
Non sempre il formato antologia riesce a soddisfare pienamente il lettore appassionato di un genere specifico. Spesso e volentieri, infatti, bastano un paio di racconti non all’altezza per lasciare l’amaro in bocca e così rimangono impressi più i demeriti che i meriti. Non è certamente il caso di Canti d’Abisso a cura di Alessandro Morbidelli, data alle stampe da Origami Editore, nuova realtà editoriale dedicata al mondo del fantastico. L’antologia è una raccolta di 23 racconti che spaziano dall’horror alla fantascienza claustrofobica, dal dramma psicologico al viaggio nei meandri dell’incubo, il tutto in un’ambientazione ben precisa, il mare, appunto, e con un elemento comune a tutti i racconti: un canto che è un lamento e insieme un grido cupo e profondo, proveniente dal mare. Quello che sorprende di questa antologia è l’alta qualità dei racconti, tutti molto diversi tra loro, ma dal notevole spessore letterario oltre che narrativo. Sono infatti scritti tutti molto bene e il piacere è quindi doppio: a storie solide si affiancano stili coerenti e mai scontati, adatti soprattutto a immergere, è il caso di dirlo, il lettore in queste tetre atmosfere. Dei racconti ne citerò solo alcuni, confermando che tutti sono di altissimo livello. L’antologia si apre con L’anomalia di Danilo Arona, un autore che non ha bisogno di presentazioni e che in questo caso torna a visitare i luoghi tanto cari ai suoi racconti come Montebuio, ormai luogo di culto per i lettori dell’horror italiano. Una storia breve rispetto alle altre, cupa e dal finale a sorpresa. La casa delle sirene di Nicola Lombardi è un morboso gioiello di narrativa horror. Una protagonista che ricorda i personaggi femminili del miglior Dario Argento e una vicenda che viene svelata con la lentezza di una lama che recide gli arti. Si prosegue con il curatore dell’opera che inserisce anche un suo racconto: nella prefazione quasi si scusa per averlo messo, ma noi gliene siamo grati perché in un unico racconto, Loro non possono cantare, Alessandro Morbidelli parla d’amore, di morte, di Venezia e delle figure carnevalesche delle marionette popolari, senza dimenticare la feroce critica al problema delle grandi navi e a quello della svendita della città alle multinazionali del turismo. Per stile, questo racconto è un brano jazz: forse il migliore dell’antologia. Antonio Piras con Una rotta per Asintote e Pelagio D’Afro con Nuota Maged omaggiano H. P. Lovecraft con uno stile fedele al grande e oscuro autore di Providence. Se Piras fa l’occhiolino alla produzione onirica del maestro, D’Afro si sposta sulle sponde del Mediterraneo toccando l’annoso problema delle traversate migratorie sui barconi della speranza. Parte come incubo horror e finisce come piccola perla di fantascienza: Alexia Bianchini con Avrei dimenticato regala ai lettori un viaggio da togliere il respiro, sullo stile di Olatunde Osunsanmi, l’autore de Il quarto tipo, così come senza respiro rimane di fronte all’abominio il sub protagonista di Quando il mare urla di Simonetta Santamaria. In Canti d’Abisso non manca niente: dal racconto di ispirazione gotica a quello introspettivo (Titanomachia di Serena Bertogliatti è al tempo stesso claustrofobico e lynchiano, una perla) fino a riusciti omaggi ai blockbuster fantascientifici cinematografici e ludici (Come ratti d’acciaio inossidabile di Gabriele Falcioni e Nella Zona Grigia di Alessandro Cartoni, dove non possiamo non sentire l’influenza di titoli come Alien, Pacific Rim, Gears of War e Fallout letti il primo in chiave ironica e il secondo sotto la lente di una problematicità etica e sociale), più riusciti omaggi al racconto storico avventuroso di William Hope Hodgson (Madre acqua di Lavinia Petti e L’ultimo viaggio del comandante Delgado Diaz di Angelo Marenzana). Chiude l’antologia un fulminante affresco di divinità e di citazioni a firma di Carlo Vanin, I funerali di nonno Kuma: se in un primo momento ci si può chiedere cosa c’entri questo racconto con gli altri, la scelta del curatore appare ovvia quando ci imbattiamo nella cornucopia di personaggi magici che rappresentano insieme mitologia e leggenda, superstizione e religione. Può Canti d’Abisso misurare la qualità della narrativa fantastica in Italia? Sicuramente sì. Il voto è alto.
Alessandro Morbidelli, classe 1978, architetto, designer, giornalista per il magazine Why Marche, esordisce nel 2010 con il noir “Ogni cosa al posto giusto” (Robin Edizioni). Sempre nello stesso anno cura l’antologia “Onda d’Abisso” (Orecchio di Van Gogh). Pubblica vari racconti su diverse antologie, accanto a nomi quali Carlo Lucarelli e Valerio Evangelisti e giochi di ruolo come “Project Octopia” (Wildboar Ediz.). Collabora al progetto Roma Noir per la Sapienza di Roma ed è membro della Carboneria Letteraria. Da maggio 2014 scrive per Sdiario, il blog di Barbara Garlaschelli.
Se c’è un argomento che va sempre, e verrebbe da dire per fortuna, è quello relativo ai fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, con in particolare le vicende di sopravvivenza o annientamento del popolo ebraico. Un filone meritorio e interessante, dove però non è certo facile scrivere qualcosa di originale, ed è per questo che si distingue tra gli altri libri Il bambino che parlava la lingua dei cani, dell’esordiente in letteratura Joanna Gruda, canadese di origini polacche, che racconta l’infanzia di suo padre, ebreo e figlio di militanti di sinistra, tra Francia e Polonia.
Deve dirglielo. Quarant’anni sono troppi per tenersi un segreto, anche se alcuni potrebbero farlo. Di solito Sam non prova l’urgenza di dire la verità a tutti i costi. Che strana cosa la natura umana, sempre combattuta tra impulsi contraddittori, mentire o vuotare il sacco. Si domanda se per Cat sia davvero un male non sapere la verità. Non avrebbe modo di rintracciare il padre perduto, che è davvero perduto per sempre? Ma davvero lo si potrebbe chiamare un padre? È stato Sam a crescere la bambina, a occuparsi di lei, a darle un fratello, a condurre questo lungo esperimento di amore paterno. Ha scoperto, come tutti i genitori adottivi dovrebbero fare, che l’amore per i figli non fa differenze, che il sangue non conta. Quando un bambino è tuo, è tuo e basta, e non c’è nient’altro da fare?
Traduzione dall’inglese di Adria Tissoni.
Edith Wharton è da me una scrittrice molto amata. Da L’età dell’innocenza a I ragazzi, è stata capace di scrivere libri con al centro straordinari personaggi femminili, specchio di un’ epoca e di una classe sociale precisa certo, l’alta società di fine Ottocento, inizi Novecento, ma capaci di descrivere sentimenti e aspirazioni moderne e senza tempo. Oggi abbiamo il piacere di avere con noi Gaja Cenciarelli, che ha tradotto per Neri Pozza, La casa della gioia, (The House of Mirth, 1905), epopea di Lily Bart, bellissima e sfortunata eroina, nella New York dei primi del Novecento, e avremo l’occasione di conoscere un romanzo così celebre e amato da una prospettiva privilegiata.
I misteri di Wayward Pines (Pines, 2012) di Blake Crouch, pubblicato ad aprile in Italia da Sperling & Kupfer (in America da
Per tutti gli amanti dei gatti, è tornata in libreria Gwen Cooper, con una nuova storia, felina e non solo, dopo le peripezie di Omero, gatto nero nella New York post 11 settembre: L’amore in un giorno di pioggia (da non confondere con l’omonimo titolo Garzanti di Sarah Butler, questo della Cooper è edito da Sperling) racconta la vita di Prudence, gattina con le zampine bianche come delle calzette, e delle due umane in particolare che entrano in contatto con lei dal momento in cui viene trovata abbandonata in una via di New York sotto la pioggia.
Dalla Francia arriva un nuovo autore da tenere d’occhio, per tutti gli amanti del thriller alla Grangè per intenderci. Si chiama Bernard Minier, e i più avveduti forse non si sono fatti scappare Il demone bianco, (da noi recensito da Stefano Di Marino, con toni più che lusinghieri anche da un punto di vista tecnico,
Introduzione di Antonella Anedda
Tra i volti presenti all’ultimo Salone del libro, spicca quello di Angela Parise, già autrice di alcuni romanzi al femminile pubblicati presso un paio di case editrici che puntano su autori nostrani, oltre che appassionata e interessata al mondo dei libri e a cosa ruota intorno.
“L’Italia possiede una mole sterminata di opere d’arte: quasi cento milioni di pezzi unici (solo la metà è a tutt’oggi fruibile), più di qualunque altra nazione al mondo.”
Ovunque proteggici di Elisa Ruotolo è tra la dozzina dei libri candidati al Premio Strega 2014. Il suo linguaggio è forte, verace e profondamente umano, tanto che nel leggerlo ho avuto la sensazione di iniziare un viaggio dentro ai legami di una famiglia lontana e allo stesso tempo vicina alla realtà odierna. La famiglia Girosa sembra provenire da un mondo puro e arcaico che mi ha ricordato i personaggi delle novelle di Verga, i protagonisti di Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, la popolazione di Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro, i più recenti umani primordiali che animano La fonte di Mazzacane di Enzo Antonio Cicchino e di Vita di Melania Mazzucco. Lorenzo Girosa, il narratore, è un uomo adulto che raggiunti i cinquanta anni riceve una lettera dove qualcuno lo avvisa di essere a conoscenza del delitto che lui ha compiuto nel lontano 1962 quando era solo un ragazzino. Lorenzo si sente braccato, perché non riesce ad accettare il fatto che la sua malefatta sia stata scoperta e comincia un viaggio a ritroso nel tempo nel tentativo di ricostruire la sua complicata esistenza e far capire a noi lettori il perché lui abbia deciso di compiere quel delitto. Da subito emerge quanto strampalata e originale sia la famiglia dei Girosa, anzi per il protagonista il nonno Domenico è un vero mito, perché lui lasciò la propria terra natia per cercare fortuna in America, qui chiamata “La Merica”. Di lui il personaggio principale sa qualcosa, ma solo con il passare degli anni scoprirà quello che accadde davvero dall’altra parte dell’oceano e che cambiò per sempre l’esistenza di nonno Domenico della moglie e del figlio Nicola… Già! Nicola il rude e burbero padre del protagonista non ha talento, non riesce a fare qualcosa senza giri loschi e per mantenere la famiglia si mette a fare il saltimbanco prendendo il nome di Blacmàn la versione italianizzata di Black Man: uomo nero. Il nomignolo ha in sé qualcosa di cupo, oscuro misterioso e si capisce da subito quanto contorta e ambigua sia la personalità di questo omuncolo che dietro la sua identità nasconde un verità molto più agghiacciante. Accanto a lui la Bambina, una giovane donna con un dono e odore particolare che lo accompagneranno per tutta la vita sopportando con tenacia e pazienza. Lorenzo è parte di questo piccolo universo che ha lasciato il segno del suo passaggio nella grande Villa Girosa dove lui stesso vive ancora da adulto e nella quale sta cercando di dar ordine alle varie tessere del suo albero genealogico per trovare un senso a qual suo lontano gesto fatale. Ovunque proteggici, è una saga familiare nella quale l’umanità protagonista è autentica e allo stesso tempo si adatta a sopportare i pregiudizi e le dicerie popolari dilaganti nei piccoli centri di provincia. Più si legge la storia dei Girosa, più si ha la netta sensazione di entrare in un mondo lontano, ma in realtà l’ambientazione nei decenni del XX secolo ci aiutano a capire che questi intrecci familiari appartengono ad un passato recente. Ovunque proteggici è una storia dal forte impatto emotivo, che indaga i legami tra le persone della famiglia dei Girosa, in un’atmosfera che mi ha ricordato un po’ la gente comune, di una bellezza quotidiana e dal parlato semplice tipico del Neorealismo. Memorabili sono le scene nelle quali l’autrice descrive le frequenti incursioni del piccolo Lorenzo al cinematografo per vedere i film dalla sala di proiezione, o lo strano legame d’amicizia – l’unico- che si crea tra lui, il taciturno Tommaso e la sorella gemella Prosperella, venduta dalla madre biologica ad un’altra famiglia per l’impossibilità di sfamare l’ennesimo nato in famiglia. Il cosmo dei Girosa vive nel presente, ma i legami che tengono uniti i componenti della famiglia al loro mondo di origine sono atavici e primordiali. La confessione di Lorenzo metterà noi lettori a conoscenza di verità impensabili e allo stesso tempo ci aiuterà a capire quanto la realtà superficiale delle cose che ci circonda non sempre corrisponde alla loro vera identità. Ovunque proteggici racconta la vita di una famiglia amori, i litigi, le ripicche e le incomprensioni di uomini e donne di parole e carta che gioiscono e soffrono nel pellegrinaggio complesso che è l’esistenza umana.
























