Archive for the ‘Uncategorized’ Category

22 settembre 2009

:: Lorenzo Mazzoni intervista Loriano Macchiavelli

con sottofondo di All or Nothing At All (John Coltrane Quartet) 

Ha voglia di descriverci in poche parole "Sarti Antonio", uno dei suoi personaggi più celebri?
Risposta:
Se riuscissi a descrivere in poche parole “Sarti Antonio” avrei sprecato tutto il tempo che ho impiegato a scrivere non so quanti romanzi e racconti con lui protagonista. Voglio dire che i personaggi letterari, tutti, si costruiscono storia dopo storia. Direi addirittura riga dopo riga. Fra l’altro, nel caso di Sarti Antonio, sergente, commetterei una scorrettezza verso i suoi lettori. Vi sarete accorti che non l’ho mai descritto fisicamente, al contrario di altri personaggi per i quali abbondo di particolari. L’ho fatto per lasciare ai lettori la possibilità di costruirsi il Sarti Antonio, sergente, che la loro fantasia suggerisce. Non vorrei parlare neppure del Sarti Antonio inconscio, quello che sta dietro la persona fisica. Vale lo stesso discorso: ognuno scopra, fra le righe, il personaggio che preferisce. Saremo contenti in tre: il lettore, io e Sarti Antonio.

Con Marcello Fois e Carlo Lucarelli ha fondato il "Gruppo 13". Vuole parlarci di questa esperienza?
Risposta:
Il Gruppo 13 ha avuto una grandissima importanza nella costruzione del Nuovo Giallo Italiano. Anzi, è stato, a mio parere, la molla che ha fatto scattare l’interesse negli editori, prima di tutto, nei lettori e nella critica poi. La sua storia è lunga e proficua e cercherò di riassumerla in breve.
Nasce nel 1990 a Bologna (forse perché a Bologna c’è l’unico autore che si dia da fare per promuovere il giallo italiano, cioè io, senza presunzione) per iniziativa di Carlo Lucarelli, di Marcello Fois e del sottoscritto. All’inizio è costituito dagli scrittori Pino Cacucci, Massimo Carloni, Nicola Ciccoli, Danila Comastri Montanari, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Lorenzo Marzaduri, Loriano Macchiavelli, Gianni Materazzo, Sandro Toni e da due illustratori: Claudio Lanzoni e Mannes Laffi. Dodici.
È stata un’esperienza riuscita dopo altri tentativi di raggruppare gli scrittori italiani di giallo, tentativi che iniziano nel 1980 a Cattolica con il Sigma (Scrittori Italiani del Giallo e del Mistero). In seguito io e altri volonterosi abbiamo provato nel 1984 con il Gruppo 8 nel quale, oltre al sottoscritto, c’erano Perria, Olivieri, Veraldi, Enna, Russo, Signoroni e Felisatti.
Il G 13 si propose come punto d’incontro e di scambio culturale e intellettuale fra scrittori e illustratori che operavano e vivevano nell’area emiliano-romagnola e in particolare bolognese per promuovere con iniziative la conoscenza del genere, sollecitando e aiutando gli esordienti.
Il Gruppo poi aumenta con l’adesione di Eraldo Baldini, Giampiero Rigosi, Franco Foschi, Mario Coloretti e altri, mentre alcuni rinunciano o prendono altre strade come i due disegnatori.
Il primo lavoro comune che appare in libreria è I delitti del Gruppo 13, Metrolibri, 1991, una raccolta di racconti (tradotta poi anche in Francia) e nella quarta di copertina appare la seguente scritta:
Il crimine dilaga a Bologna. Echeggiano gli spari sotto i portici, si muore all’ombra delle torri. E Marlowe parla ormai con accento emiliano. Sarà un caso che a Bologna e dintorni oggi proliferino gli scrittori di giallo? Sono tanti, agguerriti, organizzati. Hanno perfino creato un sodalizio: il Gruppo 13, cui aderiscono dieci scrittori e due illustratori. Di loro questa antologia rappresenta il primo impegno collettivo: dieci racconti inediti, tutti avvincenti, tutti illustrati. Cosa unisce questi autori, oltre alla bolognesità e all’indiscutibile talento? Sicuramente il clima culturale comune: quello di una città prolifica e vivace che ha già saputo esprimere fenomeni importanti come una grande scuola di fumetto. Alla quale, per inciso, appartengono i magnifici illustratori dei racconti qui proposti.
Nel 1992 esce una raccolta di dieci racconti (Stampa Alternativa) dove ognuno degli autori del Gruppo 13 presenta, oltre a un proprio racconto, il racconto di un esordiente (altri dieci racconti, quindi). Alcuni degli esordienti faranno strada.
Oggi i fondatori dell’ex Gruppo 13 possono vantarsi di aver dato un contributo indispensabile alla attuale situazione di ricchezza del giallo italiano.

Nelle sue storie Bologna è sempre personaggio comprimario, il territorio dove si svolgono i fatti non è mai solo uno sfondo. Ci sono altri luoghi che le interesserebbe "studiare" come ha fatto per la città felsinea?
Risposta:
Devo confessare che Bologna come luogo-personaggio, oggi non mi interessa. Non la riconosco più e non è più la mia città. Non è per rimpianto di come eravamo e come siamo. La colpa è mia che non riesco a frequentarla come in passato. O forse è dei troppi scrittori che la usano come scenario ai loro romanzi e quindi la trovo inflazionata. Il mio ultimo romanzo Delitti di gente qualunque parte da Bologna, ma si svolge quasi interamente in sull’Appennino fa Emilia e Toscana. Non è una montagna qualunque: è la montagna della mia infanzia e gioventù che ho ritrovato con i suoi misteri, miti e segreti e dove si fondono in maniera straordinaria il passato e il presente.
Forse qualche mio lettore ricorderà che è lo stesso luogo utilizzato da me e Guccini per i nostri romanzi.

Com’è nata la collaborazione con Francesco Guccini?
Risposta:
È nata a cena, in occasione della presentazione di un mio romanzo durante la quale Guccini mi raccontò la storia di un parroco trovato ucciso negli anni ’30, a Pavana. Non fu mai trovato il responsabile. Una bella storia di montagna, di rancori, odio e amore e Guccini me la regalava per un mio romanzo. Era presente anche Antonio Franchini, responsabile delle letteratura italiana alla Mondadori, il quale ci propose di scriverla assieme. Ha funzionato e siamo al quinto romanzo in coppia. 

L’ispettore Sarti è andato anche in TV, in onda su Rai Due nel 1991. Cosa ricorda di quell’esperienza? Cosa ne pensa della trasposizione televisiva del suo personaggio?
Risposta:
Per la verità Sarti Antonio è andato in Tv nel 1978 (Sarti Antonio brigadiere, quattro puntate, regia di Pino Passalacqua); nel 1985 (L’archivista, regia di Guido Ferrarini); nel 1991 (Sarti Antonio, un poliziotto, una città, tredici puntate, regia di Maurizio Rotundi); nel 1994 (Id. sei film, regia di Giulio Questi). A suo tempo ebbero un grande successo, ed è ciò che conta, grazie soprattutto a Gianni Cavina che era uno straordinario Sarti Antonio.

E della trasposizione in fumetto?
Risposta:
Gianni ;Materazzo, che lo ha disegnato per la rivista Orient Express (diretta da Luigi Bernardi, uno scopritore di talenti) è stato molto bravo a creare il clima degli anni settanta a Bologna e a mantenere le atmosfere e i personaggi del romanzo. 

La letteratura contemporanea è costellata di moltissimi ispettori, "sbirri", commissari, investigatori privati, fra i tanti Fabio Montale di Izzo, Llob di Khadra, Héctor Belascoàran Shayne di Taibo II. Conosce questi autori, e in generale, cosa ne pensa della narrativa noir e poliziesca di questi ultimi anni?
Risposta:
Come lettore non ce la faccio a tener dietro al mercato editoriale del genere. Dovrei utilizzare tutto il mio tempo, notte e giorno, nella lettura, mentre devo anche scrivere. Alcuni autori li conosco.
Per raccontate la letteratura noir contemporanea, bisognerebbe partire da quella che l’ha immediatamente preceduta perché è da lei che deriva. È certo che il romanzo poliziesco contemporaneo ha messo radici, ed era ora, nella realtà dei nostri giorni, ma ancora non sono spuntati i frutti che io mi auguro.

Qual è la sua opinione riguardo i nuovi narratori italiani? C’è qualche nome che reputa interessante?
Risposta:
Per i narratori italiani vale quanto detto prima. Ci sono piacevoli novità e c’è la solita solfa. Ma è così per tutta la letteratura, di genere e in genere: si pubblicano bei romanzi e brutti romanzi. Decida il lettore a chi dare la sua preferenza.

C’è una giornata tipo nei periodi di lavoro creativo?
Risposta:
Per me non esiste il metodo. Fortunatamente posso scrivere quando ne ho voglia e cioè spesso. Preferisco la mattina presto. Non sono uno scrittore maledetto che vive e crea nella notte. La notte la dedico al sonno. Non bevo, non fumo, sono monogamo… Insomma, una lagna. 

Sta scrivendo?
Risposta:
Sì, ho cominciato a scrivere racconti alle medie per i miei compagni di classe e continuo per chi ha voglia di leggermi. Sto lavorando a due romanzi.  

18 settembre 2009

:: Intervista a Luca  Artioli

img_5644Come è nato in te l’amore della scrittura?
A 19 anni, dopo la maturità, ho sentito il desiderio di esprimermi in maniera del tutto differente a quanto avessi mai fatto prima. La scrittura era la chiave. Soprattutto perché, come diceva l’intellettuale francese Jules Renard, “scrivere è il modo migliore per parlare senza essere interrotti”.

Quali sono state le tue prime letture?
Ero letteralmente folgorato dalla poesia di un certo filone mistico-meditativo, divoravo ogni cosa avesse scritto Gibran e Tagore.

Parlami del tuo lavoro.
Ai lettori di questo blog il mio lavoro risulterebbe di sicuro poco interessante. E li capirei in pieno. Nell’essere bancario, infatti, non c’è nulla di intellettualmente stimolante. Per cui, soprassediamo…

Che libro stai leggendo attualmente?
”Non buttiamoci giù” di Nick Hornby, un romanzo polifonico che mi sta divertendo e appassionando.

Cosa ne pensi del fenomeno letterario legato alla Trilogia di Millenium di Stieg Larsson?
Anche se non ho ancora letto la Trilogia (e forse non lo farò mai), credo che fenomeni letterari di questa portata siano semplicemente il frutto di un abile strategia di marketing. Senza nulla togliere alla qualità delle opere, sia chiaro. Peccato che, nel caso specifico di Larsson, ad arricchirsi saranno soltanto i suoi eredi e, soprattutto, il suo editore…

Quale è il tuo strumento di scrittura preferito?
Prendo appunti sulla mia Moleskine o dovunque altro capiti, ma rielaboro i miei testi esclusivamente davanti al pc.

Parlami del tuo metodo di scrittura.
È una domanda che richiederebbe una risposta molto articolata. Vi basti sapere che prima di affrontare la pagina bianca mi documento tantissimo. La scrittura necessita di conoscenza e consapevolezza, soprattutto quando decidi di cimentarti in racconti-inchiesta come ho fatto io negli ultimi due anni.

Quando non scrivi cosa fai?
Tutto il resto: ascolto musica, leggo, vado al cinema, sudo in palestra e, ogni tanto, mi innamoro…

Il libro più bello che hai letto.
Difficile dare un titolo solo. Al momento, mi viene in mente “Mao II” di Don DeLillo. Ma anche “Le correzioni” di Jonathan Franzen e “Sostiene Pereira” del nostro Antonio Tabucchi li metterei su un ipotetico podio.

Hai letto Ibsen?
No, mi spiace.

Ti piacerebbe scrivere testi teatrali?
A dir la verità, nel 2003 ho già scritto un copione teatrale di ambientazione gonzaghesca. È stata una bella esperienza cimentarmi con un testo che richiedesse un approccio completamente differente a quelli da utilizzare con il romanzo o la poesia.

Quale è l’opera di Shakespeare che più preferisci?
”Molto rumore per nulla”.

C’è un Luca Artioli omonimo in internet che effetto ti fa?
Nessun effetto, ce ne sono molti altri sparsi per l’Italia. E non solo. Quello di cui parli, è un fotografo professionista che si divide fra Milano e Miami. Ogni tanto ci scriviamo. Dovresti girare la domanda a lui, visto che è nato prima…

Pensi che Giorgio Faletti scriva da solo i suoi libri e a proposito di ghost writer cosa ne pensi?
I ghost writer rappresentano il lato oscuro di una passione (quella di scrivere) che dovrebbe avere sempre come focus finale la condivisione e la comunicazione. Le logiche di mercato, però, scelgono soprattutto la faccia di chi deve relazionarsi con il pubblico e molto spesso questa non coincide con quella di chi ha realizzato l’opera. Su Giorgio Faletti non mi esprimo, perché rispetto il lavoro di tutti e soprattutto perché non ho alcuna prova per confutare o suffragare quanto mi stai chiedendo.

Frequenti premi e concorsi letterari, ne hai mai vinti?
Ogni tanto qualcosa si vince, sì.

Cosa ne pensi delle scuole di scrittura come l’Holden di Baricco, le frequenteresti?
No, ma è evidentemente una mia opinione personale. Credo che per scrivere bene se ne possa fare anche a meno.

Quali autori emergenti italiani segnaeleresti?
Per quanto riguarda la narrativa, dico Cristiano Cavina, che con il suo ultimo romanzo “I frutti dimenticati” (Marcos y Marcos, 2008) è risultato a sorpresa tra i dodici finalisti dell’ultimo Premio Strega.
Nella poesia, invece, Francesca Pellegrino. È un’autrice tarantina, appena uscita con una silloge davvero apprezzabile, intitolata “Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni” (Kimerick, 2009).

Che consigli daresti agli autori emergenti?
Ritengo di non aver ancora maturato un’esperienza tale da poter dare consigli a chi vuole cimentarsi nella scrittura. Credo che una buona dose di impegno e di divertimento siano elementi fondamentali per intraprendere questo cammino. Un cammino, però, che ci deve vedere sempre con i piedi per terra. Consiglio spassionato: non pensare mai di scrivere meglio degli altri…

Che rapporti hai con internet?
Lo uso con moderazione, anche se ormai è diventato indispensabile per aumentare le possibilità di farsi conoscere e di divulgare ciò che si è scritto. A tal proposito, vi invito a visitare la mia home page all’indirizzo http://www.lucaartioli.it.

Hai amici scrittori, li frequenti?
”Amicizia” è una parola impegnativa. Diciamo che ne conosco alcuni e qualche volta mi è capitato di mangiare allo stesso tavolo. Stop. Frequento, invece, i membri de “La Confraternita dell’Uva”, un gruppo di aspiranti autori mantovani-modenesi-bresciani-comaschi che ho fondato nel 2006 e con i quali ho recentemente pubblicato un’antologia di racconti sulle problematiche infantili (“Il rumore degli occhi”, Edizioni Creativa 2009).

Cosa pensi di facebook?
È il social network del momento, niente di più.

La crisi in Italia si riflette anche sulla mancanza di sovvenzioni per la cultura che rimedi suggeriresti?
Per il nostro Paese non basterebbe neanche la bacchetta magica, perché proprio chi fa politica (e quindi viene chiamato a fare scelte anche per noi) è il primo a non avere cultura. E per “cultura”, intendo il termine nella sua accezione più ampia, quindi non solo come amore per le arti in genere, ma come modus operandi quotidiano. Un rimedio? Non saprei esemplificare. Trovo incredibile, però, parlare con autori importanti come Elisa Biagini (“L’ospite”, Einaudi 2008) e sentirmi dire che nel suo periodo trascorso in USA ha potuto guadagnarsi da vivere con la poesia. Facendola e insegnandola nelle università. Qui, se provi a mettere insieme due strofe ti guardano strano.

Il rapporto tra cinema e letteratura quale film tratto da libro giudichi il migliore?
Senza dubbio “Seven”, di David Fincher.

Hai un sogno nel cassetto?
Trasferirmi in Irlanda.

Scrivere ti rende felice?
Mi fa essere me stesso, per cui credo di sì.

La fama, il successo quanto incidono nel tuo mondo interiore?
Non lo posso sapere, non avendo né l’una, né l’altro. Magari, un giorno, potrai rifarmi la stessa domanda e ricevere una risposta differente. Chi lo sa…

:: Intervista a Arthur Phillips

17 settembre 2009

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Arthur Phillips giovane promessa letterraria americana i cui libri sono stati accolti da un unanime consenso di critica. Per “l’Archeologo” parole di elogio da NewsweekĀ “eleganza e la maestria dei grandi gialli del passato rivivono finalmente grazie al talento di Arthur Phillipsā€, per Publisher Weekly il romanzo ā€œavvince e sorprende il lettore a ogni paginaā€, per Booklist ĆØ ā€œun romanzo costruito ad arteā€, per Mattew Pearl autore de ā€œIl Circolo Danteā€ ĆØ ā€œraffinato, originale, astuto … assolutamente sorprendenteā€.Ā Ā 

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Benvenuto Arthur. Parlaci un po’ di te.

 

Sono uno scrittore americano. Sono nato a Minneapolis e attualmente vivo a Brooklyn, New York. Ho 40 anni, due figli, una moglie e due beagles. Ho scritto quattro romanzi e sto lavorando al prossimo. Sono molto felice.Ā 

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Da quanto tempo scrivi?

Ho cominciato a scrivere il mio primo romanzo ā€œPragaā€ nel luglio del 1997. CosƬ sono …12 anni che faccio questo mestiere ormai. Avevo 28 anni a quel tempo ed ero piuttosto vecchio per realizzare quello che ho sempre voluto fare essere un romanziere. Ho il sospetto che la maggior parte degli scrittori inizino molto prima ma ho dovuto imparare altre cose prima di poter iniziare a scrivere.

Ā 

Parlaci dei tuoi libri. Quale ĆØ stato il primo?

Ā 

Il mio primo romanzo ĆØ stato Praga una storia ambientata malgrado il suo titoloĀ  a Budapest in Ungheria dove ho vissuto molto felicemente dal 1990 al 1992. Il romanzo ha per protagonisti alcuni americani che vivono in Europa Centrale subito dopo la caduta del muro di Berlino, narra della loro condizione adulta e del loro difficile stato di espatriati. Poi ho scritto ā€œL’Archeologo ā€ ambientato in Egitto nel 1920 ĆØ la storia di uno scavo archeologico andato molto male. Angelica ĆØ una storia vittoriana, inizia come una storia di fantasmi ma finisce in un modo molto diverso. ā€œThe song is youā€ ĆØ ambientato nella Brooklyn contemporanea, una strana e oscura storia d’amore, un libro sulla musica.

Ā 

Quale consiglio daresti agli aspiranti scrittori?

Ā 

Consiglierei di ignorare la maggior parte dei consigli.Ā  L’unico consiglio che mi sembra a assolutamente valido ĆØ quello di leggere. E scrivere. Tutto il resto potrebbe non adattarsi a voi, al vostro talento, alla visione che avete del mondo o al vostro sviluppo.

Ā 

Ti piace Hemingway?Ā 

Ā 

Si veramente molto. Hemingway ĆØ uno dei miei 20 scrittori favoriti di tutti i tempi. Lo amo (come per gli altri) per il suo essere unico. Hemingway al suo meglio può essere solo Hemingway. Poi mi piace anche per un altro motivo. Ho letto ā€œThe Sun Also Risesā€ a 19 anni una seconda volta a 25 poi a 35 e ogni volta mi ĆØ piaciuto ma per ragioni diverse e ho avuto sentimenti molto diversi per quanto riguarda i personaggi. Penso sia la prova che un romanzo ĆØ davvero ben scritto.

Ā 

Leggi scrittori contemporanei?

Ā 

Si ma non così spesso di quanto legga quelli defunti. 

Ā 

Quali scrittori ti hanno maggiormente influenzato?

Ā 

Decine di scrittori hanno avuto un enorme influenza su di me e molti altri che non ho ancora letto avranno influenza su di me. E’ molto difficile dire che uno di loro mi ha influenzato più degli altri. Ma se devo dire uno su tutti ,Ā cito per esempio Vladimir Nabokov , che stimo per molte ragioni, ma soprattutto perchĆ© penso abbia esplorato la libertĆ  del romanzo meglio di chiunque altro.

Ā 

Qualche progetto di film tratto dai tuoi libri?

Ā 

Si, un racconto intitolato ā€œPiazza Venceslaoā€ sta per diventare un film e due dei miei romanzi forse diventeranno progetti per il cinema ma non posso dire ancora niente.

Ā 

Ti piace l’Italia?

Ā 

Certo, appassionatamente. Ho viaggiato molto in Italia come turista e sogno un giorno di trasferirmi come residente. Come lettore sono in debito con Svevo, Calvino, Lampedusa, Manzoni…..

Ā 

Tra i tuoi romanzi quali preferisci?

Ā 

Una domanda impossibile temo.Ā 

Ā 

Quale ĆØ il tuo processo di scrittura. Per quanto tempo scrivi le tue storie?

Ā 

Sono un padre e un marito cosƬ tengo un calendario. Io lavoro tutti i giorni in un caffĆØ circa tra le quattro e le otto ore, dipende a che punto sono nella stesura del romanzo, poche ore all’inizio molte di più verso la fine.

Ā 

Quale ĆØ il consiglio migliore che hai ricevuto sulla scrittura e sul processo editoriale?

Ā 

Il miglior consiglio ĆØ che queste sono due cose diverse. Per la scrittura :scrivi quello che ti piace. Per l’editoria: a differenza della scrittura dove tu sei l’unica parte coinvolta e tutto sta al tuo gusto, nella pubblicazione tutto quello che fai sarĆ  un compromesso, cosƬ decidi in anticipo le cose su cui accetterai compromessi e quelle no.

Ā 

Cosa consideri più difficile circa l’arte di scrivere?

Ā 

Fermarmi.

Ā 

Leggi le tue recensioni buone o cattive e che differenza fa per te?

Ā 

Si le leggo ma ancora oggi non so perchƩ. Non fanno nessuna differenza spesso sono contraddittorie e parlano id cose passate.

Ā 

Quale ĆØ il modo migliore per trovare un agente o un editore?

Ā 

Sono passati circa dieci anni da quando ho iniziato a cercare un agente. Temo che tutti i miei consigli isano ora fuori moda. Forse questo ĆØ ancora valido: non hanno bisogno di voi cosƬ tu devi impressionarli fin dall’inizio.Iniziando dalla lettera con cui ti rivolgi a loro.

Ā 

Hai vissuto a Parigi e a Budapest. Ti piace la vecchia Europa?

Ā 

Certamente. Ho viaggiato attraverso l’Europa da quando avevo vent’anni e ci ho vissuto quasi per cinque anni. Il mio secondo figlio ĆØ nato a Parigi. Non vedo l’ora di tornare a vivere in Europa.

Ā 

Ora vivi a New York. Ti piace questa cittĆ ?

Ā 

Si la amo. Tanto quanto amo l’Europa amo gli Stati Uniti e New York, specialmente Brooklyne.

Ā 

Sei stato educato ad Harvard. Insegni scrittura creativa?

Ā 

No, ho alcuni pregiudizi sull’idea.

Ā 

L’ArcheologoĀ ĆØ strutturato in diversi punti di vista. Ami questa tecnica?

Ā 

Per me la storia determina le tecniche e la struttura. L'”Archeologo” inizia come un immagine poi una storia e molto dopo divanta tecnica e struttura.

Ā 

Angelica ĆØ una storia vittoriana di fantasmi?

Ā 

Per un poco si lo ĆØ. Poi diventa qualcosa di diverso e lascia la storia di fantasmi dietro.

Ā 

Il tuo ultimo romanzo ĆØ un omaggio alla musica?

Ā 

SƬ, “The Song is You” inizia per un desiderio di scrivere sulla musica, di trasmettere i sentimenti che un pezzo di musica suscita, l’emozioni e come la musica possa cambiare il tuo modo di sentire e agire anche quando poi la musica ĆØ finita.

:: Intervista a Giorgio Ballario

15 settembre 2009

Grazie Giorgio di aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te.

Ā 

E’ presto detto: ho 45 anni, sono giornalista professionista da 16, lavoro alla Stampa nella redazione centrale di Torino. In passato mi sono occupato molto di cronaca nera e giudiziaria, ma da un paio d’anni mi dedico al meno appassionante lavoro di redazione, che però mi lascia più tempo libero per scrivere.

Ā 

Da giornalista a scrittore di narrativa il passo ĆØ stato breve o ĆØ il frutto di una lunga maturazione?

Ā 

No, il passo non ĆØ stato per niente breve. Prima di tutto da un punto di vista psicologico: chi ĆØ abituato a sintetizzare una storia in 50 righe all’inizio fatica a concepire una narrazione senza limiti, come quella di un romanzo. E poi il giornalismo ĆØ (o dovrebbe essere) la descrizione di fatti reali, invece un romanzo permette di volare con la fantasia e con la creativitĆ . Nel mio caso trattandosi di romanzi storici, se cosƬ li vogliamo classificare, ĆØ importante soprattutto la verosimiglianza. Mi spiego meglio: la cornice ĆØ storica, quindi curata da un punto di vista della ricostruzione, ma poi la storia prende la piega della fiction.

Ā 

Il giornalismo ĆØ una dura scuola, come ha influito questo bagaglio di esperienza sul tuo stile narrativo?

Ā 

Di sicuro ha influito sullo stile, nel senso che l’abitudine al taglio giornalistico ha favorito un tipo di scrittura abbastanza essenziale, scarna, senza fronzoli. Che poi ĆØ anche quella che preferisco nei grandi autori della letteratura mondiale. Faccio due nomi per tutti, sia pure diversissimi fra loro: Hemingway e Simenon. Ammiro gli scrittori che hanno uno stile complesso, magari un po’ barocco tipo certi sudamericani (penso al primo Garcia MĆ rquez…), ma in definitiva resto affezionato alla scrittura essenziale. Non a caso sia Hemingway che Simenon hanno cominciato come giornalisti…

Ā 

moriereNel tuo processo di maturazione artistica quali autori italiani o stranieri ti hanno più influenzato? Hai dei maestri letterari?

Ā 

Oddio, quando sento parlare di ā€œprocesso di maturazione artisticaā€ mi viene da guardarmi intorno per assicurarmi che tu stia parlando davvero con me… Dai, non esageriamo, l’arte ĆØ un’altra cosa… Al massimo possiamo parlare di un lavoro di tipo artigianale, che mi sembra giĆ  un bel complimento nell’epoca del ā€œcopia e incollaā€. Non ho mai pensato di avere un ā€œmaestroā€ al quale ispirarmi; semplicemente avendo letto molti ottimi autori, specie di romanzi gialli e noir, spero di aver arraffato qua e lĆ  qualcosa di buono. Più che parlare di maestri preferirei dirti i miei autori preferiti, nell’ambito della letteratura noir: Simenon, innanzi tutto. E per l’Italia non si può non citare Scerbanenco, il capostipite del noir moderno. Poi ho amato molto Vazquez MontalbĆ n, lo svedese Mankell, l’americano Michael Connelly, Jean-Claude Izzo. Fra i più recenti apprezzo Markaris, Gimenez Bartlett, Roberto Ampuero e Lansdale, per la sua originale miscela di violenza e ironia.

Ā 

ā€œMorire un attimoā€ il tuo primo romanzo che soddisfazioni ti ha dato? Il tuo debutto ĆØ stato come te lo aspettavi?

Ā 

Una grande soddisfazione. Anche se si tratta di un ā€œpiccoloā€ libro al di fuori dei circuiti editoriali che contano, per me ĆØ stato molto importante. PerchĆ© era il primo, ovviamente. E anche perchĆ© ĆØ piaciuto a molti di coloro che lo hanno letto: non solo ho avuto parecchie recensioni positive, ma ho ricevuto pure messaggi e mail da gente sconosciuta che si era trovata chissĆ  come una copia del romanzo tra le mani. E ha sentito l’esigenza di farmi sapere che l’aveva gradito. Fuor di retorica, sono cose che fanno piacere. Quindi, per tornare alla domanda, direi che il debutto ĆØ andato anche al di lĆ  delle aspettative: l’unico rammarico ĆØ per una distribuzione un po’ approssimativa, che ha reso difficile trovare il libro in molte parti d’Italia. Con il secondo, però, questo problema dovrebbe essere superato.

Ā 

Parlaci del maggiore Morosini, ĆØ un personaggio singolare, a chi ti sei ispirato nel crearlo?

Ā 

Morosini è un maggiore dei reali carabinieri in servizio a Massaua, in Eritrea, una_donna_di_tropponel 1935. Credo sia singolare nella sua normalità di uomo e di servitore dello Stato, non è un supereroe né un cervellone alla Sherlock Holmes: indaga facendo ricorso al buon senso e alla tenacia, come avviene  nel 99 per cento delle inchieste poliziesche vere, non quelle dei film americani. Non so se mi sono ispirato ad altri celebri personaggi della letteratura noir, ho cercato di fare di Morosini soprattutto un uomo del suo tempo, senza immaginarlo come un personaggio del XXI secolo proiettato nel passato. Insomma, la sfida è stata proprio di farlo agire, vivere, amare, mangiare e pensare come un ufficiale italiano degli Anni Trenta.

Ā 

Il periodo storico in cui hai ambientato i tuoi romanzi ĆØ piuttosto controverso, per alcuni l’epoca coloniale ĆØ come una macchia nera sul passato del nostro paese. PerchĆ© hai scelto di ambientarci le tue storie?

Ā 

SƬ, ĆØ un periodo controverso. Per alcuni ĆØ una macchia nera, per la stragrande maggioranza degli italiani invece ĆØ un ā€œbuco neroā€, nel senso che ignorano quel che ĆØ successo, forse persino che l’Italia abbia avuto delle colonie africane e che la prima – proprio l’Eritrea – risalga addirittura alla fine dell’Ottocento, molto prima dell’epoca fascista. Senza scendere in valutazioni storico-politiche, credo che la storia di quel fenomeno sia ancora da scrivere. O da riscrivere, perchĆ© non basta dire che gli italiani in Africa sono stati brutti, sporchi e cattivi. Il colonialismo in sĆ© ĆØ un fenomeno complesso e certamente legato a un periodo storico e culturale lontano anni luce da noi, ma solo in Italia se ne dĆ  una lettura completamente negativa. In Francia, Gran Bretagna o Belgio – che hanno avuto esperienze ben più lunghe e per certi versi più traumatiche – si guarda al proprio passato con maggior serenitĆ . Ho scelto questa ambientazione anche per l’originalitĆ  e lo straordinario scenario esotico che offriva, una specie di Far-West italiano che nella mentalitĆ  collettiva dell’epoca era vissuto come una vera e propria frontiera.

Ā 

Come ti sei documentato, hai avuto modo di studiare archivi storici, diari, documenti d’epoca?

Ā 

Ho fatto un po’ di ricerche, ma non cosƬ approfondite da frequentare gli archivi. Mi sono bastati un po’ di libri storici, alcuni diari e testi di memorialistica dell’epoca per comprendere appunto la mentalitĆ  dei colonialisti italiani, alcuni romanzi come il bellissimo ā€œTempo di uccidereā€ di Flaiano. E poi uno straordinario strumento pratico: le guide del Touring Club degli Anni Trenta, che descrivono nei minimi dettagli i territori d’Oltremare e mi hanno consentito di ricreare gli ambienti e le cittĆ  cosƬ com’erano. Quando scrivo che Morosini va a mangiare in un certo ristorante o viaggia sulla tal strada, ĆØ tutto vero. O quanto meno verosimile.

Ā 

L’Italia del 1935 ĆØ molto diversa da quella di oggi o hai avuto modo di trovare delle similitudini e dei parallelismi?

Ā 

ContinuitĆ  ed elementi di rottura sono tipici di ogni societĆ  nazionale. E’ un po’ banale, ma ĆØ cosƬ. Dai tempi di Morosini sono passati quasi 75 anni, ĆØ chiaro che l’Italia ĆØ completamente cambiata, cosƬ come il mondo attorno, ma ĆØ altrettanto chiaro che certi caratteri culturali, umani e psicologici persistono, attraversano carsicamente i decenni e i secoli. Non appartengo a quella scuola di pensiero che vede certi episodi o periodi storici come una ā€œparentesiā€ da mettere nel dimenticatoio. La storia italiana, come quella di qualsiasi nazione o popolo, ĆØ un continuum e come tale va studiato.

Ā 

Anche altri scrittori hanno scelto gli anni 30 per ambientarvi le loro storie, penso a Lucarelli, secondo te la riscoperta di questo periodo ha precise connotazioni sociologiche, ovvero non possiamo capire chi siamo senza studiare chi siamo stati?

Ā 

Direi di sƬ. Come sottolineavo prima, non ci si accontenta più della teoria della ā€œparentesiā€, si vuole approfondire un periodo che fino a poco tempo fa i libri storici travisavano o leggevano in modo esageratamente ideologico. Credo che sia anche merito di una mutata mentalitĆ  politica e del fatto che 70 anni dopo si può ragionare in modo più pacato e obiettivo sul nostro passato.

Ā 

Il giallo, il thriller, il noir per molto tempo ĆØ stato considerato un po’ un genere minore,quasi una lettura di svago, non vera e propria letteratura impegnata, non pensi che al contrario questo genere si presta grandemente ad un analisi anche sociologica e profonda dell’animo umano e dei mali che affliggono la societĆ ?

Ā 

ascari_polizia_paiSono d’accordissimo. E mi accodo a molti autori importanti che considerano il genere giallo-noir come il vero romanzo sociale dell’epoca contemporanea. Anche se poi non bisogna esagerare con i paroloni, perchĆ© da un buon libro giallo – cosƬ come da qualsiasi altro romanzo – come lettore non pretendo un manuale sociologico ma soprattutto pathos, divertimento e una trama avvincente.Ā 

Ā 

Cosa ne pensi della rinascita del giallo scandinavo con fenomeni come cito tra tutti Stieg Larsson?Ā 

Ā 

Non ho letto la trilogia di Larsson ma conosco bene i romanzi di Henning Mankell. Apprezzo moltissimo le atmosfere cupe, pesanti e claustrofobiche che sa creare e la capacitĆ  di analizzare i mali di una societĆ  complessa come quella scandinava. Ma alla lunga preferisco ritemprami con le ambientazioni più solari e ironiche del noir mediterraneo (Izzo, Vazquez MontalbĆ n, Markaris, Gimenez Bartlett…).

Ā 

Sei uno scrittore torinese, raccontaci un po’ la tua Torino.

Ā 

La mia Torino ha molte facce. E’ la cittĆ  operaia, chiusa e un po’ tetra di fine anni Settanta, epoca di terrorismo e dei primi confronti con il mondo degli adulti durante gli studi al liceo d’Azeglio. Quella più scanzonata di metĆ  anni Ottanta, tempi di universitĆ  e prime scorribande per il mondo e anche primi contatti con l’ambiente del giornalismo. Degli anni Novanta mi ricordo il ciclone di Tangentopoli, che ho seguito per motivi di lavoro, e i primi cambiamenti verso una cittĆ  più vivibile, più aperta e meno legata alla monocultura industriale. Una cittĆ  che ĆØ anche riuscita ad assorbire in modo dignitoso, anche se non senza traumi, la grande immigrazione extracomunitaria. E poi la mia Torino ĆØ anche il Toro, le sponde verdi del Po, gli alberi ingialliti in autunno sulla collina, i caffĆØ storici del centro e le vecchie piole dei quartieri popolari. E visto che abito a 20 km dalla cittĆ , ĆØ pure il territorio della provincia, i campi di granturco in pianura e i boschi di castagni in montagna.

Ā 

In ā€œUna donna di troppoā€ la seconda indagine del maggiore Morosini, quanto ĆØ cambiato il tuo stile, hai deciso di affrontare alcuni temi invece che altri?

Ā 

A parte il fatto che ĆØ stato un parto molto meno lungo e difficoltoso del primo, credo di aver affinato lo stile e di essere riuscito a rendere più efficaci i dialoghi. Ho cercato di dare più spessore e introspezione al protagonista e delineare meglio i caratteri dei comprimari; inoltre ho affrontato in modo più esplicito alcuni passaggi erotici che nel primo romanzo erano rimasti decisamente sullo sfondo. Ma i temi di fondo e l’ambientazione restano gli stessi di ā€œMorire ĆØ un attimoā€, anche se questa volta il romanzo si svolge per la maggior parte in Somalia.Ā 

Ā 

Ci sarĆ  una terza indagine?

Ā 

A meno di un clamoroso flop di ā€œUna donna di troppoā€, sƬ. Ho giĆ  un’idea in testa, ma la devo ancora sviluppare.

Ā 

Hai pensato di scrivere un giallo contemporaneo o il presente non ti appassiona cosƬ tanto come il passato?

Ā 

Ci ho pensato eccome, anzi l’ho fatto. Ho scritto un romanzo ambientato ai giorni nostri che ha per protagonista uno strano detective privato italo-argentino, sfigato, un po’ romantico e politicamente scorretto. Ho fatto girare un po’ il manoscritto, ma per il momento non ho trovato un editore interessato. E visto l’insuccesso, sto giĆ  scrivendo anche il secondo romanzo dello stesso personaggio…

Ā 

L’Angolo Manzoni ĆØ la casa editrice che pubblica i tuoi romanzi; che rapporti vi legano?

Ā 

Gli devo molto perchĆ© hanno creduto fin da subito in ā€œMorire ĆØ un attimoā€ e in questi quasi due anni di conoscenza i nostri rapporti sono diventati molto amichevoli.

Ā 

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Quelle negative che effetto ti fanno?

Ā 

Certo che le leggo, ci mancherebbe. Di veramente negative non ce ne sono state, forse perchĆ© il romanzo di un esordiente pubblicato da un piccolo editore non viene preso di mira dai critici più spietati. Comunque quando mi fanno notare certe parti poco convincenti o personaggi non all’altezza cerco di farne tesoro: se la critica non ĆØ malevola dev’essere serenamente accettata come uno stimolo a far meglio. In alcuni casi mi ero giĆ  accorto io che talune pagine non erano riuscitissime.

Ā 

Ci sarai il prossimo anno alla Fiera del libro di Torino? Quale pensi sia il motivo del grande successo di questa iniziativa?

Ā 

Vado sempre alla Fiera del Libro ed ĆØ presente pure l’editore, anche se per promuovere i miei libri preferisco usare altri metodi: al Lingotto l’offerta ĆØ eccessiva e il sistema organizzativo premia i grandi editori e gli autori super-famosi. E i visitatori sono spesso distratti dalle presentazioni-show di taglio televisivo. Preferisco organizzare piccole presentazioni in biblioteche, circoli e librerie: i numeri sono minori ma il livello di attenzione ĆØ più alto.

Ā ballario1Ā 

C’è un aneddoto bizzarro nella tua carriera di giornalista o di scrittore che vorresti raccontarci?

Ā 

Nella mia carriera di giornalista ce ne sono stati parecchi, ma hanno poco a che vedere con il mondo dei libri e della narrativa. Ma piuttosto, ci sarĆ  qualcuno che si leggerĆ  integralmente questa lunghissima intervista? Spero di non esser stato noioso…

Ā 

Ci sono autori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Ā 

Per restare in Italia, di recente mi ĆØ piaciuto ā€œOmbre sul Rexā€ di Daniele Cambiaso, un giallo ambientato come i miei nel Ventennio. Poi mi hanno parlato molto bene di ā€œLa Milano d’acqua e sabbiaā€ di Matteo Di Giulio, che però non ho ancora letto.

Ā 


GIORGIO BALLARIO ĆØ nato a Torino nel 1964. Giornalista, ha lavorato per l’agenzia di stampa Agi, ĆØ stato corrispondente dal Piemonte per svariati quotidiani nazionali e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si ĆØ occupato di cronaca nera e giudiziaria. Nel 2008 per le Edizioni Angolo Manzoni ha pubblicato il suo primo romanzo: ā€œMorire ĆØ un attimo. L’indagine del maggiore Morosini nell’Eritrea italiana”. Nell’autunno 2009, sempre per lo stesso editore, ĆØ uscito il secondo romanzo, “Una donna di troppo”.

13 settembre 2009

:: Intervista a James W Hall

Benvenuto James. Raccontaci un po’ di te. 
 

E’ da 40 anni che scrivo poesia, narrativa, saggistica e sto ancora imparando a farlo.

 

Come iniziò il tuo interesse per la scrittura?Silencer

 

Ero un avido lettore e quando da ragazzo andai al college incontrai un poeta che era mio professore di letteratura. Non avevo mai incontrato un vero scrittore dal vivo prima e divenne il mio modello e la mia ispirazione. Fino allora avevo sempre pensato di volere un lavoro convenzionale come la maggior parte della gente. Ma quando mi resi conto che era possibile essere uno scrittore e un insegnante ho indirizzato tutte le mie energie a studiare i libri e  cercare di imparare come creare letteratura.

 

Quale fu il tuo primo lavoro scritto?

 

Ho scritto poesie durante tutta la scuola superiore e l’università e mi dilettavo con la narrativa. Ho scritto un sacco di poesie d’amore a varie fidanzate. Le mie poesie erano spesso divertenti e accessibili. Ecco un video su youtube di un ragazzo che recita una delle mie poesie: http://www.youtube.com/watch?v=f4fg_33iBEA

 

Come sei arrivato a pubblicare?

 

Le mie prime pubblicazioni furono poesie. Le mandavo ad alcune riviste letterarie e alla fine alcune sono state prese. Questo è stato incoraggiante naturalmente così ho scritto di più, ho inviato di più e ho pubblicato di più. Poi ho cominciato a scrivere racconti e li ho inviati. Per anni sono stati respinti poi alcuni iniziarono ad essere accettati. Dopo circa dieci o quindici anni che avevo iniziato a scrivere un agente letterario mi contattò dopo aver letto uno dei miei racconti su una rivista. Inseguito questo agente trovò un editore per il mio primo romanzo. Questo è successo più di vent’anni fa.

 

Quanto tempo ci hai impiegato?

 

n131868Il mio apprendistato continua come ho detto. Ma ci sono voluti circa dieci anni per imparare il mestiere abbastanza bene da essere pubblicato con una certa regolarità. Dieci anni è un tempo ragionevole io credo. Alcuni scrittori sono più veloci e molti sono più lenti. Ma tu devo amare scrivere così tanto da sopravvivere a tutti questi rifiuti e continuare a scrivere per almeno dieci anni.

 

Prendi ispirazione da eventi reali quando crei le tue trame?

 

In una certa misura si. Ma l’ispirazione migliore arriva mentre si sta scrivendo non mentre si sta sperimentando la vita reale. Quei lampi di riconoscimento e di scoperta che faccio mentre sto davvero lavorando con le parole sono di gran lunga superiori dalla scoperta della vita reale.

 

Come solitamente trovi le idee?

 

Si evolvono. Di solito inizio ascoltando qualcuno che sta parlando e quindi creo qualcuno che parla come loro. Mi interesso alla gente e immagino come siano le loro vite. Cerco anche di trovare un modo per utilizzare materiale autobiografico.  Chiedo a me stesso quale è la cosa più importante della mia vita al momento e come posso inserire ciò nella mia storia.

 

Quale genere di ricerche hai svolto nella stesura del tuo primo libro?

 

Cerco di trascorrere almeno un mese nelle ricerche, così come ho fatto per il mio primo libro. Vado nel luogo dove voglio ambientare la storia. Parlo con la gente, faccio domande. A poco a poco trovo l’argomento che voglio trattare.

Ho scritto su Cassius Clay, la pirateria, le miniere di minerali, e un sacco di altri soggetti come questi. La maggior parte di questi soggetti li ho ricercati su internet o di persona. Sono andato in Borneo per esempio, per fare ricerche sul contrabbando di animali, oranghi per la precisione.

 

Quali libri leggi?

 

Leggo James Lee Burke, John Sandford, e Dennis Lehane che era mio studente all’università di Miami quando insegnavo. Leggo anche non-fiction. Mi piace Malcolm Gladwell e n60200Tony Horwitz.

 

Quale è la tua routine?

 

Mi alzo molto presto alle cinque di mattina scrivo per poche ore, vado a correre o in bici per un ora, poi scrivo fino al tardo pomeriggio. Di solito scrivo 8 ore al giorno. E’ un lavoro. Un lavoro che amo. Il mio problema e che mi piace troppo così non ho tempo per altro.

 

Quali consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

 

E’ una domanda sbagliata. Non preoccupatevi degli editori. Preoccupatevi di scrivere il meglio possibile. Quando scrivete qualcosa di abbastanza buono, o addirittura di spettacolare, la pubblicazione sarà facile. Ho scritto quattro romanzi che fallirono poi il primo fu pubblicato.  Gli editori leggevano i miei romanzi e li respingevano ma io sono stato testardo e ho continuato a scrivere e alla fine ho imparato a scrivere un romanzo e voilà mi è stato pubblicato.    

 

Cosa ne pensi degli e-books?

 

Penso ci sia una rivoluzione in corso e l’editoria elettronica giocherà un ruolo importante nel mondo dei libri entro i prossimi 10 anni. E’ difficile prevedere cosa avverrà, ma è chiaro che i tempi stanno cambiando radicalmente e rapidamente nel mondo della pubblicazione.

 

Parlaci della tua produzione letteraria.

 

Ho pubblicato 4 libri di poesia, una collezione di racconti, una collezione di saggi tratti dagli articoli per giornali che ho scritto e 17 romanzi thriller.

 

Ti piace l’Italia?

 

Amo l’Italia. Mia moglie ed io abbiamo trascorso 10 giorni a Firenze pochi anni fa. E’ un paese meraviglioso. Sono andato al festival noir di Courmayeur un paio di anni fa, sulle Alpi e mi piacque veramente molto. Ho anche trascorso un anno come professore in Spagna e andavo in Italia spesso ed era per me sempre un piacere.

 

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

 

Caparbietà, curiosità, amore per la lingua.

 

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

 

No, dovrei?

 

Quale ruolo svolge internet ?

 

Enorme. Internet è ora usato dalla maggior parte della gente per fare ricerche. Certo non può sostituire la vita reale ma è di grande importanza. Ero abituato a trascorrere molto più tempo in biblioteca di quanto faccia oggi.

 

Quali cambiamenti hai notato del mondo della fiction da quando scrivi?

 

hellTroppi per prenderne nota. Il mondo dell’editoria è diventato molto più competitivo di quanto lo fosse vent’anni fa quando ho iniziato. Chi fa fiction deve avere un occhio sul mercato in questi ultimi tempi mentre una volta, parlo di un paio di decenni fa, uno scrittore di fiction poteva scrivere opere più personali e interessarsi meno alle reazioni del pubblico. Oggi giorno uno scrittore deve essere molto più pratico di realtà editoriali. Leggere libri è solo una delle dozzine di forme di intrattenimento che si contendono l’attenzione del pubblico.

 

Quali scrittori ti hanno influenzato?

 

Tanti. Hemingway, Elmore Leonard, John D. McDonald, Raymond Chandler, Harper Lee, Margaret Mitchell, l’autrice di Via col vento.

 

Fai lo scrittore a tempo pieno o   fai anche altri lavori?

 

Fino a poco tempo fa oltre a fare lo scrittore insegnavo come professore universitario. Sono andato in pensione dopo 36 anni.

 

Come hai iniziato a scrivere crime? Sei un lettore del genere?james j hall

 

Si. E’ stato sempre per me una forma di svago peccaminoso da svolgere nei weekend. Durante la settimana dovevo leggere i libri che insegnavo all’università. La letteratura canonica. Ma mi sono sempre più divertito a leggere i romanzi crime che i libri approvati. Molti dei più grandi romanzieri americani hanno scritto romanzi polizieschi in un modo o nell’altro.

 

A cosa stai lavorando in questo momento?

 

Sto scrivendo un libro sul più grande bestsellers di tutti i tempi e un nuovo romanzo.

 

Come possono i lettori mettersi in contato con te?

Attraverso il mio sito jameswhall.com

12 settembre 2009

:: Intervista a Matteo Siano

Matteo il disagio dell’anima è stato da poco pubblicato come è cambiata la tua vita?

Scrivendo “Il Disagio dell’Anima” sono diventato sicuramente più percettivo. Scrivere mi ha reso sicuramente più attento alle persone e agli eventi che accadono nella mia vita.

Come è il tuo metodo di scrittura?

Appena mi arriva l’”Idea” di cosa scrivere butto giù una scaletta e la connotazione dei personaggi ed imposto i vari capitoli, cercando di costruire una struttura alla quale attenermi durante la scrittura del libro. Mi capita però a volte di interrompere per settimane la stesura del libro per mancanza di idee, poi all’improvviso un fatto accaduto nella realtà o un personaggio reale mi stimolano a continuare.

Hai frequentato scuole di scrittura creativa o sei un autodidatta?

Non ho mai frequentato scuole di scrittura creativa, anche se mi sarebbe piaciuto, in quanto il lavoro da autodidatta comporta sempre il trascinarsi nei propri scritti errori che si potrebbero eliminare con un buon corso di scrittura.

Che lavoro facevi prima di diventare romanziere?

Lavoro ancora attualmente come ottico – optometrista presso i miei due negozi che gestisco nella mia città, Salerno.

Quali sono le tue letture preferite?

Ho letto molto, sin da ragazzo. Iniziai con il genere giallo, da Agatha Christie ad Arthur Conan Doyle, passando poi al genere classico, sia italiano che straniero, mettendo su una considerevole biblioteca personale. Preferisco gli scrittori russi quali Dostoevskij, Turgenev e Cechov; gli scrittori francesi dell’800 e del primo ‘900 quali Victor Hugo, Stendhal e Marcel Proust, nonché l’esistenzialista Sartre; gli scrittori italiani quali Moravia, Svevo, Pirandello, Elsa Morante, e poi ancora Hermann Hesse, Nietzsche, Kerouac. Attualmente sto leggendo “Il Codice dell’Anima” di Hillman, dopo essermi dilettato con “Soffocare” di Chuck Palahniuk, consigliatomi da mio figlio, e del quale ho apprezzato anche la versione cinematografica.

Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

Si. Veramente l’ho già ultimato e, dopo una attenta revisione, dovrebbe essere pubblicato tra qualche mese sempre con la Faligi editore. Si intitola “Un sogno venuto dal passato” e narra del percorso esistenziale di un uomo e una donna, accomunati dal medesimo sogno ricorrente legato all’amore e alla triste sorte capitata ai loro antenati, perseguitati dai fascisti durante la seconda guerra mondiale. È la storia di una ricerca interiore della propria identità e del conseguimento di una più alta consapevolezza della propria umanità e del proprio rapporto con Dio.

Partecipi a premi letterari, concorsi ne hai vinti o anche solo sei arrivato finalista?

Ho ricevuto una menzione speciale nel premio “Alois Braga 2008” e la pubblicazione in antologia di un racconto partecipante al concorso “Nuove parole”. Sono risultato finalista nel concorso letterario “Il Romanzo”indetto da edizioni Tindari.

Utilizzi il dialetto nei tuoi libri?

No. Anche perché il genere che scrivo non lo richiede necessariamente.

Hai fatto fatica a trovare il tuo editore?

All’inizio si. Ho impiegato circa un anno per trovare un editore che credesse in me e nel mio modo di scrivere e non chiedesse contributi per la pubblicazione. Sono passato per ben undici proposte di pubblicazione a pagamento pervenute dalle tante case editrici sparse per il Paese, tanto da indurmi a soprassedere momentaneamente e a tentare con i Concorsi letterari. Poi è arrivata la proposta della Faligi e ho accettato il loro contratto.

Hai un agente letterario?

No. Anche perché la mia casa editrice ha, come sua politica editoriale, la caratteristica di tradurre i libri in altre lingue e proporli così anche ad un mercato estero.

Parlami della trama del tuo primo libro?

“Il Disagio dell’Anima” è la storia d’amore di due giovani innamorati, Paolo e Francesca, vissuta durante gli anni ’70 e bruscamente interrotta da cause indipendenti dalla loro volontà. Il distacco procurerà ad entrambi un profondo disagio interiore durato vent’anni, che solo la stesura di un romanzo, che racconta la loro storia, potrà aiutare a superare, realizzandoli ad una maggiore consapevolezza interiore. L’opera appartiene al genere esistenziale – romantico, con spunti riflessivi su temi essenziali quali l’Amore, l’Amicizia e la propria crescita spirituale utilizzando come mezzo la scrittura.

Ti piace concedere interviste?

Penso di si. Con voi è la prima intervista che faccio.

Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Per ora sono in contatto con loro e con chiunque richiede spiegazioni tramite Facebook ed email personale. Fra non molto sarà attivato dalla Faligi un mio sito personale http://www.ildisagiodellanima.com tramite il quale potrò discutere in maniera più diretta con i miei lettori.

Che strumento di scrittura preferisci, bic, computer?

Sicuramente il computer. Offre molte opportunità, quali la correzione in tempo reale del testo, l’impostazione dei caratteri, dei paragrafi e degli stili di scrittura. E poi si risparmia carta, che è ecologicamente corretto.

Parlami della tua città la utilizzeresti come scenario dei tuoi libri?

Salerno è una bella cittadina della Campania, relativamente tranquilla e vivibile e ben amministrata. L’ho utilizzata come scenario sia nel primo romanzo “Il Disagio dell’Anima” che in parte nel secondo libro.

Ti piace lo scrittore turco Pamuk ?

Non ho mai letto libri di Pamuk. So solo che è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri?

Penso che qualsiasi libro contenga sempre materiale autobiografico. Nel mio caso, essendo un genere esistenzialista, ci sono sicuramente dei riflessi autobiografici nei miei libri. Per poter descrivere uno stato d’animo, un pensiero, una riflessione interiore, è necessario averli vissuti almeno in parte.

Come ti documenti usi internet, frequenti biblioteche?

In passato ho frequentato la Biblioteca della mia città. Oggi uso prevalentemente internet per documentarmi.

Per un ragazzo del sud è più difficile fare lo scrittore?

Non penso. Forse quello che manca ad una piccola cittadina del Sud è il contatto con altri scrittori tramite i centri culturali, che da noi sono un poco carenti. Il confronto con altri scrittori ritengo sia essenziale per una maturazione in questa arte. Però oggi c’è internet che offre grandi possibilità di contatti.

Hai un blog, un sito, scrivi per riviste on line?

Come già accennato il mio sito è http://www.ildisagiodellanima.com e poi ho una mia pagina su Facebook, dalla quale ricevo molte informazioni da Biblioteche e centri culturali.

Cosa pensi dei ghost writer?

Penso che sia un ruolo adatto ai professionisti della scrittura. Sono del parere però che un libro debba essere interamente scritto dal suo autore e solo al massimo revisionato da qualcun altro.

Che tipo di lettore sei? Inizi a leggere tanti libri alla volta magari non finendoli o ti soffermi su uno solo per volta magari rileggendolo più volte?

Generalmente leggo un libro alla volta, anche perché se il testo è scritto bene e mi prende veramente allora lo leggo nel giro di pochi giorni. A volte è capitato di interrompere una lettura per intraprenderne un’altra, ma in linea di massima i due testi erano strettamente collegati tra di loro.

Quanto contano i sentimenti nei tuoi romanzi?

Moltissimo. I miei romanzi parlano sempre d’Amore , l’Amore romantico, quello con la A maiuscola. C’è sempre una storia d’Amore nella trama di un mio libro, anche se il tema è differente, come è capitato nel secondo romanzo.

Hai mai letto Italo Svevo?

Certamente! Ho letto Una vita, Senilità e La Coscienza di Zeno. Di questo autore mi piacciono molto i monologhi interiori dei suoi personaggi.

:: Recensione di “Tokyo noir. Chi semina odio raccoglie vendetta!” di Kenzo Kitakata (Fanucci 2009) a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2009
tokyo noir

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Questa breve recensione ĆØ in assoluto la prima recensione che ho scritto, quando ancora pensavo che non ne avrei scritte molte. Un po’ perchĆØ preferisco intervistare gli scrittori che dare giudizi sui libri, e un po’ perchĆØ ĆØ un mestiere niente affatto facile. Rileggendola ĆØ molto breve e naĆÆf, ma forse non era cosƬ male, dĆ  davvero un’idea del libro di cui parlo. Kitakata ĆØ una sorta di Chandler nipponico, non mi pare l’abbiano più pubblicato in Italia, dato la sua vasta produzione. Meriterebbe di essere tradotto dal giapponese. Un vero peccato. 

Piove su Tokyo mentre si consumano le vite dei personaggi di questo torbido noir del magistrale Kenzo Kitakata. Da un lato Kazuya Takino un ex killer della yakuza che si ĆØ rifatto una vita gestendo un piccolo supermarket di periferia specializzato in generi alimentari e prodotti per la casa in compagnia della moglie Yukie. La vita sembra scorrere monotona e noiosa ma non si sfugge al proprio passato e quando una ricca compagnia desidera mettere le mani sulla sua proprietĆ  e incarica un suo uomo di sbarazzarsi di lui la tentazione di farsi giustizia da sĆØ ĆØ troppo forte per resisterle. Dall’altro il destino e il detective Takagi, detto “il cane bianco” per la sua capigliatura candida, un pluridecorato eroe vecchio e stanco ma sempre in cerca di nuove medaglie con la sua eterna sigaretta tra le labbra e un’ ossessione. E’ una storia di agguati, di inseguimenti, di lotte tra bande rivali, di sparatorie, di cieca violenza senza riscatto. Una storia dove non ci sono eroi e la vendetta sembra essere la sola legge a regnare. Scrittura ruvida e cupa anche se a tratti venata di raffinata poesia. Ritmo serrato, finale strepitoso. Traduzione dall’inglese di Paolo Falcone.

Kenzo Kitakata åŒ—ę–¹ 謙三 ĆØ uno dei più famosi autori giapponesi di hardboiled. E’ stato Presidente dell’associazione Japan Mistery Writers Association dal 1997 al 2001. Ha scritto più di cento libri. Tradotti in inglese, i suoi romanzi hanno riscosso un grande successo negli Stati Uniti. Kitakata ha vinto numerosi premi, tra cui il Japan Adventure Writing Association Award (1982), lo Yoshikawa Eiji Award for Fiction (1983), il Japan Mistery Writers Association Award (1983, per Tokyo noir), il Bungei Award (1985) e lo Shiba Ryotaro Award (2005).

Source: preso in biblioteca.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista a Matteo Grimaldi

11 settembre 2009

Parlaci di te come ti sei avvicinato alla scrittura?

Ā 

Inconsapevolmente da molto piccolo. Avevo una Olivetti verde e scrivevo storielle che col senno di poi definirei penose. La consapevolezza non ĆØ arrivata matteogrimaldineanche quando si ĆØ trattato di decidere l’universitĆ . Alla fine ho scelto Informatica all’unico scopo di farmi comprare un computer dai miei, per scrivere. SƬ, erano altri tempi.

Ā 

Raccontaci la trama del tuo primo libro “Non farmi male”.

Ā 

Non farmi male è una raccolta di racconti che esplorano il dolore nelle sue forme più ingiuste, quelle che rovinano la vita. Ho voluto rendere protagonisti personaggi indifesi: adolescenti, bambini che non possono difendersi perché non sanno farlo.

Ā 

Per il secondo Supermarket24 ĆØ successo un disguido con l’editore che cosa in pratica?

Ā 

Un piccolissimo dettaglio. L’editore ha chiuso. L’unica fortuna sta nel fatto che abbia preso la decisione un paio di settimane prima che uscisse Supermarket24. Questo mi ha permesso di ricominciare a proporre un libro comunque ancora inedito. Se fosse uscito, nessun editore l’avrebbe mai più ristampato.

Ā 

Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Ā 

Con qualcuno ho stretto belle amicizie. Ci sentiamo spesso e parliamo di tutto, anche di libri, per niente dei miei. Preferiamo confrontarci su altro.

Ā 

Hai amici scrittori?

Ā 

Ne ho conosciuto qualcuno, amici ĆØ una parola grossa.

Ā 

Quali sono i tuoi libri preferiti?

Ā 

Mi piace la narrativa italiana. De Carlo, Ammaniti, Isabella Santacroce, Calvino. In questo periodo sto riscoprendo il gusto dei classici. Anna Karenina mi ha conquistato. Poi l’opera omnia di Marquez, e Delitto e Castigo imperdibile.

Ā 

Leggi molto?

Ā 

Prima di più. Mi piacerebbe tornare ad avere pomeriggi interi per potermici dedicare.

Ā 

Parlaci della tua cittĆ .

Ā 

mattgrimDi L’Aquila non si dovrebbe mai smettere di parlare. La sorte l’ha punita. Siamo stati davvero tanto sfortunati. Chi non ha perso tutto sta cercando e trovando la voglia non solo di sopravvivere, ma di costruire, nel tempo, la L’Aquila di domani, quella per i giovani del futuro. E’ una battaglia che quasi certamente non vedrĆ  vincitori. Questi piccoli uomini e donne di montagna non avranno neanche il tempo per godersi i primi frutti; sono loro i veri eroi.

Ā 

Hai un blog La stanza del Matto parlacene.

Ā 

E’ un luogo socialmente inutile. Un diario estemporaneo senza tema, con la tendenza, talvolta inopportuna, a sdrammatizzare tutto.

Ā 

Ā Ti piace Murakami?

Ā 

Mai letto. Stavo per acquistare L’elefante scomparso ed altri racconti, poi non l’ho fatto. Se avessi saputo della domanda… Comunque rimedierò.

Ā 

Frequenti premi letterari o concorsi, ne hai mai vinto uno?

Ā 

Ho partecipato a quattro o cinque concorsi, ne ho vinto uno col racconto Cemento, contenuto in Non farmi male. In quell’occasione fui contentissimo, continuo comunque a non sentirmi affine ai concorsi, che tendonoĀ  a premiare stili molto accademici. Io punto su altro.

Ā 

Ā 

Ā Ti hanno proposto di pubblicare i tuoi libri a pagamento?

Ā 

Ne ho appena ricevuta una via e-mail di queste proposte. Non ho mai pubblicato a pagamento e mai lo farò. Non ĆØ un giudizio di merito sugli autori che ci stanno e sugli editori che adottano questa politica. E’ che pagando avrei la sensazione di essermela comprata, la pubblicazione. Di conseguenza crollerebbe la certezza della qualitĆ  dei miei scritti. Mai darei in pasto al pubblico un’opera della cui qualitĆ  non sia certo. Il fatto che un editore ci metta i propri soldi ĆØ una buona garanzia e puoi star certo che quell’editore farĆ  del suo meglio perchĆ©, per guadagnarci, o almeno recuperare le spese, il libro deve venderlo.

Ā 

Faresti mai il ghost writer?

Ā 

Se mi dessero molti soldi, perchĆ© no!? Non ĆØ proprio il massimo artisticamente parlando, e mi provocherebbe una certa rabbia scrivere libri e vedere in copertina il nome di qualcun altro. Però cos’ha la professione di ghost writer di tanto peggio del Mc Donald’s dove lavoro, per esempio?

Ā 

Trovi più difficile scrivere i dialoghi o delineare i personaggi?

Ā 

Se sono ispirato non trovo difficoltĆ , in generale. Se non sono ispirato lascio perdere.

Ā 

Definiscimi il talento.

Ā 

Fosse semplice. Quello di cui sono abbastanza sicuro ĆØ che non puoi non accorgertene. Quando il talento c’è ti arriva dritto in faccia, ma non ĆØ l’unica componente da valutare, e direi neanche la più importante.

Ā mattoheader

Ti piace concedere interviste?

Ā 

Mi piace che qualcuno si interessi a quello che faccio, sƬ.

Ā 

Faresti mai tour promozionali dei tuoi libri come si usa in America?

Ā 

Con Non farmi male abbiamo giracchiato per l’Italia facendo dieci presentazioni. Abbiamo bei progetti anche per Supermarket24 che uscirĆ  a novembre. Proviamo a raddoppiare. Credo sia importante cercare occasioni per promuovere i propri lavori, per confrontarti con i tuoi lettori.

Ā 

Parlami del tuo rapporto con il successo.

Ā 

Non lo conosco. Ci ignoriamo, per ora. Siamo entrambi molto superficiali e quindi abbiamo deciso che ci siamo antipatici senza esserci mai incontrati, questione di pelle; questo ci basta per non voler avere rapporti.

Ā 

Cosa stai leggendo attualmente?

Ā 

Cent’anni di solitudine e i racconti di Poe.

Ā 

Hai mai scritto poesie?

Ā 

SƬ, qualcuna l’ho anche pubblicata. Anche se sono riluttante a farlo, perchĆ© trovo che quella della poesia sia una dimensione cosƬ intima e difficilmente apprezzabile che debba restare propria. La maggior parte di quelle che oggi vengono definite poesie, dagli stessi autori che l’hanno scritte, non sono altro che frasi banalissime, incolonnate pure male che servono a riempire diari e blog.

Ā 

Hai un agente letterario?

Ā 

No, preferisco vedermela da solo, almeno finchƩ riesco.

Ā 

Parlami del tuo metodo di scrittura.

Ā 

Non ho un metodo. Scrivo a scene. Vedo una scena, dei personaggi, li sento parlare, mi metto lì e scrivo. Dove poi mi porterà, se sarà una storia capace di camminare sulle proprie gambe oppure finirà nel cestino come tante, lo scoprirò alla fine.

Ā 

Hai fatto fatica a trovare un editore per il tuo primo libro?

Ā 

Sinceramente no. Molta più fatica a trovarlo per il secondo. C’è da dire che sono stato parecchio sfortunato perchĆ© il libro sarebbe dovuto uscire nel marzo scorso. Questa ĆØ la dimostrazione che non mollare da qualche parte ti porta, se te lo meriti.

Ā 

Vai in tv, conosci Booksweb tv?

Ā 

Ho partecipato a qualche trasmissione televisiva regionale. Costanzo non l’ho mai conosciuto, insomma. Booksweb certo che la conosco, magari un giorno capiterĆ  di incrociarci.

Ā 

Ā 

Quale è il libro più divertente che hai letto?

Ā 

A me I love shopping ha fatto molto ridere, ma anche Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire. Melissa P dovrebbe buttarsi sul comico.

Ā 

Frequenti le fiere del libro di Torino e Francoforte?

Ā 

Sono tre anni che mi riprometto di andare a Torino e alla fine non riesco mai. Magari il prossimo ĆØ quello buono.

Ā 

Insegneresti scrittura creativa?

Ā 

La scrittura creativa non si insegna. Sono sufficienti le elementari, a mio parere.

Ā 

Ti piace Giorgio Faletti?

Ā 

Mi piace di più Julia Roberts. A parte gli scherzi di Faletti ho letto Io uccido e pur non trovandolo eccelso mi ha abbastanza convinto, inducendomi ad acquistare Niente di vero tranne gli occhi che non mi è piaciuto per niente. Da allora mai più. La pecca di Faletti, a mio modestissimo avviso, è questa sua tendenza ad allungare il brodo rimpinzandolo di descrizioni, metafore che rassicurano i lettori sulla sua padronanza della lingua, ma per niente funzionali alla storia.

Ā 

Faresti mai un book trailer?

Ā 

SƬ, mi piace l’idea di raccontare il libro attraverso immagini e voci.

Ā 

Un saluto a tutti i lettori. Proteggete sempre i vostri angoli.

Ā 

Sono del 1981 e vivo a L’Aquila. Non credo alle favole, ma ai piccoli passi sƬ. Mi piace definirmi ā€œscriventeā€, semplicemente uno che scrive. Il nove ottobre del 2006 ĆØ uscito il mio primo libro “Non farmi male”, edito da Kimerik, giunto alla terza edizione. Una raccolta di racconti dolorosi legati dal sottile filo di paura che accomuna i protagonisti di ogni storia. La paura che qualcuno distrugga la loro vita. Ho un blog: “La stanza del Matto” che aggiorno con tutto quello che mi accade, sempre visto da un’angolazione visionaria e scanzonata; un luogo in cui la follia ĆØ considerata la migliore delle qualitĆ .
Inoltre, da febbraio 2009, curo la rubrica “4 Chiacchiere (contate) con…” (http://www.sololibri.net/public/spip.php?rubrique=8), in cui sono raccolte interviste informali ad autori più o meno noti
Presto in libreria il mio nuovo romanzo Supermarket24


8 settembre 2009

:: Intervista a Carlo Martinelli

Giornalista, scrittore, libraio, la sua vita ruota intorno alla carta stampata. Cosa ha amato più fare?

In libreria ho lavorato, giovanissimo, per quattro anni. Sono giornalista orso baricco copertinada 27 anni ed è un lavoro che mi piace, ancora, molto. Però ho nostalgia della libreria e dei libri. Dovessi scegliere, non ho dubbi: meglio libraio. Invece la scrittura è una passione e comunque non mi sento scrittore. Semmai uno che cerca di raccontare storie.

E’ nato a Trento, dove vive, che legame ha con la sua città?

E’ un bel posto dove vivere, tranquillo: forse troppo. In pochi minuti puoi essere nei boschi o in riva ad un lago.
Però resto un tipo curioso: appena posso cerco di vedere altri luoghi, altre città.

Quali consigli darebbe ai giovani autori in cerca di editore?

Non farsi illusioni. Pensare di fare della scrittura – nel senso di libri, intendo – una professione, è una sorta di utopia in Italia. Io ho fatto una scelta precisa: non perdere tempo a cercare un editore nazionale e puntare su un editore locale.

Ha recentemente pubblicato il libro di racconti “Un orso sbrana Baricco” . Ma gli è proprio antipatico Baricco?

Affatto. Baricco mi é indifferente. Ho letto alcune cose sue di ottimo livello ed altre meno. Gli è che il primo racconto, che dà il titolo al libro, è quello che lo vede protagonista. E chi avrà la bontà di leggerlo scoprirà che non c’è solo Baricco con l’orso, ma anche gli ecologisti radicali, il ministro dell’interno, un poliziotto. E negli altri racconti spuntano Stan Laurel, un martellatore di statue, copertina storie pallone biciclettaGuy Debord, un ciclista al Tour de France del 1949, il barista di un’area di servizio lungo l’autostrada del Brennero, Georges Simenon e Margherita Cagol.

Con Roberto Festi è autore del volume "L’immaginario della montagna nella grafica d’epoca". Che rapporto ha con la montagna?

Beh, vivo tra le montagne. Mi piace andare per boschi, lungo sentieri tranquilli. Invece niente roccia, niente cime, niente rifugi. Diciamo che tra una spiaggia affollata e un sentiero tra i boschi, scelgo i boschi.

Nel 2003 ha pubblicato “Storie di pallone e bicicletta”, finalista alla prima edizione del Premio letterario Peppino Prisco. Un giornalista sportivo che qualità dovrebbe avere?

Faccio parte di una congrega di scrittori di cose sportive che si chiama “em bycicleta” e che si autodefinisce presidio di fabulazione sportiva. Il che spiega la mia idea di giornalismo sportivo: racconto, emozione e memoria e non certo pagelle, moviole e pettegolezzo. Dunque, minoritario sapendo di esserlo.

Su internet è presente con “Palle di carta” cosa pensa della scrittura in rete?

Tutto il bene possibile. Con la dovuta avvertenza: sapere che in molti casi si scrive sull’acqua, per pochi o pochissimi. Ma la rete può riservare scoperte – anche di scrittura – davvero notevoli.

Le piacciono i fumetti degli anni 40 e 50?

Conosco, ed amo, quelli degli anni Sessanta. Capitan Miki, Zagor, il grande Blek, Tex, Piccolo Ranger, Tiramolla, Kolosso, Nonna Abelarda, il comandante Mark…

Sta scrivendo un nuovo libro? Può anticiparmi qualcosa?

Sì. Sarà un racconto lungo, o forse un romanzo breve, chissà. A cavallo tra realtà, carlo martinelliquella del mondo del cinema in particolare, e fantasia.

Ha anche scritto poesie. Le piace leggerle in pubblico?

Credo molto nella lettura, nel reading. Lo sto facendo anche con i racconti e funziona. La poesia è stata invece una sorta di gioco. Adesso preferisco leggere le poesie degli altri: ce ne sono di bellissime, ovunque. Non c’è bisogno delle mie.

Quali autori ha amato di più?

Vila Matas, Debord, Houellebecq, Manchette.

Quale è il suo metodo di scrittura per arrivare alla stesura finale?

Scrivo di getto i racconti. Poi leggo, rileggo, taglio e aggiungo.

Cosa pensa delle case editrici a pagamento? Illudono gli aspiranti scrittori?

Ho una mia convinzione: con i libri non si diventa più ricchi. E dunque non si deve neanche diventare più poveri. Penso basti.

Ha un agente letterario? Quale è il metodo migliore per trovarne uno?

No, nessun agente letterario. Non mi interessa, appunto perché il mio lavoro è un altro. La scrittura è passione. E basta.

Legge le recensioni dei suoi libri? Quelle negative che effetto le fanno?

Leggo tutto. E accetto tutto: le recensioni positive (finora, fortunatamente, prevalenti) e quelle negative. Anche perché a mia volta recensisco libri…

Nella sua carriera ha commesso errori che oggi grazie all’esperienza non rifarebbe?

Mi ritengo fortunato. Ho potuto trasformare la mia passione nella lettura e nella scrittura in lavoro. Non è poco. Dunque ci stanno anche eventuali errori, senza rimpianti.

Le piacciono i racconti ironici e umoristici?

Sì. Sto leggendo proprio in questi giorni Dahl. Un maestro.

CARLO MARTINELLI2Ha mai letto Raymond Queneau?

Mai letto

Tra gli esordienti, quale autore italiano segnalerebbe?

Non è un esordiente, ma Antonio Pascale è scrittore di grande forza. Poi aggiungo Veronica Raimo e il suo “Il dolore secondo Matteo”.

 

Carlo Martinelli è nato a Trento, dove vive, nel 1957. Giornalista, ex libraio. Per vent’anni ha lavorato nei quotidiani di Trento, Bolzano e Belluno del Gruppo Espresso – Repubblica: di questi giornali è ora editorialista. E’ caporedattore all’Ufficio stampa della Provincia autonoma di Trento.
Ha pubblicato “Storie di pallone e bicicletta“ (Curcu & Genovese, 2003) e il libro di racconti “Un orso sbrana Baricco” (Curcu & Genovese, 2008).

Con Roberto Festi è autore del volume “L’immaginario della montagna nella grafica d’epoca“ (Priuli & Verlucca, 1996). Ha curato i testi del libro sui fratelli Pedrotti “L’in-canto della montagna” (Priuli & Verlucca, 2007) e “A Merano in attesa di Ezra Pound” (Curcu & Genovese, 2002) di Luigi Serravalli. Altri suoi racconti, interventi critici e poesie sono sparsi in numerose pubblicazioni.


:: Intervista a Giuseppe Merico

7 settembre 2009

Ciao Giuseppe ” Dita amputate con fedi nuziali” come ti ĆØ venuto in mente un titolo cosƬ bizzarro per il tuo libro?

Ciao, ‘Dita amputate con fedi nuziali’, ĆØ la mia prima raccolta di racconti brevi, accompagnata da una postilla di un mio caro maestro, Luigi Bernardi. Il titolo del libro fa riferimento a un racconto nel quale il protagonista, un anatomo patologo colleziona appunto dita amputate munite di fedi nuziali in barattoli di formalina. E’ il suo hobby.

Sei redattore della rivista di esplorazione Argo come ti trovi?

Argo, ĆØ una rivista nata a Bologna nel duemila, ĆØ una rivista di esplorazione, argo-prima-di-copertina-al-vivoedita prima da Pendragon e ora da Cattedrale. E’ una rivista in cui credo molto e che sta facendo passi da gigante, vanta numerosissime collaborazioni in tutti i settori, media, arte, narrativa. Vi lascio l’indirizzo del sito: www.argonline.it Rispondo alla tua domanda: mi trovo benissimo, ho completa libertĆ  d’azione.

Utilizzeresti mai il linguaggio dialettale tipico di autori come Camilleri?

Guarda, sto scrivendo un romanzo che parla del salento, io ho origini pugliesi e anche in quel caso non uso il dialetto, solo alcune parole che sono ovviamente intraducibili e non rendono in italiano. Ho frequentato però un corso di scrittura con Paolo Nori nel quale abbiamo trattato i semicolti, in questo caso si parla di linguaggio parlato, trasposto nella scrittura. Non sono contrario al dialetto, offre molte possibilitĆ . Camilleri però non ĆØ uno dei miei autori preferiti…

Quale ĆØ il tuo metodo di scrittura per arrivare alla stesura finale?

Faticosissimo, mi perdo spesso e mi distraggo. A volte la scrittura dev’essere un esercizio zen.

Hai fatto fatica a trovare il suo primo editore?

Direi di no, ho mandato il manoscritto a una decina di case editrici e Giraldi mi ha risposto. Il tutto in poco tempo, qualche mese.

Preferisci scrivere racconti, novelle, poesie, saggi?

Ho scritto due raccolte di racconti, entrambe pubblicate: Dita amputate con fedi nuziali con Giraldi appunto e Aspettando gli squali che esce i primi dell’anno nuovo con la Coniglio editore con una prefazione di Marcello Fois; sono naturalmente portato a scrivere racconti, anche se adesso mi sto cimentando nella mia prima prova lunga, il romanzo quindi.

Quando hai deciso di diventare scrittore?

Mai, non l’ho mai deciso, ĆØ successo per puro caso.

Quale consigli daresti ad autori esordienti?

Oddio, io stesso sono un esordiente, quindi non saprei, forse di essere tenaci, ecco.

Cosa ne pensi delle case editrici a pagamento?

Non sono propriamente contrario, ci sono piccole case editrici che fanno fatica ad andare avanti, chiedono un piccolo contributo spese e allora ok, quando però ti chiedono migliaia ditadi euro, allora c’ĆØ puzza di truffa.

Hai un agente letterario?

No, al momento no.

Che libro stai leggendo attualmente?

Ho appena terminato di leggere la trilogia di Franck Bascombe, un personaggio del New Jersey creato da Richard Ford. I tre libri sono: The sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e Lo stato delle cose: magnifici!

Quali sono i tuoi maestri letterari?

In primis Raymond Carver, poi David Foster Wallace, ma mi rifaccio anche a Kafka, sƬ.

Ti piace concedere interviste?

BĆØ, sƬ. Sono un egocentrico, tutti gli scrittori lo sono…

Per i tuoi personaggi ti ispira a persone reali o sono solo frutto della sua fantasia?

Mmm.. prendo spunto dalla realtĆ  per poi trasfigurarla e fonderla con le mie nevrosi. Sono uno scrittore nevrotico, giĆ …

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri?

Tanto, tantissimo, ma sta al lettore scoprirlo.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa, pensi che si possa insegnare a scrivere?

Guarda, collaboro con una mia amica giornalista e scrittrice, Eleonora Buratti e ogni anno mi invita a tenere una piccola lezione ai ragazzi del suo corso di scrittura, mi piace farlo. Penso che si possa aiutare a scrivere, ma fondamentalmente bisogna avere talento o almeno una parvenza di talento.

Qualcosa nella tua carriera che non rifaresti?

No, nulla, fin’ora son contento di me.

Frequenti fiere del libro, concorsi letterari ne hai mai vinto uno?

Mi capita di andare alla fiera del libro di Torino, c’ho anche letto un racconto. I concorsi invece mi piacciono meno, ci sono sempre degli interessi nascosti che non c’entrano nulla con la qualitĆ  dei libri in concorso.

Fai tour promozionali dei suoi libri come si usa fare in America?

Sì, quando esce un libro cerco di promuoverlo, anche se è una cosa che mi piace poco fare, sono fondamentalmente un timido.

Pensi che la gente ancora legga?

SƬ, ma i libri sbagliati.

Hai un blog credi nella scrittura su internet?

Certo, ho un blog da tre anni, si chiama Scrivoeleggo, i miei primi racconti sono nati lƬ. Credo nella scrittura in tutte le sue forme, ben venga internet.

Ti interessi di giornalismo?

Mi piacciono le riviste, ho amici giornalisti, ma personalmente no, non mi interesso di giornalismo e invidio un po’ chi lo fa.

Parlami della sua cittĆ 

Quale? Bologna, la cittĆ  in cui vivo o San Pietro Vernotico, il paese in cui sono nato? La prima mi sta dando tanto, come speravo, la seconda la potete leggere nel mio romanzo, quando uscirĆ .

Hai mai fatto il ghost writer cosa pensi del fenomeno?

Penso che mi piace leggere un romanzo scritto dal nome che leggo in copertina.

Ti piace leggere in pubblico i tuoi lavori?

Preferisco siano gli altri a farlo, sono timido l’ho detto, mi tremano le mani e la voce; ogni volta ĆØ una forma di tortura.

Oltre al talento quali sono i requisiti necessari per avere successo come scrittore?

Un gran culo.

6 settembre 2009

:: Intervista a Guido Michelone

Insegna Storia della Musica Afroamericana: quanto l’ha arricchita questa esperienza? L’insegnamento è per lei una vocazione o solo un lavoro?

Dipende dalle situazioni: io insegno sia in Conservatorio sia in un Master post-universitario; in Conservatorio ho trovato gli studenti più motivati in assoluto, in tutta la mia vita (benché insegni lì da soli quattro anni). Al Master, che compie dieci anni e che è orientato verso l’industria discografica (quindi più pop e rock) molti allievi mi paiono assolutamente indifferenti (tutti presi o meglio chiusi dalle loro musiche), altri (soprattutto ragazze invece che prima non conoscevano il jazz, il blues, il gospel o la bossanova, sono stati piacevolissimamente sorpresi e coinvolti!

La musica e, soprattutto il jazz, quanto incide nella sua vita?

Molto, parecchio, ormai è difficile distinguere la passione dalla professione, anche se in tutto ci metto sempre molta passione: per motivi di lavoro devo ascoltarmi sempre una quantità enorme di dischi, un po’ meno di concerti.

Si sente più un saggista o un narratore?

Mi giudico un saggistica che cerca di scrivere come un narratore, uno che racconta anche quando compone la biografia di un musicista. E nelle mie opere letterarie (non solo narrative, anche poesia e teatro) ho una poetica di estraniamento – alla Bertotl Brecht, se mi si consente un paragone altissimo – che mi porta a inserire nozioni, informazioni, materiali altri rispetto alle sole emozioni del meccanismo della trama. Mi ritengo insomma un avanguardista, in un’epoca in cui è difficile proclamarmi d’avanguardia, perché tutti con un romanzo cercano subito gloria, fama e denaro!

Ha scritto testi per spettacoli musical teatrali: è possibile trovarli in volume?

Si trovano sei atti unici riuniti nel volume Teatro Jazz uscito per le edizioni universitarie: al momento lo si può acquistare in facoltà a Milano oppure digitando Educatt dell’Università Cattolica di Milano.

Collabora con altri autori alla stesura di testi e antologie, com’è lavorare in sua compagnia?

Sono quasi sempre stato l’antologizzatore e non l’antologizzato. Si tratta di un lavoro per me molto soddisfacente e gratificante, anche perché non ho quasi mai avuto risposte negative dagli autori coinvolti. Ho quasi sempre trovato poeti, romanzieri, saggisti disposti anche a lavorare gratis, come me, per fare qualcosa di originale e di umanitario (le royalties di diversi testi ad esempio erano per Emergency). Però è il lavoro più faticoso che conosca, a livello di organizazione. Immancabilmente c’è sempre qualche ritardatario per la consegna del capitolo o del racconto; e poi c’è da fare un’opera di editing delicatissima: a me piace uniformare i testi di un libro sotto tutti i punti di vista, senza però correggere nulla a un autore, a meno che si tratti di una vista o un refuso.

Frequenta premi letterari, concorsi? Se sì, è mai arrivato in finale?

Ho partecipato anni fa, più come sollecitazione di certe case editrici con cui lavoravo; e devo dire che mi è andata bene: nel 1996 vinsi il Premio Tascabile Latina e nel 2000 arrivai secondo a Rimini Cartoons. Ho fatto di testa mia nel 2006 per uno strano concorso a Biella sui libri di spettacolo, dove spedii sei-sette miei libri e dove sono stato scelto per una conferenza, ma non ho mai capito o saputo chi abbia vinto! Ma a volte mi manca anche il tempo per sapere quali e quanti premi o concorsi esistano e purtroppo non c’è nessuna segretaria che lavori per me. Non sono un genio a curare le public relations!

Cosa pensa delle scuole di scrittura creativa come la Holden di Baricco? Pensa che la scrittura si possa insegnare?

Ho insegnato alla Holden, singole lezioni, oltre la presentazione di un paio di miei libri. Tutto si può insegnare: anzi sono convinto che chi più sa, è maggiormente avvantaggiato di altri; ma non è una regola fissa per diventare un grande scrittore o uno di successo. E poi un libro di successo non è necessariamente un grande libro; e viceversa!

“I Simpson una famiglia dalla A alla Z”, edito da Bompiani, è un libro divertente e originale: come le è venuta l’ispirazione a scriverlo? Ama i cartoni animati e i fumetti in genere?

È ancora oggi il mio libro più famoso, quello per il quale mi chiamano ancora per un’opinione o un’intervista. Ma si tratta di un’esperienza ormai chiusa. Mi sono occupato soprattutto di disegni animati per un certo periodo, quando scrivevo molto di più anche di cinema; essendomi poi spostato di più sulla musica, ho un po’ abbandonato l’argomento a livello professionale, senza nulla togliere che cartoons e fumetti mi piacciano molto, non però quelli commerciali, ma le espressioni d’avanguardia. Sono comunque arti dei nostri tempi: vedo ad esempio un futuro interessante nei generi delle grahic novel, ad esempio.

Lei ha scritto “Invito al cinema di Roberto Rossellini”, edito da Mursia: che legame vede tra cinema e letteratura?

Era il Premio Latina di cui parlavo. Oddio, il discorso cinema/letteratura è vastissimo. Il legame maggiore forse consiste nel loro aspetto affabulatorio, che andrebbe un po’ liberato: insomma cinema e letteratura amano raccontare, ma spesso con i soliti meccanismi narrativi, che invece andrebbero un po’ rivoluzionati, come ad esempio fecero esattamente mezzo secolo fa in Francia sia i film della nouvelle vague sia i romanzi dell’école du regard: ma, dopo un decennio scarso, nessuno ha realmente continuato o aggiornato quelle esperienze…

Anche gli scrittori, se non appaiono in tv, vengono ignorati: come giudica questa società dell’immagine che a volte penalizza i contenuti?

Il mio giudizio è pessimo: in tutte le arti, dal jazz alla poesia, dal teatro al cinema, dalla danza al romanzo, dal fumetto al rock o alla musica classica appaiono in TV o sui giornali i soliti dieci-venti nomi per categoria che hanno i film o i dischi o i libri nelle hit parades e che non sempre – anzi, quasi mai – sono i migliori. Gente che a volte non ha proprio niente da dire, ma che i mass media trasformano in maitres-à-penser. Ma è la logica o la legge del mercato e del profitto. Che ci possiamo fare? In Italia non c’è nemmeno una rete TV culturale, come in Francia o in Inghilterra, che promuova un po’ di vera cultura!

Crede nella scrittura su internet? Pensa abbia un futuro o anche Dostoevskij avrebbe le sue serie difficoltà se fosse vissuto al giorno d’oggi e avesse cercato di far conoscere la sua opera tramite un blog?

Internet è al momento lo strumento tecnologico più avanzato in fatto di informazione e comunicazione, dunque anche di cultura, ma corre rischi seri, perché è completamente anarchica, senza controllo, affidata al caso. Va bene il fatto che non sia soggetta a censure, ma quando propone valori culturali, occorrerebbero maggiori filtraggi. Pensiamo a Wikipedia: comodissima, utilissima, ma zeppa di errori – e lo sa benissimo – ma non è in grado di affrontare da sola una revisione. Anche tra i blog ci sono differenze qualitative notevolissime, ma non saprei che aggiustamenti proporre. Sarebbe poi discriminante? Forse un sito o un blog di saggi che consigliasse i blog o i siti più affidabili?

Le piace scrivere poesie magari abbinandoci musiche jazz?

Mi diverto, lo faccio da anni, tra non molto dovrebbe infatti uscire il mio primo libro di poesie intitolato Quasi dei blues, che raccoglie tutti i testi in forma di blues che ho composto da quando avevo diciott’anni a oggi, e son passati tanti anni…

Quali sono i suoi autori preferiti?

Mi è difficile rispondere, perché non ho riferimenti assoluti: non ho scrittori, musicisti, pittori o registi che rileggo, riascolto, riguardo in continuazione. Certo, ci sono gli autori che mi piacciono e quelli che non mi piacciono. E poi molti che non ho letto, se parliamo di scrittori. Per la narrativa, posso dire che mi piace il modo in cui scrivono Borges e Dostoevskij, il primo per i racconti, il secondo per i romanzi brevi; ma entrambi per ragioni assai diverse tra loro. Anche Beppe Fenoglio per me è un grande: nei racconti è già prefigurata l’Italia di oggi, al di là di un’ironia e una secchezza di stile irraggiungibili. Da ragazzino amavo Pavese ed Hemingway, ma non li ho più riletti. Poco dopo, ho letto tutto Brecht e forse mi è rimasto dentro, così come certo teatro dell’assurdo dal tragico Beckett al comico Ionesco. Di recente invece ho scoperto Pessoa, geniale sia come narratore sia quale poeta. Ma devo confessare di non aver mai affrontato integralmente né Proust né Joyce; e nemmeno i romanzi lunghi di Thomas Mann, di cui ho molto apprezzato i testi più brevi, come anche quelli di Frank Kafka e Bruno Schulz. Una volta un giovane studioso generosamente mi ha paragonato a Thomas Pynchon, ma di quest’ultimo ha letto qualcosa in italiano e non ho capito quassi nulla! Troppi riferimenti! forse in lingua originale rende di più!

Che cosa proprio non le piace in un libro tanto da farglielo chiudere per non pensarci più?

Devo dire che cerco sempre di finire un libro, perché di solito è una scelta razionale e ponderata; non ho mai comprato un testo solo per la bellezza della copertina. So cosa voglio dagli scrittori, restando alla narrativa. Dal vero scrittore mi aspetto molto, perché pretendo molto. Non amo le trame scontate e, peggio ancora, lo stile sciatto. A quel punto meglio di buon autore di gialli: e in tal seno trovo assolutamente geniali Simenon, Hammett, Chandler e tanti altri, come pure nella fantascienza esistono geni indiscussi come Brown o Bradbury. Insomma, non mi piace il mainstream o l’international style, ossia quei romanzi fatti per le signore da tè delle cinque o che leggono in spiaggia sotto l’ombrellone. Detesto i libri scritti per i soldi, anche se molti – come Stephen King, per esempio – mi tengono incollato al libro dalla prima all’ultima pagina. Il fatto è che di rado scelgo un King, così come i testi da hit parade. E poi, sempre per professione, devo leggere molti saggi.

Parlando dei Beatles, partendo da un’analisi dei loro testi, come li giudicherebbe stilisticamente?

I Beatles sia come musica sia a livello di liriche non sono un unicum, ma vanno divisi a periodi: dopo quello yé-yé iniziale, con versi banalotti d’ispirazione amorosa adolescenziale, durante l’era psichedelica si avvicinano a una sorta di surrealismo, vicino anche alla pop-art e alla neo-avanguardia: assolutamente geniali, anche per il connubio testo/musica, tante canzoni in Revolver, Sergeant Pepper, Magical Mistery Tour, il doppio cosiddetto White Album.

“Senti un pop” è un opera a cui è particolarmente legato?

Ci teneva molto l’editore, pensava di fare il botto, ma non è stato così, colpa il solito rachet mediatico, di cui si diceva. Sì, io lo amo ancora, perché è un testo unico nel suo genere in Italia, l’unico a fare una storia della musica pop, partendo dal primo Novecento, mentre tutti iniziano cinquant’anno dopo, dimenticandosi che sono esistiti brani o personaggi parimenti validi o famosi.

Pensa che i mass media invadano troppo la privacy dell’uomo moderno?

Quando la televisione si sostituisce totalmente ai libri, priva le persone di una fonte meravigliosa di sapere e di informazione. I libri mantengono giovani, la troppa tivù (soprattutto quella italiana, pessima) rincoglionisce, detto senza mezzi termini. Se invece parliamo del modo in cui i media pedinano i personaggi famosi, a ciascuno il proprio mestiere e ognuno si prenda le sue responsabilità: mi sembra ovvio!

Quale è il libro che le è costato di più a scrivere?

Difficile rispondere: sul piano emotivo forse il mio primo romanzo Cinquanta. Secondo Novecento, che al momento è anche l’unico, perché il successivo è in realtà un lungo racconto. Mi è costato in termini di sincerità, perché c’è sempre qualcosa di molto autobiografico nelle proprie opere narrative, anche quando si parla di Marziani o del Far West. In termini di fatica o di stress sen’altro non un libro mio, ma una traduzione, l’unica traduzione che ho fatto (una storia dei mass media, appunto), perché avevo l’editore che mi assillava sui tempi di consegna e poi perché si è rivelata, per me, assai più difficile del previsto.

C’è qualche errore nella sua carriera che oggi, grazie all’esperienza, non rifarebbe?

Tanti errori di ingenuità: se potessi tornare indietro, sarei più scaltro nella carriera universitaria, per ottenere qualcosa di più a livello accademico. E sarei anche più attento a certe amicizie che poi non si sono rivelate tali proprio sul piano professionale: c’è in giro tanta gente cattiva anche in un ambiente (che si pensa al di sopra delle quotidiane miserie) come quello della cultura.

Viviamo in un periodo di crisi e anche la cultura ne risente: che rimedi suggerirebbe?

Suggerirei di investire molte più risorse (umane, economiche, eccetera) perché la cultura è un bene insostituibile; è qualcosa che ci rende liberi, felici, ricchi spiritualmente, assai più di ogni altra cosa, ad esclusione forse degli affetti personali.

Ama leggere in pubblico i suoi libri?

Sì, certo, magari solo alcune parti. Trovo che l’autore legga i propri testi meglio degli attori, troppo retorici e impostati.

Le piace la letteratura araba, quali autori conosce?

Ahimè non la conosco, anche se so che pure quella contemporanea è variata e notevolissima.

Oltre che scrittore è anche giornalista, il linguaggio del giornalismo pensa incida più fortemente sulle coscienze?

Il giornalismo scritto purtroppo oggi, quantitativamente, conta assai meno dello speaker televisivo. Più che giornalista (inteso come reporter o cronista) io mi sento un critico, uno che ad esempio ascolta un disco e cerca di spiegarlo alla gente, facendo capire perché sia bello o brutto, sia da comprare o no.

Ha tenuto conferenze al Salone del libro di Torino: come si spiega il successo di questa iniziativa ?

Si tratta dell’unica grande manifestazione del genere in Italia, in una città dove si legge parecchio, con tanti bouquinistes, con molte librerie e con buona cultura. La formula del Salone magari è un po’ invecchiata, ma le alternative sono difficili da realizzare per le ragioni di mercato di cui si parlava all’inizio: i grossi gruppi editoriali avranno sempre stand più grandi dei piccoli editori; così va il mondo…

Che rapporto ha con i suoi lettori?

Vorrei che fosse di rispetto reciproco e di dialogo aperto. Accetto le critiche anche molto negative, purché motivate: non sono permaloso, anzi mettere il dito sulla piaga spesso aiuta a correggere i propri difetti.

Ama concedere interviste o è fondamentalmente una persona timida?

Alla fine forse sono una persona timida, a certi gradi o a certi livelli; però le interviste mi piacciono, trovo sia una forma molto intelligente di dialogo interattivo!

La libertà cos’è per lei? uno stato d’animo, una necessità imprescindibile, un’utopia?

Potrei rispondere con una vecchia canzone di Giorgio Gaber, che dice: libertà è partecipazione. In breve, per me, libertà significa regole e valori, ma anche uguaglianza, fraternità, condivisione.

A quale progetto sta lavorando che le sta particolarmente a cuore?

Il mio prossimo romanzo, che è già in testo, ma non trovo il tempo di scriverlo, perché sto dando la precedenza ad almeno altri cinque-sei libri in arrivo!

Ha fondato l’associazione Gruppo 74, ce ne parli.

Ma è una cosa del 1974, quando ancora portavo i calzoni corti o quasi! L’idea per me era quella di fare un po’ una sorta di Gruppo 63, quello di Balestrini, Porta, Giuliani, Sanguineti, che era acqua appena passata, si era sciolto ufficialmente cinque anni prima, nel 1968. Sì, dunque, Gruppo 74, quattro-cinque amici con tante belle speranze, in provincia, una provincia che non è poi tanto cambiata da allora come mentalità e opportunità.

5 settembre 2009

:: Intervista a Barbara Risoli di Patrizia Catenuto.

Quanti libri ha scritto? E di che genere? 

Quanti libri ho scritto non lo so, dovrei contarli, ma se mi si chiede quanti a oggi ne ho pubblicati…. ebbene, quattro. I generi da me toccati sono il fantascienza (LA STIRPE), il fantasy (L’ERRORE DI CRONOS e LA GRAZIA DEL FATO) e lo storico sentimentale (IL VELENO DEL CUORE). Fato

Mi tolga una curiosità, perché il protagonista del libro “Il veleno nel cuore” lo ha chiamato Venanzio? Da dove si è ispirata? 

Ah, chi non mi conosce è  ovvio che mi ponga questa domanda. I miei nomi vengono sempre notati e la cosa ammetto essere volontaria. Amo i nomi insoliti, li vado proprio a cercare e me li segno se li sento casualmente. Venanzio ha un suono che mi alletta, lo trovo sottilmente selvaggio e feroce eppure dolce alla pronuncia, rispecchia il carattere del protagonista cui è toccato. Ma se è vero che Venanzio può incuriosire, che dire di Eufrasia, la protagonista? 

Perché scrivere fantasy? 

Fantasy. Per quanto mi riguarda questa definizione è un po’ forzata per le mie opere perché la trama che sto portando avanti (che si concluderà con il terzo libro) non è propriamente fantasy, uscendo completamente dai canoni e rifacendosi invece al mondo acheo-miceneo del 1200 a.C. Tuttavia, non esiste un genere in cui inserirlo seccamente ed allora è stato classificato fantasy, ma sarebbe più corretto parlare di mitologico-fantastico. Da dire che ne L’ERRORE DI CRONOS e nel suo sequel il fattore fantastico consta in una traslazione nel tempo. Comunque, perché scrivere fantasy o pseudo fantasy? Per realizzare quella sorta di sete di vita parallela che la fantasia allo stato puro rende fattibile. Il fantasy fa volare, anche se il volo a volte è rischioso perché è anche vero che bisogna saperlo scrivere e, in tutta onestà, io non credo che ci riuscirei se dovessi attenermi agli schemi classici, avrei il timore di emulare qualcosa di già scritto e rischierei la banalità. Lo voglio dire, tanto di cappelli agli autori fantasy puri che effettivamente, leggendoli, riescono a raggiungere buoni livelli di novità pur percorrendo una strada maestra. 

Ha mai pensato di scrivere un libro del genere cick-lit? 

No, in tutta onestà no. E confesso anche di non aver mai letto il genere pur avendone sentito parlare, ma non credo di essere all’altezza di riuscire a far sorridere con la quotidianità e le sue stramberie. Non amando molto la realtà in cui si vive, tendo a rifuggirla e lo faccio scrivendo. Ma ho sempre molta ammirazione per chi riesce a sviluppare tematiche per me difficoltose. 

Qual è il suo metodo di lavoro nel scrivere un libro? 

Mi è  stato detto che è strano, ma il più delle volte la prima cosa che ho in testa per un romanzo è il titolo. Parto dal titolo, lo scrivo proprio nella prima pagina Word. Poi mi si delinea in testa una scena, una sola, che so… una frase eclatante, una situazione insolita, una parola rivelatrice, il cosiddetto punto clou dell’intera trama che in realtà non esiste all’inizio. Ebbene, comincio a scrivere semplicemente per arrivare a quel punto, ci ricamo intorno, ci aggiungo e tolgo, faccio voli alti per arrivare ad una riga delle volte, oppure ad un capitolo. Abitualmente la scena ‘incriminata’ sta a metà del libro, ma non sempre, mi è capitato di avere il finale senza l’inizio. Il mio metodo è dettato dalla passione che provo scrivendo, devo sentire la vibrazione che mi porta a stare sveglia pur di vedere come andrà a finire. Scrivere per me è come leggere. 

Se è lecito sapere, come mai i suoi libri non sono stati tutti pubblicati dalla casa editrice 0111? 

Oh, chiedere è lecito, rispondere è cortesia. Si, a parte IL VELENO DEL CUORE che è di genere staccato, la saga fantasy non è pubblicata con la medesima casa editrice. E’ stata una scelta personale che non posso dettagliare per una questione di correttezza, ma posso dire che non ho avuto scelta e che ad oggi ritengo di avere fatto la cosa migliore. il veleno del cuore

I suoi libri hanno mai ricevuto un premio? 

Si! Recente il riconoscimento per IL VELENO DEL CUORE edito dalla 0111 Edizioni: primo classificato al CONCORSO IL CLUB DEI LETTORI 2008/2009. Una soddisfazione inaspettata e con un profondo significato per me. Credendo esclusivamente nel giudizio del lettore, sono paladina dello stesso definendolo sovrano, ritengo che solo chi compra, paga e legge possa decretare il successo o l’insuccesso di un’opera. Ebbene, essere premiata dai giudizi proprio dei lettori, senza giurie o affini è stata la conferma delle mie convinzioni. Inaspettata perché, ormai non è più un segretissimo, ma lo dico anche qui, questo romanzo l’ho scritto l’estate scorsa in sette notti, compresa la correzione. Ovviamente ha delle imperfezioni, giusto ribadire senza cessa che la casa editrici non applicava editing dichiarandolo a caratteri cubitali, quindi… posso ritenermi più che soddisfatta del risultato conseguito.  

Qual è in questo momento il libro nel suo comodino che sta leggendo? 

Eh, sto leggendo il libro di un autrice emergente degna di nota, capace di sconquassare l’anima, abile e capace, una scrittrice destinata alla gloria. Abitualmente ho occhio per le persone, più volte ho centrato un giudizio e in questo caso me la sento di spendere una parola. Sto parlando di Simona Gervasone e di lei sto leggendo LA SESTA ERA che dalle prime pagine non smentisce la capacità conosciuta con il suo SANGUE E PERFEZIONE, la storia romanzata della contessa sanguinaria ungherese Bathory (roba dura, horror, il mio genere preferito). 

Ha un blog dove comunica i suoi lavori? 

Si, a parte il mio blog personale (http://risolibarbara.splinder.com) che aggiorno a singhiozzo e nel quale esprimo le mie emozioni in vari settori, o creato un blog dove do voce solo ai lettori inserendone i commenti sia positivi che negativi. Se mi si vuole conoscere dal punto di vista degli altri, basta cliccare e darci una letta. Non intervengo quasi mai per scelta, la voce è del lettore sovrano (http://ilsovranolettore.splinder.com). 

Dato che lei è una donna impegnata, tra famiglia e lavoro, quando trova il tempo per scrivere?

Di notte. Lo so, lo so… è folle, ma io scrivo prevalentemente di notte, le altre ore della giornata mi distraggono, i rumori mi confondono. Di notte ‘nessun rompe’ e vado a ruota libera. Frustrante a volte scrivere sino alla tre di notte e poi dover cancellare tutto perché non tutte le ciambelle vengono col buco. Ma fa parte del gioco anche questo. Il problema viene il giorno dopo, ma ce la faccio… una moka di caffè fa miracoli! 

Sta scrivendo un altro libro? 

Come no? E se vogliamo a richiesta. Lo sto completando, sono alla direttiva d’arrivo, il sequel de IL VELENO DEL CUORE. I due personaggi si sono rivelati vincenti e in molti mi hanno chiesto di continuare con le loro avventure, ultimo il commento su aNobii di un’utente che ha semplicemente scritto A QUANDO IL SEGUITO? Soddisfazione pure questa, riuscire a far amare i miei personaggi lasciando nel cuore nostalgia è davvero appagante. In realtà IL VELENO DEL CUORE non è nato come primo libro di una saga, ma un’idea sorta all’improvviso e le pressioni dei lettori mi hanno fatto cambiare idea e ora… sta nascendo LA GIUSTIZIA DEL SANGUE, storia che se la prima era intricata, questa è anche peggio… o meglio.

Mi piace far notare una cosa curiosa proprio relativamente a questo libro. I due protagonisti non sono due stinchi di santo, se vogliamo sono proprio due bastardi, inconsueti per un sentimentale. Eppure, riescono a farsi ben volere, a parte qualche detrattore che giustamente deve esserci come in ogni cosa. 

Com’è nata la sua passione per il periodo relativo alla Rivoluzione Francese? 

La scuola ‘sa fare danni’. Scherzi a parte, ovviamente ho conosciuto la storia sui banchi di scuola e senza una logica alcuni periodi mi sono rimasti dentro interessandomi, affascinandomi, rendendomi curiosa. Non sempre queste passioni sono rivolte a periodi positivi, ma la curiosità muove il mio pensiero ed anche, perché no?, una piccola dose di morbosità. Se è vero che amo a dismisura il periodo miceneo dell’antichità, è anche vero che mi lascio prendere dagli accadimenti della Francia di fine ‘700 e vado a ‘ravanare’ ovunque per saperne di più, per capire, per comprendere. La Francia ha un fascino particolare per me, qualcosa di sovrannaturale, forse è un richiamo del sangue considerando che il mio stesso cognome è francese e probabilmente ho delle origini oltralpe considerando che i miei sono originari di Parma, occupata appunto dai francesi. Ma le mie passioni toccano anche un altro periodo terribile della storia umana, il nazismo e specialmente la figura inquietante, impossibile di Hitler. Tuttavia, non credo che sfiorerò mai questa tematica con un mio romanzo, argomento pesante, nefandezza troppo vicina a noi, però da studiare per capire e non sbagliare più. 

Parliamo di editing, chi pensa al suo? 

Domanda che se non mi veniva fatta, l’avrei richiesta sottobanco! Catalogo102Esco da una recente intervista dove mi sono espressa male e ho dato adito a una discussione per fortuna chiarita. Imperdonabile per uno scrittore non farsi capire, eh? Adesso faccio la brava e spiego bene questo punto, male che mi vada… mi ritroverò nuovamente nell’occhio del ciclone di una discussione! Scherzi a parte, dichiaro pubblicamente che la mia scelta è quella di pubblicare senza editing con consapevolezza. Ecco il punto, parlo sempre dell’ editing da parte delle case editrici, ovvio che i miei testi li sottopongo a persone competenti (oltretutto cattivissime nel mio caso) prima di darlo alle stampe. Non sono più disposta a farmi irretire con promesse non mantenute e magari pagare pure un servizio inesistente. Ho parlato di editing che rovinano il testo e poi mi sono ritrovata precisare che tale editing altro non era che la correzione automatica del testo, cosa che sa fare dei macelli se non ragionata. Quindi, lungi da me la superbia di credere d’essere infallibile, perfetta, scrittrice capace di editare se stessa! Semplicemente non mi faccio abbindolare da azioni che poi si rivelano deleterie. Mando il mio romanzo, lo pubblicano così com’è, è una schifezza? Tutta colpa mia, mi prendo le respirabilità del caso. 

Ha fatto mai qualche corso di scrittura creativa? E cosa ne pensa? 

No, mai fatto, il tempo a mia disposizione è sempre stato poco. Se adesso seguo mio marito nel suo lavoro, in passato lo facevo con mio padre. Credo tuttavia che sia una cosa interessante che permette di dare una linearità al modo di scrivere e che permetta di tralasciare abitudini sbagliate tipiche del dilettante. Queste abitudini probabilmente io le ho ancora, proprio perché non ho mai avuto occasione di collaudare questo tipo di esperienza. Non escludo in futuro di frequentare un corso di scrittura creativa, magari scopro cose che adesso neppure immagino. 

Jules Renardi disse:”Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti” cosa ne pensa? 

Interessante definizione che posso condividere, anche se poi a lavoro finito le critiche a volte feroci fanno pentire di non essere stati interrotti per tempo. Succede infatti che la propria opera amata e curata nel silenzio dell’interiorità, risulto invece un magnifico flop che ferisce. Inutile negarlo, le critiche negative feriscono un pochino, non troppo, ma lo fanno. Io vinco questa cosa pensando che per uno che non mi approva, altri lo fanno, allora… dovrei considerare sciocchi i secondi? Un buon espediente che aiuta a non perdere l’entusiasmo. Conosco autori che davanti a detrattori addirittura ironici hanno dichiarato di non voler più scrivere. No, il confronto fa crescere e, rifacendomi alla domanda, fa capire dove e perché a volte sarebbe meglio essere interrotti. 

Potrebbe dare qualche consiglio a coloro che volessero intraprendere la carriera di scrittori? 

Ringrazio per la considerazione che mi viene data con questa richiesta, ma i consigli possono darli i grandi ed io, purtroppo, non sono grande abbastanza per potermi ergere detentrice della verità. Posso solo dire che come lettrice riesco a cogliere la passione di un autore e quindi per intraprendere questa strada bisogna averne con la capacità di sopportare il cammino arduo e lentissimo che mettersi in gioco comporta. Nulla arriva all’improvviso, ogni libro venduto è un passo che fa una strada, poi ci sono gli arresti, i fallimenti, gli imbrogli e le rinascite. Pazienza e fiducia in se stessi, questo consiglio dal basso della mia posizione. E poi, forse la cosa più importante, evitare l’arroganza che è capace di fare di un genio un inetto, i lettori non si prendono mai in giro.