.

Poi ho scritto “La sindrome dello shopping” convinta che avrebbe subito destato l’interesse degli editori e invece, proposte a pagamento anche lì.

Non ho mai voluto pubblicare a tutti i costi, ho messo sempre in discussione i miei scritti e mi sono detta: “se alle case editrici non interessa, vuol dire che non vale pena pubblicarlo”.

Allora ho aperto il blog e ogni settimana pubblicavo uno stralcio del romanzo. Oltre l’interesse di tante blogger, cassiere e commesse che commentavano (e commentano) divertite ho cercato di cogliere anche quello della stampa e ho fatto un grande lavoro di networking. Alcune riviste femminili, tra cui Grazia e Gioia, hanno pubblicato degli articoli che parlavano del blog e sono approdata in televisione (ti immagini? Io così insicura!). Alla fine, grazie anche al passaparola dei blogger, è stato l’editore a contattarmi e a farmi una seria proposta di pubblicazione.

 

 

Che consigli daresti ai giovani autori?

 

Lo stesso consiglio che mi diede anni fa la mia professoressa di lettere: “Non scrivete per dire qualcosa, ma perché avete qualcosa da dire”, io credevo che valesse la pena raccontare la vita delle commesse dal di dentro. Mettersi sempre in discussione ma non smettere mai di credere in ciò che si scrive e, in ultimo: non accettare mai proposte a pagamento. Se proprio non trovate un canale per essere letti sfruttate il blog: è un ottimo banco di prova.

 

Parlami del tuo metodo di scrittura.

 

Non ho un vero e proprio metodo a parte: scrivere, rileggere, correggere, cancellare, riscrivere, rileggere, alzarmi per un tè, riscrivere, mangiare una merendina…

Cerco sempre di partire dalla realtà e quindi prima di sedermi a scrivere, ascolto. Ascolto chiunque abbia qualcosa da raccontare: una storia di famiglia, una barzelletta, una disavventura in vacanza e via dicendo. Poi, quando trovo una storia o un argomento che, secondo me, vale la pena raccontare, faccio un grande collage di ricordi, di personaggi e di aneddoti.

Una volta mi capitò di intervistare Edoardo Sanguineti Teatro_Sanguinetie lui mi diede un preziosissimo spunto. Mi disse: “Non si può fare un’improvvisazione da soli: noi conosciamo già tutto quello che stiamo per dire. Le gag più belle sono quelle con più attori dove non sai che cosa uscirà fuori, è così che si crea una vera novità”.

La scrittura dovrebbe essere un po’ come una performance di Jazz a più voci. Ecco perché per me è fondamentale ascoltare la gente – al mercato, sugli autobus, per strada, alle riunioni di condominio- e darle voce in quel che scrivo. In questo modo mi diverto un mondo.

 

Come è cambiata la tua vita da quando sono usciti in stampa i tuoi libri?

 

Sicuramente è cambiato il mio modo di rapportarmi ai libri: sono una lettrice interessata e quando leggo lo faccio in modo molto più analitico.

Che strumento di scrittura prediligi, bic, computer?

 

Per strada prendo appunti con taccuino e penna, a casa trovo comodissimo il computer: faccio sempre tantissime correzioni!

 

Hai amici scrittori? Li frequenti?

 

No. Sarebbe bello però.

Leggi molto?

 

Il più possibile.

Hai letto gli uomini prediligono le bionde di Anita Loos ?

 

No ma ho amato il film con Marilyn Monroe: un misto tra genialità e frivolezza.

Ti piacciono i libri umoristici?

 

Certo.

Che persona sei in tre aggettivi.

 

Gentile, insicura e passionale come le siciliane degli anni venti.

Parlami della tua città.

 

Roma è una città caotica, dove tutti vanno a mille a costo di investirti anche se attraversi sulle strisce, ma dove nessuno rinuncia alla pausa caffè.

Io la trovo stimolante per la scrittura: puoi assistere a vere scene comiche anche solo salendo su un autobus nell’ora di punta o andando al mercato a fare la spesa. E’ una città a forma di jungla, bisogna conoscerla per sopravviverci ma nasconde anche degli scorci romantici e spiazzanti.

Credo che, in fondo, questo lato caotico ci sia sempre stato: ad esempio, non credo che la multietnicità sia una vera novità per Roma, insomma, pensiamo a quando era la capitale dell’Impero Romano, probabilmente allora era ancora più confusionaria!

Che studi hai fatto? Hanno influenzato la tua carriera?

 

Certo: quando scrivo un dialogo ripenso sempre alle mie esperienze teatrali e gli studi di lettere mi hanno sicuramente rafforzata, peccato che all’università ti facciano scrivere poco. Riconosco comunque che la laurea non è indispensabile per scrivere una bella storia, per me è stata un’occasione di approfondimento importante. Probabilmente avevo bisogno di un obiettivo per portare avanti il mio percorso.

 


Ti piace la poesia? Hai mai scritto dei versi?

 

Mi piace molto la poesia. Da ragazzina ero innamorata di Leopardi. Poi sono passata a Montale, Gozzano, la Dickinson, per accorgermi che si può trovare la poesia anche in una canzone, ho portato in teatro un testo di Lorca da lui stesso armonizzato.

Se ho scritto versi? Da quando ho scoperto i versi di Sanguineti, ho fatto degli esperimenti anche io, così per divertimento. Ricordo che mandai una mia poesia a Cucchi, che aveva una rubrica su “Specchio” una rivista settimanale che usciva con “La Stampa” e lui disse: niente male!

Ti piacerebbe che traessero dei film dai tuoi libri?

 

Certo! Sarei curiosa di vedere cosa succederebbe se qualche regista dovesse interpretare quel che ho scritto, ma ancora mi sembra prematuro.

Il talento per te è un dono di natura o un abilità affinata con il lavoro?

 

Il talento è l’abilità di riconoscere il proprio dono e ci vuole molto lavoro per affinarla.

 

Parlami del tuo blog. Ti diverte scriverlo?

 

Il blog si chiama “lasindromedellacommessa.splinder.com, ho cominciato a scriverlo per far conoscere il mio manoscritto e mi diverto moltissimo ad aggiornarlo. Per me è un’occasione molto importante di confronto con i lettori che, seppur in un numero modesto, mi seguono con grande affetto e commentano i miei post.

Ovviamente ho cominciato parlando del mestiere di commessa e adesso, che sono quasi diventata maestra, cerco di trattare il tema dell’autonomia e del lavoro in modo più vasto: si parla di scuola, di meritocrazia, di aneddoti raccolti per strada, di com’è la vita a trent’anni, insomma. Si ride un po’ delle nostre disgrazie!

 
Come è il mondo editoriale dal di dentro?

 

In generale non saprei, posso però dirti che le case editrici che mi hanno contattata, fatta eccezione per alcune che mi hanno chiesto soldi, sono sempre state molto cordiali con me.

Il mio editore, cerca sempre di creare una bella armonia tra i suoi autori. Quando andai in fiera mi presentò Federica Bosco, una delle punte di diamante della collana Anagramma e, quando Massimo Lugli, arrivò finalista al Premio Strega, organizzò una festa alla casa editrice invitando anche tutti gli scrittori.

Per il resto, il mondo editoriale, è fatto di scrittura, editing (la mia editor è fantastica), rischio, promozione e tanta fatica.

 
Il tuo rapporto con i lettori?

 

Io amo molto i miei lettori. Spesso dialoghiamo sul blog e, quando faccio qualche presentazione, mi vengono a salutare. Devo loro tantissimo.

Hai un agente letterario?

 

Mica sono la Rowilng!

Leggi quotidiani, riviste, settimanali?

 

Leggo molti quotidiani sul web (quasi tutti) e, lo ammetto, amo le riviste femminili come Vogue ed Elle, mi piace come raccontano la società.

Stai scrivendo attualmente ?

 

Si!

Hai partecipato a concorsi, premi letterari, li hai mai vinti?

 

Una volta ho partecipato a un concorso letterario della mia città, si chiamava “Roma di notte” ed era stato indetto in occasione della famosa “Notte Bianca”, arrivai in finale, ma non vinsi.

Cosa pensi delle scuole di scrittura creativa?

 

Che possono dare molti spunti ma, se non si hanno le idee chiare su cosa si vuol comunicare, il rischio di scrivere tante belle cose con uno stile uniformato è alto.

Ti piace il fumetto? Se trasformassero il tuo libro in un fumetto che ne penseresti?

 

Non è il mio genere preferito e non lo leggo spesso. Da piccola amavo Mafalda, Asterix e i Peanuts però. Certo che mi piacerebbe se trasformassero il mio libro in un fumetto: amo tutti gli esperimenti collaborativi (Sanguineti docet!)

 

I tuoi libri sono tradotti in altre lingue?

 

Per ora solo in Serbo (hanno tradotto anche il mio nome: Venturo Marijafrančeska!), però i diritti sono stati venduti anche in Albania.

 


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( foto di Francesco Toiati )

MariaFrancesca è nata e vive a Roma.  Ha conseguito brillantemente la laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo, presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi sul travestimento sanguinetiano, mantenendosi agli studi lavorando come shopassistant in un negozio di abbigliamento femminile.
Dopo aver studiato recitazione con Perla Peragallo, si è perfezionata in teatro rinascimentale ed ha frequentato numerosi workshops di specializzazione.
Adesso, dopo aver superato due concorsi, è docente precaria della scuola primaria statale ed è stata inserita regolarmente nella graduatoria ad esaurimento (nervoso?).
In più, suona la chitarra, canta e dirige un coro di 72 bambini ottenni.
Pubblicazioni:
– La sindrome dello shopping, Newton Compton Editore, Roma 2008.
– Parola e travestimento nella poetica teatrale di Edoardo Sanguineti, Fermenti Editrice, Roma 2007.

:: Intervista a Manuela Mazzi

2 settembre 2009

Ā 

Salve Manuela a un anno di distanza dalla nostra prima intervista cosa ĆØ cambiato?

Tutto e niente. Continuo a fare la giornalista, a scrivere libri – ĆØ appena uscito il quarto che si intitola Guardie, ladri e tracciatori – e continuo anche a sognare, ma attorno a me ho visto mutare molte cose: il 2009 ĆØ stato – nonostante la crisi globale – un grande anno di cambiamenti per molte persone. E personalmente reputo i cambiamenti spesso, se non sempre, positivi.5 - Marsa Alam - 12-18[1].11.2005 - I Beduini - Tramonto 0343

Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

Ne ho altri due giĆ  finiti che stanno riposando nel cassetto. Per uno dei due, comunque, ho giĆ  avuto una presa di contatto da parte di una casa editrice che vorrebbe incontrarmi a settembre, mentre l’altro devo ancora iniziare a farlo girare. Nel frattempo ho iniziato un nuovo libro… ma per ora ĆØ ancora soltanto nella mia mente. Penso di partire a scrivere le prime righe in autunno.

Che libro stai leggendo al momento?

Mi sto leggendo tutti i volumi usciti con L’Espresso, due o tre anni fa, e che raccolgono l’intero lavoro di Hugo Pratt su Corto Maltese. Rileggere queste opere d’arte letteraria nella corretta sequenza cronologica ĆØ stupendo. Ho appena finito il quinto volume e, per fare una pausa, da un paio di giorni mi sono buttata su Larsson.Ā 

Che cosa ne pensi, quindi, del fenomeno letterario della trilogia di Millenium, appunto, di Stieg Larsson?

Per ora sono arrivata solo a metĆ  del primo volume, quindi non posso giudicare l’intero lavoro. ƈ vero che ha una grande capacitĆ  descrittiva. Pur non creando tensioni particolari (almeno fino a questo punto della lettura) ĆØ giĆ  riuscito comunque a catturare la mia attenzione. Certo a volte vien da pensare che molti dettagli sono addirittura eccessivi. Eppure Larsson riesce a non rallentare il ritmo della storia, giacchĆ© il tempo scandito rimane lo stesso. Tuttavia ammetto che ero un po’ scettica. Non sapevo davvero se leggerlo oppure no. Ma non per quel mal comune che porta molti a giudicare un’opera in maniera proporzionalmente inversa rispetto al suo grado di notorietĆ : non sopporto certe logiche viziate. Ma solo perchĆ© diversi amici, dopo averlo letto, mi avevano messa in guardia su alcune scene ā€œviolenteā€ā€¦

Non ti piace il genere noir?

2Manuela Mazzi - 07[1].07.06 036pIn effetti, non riesco a digerire bene alcuni argomenti. Come nel caso della Millenium trilogy. Alla fine, dopo parecchio tempo, ho comunque deciso di tentarne la lettura, ma con la ferma intenzione di saltare certe descrizioni. Proposito che invece non sono riuscita a rispettare. Ciò mi ha giĆ  portato a trascorrere almeno due giorni da infuriata: ebbene, sƬ, somatizzo ogni forma d’arte. Se una musica mi spaventa, rimango angosciata per ore (mi era successo con la colonna sonora di Profondo rosso, ascoltata in auto…). Se un libro mi fa innervosire, rimango scontrosa. Se una statua o un quadro mi terrorizzano, passerò una settimana a guardare sotto il letto prima di coricarmi. Se un film mi rasserena, sarò felice per l’intera giornata. Ecco il motivo per cui non amo il noir, che distinguo in modo categorico da altri generi come il giallo e il thriller. Oggi ĆØ, infatti, abbastanza comune mettere tutto nello stesso pentolone. Per molti, il noir sembra semplicemente un termine che ĆØ andato a sostituire un ex-moderno thriller, che a sua volta aveva preso il posto del vecchio giallo. Per quanto mi riguarda sono generi cosƬ diversi che mi portano ad affermare che amo (ma davvero) il giallo investigativo e poliziesco (Larsson rientra per ora in questa categoria, e non certo nel noir), e mi piace molto anche il thriller, ma non sopporto il noir. Inteso come espressione del lato oscuro del criminale. Dove non importa l’analisi razionale o psicologica dei personaggi, ma piuttosto viene messo in risalto il gusto di animale impulsivo, perverso o sadico dell’assassino; dove non ha valore il lato investigativo se non solo per creare l’occasione di introdurre suspense. Dove il sangue, le parti del corpo mutilate, seviziate, bruciate o venerate in modo lascivo, sono l’intreccio di base, poco importa la storia. Già… a volte mi sento di affermare che la differenza fra il noir e gli altri generi della sottocategoria, quelli citati prima, sia la stessa che passa tra il porno e l’erotico. Un abisso! E se l’erotico può avere classe e uno sviluppo creativo, il porno ĆØ nutrimento per i porci. Mi scusino gli amanti del genere…

Ā 

C’ĆØ un autore esordiente che segnaleresti ai nostri lettori?

Ce ne sono cosƬ tanti… sia di esordienti sia di emergenti, che alla fine non saprei chi scegliere. E forse sarebbe anche ingiusto farlo. O meglio, essendo io un’esponente della categoria, non dovrei permettermi di stilare classifiche sui miei colleghi.

In Italia viviamo in un periodo di crisi, anche in Svizzera ĆØ lo stesso e come si riflette nel mondo letterario

SƬ, in Svizzera ĆØ lo stesso. Anzi, a volte mi chiedo se non siamo messi pure peggio. Basti pensare alle grosse tensioni tra America e l’Unione delle Banche Svizzere, oppure ai tanti disoccupati prodotti dallo stallo dei mercati che hanno paralizzato molte aziende: di piccole dimensioni se si considerano le realtĆ  internazionali, e quindi maggiormente deboli. C’è molta crisi e si sente. Forse non tutti sono stati toccati, ma molti si sono ritrovati davvero in cattive acque. Come si riflette questa crisi nel mondo letterario? Non saprei rispondere a questa domanda perchĆ© non frequento ambienti letterari. Ma posso dire il mio punto di vista: forse questo potrebbe essere il momento di rispolverare un po’ di ottimismo e messaggi positivi, e quindi, proprioIMG_0742 in quegli ambienti, invece di premiare sempre e solo quelle espressioni artistiche che puntano a svelare i lati oscuri di vite semplici e sofferte, si potrebbe dar risalto ad altre opere, a costo di venir accusati di promuovere letteratura leggera… Ā 

Quali sono gli scrittori emergenti svizzeri?

Beh, il termine ā€œsvizzeriā€ ĆØ un po’ fuorviante. Come sai la Svizzera si suddivide in ben quattro regioni linguistiche, ma personalmente mi interesso di e leggo solo pubblicazioni italofone, quindi posso rispondere in merito a chi sono gli scrittori emergenti della svizzera italiana.

In tal caso va detto che sono davvero molti gli scrittori che pubblicano o hanno pubblicato libri in Ticino. Tralasciando la vecchia guardia, di recente ha fatto parlare molto di sĆ© Andrea Fazioli, di cui a giorni uscirĆ  il suo terzo libro, con Guanda. Un altro di cui si ĆØ parlato ĆØ Francesco Sergi, che nel 2007 vinse il Campiello giovani come migliore opera straniera, anche se non mi risulta che abbia giĆ  esordito con un suo libro. Mentre tanti altri fanno parlare un po’ meno, ma forse solo perchĆ© ĆØ difficile farsi notare dalla stampa e qui la lista si allungherebbe a dismisura: Daniele Dell’Agnola, Maurizio Rotanzi, Claudine Giovannoni, Adriano Cavadini, Matteo Pelli… e poi… beh… ecco… ci sarei anche io.

Ti piace Shakespeare?

Lo adoro, adoro la sua molteplicità di temi e stili che anche simultaneamente vengono espressi nelle sue opere teatrali. Adoro quella sua ironia, che non manca neppure nella tragedia più grande, così come trovo fantastico il suo gusto comico quando si trasforma in grottesco con quegli accenti popolari che permettono di rendere ancor più viva la scena. Per non parlare della sua straordinaria capacità di indagare sentimenti, destini, logiche degli istinti umani, degli individui tutti, che trovano degli archetipi nei suoi personaggi.

Sei femminista? Pensi che nel mondo letterario ci sia tanto maschilismo?

Verso Venezia 21[1].08.09Ritengo il femminismo, come il maschilismo, e molti altri movimenti, dei fenomeni estremi. Io amo la via di mezzo. Non sopporto gli estremismi di nessun genere. E se giĆ  i termini stessi sono ā€œestremiā€ aggiungere anche ā€œtantoā€ li rafforza in modo infinito: no, non lo penso.

Parlami della tua cittĆ  vi ambienteresti mai un libro?

Non ci crederai ma, tranne ā€œUn gigolo in doppiopettoā€, gli altri libri sono tutti ambientati, se non totalmente, almeno in parte nella mia città…

Per te è più difficile delineare i personaggi o le ambientazioni?

Dipende. A volte mi sorprende veder un personaggio prendere forma, altre non riesco a caratterizzarlo come vorrei, e allora lo metto in secondo piano. Lo stesso vale per le ambientazioni… ma capita anche che dipenda dal tipo di libro che scrivo. Nel primo non ho voluto descrivere le persone, o almeno non più di tanto, perchĆ© volevo lasciare tutto sul piano dell’immaginazione: L’angelo apprendista, infatti, ĆØ un viaggio onirico, e come tale, a volte, i personaggi non si vedono neppure… Di Un caffĆØ a Kathmandu, ho voluto invece puntare molto sull’ambientazione perchĆ© quel che volevo far emergere era il Nepal… al di lĆ  della storia. Nel caso di Un gigolo in doppiopetto, ho puntato tutto sul personaggio principale, giacchĆ© era la sua storia quel che importava e quindi degli altri personaggi non mi sono curata troppo. Guardie, ladri e tracciatori rispecchia invece molto di più la struttura classica: ho cercato di mettere tutto sullo stesso piano sia ambientazione sia personaggi, perchĆ© in questo caso l’intreccio narrativo, l’avventura non mirava tanto a veicolare un messaggio forte, ma voleva proprio raccontare una storia. Il prossimo di cui ho giĆ  parlato all’inizio (sarĆ  un giallo d’impronta classica) punterĆ  moltissimo sui personaggi, sui loro profili psicologici, e quindi mi sono concentrata al massimo sulla loro caratterizzazione. Insomma, dipende…

Hai poi tradotto in tedesco “Un gigolò in doppiopetto”?

Chi si ĆØ preso a carico questo arduo compito (non essendo professionista) mi ha confidato che ĆØ molto più difficile di quel che pensava… quindi ancora nulla.

Se facessero un film dei tuoi libri ne saresti felice?

Ā Vuoi scherzare? E chi non lo sarebbe…?

Hai un sogno nel cassetto? Per una scrittrice che importanza ha il successo?

Più di uno. Come tutti (mi auguro). Ma il massimo sarebbe poter guadagnare a sufficienza per mantenermi con la vendita dei libri (insomma diventare professionista) per poter avere il tempo di continuare a scriverli. Ma soprattutto per avere il tempo di fare con calma e in modo più approfondito le tante ricerche che servono per produrre buoni libri, e non solo libri… e vale lo stesso discorso per scrivere senza interruzioni, cosƬ da non perdere il filo dei ragionamenti. PerchĆ© alla fine ĆØ questo il vero problema di un emergente. La differenza tra un autore professionista e uno che può scrivere solo alla sera dopo otto ore di lavoro, o durante i finesettimana, quando ci riesce. Ecco il motivo per cui ĆØ importante il successo: per avere il tempo di poter scrivere meglio…

Ā 

Come ti documenti per la stesura dei tuoi libri, usi molto internet o preferisci frequentare biblioteche?

Le biblioteche le frequento piuttosto per scrivere gli articoli d’approfondimento. Mi servo, infatti, di quei libri storici di cui non si trovano tracce in Internet. Lo stesso ragionamento lo faccio anche quando scrivo libri. In genere utilizzo Internet, ma ad esempio per la stesura di Guardie, ladri e tracciatori, sono stati fondamentali due libri presi in biblioteca e di cui ne parlo in modo esteso all’interno della storia stessa. Tornando a internet – detto tra noi – spesso preferirei andare a prendere le informazioni che mi servono direttamente dall’artigiano, piuttosto che dal negoziante di armi. Oppure visitare una regione per poterla descrivere in modo più appropriato e sentito… ma, come si diceva prima, bisogna avere il tempo per farlo.

Parlami del tuo metodo di scrittura scrivi di getto, fai molte stesure?

Ā Scrivo di getto. Credo che potrei essere indicata come una scrittrice compulsiva. Il giallo che conta circa 200 pagine e che potrebbe diventare il quinto libro della mia produzione, l’ho scritto nel tempo libero rubato a tre settimane lavorative.

Ti piace la poesia? Quali sono i tuoi autori preferiti?

Uhm… non ho un buon rapporto con la poesia. O meglio, ritengo la maggior parte delle poesie cosƬ personale e intima che mi scoccia pensare che la si possa condividere. uvs090314-002Sorry. In ogni caso ce n’è una, un classico, che mi ĆØ entrata sottopelle e non riesco a non pensarci di tanto in tanto: Ed ĆØ subito sera di Salvatore Quasimodo.

Collabori ancora con Apeiron?

Fin quando Un caffè a Kathmandu verrà venduto, sì, la collaborazione continua. Proprio qualche mese fa io e un portavoce di Apeiron siamo stati ospiti a Cento per una presentazione del libro (Foto allegata).

Trovi interessante il teatro, hai mai pensato di scrivere testi teatrali?Ā 

Mi piacerebbe goderne un po’ di più (ma costa un sacco andare a teatro). In ogni caso, beh, devi sapere che uno dei miei libri preferiti ĆØ il monologo teatrale intitolato Novecento di Alessandro Barico: ĆØ semplicemente straordinario. Ma non credo assolutamente di essere all’altezza di scrivere testi teatrali, anche se più d’una volta ho pensato che L’angelo apprendista potrebbe essere l’unico dei miei libri ad adattarsi per una trasposizione.

Fai viaggi all’estero, qual ĆØ l’ultimo posto dove sei stata?Ā 

SƬ, amo viaggiare. L’ultimissimo posto in cui sono stata ĆØ Venezia (sono tornata ieri dopo una follia di mezza estate). Un paio di mesi fa sono stata invece una settimana a Tropea in Calabria. Anche se con il termine viaggi in genere io mi riferisco piuttosto a quelli fuori Europa. Quindi direi che l’ultimo paese visitato ĆØ stato il Kenya, un po’ meno di un anno fa. Amo il sud del mondo.

La fotografia ĆØ ancora un tuo grande amore?Ā 

Come si possono dimenticare o accantonare i grandi amori? Anche in questo caso ĆØ comunque questione di tempo…

Quali lettori preferisci? Intrattieni corrispondenze con i tuoi lettori?Ā 

ƈ meglio dirti quelli che non preferisco: sono i ā€œlettoriā€ che giudicano il tuo libro prima ancora di leggerlo!

E… sƬ, se un lettore mi scrive (lasciandomi un recapito), il minimo che posso fare ĆØ rispondergli. ƈ giĆ  capitato più volte, e posso assicurare che ricevere una lettera di un lettore sconosciuto fa molto piacere.

Ami la letteratura underground?Ā 

Uhm… la cultura underground si basa su un movimento alternativo, ma pur sempre movimento… No, non amo chi si copre le spalle dietro un movimento. Il discorso ĆØ uguale a quello fatto per il femminismo o il maschilismo… solo che in questo caso, lo associo ancora di più alla politica, intesa come sistema: e io non amo la politica, perchĆ© non amo i sistemi, come non amo i movimenti.

Ami i libri di fantascienza? Di Asimov che ne pensi?
Ā 

No, non è il genere che preferisco, o meglio finora non ne sono stata attratta. Ho letto solo un libro di fantascienza, e non ricordo più neppure il titolo. Ragione per cui non ho mai letto Asimov, quindi non posso esprimermi in merito.

Scrivi solo romanzi a o anche racconti?Ā 

Ho cominciato a scrivere romanzi (li preferisco), ma nel frattempo ho scritto anche una ventina di racconti, quasi sempre, però, solo allo scopo di partecipare a qualche premio letterario: mi hanno detto che non vanno snobbati e io seguo i consigli. In effetti un paio di racconti sono stati anche selezionati: due sono finiti in altrettante antologie, e uno ĆØ stato segnalato dalla giuria come meritevole di attenzione. Ne ho comunque ancora alcuni in fase di concorso…

Ascolti musica mentre scrivi?Ā 

No. A dire il vero ĆØ da parecchi anni che non ascolto musica in generale. Il punto ĆØ che mi distrae profondamente. Amo ascoltare le canzoni non tanto per la musica, ma per le parole. Mi sembra l’espressione che maggiormente mi permetta di apprezzare una forma di poesia più globale. Infatti prediligo la musica italiana o spagnola, proprio per il fatto che capisco quel che dicono. Come potrei ascoltare una canzone e contemporaneamente scrivere? Sarebbe come leggere una poesia e pretendere di scrivere qualcos’altro allo stesso momento. O faccio una cosa, o l’altra.

Ā 

Come ti vedresti da qui a un anno?Ā 

AhimĆØ, temo che sarò allo stesso punto in cui mi trovo ora, fuorchĆ© non accada un miracolo: quello che mi permetterebbe di coronare il mio sogno. In quel caso la mia vita, in un certo senso, verrebbe completamente stravolta. E io, in fondo, mi sto preparando giĆ  da un po’ di tempo per assorbire il colpo šŸ˜‰

ChissĆ  forse un giorno si realizzerĆ  davvero…

Ā 


Manuela Mazzi di certo non ĆØ più adolescente, anche se ad alcuni piace definirla un po’ naif. In realtĆ  ĆØ nata a Locarno (Svizzera) giĆ  nel 1971. Si diverte a fare la giornalista ed ĆØ appassionata di fotografia. Dal 2003 lavora per il settimanale d’approfondimento Azione, mentre nel tempo libero fa reportage fotografici come free lance per altre riviste e si distrae scrivendo libri. Tant’è che prima di questo ne ha giĆ  pubblicati tre: L’angelo apprendista; Un caffĆØ a Kathmandu; e Un gigolo in doppiopetto (riservato a un pubblico adulto).
Manuela ama molto anche viaggiare: meglio se con il sacco in spalla al posto di un trolley in mano, Ā«per gustare appieno il sapore dell’avventuraĀ», dice. Sono molti i paesi che ha visitato per un mese, due e anche tre, oppure per pochi giorni: dal Nepal all’India, dall’Egitto, alla Grecia, dall’Australia al Pakistan, dall’Italia, all’America del Nord, dal Centro America all’Africa, e tanti altri ancora. E qualche viaggio ha avuto modo di farlo anche grazie allo sport che ha praticato intensamente per oltre tredici anni come agonista e istruttrice di Karate, ma questa ĆØ un’altra storia.

29 agosto 2009

:: Intervista a Filippo Landini

 

E’ uscito da un paio di mesi "Red Rec Play Black" (LineaBN-La Carmelina Edizioni), il tuo ultimo sorprendente romanzo, vuoi parlarcene?

 

Red Rec Play Black lo iniziai alcuni anni fa quando stavo a Milano e mi prodigavo in ambienti anarchici e di produzioni audiovisive militanti. Mi sembra che il romanzo nacque dallo stesso titolo che altro non è che l’atto di mettere in registrazione un dispositivo elettronico. La prima stesura era senza punteggiatura, cercavo una sintassi arcaica. Però la fruibilità non era così immediata e quindi decisi che per la pubblicazione dovevo utilizzare un’altra strategia letteraria.Ferrara Game Over

Una denuncia spietata alla società globalizzata, echi dei proclami delle RAF, rimandi alle avanguardie del Novecento. Ma cosa ha ispirato realmente "Red Rec Play Black"?

 

In effetti la parte teorico-didattica del romanzo è una trasformazione di alcuni passi di una sorta di manuale di guerriglia urbana del gruppo politico armato tedesco, le RAF appunto, in forma di dialogo fra alcuni personaggi del romanzo. La denuncia alla globalizzazione di stampo capitalistico è il timone dell’intera operazione denominata Red Rec Play Black, ossia un documentario il cui climax è il processo lisergico a cui è sottoposto un potente industriale rapito dalla stessa troupe. Delle avanguardie storiche si sentono le contraddizioni che ne sono poi le peculiarità, cioè il collettivismo della poetica e del vissuto ma anche la chiusura e l’antagonismo verso ciò che è alieno al gruppo, alla tribù operativa. Nel romanzo si rivela un romanticismo astratto, un nichilismo macchiato di moralismi, binomi tipici delle avanguardie storiche.

Per la città moderna che fa da scenario al tuo libro ti sei ispirato a qualche metropoli in particolare?

 

In particolare no. E’ una metropoli europea, un po’ tedesca ma potrebbe essere anche Milano, Atene, Barcellona. Di stampo occidentale comunque. E’ la metropoli delle avanguardie storiche, la sinfonia urbana interrotta dalle sortite del gruppo in azione.

Quali sono le influenze letterarie che senti maggiormente "tue"?

 

Parlerei intanto di influenze narrative. Senza dubbio le storie di Andrea Pazienza, i suoi fumetti sono illuminanti. Mi hanno influenzato molto anche le canzoni di Fabrizio De Andrè o dei Velvet Underground. Nella letteratura italiana il realismo visionario di Italo Calvino mi ha sempre coinvolto. Come stile mi piace molto Elio Vittorini, il suo romanzo “Uomini e no” ha un linguaggio scevro e preciso. Senza dubbio devo nominare il maestro infinto, William Burroughs, un rabdomante della difficoltà esistenziale ma anche delle giuste vie da percorrere. Il suo “Manuale delle Giovani Marmotte” è spassosissimo e acuto nelle analisi sociali.

foto Fili naso pagliaccioFai parte del collettivo Alba Cienfuegos, autori del romanzo "Eri tutto lungo. Cavallo Pazzo e altri cani sciolti" (LineaBN-La Carmelina Edizioni). Vuoi parlarcene?

Il nostro romanzo collettivo è stata, anzi è tutt’ora, un’esperienza importante per quel che riguarda la mia attività di scrittore. Il romanzo è ambientato a Milano tra il 1976 e il 1978, gli anni  micidiali, come direbbe Alberto Camerini il bizzarro cantautore famoso all’epoca di Cavallo Pazzo. La preziosa memoria storica di Mario Javed Saggittario, uno dei quattro autori, ha portato gli altri tre, Lorenzo Mazzoni, Enrico Astolfi ed io, nelle strade e nelle piazze di Milano degli anni Settanta.

Secondo me l’organismo Alba Cienfuegos ha dato ottimi frutti. Io l’ho vissuta come fosse uno spettacolo ambientato nella metropoli in subbuglio, in cui ognuno di noi ha messo in atto vari personaggi. E’ stato un processo di conoscenza, storica e politica innanzi tutto, abbiamo fatto molto ricerca prima e durante la stesura. Poi di conoscenza anche personale fra noi autori, penso di aver colto aspetti dei miei colleghi che senza lo scrivere non avrei avvertito. Quando io, Filippo, incontravo Mario intorno al tavolo della cucina di Lorenzo, io  mi sentivo di parlare con il Roccia, il suo personaggio e io potevo essere Renè o Flip, forse più Renè, i personaggi da me inventati. E’ una storia del quotidiano dove gli scontri di piazza si mischiano ai viaggi psichedelici, gli amori infranti alle assemblee studentesche, i sogni alle paranoie.

redrecplayblackCome ti sei trovato a lavorare a "otto mani?"

 

Penso che noi quattro avessimo un forte interesse per l’epoca storica che abbiamo affrontato. Il tutto è nato da Mario e Lorenzo. Lorenzo stava scrivendo un altro libro con Enrico e io avevo voglia di scrivere sugli anni ’70 e farlo in maniera collettiva mi ha entusiasmato subito. Mi sono divertito molto, certi dialoghi tra il mio Renè e il Riccio di Lorenzo mi fanno ridere molto. Mi interessava anche come gli altri autori trattassero i miei personaggi nelle parti in cui il loro personaggio era soggetto. Come dicevo prima, scrivere a più mani è un processo di conoscenza e di scambio continuo, ma anche di momenti solitari e di individualità, che è lo status del singolo scrittore.

Sono passati nove anni dall’uscita del tuo primo romanzo, "Ferrara Game Over" (Edizioni Nomade Psichico). Cos’è cambiato nel tuo modo di scrivere?

 

"Ferrara Game Over" era una sceneggiatura da cui feci un lungometraggio con Max Czertok. Durante la produzione, che durò un anno, l’editore Marco Boni volle pubblicarlo conservando certe morfologie verbali della sceneggiatura e così uscì questo testo ibrido fra letteratura e sceneggiatura.

redrecPlayblack-1Stilemi che un po’ si ritrovano anche in “Red Rec Play Black”, viste le situazione che vengono narrate, cioè riprese video, set, dialoghi serrati. Dal 2001 non penso di aver cambiato molto il mio stile, spero di essere migliorato nel narrare le situazioni e gli intrecci.

Oltre che scrittore anche videomaker indipendente, hai curato lungometraggi, booktrailers, video sperimentali, cortometraggi. Vuoi parlarci un po’ di questa esperienza?

A me piace raccontare quello che vedo, di cui sento parlare e farlo con le parole o con le immagini mi risulta congeniale. Purtroppo il video ha dei costi di realizzazione che il libro non ha, questa è la grande forza delle letteratura, quella di essere praticabile anche senza risorse economiche. Scrivere e girare storie in video è molto stimolante, vi puoi mettere suoni e musiche, raccontare in due secondi quello che con le parole ti servirebbero due pagine. Scrivere, inquadrare, fare il montaggio fanno parte del mio quotidiano, la mia stessa professione verte nel mondo audiovisivo in tutte le sue varianti. Ma è la letteratura la mia origine, la parola, la poesia nella sua sintesi comunicativa.

L’elemento filmico influenza il tuo modo di scrivere?

 

Non saprei, l’indugiare nelle descrizioni appartiene tanto al linguaggio letterario che a quello visivo. Al momento il mio stile è abbastanza sintetico, cerco di descrivere l’ambiente con poche parole e lasciare quindi al lettore lo spazio dell’immaginazione. In effetti anche nei miei video c’è sempre un montaggio serrato, Game Over ne è un manifesto in questo senso. Probabilmente lo scrivere per le immagini influenza anche i miei lavori letterari.

Progetti per il futuro?

 

Per l’anno prossimo sto scrivendo un libro d’azione in cui una improbabile coppia di agenti segreti, cioè un agente nordcoreano e un ex militante bombarolo dell’IRA irlandese danno la caccia a un informatico della Nord Corea scappato dal proprio paese. E’ una storia abbastanza comica in cui si confrontano la filosofia di Confucio con quella guerrigliera dei rivoluzionari nord irlandesi. E’ un viaggio per il mondo in cui devo fare molta ricerca geografica e politica, molto interessante per la mia attività di scrittore.

-Grazie e buona giornata

 

Grazie a voi e arrivederci.

:: Intervista ad Eliott Parker

27 agosto 2009

Ā 

 Eliott Parker perché uno pseudonimo?

Ā 

E’ stata una scelta motivata sostanzialmente da due fattori, uno logico e razionale, l’altro più istintivo. La motivazione logica ĆØ nata dal desiderio di separare la mia professione (lavoro nel campo della comunicazione dello sviluppo personale) dalla scrittura, nata come hobby e divertimento e sviluppatasi poi sino a farmi arrivare alla pubblicazione del mio primo romanzo. La motivazione istintiva invece ĆØ nata da un vezzo, quello di avere un nome ā€œda giallistaā€. Ho riflettuto un po’ sul nome da darmi assieme a mia moglie e poi ĆØ nato… Eliott!

Ā 

Hai un agente letterario?

Ā 

Purtroppo no. E dire che l’ho anche cercato… purtroppo ho trovato poche persone e tutte mi hanno chiesto un compenso anticipato solo per leggere il mio libro. Un agente serio, che legga il mio romanzo e decida poi se promuoverlo o meno, incassando la sua buona percentuale sulla pubblicazione, non l’ho trovato… ma se qualcuno si farĆ  avanti mi farĆ  molto piacere!

Ā 

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

Ā 

SƬ. Tra l’altro i miei studi e la mia professione mi hanno fatto conoscere questo argomento. Occorre però chiarirci cosa si intende per scrittura creativa. Se la intendiamo come una serie di tecniche e strategie per tirare fuori dalla propria mente idee, atmosfere, parole, allora mi piace. Se invece per scrittura creativa si intende: ā€œio ti insegno come si scriveā€, allora no, non mi interessa. Insegnare a scrivere ĆØ simile alla maieutica socratica e non può essere insegnare ad una persona a scopiazzare uno o più stili di scrittura.

Ā 

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Ā 

Ultimamente leggo poco… però, uno scrittore che non legge! Comunque in passato ho apprezzato Asimov, Van Dyne, Kundera, Danila Comastri Montanari…

Ā 

Il libro più bello che hai letto e quello che avresti voluto scrivere.

Ā 

I due libri coincidono: ā€œLo scherzoā€ di Milan Kundera. Infinitamente più bello del celebrato ā€œL’insostenibile leggerezza dell’essereā€ ĆØ un libro semplicemente meraviglioso. ā€œSe fossero di carta le montagne e l’acqua inchiostro, e le stelle scrivani, e se a scrivere fosse l’ampio universo intero, pure scrivere non potrebbe fino in fondo il testamento del mio amoreā€¦ā€.

Ā 

Eliott e l’hard boiler che relazione?

Ā 

Penelope, la protagonista del mio romanzo, ha caratteristiche peculiari che non la fanno inquadrare all’interno di questa categoria. Riesce ad essere solare e ottimista e vive in un mondo del quale si sente parte e che vuole, con il suo piccolo contributo, migliorare. Ovviamente ha i suoi momenti difficili, oscuri… ma il quadro di fondo resta quello.

Ā 

Ā 

Cos’è il talento per te duro lavoro o un dono innato?

Onestamente non lo so… forse entrambe le cose. Senza lavoro un dono innato serve a poco… o forse no?

Ā 

Parlaci del tuo primo libro ā€œIl colpevoleā€ ĆØ nato di getto o dopo una lunga gestazione?

Ā 

L’idea ĆØ nata di getto, in pochi minuti. Poi durante la stesura si ĆØ via via definita e raffinata… ma l’impalcatura di base ed i caratteri dei personaggi sono rimasti quelli. L’ho pensato come un romanzo snello, veloce. Fresco e solare, da leggersi tutto d’un fiato. Una lettura di atmosfera e di azione, che immerge il lettore in ambienti tutti da scoprire ed in una storia appassionante ed avvincente. Un libro con un suo carattere, una sua forte impronta ed una sua personalitĆ  e che quindi può piacere come no. Un romanzo perciò lontano da tanti best seller che dopo essere passati dalle mani dei vari editor sembrano tutti uguali, quasi fatti ā€œcon lo stampinoā€ e quindi piatti e senza spessore.

Ā 

Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

Ā 

No. Avevo iniziato a buttare giù le idee principali l’impalcatura che ho giĆ  in mente per poi iniziare a scrivere… un bel romanzo. Poi però mi sono fermato. Inizierò nuovamente quando ne avrò lo stimolo, magari con la prospettiva di pubblicare con un editore importante ed arrivare cosƬ al grande pubblico.

Ā 

Ā 

Che consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

Ā 

Un consiglio cinico: senza conoscenze non si pubblica con editori importanti. E senza pubblicare con editori importanti non si arriva non solo al grande pubblico, ma neppure ad un pubblico ā€œaccettabileā€. Cercate di arrivare a qualche persona che conta e sottoponete a questa persona il vostro lavoro. L’idea che nell’editoria italiana si scoprano nuovi talenti ĆØ una falsitĆ  assoluta.

Ā 

Ā 

Cosa ne pensi della letteratura poliziesca scandinava da Mankell a Stieg Larsson ?

Ā 

Mi spiace, non la conosco.

Ā 

Ami scrivere di notte quando i rumori sono più attutiti?

Ā 

Quando inizio a scrivere mi isolo dal mondo esterno e mi tuffo in quello di Penelope… a quel punto ĆØ per me indifferente cosa accade nel mondo ā€œrealeā€.

Ā 

Parlami del tuo personaggio Penelope Guzman come ĆØ nato e dimmi se si ispira a tua moglie?

Ā 

Non si ispira direttamente a lei ma certamente contiene al suo interno alcuni dei suoi tratti più belli ed interessanti. E’ una persona forte e decisa ma che non per questo ha perso una briciola della sua femminilitĆ . Il lavoro l’ha resa forse più forte ma Penelope rimane una persona sensibile e riflessiva. Le piace stare da sola e vede la compagnia come un piacere e non come una necessitĆ . E’ appassionata del suo lavoro e non lo cambierebbe con nessun altro… ma non ĆØ una fanatica delle indagini e quando decide di staccare, stacca davvero. Una persona interessante e ricca di sorprese.

Ā 

Chi sono i tuoi autori italiani preferiti?

Ā 

Danila Comastri Montanari, Pirandello e pochi altri.

Ā 

Che rapporto hai con la televisione pensi che sia la moderna agorĆ ?

Ā 

Guardo molto la TV e traggo da essa ispirazione per la scrittura, ciò appare anche nel mio romanzo. La stessa figura di Penelope ha molte somiglianze con alcune protagoniste dei telefilm statunitensi. Credo che in prospettiva sia Internet la moderna agorà ma i tempi sono ancora prematuri. Amo le serie statunitensi ed inglesi, anni luce superiori alle nostre nella regia e nella sceneggiatura.

Ā 

Che libro stai leggendo attualmente?

Ā 

Nessuno…

Ā 

Hai un blog ti piace il contatto diretto con i lettori?

Ā 

SƬ, molto. Il lettore da’ un giudizio vero ed autentico sul mio romanzo. Il critico purtroppo ĆØ troppo spesso condizionato da schemi, sovrastrutture mentali e stereotipi che gli impediscono una valutazione serena ed oggettiva di quello che legge.

Ā 

Ti piace concedere interviste?

Ā 

SƬ, molto!

Ā 

Quando hai capito di essere un vero scrittore?

Ā 

Devo ancora capirlo… scherzi a parte, la scrittura per me ĆØ ancora poco più che un hobby, per il futuro vedremo.

Ā 

Definiscimi la parola libertĆ .

Ā 

Fare quello che si vuole senza violare o diminuire la libertĆ  degli altri. Lo stato serve a questo: dare delle regole mi permettano di esprimermi liberamente senza prevaricare gli altri.

Ā 

Utilizzi gerghi, slang nei tuoi libri?

Ā 

No, il mio italiano ĆØ molto ā€œpulitoā€, non mi piacciono slang o gerghi. La lingua deve essere un veicolo di comunicazione, di unione e non di divisione. Se tutti parlassimo la stessa lingua il mondo sarebbe certamente migliore sotto tutti i punti di vista.

Ā 

Cosa preferisci scrivere in un libro i dialoghi, i luoghi, la caratterizzazione dei personaggi?

Ā 

Mi piace un po’ tutto ma se devo dare una preferenza opterei i dialoghi seguiti dai luoghi. Ho uno stile molto personale di scrivere dialoghi e pensieri, il problema ĆØ che spesso molti critici non hanno compreso che quello stile ĆØ voluto, ĆØ uno stile personale, semplice e incisivo, molto lontano dai dialoghi di ā€œCommesseā€.

Ā 

L’incipit di il colpevole mi ha ricordato Raymond Chandler ti ispiri a questo autore?

Ā 

Non lo conosco…

Ā 

Conosci altri scrittori, li frequenti ?

Ā 

Purtroppo no. Vivo in un piccolo centro che da questo punto di vista ĆØ morto. Ho avuto occasione di conoscere Danila Comastri Montanari ma ĆØ stata una piacevole eccezione.

Ā 

Ti piace Simenon ?

Ā 

L’ho letto molti anni fa… sƬ, mi piace.

Ā 

Se trasformassero in film i tuoi libri ti piacerebbe?

Ā 

SƬ e penso che si presterebbero molto ad essere trasposti in un film. Nella mia mente i romanzi nascono come un film e solo successivamente io li traspongo in scrittura… per Penelope quindi essere protagonista di un film sarebbe, in un certo senso, un ā€œritorno alle originiā€.

Ā 

Come ĆØ cambiata la tua vita da quando hai pubblicato il tuo primo libro?

Ā 

In una prima fase ĆØ cambiata: recensioni, interviste, qualche presentazione. Adesso si sta ā€œnormalizzandoā€ā€¦ vedremo in futuro!


Ā  NOTA BIOGRAFICA

Eliott Parker ĆØ nato quarantatrĆØ anni fa. Cresciuto nella classica famiglia degli anni ’70, dopo l’universitĆ  si specializza nel personal coaching diventando esperto in comunicazione e sviluppo personale.

ƈ felicemente spostato con Paola, una donna meravigliosa. Vive con sua moglie ed in compagnia dei loro due gatti, Sidney e Totoro.

Approda alla scrittura quasi per caso. Sin da piccolo amava leggere e scrivere (durante l’adolescenza ha anche composto un romanzo). Questa passione però ĆØ rimasta sopita per molti anni, sommersa da scelte personali e professionali che lo hanno portato lontano dalla scrittura. Scrittura che in questo periodo ĆØ rimasta perlopiù relegata a saggi, dispense ed articoli relativi alla sua professione.

Le cose sono cambiate quando sua moglie, con una laurea in lettere ed una testa piena di idee, ha avuto occasione di leggere ed apprezzare alcuni suoi brevi saggi, lodandone la scorrevolezza e la creativitĆ  ed esortandolo quindi a riprendere in mano la penna.

Eliott ha ricominciato cosƬ a seguire la propria vena creativa e dopo alcuni primi scritti ĆØ arrivato al suo primo romanzo, ā€œIl colpevoleā€, primo di una serie. Infatti la protagonista, Penelope Guzman, gli ha raccontato un’interessante storia relativa ad un caso da lei seguito. Un’intrigante storia che ha deciso di condividere con tutti i lettori che la accompagneranno in questa affascinante avventura.

Per contattare l’autore vai sul sito www.eliottparker.com. Vi troverai anche le ultime news, aggiornamenti su Penelope Guzman e sul suo mondo ed anteprime esclusive per i lettori più affezionati.

:: Intervista a Gianpaolo Borghini

6 luglio 2008

1978-Gianpaolo, vuoi spiegarci la trama del tuo romanzo, Il tango dell’angelo perduto?
È la storia di Alfonso Lopez, un medico argentino che, in seguito al rapimento di Laura, una ragazza con la quale stava nascendo qualcosa, da parte di una squadraccia del regime militare, fugge in Italia. Siamo nel 1978 e il momento è quello dei mondiali di Argentina ‘78.
Dopo varie vicissitudini, che nel libro mi limito ad accennare, arriva a lavorare al pronto soccorso dell’ospedale di Ferrara, la mia città. Il libro inizia nel momento in cui Alfonso, forse a causa di un incubo, dove ripercorre il rapimento di Laura, crede di riconoscerla in una ragazza che viene portata all’ospedale in condizioni disperate, dopo essere stata ripescata dal Po. È in coma e presenta tante e tali lesioni che difficilmente potrà sopravvivere a lungo.
Il problema è che la ragazza, malgrado siano passati ventisette anni, appare uguale a come gli è stata portata via a Buenos Aires nel 1978 e il narrato si riferisce al 2005.
Per cercare di spiegarsi questo ritorno misterioso e, forse, per tentare di recuperare un passato opprimente, Alfonso ritorna a Buenos Aires, dove non era più tornato. Lì è costretto, suo malgrado, a riviere buona parte di tutto quello da cui era scappato. A causa di una serie di avvenimenti, anche fantastici, in cui il tempo smette di essere la convenzione che è, ma diventa una scansione orribile di emozioni, recupera in parte quello da cui era scappato.
Scoprirà poi una verità possibile e una impossibile sulla fine di Laura. Fra le due verità sarà impossibile scegliere, per lui.
Alla fine credo che Alfonso, malgrado tutto, non riesca a chiudere i conti con il passato.
-Cosa ti ha ispirato la figura di Alfonso Lopez, il medico argentino rifugiato in Italia?
La risposta più diretta, ma anche la più banale, è che Alfonso Lopez è nato dentro di me, in qualche parte ben nascosta e lì si è sviluppato, fino ad obbligarmi a scrivere la sua storia. Posso dire, non meno banalmente, che non so di preciso da dove venga. Si tratta probabilmente di un collage di brandelli di personaggi letterari con pezzi di me stesso a tenerli uniti o, viceversa, brandelli di me stesso con un collante di personaggi letterari. Credo che sia difficile individuare la provenienza di un personaggio d’invenzione come il protagonista del mio romanzo, almeno se non si è in presenza di un’illuminazione improvvisa, che in questo caso non c’è stata.
Posso dire, invece, che la scintilla che ha scatenato “Il Tango dell’Angelo Perduto” è stata la lettura di “Le Irregolari” di Massimo Carlotto. Un bellissimo romanzo ambientato in Argentina. È la narrazione di un viaggio dell’autore a Buenos Aires, sulle tracce di un nonno che lì era emigrato e che, una volta tornato, si era comportato come se quel periodo non fosse esistito. Poi il viaggio diventa qualcosa di diverso: un percorso nel dramma dei desaparecidos.
-Perché una storia d’amore ambientata in Argentina?
Diciamo che la storia d’amore è stata una scusa per poter parlare d’altro. Quello che mi interessava era il dramma umano di un popolo oppresso da una dittatura orrenda e inaccettabile e, allo stesso tempo, il dramma della scelta da che parte stare. Nessuna dittatura si sorregge senza l’appoggio, diretto o indiretto, di tantissime persone. In Argentina non era Videla che torturava e uccideva di sua mano, ma un numero notevole di persone che facendolo riceveva un vantaggio diretto, soprattutto economico. Un aspetto che rende ancora più oscena tutta la vicenda della dittatura militare argentina è il “business” che è stato fatto sui desaparecidos.
Poi, la storia d’amore, è abbastanza anomala, nel senso che si tratta di un amore potenziale che, proprio a causa della sparizione di Laura, non può compiersi. Non è detto che sarebbe stato un amore di un certo rilievo, ma questo rimanere in un limbo inespresso è quello che ha impedito ad Alfonso di uscirne, rimanendoci legato tutta la vita. Allo stesso modo vi è rimasto legato il suo doppio, ma per capire questo bisogna leggere il libro.
cortazar-Come ti sei documentato per ricreare l’ambientazione drammatica della dittatura?
Come ho già detto la lettura di “Le Irregolari”che ha acceso qualcosa probabilmente già presente dentro di me e che parla del dopo dittatura. Poi i film di Marco Bechis, Figli-Hijos e Garage Olimpo. Ho utilizzato anche internet, ovviamente, che è una fonte inesauribile di informazioni, se solo sai cercare. In fondo, però, sono dell’idea che, trattandosi di narrativa d’invenzione, non sia nemmeno così importante che i luoghi corrispondano esattamente, che siano davvero così nella realtà o che tutto sia andato come lo descrivo io.  Credo, piuttosto, che il valore del mio testo, se presente, possa trovarsi l’atmosfera di un contesto angoscioso, sperando di averla resa in un modo credibile e il porre la questione di questi orrori irrisolti: i responsabili sono perlopiù liberi e i 30.000 morti innocenti, nella sola Argentina, non hanno visto pagare nessuno dei principali responsabili. Questo mi premeva ricordare, aldilà della precisione storica delle descrizioni.
-Il tuo libro non ha molti dialoghi diretti, come mai questa scelta così inusuale?
Diciamo che mi pongo la questione in seguito alla tua domanda. Mentre scrivevo assolutamente non me la sono posta. Il fatto che i dialoghi siano difficili da scrivere è il dogma dello scrittore principiante. Ma credo che non sia per questo che ho usato pochi dialoghi. Direi che ho cercato più le descrizioni, la vista. Diciamo che ho cercato un effetto sì cinematografico, ma per immagini piuttosto che per dialoghi, è stato quello che mi è sembrato più adatto alla storia che volevo raccontare.
-Conosci scrittori argentini? Ami la letteratura sudamericana?
Posso dire che la letteratura sudamericana è un mare in cui non ho navigato quanto avrei voluto e soprattutto quanto meriterebbe, fino ad ora. Ho letto qualcosa di Borges e di Guimarães Rosa oltre a “Cent’anni di Solitudine” di Garcìa Màrquez , ma il mio autore sudamericano preferito è l’argentino Julio Cortázar. Mentre scrivevo il Tango dell’Angelo Perduto ho letto “Il Gioco del Mondo”. Di Cortázar appezzo l’ironia intelligente e la comprensione dei complessi meccanismi della vita e il “Il Gioco del Mondo” è un libro che non posso che consigliare a tutti, un vero capolavoro universale. Ho cercato di rendergli anche un piccolo omaggio mettendo anch’io una Maga: il personaggio femminile principale del libro di Cortázar, anche se profondamente diverso dall’originale.
9788806144272g-Quale via pensi debba prendere la narrativa esordiente italiana per avere un po’ di visibilità?
Questa è una domanda alla quale è molto difficile rispondere. L’esordiente, subito dopo aver superato il già difficile scoglio della pubblicazione e, mi raccomando, sconsiglio chiunque ad accettare le proposte di editori a pagamento, intendendo anche quelli che ti fanno comprare 300 o 400 copie del tuo libro, spesso si trovano in un imbuto buio. Almeno che non si esordisca per un grande editore, con ufficio stampa, giornali di supporto e tutto quello che sappiamo, ottenere un po’ di visibilità è una lotta, spesso, difficilmente vincente. E questo è un peccato, perché molta letteratura esordiente è interessante, contiene spunti e idee importanti, meriterebbe palcoscenici differenti da quelli in cui è relegata a causa della scarsità di lettori e delle logiche economiche imposte nell’editoria come in una qualsiasi industria. E in questo intendo sia gli editori che le catene delle principali librerie. Proprio la rete, però, può venire in aiuto e dare un mano a chi, altrimenti, non potrebbe uscire dal circolo di promozione che per troppi, purtroppo, termina dopo le due o tre presentazioni sotto casa. Occorrerebbero iniziative indipendenti, tali da creare un mercato parallelo a quello principale, in cui venga data la possibilità agli scrittori esordienti di confrontarsi con un pubblico, lasciando a quest’ultimo la decisione sul valore di un’opera. Quasi sempre questo contatto non è possibile.
-Hai progetti per il futuro?
Prima di tutto, nei prossimi mesi è prevista l’uscita di un altro mio romanzo, “Il Bambino dei Miracoli” con Giraldi Editore di Bologna. Poi sto cercando di finire un nuovo libro che rischia di soverchiarmi per troppa complessità, di sui preferisco ancora non parlare. Contemporaneamente faccio parte di un gruppo di scrittori, voluto e coordinato dal grandissimo Giulio Mozzi, persona squisita e dalla genialità vulcanica. Lo scopo è quello di scrivere un libro collettivo su un caso di cronaca nera avvenuto a New York, andato sui giornali alla fine degli anni ’90. Forse ne verrà un romanzo, forse un’altra forma narrativa o più di una. Per il momento ci divertiamo e credo che questo sia l’importante.

Breve sinossi che corrisponde al retro di copertina
La vita di Alfonso Lopez, medico argentino rifugiato in Italia durante la dittatura militare, viene sconvolta dal riapparire di Laura, la ragazza di cui era innamorato, svanita in quegli anni di orrore. Lei è ancora giovane come allora, anche se sono passati più di vent’anni.
Spinto dagli eventi e dalla curiosità di collocare un ritorno così straordinario, soprannaturale, Alfonso torna indietro, a quella Buenos Aires che aveva rifiutato e viene costretto a vivere quel terribile passato. Pur avendo cercato di evitarlo con la fuga.
Grazie al contributo di una serie di personaggi limite e di un concatenarsi di avvenimenti anche fantastici, il protagonista ritrova quella vita che aveva abbandonato per paura. Ritrovando, nel proprio doppio, tutto il male di quegli anni dissennati.
Codice ISBN: 9788862111177
Note biografiche
Gianpaolo Borghini è nato a Ferrara nel 1968.
Nel 2006 il suo racconto "Intelligence Combat" è stato inserito nell’antologia "Venti
d@lla Rete" edita da Graphe.it. Nel 2007 è entrato fra i cinque finalisti del concorso "Nuove Storie Ferraresi" con il racconto "L’Emigrante e il Becchino", che è stato pubblicato da Corbo Editore nell’antologia conseguente.
Il suo primo romanzo "Il Bambino dei Miracoli" è in via di pubblicazione da Giraldi Editore.
Il "Tango dell’Angelo Perduto" è il suo nuovo romanzo.