Archive for Maggio 2011

:: Recensione de “L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Arona, Pascarella e Santoro

3 Maggio 2011

L_alba_zombie-617x937A cura di Valentino G. Colapinto

L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro: 266 pp. ill., prezzo di copertina €17 [Gargoyle Books, 2011].

Torniamo a parlare di zombi, un argomento quanto mai di attualità, questa volta con un saggio, sicuramente il più completo mai apparso finora in Italia. Non lasciatevi però ingannare dal titolo. L’Alba degli Zombie non è semplicemente un trattato sulla saga cinematografica dei morti viventi ideata da George Romero (New York, 1940). È anche questo, ma non solo.
Questo saggio, infatti, analizza l’argomento zombi praticamente da ogni angolazione ed è una vera miniera di curiosità, imperdibile per ogni appassionato dei morti viventi che si rispetti, ma intrigante anche per il neofita del genere. Per non parlare della chicca finale, costituita da un’intervista molto approfondita a George Romero in persona, e senza dimenticare il ricco apparato fotografico che lo correda.
Insomma, l’ennesimo imperdibile saggio cinematografico di Gargoyle Books, che dopo gli stupendi “The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo” e “Peter & Chris. I Dioscuri della notte” (dedicato a Peter Cushing e Christopher Lee), entrambi scritti dai bravissimi F. Pezzini e A. Tintori, continua a viziare i suoi lettori con un’opera davvero molto curata.
Frutto di un ottimo lavoro di gruppo, il libro si apre con una breve biografia di Romero a cura dello studioso e cultore romeriano Paolo Zelati, cui spetta anche il compito di chiudere il libro con l’intervista al vecchio George cui abbiamo già accennato.
Il saggio vero e proprio ha una struttura tripartita, con una prima sezione curata da Danilo Arona (Alessandria, 1950), sicuramente tra i più importanti scrittori e studiosi italiani dell’orrore, che si dedica a un’analisi molto approfondita e ricca di curiosità sul cinema di Romero, con puntate anche su altri film di zombi, precedenti o meno la “Dead Saga”, che conta fino ad oggi ormai ben cinque titoli: La notte dei morti viventi (1968), Zombi (1978), Il giorno degli zombi (1985), La terra dei morti viventi (2005), Le cronache dei morti viventi (2007) e L’isola dei sopravvissuti (2009).
Personalmente, ho trovato molto interessante scoprire gli ispiratori dei morti viventi (ben diversi dagli zombi haitiani e dagli body snatchers extraterrestri, che avevano imperversato nei decenni precedenti). Si sapeva di “Io sono leggenda” (sia il romanzo di Matheson del 1954 che la versione cinematografica di Ubaldo Ragona del 1964 con Vincent Price), ma quanti si ricordano di film come “Invisible Invaders-Assalto dallo spazio” (1957) o “The Plague of the Zombies-La lunga notte dell’orrore” (1966), alla base della mitologia romeriana?
Ancora più interessante, poi, conoscere le versioni originali dei film di Romero e i finali alternativi e mai filmati, in alcuni casi migliori di quelli che tutti conosciamo. Per dirne una, originariamente Il giorno degli zombi si doveva concludere con la fine della misteriosa resurrezione dei morti viventi, che sarebbe terminata così com’era cominciata. Senza alcuna spiegazione.
Arona è bravissimo nell’esplicitare il carattere rivoluzionario dei film di Romero, soprattutto del primo, La notte dei morti viventi, forse il più riuscito b-movie di sempre, che finalmente porta l’orrore nel mondo contemporaneo, svincolandolo dal gotico della Hammer e di Corman fino ad allora imperante, senza aver paura di scioccare lo spettatore con scene di un’efferatezza forse fino ad allora mai vista sullo schermo (per quanto attenuata da un bianco e nero dovuto essenzialmente a questioni di budget, ma poi rivelatosi scelta artistica azzeccatissima) e senza sentire il bisogno di spiegare le cause del risveglio dei morti, né di apporre un consolatorio happy end.
E poi si trattava del primo horror smaccatamente di sinistra: contro l’autorità, contro la famiglia, contro il razzismo (il protagonista è per la prima volta un afroamericano), contro la guerra (molti vi hanno visto riferimenti al Vietnam), autentico preludio al maggio francese e a quello che ne sarebbe seguito.
Seguono il lavoro di Arona “La città dei morti. Appunti per una filosofia politica degli zombie” di Giuliano Santoro (Alatri, 1976), giornalista e redattore del settimanale Carta, e “Dead Zone. Per una sociologia dell’era zombie” di Selene Pascarella (Taranto, 1977), anche lei giornalista e redattrice di Carta, nonché scrittrice.
Si tratta di analisi molto acute ed eclettiche, che sviscerano (mai termine fu più appropriato) gli zombi da moltissimi punti di vista differenti: storico, antropologico, linguistico, sociale, politico, letterario, perfino medico-scientifico.
Praticamente impossibile riassumerne la ricchezza di spunti in poche parole. Non resta che correre a procurarsi L’alba degli zombie prima che sia troppo tardi. Come annuncia Giacobbo, il 2012 è ormai alla porte e con esso l’apocalisse (zombie, ovviamente).

Valentino G. Colapinto

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:: I dodici segni di Lee Child (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2011

I dodici segniSebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
Creatore del celebre Jack Reacher, maggiore in congedo della polizia militare statunitense ed eroe suo malgrado sempre al centro di intricate vicende in bilico tra la spy story e il police procedural più classico, protagonista indiscusso di tutti i suoi romanzi, Child ha saputo dare vita ad un personaggio decisamente anticonvenzionale, non esattamente il classico eroe standard integrato nel sistema e paladino dei valori tipicamente americani: Dio, soldi, patria, famiglia.
Jack Reacher ha una sua personale idea di giustizia, lealtà e patriottismo, non ha nè casa nè famiglia e passa il suo tempo a vagabondare per le pericolose vie d’America con probabilmente solo in tasca i soldi della misera pensione.
I dodici segni da poco edito da Longanesi è la tredicesima avventura che lo vede protagonista e fa parte delle storie narrate in prima persona.
L’esordio è di quelli che lasciano il segno. Subito ci troviamo catapultati nel centro dell’azione. Jack Reacher nel suo vagabondaggio senza meta si ritrova a New York. Sono le due di notte e viaggia in un vagone semi deserto della metropolitana sulla linea 6, la linea locale di Lexington Avenue, direzione Uptown. Un altro sonnecchierebbe perso nei fatti propri, ma non Jack.
Sarà l’addestramento, l’istinto di conservazione, l’abitudine a guardare, non vedere, ad ascoltare, non sentire, come riflesso di un impulso naturale di sopravvivenza, Jack lascia vagare il suo sguardo e una donna attira la sua attenzione. Se ne sta seduta sul lato destro della carrozza, tutta sola nella panca più lontana. Bianca, sulla quarantina, bruttina, con i capelli neri tagliati con cura. Più la guarda e più gli torna alla mente l’elenco di indicatori comportamentali di dodici punti, se osservi un sospetto di sesso maschile, di undici se osservi un soggetto femminile, che il controspionaggio israeliano ha stilato per individuare un attentatore suicida, un kamikaze.
Jack sente di dover fare qualcosa. Si alza, raggiunge la donna e le parla spacciandosi per poliziotto. Ma all’improvviso succede l’inaspettato. La donna estrae una pistola e compie l’unico gesto che Jack non si sarebbe aspettato. Si punta l’arma alla gola e premendo il grilletto si fa saltare la testa.
Agenti di pattuglia del NYPD del turno di notte intervengono e il detective Theresa Lee inizia a raccogliere le testimonianze. Subito affronta Jack e quasi l’accusa di essersi avvicinato alla donna, di averla spinta oltre il limite, invitandolo a recarsi in centrale per stendere la deposizione. Jack non ha scelta e mentre si accinge a ripetere per l’ennesima volta come si sono svolti i fatti si accorge che qualcosa non torna. Il quinto passeggero presente sul vagone al momento del suicidio ufficialmente non esiste.
Poi ciliegina sulla torta la donna si chiamava Susan Mark ed era un’ impiegata del Pentagono così Jack si trova torchiato anche dagli agenti di una agenzia federale che iniziano a fargli strane domande: se conosceva la vittima, se conosceva una donna di nome Lisa Hoth, se la morta gli ha consegnato qualcosa.
Poi uscito dalla centrale un gruppo di uomini di certo ex militari e appartenenti alle forze dell’ordine si apprestano a fargli altre domande: cosa gli ha detto la donna, se ha mai pronunciato il nome di Lisa Hoth o di John Sansom, un deputato della Carolina del Nord che vuole diventare senatore.
Anche questa volta le cose non tornano. Troppa gente sembra sapere troppo. Forse un po’ influisce il senso di colpa, un po’ il desiderio di scoprire la verità, Jack decide di scoprire cosa è realmente successo.
Sarà l’inizio di una storia intricatissima, degna dei più avventurosi action thriller, con al centro terroristi sanguinari, ricatti e un segreto che se rivelato potrebbe aprire scenari inquietanti sul recente passato americano.
Lee Child conosce il segreto per tenere il lettore inchiodato alle pagine, per tutto il libro mi sono chiesta come sarebbe andata a finire la storia e quale fosse il motivo per cui Susan Mark avesse premuto quel grilletto.
Ho dovuto letteralmente costringermi a non andare a leggere le ultime pagine e lo sforzo è stato premiato. E’ una storia che coinvolge, scritta bene dosando suspence, colpi di scena e rivelazioni centellinate e non troppo irrealistiche anche se una punta di macchinosità è presente e viene stemperata dalla simpatia che riesce a ispirare il protagonista, un duro e puro come si suol dire.
Molti avrebbero insistito di più sulla possibile storia d’amore tra Theresa Lee e Jack, ma Child preferisce accennare ad un veloce mordi e fuggi giusto prima dell’adrenalinico finale, molto pulp.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).