Archive for the ‘Racconti’ Category

:: Angela custode di Filippo Brighina

16 marzo 2018

angela custode

Angela entrò dalla porta grande, anche se tutto era già iniziato, rischiando così di attirare l’attenzione su di sé.
Inaspettatamente, le due enormi ante di legno, solitamente tanto rumorose dato il cronico mancato coincidere delle loro battute, si mossero docilmente alla pressione delle sue mani, anch’esse vissute, ma non vecchie.
Osservò, come per la prima volta, i segni del tempo sul loro dorso, che risaltava bianco e livido sul legno scuro e per un attimo rivide entrare lì una giovane donna piena di speranza e di amore, che a suo modo, aveva dato all’uomo della sua vita.
Si stupì di non vedere alcuna testa volgersi per capire chi stesse arrivando tanto in ritardo e ne approfittò per raggiungere subito un angolo tranquillo, riparato dagli sguardi che non avrebbe comunque voluto subire.
Si fermò lì, in piedi, di fianco ad una delle tante colonne e lo cercò con lo sguardo; ne vedeva la presenza ma non i tratti e si spostò per raggiungerli.
“Eccolo!”. Si disse così, nel silenzio, con un pensiero tanto forte da sembrare solido, visibile.
Era lì, non lo vedeva da ben oltre cinquanta anni, l’uomo della sua vita. Lo scrutò e le venne un pensiero insolito: “Ha il naso molto più lungo di quanto ricordassi”.
Ma era la posizione in cui lui si trovava che ne faceva emergere la sporgenza, il naso era sempre quello, fiero, importante, ma non esattamente “lungo”; la pelle, invece, era apparentemente liscia, insolitamente tesa per un uomo della sua età.
“Gli dona il rosso”, pensò, “il colore dell’amore, della laurea, del sangue e del raso, che spero non gli sia troppo freddo, intorno al suo bel viso”.
Era bello, ed era lì, l’uomo della sua vita.
Circondato da raso rosso, da fiori e da luce tremula di candele, nella sua bara semplice, adatta a lui, uomo semplice, buono, come ti capita di trovarne pochi.
Aveva saputo della sua morte dal giornale, un solo modesto annuncio: “Non è più tra noi: ha vissuto da uomo giusto.” E chi meglio di lei poteva testimoniarlo?
Lo osservava lì, sdraiato, immobile nonostante lo sguardo di lei cercasse disperatamente di farlo muovere, di trovare un battito di ciglia od un resto di respiro, per poter urlare a tutti che era ancora vivo, che si era solo addormentato.
Non lo vedeva da quasi sei decenni e lui non aveva in tutto quel tempo né più visto lei né saputo alcunchè della sua vita: era rimasta per lui un ricordo di gioventù, il primo, il più dolce e tenero.
Il fumo delle candele, confondendo i contorni, la aiutò a ricordare tutto, anche se le immagini nella sua memoria erano nitide, presenti: rivide sé, giovane, bellissima, splendente, unica figlia in una famiglia ricca, con pretese di nobiltà e con tanto pregiudizio, come era normale per l’epoca.
Anni ’50, fidanzamento guardato a vista, con quel ragazzo tanto gentile e carino ma di umili origini e di pochi mezzi: decisamente inadatto per lei e per la sua famiglia, a giudizio dei genitori.
Era il suo primo amore e forse non immaginava che sarebbe rimasto anche l’unico, l’uomo della sua vita; lo sperava in cuor suo quando confidò alla sua migliore amica di portare in grembo, a vent’anni, il segno di quella stessa speranza.
Come spesso accade, però, la migliore amica divenne la peggiore nemica ed i suoi genitori ne vennero informati, non dalla figlia né dalla sua amica, ma dal Parroco, non sempre garante di silenzio, di discrezione da confessionale: una notizia tanto grave avrebbe fatto il giro del paese in pochi attimi, trasformando la reputazione di una giovane ereditiera e dei genitori in un argomento di conversazione da bar, di scherno e rendendo il miglior partito del paese una poco di buono che nessun gentiluomo avrebbe più voluto sposare.
Cercava dai suoi un’assoluzione ed ebbe invece una soluzione, inaspettata, grave. “Avrai il figlio, giacchè siamo una famiglia cristiana, ma non qui: c’è un convento di religiose che ti ospiterà, a Mustair, in Svizzera. Non è lontano ma nessuno ti troverà e, soprattutto, il padre del bambino, che non dovrai mai più vedere. Se non rispetterai il nostro volere non ci vedrai più e sarai del tutto diseredata.”
Sola, senza alcuna possibilità di ribellione, che in quegli anni non usava ancora, schiacciata dalla responsabilità di una gravidanza impossibile, non seppe e non potè fare altro che piegare il capo di fronte alla volontà familiare e partì senza un cenno, sparì dal paese, lasciando il suo amore, ignaro dello stato in cui lei si trovava.
Nacque, suo figlio e venne abbandonato senza nome e destino nel convento che la ospitava.
Non ne avrebbe saputo più nulla.
Partì, lei, andò in America del sud per curare gli interessi del patrimonio di famiglia e, proprio in viaggio, la raggiunse la notizia della morte dei suoi genitori in un terribile incidente; proseguì.
Non sarebbe tornata per loro, le avevano rovinato l’esistenza, fatto sprecare amore e gioventù, sottratto l’uomo della sua vita.
In America trovò la ricchezza; i terreni coltivati a caffè che facevano parte dell’azienda ereditata si rivelarono ricchi di petrolio e, in poco tempo, assunsero un valore di mille volte superiore: vendette tutto e investì il ricavato nel modo più sicuro e redditizio.
Il tempo che le rimaneva dal poter vivere di rendita era molto ed i ricordi le tornavano prepotenti alla memoria, anche perchè non aveva voluto alcun altro uomo accanto a sé.
Tornò in Europa e si stabilì in un paesino nei pressi di Nizza. Era sparita da cinque anni e, sebbene con mille cautele, cercò di avere notizie di lui e ne trovò: si era sposato, aveva due figli, un lavoro modesto come contabile in una grande azienda di trasporti marittimi di Genova, un presente informe ed un futuro grigio ma forse una piccola serenità che lei decise ora e per sempre di non voler stravolgere.
Sentiva però fortissimo in lei il desiderio di rimborsarlo della vita che gli aveva rubato non ribellandosi all’ipocrisia dei suoi genitori, di ridargli ciò che, in cuor suo, era convinta di avergli sottratto: un presente agiato, anche se magari non la felicità che avrebbero potuto costruire insieme.
Tramite una società fiduciaria di Zurigo, nella quale conobbe un giovane gentile di nome Enrico, acquistò il pacchetto di maggioranza delle azioni dell’azienda in cui lui lavorava e, con aumenti di capitale e finanziamenti a fondo perso, dotò la società di grandissimi mezzi, consentendole così di aumentare enormemente clienti e giro d’affari e fece in modo che il merito di queste operazioni fortunate fosse attribuito a lui che, da oscuro ragioniere di un ufficio sul porto, in due anni divenne dapprima consigliere di amministrazione e poi amministratore delegato della società, con apparente ampio merito, con la fiducia di tutti e con partecipazione agli utili, che, nel frattempo erano saliti alle stelle.
Il boom economico era alle porte e le fu facile procurare, con i suoi potenti mezzi economici, clienti e lavoro alla sua società.
Lui cambiò casa, diede alla sua famiglia tutto ciò che potesse esserle necessario, il meglio ma non il superfluo, giacchè in lui agiva sempre l’uomo corretto e modesto di un tempo.
Dopo qualche anno, su istruzioni di lei, la fiduciaria ebbe a disfarsi delle azioni in suo possesso e le vendette nel momento apparentemente meno indicato, al prezzo migliore per l’acquirente: lui le acquistò tutte divenendo così padrone dell’intera partecipazione e della sua esistenza.
Lo aiutò in mille altri modi, sempre nell’ombra, senza mai che lui sospettasse; gli diede una vita piena di fortune e, quindi, di tranquillità, che lui visse con la famiglia, col dolce ricordo lontano di lei, che l’aveva abbandonato senza una parola, di ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato.
Ed ora lo rivedeva lì, ora che non aveva più bisogno di alcun aiuto e riconosceva ancora nei suoi tratti, anche se sdraiato, quelli dell’uomo della sua vita, ora che non c’era più in lui la vita del suo uomo.
Non pianse di fronte a lui e, prima della fine della cerimonia, sistemandosi il foulard sui capelli grigi e curati, uscì dalla chiesa e salì sulla sua auto dove l’autista attendeva paziente.
Tornò a Nizza, versando finalmente tutte le lacrime che da sempre tratteneva e che non poteva piangere per nessun altro e pianse fino a che l’autista le aprì lo sportello davanti alla sua casa di fronte al mare e le porse per la prima volta il braccio: il suo passo era stato sempre, fino ad oggi, sicuro, ma oggi non lo era.
Le ritirò la posta, la accompagnò fino in casa e sparì, lasciando la posta sul mobile dell’ingresso.
Lei guardò distrattamente sul mobile ma la colpì una busta del tutto diversa dalle altre, chiusa con ceralacca su cui era impresso il sigillo di un notaio di Genova. Ruppe il sigillo e trasse dalla busta un foglio pesante piegato con lo scritto all’interno; conteneva un testamento che diceva solo così:

“Riconosco, quale mio figlio, Enrico,
nato a Mustair nel 1953,
attualmente dipendente della
Fiduciaria di Zurigo.
Lascio alla mia Angela,
custode di tutta la mia vita,
la gioia di ritrovarlo.
L’uomo della sua vita.”

Filippo Brighina Nato nel cuore della Sicilia, ne partii poco prima dell’età della coppola e mi trovai a compiere tutti gli studi a Gallarate, seguiti dall’Università (Cattolica), facoltà di giurisprudenza, perchè provate Voi a fare diversamente con un padre notaio.
Terzo di quattro figli, con tre sorelle, ho vissuto, imparato, sbagliato, in un piccolo centro di provincia; mal maritato ed infine separato, ma con due splendide figlie di 28 e 25 anni, tra le altre cose, amo Francesca, il tennis e la musica, quella suonata da me.
Ma sempre musica triste, perchè, se sono allegro, esco!
Qualche anno fa ho scoperto, quasi per gioco, di saper cosa fare con una tastiera (che non fosse quella del pianoforte) ed un’idea di partenza in mente ed eccomi qui a provare a scrivere piccole storie.
Non è facile trovare un “fil rouge” che leghi dei brevi racconti, nati in ordine molto sparso e che li possa rappresentare nell’insieme, ma forse la prima cosa che al lettore potrà risultare chiara e che il finale, per me, deve stupire, disorientare, far ricominciare da capo per riconsiderare sotto un’altra visuale quello che si è appena letto.
Trovo più facile cominciare a scrivere un racconto, piuttosto che portarlo a compimento e forse il colpo di scena mi viene naturale, per poter dare una chiusura sconcertante, forse emozionante, sicuramente imprevista.
Così come spesso succede nelle nostre vite, almeno in quelle più interessanti.
Perciò il cappello dei miei scritti potrebbe essere: “Non è mai come sembra”, così come io spero di essere diverso da quel che appaia.

:: Lo sguardo di Amelie di Brenda Beltrán

9 marzo 2018
marcella-1910

Ernst Ludwig Kirchner, Marcella, 1910

Amelie è arrivata tardi a casa, allora ha litigato con sua madre che era arrabbiata.
Mentre suo fratellino continuava a piangere.
– Perché sei arrivata a quest’ora? – urlò sua madre.
– Ero in biblioteca – disse lei, ma in realtà, mentiva.
Suo fratellino continuava a piangere, Amelie si avvicinò e senza dirgli nulla, il suo sguardo sereno e amoroso lo tranquillizzò, e gli diede un bacio sulla guancia.
Il bambino sorrise.
La mamma di Amelie ogni volta si chiedeva: – Come mai lei riesce a tranquillizzarlo? Amelie era una ragazza con qualità che nessuno riusciva a capire. Era sempre assorta nei suoi pensieri, parlava poco, ma sorrideva sempre, lei era una ragazza felice.
Anche se aveva un padre che arrivava sempre tardi dal lavoro, che a volte non tornava e che urlava a sua madre, che si arrabbiava subito, e con cui non si poteva scherzare mai, mai!
Sua madre invece era una donna seria, e conservatrice, non sorrideva mai. Amelie non ricordava di aver mai visto sua madre sorridere, o dire qualche parola dolce, quando era piccola, lei pensava che magari sua madre non avesse un cuore, però poi quando cominciò a frequentare la scuola e chiese alla professoressa se fosse possibile che qualcuno non avesse un cuore, lei le rispose che tutti ne avevano uno.
– Allora perché esistono delle persone che non sorridono? – In quel momento lei pensò a sua madre.
– Forse perché quelle persone non sono felici-.
Allora pensò che sua madre non era felice, ma non ne capiva la ragione, perché era abbastanza piccola, poi fare felice sua madre divenne il suo scopo.
Dopo sei anni, sua madre continuava come al solito, sempre seria, sempre pensierosa. Amelie invece continuava a fare tutto il possibile per far sorridere sua madre, usava parole dolci e l’accarezzava con il suo sguardo, ma non è stato sufficiente, con lei non funzionava come con suo fratellino che piangeva sempre.
Perché lui piangeva?
Amelie non lo sapeva e il bambino non parlava, ma sorrideva ogni volta che sua sorella si avvicinava e gli sorrideva.
Alla ragazza non servivano le parole, con suo fratello bastavano gli sguardi sinceri.
A volte lei si chiedeva cos’era l’amore? Come si sente una persona quando si innamora? Perché le persone si innamorano solo di una persona e perché di quella e non di un’altra? Perché i fidanzati si baciavano? Perché i fidanzati facevano delle cose che sua madre diceva che Amelie non doveva fare?
Una volta quando Amelie non era più una bambina, chiese a sua madre: – Perché io non devo fare l’amore e tu l’hai fatto? –
Sua madre che era una donna conservatrice le diede uno schiaffo sulla guancia. E Amelie pianse tutta la notte, e sua madre non le chiese mai scusa. Alla ragazza tutto la incuriosiva, da quando era bambina, ed aveva voglia da fare delle cose che sua madre non le avrebbe mai permesso. Ma c’era un problema. Tutte quelle cose che lei voleva fare, sembravano impossibili da realizzare.
Come avrebbe potuto se sua madre non glielo permetteva, se suo fratellino piangeva sempre e suo padre non si ricordava che aveva una famiglia?
Amelie e la sua famiglia abitavano in una piccola casa in campagna senza luce. Aveva un gatto che adorava, però una volta sua madre si arrabbiò con lei perché nuovamente rientrò tardi a casa, la mamma prese il gatto e lo portò via.
Sua madre la minacciò: -Se esci, ucciderò il gatto-.
La mamma non tornò quella note, anche se pioveva.
La pioggia era fredda e il vento pure, tutte e due sembravano furiosi, tanto come la mamma di Amelie.
Il giorno seguente la mamma tornò, ma senza il gatto.
Amelie sapeva che non doveva parlare, perché sua madre si sarebbe arrabbiata, ma il suo amore per il gatto era così grande che le chiese dove fosse finito. Sua madre non rispose, e rimase zitta come al solito. Allora Amelie capì.
Amelie non voleva mangiare, non voleva andare a scuola, e non voleva vivere.
Sua madre non insisteva.
– Se non vuoi mangiare, non mangi, se non vuoi andare a scuola non andare…- e suo padre rimaneva zitto, neanche lui insisteva. E Il bambino piangeva e piangeva.
Allora lei si accorse di una cosa. Suo fratellino. Lui era la persona che la faceva sorridere, a cui dava amore, per cui doveva essere forte e andare avanti.
Anche se loro abitavano nella penombra, lei doveva cercare la luce.
Tre anni dopo, nei quali sua madre diventò più vecchia e suo padre sembrava aver perso la memoria, lei decise di andare via e portare con se suo fratello.
Loro trovarono un posto luminoso, dove ogni notte uscivano, guardavano le stelle e lei lo accarezzava con il suo dolce sguardo.

Brenda Beltran, studentessa di ingegneria alimentare e anche scrittrice da quando aveva sei anni, è anche poliglotta, parla italiano, spagnolo, portoghese, inglese e francese, nel 2015 ha vinto il secondo posto in una competizione internazionale di letteratura a Granada in Spagna per il racconto “El diario de Pedro Wesley”, scrive racconti brevi e anche ha scritto un romanzo che non ha ancora pubblicato.
Le piace molto leggere principalmente romanzi classici, i suoi scrittori preferiti sono: William Shakespeare di cui ha letto 22 opere e Oscar Wilde tutte le sue opere come di Edgar Allan Poe.
Ha sempre pensato che la parola impossibile esiste perché si trova nel dizionario, ma in realtà quando si vuole qualcosa con il cuore anche i sogni che sembrano irraggiungibili sono possibili.

:: L’uomo della pioggia di Daniela Distefano

2 marzo 2018

FOTO RACCONTO L'UOMO DELLA PIOGGIA

L’autrice ci tiene a specificare che un racconto di genere rosa, e noi l’accontentiamo.

Non molla mai, Principe. Un insegnamento che la sua padrona, cioè io, non sa di aver assimilato. Eppure sono qui. Ho cinquantanove anni e sono già stata all’Inferno e in Paradiso, a volte contemporaneamente.
Principe, il mio bel cagnone collie è l’Angelo che mi assiste da anni, il mio bambinone che parla con gli occhi dolci e mi insegna a sopravvivere.
Sono vedova, sono sola, ma non solitaria.
Coltivo amicizie come piante sempre verdi, e credo nel Signore che ci protegge dai raggi a volte nefasti del destino.
Ho lavorato da giovane, ero impiegata presso un’azienda di condizionatori climatici. A ventisette anni, ho conosciuto – durante una trasferta lavorativa a Hong Kong – l’uomo della mia vita, Luciano era dirigente nella mia stessa ditta.
Ci siamo sposati in chiesa, lui ha divorziato dalla prima moglie, sposata con il rito civile e dalla quale aveva avuto due figli.
Per amor suo, non ho voluto provare la felicità di essere madre, non era d’accordo. Ma mi amava, di questo sono certa.
Siamo diventati “maturi” viaggiando, facendo mille esperienze insieme, non posso dire di avere avuto alcun rimpianto.
Poi – uno alla volta – sono caduti tutti i miei sogni. Luciano è morto improvvisamente per un ictus, un dolore per me irreparabile.
Da tempo non lavoravo più perché ero stata licenziata dall’azienda mentre mio marito ancora vi lavorava. Una volta venuto a mancare il suo sostegno amoroso, spirituale, vitale, è cessato anche quello economico. Tutto il patrimonio di Luciano è andato alla prima moglie e ai suoi figli, per me neanche le briciole. Ero disperata. Ma, come diceva Padre Pio, noi vediamo a volte il rovescio del ricamo, se lo capovolgiamo, tutto combacia alla perfezione.
Per mesi è stato un supplizio, alla fine mi sono arresa e ho smesso di lottare con la cattiva sorte. Sono rifiorita.
Con quelle poche risorse finanziarie che ero riuscita ad accantonare, ho avviato un’attività che oggi mi permette di vivere con serenità se non proprio nella bambagia: gestisco un bed and breakfast nel centro storico di Siena. Tramite i consigli di amici fidati (ho perso ogni contatto con i parenti del mio defunto marito) ho creato pure un sito internet; interagisco con tutto il mondo, soprattutto con cinesi e giapponesi innamorati della storia del Belpaese e dei suoi luoghi più eclatanti.
Sono riuscita così a non perdermi tra i cunicoli della depressione e della solitudine, ma i dolori non sono finiti. Dopo Luciano, un’altra perdita mi ha colpita con virulenza: è venuto a mancare il mio amato fratello. Non avevo dubbi sul fatto che Dio fosse proprio arrabbiato con me, e non ho mai nascosto né a lui né a me stessa di essere una comune peccatrice, una donna però che ha vissuto e che ha creduto nell’amore eterno. E ancora ci crede.
A poco a poco ho ripreso confidenza con la mia anima, mi sono nutrita ogni giorno di speranza, riflettevo sull’umanità, sui giochi degli innamorati, anch’io lo ero stata, un secolo fa, eppure allo specchio mi vedevo come un vecchio contenitore colmo di rifiuti. Non mi decidevo a buttarli via questi rimasugli di ricordi, di passato, di negatività. Poi ho conosciuto il mio Principe, per me come un figliolo. E adesso, quando ho fatto finalmente pace con i miei demoni, eccomi di nuovo travolta dagli scherzi dell’Amore.
Amore? Dico bene? Sembro una ragazzina e lui? Chi è lui? Lui è l’uomo della pioggia. Mi ha conquistata senza volerlo, senza averne l’intenzione. Ha telefonato una mattina, voleva una stanza singola per una sola notte, per una sola persona. Ero titubante, era già tutto esaurito, mancavano pochi giorni alle festività natalizie.
Gli risposi che non era possibile. Riagganciò. Aveva una voce profonda, dal timbro meridionale, non ci pensai più per tutto il giorno. Alla sera, si mise a piovere di brutto. Principe voleva lo stesso fare un giretto, lo portai a spasso per qualche minuto. Mentre rientravo, trovai sotto il portone del mio bed and breakfast un uomo con l’ombrello più buffo che avessi mai visto: su di esso era stampata una puffetta che balla.
Era Dario, l’uomo che aveva chiamato quella mattina e che avevo liquidato asetticamente. Gli dissi che non avevo stanze disponibili, come gli avevo detto al telefono, lui rimase in silenzio per un bel po’, poi mi rispose che aveva prenotato una stanza singola in un hotel a due passi dal centro storico, ma, con la pioggia e quel ridicolo ombrello, si era clamorosamente perduto.
Ci furono solo grasse risate da parte mia, perdersi a Siena, neanche una talpa cieca poteva farlo. Era un racconto esilarante, ed in contrasto con il suo sguardo che cominciò a far sragionare i miei pensieri. Aveva occhi nocciola, barba imperfetta, capelli grigi. Un sessantenne che dimostrava dieci anni di meno e molto fascino, quello non mi era sfuggito alla prima occhiata. In breve, mi raccontò di essere un ex professore, adesso curava i libri di una biblioteca comunale.
Era a Siena perché di tanto in tanto va a trovare i nipotini che vivono qui vicino. Il figlio, dopo aver sposato una senese un paio di anni fa, ha avviato uno studio dentistico nei dintorni. Gli offrii una cioccolata calda, poi se ne andò. Non mi andava ancora di confidarmi con lui, non volevo legarlo a me raccontandogli il mio passato di sofferenza.
Non lo vidi né sentii per quattro mesi, poi una visita improvvisa riaccese la scintilla. Dario parla poco di amore, di coppia, di vincoli.
Lui c’è però, semplicemente esiste ed oggi è lui il mio futuro, lo sa anche Principe che gli scodinzola ogni volta che lo vede, e lo vede sempre più spesso.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Mangiando grissini alla pizza di Francesca Varagona

23 febbraio 2018
grissini alla pizza

© Valeria Varagona

Mettiamo un quindicenne con le cuffiette alle orecchie, l’occhio abbacinato dallo smart, tra i denti ancora un bombolone alla crema. Poi aggiungiamo una vecchia signora che esce dal panificio. Rendiamo inevitabile lo scontro. E l’incontro.
Alla signora cadono le borse della spesa, e il giovane, rinvenendo dal suo mondo parallelo, la sostiene per un braccio; piega il suo metro e ottanta, instabile come una torre di carte, e raccoglie le pere in fuga come barili di liquore William sul marciapiedi. È già possibile un rapido inventario: salvi i bocconcini all’olio, spezzati tutti i grissini, sopravvissuti quelli di pasta sfoglia, ma morbida, all’origano. I grissini alla pizza.
Il ragazzo pensa che sarebbe meglio andare (ha fatto brucia a scuola e noi lo sappiamo), ma non se la sente di lasciare la vecchia per strada, la gamba dolorante. E qui ci sorprende. Si offre di accompagnarla a casa.
La vecchia signora lo ha inquadrato bene, da dietro i suoi occhiali appannati e un po’ sbilenchi: le sembra così magrino, anche se è alto, una faccina pulita, senza peluria, poco più di un bambino. Anche lei s’è già chiesta come mai non è andato a scuola.
Facciamo che, a questo punto, l’adolescente si accende una sigaretta; la signora dondola la testa in segno di disappunto: si vuole rovinare la salute, già così giovane. Questa fretta di crescere! Di anni lei ne ha impilati una sfilza, ma il fumo no, non lo ha mai tollerato.
Ricostruiamo una vita: la signora vive sola, i suoi figli abitano in altre città. Riesce ancora a essere autonoma e indipendente, ce la fa a non avere bisogno di badanti. Ma insomma, sempre meno. È una maestra in pensione, ha insegnato nella scuola del quartiere per oltre quarant’anni, adesso vive con la sua pensione, un gatto persiano e i libri accumulati negli anni. Non guarda quasi mai la televisione, a volte ascolta la radio a volte, con l’aiuto di un vecchio mangianastri (che, grazie al potere eternante della scrittura, abbiamo cura di non far rompere mai), una musicassetta di canti latinoamericani che le ricordano i viaggi fatti in gioventù.
La conoscono tutti, nel quartiere, la maestra Viola, che con ogni tempo, neve, pioggia, sole o vento, esce alle dieci del mattino per il giro sotto il portico, compra clementine o fichidindia (e sì, proprio quelli) dal fruttivendolo, il quotidiano e il cruciverba dall’edicolante, il pane (sempre in eccesso, come può essere l’ansia di un passato che non passa), e si ferma al bar a bere un cappuccino con il cacao spruzzato sulla schiuma.
Ora ricostruiamo una carriera (un po’ così, però, ecco: non vogliamo si pensi, alla fine, che il giovane sia l’eroe di questo racconto): Alberto – questo il nome che abbiamo messo al ragazzo a zonzo – ha evitato l’incombente interrogazione di diritto. Non è preparato e, del resto, non vuol prendere un altro due. Non gli piace studiare, non si trova a scuola, non ha amici, ha cannato nella scelta delle superiori. In passato abbiamo cercato di spingerlo a dirlo ai suoi genitori, ma non ha saputo dire loro come mai non riesce a ingranare e loro son sempre indaffarati; alle medie se l’è sempre cavata, adesso ha perso l’interesse: ogni giorno una prova, una verifica, un’interrogazione, e lui non apre libro, sempre in giro da solo, sempre ad ascoltare musica, occupato solo a crescere e a cambiare come in un corpo biologicamente programmato, senza sapere cosa diventare.
La signora Viola ringrazia il ragazzino dell’offerta di accompagnarla, ma no, ha deciso che non si può e rifiuta sia pur con gentilezza. Meglio non fidarsi, non si sa mai cosa può passare in testa a questigiovanidoggi, e poi fuma. Glielo diciamo sempre ai suoi figli di raccomandarle tutte le sere di stare attenta, durante le telefonate prima di coricarsi – a turno uno squillo veloce – e sempre gli ricordiamo di dirle di portare con sé il cellulare, che però dimentica regolarmente, non fosse altro che per quelle complicatezze, tutti quei tastini minuscoli, il display verde. E tutto questo nonostante il modello sia obsoleto, ma almeno semplice nelle sue ristrette funzioni…
Alberto però insiste. Almeno che la signora gli riferisca il nome di una persona di fiducia da poter avvertire: è malferma sulle gambe, un po’ confusa e non osa abbandonarla in mezzo alla strada, anche se l’istinto resta quello di sparire dalla zona (teme che potrebbe venirci in mente, per muovere la trama, di fargli fare un incontro imbarazzante!)
«Signora, è sicura di farcela? L’accompagno solo vicino a casa, se non si fida». (((((((())))))
Conosce il congiuntivo, il ragazzino. Sa parlare, nonostante la sua aria stropicciata. La maestra ha intuito le sue perplessità e non si sente forzata. Però non vorrebbe abbassare la guardia. Però, le borse pesano, e anche il piede le fa male (questo noi, per coerenza, non possiamo evitarlo). Però, inizia pure a piovigginare – del resto, si sa, è febbraio e il meteo si fa le cose sue – e il marciapiedi diventa di sapone. Però, però, però…
«Va bene, andiamo», ci sorprende, «ma spegni la sigaretta!» (ah, ecco, ci pareva).
Alberto, punto sul vivo, resiste all’istinto di mandarla a quel paese, ma si ferma, forse un’analogia, una sovrapposizione improvvisa con la nonna Giorgina, morta appena l’anno prima. Viola approfitta del momento di incertezza: prende sottobraccio il ragazzino e si sente sicura. Non ha nipoti, del resto, solo il ricordo di centinaia di alunni passati tra i banchi, fantasmi poco più giovani di lui che, nella sua memoria si fan tutti sorridenti, positivi, attivi, giovani menti produttive.
«Come ti chiami?»
«Alberto».
«E non vai a scuola?»
«Oggi era sciopero».
«Perché non sei andato a scuola?»
«L’ho detto!»
«La verità-àà».
La vecchia signora lo legge bene e Alberto, senza quasi accorgersene, passo dopo passo, offre piena e completa confessione di non aver studiato, di non averne voglia, di non essere capito dai suoi, di non avere amici, di voler mangiare solo il bombolone alla crema in santa pace e magari anche i grissini alla pizza che ha intravisto dalla sporta della maestra Viola. Alberto non vuole tornare nemmeno a casa, ma non sa dove andare, non sa dove sbattere la testa e non riesce a concentrarsi se non sulla sua musica. Hip-hop.
Lasciamo che Viola si fermi. Ormai sono quasi arrivati al suo indirizzo. Non vuole farlo entrare, vuole solo tornare tra i suoi libri e sedersi sulla poltrona, sgranocchiare i bocconcini, sbucciare le pere succose e aspirare l’odore delle bucce di clementine che mette sul termosifone per profumare l’aria. I vecchi si sa, sono egoisti per intervenuta mancanza di tempo.
«Signora io la saluto, penso che sia arrivata».
La maestra Viola si è voltata a guardare in faccia il ragazzino che, intanto, rimette le cuffie alle orecchie.
«Potrei darti una mano», le è parso di dire, «potrei aiutarti con i compiti». In realtà glielo abbiamo fatto pensare ma, invece, lei ci ignora: «Grazie, Alberto; e mi raccomando: domani va a scuola. E non fumare tanto, che ti rovini la salute!».
Si è fatto mezzogiorno, ha smesso di piovere. Alberto tira fuori dalla tasca il cappellino di maglia, fa un cenno con la mano, un mezzo sorriso tirato. Scriviamo: lo sguardo gli rientra nella sua bolla smart-virtuale. Hip-hop e s’allontana. Eppure il dubbio gli è venuto che la vecchia gli sia andata addosso apposta.

Francesca Varagona è nata a Palermo nel 1962. Germanista, ha vissuto a Roma e a Palermo, dove ha compiuto gli studi universitari laureandosi in Lingue e letterature straniere moderne nel 1986, prima di trasferirsi a Bologna, dove risiede dal 1992.
Lavora come docente in una scuola superiore bolognese.
Si dedica da molti anni alla scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti sulla webzine letteraria Kultural, ha partecipato ad alcune sillogi di poesia della casa editrice Pagine (Riflessi, Immagini, I poeti contemporanei, Viaggi diVersi) e ha pubblicato nel 2009, con altre sei poetesse, il libro “Plurale femminile” con ilmiolibro.it della Feltrinelli.
Ha collaborato ai blog Poeti clandestini e Incanto errante.
Ha pubblicato articoli sul blog Rosalio di Palermo e su Il nuovo paese di Bagheria.

:: Sesto piano di Marcello Tropea

19 gennaio 2018

Parigi

Mi hai lasciato solo a navigare nel mare tempestoso
e nero come l’inchiostro.
Stella polare, senza di te ho paura di queste onde.
Stella polare dove sei, torna da me e guidami verso un
nuovo approdo sicuro.
Stella polare…

Meglio lasciar perdere, scrivere poesie non è cosa per me.
E poi perché dovrei scrivere una poesia a quella stronza che se n’è andata sbattendo la porta?
Non mi amava più, e ovviamente la colpa di questo suo disamore è solo mia.
− Ti sei trasformato in un personaggio mitologico: metà uomo e metà poltrona – continuava a ripetermi come un mantra.
Eppure era stata lei a dirmi che dovevo cambiare perché, alla mia età, non si vive solo di feste, amici, aperitivi e fine settimana al mare o in montagna. Così l’ho accontentata, mi sono lasciato plasmare dai sui desideri, e quando sono diventato quello che lei voleva, mi ha liquidato su due piedi con la scusa che non ero più quell’uomo affascinante ed estroverso che aveva conosciuto. La realtà però è che se n’è andata perché sono caduto in disgrazia, e una come lei non ci sta con uno squattrinato.
Solo che adesso sono rimasto solo, senza donna, senza amici, senza soldi ma con un lavoro di merda.
Però mi manca, accidenti se mi manca.
Potrei finire la poesia che ho iniziato e fargliela trovare tra il parabrezza e il tergicristallo: a lei piacciono da impazzire i gesti d’amore zuccherosi.
No dai, sarei ridicolo. Come minimo, dopo che avrà letto i versi scoppierà a ridere come una matta. Meglio lasciar perdere, non sono dell’animo giusto per sopportare lo sberleffo. Dio mio, quanto mi piaceva vederla ridere di gusto.
Però la poesia potrei scrivergliela con un punteruolo sul cofano della macchina, così di sicuro non si metterà a ridere e capirà quanto sto soffrendo. Questa sì che potrebbe essere una buona idea. Meglio di no, ma solo perché so già che andrebbe a finire che le devo pagare pure i danni.
Sono le due di notte e, anche se sono al sesto piano, non c’è un alito di vento. Mi verso ancora un po’ di whisky nel bicchiere e vado sul balcone.
Se per mettere giù quelle tre righe mi sono scolato mezza bottiglia, quanto beve un poeta per scrivere una poesia intera? Non importa, non è l’ora di matematica.
La colpa, se non arriva un refolo d’aria, è del palazzo che hanno costruito di fronte: fa da paravento. È così vicino che basta affacciarsi per curiosare negli appartamenti altrui. Prima o poi li arresteranno questi assessori che concedono licenze edilizie “ad minchiam”.
Chissà cosa starà facendo lei adesso. Beh, vista l’ora, magari dorme. Mi piaceva vederla dormire, stavo delle ore a guardarla, mentre adesso sono gli occhi di un altro a farlo.
E se invece di dormire sta facendo l’amore con quello stronzo che me l’ha portata via? Appena mi capita sotto mano giuro che lo ammazzo, così come ammazzerò tutti quelli che frequenterà: “O con me o con nessun altro”.
Oddio, non è che posso fare una carneficina solo perché mi ha lasciato. Allora uccido lei, così faccio fuori solo una persona. No, non ci riuscirei mai a farle del male, e poi sai che casino salterebbe fuori, già me li vedo i titoli dei giornali: un altro orco uccide una donna per amore, basta con il femminicidio!
Certo che il whisky ne fa dire di sciocchezze.
C’è un silenzio quasi innaturale. Il cielo è tempestato di stelle e la luna sembra una palla d’avorio. È bella l’estate, ma senza di lei la mia vita è un eterno inverno.
Un alito di vento, saturo di profumo di fiori d’acacia, mi ha accarezzato. Da quanto tempo è che non lo sentivo così inteso? Lei andava pazza per il profumo dei fiori. Ogni volta che arrivavo a casa con un mazzo lei trasformava il letto come un prato e poi ci facevamo l’amore con passione sanscrita. Se penso che adesso metterà in pratica le nostre acrobazie con quell’altro, mi fa andare fuori di matto.
Un altro sorso, poi basta.
E, se invece di fare tutto quel macello, mi buttassi giù? Che ci vuole: prima scrivo due righe, poi prendo la rincorsa e faccio finta di saltare una staccionata. Oppure potrei anche lasciarmi cadere come un sacco di patate: in fondo non è il modo ma il gesto che conta. Quanto tempo potrei impiegare a fare sei piani in caduta libera, forse tre o quattro secondi? Ma sì, facciamola finita, tanto che senso ha vivere se lei non è più qui con me? Non mi ami più? E allora io mi uccido, così ti porterai il rimorso per avermi lasciato per tutta la vita: la tua vita! Niente male come punizione.
Certo che se mi buttassi di sotto potrei suscitare incomprensioni, ilarità e soprattutto sberleffo con la solita battuta che quando una donna tradisce ti mette le corna e non le ali.
Potrei fregarli tutti facendomi penzolare dal balcone: impiccarsi è un gesto plateale molto più impressionante di uno che ha fatto un salto nel vuoto. Tutto sommato è anche abbastanza semplice: prendo un lenzuolo, lego ben stretto un lembo alla ringhiera e l’altro al collo e… oplà, fatto.
Già mi immagino domattina quella rompiscatole del piano di sotto che, appena vede le mie gambe penzolare, telefona all’amministratore per lamentarsi che mi sono steso nell’orario non previsto dal regolamento condominiale. Meglio lasciar perdere: per suicidarsi, oltre ad avere coraggio, bisogna fregarsene altamente delle regole e dei giudizi degli altri.
E se poi lei, invece del rimorso utilizzasse il mio gesto estremo per vantarsi che un uomo si è addirittura suicidato per lei? Non c’è niente da fare, come la giro e la rigiro tutto va a mio discapito. Va bene, rinuncio al suicidio, non posso certo darle anche questa soddisfazione. E poi in questo periodo c’è già troppa gente che si ammazza. Non passa giorno che persone disperate si tolgono la vita perché hanno perso il lavoro, oppure perché non sanno come fare per pagare i debiti, o le tasse, e io compirei un torto nei loro confronti se dovessi farlo solo per amore di una donna.
La campana della chiesa ha fatto il rintocco della mezz’ora.
La finestra dell’appartamento di fronte si è illuminata. La nuova dirimpettaia non riesce a dormire. È arrivata da poco, un mese o poco più. Forse è stata trasferita in questa città per lavoro perché, da quando è qui, non ho mai visto nessuno girare per casa.
Ha spento la televisione, quindi adesso si affaccerà alla finestra. Da quando è scoppiato questo caldo incontrarci alla finestra è diventato quasi un appuntamento fisso. Con quella maglietta non è niente male. Forse la usa come camicia da notte; e se fosse una di quelle a cui piace dormire nuda? L’idea mi provoca un brivido di piacere.
Mi ha visto. Come al solito ci salutiamo alzando il bicchiere. Dato che non posso mettermi a parlare a voce alta a quest’ora, le dico che ho caldo gesticolando. Mi ha sorriso e, utilizzando lo stesso metodo, mi sta dicendo che non riesce a dormire per lo stesso motivo: le considerazioni atmosferiche funzionano sempre.
Mi ha fatto capire che se ne va a dormire e mi ha salutato agitando la mano come se, invece che alla finestra, fosse al finestrino del treno che si sta allontanando dalla stazione. Tipo simpatico. Devo trovare il modo di parlarle e magari provare ad invitarla in un bar del centro per fare quattro chiacchiere.
Okay farò in modo di incontrarla, casualmente si intende, e poi vediamo come andrà a finire. Tutto ha una fine, ma non è detto che tutto debba finire con la morte.

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore eValigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

:: Un ultimo dell’anno a Parigi di Dianella Bardelli

22 dicembre 2017

parigi

La casa era quella di un famoso filosofo francese, uno di quelli alla moda, tutti comprano i loro libri, nessuno li legge ma tutti dicono che bravi che sono. A volte sono persone generose come quello che ci ospitò a Parigi a casa sua. Lui era non ricordo dove all’estero. Immagino a fare cose importantissime per l’umanità. Noi eravamo in tre nella sua bella casa e già lì erano ospitati degli attori vietnamiti che ci guardarono subito storto perchè occupavamo un “loro” posto. Noi ce ne fregammo ignorandoli per il tempo che ci fermammo a Parigi. Pochi giorni in realtà, a cavallo di un ultimo dell’anno. Io mi ero accodata a due amici, Laura e Giorgio che era quello che aveva conosciuto in Italia il filosofo che ci stava ospitando. Laura e Giorgio si stavano stuzzicando in una specie di gioco “forse stiamo un pò insieme, forse un pò no”. Alla fine non stettero insieme anche perchè lei più che altro era lesbica e infatti lì a Parigi doveva incontrare Francesca, una sua amica italiana, che lavoricchiava in un bar per pagarsi un corso alla Sorbona. Io in quella breve vacanza stavo in mezzo a tutti loro, davo loro un pò noia, interferendo sia nel rapporto tra le due ragazze che in quello tra Giorgio e Laura, con cui lui avrebbe voluto scopare e per un pò anche stare.

Francesca ci venne a trovare appena arrivammo. Grandi sorrisi, abbracci tra lei e noi tre. Si portò dietro un’amica dall’aria triste, una ragazza francese che era stata per un periodo in Italia, a Firenze per la precisione e lì aveva amoreggiato con un ragazzo bello e spietato amico anche nostro, che le aveva scritto che sarebbe venuto con noi a Parigi. Invece era rimasto Firenze, perdutamente innamorato di una ragazza americana che studiava qualcosa che aveva a che vedere con l’arte italiana. La ragazza parigina dall’aria triste quando vide che il bello e spietato fiorentino non era con noi ammutolì e poi se ne andò, dicendoci che sarebbe tornata il giorno dopo, ultimo dell’anno, per stare di nuovo con noi. Laura e Giorgio si ritirarono subito nella stanza in cui avevano deciso di dormire, “dobbiamo parlare di cose importanti”, dissero a me e Francesca. Allora noi due decidemmo di uscire insieme. Camminammo un pò per i viali parigini fino al suo mini appartamento all’ultimo piano di una bel palazzo d’epoca. Era un sottotetto, una chambre de bonne, che lei aveva cercato di abbellire con cuscini e stoffe colorate. Ci sedemmo sul suo piccolo letto a chiacchierare. Mi parlò di cosa faceva a Parigi. Lavorare qualche ora in quel bar le piaceva. Lì aveva conosciuto un sacco di gente, giovani con cui passare belle nottate alle feste nelle case o in altri locali. Il corso alla Sorbona, sì lo frequentava, si trattava di antropologia e se voleva avrebbe potuto accodarsi ad un gruppo di ricercatori che tra poco sarebbe partito per la foresta amazzonica a studiare una tribù di indigeni di cui si sapeva poco. Ma non lo avrebbe fatto, era troppo divertente vivere a Parigi, c’erano feste tutti i giorni, si potevano incontrare persone famose, cineasti, attori, scrittori, parlare e cazzeggiare con loro; “magari la mia vita cambierà da un momento all’altro e andrò a vivere con una di queste persone famose e non dovrò più servire café au lait o bicchieri di vino in quel bar, sì carino, ma sempre lavoro è”, disse Francesca. “E Laura?”, chiese io. “Con lei una storia c’è”, mi rispose. “Sono venuta anche a trovarla in Italia proprio per approfondire il nostro rapporto. Ci eravamo conosciute qui a Parigi mesi prima ad un convegno di antropologia cinematografica. A casa sua in Italia abbiamo parlato, parlato nottate intere bevendo litri di caffè, ma di concreto non abbiamo ancora combinato niente. Io non avrei problemi, sono già stata con delle ragazze, ma è Laura che cincischia. Adesso se ne viene a Parigi con Giorgio, che ho conosciuto una sera a casa sua, ora lei è lì con lui e io…”. ” E tu sei qui con me che non c’entro nulla”, dissi. ” Dai”, fece Francesca, ” usciamo, mangiamo qualcosa in una brasserie che conosco qui vicino, poi giriamo per i locali a vedere chi c’è e chi non c’è e infine andiamo ad una festa dove mi hanno invitato”. ” Ma non devi andare a lavorare?”, chiesi. ” Ho lavorato stamattina e riattaccherò dopo capodanno”, rispose. “E Laura e Giorgio?”, chiesi. “Che ne so”, disse Francesca, “faranno senza di noi, così imparano”, aggiunse.

Alla festa facemmo le sceme. Ballavamo sfiorandoci continuamente, guardandoci negli occhi e ridendo; i francesi neanche ci fumavano e questo mi scocciava, volevo provocarli, scandalizzarli forse, flirtando sfacciatamente con Francesca. Ma loro non ci degnarono di uno sguardo. Che stronzi, stì francesi, pensavo, due belle ragazze italiane ballano muovendo tette e culo, scuotendo i loro bei capelli lunghi e loro niente? Continuano a parlare di cinema, teatro, tutte cose noiose, quando invece potrebbero guardarci che davvero ci divertiamo, e chissà come andrà a finire tra noi la serata.

Non andò a finire in nessun modo. A tarda notte tornammo a casa del filosofo e Laura ci stava aspettando alzata e furibonda. Cominciò a discutere con Francesca su dove eravamo state e a fare cosa, una scena di gelosia in piena regola, insomma. Io mi ritirai nella mia stanza. Giorgio dormiva. Cercando di addormentarmi sentii discutere Laura e Francesca per parecchio tempo. Il mattino dopo ognuno di noi fece come niente fosse. Francesca se ne era andata all’alba dicendo a Laura che sarebbe tornata verso sera. Noi tre andammo a fare colazione in un bar vicino e poi passammo il pomeriggio dell’ultimo dell’anno in casa a leggere e dormire. Tra Laura e Giorgio l’intesa era naufragata e io non provai nemmeno a fargli capire che se Laura non c’era più per lui c’ero pur sempre io. Lasciai perdere in attesa di quello che avremmo fatto la notte dell’ultimo dell’anno.

Cenammo a casa mangiando pane e formaggio e bevendo vino rosso comprati nel negozio sotto casa e verso le dieci arrivarono Francesca e la parigina triste.Quest’ultima esordì dicendo: ” C’è un giradischi qui?”. “Sì”, rispose Giorgio, ” è lì in quell’angolo dietro il divano”. Lei senza dire altro staccò la spina del giradischi e se lo mise sotto il braccio insieme ad alcuni dischi di Jacques Brel e Gilbert Becaud. ” Vado ad ascoltare tutta la notte questa musica che mi ricorda l’amore che ho perduto”, disse. ” Ma no”, disse Giorgio, ” vieni con noi, magari ti distrai e ti diverti pure”, aggiunse. “No”, disse lei, ” nulla può farmi divertire. Sono fatta così, devo soffrire molto perchè un innamoramento mi passi”. E se ne andò. Noi quattro ci guardammo e non riuscimmo a non ridere di lei che aveva preso sul serio quel ragazzo fiorentino che si innamorava ogni cinque minuti e altrettanto velocemente si dimenticava di esserci innamorato. Ma la parigina non aveva capito che tipo era. “Almeno noi due non abbiamo mai creduto di fare una cosa seria, qualche incontro, buon sesso allegro e finita lì”, disse Francesca rivolta a Giorgio. Perchè voi siete stati insieme?”, chiesi io. ” Sì, quella volta che venni in Italia a trovare Laura”, rispose. “E tu Laura sei al corrente che loro due si erano messi insieme?”, chiesi. “Ma non si erano messi insieme”, disse Laura. ” Gli uomini si sa sono interscambiabili, con le donne le storie sono più serie”, aggiunse. Giorgio non disse nulla, si limitò a sorridere.

La notte di capodanno la passammo per le strade. I parigini si affollavano in tutte le vie del centro con bottiglie e calici di champagne. C’erano anche un sacco di italiani come noi, che si intristivano nei locali all’aperto non riuscendo a partecipare alla sincera, spontanea euforia parigina. Noi quattro si andava qua e là stupiti anche noi di tutta quella allegria. Parlammo con gli italiani che incontravamo. Io mi immalinconii, come mi succede sempre a capodanno. Tanto è vero che negli ultimi anni lo ignoro.

Il giorno dopo io, Laura e Giorgio eravamo già sul treno per l’Italia. Francesca rimase a Parigi un altro anno. Poi tornò in Italia. Non ha sposato un uomo famoso. In compenso è diventata famosa lei.

Dianella Bardelli per molti anni ha insegnato Lettere presso l’Istituto Tecnico Industriale Aldini Valeriani di Bologna. Nel 2008 ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “ Vado a caccia di sguardi” presso l’editore Raffaelli di Rimini. Nel 2009 un romanzo intitolato “Vicini ma da lontano”, presso la casa editrice Giraldi di Bologna; nel 2010 un altro romanzo dal titolo “ I I pesci altruisti rinascono bambini” sempre per l’editore Giraldi. Nel Gennaio 2011 ha pubblicato un romanzo intitolato Il Bardo psichedelico di Neal presso le edizioni Vololibero ispirato alla vita e alla morte di Neal Cassady, l’eroe beat. Nel 2014 ha pubblicato il romanzo Verso Kathmandu alla ricerca della felicità per l’editore Ouverture. Appassionata della letteratura americana della beat e hippy generation, accanto alla sua attività di scrittrice guida corsi di Scrittura Creativa secondo il Metodo della poesia e prosa spontanea. Ha da parte vari romanzi inediti e racconti.

:: Il segreto del mondo di Daniela Distefano

15 dicembre 2017

origini del mondo

Un bimbo non voleva mangiare la frutta, allora la sua mamma gli disse:
“Mangia questa mela perché se non lo fai faccio scendere la Pioggerella Tremarella che con le sue gocce fa diventare gli esseri umani piccoli piccoli come formichine!”.
“Mamma, ma io sono già piccolo!”.
“Se non mangi la Pioggerella Tremarella ti farà diventare un puntino!”.
Il bimbo disse allora: “ Mangio la frutta ma tu raccontami la storia della Pioggia Tremarella”.
La mamma allora iniziò questa fiaba che parla del segreto del mondo.
“Un giorno, molto tempo fa, prima che noi tutti nascessimo, prima del Sole e della Luna, la Terra era infinita. Era coperta di fiori che ricevevano tutta la luce dal basso e non c’era il Cielo azzurro.
La Pioggia era un fiume immenso che scorreva sul mondo immergendosi nell’oceano globale.
Non c’erano ancora l’uomo, la donna, il bambino, solo piante e fiori.
Dio pensò che era tutto troppo noioso, sempre immobile, eterno,
e così creò gli animali, poi gli esseri umani e i loro figli.
Ma questi volevano solo giocare e scherzare con le nuvole che allora erano basse e non in alto nel Cielo.
Le nuvole erano di tanti colori, i bimbi le raccoglievano e poi le mangiavano come fossero zucchero filato.
Sembrava il Paradiso, ma era la Terra come non era stata vista mai.
I bimbi crescevano, e anche il pianeta aveva adesso un altro aspetto.
Erano sorti il Sole, e, di sera, la Luna che con i loro occhi sempre vigili proteggevano le creature di Dio. Gli uomini divennero tanti, alti, forti, e arroganti.
Credevano di essere i padroni della Terra, Dio era infelice così volle punirli.
Ogni volta che un uomo, una donna, o un bambino diventavano superbi, Dio faceva scendere dal Cielo la Pioggia Tremarella che li rimpiccioliva come nanetti.
Bastava anche un solo capriccio, un bisticcio, una prepotenza che la Pioggia Tremarella cadeva con grosse gocce che facevano il loro lavoro di punizione divina.
Presto le persone rimpicciolite divennero una moltitudine, non c’era più spazio per loro sul mondo. Dio era molto triste perché anche se aveva mandato la Pioggia Tremarella, gli esseri umani non avevano cambiato il loro comportamento malvagio.
Alla fine ebbe un’idea.
Tutte le persone rimpicciolite sarebbero diventate giganti se si pentivano dei loro capricci.
Fu così che sulla Terra adesso si vedevano bambini enormi e uomini nani, donne gigantesche e giovani adulti alti quanto un dito.
Era un mondo sproporzionato.
I bimbi buoni erano grandissimi e tenevano nel pugno i genitori cattivi, ma poi questi ridiventavano buoni e grandi e il bimbo che non voleva mangiare la pappa diventava minuscolo.
Fu così che Dio comprese di aver fatto il mondo un po’ confuso e la Pioggerella Tremarella ritornò a rimpicciolire solamente. Chi faceva il monello era monello e nanerottolo a vita”.
-“ Dunque, io mamma, se non mangio la mela non cresco più?”.
-“Si. Tu mangia la mela, perché poi grande ci diventi”.
-“ E che ne è stato dei bimbi e degli altri esseri umani che non sono più cresciuti?”.
-“ Dio gli ha trasformati in gocce tremanti, così la Pioggerella Tremarella li può tenere d’occhio”.
-“Mamma, guarda, sta per piovere!”.
-“Allora affrettati con quella mela!”.

:: Il tempo strappato – Davide Schito

12 dicembre 2017

1r

Ore 7.40
L’aria di dicembre, stamattina, è una lama affilata che graffia il viso e i pensieri.
Lo sa bene Ettore, che in sella alla sua Bianchi ha appena lasciato lo stabile in cui abita, al numero uno di via Gallina, e sta pedalando verso corso Plebisciti, in direzione del centro. Si abbassa sul manubrio, sbuffa nuvolette di fumo ghiacciato e spinge sui pedali più che può, ma nemmeno questo serve a scaldarlo: il freddo ormai gli è entrato dentro, sotto il paltò scuro e la sciarpa di lana scozzese cucita da sua moglie Anna.
“Se non mi prendo un accidente oggi non me lo prendo più”, pensa, mentre Milano, deserta e ancora mezza addormentata, scorre veloce tra i raggi della bicicletta.

Ore 7.59
Mancano solo un paio di settimane a Natale.
A Ettore quella festa non è mai piaciuta. In giro c’è sempre troppa gente, mentre per lui la vera Milano, la sua Milano, è quella che vede all’alba, appena si alza dal letto. Ci sono mattine in cui, durante quei pochi minuti di silenzio, prima che la sua famiglia e la città si sveglino, può addirittura illudersi di essere l’ultimo uomo rimasto sulla Terra.
Sarà che a Natale tutti fingono di essere felici, mentre a lui fingere non è mai riuscito molto bene. Se non fosse per Silvano probabilmente non metterebbe nemmeno l’albero in soggiorno. Lo fa solo per suo figlio: quindici anni sono troppo pochi per smettere di sognare. Non vuole che diventi come lui. Nessuno dovrebbe.
La banca, stamattina più del solito, ha le sembianze di una balena pronta a inghiottirlo. Mentre timbra il cartellino e saluta distrattamente un collega, uno di quelli che in un’altra vita avrebbe potuto considerare un amico, Ettore pensa alle feste che si avvicinano e si sorprende a sperare che quest’anno, a Milano, scenda la neve. La neve che porta silenzio e pace, che ovatta i rumori. La neve che nasconde tutto, anche i peccati, le bugie e gli errori del passato. Persino i brutti pensieri.
Milano con la neve è magica, non sembra neanche più lei. Nello spazio di una nevicata il tempo rallenta fino a fermarsi. Si trovano altri punti di riferimento, angoli smussati che esistono solo il tempo di soffiarli via, e ci si può persino illudere di essere una persona diversa. Nuova.

Ore 12.30
L’ora di pranzo, per Ettore, è il momento peggiore della giornata.
La sirena che annuncia la pausa ha il sapore amaro della sconfitta. Ettore posa sulla scrivania la matita, archivia le ultime pratiche nei loro faldoni, infila il paltò e si accoda ai suoi colleghi. Avanza a piccoli passi, guardandosi le scarpe, ben attento a non incrociare altri occhi. Qualcuno ridacchia e lo spinge da dietro: normalmente la cosa gli darebbe molto fastidio, ma la verità è che ormai ci ha fatto l’abitudine, all’irruenza e alla maleducazione delle persone.
Più passano gli anni e più Ettore si accorge di non essere tagliato per vivere gomito a gomito con altri esseri umani.
«Sei un orso», gli ripete sempre sua moglie. I primi anni lo diceva scherzando, ma Ettore sa che il tempo degli scherzi è finito da un bel po’. Ultimamente litigano spesso: lei si lamenta perché non escono mai e quando torna lui è troppo stanco persino per parlare. Ieri sera gli ha addirittura rinfacciato che quella che fanno non è vita.
Forse Anna ha ragione, riflette. Forse non sta vivendo, non davvero. Ma in fondo cosa può fare un impiegato di banca se non tentare, cercare, strappare, rubare il tempo per riuscire a vivere, in quelle misere tre ore che gli rimangono, ogni sera, prima di andare a dormire?
Strappare il tempo: un’immagine che ogni tanto gli torna in testa, ingombrante come le troppe parole che si tiene dentro. Strappare gli anni che passano, ricominciare da capo, lontano da tutto e tutti.
Chissà se si può.

Ore 16.33
Ettore ha appena spento la sigaretta nel posacenere e sta sbirciando fuori dalla finestra dell’ufficio che condivide con altri quattro colleghi. Una piccola pausa, dopo ore di lavoro ininterrotto: non ama distrarsi, lui, non è come gli altri che passano ore a chiacchierare di niente. Non si inserisce mai nei loro discorsi, li trova vuoti, privi di interesse: calcio, donne, noiosi racconti di famiglia. Si concede solo due pause da tre minuti, una alle undici e una alle quattro e mezza, per fumarsi in solitudine una Nazionale, il suo unico vizio.
Due piani più sotto, piazza della Scala inizia a popolarsi di paltò scuri troppo simili al suo e berretti ben calcati in testa. Contravvenendo alle sue ferree abitudini, Ettore indugia qualche minuto in più sui passanti che entrano ed escono dalla Galleria. Ne segue i movimenti disordinati. Più che uomini, gli sembra di guardare tante formiche che cercano disperatamente di sopravvivere. Ne osserva le ombre allungate, prive di volontà e spessore, confondersi col grigio dell’asfalto e farsi sempre più deboli.
Il sole, intanto, sta per sparire del tutto dietro le tegole rosse dei palazzi del centro. Tra poco sarà già notte: è il destino degli impiegati, d’inverno, quello di non respirare mai un raggio di luce. Ti svegli col buio, abbassi la testa sulle carte e quando la rialzi sembra non sia passato che un minuto. Salti le ore di otto in otto ed è così che a un certo punto, nel riflesso sbiadito di una finestra, ti scopri improvvisamente vecchio.

Ore 16.37
Il boato coglie tutti di sorpresa quando ormai il pomeriggio è quasi finito. Lo spostamento d’aria fa tremare i vetri e i pavimenti, l’eco rimbalza impazzita sulle pareti e le vibrazioni fanno cadere per terra alcuni fogli, impilati gli uni agli altri sulle scrivanie.
D’istinto Ettore abbassa la testa e si copre le orecchie con le mani. Per un attimo è come se il desiderio di poco prima si fosse realizzato, come se il tempo si fosse davvero strappato. Come se gli ultimi venticinque anni fossero stati solo un sogno agrodolce e lui fosse ancora in mezzo alle montagne, vestito di grigioverde, la baionetta e un fiasco d’acqua come unici compagni. Prima che il mondo rovinasse come una slavina addosso ai suoi ventidue anni. Prima di scoprire di essere stato ingannato.
Il tempo di guardarsi intorno basta però a Ettore per capire che non è così. Il tempo è ancora al suo posto, il passato è passato e non può cambiare, il futuro ancora non esiste.
La guerra – quella guerra – è finita. Hanno perso tutti, soprattutto quelli come lui che ci credevano, ragazzini col cervello infarcito di belle parole e la smania di fare gli eroi.
Ora di quel ragazzino partito volontario non è rimasto che un nome spiegazzato su una carta d’identità scaduta. L’Ettore impiegato di banca è una creatura diversa, di fare l’eroe non ha più voglia, vuole solo sopravvivere. Cosa ci sia di così speciale in quella sopravvivenza, poi….
Forse Silvano.
È sempre e solo per lui che il suo cuore accelera i battiti alla ricerca di un telefono, mentre tra le mura di quella banca divenuta prigione il boato lascia posto a un silenzio che sa di fango, schegge, spettri e ricordi così reali da poterli quasi toccare.

Ore 16.44
La sirena antincendio è un lupo affamato in una notte di luna piena.
«Tutti fuori, forza!» grida il capoufficio, indicando la tromba delle scale. Gli impiegati raccolgono alla meglio la loro roba e si incamminano disordinatamente verso l’uscita. Ettore è lì, tra loro. Ha l’espressione tirata e il colorito pallido, lo stesso della maggior parte dei suoi colleghi.
Per la prima volta sente di avere qualcosa in comune con loro: la paura. Non è riuscito neanche a chiamare a casa: ci hanno provato in troppi, le linee sono intasate. Qualsiasi cosa sia successa è di certo qualcosa di brutto.
Troppe bombe hanno sfiorato i suoi timpani per non riconoscerle.
Anche gli altri lo sanno. C’erano anche loro, magari su sponde diverse, ma c’erano. Nessuno ne parla mai, le ferite sono ancora troppo fresche.
E di questo passo, una bomba alla volta, Ettore è sicuro che non si rimargineranno mai.

Ore 16.51
Due Alfa Romeo color oliva della Polizia sfrecciano su via Manzoni, di fronte al Teatro, seguite da tre ambulanze, una dietro l’altra.
«Andate, andate a casa», annuncia il direttore, allargando le braccia in segno di resa. La settimana è finita in anticipo, ma nessuno ha voglia di festeggiare. Di sicuro non Ettore, che in silenzio, senza salutare, si annoda la sciarpa al collo, inforca la bicicletta e inizia a pedalare verso corso Matteotti. In corso Monforte incrocia almeno altre quattro ambulanze, proiettili verdi col simbolo della Croce Rossa tatuato sulle fiancate. Le osserva bruciare i semafori, in direzione del centro. All’altezza di piazza Tricolore si accorge che le sirene sono ormai diventate un sottofondo costante, un lamento di morte, rigurgito di vecchie catastrofi.
Approfitta di un semaforo rosso e si sistema meglio la sciarpa sul viso. Fa addirittura più freddo rispetto a stamattina, si ritrova a pensare. Sotto al paltò le costole spingono sulla pelle ed Ettore si accorge di tremare. Non saprebbe dire se per la temperatura o per altro.
Quando scatta il verde, Ettore riprende a pedalare, senza mai voltarsi, e non si ferma più finché non è a casa.

Ore 17.18
Quando vede Silvano corrergli incontro, sulla porta, Ettore per un attimo riesce quasi a cancellare ogni paura, ogni preoccupazione, ogni memoria dell’inferno appena passato. È solo grato di esserci ancora.
Forse, pensa, qualcosa di buono è rimasto, persino qui, in quest’epoca estranea e insoddisfatta. Anche senza strappare il tempo, senza accartocciarlo e gettarlo dalla finestra, un pizzico di felicità non è così irraggiungibile come credeva.
L’unica speranza, per lui, è quel ragazzino con i riccioli neri che abbraccia il suo papà, in un pomeriggio di dicembre di fine decennio che nessuno potrà mai dimenticare.

In memoria di Ettore Schito
16/7/1923 – 13/7/2013

Davide Schito è nato e vive a Milano. Ha pubblicato il racconto “L’uomo spaventato” con la casa editrice digitale Milanonera, oltre a diversi altri inseriti in siti web, riviste e antologie sia cartacee che digitali, tra cui “365 storie d’amore” e “Writers Magazine Italia n.70” (2013, Delos), “Ore nere – Otto racconti del terrore” (2014, dbooks.it), “Racconti mondiali” (2014, Autodafè), “Delitti d’estate” (2014, Novecento). Ha autopubblicato i racconti “Il tram del tempo” e “Blackout”, e la raccolta “Punto di non ritorno”. Insieme a Serena Bertogliatti ha fondato su Facebook il gruppo “Scrittori che danno del tu” per diffondere l’uso della Seconda Persona Singolare al Presente nella narrativa. Dall’esperienza del gruppo e da una selezione letteraria è nata l’antologia gratuita “Seconda – 15 racconti che danno del tu”.

:: Polly di Marcello Tropea

1 dicembre 2017

polena

Ogni volta che una vedetta della Guardia Costiera, o della Finanza, faceva rotta verso il porto di Lampedusa scortando una delle così dette “ carrette del mare”, Polly era già sulla banchina del porto, nel punto esatto dell’attracco, molto tempo prima che la macchina dei soccorsi si mettesse in moto.
Nessuno sapeva dire con precisione chi fosse quella ragazza dai capelli rossi, dalla carnagione lattea e dal fisico prorompente. Sicuramente non era una del posto, su questo tutti erano d’accordo, per cui doveva trattarsi di una volontaria, una venuta dal nord o chissà da dove; ma in quei momenti di emergenza, poco importava da dove provenisse, o chi fosse, l’importante era che aiutasse ad accogliere quella povera gente, e lei lo sapeva fare molto bene.
Polly non si risparmiava e accudiva, con spirito da crocerossina, quella gente sfinita, dallo sguardo spaventato, seduta con le spalle appoggiate al muro scrostato del molo. Molto spesso, le persone più gravi venivano avvolte in fogli termici colorati che le facevano sembrare tante uova di pasqua.
Lei percepiva la loro sofferenza infinita e cercava di lenirla con un sorriso, una carezza, portando loro viveri e acqua. Parlava con loro e non tratteneva le lacrime quando ascoltava le loro storie, tutte uguali, come tutte le storie di disperazione, di fame e di paura.
Polly era fatta così, sapeva ascoltare, tanto da rendere ogni storia degna di essere ascoltata. Inoltre, era efficiente, discreta, sensibile e bella. Molto bella.
Tutti, sull’isola, erano silenziosamente e rispettosamente innamorati di lei.

Anche Ruggero Camelio, sottotenente di vascello in seconda, trasferito temporaneamente a Lampedusa, era innamorato cotto della ragazza dai capelli rossi. E lui, a differenza degli altri, poteva considerarsi un privilegiato perché, con Polly, una volta ci aveva parlato a lungo.
Era accaduto un sera come tante, al tramonto, quando il sottotenente aveva visto Polly che, in piedi, al limite della banchina, scrutava l’orizzonte.
«Ciao!» le aveva detto, una volta raggiunta.
«Ciao.»
«Ti disturbo se rimango qui?»
«No!»
«Come ti chiami?»
«Polly» aveva risposto lei, senza distogliere lo sguardo dal mare, mentre la brezza le muoveva la chioma tizianesca.
«Io, Ruggero. Piacere.»
La ragazza aveva assentito leggermente con la testa.
«Affascinante, vero?» aveva detto lui, mentre guardava il profilo della ragazza.
«Che cosa è affascinante?»
«Il tramonto. Non stai ammirando il tramonto?»
« No» aveva risposto lei sempre scrutando l’orizzonte, «non mi interessa il tramonto. Tra poco arrivano!»
«Chi arriverà tra poco?»
«Loro, gli schiavi. Tra poco saranno qui e dobbiamo essere pronti.»
«Come fai a saperlo? Io non ho ancora ricevuto nessuna chiamata d’allarme.»
«Tra poco arriveranno da lì» aveva detto lei, puntando l’indice lontano, verso il punto dell’orizzonte dove il sole, di lì a poco, si sarebbe tuffato nel mare.
In quel momento il cellulare di Camelio aveva iniziato a suonare e, non appena chiusa la comunicazione, l’uomo aveva guardato, attonito, la ragazza.
«Chi sei, tu?» aveva chiesto, sgomento.
«Sono Polly, vai ad avvisare tutti gli altri. Muoviti» aveva ingiunto la ragazza, in tono secco, al sottotenente di vascello che, ubbidendo come si fa con un superiore di grado, si era allontanato di corsa.
All’alba le operazioni di soccorso si erano concluse e al porto c’erano solamente gli addetti alla nettezza urbana, il sottotenente di vascello Camelio, che parlava con due finanzieri, visibilmente stravolti dalla fatica, e Polly che, con passo sostenuto, si allontanava.
A quel punto, il sottotenente Camelio, con una scusa si era congedato dai due finanzieri e, discretamente, si era messo a seguire Polly.
L’aveva vista dirigersi verso calle Pisana, poi prendere il sentiero e scendere alla piccola spiaggia di cala Uccello, immergersi in acqua e, infine, sparire.

Per cinque giorni nessun avvistamento aveva sconvolto l’isola e, di conseguenza, per tutti quei giorni Polly non si era fatta vedere. La mattina del sesto giorno, il sottotenente di vascello Camelio mise su un’imbarcazione presa a nolo tutto il necessario per un’immersione, andò al largo della spiaggia di cala Uccello e si calò in acqua.
Perlustrò in lungo e in largo un’ampia zona, nuotando tra cernie e pesci d’ogni, esplorando anfratti e grotte sottomarine con la speranza di trovare qualcosa, anche se non sapeva esattamente cosa.
Improvvisamente gli sembrò di sentire come un’attrazione che lo spingeva verso il basso; allora accese la torcia e si lasciò trasportare da quella specie di corrente discendente.
Quando toccò il fondo, scorse in lontananza un’ombra. Puntò la luce e gli parve di vedere, al di là di una roccia ricoperta di spugne e coralli, qualcosa, una forma, una sorta di profilo. Si avvicinò e, oltrepassato lo scoglio, s’imbatté nella prua di una imbarcazione. Si avvicinò lentamente e, una volta raggiunto il relitto, si trovò davanti una polena. La illuminò. Poi spostò il fascio di luce verso quei pochi resti e vide che, sulla murata, c’era ancora inciso il nome dell’imbarcazione: Polly.
Illuminò di nuovo la statua di legno che artigiani antichi avevano creato, e fece scorrere il fascio di luce sui capelli fluenti, colorati ancora da qualche rimasuglio di rosso e sull’espressione candida che sembrava scrutare l’orizzonte.
Camelio sorrise e, mentre con una timida carezza sfiorava quel viso, gli sembrò che la polena gli rivolgesse un timido, sorridente cenno d’intesa.

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore eValigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

:: Casamia di Francesca Varagona

24 novembre 2017

LilliLiliana ha passato la cinquantina e il quintale di peso.
La incontro nello spogliatoio di un centro medico dove si reca un paio di volte alla settimana per le sue sedute di idrokinesiterapia.
Ha gli occhi larghi e arriva con anticipo. Si siede sulla panca e legge. Le piace non fare aspettare, dice, e riprende la lettura. Legge. Legge sempre.
Lilli è straniera, viene da un paese dei Balcani sconvolto dalla guerra solo qualche anno prima. Ha problemi alla schiena, attende un’operazione. Pesa troppo e lo sa, ma non si è risparmiata. Racconta la sua vita alla giovane terapeuta senza enfasi, con calma e determinazione. È separata.
“Anche tu?” le domanda la giovane fisioterapista con il rossetto brillante e gli occhi mesti che medita di lasciare l’Italia in cerca di un guadagno migliore, forse di un nuovo amore.
“Da sette anni”, racconta Lilli con orgoglio.
L’intera sua vita passata si snoda durante la seduta, mentre esercita la schiena e i muscoli intorpiditi con l’aiuto delle manopole e del tubo galleggiante. La racconta con una voce piana, dal leggero accento slavo. Sposata a vent’anni, con un uomo insensibile. Due figlie. Lavoro. Lavoro. Lavoro e poi la catastrofe. La guerra. Il sovvertimento di ogni certezza. La fuga sotto l’Alto Patronato per i Rifugiati Politici delle Nazioni Unite. La vita di un’esule che ricomincia da zero.
Cambia nel fisico, Lilli, “nella corporatura”, come dice lei con il suo italiano curato, sorprendente sulla bocca di un’operaia straniera. Cambia nelle scelte. L’uomo, il marito – “ex” come precisa con una punta d’orgoglio, adesso – accumula debiti su debiti. Vende la loro casa in patria, quello che rimane delle loro poche cose, al suo paese non ha più nessuno.
E ricomincia. Prima accanto a lui: bussa alla porta di amici italiani.
Il suo primo colloquio di lavoro, dieci anni prima, in un’azienda dell’Appennino, sono due frasi.
“Quando sei nata?”
“Hai voglia di lavorare?”
Subito assunta. Ma lui, il suo ex, è contrario. La ingiuria.
“Sei impresentabile”.
La denigra, soprattutto in presenza di altri.
“Non vali niente”.
“Se vuoi lavorare devi fare prima tutti i servizi di casa – le intima. E il pane fresco. Tutte le settimane. Tutte le domeniche”. Un pane nero e aspro.
Lei, dura, resiste. Lavora in fabbrica. Si spacca la schiena. E lava e pulisce e stira. E tutte le domeniche impasta e cuoce il pane che lui non vuole comprare. Va avanti sei mesi, poi lui capitola: “Va bene, è meglio se lo compriamo”. Lilli non ha tentennamenti né lacrime. Sono passati sette anni da quando è sola.
La volta che era andata dal giudice per la separazione, lui l’aveva intimorita:
“Non ti do niente, non avrai niente. Non ti do un soldo, se vuoi stare da sola”.
Non fa una piega. Rinuncia a tutto.
Il giudice la ferma: “Signora, è sicura?”
Lilli è decisa, è un caterpillar: “Voglio firmare”.
La prima cosa che ha fatto, dopo essere entrata a casa da sola, ha comprato uno zerbino. C’è scritto “Casa mia”.
Ha sopportato di tutto. Le umiliazioni. Gli scorni. I tradimenti. Il suo ex si è messo con la madre di un compagno di scuola della figlia minore.
La ragazzina si voleva suicidare.
“L’ho salvata per i capelli”. Lo dice con l’amore e l’orgoglio di una donna che ha visto il peggio.
“Ieri ho saldato l’ultima rata dell’ultimo debito”.
Sono libera, dicono i suoi occhi vispi, il viso pacioso; la sua schiena malandata, ma non spezzata, dritta.
“Mi operano tra tre mesi”.
“E’ un intervento molto costoso?”, s’informa gentile la fisioterapista.
“Ce la farò. Se non mi curo non posso lavorare. Lavorerò di nuovo. Darò un futuro alle mie figlie.
Se ce l’ho fatta finora, con quello che ho visto, posso resistere ancora”.
Nello spogliatoio, al termine della seduta, mentre si riveste mi confida: “Adesso mi aspettano tre quarti d’ora in corriera; tutti i benefici della terapia sfumano così. Quando arrivo a casa ho più male di prima”.
Ma non importa.
Non devo più cuocere il pane della mia terra. Non devo più rendere conto a un uomo che mi ha buttata via quando non ero più piacente. Posso pulirmi le scarpe impolverate sullo zerbino e chiudere la porta di casa.
“Casa mia”.

(settembre 2013)

Francesca Varagona è nata a Palermo nel 1962. Germanista, ha vissuto a Roma e a Palermo, dove ha compiuto gli studi universitari laureandosi in Lingue e letterature straniere moderne nel 1986, prima di trasferirsi a Bologna, dove risiede dal 1992.
Lavora come docente in una scuola superiore bolognese.
Si dedica da molti anni alla scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti sulla webzine letteraria Kultural, ha partecipato ad alcune sillogi di poesia della casa editrice Pagine (Riflessi, Immagini, I poeti contemporanei, Viaggi diVersi) e ha pubblicato nel 2009, con altre sei poetesse, il libro “Plurale femminile” con ilmiolibro.it della Feltrinelli.
Ha collaborato ai blog Poeti clandestini e Incanto errante.
Ha pubblicato articoli sul blog Rosalio di Palermo e su Il nuovo paese di Bagheria.

:: L’ascensore di Daniela Distefano

10 novembre 2017

Foto L'ascensoreSi radeva come tutte le mattine, il caffè gorgogliava sul fornello, Pauline portava la cagnetta Doris a fare i bisognini in giardino. Un giorno come un altro mentre l’autunno avanzava scostando le tende di un’estate scaltra e pervasiva.
Avevano scelto questa stagione umida e incerta per andare in vacanza, le valigie pronte, i documenti a vista, i biglietti dell’aereo in borsa, Pauline era maniaca della precisione e della puntualità.
Ma perché “era”?
Marco non se lo chiese nemmeno, un piccolo rivolo di sangue gli colava da una guancia, la barba non c’era più, e si era ferito.
“Pauline!”
Si aspettava un “Che c’è?”.
Non udì nulla se non il ritorno della sua voce nasale e un suono appena percettibile, forse l’ascensore che annunciava la fine della passeggiatina di Doris, non erano ancora rientrate le sue “femmine”.
Con la schiuma da barba sul mento e i capelli a scienziato pazzo, aprì la porta dell’entrata, era stata appena socchiusa, Pauline non era il tipo da aspettarsi aggressioni, rapine, furti…
Vide la signora Clarissa che saliva le scale con enormi buste della spesa, roba da cucina hard, una zucchina fuoriusciva da un sacchetto, un cavolo sbucava da un contenitore, l’ascensore era occupato e così si era fatta a piedi quella scalinata ottocentesca di uno dei palazzi più antichi della città.
“Se vuole, l’aiuto”.
“Oh, grazie mille, ma sono quasi arrivata, col fiatone però ce l’ho fatta”.
“Come vuole, io…”
“Io”, finì lì. Non poteva finire la frase ” Aspetto mia moglie e la cagnetta Doris che saranno dentro l’ascensore e..”.
Le due “femmine” della sua vita erano effettivamente all’interno dell’ascensore, ma quando questo si aprì Marco capì che la vita non è come un barattolo della nutella, magnifico e previsto, bensì un’insalata in busta, dove puoi trovarci a volte insetti, pesticidi, ed altre spiacevoli sorprese.
Marco Ottoni, trentacinque anni, impiegato in un istituto di credito, ha ucciso la moglie ventisettenne di origini francesi, Pauline Cassel, questa mattina quando la vittima tornava dopo aver portato a spasso la sua cagnolina.
Ancora ignoto il movente. L’assassino era pronto a fuggire.
Nessun testimone, solo una signora anziana dice di aver visto l’uxoricida vicino l’ascensore e di aver scambiato con lui convenevoli, evidentemente per depistare, per non richiamare la sua attenzione.
La vittima è stata pugnalata con dodici coltellate alla schiena, la cagnolina è morta prima. Il marito si dichiara innocente:
“Non stavo fuggendo, dovevamo andare in vacanza!”.
“Non sono stato io, vi state sbagliando, non ci sono impronte! Non ho usato guanti!”.
Spegniamo questo televisore, Cip. Bel pappagallino, adesso ne vedremo delle belle. Domani vado dal parrucchiere perché vengono ad intervistarmi quelli del telegiornale, uh! Che emozione, Cip!
Non doveva partire quella cagna, e nemmeno la sua padrona: gne gne, e non salutano; offri loro un dono prezioso come l’amicizia e ti sporcano il giardino. Il mio Lucio, il mio terzo marito me lo diceva sempre:
“Clarissa sei una donna formidabile ma anche un po’ pericolosa.
Se non ti va a genio qualcuno, non vale nulla per te il manuale dell’amministratore condominiale!!!”.
La odiavo con i suoi ninnoli, con i suoi sorrisi ipocriti, e poi una come lei mi portò via il mio Lucio. Il suo miserabile marito se la pianga pure, io e Cip lo aiuteremo a trovare un altro colpevole.
“Sì, un tizio col berretto scuro”.
“Ne è sicura, signora? E’ proprio certa di aver visto un uomo che usciva di fretta e furia dal portone del palazzo?”.
“Certissima, e sono spaventata adesso anche per me, un’anziana sola sola, col suo pappagallino.. mentre il mondo è cattivo. Sì, è proprio cattivo”.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: La grande gobba di Yolima Marini

3 novembre 2017
Campagna Lorenzo Polvani

Campagna, Lorenzo Polvani

Come le piaceva sentire il vetro infrangersi contro il muro , le piaceva così tanto che ogni volta che si doveva andare a buttare la spazzatura, si offriva lei prima di tutti gli altri.
Correva giù lungo i campi di grano , superava il ponte e finalmente arrivava davanti alla grande gobba dove si buttava dentro le bottiglie.
La grande gobba era solamente  il cassonetto verde che accoglieva il vetro, la chiamavano così perché ricordava una gobba di qualche vecchia o vecchio troppo avanti con gli anni.
E poi tornava su pian pianino , con ancora il rumore del vetro nelle orecchie  che andava a sbattersi contro altro vetro , Bam , Bam, faceva ogni volta ..a volte anche Bum.. a seconda delle giornate.

Quanto le piaceva il rumore del vetro che si rompeva in mille pezzi.
Ma proprio tanto.
Le ricordava qualcosa di lontano e buffo e indescrivibile, non riusciva però a paragonarlo a qualcosa, forse poteva paragonarlo alla voce stridula della maestra Gisella.
Donna corpulenta che sapeva il fatto suo, quando si trattava di fanciulli assai birbanti, un urlo e via , faceva calare il silenzio in due secondi e come lo manteneva quel silenzio. Nessun altro riusciva a tenere una classe in silenzio fino alla fine della mattinata, quando la campanella suonava e i ragazzi correvano dritti a casa  ( o così immaginava l’insegnante di matematica) .
Se la maestra Gisella avesse seguito i ragazzi, invece di perdere il tempo a comprare il cibo per il suo adorato gatto, Mr. Puffì, avrebbe sicuramente scoperto dove finivano tutti quei ragazzi che all’uscita della scuola si lanciavano come folli  lungo le strade di tutta Pisa.

A gruppi di sette o dieci , andavano felici e spensierati dalla grande gobba, prendevano un bus  dietro alla torre storta, e via , dritti verso la campagna , dove ogni cosa odorava diversamente, pure il bus aveva un profumo diverso dal solito quando ci mettevi il piede sopra.
Sapeva di erba appena raccolta e di violette appena messe nel vaso, sapeva di buono e pulito.
Una cosa assai strana, visto che i bus ogni santo giorno che Dio metteva in terra, accoglievano migliaia di gente di ogni razza e etnia. Quindi era normale se entrato tu sentivi odore di un altro essere umano leggermente meno pulito di te.
Era normale, tutto normale, era la normalità che rendeva diversi i bambini della città ai bambini della campagna.
Ma quando si è bambini certe cose non ci si fa a caso, l’importante è divertirsi fino in fondo e se qualcosa va storto, farsi una bella risata insieme è la cosa migliore che possa capitare , ai guai si pensa dopo, quando si torna a casa, all’imbrunire.

Il bus ti lasciava all’inizio del paese, oltre non poteva andare, era vietato.
Così tu scendevi con il tuo zaino in spalla, se eri fortunato lasciavi lo zaino in casa di un amico che abitava nei dintorni , alla peggio te lo trascinavi fino alla meta, e poi via su  per la salita ripida , e poi giù di nuovo per i campi di grano da raccogliere e tutto in allegria mentre il sudore iniziava a colarti lungo la schiena magra , ma l’importante era arrivare alla grande Gobba.

Era quasi impossibile perdersi lungo il tragitto,  i ragazzi più esperti aiutavano i novellini a farsi strada ,in cambio di un lancio in più dentro alla grande gobba potevi arrivare sano e salvo alla meta seguendo i loro consigli.
Nessuno badava tanto a quei giovani di ogni età che a fine primavera si riunivano con in mano ogni tipo di bottiglia , anche perché la grande gobba era distante dalle case e dagli sguardi indiscreti e poi non facevano male a  nessuno. Meglio all’aria aperta che davanti ai pc , diceva qualcuno.
Erano ragazzi che si divertivano tra di loro, sfogavano tutto il loro stress o rabbia lanciando bottiglie di ogni genere dentro al cassonetto color verde  per poi scoppiare a ridere quando sentivano lo schianto.
Certo, qualche volta poteva accadere una piccola rissa tra di loro, un litigio, una parola di troppo, volava una sberla o un pugno ed eccoli subito divisi ,pronti a fare botte, ma poi c’era sempre qualcuno più intelligente degli altri che riusciva a riportare la calma tra loro, e il gioco ricominciava tranquillamente.
Una giornata di mezz’estate, lei corse per i campi e non era l’unica , i capelli al vento si muovevano veloci e spensierati , erano le tre del pomeriggio, i compiti erano stati svolti e lei era libera.
Inutile dire che aveva deciso di andare dalla Grande Gobba per distrarsi un po’ e perdersi nei suoi stessi pensieri , era riuscita a procurarsi tre bottiglie di olio e una bottiglia di vino che non servivano più,  aveva promesso a sua madre che non sarebbe stata sola ma Lisa era troppo impegnata con la sua sciarpa per l’inverno che non le aveva badato molto e così si era avventurata per conto suo, seguita da un gatto color fuoco e dalla coda dritta come un manico di scopa , si aveva sentito quel brivido lungo la schiena che capita alle persone che sono leggermente empatiche ma lei l’aveva tranquillamente ignorata, alla fine aveva solo quindici anni. Cosa vuoi che sia un brividino lungo la schiena? Balle! Ecco.
Superò il ponte in legno come sempre, saltò il tronco caduto e finalmente arrivò.
Non c’era nessuno.
Solo lei e la grande gobba , ovviamente.
Era vuota, erano passati alcuni minuti prima a svuotarla e ora lei l’avrebbe riempita . Avrebbe risentito quel suono che le piaceva così tanto.
Finalmente, pensò prima di sorridere e avvicinarsi lentamente al suo hobby.
« Cosa combini ? »
quella voce così sinistra la fece saltare
«Cosa combini qui tutta sola ? »
«La grande gobba»  mormorò lei indicando essa.

Lui non era uno del paese e neanche uno di città , lui era uno di passaggio, ecco.
Un ramingo, un vagabondo, un nomade, uno senza dimora.
Chiamatelo come volete , ma lui ora si trovava li davanti a lei che la fissava incuriosito.
Forse ne aveva sentito parlare della grande gobba o forse no, poco importava, ora lui era li e lei era sola. Completamente sola e solamente in quel momento capii quel presentimento così freddo e spaventoso.
Era alto, magro come un chiodo, portava un nome straniero ma non era per davvero straniero, forse suo nonno lo era, ma no lui.
Viaggiava da giorni e aveva fame.
Quando era stata l’ultima volta che aveva pranzato? Boh. Non se lo ricordava ..
Lei fece un passo indietro accompagnato da un’altra spinta che la mando lontana da lui , non abbastanza però.
Doveva insistere con Lisa , si, no lasciare perdere subito..doveva insistere, eccome.

Yolima Marini, anno 1990, è una fotografa freelance, autodidatta,  di spettacoli teatrali e musica live. Per un periodo ha studiato regia e sceneggiatura a Firenze. Tra un tour e l’altro, scrive quando ha tempo, piccoli racconti, scrive nei camerini, in qualche stanza di qualche hotel sperduto.