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:: Intervista con Giuseppe Foderaro

13 giugno 2011

FoderaroBenvenuto Giuseppe su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Descriviti anche fisicamente ma non solo ai nostri lettori.

Ciao, grazie a voi per l’ospitalità. Andiamo per ordine… Fisicamente sono una figura mitologica: metà uomo e metà berretto, considerato che non me ne separo mai. Sono incastonato tra due basettoni da competizione, e porto gli occhiali per indicare qual è la mia facciata anteriore, visto che sono quasi un esaedro regolare. Per il resto mi piace definirmi un apostrofo rosa tra le parole t’ammazzo.

Un ragazzo del sud, sei nato nel 1973 a Catanzaro, nella frenetica e tentacolare Milano. Una scelta dettata da esigenze di lavoro o questa metropoli, la più internazionale forse delle città italiane, ti è entrata davvero nel sangue?

Sì, sono italo-calabrese, ma se c’è una cosa che proprio non mi appartiene, è il campanilismo. Nessuno di noi può decidere dove nascere, se avessi potuto farlo probabilmente avrei emesso il primo vagito nel West End di Londra. Bando alle ciance, c’è che sono un randagio, appartengo a uno Stato d’animo, e se ho scelto di vivere a Milano – dopo una parentesi capitolina – è perché è la città italiana che più assomiglia alle metropoli mitteleuropee, ci sto da dio.

Nel tuo sito ho letto che hai iniziato la tua carriera artistica come musicista, frequentando gli ambienti underground Londinesi e Newyorchesi. Raccontaci qualche aneddoto bizzarro legato a queste esperienze.

Fino a marzo 2003, prima che mi trasferissi definitivamente a Milano, suonavo le tastiere con una indie rock band. Poi ho appeso i sintetizzatori al muro e mi sono messo a fare “musica” con la biro. Crescendo sono diventato un po’ misantropo, e ho preferito affrontare il temibile foglio bianco piuttosto che i soliti turnisti ritardatari, i fonici fanatici, o i gestori dei locali che non ti pagano mai. Scrivere è un’arte solitaria, me la godo di più. Frequento Londra fin da quando ero ragazzino, è il mio rifugio, ci vado tutte le volte che ho bisogno di raccogliere le idee o di trovare l’ispirazione per un nuovo progetto. New York è diversa, una sorta di gruppo elettrogeno per il corpo e l’anima, è energia allo stato puro 24 ore su 24. Ho imparato molto nella Grande Mela, soprattutto grazie a Howard, il mio migliore amico manhattanite, scomparso improvvisamente lo scorso autunno. Il tempo trascorso Oltremanica e Oltreoceano è pieno zeppo di aneddoti bizzarri… ora su due piedi mi viene in mente quando lo scorso aprile, sul ponte di Brooklyn, una nutrita comitiva di ragazzi cinesi mi ha fermato convinta che fossi un famoso rapper in voga nell’Estremo Oriente. Faceva un caldo esagerato, e sono rimasto ostaggio di quei tipi per almeno un’ora, senza capire un’acca di cosa mi stessero dicendo. Quando sono andati via ho dovuto prendere d’urgenza una bustina di Polase nel bel mezzo del ponte perché ero sul punto di svenire.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Ho visto in rete delle tue bellissime foto molto hemingweiane con te seduto davanti ad una vecchia macchina da scrivere. La preferisci ancora al computer?

Ho imparato a scrivere molto prima di imparare a leggere; infatti scrivevo e mi chiedevo: chissà cosa ho scritto! Dico sul serio, scrivo più o meno da sempre – la scrittura è catartica per chiunque la pratichi, e a qualunque livello – anche se alla fin fine è da pochi anni che ho deciso di licenziare alla stampa una parte delle cose che riempiono i miei taccuini. Adoro le macchine da scrivere, ne sono feticista, sono dei marchingegni fatati… ma visto che scrivo soprattuto di notte, è opportuno che lo faccia con il Mac, più che altro per ragioni condominiali, ecco.

Stefano Di Marino chiama la sua Milano Gangland e la preferisce addirittura alle maggiori metropoli internazionali come luogo di elezione dei suoi romanzi. Anche tu pensi che Milano sia una città noir per eccellenza perfetta per ambientarci tesissime storie noir hard boiled?

Che a Milano si uccide bene, soprattutto al sabato, ce lo dice in primis l’immenso Scerbanenco. Nella Gangland dell’amico Di Marino mi ci ritrovo molto, Stefano dipinge egregiamente una realtà urbana dura, che esula da quei paradigmi di città glamour da rivista patinata, tutta moda e movida, che colgono solo gli aspetti estetici della meneghinità. La Milano che racconto nelle mie storie è una città oscura e tentacolare piena di gente, rifiuti e confusione, che tutto sa nascondere, persino i corpi.

Torre di controllo è il tuo romanzo di esordio. Riassumimi la trama in poche righe.

Il detective assicurativo Sauro Badalamenti indaga su una serie di omicidi commessi da qualcuno che, evidentemente protetto dal suo buon nome, uccide a colpi di spranga bellissime donne, dopo averle tenute segregate per mesi e fracassato loro le ossa una dopo l’altra per puro sadismo.

Come hai scelto il titolo? A che associazione mentale è dovuto?

Il titolo nasce dall’idea che probabilmente le nostre vite sono condotte e controllate da qualcosa che ci guarda dall’alto, e che noi siamo lo strumento per portare a compimento una sorta di disegno. Che c’è qualcosa, insomma, che decide per noi.

Di chi è l’inquietante foto di copertina del libro?

La foto è stata realizzata dal fotografo romagnolo Marco Giovannini, mentre la modella ritratta è la bella e brava Roberta “Alizee” Cusimano. È uno scatto fantastico, è proprio ciò che avevo in mente.

Raccontami come hai contattato Sangel Edizioni. In precedenza come da tradizione hai ricevuto numerose lettere di rifiuto da parte degli editori, o sei andato a colpo sicuro?

Ho conosciuto la Sangel per caso, sulla rete. Mi è subito sembrata una casa editrice coraggiosa e senza fronzoli, sicché l’ho contattata via e-mail, prima di inviare il manoscritto per posta prioritaria, come da copione. Dopo qualche tempo ho ricevuto una e-mail dall’oggetto “bellooo”, e così abbiamo formalizzato il contratto. In realtà dagli editori a cui avevo precedentemente mandato il lavoro non ho ottenuto risposte di alcun tipo (ma questo, come piace dire a me, non è un problema mio). Ho ricevuto un paio proposte editoriali “postume”, quando ormai era troppo tardi.

Chi è Sauro Badalamenti investigatore assicurativo detto il Dinosauro. A che figure di investigatori della letteratura può fare riferimento?

Sauro è un osso duro, uno che all’uso delle maniere forti preferisce sempre contrapporre il bene dell’intelletto, senza per questo evitare di menare le mani, quando è il caso. È un tipo assuefatto a ben altro tipo di vita: ha dei trascorsi oscuri nei bassifondi milanesi, con un passato da alcolista e da buttafuori nei locali più alternativi della città. È laureato in antropologia culturale, e lavora in stretta collaborazione con Miranda Venegoni, anatomopatologa e direttrice del Labanof. I casi che segue gli sono quasi sempre affidati dall’avvocato Domenico Costa, che in passato lo ha anche salvato da una condanna quasi certa per omicidio preterintenzionale. Mi sono ispirato a Philip Marlowe di Raymond Chandler nell’idearlo, e devo dire che ne è uscito un figo megagalattico, l’antitesi dei tanti Commissari Cliché che imperversano sulle pagine di molti dei gialli che si trovano in giro oggi.

Domanda quasi da criminologo ma in un certo senso legata al tuo romanzo. Sesso e violenza sono un binomio spesso legato indissolubilmente nella mente dei serial killer o dei semplici assassini anche non seriali. Pensi che uccidere sia una forma di possesso totale per chi è ossessionato dal desiderio di controllo e dalla volontà di “cannibalizzare” le proprie vittime?

La criminologia ci insegna che quasi sempre il serial killer è mosso da pulsioni sessuali, e da pulsioni verso l’esercizio del potere: il sesso non è altro che un modo per affermare la propria dominanza. In “Torre di controllo” c’è qualcuno per cui la dominazione non è solo un fattore di controllo cerebrale, ma anche un modo per esercitare un possesso assoluto. Togliere la vita a un’altra persona è la forma più assoluta di possesso: quando uccidi qualcuno ti appartiene per sempre, non sarà mai di nessun altro.

Come è stato accolto dal pubblico e dalla critica? Ti aspettavi di sentire tante voci concordi nel dire che con te è nata una nuova voce significativa del noir?

Il libro sta andando benissimo, ricevo ogni giorno pareri esaltanti dai lettori, e questo non può che farmi un enorme piacere. Ma non so dirti se me l’aspettavo o meno, di certo lo speravo, ovvio…

I tuoi racconti sono apparsi su Thriller Magazine, Sugarpulp, Borderfiction, Kult Underground. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto, per esprimersi al meglio nel formato breve?

Il segreto credo che stia sempre nella buona caratterizzazione dei personaggi, in fondo sono loro i protagonisti, sono loro che fanno e disfano. Noi scrittori siamo costretti ad assecondarli, una volta che prendono vita.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Non sono un tipico lettore di genere (né il genero di un lettore), i miei scrittori preferiti sono Fante, Salinger, Scerbanenco, Dostoevskij. Ma anche Tabucchi, Palahniuk, Tolstoj.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

Sono uno scrittore abbastanza indisciplinato. Stilo una scaletta, ma poi ci faccio su del “jazz modale”, spazio tra computer e Moleskine, scrivo un po’ seduto e un po’ disteso, mi alzo, bevo del caffè americano, mi circondo di Post-it… Ho bisogno di distrarmi per rimanere concentrato. Tutto questo, manco a dirlo, succede di notte, dalle 23 in poi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Indagine non autorizzata” di Carlo Lucarelli.

Raccontami adesso un aneddoto curioso, insolito, imbarazzante o divertente legato alle prime presentazioni di Torre di controllo.

Durante la prima presentazione del libro qui a Milano, con Andrea G. Pinketts e Andrea Carlo Cappi, quest’ultimo tira fuori dalla tasca un foglietto sul quale aveva annotato tutte le mie battute demenziali degli ultimi due anni, e si mette a leggerle ad alta voce. Volevo morire. È stato davvero esilarante. Ma io volevo morire.

Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Andrea G. Pinkettshanno speso parole davvero lusinghiere sul tuo lavoro. C’è qualcuno a cui ti senti in particolare debitore, che ti ha incoraggiato, consigliato, insegnato i trucchi del mestiere?

Non hai idea di quanto siano importanti per me i loro pareri. Sono tre professionisti che stimo tantissimo, oltre a essere dei grandi amici con cui mi diverto un sacco. Ho iniziato a scrivere narrativa di genere proprio dopo aver letto il saggio “Elementi di tenebra” di Andrea Carlo Cappi, ma gli insegnamenti, i trucchi per usare al meglio i ferri del mestiere, be’, quelli – soprattuto Cappi e Di Marino – li dispensano quotidianamente attraverso il confronto, la critica, lo scambio reciproco di storie e opinioni. Da questo punto di vista mi ritengo davvero fortunato.

Nel salutarci ringraziandoti per la disponibilità, l’ultima fatidica domanda, stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere sui tuoi progetti futuri?

Grazie a voi. Sto lavorando, già da qualche mese, al sequel di “Torre di controllo”. Il titolo provvisorio è “Rapporto in scala 1:1”. Tratterò altri temi scottanti, come, ad esempio, il terrorismo di matrice islamica. Stay tuned!

:: Intervista con Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2011

Novelli zarini

Benvenuti su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi l’uno l’altro anche fisicamente. Forse è un pettegolezzo smentitemi ma chi dei due assomiglia al Ridge di Beautiful?

Come prima domanda iniziamo male. Non per la domanda, ma per la descrizione! Diciamo solo che siamo lontani sia da Johnny Depp e Brad Pitt per rimanere ai mascelloni. Ma ben lontani… Purtroppo sia sul nostro sito che in rete girano nostre foto. Rimandiamo a quelle. Sopportare anche una descrizione oltre che la visione potrebbe nuocere gravemente alla salute…

Come è nata la vostra amicizia e come si è trasformata in una società a delinquere di stampo letterario? Ditemi il primo ricordo che avete l’uno dell’altro?

La società a delinquere si è formata sui campi da tennis dell’allora dopolavoro Italsider di Savona più di vent’anni fa. Entrambi con la passione per la scrittura e per il cinema, la prima volta invece che giocare abbiamo passato gran parte dell’ora seduti, tirando a giustificazione il caldo estivo, parlando di cinema e di libri. Magari è nata proprio da quella chiacchierata il proposito di scrivere qualcosa. Chissà… lasciamo il mistero!

Come vi dividete i compiti, scrivete un capitolo a testa, fate molte stesure dello stesso capitolo concordando poi ogni singolo paragrafo, chi è il più pignolo dei due?

Applichiamo una sorta di scaletta. Stabilita la storia che vogliamo scrivere, stiliamo un elenco di punti essenziali, fissati capitolo per capitolo che andranno a costituire l’ossatura della trama del libro. Una volta definito lo scheletro della storia, facciamo una verifica dal punto di vista cronologico, di costruzione, di tenuta della suspense capitolo per capitolo, andando a rinsaldare i punti più “deboli”. In seguito, iniziamo a sviluppare tutti questi punti-chiave, a definire le piccole parti di raccordo tra i diversi punti, fino ad ottenere la storia nel suo complesso. Quando la trama è completa, operiamo un nuovo controllo cronologico di tutti gli eventi. È a questo punto che avviene l’inserimento dei personaggi nel contesto. Personaggi, che in parallelo alla costruzione della trama, abbiamo strutturato a parte dal punto di vista psicologico, fisico e caratteriale. Andiamo a inserirli scena per scena, cercando per ognuno il rispetto del climax della storia. Chi è il più pignolo? Con questo metodo di lavoro non possiamo esimerci dall’esserlo entrambi. E quattro occhi sono più attenti di due!

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Z: Alla fine della notte di Sergio Altieri e l’Ombra di Cody McFadyen.

N: Il senso di Smilla di Peter Høeg e L’amico ritrovato di Fred Uhlman.

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti prima. Senza ridere.

Non ci riusciamo senza ridere e poi sarebbe irripetibile e con qualche bip. Una sfida all’ Ok Corral!

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

Sono tanti, troppi e per non far torto a nessuno dei viventi italiani – ce ne sono tantissimi di davvero bravi- citiamo due nomi “defunti”: Emilio Salgari e Giorgio Scerbanenco. Tra  gli stranieri: Preston&Child, McFadyen, Grangè, Chattam.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Si litiga certamente, ma si risolve sempre tutto con una risata o dimenticandosi il perché si è litigato. Per quanto concerne invece le dispute letterarie, ovvero quando abbiamo idee diverse su un qualche punto della trama, risolviamo con una partita a tennis. Chi vince ha diritto di vita e di morte sulla parte del testo. Ma capita raramente.

Raccontatemi l’aneddoto più curioso dei vostri esordi, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Sicuramente ne abbiamo uno, che raccontiamo spesso durante le presentazioni. Riguarda l’episodio che ci ha fatto arrivare a Firenze nel luglio del 2003 nella terna dei finalisti del Premio Internazionale “Palazzo al Bosco”. Eravamo stati avvertiti dall’organizzatrice e  presidentessa del premio di essere tra i tre candidati a vincere il Premio.
Noi avevamo cercato di sapere se avevamo vinto, ma lei, irreprensibile, ci disse che come in un giallo avremmo scoperto tutto a tempo debito.
Per farla breve, ci ritrovammo in giacca e cravatta sotto la canicola fiorentina prima, e a Palazzo Vecchio poi, con tanto di suonatori di chiarine in gran parata.
Il vincitore dell’edizione precedente si avvicinò a noi. E ci chiese: “Siete voi i vincitori di quest’anno?”
Noi a quella domanda ci guardammo perplessi, negando. Ma la sua faccia era altrettanto interrogativa, come se avesse appena parlato con dei marziani.
Prima dell’inizio della cerimonia ci furono le foto di rito dei finalisti con la presidentessa e in una di queste foto per il quotidiano La Nazione ci misero perfino il premio – una preziosa scultura in argento – tra le mani.
Chiunque avrebbe capito che eravamo noi i vincitori, tranne… noi.
Ci arrivammo solo a proclamazione ufficiale.
Ma la cosa divertente sta nel fatto che La Nazione aveva già pubblicato la mattina stessa i nomi dei vincitori! Tutti i presenti, oltre un centinaio di persone, lo sapevano! Ci sarebbe bastato leggere il quotidiano!
Ma arrivarci…
Forse è anche per questo che scriviamo in due. Almeno in due riusciamo a farne un chilo!

Come è avvenuto il vostro incontro con Marsilio? Avete presentato il vostro romanzo  a molti editori prima di trovare quello giusto?

Questa domanda si ricollega in qualche maniera alla precedente, poiché il premio effettivo del concorso fiorentino era proprio la pubblicazione per Marsilio. Di fatto l’opera vincitrice del concorso veniva edita dalla prestigiosa casa veneziana. Certamente, prima di arrivare a questa svolta, abbiamo penato parecchio. Conserviamo ancora le trentatré lettere di rifiuto ricevute da diverse case editrici.

Avete esordito con il medical thriller Soluzione finale, libro che ha vinto anche alcuni premi. Come è stato accolto dalla critica e dal pubblico?

Favorevolmente. Inutile dire che per chi scrive ricevere complimenti per il proprio lavoro sia la cosa più gratificante. Siamo stati accusati di esterofilia, visto che la storia era ambientata a New York, ma lungi da noi un pensiero simile. È sempre la storia che determina le ambientazioni, gli argomenti e i temi che andiamo ad affrontare, non il contrario. Abbiamo in cantiere progetti che vedranno ambientazioni italiane, per cui…

Nel 2008 è uscito il vostro secondo romanzo Per esclusione. Ce ne volete parlare?

A differenza di “Soluzione finale”, che è un medical-thriller, “Per esclusione” è un serial killer-thriller. Ambientata come “Soluzione finale” a New York, vede come protagonista Salomone, un assassino seriale che rapisce una coppia di bambini e chiede poi ai genitori di scegliere quali dei due figli debba essere salvato, condannando automaticamente a morte l’altro. Inutile dire che su una scelta del genere, si innescano forti emotività e laceranti contrasti tra i genitori. È un thriller sì, a tinte molto forti, ma molto psicologico, che induce a farsi delle domande su ciò che realmente pensiamo e quello che crediamo di pensare.

E ora parliamo di Il paziente zero appena uscito sempre con Marsilio. Nel gergo medico il paziente zero è il primo paziente individuato nel campione della popolazione di un’indagine epidemiologica. Come avete scelto questo titolo?Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il titolo è stato scelto perché si adatta perfettamente a due interpretazioni. Quella che tu hai correttamente illustrato e anche ad un’altra. Ma se lo diciamo sveliamo parte della storia, quindi… No comment! L’idea è nata da un articolo molto interessante che avevamo letto un po’ di tempo fa, legato alla ricerca sulla squalamina, sostanza che deriva dagli squali  che si sostiene possa essere una valida cura contro forme tumorali. Questa è stata la scintilla, ma siccome vogliamo sempre complicarci le cose, abbiamo pensato bene di trattare anche l’argomento controverso dei diamanti. Come si combinano squali e diamanti? Lasciamo la risposta ai lettori.

Un thriller avventuroso lo si potrebbe definire. Era nelle vostre intenzioni più scrivere un thriller o un romanzo di avventura?

Era nostra intenzione scrivere una storia che mantenesse le cadenze del thriller pur nella concitazione dell’avventura.  Quindi molta azione sì, ma anche introspezione ed enigma. Speriamo di esserci riusciti. Sappiamo che non è semplice cambiare genere ogni volta, ma è una bella sfida che ci mette sempre in gioco.

Il protagonista Cristophe Douvier è un ragazzone a cui viene diagnosticato un tumore ai polmoni, ama il surf e lavora come corriere per una multinazionale di diamanti. Credendo che gli resti poco da vivere pensa di fare il colpo della vita per dare una sistemazione economica all’adorata sorella e così escogita di tenersi i diamanti che deve trasportare. E’ un personaggio piuttosto insolito rispetto al solito eroe tutto muscoli senza macchia e senza paura. Come avete costruito il suo personaggio?

Ci piace che i personaggi dei nostri libri siano prima di tutto persone. Ci piace costruirli a tutto tondo, caratterialmente, psicologicamente, fisicamente. Dobbiamo, mentre scriviamo, immedesimarci in loro, pensare come loro. A quel punto loro faranno il resto, scrivendosi quasi da soli. Douvier non è un superuomo, è una persona comune che si vede costretto ad affrontare qualcosa più grande di lui con le sole forze che un uomo normale può avere quando si sente sovrastato da qualcosa. Tenacia, volontà, voglia di raggiungere quello che si è promesso. A qualsiasi costo.

Il personaggio della sorella Isabeau in che modo influisce sulla trama?

Isabeau è fondamentale per lo svolgimento della trama. Condiziona tutta la dinamica del fratello, fino al finale. Se non ci fosse Isabeau, non ci sarebbe il Christophe Douvier che si legge nel romanzo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Come abbiamo spiegato prima, la parte laboriosa avviene prima della scrittura. Oltre al metodo, c’è anche tutta la raccolta e lettura del materiale per approfondire i vari argomenti. Quando ci è possibile, cerchiamo anche di avvalerci della consulenza di esperti del settore. Questo nel rispetto dei lettori, della loro voglia di capire e nella loro attenzione.
La scrittura è la parte più creativa. A quel punto ci divertiamo davvero, anche se purtroppo non ci gustiamo mai la storia fino in fondo perché sappiamo già come va a finire!

Vi piace fare tour promozionali? Come gestite i rapporto con i vostri lettori? Chi di voi è il più timido?

Fare presentazioni è stimolante ed è l’occasione per essere a contatto con i lettori, scambiare opinioni con loro, ascoltare le loro valutazioni. Tutto questo è sempre una bella sensazione. A noi piace stabilire contatti con i nostri lettori. Una volta che un libro è stato scritto, diventa di chi lo legge. Ognuno può dargli la propria interpretazione, il proprio giudizio. È magnifico!

Siete definiti i più americani degli autori italiani. Sono previste traduzioni all’estero dei vostri romanzi o tour promozionali? Vi piacerebbe presentare Il paziente zero in America?

Nonostante i nostri romanzi siano a respiro internazionale, finora non sono ancora stati tradotti. Ma mai dire mai! Speriamo anche che un domani qualcuno sia interessato a trasporli da carta a pellicola. Il paziente zero… magari in Sudafrica, sott’acqua dentro la gabbia metallica e gli squali intorno! Una marketta rischiosa!

L’intervista è quasi conclusa nel ringraziarvi per la vostra disponibilità e per il vostro grande senso dell’umorismo vi formulo l’ultima domanda. State attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Abbiamo una serie di racconti per diverse antologie che usciranno a breve e abbiamo da poco ultimato il nuovo romanzo che daremo a breve alla Marsilio.
La scrittura è un vero, piacevole, virus. Non ti abbandona mai. Ogni volta che terminiamo un libro ci diciamo: “Adesso ci riposiamo un po’?”.
Non accade mai, c’è sempre un’idea nuova che ti fa dire “Dai proviamoci, ancora!”
Un grazie a te Giulia e ai lettori di Liberidiscrivere per l’ospitalità e la simpatia!

:: Intervista con Patrick Fogli a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2011

Non voglio il silenzio di Patrick FogliBenvenuto Patrick su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Patrick Fogli? Punti di forza e di debolezza?

Se comincio ad andare in crisi con la prima domanda sono messo bene. Vediamo. Uno che cerca di raccontare storie meglio che può. E che non ti dirà mai quali pensa che siano i suoi punti di forza e di debolezza.

Hai esordito con il thriller Lentamente prima di morire. Per Piemme hai poi pubblicato anche L’ultima estate di innocenza e Il tempo infranto. Un ingegnere prestato alla letteratura o il contrario?

Il limite è difficile da cogliere. Dal mio punto di vista non c’è differenza, sono sempre la stessa persona. E cerco di fare i due lavori con la stessa serietà.

Con il giornalista investigativo Ferruccio Pinotti sei l’autore del romanzo Non voglio il silenzio. Il romanzo delle stragi. Edizioni Piemme. Come è nata l’idea di scrivere questo libro e perché avete scelto la struttura del thriller?

Conosco Ferruccio da parecchi anni. Un giorno c’è stato uno scambio di messaggi su una notizia di cronaca e, nello stesso momento, ci siamo scritti “bisognerebbe raccontarla”. A quel punto ci siamo presi in parola. Perché un thriller? Perché lo era la storia. Tutto il resto, è funzionale a quello che volevamo raccontare.

Raccontaci Ferruccio Pinotti come se fosse un personaggio di un tuo libro. Come vi siete conosciuti, come avete deciso di collaborare?

Ferruccio è uno che crede molto in quello che fa e che lo fa, malgrado tutto. L’ho contattato ai tempi delle ricerche per “Il tempo infranto” e abbiamo continuato a sentirci. La prima volta che l’ho sentito ero in un parcheggio, faceva un caldo infernale e c’era un cane che non la smetteva di abbaiare. Dopo è andata molto meglio.

Siete sempre stati concordi durante la stesura di Non voglio il silenzio, che metodo di scrittura avete utilizzato, la parte relativa alla documentazione chi l’ha svolta?

Sì. Abbiamo pensato e strutturato la storia insieme. Poi, dal momento che il romanzo è il racconto di una voce sola, il grosso del lavoro di scrittura è mio. Ma è a tutti gli effetti un romanzo a quattro mani. Anche il lavoro di ricerca è stato comune. Alcune cose le avevo io, altre lui.

Impegno civile, dovere morale, senso di dignità. Cosa ha prevalso?

Tutte e tre le cose. Fatico a pensare che possano essere separate. Ti dirò che non amo molto l’espressione “impegno civile”, presuppone che ce ne sia uno incivile. Un po’ come “scrittore impegnato”. Da cittadino, non da scrittore, sente la responsabilità di essere civile. Il resto è una conseguenza.

Sciascia scriveva “La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini.” Il potere più è arrogante più genera paura, incertezza, rassegnazione. Il mondo civile che armi ha per contenere questo arbitrio, perché di arbitrio si tratta, il mondo civile ha speranza di uscire vincitore?

Il dovere di tenersi informati. Il dovere di farsi domande su quello che viene raccontato, il che non significa diventare complottisti o dietrologi, ma – è solo un esempio – non pretendere la foto del cadavere di Bin Laden per credere alla sua morte e restare indifferenti di fronte a un Parlamento che vota la bugia che Ruby è la nipote di Mubarak. Farsi domande è anche il primo antidoto contro l’insicurezza, contro la paura che è sempre il sistema migliore per amministrare il potere. Essere cittadini, oltre che persone, per tornare alla risposta precedente.

Definiscimi il coraggio. Quali sono le doti che rendono un uomo coraggioso?

Fare quello che ritiene giusto. Non essere incosciente. Valutare i rischi, per affrontarli nel modo migliore. Resistere. Credere in quello che fa e continuare a mettersi in discussione.

Parlaci del tuo protagonista, un uomo senza nome, ex giornalista, scrittore di libri per bambini, figlio, marito, padre. Un uomo qualunque forse ma pronto a tutto per seguire una traccia, per capire, per scoprire la verità. Ti riconosci in questo personaggio?

Mi riconosco nell’importanza che dà alle persone che ama. Nella testardaggine e nella voglia di raccontare una storia che nessuno vuole sentire. Nella voglia di mettersi in discussione e – in qualche modo – di sfidare se stesso. A parte questo e tolti i mille particolari miei che sono sparsi nei personaggi del romanzo, siamo molto diversi. La sua, d’altra parte, è una storia molto più tragica della mia. E questo conta.

Quali sono i modelli a cui ti sei ispirato? C’è qualcuno che con il suo esempio, con i suoi consigli ti ha spinto ad andare oltre alla logica comune del qualunquismo ad esporti in prima persona?

No. Credo che sia una storia che andava raccontata. Lo abbiamo pensato subito, tutti e due. È stata l’unica molla e non sono per niente pentito.

Pensi che il tuo libro faccia paura? Hai ricevuto pressioni, minacce, solleciti consigli di occuparti d’altro? 

A me ne ha fatta. Cerco di spiegarmi. È stata la prima volta in cui, finendo di lavorare a tarda sera, ho avuto paura a pensare alla storia che stavo scrivendo. E non perché abbia ricevuto minacce o consigli, non è capitato. Ma perché quella storia, quei fatti, mi spaventavano. Se quella è una parte della nostra storia, quella che nei tempi più recenti ci ha accompagnati fin qui, non credi che dovrebbe spaventare?

Non è paradossale che proprio i giornalisti, alcuni giornalisti almeno, siano scesi in prima linea contro la Mafia, svolgano inchieste, stilino reportage a volte pagando un prezzo altissimo, fin anche la vita? Non è ingiusto che l’ultimo baluardo della civiltà sia costituito da uomini disarmati, o meglio armati solo di una tastiera di computer e magari di una macchina fotografica?

Raccontare storie è sempre stato pericoloso. E quello dovrebbe essere il lavoro dei giornalisti. Non lo è sempre, nel senso che non tutti lo intendono così. Ma se ti occupi di quelle storie, se vai a mettere il naso dove l’aria puzza, può capitare che qualcuno non sia contento. E non sono affatto sicuro che una pistola, un fucile, un cannone o del tritolo siano un’arma meno efficace di una storia. Una storia resta. Rimane anche dopo che chi l’ha raccontata non c’è più. E quello che non puoi far sparire, che devi nascondere, ma che non puoi cancellare, ha un potere infinitamente più grande di qualsiasi essere umano o qualsiasi proiettile.

Siamo sommersi da tante menzogne, tante false verità costruite a tavolino che intossicano l’opinione pubblica, a cui molti fingono di credere per calcolo, comodo, codardia. Il tuo romanzo può essere considerato un atto di accusa contro questo stato di cose?

Mi accontenterei che scatenasse delle domande, che fosse una fonte di curiosità, che aiutasse, in qualche modo a dubitare di quello che si racconta. Se è un atto di accusa contro qualcosa, lo è contro tutti quanti. Di certo è il romanzo di un protagonista arrabbiato. Non con la vita, ma con i suoi simili.

Stragi, attentati, strategia della tensione, sinceramente pensi che ci sia un regista occulto dietro a tutto questo? La Mafia è davvero vista da alcuni come un mezzo e non più un avversario?

Cosa Nostra e le mafie in generale sono sempre state viste come un’opportunità più che un avversario. Sono state usate – per lo sbarco in Sicilia, per esempio, nella seconda guerra mondiale o in funzione anitcomunista – e trasfromate in socio d’affari. Hanno molti soldi e grandi capacità di investimento. Hanno i mezzi che servono, i contatti, gli appoggi. È quasi naturale che sia andata così. Se la mafia, una parte della politica e dell’imprenditoria non avessero stretto legami molto stretti, la criminalità organizzata non sarebbe così forte. Proprio per questo non credo ai registi occulti. Credo agli interessi comuni. E quando l’interesse del sorvegliante e del sorvegliato coincidono, la sroveglianza va a farsi benedire.

Senza svelare troppo del libro Ignazio Solara o meglio ciò che lui rappresenta esiste davvero?

Ti rispondo così. Non credo che esistano i servizi segreti deviati. Credo che esistano i servizi segreti. Punto. E se non esistono i servizi segreti deviati, allora esiste Ignazio Solara.

Sei ottimista? Credi che i giovani siano stanchi di intrallazzi, malaffare, collusioni più o meno velate con i poteri “deviati” che sembrano governare occultamente il nostri paese?

Vorrei essere ottimista, ma temo di essere troppo razionale.  Molti, non solo i giovani, sono stanchi di quello che vedono, ma non sono sicuro che basti.

Chiudi il romanzo con la frase E se fosse tutto vero. Un monito, un avvertimento, uno spunto di riflessione?

Tutte e tre le cose.

Nel salutarci, ringraziandoti per la tua disponibilità, anticipaci i tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo un nuovo romanzo?

Proprio ora, mentre rispondo alle tue domande. L’unica cosa che posso fare, però, è darti due nomi. Alessia e Gabriele. Oltre a ringraziarti per le domande.

:: Intervista con John Harvey a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2011

John HarveySalve Mr Harvey. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore?

A parte alcune terribili poesie scritte quando ero adolescente e i primi tentativi di giornalismo, non ho mai avuto alcuna ambizione di diventare uno scrittore. Tutto è nato in gran parte per caso, e perché dopo aver insegnato nelle scuole per 12 anni ero alla ricerca di qualcos’altro da fare. Un amico, che, a quel tempo era uno scrittore di successo di pulp fiction, mi ha suggerito di provare a fare lo stesso e questo è quanto.

Leggi altri autori contemporanei?

Per tutto il tempo! Quest’anno ho letto James Salter, Tom Franklin, Maile Meloy, e Peter Temple per esempio, ed anche riletto altri scrittori del ventesimo secolo – Graham Greene, DH Lawrence e, naturalmente, Hemingway.

In alcune interviste hai detto che sei stato molto influenzato da Elmore Leonard. Corrisponde al vero quanto dico?

È vero, nel senso che stavo leggendo e mi divertiva parecchio Leonard alla fine degli anni ’80 cosa che mi ha fatto desiderare di fare un nuovo tentativo e scrivere un nuovo romanzo poliziesco,  avevo già provato in precedenza ma semplicemente non aveva funzionato. Non molto bene, comunque. Quello che mi piaceva di Leonard era come ideava i dialoghi, e anche il modo in cui sapeva ribaltare gli stati d’animo così del tutto all’improvviso. Oh, e c’erano sempre una buona quantità di donne che oltre ad essere attraenti erano anche molto capaci e volitive. In particolare sono stato influenzato da La Brava, dai capitoli iniziali di Bandits, e anche molto da Freaky deaky – le scene di dialogo tra Chris e Greta e Chris e suo padre sono semplicemente perfette credo, e anche adesso rileggendole di volta in volta sono una meraviglia. Ma chi mi ha influenzato di più senz’altro è stato Hemingway. E, tra gli autori di romanzi gialli, Peter Temple, KC Costantine e Brian Thompson.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Come ho anticipato sopra, ho cominciato facendo i primi passi nei panni di un altro. Laurence James aveva scritto una serie di libri sugli Hell’s Angels con lo pseudonimo di Mick Norman, il suo editore, New English Library, voleva un nuovo libro della serie e Laurence era impegnato altrove, così mi suggerì di scrivere un libro sugli Hell’s Angels sotto uno pseudonimo diverso – ho letto i suoi libri e l’idea mi è piaciuta, e così mentre ero alla ricerca di un lavoro come insegnante iniziai a scrivere, Laurence comunque mi ha aiutato con la trama e raccomandandomi al suo editor NEL. Hanno fatto alcuni suggerimenti per piccole modifiche, dopo di che hanno acquistato il libro, che è stato pubblicato come “Avenging Angel” di Thom Ryder. Dopo ho scritto un secondo libro di Thom Ryder e così è iniziata la mia strada, scrivevo una media di 12 romanzi pulp all’ anno per i primi quattro anni, molti dei quali western.

Hai pubblicato oltre 90 libri con nomi diversi, e hai lavorato su sceneggiature per la tv e per la radio. Quale è il tuo lavoro preferito?

O mi sono divertito a scrivere in tutte le forme, anche se il numero di riscritture necessarie per un’ opera per la TV è molto più faticosa! Scrivere per la radio è molto divertente siccome lo scrittore può stare vicino agli attori in un modo che non è possibile in TV – è anche bello lavorare in modo collaborativo con altre persone invece che da soli. Idealmente, mi piacerebbe fare una combinazione tra scrittura narrativa e scrittura per drammi radiofonici, ma non è questo il modo in cui le cose funzionano e così non ho più scritto per la radio per quattro o cinque anni.

John sei famoso per la serie di romanzi con protagonista l’appassionato di jazz Charlie Resnick, ambientati nella città di Nottingham. Puoi dirci qualcosa su Charlie?

Charlie è un uomo di mezza età, un po’ sovrappeso, un uomo serio e compassionevole, che prende molto sul serio il suo lavoro come ufficiale di polizia, di solito mostra anche una grande comprensione  verso le persone che fanno le cose che fanno. Gli piace ascoltare musica jazz, soprattutto quelle che è stata registrata tra il 1940 e il 1970 o giù di lì. Gli piacciono le donne, sebbene la sua storia di relazioni non sia in realtà molto felice e il suo unico matrimonio è finito senza figli e con un divorzio.

Perché hai deciso di scrivere il primo romanzo Resnick, Lonely Hearts?

Avevo scritto 4 romanzi Private Eye – la serie di Scott Mitchell – in precedenza, e, purtroppo, anche se sono stati pubblicati, non penso che fossero molto buoni. Forse erano la cosa migliore che potessi fare in quel momento. Ma circa 10 anni più tardi, dopo aver letto e apprezzato Elmore Leonard, ho pensato che avrei potuto provare a scriverne un altro – e così è nato “Lonely Hearts“.

Quanto è durato il processo di scrittura di Lonely Hearts ?

Un paio di mesi di preparazione, per parlare con gli agenti di polizia a Nottingham, dove è ambientato il libro, e per raccogliere le idee sul personaggio principale con un amico scrittore, il più anziano dei Dulan Barber, dopo di che ho scritto le prime 10.000 parole e una bozza, che il mio agente ha inviato a tutti i principali editori britannici, l’unico interessato fu Viking/Penguin  e così ho scritto un altro capitolo, dopo il quale mi ha commissionato il romanzo. Quindi, suppongo, il tempo di scrittura per il primo progetto è stato di circa 6 mesi, seguito da un altro mese di riscrittura.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Sedimentavano molti altri romanzi police procedural sul retro della mia mente, che mi dimostravano la possibilità di scrivere un buon romanzo crime con ambientazione urbana e  con un forte senso sociale e politico – “Laidlaw” di William McIlvanney, la serie Martin Beck dalla coppia svedese Sjöwall e Wahlöö e il film di Harold Becker di Joseph Wambaugh “The Black Marble“.

Raccontaci qualcosa sulla nuova serie di Frank Elder.

Volevo scrivere un libro o dei libri che fossero più thriller che police procedural – anche per allontanarmi da Nottingham e per farlo volevo scrivere qualcosa appunto ambientato in un luogo diverso e forse anche con una trama più complessa.

Il primo romanzo di questa serie, è Flesh and Blood. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

L’idea per i personaggi principali mi è venuta da un mio racconto, “Drive North“, in cui Frank Elder, la moglie e la figlia adolescente appaiono per la prima volta. Ciò che ho voluto fare nei tre libri che compongono la trilogia è stato di concentrarmi sul rapporto tra Frank Elder e sua figlia.

Qual è il tuo romanzo standalone preferito ?

Sono molto affezionato a In a True Light in quanto, benché forse le cose non si amalgamano bene come dovrebbero, mi ha permesso di scrivere a lungo di pittura e pittori e anche di arte, di poesia e della scena jazz della New York del 1950.

Dimmi un verso o due della tua poesia preferita.

“Chet Baker” ( di John Harvey)

si affaccia dalla sua stanza d’albergo
attraverso l’Amstel verso la ragazza
in bicicletta lungo il canale che alza
la sua mano e la muove in un saluto quando
lei sorride lui è tornato ai tempi
in cui ogni produttore di Hollywood
voleva trasformare la sua vita
in quella storia dolce amara
dove le cose vanno male, ma solo
in amore con Pier Angeli,
Carol Lynley, Natalie Wood;
quel giorno arrivò in studio,
nell’autunno del cinquantadue, e suonò
con nitidezza perfetta
gli accordi di ‘My Funny Valentine’ –
e adesso quando alza gli occhi dalla
sua finestra e vede il suo sorriso che passa
nel blu di un cielo perfetto
sa che questo è uno di quei
rari giorni in cui lui può davvero volare.

Ecco l’intera poesia.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Ha! Tutto dipende se mi inviteranno e, in caso affermativo, se non starò lavorando ad un nuovo libro. Oh, e se potessi fare il viaggio in treno, piuttosto che in aereo sarebbe perfetto.

Descrivici una tua tipica giornata di lavoro ?

Mi alzo intorno 6.00/6.30 – a volte faccio una passeggiata di 50/60 minuti, a volte no – doccia, un caffè, mi siedo al mio computer, e poi, faccio un break con un caffè a metà mattina, poi lavoro per circa 4 ore. Tutto qui.

I tuoi libri sono stati tradotti in diversi paesi. È eccitante?

E ‘sempre emozionante vedere i libri, quando arrivano da un editore di in un paese diverso, naturalmente, e, più tardi, se vendono (!) ci si rende conto che ci sono persone in questo paese che hanno amato le storie che ho raccontato.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?

Una o due, e di solito, meritatamente, quando il libro in particolare, non era buono come avrebbe dovuto essere. Questo può essere molto utile è una sorta di campanello d’allarme. Ma penso di essere stato molto fortunato, i miei libri hanno avuto sempre una buona accoglienza  – in America e in Francia in particolare.

Cosa stai leggendo in questo momento?

O ho appena finito di leggere un libro destinato principalmente ai bambini di David Almond intitolato “Il mio nome è Mina“, e prima  un meraviglioso libro di racconti, “Last Night” di James Salter. I libri precedenti che ho letto sono stati “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi e (per la terza volta), “Tears of Autumn” di Charles McCarry.

Hai una base di fan molto affezionata. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Spesso faccio molte letture pubbliche qui nel Regno Unito o anche in Francia, e  sono sempre sorpreso e contento di come alcune persone accolgono bene i miei libri e di quanto li amino – e molti si identificano anche con alcuni dei personaggi, Charlie Resnick in particolare. Ricevo molte email, e anche lettere, dai lettori di volta in volta, di solito positive, e cerco sempre di rispondere. Posso essere contattato via e-mail all’indirizzo info@mellotone.co.uk

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento?

In questo momento, sto riscrivendo un romanzo intitolato ‘Good Bait‘ che ha per protagonista l’ufficiale di polizia nero, Karen Shields, già apparsa in “Cold in Hand” e “Ash & Bone“.

:: Intervista con Douglas Preston e Lincoln Child a cura di Giulietta Iannone

3 giugno 2011

Douglas Preston e Lincoln ChildSalve Mr Preston e Mr Child. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuti su Liberidiscrivere. Raccontateci qualcosa di voi. Punti di forza e di debolezza.

Doug: Faccio la maggior parte del lavoro e Linc siede tranquillo occupato a dare consigli.
Linc: Non è vero! In realtà, ci dividono 300 miglia di distanza per cui scriviamo i nostri libri insieme usando per lo più il telefono e, ovviamente, Internet.
Doug: Ognuno di noi ha le sue aree di competenza. Io mi occupo di archeologia, storia, matematica e fisica, mentre Linc è l’esperto di computer, decodifica, cibo, vino, e delle cose belle della vita.

Raccontateci qualcosa del vostro background, i vostri studi, la vostra infanzia.

Doug: Sono cresciuto nel sobborgo mortalmente noioso di Wellesley, alla periferia di Boston.
Linc: E io sono cresciuto nel sobborgo mortalmente noioso di Westport, Connecticut. Cosa che abbiamo in comune. Doug, crescendo è stato quasi un criminale, in difficoltà per tutto il tempo, mentre io ho sempre obbedito alla legge.
Doug: Siamo ancora così. Linc è l’ onesto cittadino rispettoso della legge, mentre io sono un po’ un fuorilegge.

Quando avete capito che avreste voluto diventare scrittori?

Doug: Quando avevo otto anni, ho scritto un libro con un amico che si intitolava Animal Valley.
Linc:  Anche io ho iniziato a scrivere seriamente circa alla stessa età.

Leggete altri autori contemporanei?

Doug: Adoro i libri di Michael Crichton, Nelson DeMille, Ruth Rendell, così come molti classici inglesi del 19 ° secolo come Arthur Conan Doyle, Wilkie Collins e Charles Dickens.
Linc: Aggiungi Dennis Lehane a quella lista, insieme con HP Lovecraft e M. R. James.

Raccontateci qualcosa del vostro debutto. La vostra strada verso la pubblicazione. Avete ricevuto molti rifiuti?

Il nostro primo romanzo, Relic, è stato rifiutato da cinque o sei case editrici. Poi ci ha dato grandi soddisfazioni quando è diventato un bestseller enorme, e poi la Paramount ne ha fatto un film.

Avete scritto molti romanzi gialli e una serie di altri romanzi. Quale è il vostro preferito?

Penso che siamo entrambi d’accordo che The Cabinet of Curiosities potrebbe essere il nostro miglior romanzo.

I vostri romanzi polizieschi con protagonista l’ agente speciale Pendergast sono stati tradotti in molte lingue. È stato eccitante?

Proprio così. In realtà riceviamo molte, molte e-mail dai nostri lettori italiani, che amano Pendergast. Dal momento che Doug legge e scrive in italiano risponde a tutte le email. Gli serve per fare pratica linguistica.

Potete dirci qualcosa in più sul vostro protagonista principale, Aloysius XL Pendergast?

Lui è unico, un gentiluomo del 19 ° secolo intrappolato nel mondo corrotto del 21 ° secolo. Ma i suoi principi sono inflessibili, la sua mente è brillante come una fiamma. Si rende conto che la gente lo vede come una figura piuttosto eccentrica, ma non se ne cura. Lui è molto impaziente con la gente, ma l’unica cosa che davvero non può sopportare è la stupida e inflessibile burocrazia.

Perché avete deciso di scrivere Relic?

La maggior parte dei nostri romanzi sono in parte o prevalentemente ambientati a New York City, e spesso in giro per il Museo Americano di Storia Naturale. La storia di come siamo arrivati ​​a scrivere sul Museo è curiosa. Avevo scritto una colonna della rivista Storia Naturale, pubblicato dal Museo, dove ho lavorato. Un editor della St. Martin’s Press, che aveva letto i miei pezzi, mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo scrivere una storia ambientata nel Museo. Ho detto di sì – e ciò divenne il mio primo libro, Dinosaurs in the Attic. Dopo che il libro è stato pubblicato, assieme all’editor abbiamo fatto un giro del Museo a mezzanotte. Gli ho mostrato tutti i posti migliori nel Museo a cui ho avuto accesso – le ossa di dinosauro nella sala di stoccaggio, la raccolta di 30.000 ratti in vasi di alcool, il bulbo oculare raccolto da una balena, lo stomaco di un mastodonte conservato con il suo ultimo pasto, ed molte altre cose insolite. Siamo finiti nella Sala dei Dinosauri intorno alle 2.00, con solo le luci di emergenza accese, e gli scheletri nel buio più completo intorno a noi – e l’editor si rivolse a me e mi disse: “Doug, questa è il palazzo più spaventoso e maledetto di tutto il mondo. Scriviamo un thriller ambientato qui “. E questa fu la nascita di Relic, che poi divenne un grande best-seller e, infine, sbancò il botteghino del cinema. Questo editor era Lincoln Child. Entrambi abbiamo scoperto che condividevamo la stessa visione distorta e malata del mondo. Fu così che iniziò la nostra lunga e proficua collaborazione.

Quanto è durato il processo di scrittura di Relic?

Circa due o tre anni. Stavamo entrambi lavorando su altri libri.

Cemetery Dance è un altro dei vostri libri tradotti in italiano. Potete dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Un giornalista di New York City è selvaggiamente aggredito nel suo appartamento da un killer che i testimoni oculari giurano sia morto due settimane prima … La moglie non si fermerà davanti a nulla per conoscere la verità. Gli elementi di prova riportano ad un culto solitario e ad un rituale oscuro, a sacrifici di animali e ad una pratica per rianimare i morti. Ma più scopre indizi e più cresce il pericolo, finché la sua vita sarà minacciata in un modo impensabile … Quali segreti sono sepolti nelle profondità della antica chiesa all’interno del Inwood Hill Park di Manhattan?

Ci descrivete una vostra tipica giornata di lavoro?

Io lavoro come chiunque altro, circa otto ore al giorno.
Io vado al lavoro verso le otto e stacco circa alle quattro o alle cinque. Lavoro spesso troppo anche il Sabato mattina presto.

Progetti di film tratti dai vostri libri?

Un bel po ‘. Da Gideon’s Sword è stata fatta tutta una serie di film dalla Paramount. Da Il Mostro di Firenze è stato tratto un film interpretato da George Clooney. Da Riptide è stato fatto un film per la 20th Century Fox. E abbiamo altri libri in opzione.

Chi sono i vostri autori viventi preferiti?

David Morrell, Steve Berry, James Rollins, Lynds Gayle, Mario Spezi.

Cosa state leggendo in questo momento?

Life on the Mississippi di Mark Twain (Doug)
Au rebours da Huysmans Joris-Karl (Linc, in francese)

Vi divertite a fare tour promozionali? Raccontateci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Ci divertiamo moltissimo a fare tour insieme. Abbiamo spesso discussioni molto animate su chi deve scrivere le scene di sesso nei nostri libri. Ognuno di noi pensa che le scene di sesso degli altri  siano patetiche e ci sentiamo entrambi dispiaciuti l’uno per la moglie dell’altro.

Qual è il ruolo di Internet nella ricerca e nel marketing dei vostri libri? Che ne pensate della editoria elettronica?

Internet per noi è fondamentale, dal momento che viviamo così lontani. Fare ricerche è molto più facile. Ora, invece di passare una settimana ricercando un fatto, siamo in grado di ottenere le stesse informazioni in dieci minuti. Google Street View ci dice persino l’aspetto di posti specifici. Per quanto riguarda gli ebooks, c’è un grande cambiamento in atto. Anche se siamo entrambi legati ai libri di carta vecchio stile, accogliamo con favore il cambiamento.

Quali cambiamenti avete notato nel mondo della fiction dal momento in cui avete iniziato a scrivere?

Naturalmente molti autori sono andati e venuti, e i gusti sono cambiati. Troppi giovani non leggono e passano la maggior parte del loro tempo al computer. Ma ci sarà sempre spazio per i buoni libri, e ci saranno sempre i lettori. Di questo ne siamo entrambi convinti.

Qual è il vostro rapporto come con i lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ci piace interagire con i nostri lettori. Ognuno di noi ha la sua pagina personale su Facebook, oltre ad una pagina per i fan, che abbiamo creato assieme. I lettori italiani sono invitati a inviare i loro messaggi in italiano – abbiamo molti amici italiani. Doug risponde ai loro messaggi in italiano. Venite a trovarci al http://www.facebook.com/PrestonandChild.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa state lavorando in questo momento?

Il nostro prossimo romanzo con Pendergast, si intitolerà Cold Vengeance, e sarà pubblicato negli Stati Uniti nel mese di agosto. E Doug sta lavorando sul mostro di Firenze, che diventerà un film interpretato da George Clooney.

:: Intervista con Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2011

800px-Gunnar.StaalesenSalve signor Staalesen. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Gunnar Staalesen? Punti di forza e di debolezza.

Non ho molto da raccontare della mia vita quotidiana. Ho 63 anni e ho pubblicato il mio primo libro a 22 anni nel 1966. Sono conosciuto principalmente come scrittore di romanzi polizieschi, per la maggior parte grazie alla lunga serie sul detective privato di Bergen chiamato Varg Veum. Per 13 anni ho lavorato come addetto stampa presso il Teatro Nazionale di Bergen, ma dopo il 1987 ho vissuto dalla mia “penna”, cioè voglio dire del mio p.c. Ho scritto qualcosa tra i 30 ei 40 libri, romanzi polizieschi per la maggior parte, e tra 10 e 20 drammi per il teatro o per gruppi teatrali gratuiti.  Non so davvero cosa dirti su eventuali punti di forza o di debolezza. Qualcuno potrebbe dire che la mia lista piuttosto prolifica di pubblicazioni mostra sia forza che debolezza …

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Bergen nel 1947. Mio padre era un professore di liceo, mia madre un’ infermiera. Ho avuto un’infanzia felice nella zona di Bergen, pesantemente distrutta durante la seconda guerra mondiale. Da adulto ho studiato presso l’Università di Bergen: inglese, francese e letteratura.

Quando hai capito che saresti voluto diventare uno scrittore?

Ho cominciato a scrivere quando avevo 12-13 anni, all’inizio solo per divertimento e perché ero un appassionato lettore sin dall’età di 7 anni. Quando andavo al liceo, diciamo tra i  16-17 anni, ho deciso che avrei cercato di diventare uno scrittore. Ma in un piccolo paese come la Norvegia, è difficile vivere di scrittura, così ho dovuto prima completare la mia istruzione.

Leggi altri autori contemporanei?

Oh sì, leggo tutto il tempo. Metà crime fiction e metà  fiction normale. Ho letto un sacco di scrittori scandinavi, ma anche scrittori di altri paesi. Uno dei miei preferiti è Gabriel Garcia Marquez.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Prima di essere pubblicato per la prima volta, avevo scritto una raccolta di poesie e un romanzo breve che era stati rifiutati. Al mio terzo tentativo, proposi un romanzo intitolato Uskyldstider (Times of Innocence) che fu pubblicato da un editore, dopo essere stato rifiutato da due . Dopo di che ho pubblicato un (breve) romanzo. Poi mi rifiutarono una raccolta di racconti e un romanzo, prima del mio “secondo esordio” con il mio primo romanzo poliziesco, Rygg i rand, to i spann (impossibile da tradurre) nel 1975.

Hai scritto oltre venti romanzi polizieschi e una serie di altri romanzi. Quale è il tuo preferito?

Il mio preferito tra i miei romanzi – e tra i miei lavori principale – è la trilogia scritta tra il 1997 e il 2000,  una storia sia poliziesca che un romanzo epico sulla storia di Bergen, della Norvegia e dell’ Europa del 20 ° secolo. Della serie Varg Veum il mio preferito è Engler Falne (Fallen Angels) del 1989, ma sono anche molto affezionato a Drabanter Dødens ( Satelliti della morte), 2006.

I tuoi romanzi polizieschi su il detective privato Varg Veum sono stati tradotti in 12 lingue. È eccitante? –

Beh, oggi penso che siano 18 lingue, e, naturalmente, è eccitante che i lettori in paesi lontani dalla Norvegia come Italia, Grecia e Spagna stiano leggendo i miei romanzi.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista principale, Varg Veum?

L’ho  creato sul modello di Philip Marlowe e Lew Archer, i detectives di Raymond Chandler e Ross Macdonald, ma gli ho dato come personale background la Novergia  degli anni 70. Ha lavorato presso il Department for Care of Children (o qualcosa del genere), prima di aprire  il suo ufficio di investigatore privato. E ‘un lupo solitario, ma con una coscienza sociale che gli permette di andare fino in fondo ai casi che ideo per lui.

Perché hai deciso di scrivere Dødens Drabanter ( Satelliti della morte)?

Ho voluto seguire il destino di un bambino sfortunato attraverso tutta la sua vita, e ho voluto mostrare cosa era andato storto con lui – e perché. Ma naturalmente, come sempre ho voluto anche scrivere un buon e serio romanzo crime per dare al lettore qualcosa su cui riflettere.

Quanto è durato il processo di scrittura di Satelliti della morte?

Ci ho messo quanto impiego di solito, dai 9 ai 12 mesi.

Doden Din til (Tuo Fino Alla Morte) è un altro dei tuoi libri tradotti in italiano. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Ho cercato di scrivere un romanzo poliziesco al contrario, ed è difficile da raccontare senza rivelare la fine del libro. Ma questo è anche un romanzo sull’amore, il matrimonio e infedeltà, che solo per caso è capitato che sia anche un romanzo giallo. Questo perché penso che un romanzo giallo è un ottimo modo per raccontare i conflitti e problemi, nella vita privata delle persone così come nelle grandi società.

Kvinnen i kjøleskapet (La donna nel frigo) è l’ultimo tuo libro edito in Italia. Una sorta di noir sociale – quasi un dramma realistico. Fantasia o realtà? 

Tutti i miei romanzi sono di fantasia, ma basati sulla realtà. Una volta ho detto a un giornalista che stavo scrivendo “realismo poetico”. Quello che ho voluto fare in questo romanzo è stato quello di mostrare quali cambiamenti ha portato nella società norvegese la scoperta del petrolio nel Mare del Nord. Stavanger, la capitale del business del petrolio nei primi anni, fu trasformata da una tranquilla e religiosa cittadina in un melting pot internazionale del gioco d’azzardo illegale, della prostituzione e dei reati finanziari. Per questo motivo la maggior parte delle azioni in questo libro si svolgono a Stavanger e non a Bergen, come succede di solito.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Una mia giornata tipica di scrittura allora, dopo aver fatto colazione e una breve passeggiata all’aria aperta, faccio ogni giorno una passeggiata nel centro della città per fare shopping, ritorno a casa tra le 10 e le 11 del mattino, prendo una tazza di caffè, e con alcune brevi interruzioni (una telefonata, un pranzo breve), scrivo dalle 10/11 fino alle 16, quando ceno (questo è il modo norvegese di prendere i pasti, ovviamente, molto diverso da quello che si è abituati in Italia). Succede che io scriva anche la sera, in giorni di grande lavoro, ma soprattutto cerco di tenere la serata libera per altri tipi di attività, faccio una passeggiata nel centro di Bergen, vado al cinema, a teatro, ai concerti jazz, o sto con i miei figli o nipoti – guardando una partita di calcio in televisione, faccio una vita ordinaria, come si può capire.

I progetti di film dei tuoi libri?

Sono appena iniziate le riprese del 12° film ispirato ai miei libri, ma basato molto liberamente. La serie di film di Varg Veum, sia al cinema che in televisione, è stata un grande successo, almeno in Norvegia.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Ho già citato Gabriel Garcia Marquez. Tra gli autori di romanzi gialli mi piacciono James Lee Burke e Ian Rankin, e molti altri.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo alcuni scrittori norvegesi che ho paura tu non conosca. Alcuni di loro sono candidati femminili ad un premio letterario, dove sono in giuria, e alcuni altri sono autori di romanzi gialli norvegesi,  cerco di rimanere informato.

Ti piace fare tour promozionali? Dì qualcosa ai tuoi lettori italiani di divertente su questi incontri.

Personalmente, preferisco stare a casa, vivere la mia vita e scrivere. Ma quando faccio un tour o una visita ad un festival letterario, è sempre un piacere visitare  posti nuovi e incontrare i lettori di nuovi paesi – e naturalmente gli scrittori provenienti da altre parti del mondo. Mi è piaciuto molto il mio viaggio in Italia nel 2010, sono stato in città come Milano, Torino, Firenze, al festival del giallo di Brescia, e (in visita privata a) Venezia.

Qual è il ruolo di Internet nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri? Che ne pensi dell’ editoria elettronica?

Uso Internet, naturalmente, per me stesso, e per raccogliere informazioni sugli sfondi per i miei libri – la versione moderna del lavoro di ricerca. Io non lo uso per il marketing, ma spero che i miei editori lo facciano! Non sono sicuro di sapere dove il mondo dei libri stia andando, probabilmente verso gli e-book e altre (oggi sconosciute) forme di pubblicazione. Spero solo che i libri scritti sopravvivano, in futuro così come sono oggi.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction dal momento in cui hai iniziato a scrivere? 

Per me è chiaro che oggi la letteratura poliziesca è stata finalmente presa sul serio, molto di più sicuramente rispetto a quando ho iniziato a scrivere romanzi gialli negli anni 70, sia in Scandinavia che nel resto del mondo. Questo è il cambiamento più grande che posso rilevare.

Qual è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Mi capita di incontrare i lettori durante le letture pubbliche, quando firmo i libri in una libreria e – di volta in volta – anche solo camminando per le strade di Bergen (o in un’altra città). E ‘sempre bello incontrarli, perché i lettori che desiderano parlare con me sono per lo più molto entusiasti dei miei libri. Io non incoraggiano i lettori a prendere contatto direttamente con me, ma possono trovare il mio numero di telefono nella rubrica, e non è difficile trovare il mio indirizzo di posta elettronica.  E ho una pagina Facebook … E un sito web: www.vargveum.no.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Proprio ora sto scrivendo una commedia per il teatro (un musical) che non è prevista prima del 2014. Nel mese di agosto inizierò a scrivere un nuovo romanzo Varg Veum, che spero sarà pubblicato (in Norvegia) nell’autunno del 2012. Questo sarà il 16° romanzo della serie il18 libro a dire il vero, dato che ci sono anche due raccolte di racconti brevi.

Grazie per le domande e il mio più caloroso saluto ai lettori italiani!

Credit photo : Nina Aldin Thune

:: Intervista con Dan Vyleta a cura di Giulietta Iannone

27 aprile 2011

L'uomo di BerlinoSalve Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Figlio di rifugiati cechi emigrati in Germania alla fine del 1960, romanziere e storico canadese. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Vyleta? Punti di forza e di debolezza.

Punti di forza: mi piace stare sveglio tutta la notte a parlare con gli amici di libri, film, politica, bere (troppo) caffè e (troppo) vino, e camminare per la città sentendomi un tutt’uno con la città e con un gran senso di fratellanza per gli altri uomini …
Punti di debolezza: ho difficoltà a scendere dal letto il giorno dopo. E generalmente, la mattina non è il mio momento della giornata.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto in una zona industriale della Germania settentrionale. I miei genitori erano rifugiati politici provenienti dalla Cecoslovacchia ed è qui dove avevano trovato lavoro. In seguito sono andato in Inghilterra, a Cambridge, per studiare, e mi sono innamorato della lingua inglese (e anche di mia moglie!). Poi mi sono trasferito in Canada dopo anni di vita a Istanbul, Vienna, Berlino …

Quando hai capito che volevi essere uno scrittore?

Ho amato i libri sin da molto giovane. Mi ricordo che li razionavo così per non leggerli troppo in fretta: cercavo di leggere non più di cinquanta, ottanta pagine al giorno… E suppongo di aver sempre sognato di raccontare me stesso. Ma una cosa è sognare, un’ altra è sedersi al computer e trovare le parole per iniziare il primo capitolo. Una volta fatto questo, sono rimasto agganciato. Scrivere è come cucinare o fare musica. Tutti dovrebbero farlo.

Leggi altri autori contemporanei?

Sì. Ho letto un sacco di cose. Narrativa, romanzi gialli, racconti, fantascienza … Ma ho un amore speciale per la letteratura del XIX secolo: Dickens, Cechov, Tolstoj, Dumas, Conrad, Dostoevskij, Hugo, le sorelle Bronte. Penso che sia allora che il romanzo ha trovato la sua forma.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato fortunato a trovare un agente molto velocemente. Gli ho solo mandato il mio manoscritto per posta elettronica. Il suo assistente lo lesse e lo passò al suo capo… Ma c’era ancora un lungo cammino prima della pubblicazione. Si trattò di un lungo processo di nervo-demolizione. L’ultima settimana, quando ero in attesa che l’editore facesse un’offerta per il libro, ho preso un sacco di caffè corretti con brandy per tutto il pomeriggio…

Il tuo romanzo d’esordio L’uomo di Berlino (Pavel & I)  è ora tradotto in Italia da Paola Merla per Longanesi. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

E ‘una storia post-bellica, ambientata in quello che fu l’inverno più freddo che Berlino abbia conosciuto a memoria d’uomo. Il fatto è che tutti si aspettavano che il primo inverno dopo la guerra si trasformasse in una catastrofe umanitaria. Non c’era carbone per il riscaldamento. Ma l’inverno del ’45 fu relativamente mite. Così la gente pensò di avere un anno intero per ricostruire, sperando che il prossimo inverno non fosse così male. Ma poi l’inverno del ’46 iniziò, e Berlino era ancora in rovina. Le storia ruota attorno a tre personaggi principali: Pavel, un dimesso soldato americano che si rifiuta di tornare a casa; Anders, un giovane scugnizzo che ruba le cose e le vende al mercato nero, e Sonia, una donna tedesca che vive con un corrotto ufficiale inglese. Un uomo che stava cercando di vendere segreti ai russi viene ucciso. E così il trio di personaggi viene risucchiato in un vero e proprio complotto da Guerra Fredda …

Pensi che Il terzo uomo di Graham Greene abbia influenzato il tuo lavoro?

Amo molto la versione cinematografica de Il terzo uomo che  avevo visto tanti anni fa, ma in realtà il libro non mi ha influenzato molto finchè il mio editore non mi ha fatto notare le rassomiglianze – a questo punto ho letto il romanzo di Graham Greene. Amo il lavoro di Greene, in particolare il cuore della questione e il fattore umano, c’è qualcosa di incredibilmente sicuro nella sua prosa, e ha un orecchio meraviglioso per il dialogo.

Che tipo di film hanno influenzato il tuo lavoro. Germania Anno Zero di Rossellini?

Ho cercato di non guardare troppi film sul periodo che stavo descrivendo. Non volevo che la creatività di altri mi influenzasse troppo. Fu solo alla fine del processo di scrittura che ho cercato attivamente film sul periodo postbellico. Germania Anno zero di Rossellini ha lasciato una profonda impressione su di me, ed è stato gratificante vedere nella sua strada un lontano eco della mia stessa banda di ladri adolescenti.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Pavel Richter?

Tutti nel romanzo si innamorano di Pavel, a volte per motivi sorprendentemente insignificanti. Io personalmente amo Pavel moltissimo, e molti dei miei lettori mi hanno scritto per dirmi quanto anche loro si sentissero legati a lui. C’è qualcosa di delicato e nobile in lui: egli è un uomo giusto in un tempo corrotto. Mi piaceva l’idea di un uomo che apparisse inadatto alla sua età – un eroe di un romanzo ottocentesco incappato in una situazione del XX secolo.

Dimmi qualcosa del tuo personaggio femminile. Sonia è una sorta di dark lady? O è più simile a Ilsa Lund Laszlo di Casablanca?

Più che Ilsa, Sonia è una sopravvissuta. Per sopravvivere, ha dovuto cancellare le proprie emozioni e i propri ricordi. Tutto ciò che rimane in Sonia del periodo  pre-guerra è il suo amore per il pianoforte, è come se suonando Beethoven ciò le ricordi che, una volta, c’era una cosa chiamata civiltà. Quando incontra Pavel, si risveglia qualcosa in lei di cui diffida; lei lo percepisce come una minaccia.

Perché hai deciso di scrivere L’uomo di Berlino?

Non ho davvero deciso di scriverlo – in nessun momento mi sono seduto a pensare coscientemente, ‘Sai cosa, sarebbe una bella idea scrivere un romanzo post bellico ‘. Le prime pagine semplicemente si sono rovesciate su di me, e daallora  ho seguito la corrente ovunque mi stesse portando. Non mi piace l’idea di scrivere con la testa, si scrive con la pancia e si vede dove ciò ti porta. Se si è fortunati si finisce per scrivere un libro.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’uomo di Berlino?

Un anno e mezzo o giù di lì. Ma ci sono momenti, frasi, emozioni nel romanzo, che sono più vecchi del libro anche di cinque o dieci anni. Gli scrittori sono accaparratori. Ogni giorno,  si raccolgono detriti, sperando che un giorno si rivelino utili.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Dipende dai periodi. Al momento, posso solo scrivere grazie ai caffè. Così mi alzo, faccio colazione, raggiungo a piedi uno dei caffè che mi piacciono, trovo un tavolo, mi prendo una tazza grande di qualcosa di caldo, metto le mie cuffie su (ho ascoltato Beethoven per tutto  il periodo di scrittura di Pavel, e al momento ascolto Brahms) , e inizio a scrivere. Ho anche sempre con me un notebook e la mia penna preferita. Ogni volta che ho un’idea, la butto giù. Ho scritto un sacco di quaderni durante questi anni.

Ci sono attualmente progetti cinematografici legati al tuo libro? Dimmi il tuo cast ipotetico.

Ancora niente, anche se penso che si potrebbe fare un grande film. Avremmo bisogno di qualcuno tenebrosamente affascinante e intenso per il ruolo di Pavel, qualcuno come un giovanissimo Al Pacino. Non so: Cillian Murphy forse? E Marion Cotillard per Sonia? Philip Seymour Hoffman potrebbe fare un buon Fosko – se si radesse la testa!

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Günter Grass, Cormac McCarthy, Hilary Mantel, Pete Dexter, Julia Franck, Josef Skvorecky, Philip Pullman, William Gibson, Simon Armitage – l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Patrick Hamilton, Twenty Thousand Streets under the Sky del 1935. E ‘meraviglioso, un ritratto di una specie molto inglese di disperazione, triste e divertente allo stesso tempo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa  di divertente accaduto durante questi incontri.

Beh, è ​​lusinghiero essere al centro di tanta attenzione, e anche leggermente imbarazzante. Credo che molti scrittori siano persone molto riservate. Mi piace leggere in pubblico però: è bello incontrare i propri lettori. A volte sento che gli scrittori e gli editori – o gli scrittori e gli uomini di marketing – non capisco l’ un l’ altro. A volte vado a una festa in un luogo molto spettacolare – un bar alla moda, o un museo che è stato affittato per la serata – e tutte le persone del settore sono molto glamour e nel loro elemento – mentre gli scrittori invece se ne stanno rannicchiati in uno angolo, a bere drink e fare conversazioni tranquille l’uno con l’ altro. Comunque sono serate a volte anche molto divertenti.

Qual è il ruolo di Internet, nel tuo processo di scrittura, nella ricerca delle fonti  e nel marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Amo internet per diversi tipi di ragione, ma, per me, in realtà il processo di scrittura non cambia molto. Certo uso internet per cercare le cose, ma se proprio lo vuoi sapere  utilizzo ancora la biblioteca – o l’archivio. E ‘diverso per quanto riguarda il marketing. Qui Internet ha cambiato davvero le regole del gioco. Per quanto riguarda gli e-books penso che siano molto leggeri, maneggevoli, cool – ma  preferisco ancora i libri di carta. Io sono una persona tattile, mi piace la sensazione di una pagina stampata, e l’odore della carta e dell’inchiostro.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Ci sono tendenze, sensazioni, bestseller in più. Tutti gli editori sono alla ricerca dei prossimi Stieg Larsson: un libro che sarà un bestseller il  n. 1 in tutto il mondo. Ma per noi scrittori credo che non sia cambiato nulla. Dobbiamo ancora cercare di plasmare i sentimenti, le esperienze in parole, e scrivere il libro migliore che possiamo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ho un sito web www.danvyleta.com con notizie, pezzi di blog, copertine, recensioni ecc e i lettori possono scrivermi a danvyleta.website @ gmail.com

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio secondo romanzo, The Quiet Twin, è recentemente uscito in Canada, Regno Unito, e ora in Germania, e sono stato impegnato con i tour promozionali ma ogni volta che posso prendo un po’ di respiro, e  ora sto lavorando al follow-up!

:: Intervista con James Lee Burke a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2011

James_Lee_Burke

Salve Mr Burke. Grazie per aver accettato la mia nuova intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Alcuni anni fa ho avuto il piacere  di intervistarti e mi ricordo che era in assoluto la mia prima intervisita con uno scrittore. Raccontaci del tuo esordio. Che strada hai seguito per pubblicare? Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho finito di scrivere il mio primo romanzo edito, Half of Paradise, quando avevo ventitré anni. Poi mi ci sono voluti quattro anni per trovare un agente e un editore. Per me è sempre stato più facile scrivere che pubblicare.
Nel bel mezzo della mia carriera, ho passato trent’anni venendo pubblicato solo in tascabile. Il mio romanzoThe lost get back boogie è stato rifiutato 111 volte prima di essere pubblicato dalla Louisiana State Univerisity Press. Poi è stato candidato al Pulitzer.

Cosa sarebbe la tua vita senza letteratura?

Le arti e le lettere sono l’indice di civiltà di una società; non varrebbe proprio la pena di vivere in un mondo in cui non ci fossero. Le antiche pitture rupestri francesi dimostrano che persino le popolazioni più primitive riconoscevano all’arte un certo valore.

Prima di diventare scrittore a tempo pieno hai svolto varie mansioni, negli ambiti più diversi, dall’estrazione del petrolio al giornalismo, al lavoro nel sociale, e, negli anni ’80, hai insegnato scrittura creativa alla Wichita State University. Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Qualunque lavoro permetta di pagare l’affitto va bene per uno scrittore, certo, a patto che non lo allontani dalla scrittura.

Mi piacerebbe parlare del lavoro quotidiano dello scrittore. Ci descrivi una tua giornata tipo?

Lavoro sempre, dalla mattina alla sera, e a volte fino a notte inoltrata. È l’unico modo di lavorare che conosco.

Ho chiesto a tua figlia Alafair Burke di raccontarmi qualcosa di curioso su di te e lei mi ha risposto: “Ama gli animali. Lo chiamiamo Dottor Doolittle, come il personaggio che parla con gli animali nel libro per bambini”. Che mi racconti, tu, su di lei?

Alafair è la prima giallista della famiglia. Ha iniziato a scrivere polizieschi all’età di sette anni. Il suo primo racconto era intitolato Omicidi alla pista da pattinaggio.

Il personaggio di Robicheaux è stato portato sugli schermi due volte, interpretato prima da Alec Baldwin in Omicidio a New Orleans e poi da Tommy Lee Jones in In the electric mist. Hai visto i film? Quale dei due attori ti sembra più vicino al tuo Dave Robicheaux?

Ho molto apprezzato l’impegno profuso nell’adattamento cinematografico dei miei lavori. Il giudizio sulla riuscita, be’, quello lo lascio agli altri. Ma tutti i creativi coinvolti in entrambi i progetti erano davvero pieni di talento.

Paragoniamo i due personaggi di Dave Robicheaux e di Billy Bob Holland: in cosa si assomigliano, e in cosa, invece, differiscono?

Be’, direi che hanno gli stessi valori, ma rappresentano epoche diverse. Dave, come me, è nato durante la grande depressione. È un periodo storico che non si può comprendere fino in fondo, a meno che non lo si sia vissuto.

Mi è piaciuto molto Terra Violenta, primo romanzo della serie di Billy Bob Holland, premiato nel 1998 con l’Edgar Award. Tu che ne pensi?

Penso che Terra violenta sia uno dei miei romanzi migliori. Non ho mai capito come mai non abbia avuto tutto il successo di certi miei libri ambientati in Louisiana.

Parliamo ora, in generale, dei tuoi libri. Quali sono i tuoi preferiti?

Credo che i miei lavori più riusciti siano Rain Gods, Terra violenta, L’urlo del vento, White doves at morning eL’occhio del ciclone.

Il tuo stile è fortemente realistico, linguisticamente accurato e pieno di tensione drammatica. Pensi di essere stato influenzato da autori russi quali Sholokov e Chekov?

Ammiro i russi, ma no, non ne sono stato influenzato.

Che cosa ci dici di The glass Rainbow? Sarà il tuo ultimo Robicheaux?

The Glass Rainbow ha a che vedere con la fine di un’epoca e di una generazione. Il prossimo romanzo della serie si intitolerà Feast day of fools.

So che hai un bel numero di fan; com’è la tua relazione con i lettori?

Se è bello essere un artista, è grazie a tutta la gente che si incontra. Non c’è migliore ricompensa del sapere di aver regalato a qualcuno un certo piacere estetico.

Ti piace viaggiare per promuovere i tuoi libri?

Mia moglie e io abbiamo girato per quindici anni, poi abbiamo smesso. Certo, incontravamo un sacco di bella gente, ma toccavamo trentacinque città l’anno, e alla fine ho pensato fosse meglio allentare un po’ il ritmo.

In chiusura, una domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Il romanzo che sto scrivendo ora si chiama Creole Belle. Penso non sia niente male, ma mi sa che  non sono molto obbiettivo.

Grazie mille per avermi intervistato. Amo l’Italia, e spero di poterci tornare presto.

Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

:: Intervista con Marc Villard a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2011

medGrazie Monsieur Villard  di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci parli di lei. Poeta, romanziere, scrittore di racconti, sceneggiatore. Chi è Marc Villard?

Ho iniziato a scrivere poesie a 19 anni poiché il romanzo mi spaventava troppo. Ho creduto fosse più facile scrivere poesie, e nel corso di una decina di anni ho pubblicato diverse raccolte poetiche. Quando decisi di passare alla prosa scelsi il nero, il polar, perché ero un lettore di questo genere letterario. Mi sono reso conto in seguito che l’aver scritto poesie mi aveva abituato a scrivere breve e a snellire i miei testi. Di conseguenza, mi veniva più facile il racconto o la novella, che il romanzo. Quando pubblicai il mio primo romanzo, Juliet Berto, un’attrice francese, mi chiese una sceneggiatura (Neige). Mi interessava, il rigore della sceneggiatura. Oggi preferisco scrivere sceneggiature per i fumetti, piuttosto che per cinema e televisione, è un’atmosfera più amichevole anche a livello di relazioni. Penso quindi di poter dire che come scrittore mi trovo decisamente più a mio agio con i testi corti (romanzi compresi) che con quelli lunghi.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Io sono prima di tutto un lettore. È attraverso la lettura che mi è venuta voglia di scrivere. Con la poesia, mi sono impegnato, ma ho capito presto di avere un talento limitato. I miei primi amori di lettore sono stati Jean Giono, René Char, Emile Zola e Paul Eluard.

Ci parli del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha avuto molti rifiuti?

A 20 anni ho scritto una raccolta di poesie e l’ ho inviata ad alcuni editori. Me  l’hanno accettata quasi subito, ma mi chiedevano un contributo per la pubblicazione. Questa pratica era comune, all’epoca, ma lo è meno adesso. Il mio primo romanzo noir , Légitime démence non ebbe difficoltà a uscire, perché nel 1980 gli editori francesi cercavano questo tipo di libri: polizieschi socialmente e politicamente impegnati.

Frédéric H. Fajardie, con Manchette e Vautrin, è il creatore del néo-polar, il polar di critica sociale. Si sente vicino a questa scuola di pensiero?

Mi sentivo vicino a loro, ma ho capito subito che il discorso politico nella  fiction non faceva per me. Così dal secondo libro ho cambiato registro, lavorando di più sulla storia,  sui personaggi e sul dialogo, piuttosto che sul lato sociale. La sceneggiatura mi ha spinto a un maggior rigore nella costruzione.

Ci parli dei suoi libri: Légitime démence, Corvette de nuit, La Guitare de Bo Diddley,  Quand la ville mord.  Come presenterebbe i suoi libri a un lettore che non li avesse ancora letti ?

Légitime démence è una storia segnata dall’interesse che nutrivo negli anni Settanta per la Rote Armee Fraktion tedesca. È un libro molto radicale nelle idee, ma non è il massimo da un punto di vista letterario.
Corvette de nuit  è il romanzo che tutti vogliono scrivere agli esordi. Un ritorno all’adolescenza, la periferia della mia giovinezza, il rock e un certo distacco verso la vita. Si tratta di un ritorno alle origini, attraverso il fascino che suscita in un adulto un cantante del passato caduto in rovina.
La Guitare de  Bo Diddley nasce dall’attrazione che provavo per il film di Anthony Mann, Winchester 73, in cui un fucile passa di mano in mano,  seminando la morte. Volevo riprendere questo concetto, per adattarlo al nostro tempo e alla musica. La ‘protagonista’ quindi è una chitarra di Bo Diddley trovata nella periferia parigina, che sarà rubata, venduta e regalata. Questo espediente narrativo mi permette di parlare dell’ambiente del rock e di mettere l’accento sui personaggi che abitano i quartieri poveri di Parigi e la banlieue, soprattutto i consumatori di droga, visti come esseri umani e non come delinquenti.
Quand la ville mord riprende come ambiente il quartiere parigino di Barbès, che utilizzo spesso. Si tratta di una zona di forte immigrazione, molto colorata. Due africane sbarcano in Francia per fare fortuna, e si ritrovano a fare le prostitute per pagarsi l’aereo e dei documenti falsi. Una delle due uccide il suo protettore e deve fuggire per salvarsi la vita.

Che relazione c’è per lei tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

La memoria letteraria è ciò che mi guida. Non si può partire da zero. Il romanzo noir somiglia al jazz: ci sono molti standard di grande livello, spetta ai nuovi arrivati saperli trasformare per farne delle creazioni nuove. Bisogna quindi riconoscere che dipendiamo dal passato, ma anche essere in grado di andare oltre.

Ha letto altri autori contemporanei che l’hanno influenzata?

I primi polar che hanno lasciato un segno dentro di me sono i romanzi americani degli anni Cinquanta/Sessanta, scritti da autori di secondo piano: Harry Whittington, Steve Fischer, William O’Farrell, Day Keene… Ma poi mi hanno influenzato anche tanti altri autori, come Horace Mc Coy, Jean Patrick Manchette, James Ellroy, David Goodis, Tony Hillerman, Clark Howard

Mi parli della sua città. La utilizza come sfondo dei suoi libri?

Vivo a Parigi da quando avevo 19 anni e amo vivere in un contesto urbano. Adoro l’idea di poter uscire di casa e andare a vedere un film alle 9,30 del mattino, di  trovare  dei bar aperti all’una di notte, di scegliere un concerto tra una trentina di possibilità. Amo la folla anonima, la vita rumorosa, gli amici che posso incontrare con una corsa in metrò. Nei miei libri uso spesso due quartieri di Parigi, Barbès e Les Halles. Barbès è un quartiere in cui vivono molti immigrati, di tantissime nazionalità, che costituiscono il fascino del luogo. Non è difficile immaginarlo come sfondo in cui collocare una storia noir. A Les Halles invece ci vivo io, e sotto il  Forum des Halles ci sono molte linee della metropolitana e della RER, che hanno creato un sotterraneo adatto a chi vuole parlare dei segreti sepolti sotto la città. Ho anche intenzione di lavorare su una zona chiamata Château d’ Eau, in cui lavorano molti parrucchieri africani.

Che strumenti utilizza per scrivere? La penna, la macchina da scrivere, il computer?

Per anni ho scritto a mano, ribattendo poi tutto a macchina. Ma ora scrivo tutto al computer, anche le scalette. È molto più facile.

Crede nei valori politici o è un disilluso come molte persone?

Ho sempre votato a sinistra come la maggior parte degli scrittori della mia generazione, ma non ho mai militato in un partito politico. Come tanti, sono anch’io spaventato dall’ultra-liberismo, dal razzismo, dalla crescita dell’estrema destra. Tuttavia, quando vedo le rivolte africane in corso, mi dico che abbiamo molti debiti con questi paesi. Ciò che più mi ha colpito in questi ultimi anni è il modo orribile in cui trattiamo in Francia i sans papiers, i senza fissa dimora e le donne maltrattate.

Per quanto riguarda il lavoro narrativo preferisce scrivere la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o i dialoghi?

Il momento migliore è quando uno riflette sul libro. Qui, tutto è possibile e ogni giorno mi dico che scriverò un capolavoro. Poi però devo predisporre il progetto, il piano di lavoro e questo è meno divertente. La scrittura è interessante, e quello che mi affascina è la musica delle parole, e un certo modo di  scrivere a orecchio. Penso che la fonetica del testo sia importante, e questo è l’aspetto del lavoro di scrittura che mi appassiona di più. I dialoghi invece non mi pongono particolari problemi.

Un aforisma, un proverbio che le è caro.

Scrivo queste righe per debolezza.
Se fossi forte, non scriverei nulla.
Sarei il padrone dei
miei desideri e di  quelli degli altri.
Pierre Herbart.

Viviamo in un’ epoca di crisi, di recessione, la disoccupazione aumenta. Il noir è veramente la lingua dell’uomo contemporaneo?

Il noir è sempre stato una letteratura della crisi. Noi non scriviamo mica per dire che tutto va bene, che la vita è meravigliosa. Al contrario, scriviamo per dire ciò che c’è di sbagliato, ed è in questa letteratura, simile tutto sommato al giornalismo, che la società si riflette meglio.

Mi descriva la sua giornata di scrittore…

Mi alzo presto, faccio colazione e scrivo come faccio ora. Smetto a mezzogiorno e vado spesso a pranzo con amici. Nel pomeriggio faccio una passeggiata, per poi riprendere a lavorare verso le 18. La sera, leggo. Ascolto anche  tanta musica, ma non mentre scrivo. A volte al pomeriggio guardo un DVD, ma solo per divertimento.

Progetti di film tratti dai suoi libri?

Quand la ville mord sta per passare in televisione su Arte, e questa settimana devo vedere  un regista che sta lavorando a un cortometraggio tratto da uno dei miei racconti, intitolato L’ami de passage.

Quali sono i suoi autori preferiti?

John Fante, Kem Nunn, Allen Ginsberg, Valeria Parrella, Quim Monzò, Richard Lange, Raymond Carver, Pete Fromm, Niccolò Ammaniti, Pierre Autin-Grenier, Craig Davidson, David Lodge.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Le Signal (* il titolo originale è The Signal, del 2009) di Ron Carlson eTijuana Straits (*id., 2004 – entrambi i titoli sono inediti da noi, salvo errori) di Kem Nunn.

Come possono contattarla i suoi lettori?

Ho un sito-blog: www.marcvillard.net e i lettori a volte mi lasciano messaggi. Spesso sono bambini, perché ho scritto due libri per bambini. Inoltre partecipo a molti festival letterari che si tengono in Francia, a presentazioni e incontri sia nelle librerie che nelle biblioteche, tutte occasioni per conoscere i miei lettori. Mi piacciono i dibattiti e sono decisamente uno scrittore che non sta fermo (sto per partire per Tangeri).

Infine, nel salutarla e ringraziarla per la sua disponibilità, l’ultima domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho completato un romanzo di 120 pagine intitolato Branchés à la source, in cui diversi destini si incrociano, a Barbès, intorno all’assassinio di una professoressa di disegno. E sto finendo un albo a fumetti insieme a Jean-Philippe Peyraud,  per l’editore Glénat..

:: Intervista con Franco Forte, a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2011

Roma in fiamme - Nerone, principe di splendore e perdizioneBenvenuto Franco su Liberidiscrivere e grazie per avere accettato la mia intervista. Innanzitutto milanese, classe 1962, pizzetto sale e pepe, viso da moneta antica, deciso, professionale, ami parlare poco e agire. Presentati ai nostri lettori. Chi è Franco Forte?

Be’, mi hai già descritto tu, mi pare. Da parte mia posso solo aggiungere che sono un grande appassionato della scrittura, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue forme, ed è per questo che nel tempo ho fatto un po’ tutti i mestieri legati alla macchina per scrivere (prima) e al word processor (dopo). L’essere poi riuscito a far coincidere la mia passione (e un po’ ossessione, ammettiamolo) per la scrittura con il lavoro che mi consente di vivere e di mantenere una famiglia… be’, direi che questo mi fa sentire un privilegiato, per quanto io non abbia certo ottenuto tutto questo vincendo alla lotteria, bensì lavorando duro e con caparbietà per parecchio tempo (e senza mai abbassare la guardia neppure adesso).

Professionalmente parlando non si può dire che tu non sia eclettico: scrittore, giornalista professionista, sceneggiatore, consulente editoriale, fornisci servizi di editing e curi corsi di scrittura, traduttore, curatore di antologie, editore; dovessi fare ordine tra le tue molteplici attività che priorità ti porresti? Cosa ami più fare?

Intanto un po’ di ordine lo sto già facendo. Da un anno circa, infatti, ho quasi smesso di fare il giornalista (almeno quello stipendiato da altri. Adesso scrivo e dirigo riviste del mio gruppo editoriale e collaboro solo di tanto in tanto con alcuni giornali), ho ridotto parecchio la mia attività come sceneggiatore televisivo (tanta fatica e ben poche soddisfazioni, alla fine) e mi sono messo d’impegno a curare l’orticello che prediligo: la narrativa. Non c’è niente che dia soddisfazione come pubblicare un romanzo, soprattutto quando ottiene successo e il pubblico ti legge in massa. Di certo, quella del “romanziere” è l’attività che più mi gratifica, fra tutte quelle che pratico ogni giorno.

Sei il direttore della rivista Writers Magazine Italia che oltre a pubblicare interviste ad autori e ad addetti ai lavori del mondo editoriale e articoli di tecnica di scrittura, funge da vera e propria palestra anche per esordienti. Tutti possono infatti mandare i propri racconti a questo indirizzo racconti@writersmagazine.it. Essere direttore di WMI è più una carica onorifica o agisci sul campo? In cosa consiste esattamente il tuo ruolo?

Altro che carica onorifica! Opero a 360°, scrivendo articoli per la rivista, leggendo e valutando insieme ai ragazzi dello staff  i racconti che arrivano in redazione, partecipo alle discussioni online che rendono il forum della WMI uno dei luoghi più attivi e interessanti, per chi scrive, pieno di continue iniziative volte a trovare buone storie (e buoni scrittori) da pubblicare. Insomma, la WMI è stata una mia creatura fin dall’inizio, e continuo a cullarla come il mio pargolo preferito! Del resto, sa darmi molte soddisfazioni…

Sei autore di un manuale di scrittura creativa per esordienti intitolato Il prontuario dello scrittore (Delos Books). Escono molti manuali scritti da persone più o meno competenti che promettono a volte ricette miracolose per diventare scrittori a volte danno validi consigli. Con che spirito bisogna leggere questo genere di libri perché siano veramente utili?

Ho deciso di scrivere il Prontuario proprio perché non mi è mai capitato di imbattermi in un manuale di scrittura creativa che potesse essere davvero utile agli autori alle prime armi, per suggerire loro come affrontare in maniera pratica tutti gli aspetti della scrittura, dalla grammatica ai dialoghi, passando per il Punto di Vista e la scrittura di una sinossi fatta ad arte, strumento indispensabile nel momento del confronto con il mondo editoriale. Il mio si chiama prontuario (e non manuale) proprio per questo: non è un libro che pretende di insegnare a scrivere, ma uno strumento pratico da avere sempre a portata di mano, per risolvere dubbi e problemi di scrittura e per cercare, grazie alla tecnica, di dare il massimo spazio al proprio talento, per ottenere il meglio dalla propria scrittura e arrivare a costruirsi uno stile unico e personale. Se qualcuno cerca di vendervi un manuale dichiarando che vi farà diventare grandi scrittori, allora diffidatene, perché racconta solo bugie.

Come sceneggiatore hai lavorato per RIS – Delitti imperfetti e Distretto di Polizia e hai scritto sceneggiati storici piuttosto noti, come il Gengis Khan e il Giulio Cesare. Quali consigli daresti ai giovani che volessero scrivere sceneggiature per la televisione? Quali scuole sono le migliori? Quali sono le qualità principali che servono in questo particolare mestiere?

Per rispondere a tutto questo rimando i lettori a un libro che ho pubblicato di recente con la mia casa editrice, Delos Books, e che ritengo fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi in maniera professionale al mondo della sceneggiatura, che sia per il cinema o per la televisione: “Scrivere sceneggiature per il cinema e la TV”, di Francesco Spagnuolo. Un libro straordinario perché spiega come muoversi e quali strategie adottare, oltre a insegnare parecchi trucchi del mestiere, e tutto attraverso la voce dei professionisti della sceneggiatura, intervistati da Spagnuolo. Il libro, poi, ha una parte dedicata all’elenco delle scuole di sceneggiatura che possono davvero essere utili, ai bandi di concorso del genere, ai corsi universitari e a tutte le risorse che il web mette a disposizione. Un testo assolutamente indispensabile per chiunque voglia provare a entrare in questo difficile ma affascinante mondo.

Hai pubblicato numerosi romanzi, ne cito solo alcuni:Roma in fiamme,I Bastioni del Coraggio, Carthago, La compagnia della morte, Gengis Khan. Quale ti ha riservato più soddisfazioni a livello di pubblico e critica?

I miei romanzi sono tutti prodotto di una passione viscerale, e quindi ognuno, a modo loro, mi ha dato dolori, gioie, rabbia e soddisfazione. Non ne ho uno preferito, perché ripensare a ciascuno di essi significa per me tornare nel periodo in cui ci ho lavorato, a quando ho studiato le fonti storiche per mesi, mi sono immerso nella mentalità dei protagonisti, nel mondo che li circondava. Ogni volta è stato come fare un viaggio nuovo e incredibile in qualche meravigliosa isola dei Caraibi, e quindi dire in quale io abbia trovato il mare più trasparente e impossibile. Lascio ai lettori esprimere giudizi di merito sui miei romanzi: sono questi che mi servono per capire che cosa vuole il pubblico e orientarmi nelle mie prossime opere.

Scrivere un romanzo storico implica un serio e lungo lavoro di ricerca, tu come ti documenti? Preferisci fare ricerche su Internet o trascorri lunghe ore in biblioteca consultando vecchi tomi magari nel reparto rarità? Prendi appunti? Trascrivi brani? Parlami proprio del lavoro in sé.

E’ la parte più difficile, faticosa e lunga da realizzare. In media, se per scrivere un romanzo storico mi ci vuole un anno di lavoro, almeno sette mesi sono dedicati solo alla ricerca e allo studio delle fonti storiografiche, il che significa partire dal web per le nozioni più generiche e poi approfondire sui testi degli storici, acquistando tonnellate di libri, frequentando biblioteche e andando sul posto, quando possibile. Al termine di questa vera full immersion in tutti gli aspetti del mondo e dei personaggi che devo ricreare, e dopo che dettagli, curiosità e aspetti più generali sono stati ordinati in un file nel mio computer, comincio a scrivere, e alla fine mi rendo conto che di tutto il materiale che ho raccolto sì e no ne userò un dieci per cento. Credo sia questo il vero segreto del buon romanzo storico: non lasciare nulla al caso, prepararsi al massimo prima, e poi evitare di essere leziosi e pedanti (e cattedratici) infarcendo il libro di tutto quello che si è appreso, perché altrimenti si rischia di scrivere non un romanzo ma un trattato di storia.

In questi giorni è uscito in libreria il tuo ultimo romanzo storico  Roma in fiamme Nerone, principe di splendore e perdizione, settimo volume della Storia di Roma di Mondadori. Una biografia romanzata di un personaggio storico a dir poco controverso. Alcuni storici ritengono che Nerone sia stato vittima di una vera e propria campagna denigratoria, pensiamo solo a Tacito. Tu studiando il personaggio, ricostruendolo minuziosamente con luci e ombre, che idea ti sei fatto di Nerone?

Non lo svelo certo qui! Ci ho messo un anno per dare la mia interpretazione di Nerone in questo romanzo, una interpretazione che per la prima volta nella storia viene direttamente dal punto di vista di Nerone stesso, e che quindi mi ha costretto a “immedesimarmi” molto in questo egocentrico, un po’ folle ma anche geniale imperatore. Di sicuro, però, posso dire che gran parte dell’iconografia negativa costruita attorno a Nerone è stata ormai smantellata pezzo per pezzo dagli storici, alla luce delle nuove interpretazioni delle fonti classiche (Tacito, certo, ma anche Svetonio e Dione Cassio), e soprattutto la ridicola e stravagante interpretazione che ne ha dato Hollywood, con la pagliacciata di Quo Vadis. Nerone non era un santerellino, anzi, era uno psicopatico molto attuale e vicino a certa politica spettacolo dei nostri giorni (a lui il Bunga Bunga faceva davvero un baffo…), un visionario che credeva di essere un grande artista del canto e della citarodia, e per certi versi un bambinone cresciuto troppo in fretta (pochi sanno che è diventato imperatore a soli 17 anni), eppure non era un incendiario, non era un persecutore di cristiani, ed era molto più attento alle condizioni economiche dell’impero e del popolo di quanto non lo siano certi politici d’oggi. Un personaggio, insomma, tutto da riscoprire…

Seneca e Nerone, maestro e allievo, quasi padre e figlio. Nerone in fondo ha seguito molti suoi insegnamenti e molta della sua grandezza è dovuta al suo antico maestro. Parlami del rapporto tra Seneca e Nerone.

Se Nerone è meno spregevole di quanto certa propaganda storica ci ha fatto credere, allo stesso modo Seneca è meno pio, stoico e disincantato di quanto le fonti (fra cui quelle da lui stesso scritte e tramandate ai posteri) lascino intendere. Come tutte le persone, aveva una personalità complessa e profonda, e se nei primi tempi del regno è stato d’aiuto a Nerone per sgravarlo di certi impedimenti amministrativi che il giovane imperatore odiava, poi si è dimostrato poco incline a comprendere la mente sfaccettata e sempre in movimento di Nerone, che andava persino al di là dello schema comune dei potenti: Nerone, infatti, non ambiva al denaro, al potere in se stesso; la cosa che più lo ossessionava era il consenso della gente rispetto alla sua arte, e per questo era disposto a tutto. Seneca, che professava a parole la morale stoica e poi agiva arricchendosi e accrescendo il proprio potere personale, era in conflitto prima di tutto con se stesso, e alla fine ha dovuto arrendersi all’evidenza che il primo nemico della morale di un uomo sono le sue stesse manchevolezze, di cui lui non era certo privo. Anzi.

La Roma imperiale è sicuramente uno scenario affascinante, pieno di fasto, sfarzo, magnificenza, e anche miserie. Cosa ti ha colpito di più? Raccontaci anche un particolare della vita quotidiana curioso, bizzarro, insolito.

Ho scritto 500 pagine di Roma in fiamme e quasi altre 500 di Carthago, in cui la magnificenza dell’Urbe emerge in tutto il suo splendore. In questo romanzo dedicato a Nerone, poi, le curiosità, le bizzarrie, le astrusità del sottobosco della Roma imperiale emergono con forza, e ci fanno conoscere una città che era pronta a divorare se stessa pur di gozzovigliare ed eccedere in ogni situazione. Nerone l’ha conosciuta da vicino, vi ci si è immerso e ne ha respirato l’aria fetida, poi ha deciso che bisognava cambiarla, e ha provato a mettere in atto una rivoluzione culturale davvero (quella sì) epocale. Ci è quasi riuscito, e se non fosse stato un megalomane tutto preso da stesso, forse avrebbe anche potuto farcela a cambiare per sempre le abitudini grezze e volgari dei romani…

Avrei tante e tante domande da farti sul libro ma a questo punto rimando anche i nostri lettori alla lettura del romanzo e al tuo interessante sito www.franco-forte.it. Per concludere mi piacerebbe sapere qualcosa sui tuoi progetti per il futuro?

Sono troppi per elencarli tutti. Dico solo che ho già consegnato a Mondadori il mio prossimo romanzo, che sarà un thriller ambientato nella Milano del 1500 (una sorta di spin-off di “I Bastioni del Coraggio”), che a luglio uscirà in Segretissimo la seconda avventura del mio mercenario d’acciaio, Stal, e che nella seconda metà di quest’anno sarò in libreria con un altro libro firmato a quattro mani con un’altra autrice, di cui però non posso svelare ulteriori particolari.
Ciao e grazie per l’ospitalità.

:: Intervista con Veronica Tomassini a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2011

veronica-tomassini-313Benvenuta Veronica su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Inizierei con le presentazioni. Siciliana, ma di origini umbre, hai 39 anni, giornalista, scrivi sul quotidiano La Sicilia dal 1996, scrittrice. Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, delle città in cui hai vissuto.

R. Sono stata una bambina molto amata, dai miei nonni paterni soprattutto, che erano umbri. Con loro ho vissuto parecchio; le mie radici tutto sommato riconoscono quel paesaggio, Terni, i paesini lungo il Nera, Lugnano, Giove, Spoleto, i campi striati degli zii contadini, le bestie, i larici, la luce ambrata, medievale di certi scorci, Piediluco, Labro. Sono i luoghi della mia infanzia. Ricordo i sorrisi dei miei nonni, l’odore di legna al fuoco, il cortile con i gerani di Tosca, la vedova del piano terra, gli gnocchi fumanti, i cappellini cuciti ad uncinetto con un fiore sulla tempia che nonna mi faceva indossare ogni pomeriggio, prima di uscire per la passeggiatina in pineta. Ricordo la semplicità e la mia mano stretta alla loro. Non sarei stata amata di più, pensavo già da allora. Con i miei genitori vivevamo in Campania, a Caserta, per ragioni di lavoro di mio padre. Quando avevo dieci anni ci trasferimmo in Sicilia. Frequentai il liceo, poi l’università a Catania.

Hai pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti L’aquilone per Emanuele Romeo Editore, poi nel 2006 una seconda raccolta di racconti Outsider per A&B Editrice, nel 2008 hai raccolto i tuoi articoli per la Sicilia in La città racconta. Storie di ordinaria sopravvivenza per Emanuele Romeo Editore, e infine l’anno scorso hai pubblicato il tuo primo romanzo Sangue di cane per Laurana Editore. Come è nato il tuo amore per la parola scritta, da quali letture si è generato?

R. Ho letto da sempre, subito, senza filtri. Ho letto “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” che avevo nove anni, Henry Miller a dodici, il neorealismo e Moravia lo lessi in gran parte quando frequentavo le scuole medie. Mio padre aveva una libreria importante, una piccola biblioteca. L’amore per la lettura era un anticipo sulla mia compagna, la scrittura, lo diventò presto, mi fornì molti alibi, una ragione elevata utile a perdonare ogni stranezza, ogni fobia.

Tra le tue influenze letterarie c’è molto del mondo slavo, del verismo russo in particolare mi viene in mente Delitto e castigo, e il suo sottobosco di miseri, sporchi e oppressi. Si sente una sorta di spietatezza, di attenzione per le disuguaglianze, per la miseria, di fatalismo se vogliamo, di ineluttabilità. E’ corretto? Ti riconosci nelle mie parole?

R. Considero i russi, gli scrittori russi, al centro della letteratura mondiale. Ogni scrittore ritengo debba qualcosa al realismo russo, ad una capacità (penso a Cechov) inimitabile di stigmatizzare il dolore con un ghigno, di raccontare le cose con una apparente lucida distanza, con un sorriso che avrà il suono del singhiozzo e seppellirà il lettore nella amarezza e nello sconforto. Ho amato gli eroi capovolti di Cechov, la sostanza dell’ineluttabile così scarno e irreprensibile che incontrai con Dostoevskji. La mia scrittura, e anche la mia vita, ha incrociato la strada di quegli stessi eroi capovolti.

Molti tuoi racconti, parlano di immigrazione, di lotta contro i pregiudizi, ti senti in un certo senso un’ outsider o una precorritrice dei tempi?

R. Entrambe. Una voce fuori dal coro mi sento per certi versi, così invece che darmi della sfigata dico che sono un outsider, salvo poi sentirmi molto più vicina, per ego e intenti, ad un pony spelacchiato. In realtà, se da subito avessi avuto gli strumenti per raccontare il fenomeno epocale cui stavo assistendo, negli anni ’90, in qualche maniera compromessa fino al collo, sarei stata profetica, questo sì. C’era in corso un emorragico movimento di uomini provenienti dall’Est Europa, era appena caduto il muro. La democrazia avanzava a tentoni, spopolando i piccoli agglomerati della Polonia che al cambiamento non era preparata. La mia piccola città di provincia accoglieva maldestramente e ignara questo mondo (in special modo polacco) che mostrava colori nuovi, dinamiche sconosciute. Non avevamo idea di quel che sarebbe stato, delle ricadute sociali, delle contaminazioni, dei nuovi equilibri. E ancora adesso, dopo tanti anni, mi accorgo che l’argomento non è del tutto esplorato. Il mio romanzo allora ha assunto un valore aggiunto, il valore della testimonianza.

Si parla tanto di multietnicità, di multiculturalità, di integrazione, di accoglienza dello straniero, ma sempre con una sorta di ostentato razzismo, forse inconscio, urticante, un senso venefica di superiorità. Nella tua personale esperienza di giornalista e scrittrice hai notato questa deriva, questa, perdonami il termine, colpa?

R. Ho notato più che altro le riserve, certi “ma” ragionati. Non so, forse è paura. Abbiamo paura, avvitati nelle nostre comodità, temiamo qualsiasi sussulto. Senza le differenze moriremo vecchi e noiosi, moriremo così, vivendo.

Gli sbarchi di Lampedusa occupano quasi tutti i telegiornali trasmettendo urgenza, allarme sociale. Cosa provi guardando i telegiornali, sentendo i commenti di chi proprio gli immigrati non li vuole dicendo finiranno nella criminalità, non abbiamo le strutture per accoglierli, già non c’è lavoro per noi italiani?

R.Ieri sentivo in radio: il povero è Cristo. Io lo so. Ho appreso di quei giovani tunisini che spazzavano in terra, buoni bravi, purché non li mandassero via. Che pena, che pena infinita, per me e noi e la nostra rigidità, per loro, per un neonato vascello colato a picco quella stessa notte con la sua mamma vascello.Ho immaginato quellamamma vascello colare a picco, con il suo neonato vascello, e con le sue pupille vascello scrutare il buio dei fondali, il bimbo aggrappato al petto, cercando nel silenzio la sua memoria, di quale desiderio stava morendo.  Siamo dentro una parabola evangelica.

Sangue di cane il tuo primo romanzo è una sorta di lungo monologo in cui una donna abbandonata parla del suo amore perduto, della passione totalizzante per un uomo Slawek, un polacco, un alcolizzato, un puttaniere, bello come un dio, con un passato fatto di violenza e brutalità, un uomo che la società emargina ma che conserva qualcosa di epico e solenne. Mi viene in mente il barbone alcolizzato, Andreas Kartak di La leggenda del santo bevitore di Roth. Il personaggio di Slawek come è nato?

R. Nasce da un incontro speciale, troppo speciale per non raccontarlo. La nostalgica fierezza di Slawek, la sua fame d’esistere, la sua solitudine, sintetizzavano un dolore storico. Slawek incarna la poesia del dolore, lo spaesamento di ogni proscritto, la vocazione alla felicità che cova nell’uomo, malgrado tutto, malgrado l’abiezione, la miseria, i fallimenti.   

Scegli l’amore come canale di incontro tra due realtà quasi parallele, i giusti, i civilizzati, i borghesemente integrati con casa, lavoro, shopping il sabato e vacanze da un lato e loro, i reietti, pieni di pulci, che dormono in scatoloni o caverne, che chiedono l’elemosina agli angoli di strada, senza futuro, senza speranza, affamati e aggrappati ai più semplici bisogni primari. L’amore, il sesso, può portare davvero ad un superiore e diverso canale di comunicazione?

R. L’amore: sì. Tutto può, tutto sana. E’ la vera rivoluzione. E’ la sola possibilità di salvezza.

Quanto ti sei sentita coinvolta scrivendo questo libro? E’ stato difficile per te affrontare i passi più scabrosi, fisici, imbarazzanti, a volte repellenti?

R. Molto coinvolta. Ed è certo un libro difficile da portare addosso. Tutte le volte ho la sensazione di trovarmi in mutande davanti al mondo.

La fisicità è un elemento caratterizzante della tua scrittura. Parli di sudore, sangue, umori, corporeità. Da dove hai tratto queste peculiarità?

R. Dalla vita. La scrittura deve sporcarsi le mani, la scrittura non mente.La scrittura esige parecchio, esige dolore, tout court.

Il tuo romanzo è stato accolto come uno degli esordi del 2010 più promettenti, più significativi. Ti saresti aspettata questo successo? Non intendo come sorta di autocompiacimento, ma proprio ti aspettavi che temi così difficili fossero apprezzati e soprattutto capiti da un così vasto pubblico?

R. Sì, me lo sentivo nel cuore. Quel che tarda giungerà e accadrà, diceva un teologo. Io ho saputo aspettare. E poi questo è un libro speciale, non dovrei dirlo forse, ma ha un potere che io non ho, che non viene da me.

Se facessero una trasposizione cinematografica del libro chi sceglieresti come cast, dal regista agli attori? Ti dico subito che per Slawek ho pensato a Zbigniew Zamachowski protagonista di Film bianco di Kieślowski, forse non bellissimo ma sicuramente bravo.

R. Ottima scelta. Mi sta bene. Per la regia avrei pensato a Emir Kusturica, che ne pensi?

Grazie Veronica della disponibilità e nel lasciarci ti chiederei qualcosa sui tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo attualmente? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

R. Sì, ho scritto altro, vedremo però. Ho ricevuto alcune proposte. Vedremo. Al momento troverete un mio piccolo giallo dentro le uova di Pasqua. Un progetto editoriale curato dalla scuola Holden per l’azienda Tre Marie. E’ stato un gioco. Non sono certo una giallista.

:: Intervista con Gilda Policastro

28 marzo 2011

polBenvenuta Gilda su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Inizierei con il chiederti  di aprire una piccola parentesi sulla tua vita per presentarti ai nostri lettori. Dove sei nata, come hai trascorso la tua infanzia,  che studi hai fatto?

Sono nata a Salerno, perché mia madre aveva studiato lì e amava molto quella città: sono poi cresciuta in Basilicata, dove i miei abitavano, in modo molto appartato, direi un po’ leopardiano, senza mai socializzare troppo coi miei coetanei, fino al liceo classico. Mi sono infine trasferita a Roma, per studiare Lettere alla Sapienza. Dapprima mi iscrissi a Discipline dello Spettacolo, poi passai a Lettere antiche, infine a Italianistica, laureandomi su Dante, ma conservando comunque nel piano di studi degli esami di antichistica, soprattutto storia del teatro classico, e le letterature greca e latina. A Roma è iniziata anche la mia vita sociale e affettiva, le relazioni e le amicizie, alcune delle quali durate per tutto il percorso universitario, e talvolta persino oltre.

Italianista e critica letteraria e ora scrittrice di narrativa. Come è nato il tuo amore per la parola scritta? Quali sono state le tue letture principali nei tuoi anni formativi?

Come dicevo, la mia vita di relazione, in un paese del sud, e nemmeno dei più gretti e arretrati per fortuna, non è stata troppo ricca di socialità: non so se scrivere sia stata a quel punto la causa o la conseguenza di questa scarsa propensione all’aggregazione, che ha avuto naturalmente delle intermittenze, ma per lo più è rimasta, come attitudine generale. Credo che la scrittura sia in questi casi una sorta di via obbligata di comunicazione: restiamo pur sempre degli animali sociali, e dunque se il dialogo e l’incontro con le persone reali falliscono, la scrittura (dalla compulsione per gli sms o le email o le chat, fino alle forme più articolate di narrazione) può diventare un canale di contatto fondamentale, oltre a una necessità interiore ineliminabile.

Tra gli scrittori del Novecento di cui ti sei maggiormente occupata tra cui Sanguineti, Pirandello, Pavese, Manganelli, Pasolini, Leonetti, Balestrini se dovessi fare un bilancio etico-artistico quali sono le lezioni maggiori che hanno lasciato nella storia della letteratura?

Di Pirandello mi ha sempre affascinato la tensione tra vita e scrittura, racchiusa nella massima un po’ banalizzante dell’alternativa “o vivi o scrivi”, ma soprattutto poi l’incapacità dei suoi personaggi, specie di certi personaggi della sua ricchissima novellistica, a vivere la vita di tutti (il comunque vivere, diceva lui). Come ripeto, la scrittura può servire in certi casi di vite particolarmente complicate, con un difetto, un intoppo, a offrire una via di fuga, una specie di risarcimento: così poteva essere per Pavese, se non avesse poi in qualche modo rinunciato a questa possibilità, dandosi di propria mano la morte, per eccesso di narcisismo, probabilmente. Un grande lascito degli altri autori che ricordava lei, della Neovanguardia e dintorni, è aver fatto di tutto per ridimensionare quel narcisismo tipico “da scrittore”, nelle forme stesse della scrittura, non magniloquenti, ma contestative, e dunque più aderenti a una dimensione collettiva e a un orizzonte comune (storico, politico, sociale), che rispondenti a un’ottica soggettiva, individuale. E se è vero che Edoardo Sanguineti, come poeta, si è messo molto in primo piano, si è trattato sempre di un autobiografismo in qualche modo rovesciato, teso a dare di sé l’immagine peggiore, di un uomo che invecchia, che perde i capelli, i denti e di conseguenza le consonanti, come dice in una sua nota poesia.

Gilda  Policastro e la poesia. Quali sono i tuoi poeti preferiti? Cosa ricerchi maggiormente in un testo poetico? Cosa ti sorprende, cosa ti commuove?

In un testo poetico non cerco qualcosa di diverso da quello che cerco in altri testi, e cioè un’idea del mondo, un’interrogazione, ancora meglio, sul senso delle cose. Ecco perché il riferimento ideale per me resta Leopardi: per citare il titolo di un famoso saggio critico di Antonio Prete, quello di Leopardi è un “pensiero poetante”, e c’è una stretta relazione, come dimostra un testo di poetica fondamentale come lo Zibaldone, tra l’elaborazione concettuale e la scrittura poetica. Questo, in fondo, mi commuove: la capacità di trovare un modo per rendere comunicanti in una forma molto sintetica e memorabile dei concetti anche molto complessi: Che fai tu, luna, in ciel? E c’è dentro tutta una filosofia dell’uomo e della sua presenza nel mondo.

Ti senti femminista? O maschilismo e femminismo sono categorie ormai superate?

Questa per me è una questione molto complicata, perché non ho vissuto, essendo nata negli anni Settanta, la stagione del femminismo direttamente, e ho molte amiche più adulte che invece mi parlano spesso di quegli anni e di quelle battaglie come un grande momento di presa di coscienza di un ruolo e di un potenziale che poi via via sono stati nei decenni a seguire anziché esaltati e cresciuti, ridimensionati e svigoriti. In ambito intellettuale, ed è un tema su cui ho riflettuto molto anche nella mia attività di critica militante, e cioè nei giornali, nell’editoria, persino all’università, le donne che abbiano ruoli decisionali o incarichi prestigiosi sono pochissime. Le redazioni delle riviste sono sempre maschili, così i progetti nuovi di siti che nascono con dichiarato intento di cambiare lo stato delle cose. Alle donne si chiede di collaborare, quando va bene: ma a decidere sono quasi sempre gli uomini, ancora, basta scorrere  i nomi dei responsabili nell’elenco dei redattori delle riviste, accademiche e non…con questo non rivendico assolutamente le cosiddette “quote rosa”, con denominazione aberrante, ideologicamente, ma m’interrogo sul perché le donne stentino ad affermarsi nell’ambito intellettuale, ripeto, se non come agitatrici o specchietti per le allodole.

Definiscimi il ruolo contemporaneo del critico letterario. Quali sono secondo te i pregi maggiormente necessari, se non indispensabili, che lo caratterizzano?

La formazione, innanzitutto. Aver studiato i teorici ormai “classici” del vecchio secolo, da Adorno a Benjamin fino a Fortini, Pasolini, e poi Barthes, Foucault, Bachtin…insomma, aver acquisito gli strumenti del mestiere, indispensabili all’interpretazione di un testo letterario. Poi è utile, certo, come sostengono critici recenti, “despecializzare” i saperi, e dunque aprirsi ad altri campi della conoscenza, non rimanendo confinati nel mondo della pura testualità che ha dominato il postmodernismo, per certi versi tuttora in corso: anzi, degenerato dall’idea dell’equivalenza di ogni metodo critico all’affermazione dell’accessorietà della critica stessa, sicché ciascuno, saltando la mediazione, pretende di potersi fare da solo interprete, magari anche di se stesso, come avviene sovente a molti degli scrittori miei coetanei, pure quando palesemente sprovvisti degli strumenti del caso.

Hai esordito nella narrativa l’anno scorso con un romanzo edito da Fandango, Il Farmaco, un’ opera colta, complessa, impreziosita da rimandi letterari importanti, non di facile fruizione. Perché hai scelto di metterti così in gioco, di osare così tanto?

Ecco, ottima domanda: perché? Probabilmente non ho nemmeno scelto: a un certo punto la riflessione attorno ad alcuni temi ossessivi (il rapporto tra la patologia e la cosiddetta normalità, l’ambiguità o la reversibilità delle due condizioni, dunque la malattia, come dato ontologico e insieme contingente, accidentale), ha reso necessaria un’altra forma, più distesa, ma anche meno stringente di un saggio. Inizialmente il proposito era quello di scrivere un romanzo-saggio, ma poi via via ha preso corpo il desiderio di raccontare in modo più vivo, e dunque meno costretto dai vincoli teorici, certi stati di alterazione della psiche dovuti a un forte disagio emotivo, che ho preferito oggettivare in una forma maggiormente condivisibile come un romanzo (sia pur con molte virgolette, perché preferisco parlare di “prosa”).

La lezione joyciana dello stream of consciousness in bilico tra Virginia Woolf e Italo Svevo con ascendenze proustiane si evidenzia soprattutto nell’approccio diretto, atemporale, intuitivo, caratterizzato dal tempo presente. Predomina un flusso liberatorio di matrice teatrale. Hai pensato di trasformarlo realmente in un testo teatrale vero e proprio?

Per la verità me lo suggeriscono spesso, specialmente quando ho occasione di leggerne qualche tratto, in occasione delle presentazioni. Ma è evidente che di fronte a un pubblico scelgo apposta le sequenze che potremmo effettivamente definire più teatrali: c’è però una grande varietà nello stile del libro, io credo, e se le parti più aderenti al canone realistico si presterebbero meglio a una resa cinematografica,  probabilmente, c’è però anche molto materiale onirico, visionario, delirante, che solo la scrittura secondo me riesce a restituire nella sua interezza. Ma probabilmente un regista teatrale ci potrebbe lavorare su molto bene, avendone voglia. Non so, magari accadrà, prima o poi.

La psiche intossicata da patologie “disturbanti” se vogliamo non è una componente marginale del tuo romanzo. La componente psicoanalitica quanto incide nella sua struttura narrativa?

L’epigrafe a Groddeck non è casuale: ho grande attenzione e rispetto per la psicoanalisi come scienza che cura i mali dell’anima, o almeno che mira a individuarli. Al tempo stesso, però, credo che ridurre la complessità dell’individuo a una serie di patologie o di archetipi non sia risolutivo in tutti i casi, e perciò la scrittura, in quanto veicolo e sbocco di sofferenza, può essere una terapia più efficace. Ci sono scrittori, come Manganelli che citavamo prima, che hanno cominciato a scrivere solo dopo aver compiuto un percorso analitico; per me sento più adatta la via sanguinetiana: la psicoanalisi come strumento conoscitivo solo teorico, diciamo. In questo caso, cioè nella stesura del Farmaco, l’idea groddeckiana della malattia come desiderio inconscio (col paradosso che la morte, ogni morte, sia in realtà un suicidio) diventa un motivo guida, ed è spesso citato dai personaggi. Ma sul piano della struttura, ecco, sì, probabilmente l’analisi è il modo con cui certe derive vengono al tempo stesso provocate e contenute, stimolate e compresse: delirio psicotico, e poi però anche la necessità dell’ordine dei capitoli, una trama coerente, in qualche modo, e dei personaggi (ma preferirei che si dicesse, come ha fatto già un lettore speciale del mio libro come Gabriele Frasca, di “voci”).

L’ospedale come metafora della società contemporanea è un interpretazione corretta? Tra simbolismo e realismo, cosa prevale?

Il “neorealismo psicotico” di cui ha parlato Tommaso Ottonieri in un’occasione pubblica, mi pare un’ottima definizione. Questo ospedale dà un’illusione di esistenza reale, ma poi è talmente allegorico da diventare effettivamente una metafora, della condizione umana nel suo complesso, ambiziosamente, e poi anche, in un campo più ristretto, dei mali sociali.

Qualche considerazione sul titolo Il Farmaco un po’ fuorviante se vogliamo, scarno, una parola sola per contenere tematiche diverse e complesse. Da dove nasce? Che percorso ti ha portato a sceglierlo?

Ci sono state due motivazioni, o meglio due suggestioni forti. La prima è stata quella sofoclea, ovvero le lettura delle Trachinie, in cui il “farmaco” è il veleno di cui Deianira imbeve la veste di Eracle, credendolo un filtro d’amore. E dunque questa ambivalenza tra ciò che dovrebbe “curare” e ciò che invece uccide era già in quella immagine antica. C’era poi però anche un’esperienza molto più banale e quotidiana, ovvero la consultazione di un qualunque banale “bugiardino”, in cui è facilmente verificabile come gli effetti dei farmaci, anche di quelli di uso comune, possano andare dal leggero mal di testa al collasso letale. E dunque ancora una volta, ciò che dovrebbe curare, è in grado di provocare danni anche peggiori del male iniziale.

E’ nella natura stessa dell’amore non volere soltanto accarezzare l’amato ma fargli del male”. Questa citazione di Groddeck inserita all’inizio del libro ci porta a supporre che il testo avrà per tema l’amore e le sue degenerazioni. Amore e morte, bene e male. Fa capolino Pasolini in un certo senso. C’è una componente sadica in ogni relazione d’amore anche per te o era solo una provocazione?

Il riferimento a Pasolini è molto pertinente, perché avevo proprio pensato ad alcune sue opere, specie dell’ultima fase della sua produzione, che è particolarmente incentrata sul tema dei ruoli e della loro interscambiabilità, nell’organizzare il mio “sistema dei personaggi”. Nella relazione sadomasochistica, i ruoli non sono dati una volta per tutte, infatti, così come non appartiene a nessuno, in astratto, il sadismo come pulsione volta al male dell’altro e il masochismo come procurato dolore. In realtà si tratta di una recita, in qualche modo, e di un’assunzione consapevole del ruolo e delle caratteristiche ad esso associate: nel mio libro, i ruoli e soprattutto le relazioni che si intrecciano in connessione ad essi, sono in sostanza quelle tra paziente e medico, e quelle tra uomo e donna (oppure tra donna e donna, a un certo punto). In entrambi i casi, c’è una necessità e un bisogno reciproco che sfociano spesso in tensione erotica. Ma si tratta di legami in cui comunque la matrice e anche lo sbocco è una grande sofferenza da entrambe le parti. Come nell’esperienza più banale delle relazioni amorose, rispetto alle quali è irrisolta la diatriba, se vogliamo insulsa, sul “se sia peggio abbandonare la persona amata, oppure esserne abbandonati”.   

Tra linguaggio poetico e linguaggio colloquiale, se non addirittura provocatoriamente prosaico, utilizzi tutti gli strumenti della narrativa. Hai svolto un lavoro sulla parola molto simile alla ricerca poetica? Ovvero hai cercato di costruire un tessuto poetico alla base della tua prosa?

Ecco, sì, questo è molto vero: come il critico Andrea Cortellessa ha efficacemente mostrato nella sua recensione, ci sono dei veri e propri travasi della mia poesia nella prosa del Farmaco, che è appunto una prosa, dunque un tipo di scrittura attenta non solo alle scelte lessicali, ma anche e soprattutto al ritmo, alla sintassi, all’andamento del periodo, al suo flusso, alle sue interruzioni. Ho lavorato in modo ossessivo sulla punteggiatura, arrivando a far impazzire le redattrici preposte alla revisione finale, che non ringrazierò mai abbastanza per la pazienza e l’attenzione amorevole dimostrata al testo, ma in qualche modo anche a me. L’autore vicino al “si stampi” è una via di mezzo tra un pazzo in libertà e un bambino con la febbre altissima, che piange.

Il Farmaco nasconde un messaggio, un significato nascosto da leggere tra le righe?

Io posso dire qual è il significato per me, ma spesso mi accusano di fare troppo il critico, rispetto al mio libro, e di offrirne l’ “interpretazione autorizzata”, invece di lasciarlo parlare da sé, o attraverso le interpretazioni degli altri. Una delle definizioni più recenti di altri, allora, è quella del Farmaco come una sorta di specchio delle nostre vite di adesso (nostre di borghesi coi valori tradizionali in crisi, nostre di ultratrentenni precari, nostre di donne ancora inspiegabilmente schiave dell’ossessione della coppia e della maternità): uno specchio in cui non è sempre piacevole guardarsi, e anzi, come mi ha detto la giornalista in questione, “un po’ ci si vergogna”.

Il farmaco come palliativo per un male che disgrega, degenera, annienta la vita di tutti i giorni, i rapporti interpersonali, il concetto stesso di amore? Il male di vivere, il male oscuro, la vita come “malattia della materia”. Non c’è forse una sfumatura troppo pessimistica data la tua giovane età? C’è ancora spazio per la speranza, per la bellezza?

Se la “vita” stessa è malattia, già per il solo fatto di essere “mortale” (con sintagma ben leopardiano), direi che grande speranza di uscire da quest’orizzonte non ve n’è. Eppure nel Farmaco ho provato a raccontare delle vie di fuga, che non anticipo per non rovinare la sorpresa (pure se non è un romanzo di genere…).

A proposito di erotismo, tema trattato dal tuo romanzo, qualche riflessione. Scrivere di eros è obbiettivamente difficile. Si rischia il cattivo gusto o peggio il ridicolo. Molto si gioca sull’immaginazione. Quale è il segreto per parlare di eros, senza scadere nella pornografia, nella volgarità?

Io faccio molta fatica a pensare al mio libro come a un libro in cui si parli di eros, perché la mia idea dell’eros resta, a dispetto di Groddeck, molto gioiosa, molto naturale, ammesso che esista questa dimensione, a petto del culturale, che evidentemente ci sovrasta: quello che ho raccontato io è la sofferenza, e la perversione come modo per esorcizzare i fantasmi, dei miei personaggi ma, fatalmente, mio. Non so in che modo: credo, liberando la mente dai pregiudizi e dalle inibizioni, innanzitutto. Non c’è niente che non si possa dire, se l’intento è quello di rendere un pensiero condiviso e condivisibile attraverso le parole, e non di stupire o di fare colpo a tutti i costi, con frasi a effetto che diventano effettacci. .

Dei tuoi personaggi, maschili e femminili, quale ti assomiglia di più? Il personaggio di Enza un po’ ti è vicino o rassomiglia a persone che hai incontrato anche superficialmente?

Chi mi conosce, dice di aver trovato un po’ di me, com’è inevitabile, in tutti i personaggi. E qualcun altro sostiene che in fondo i personaggi del libro sono tanti, perché in me, come in ciascuno di noi, c’è una tale quantità di complessità e di contraddizioni, da non poter stare compressi in un solo carattere. Mi sta bene essere Bardamu, se proprio devo sceglierne uno, perché anch’io ho la tendenza a dire a me stessa di non saper fare le cose, anche negli ambiti di mia più stretta competenza. Un modo per ripararsi dalle delusioni, che però non esclude l’ambizione e nemmeno tutto sommato l’autostima, anzi…

Per concludere, puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro?

Continuare a scrivere, perché non riesco a farne a meno, e magari trovare un modo perché una delle forme della mia scrittura (l’attività militante, ad esempio) diventi anche un modo per stare in un orizzonte sociale organizzato: cioè, detto banalmente, un lavoro con uno stipendio.