Philippe Djian può piacere o non piacere, è un autore che non conosce mezze misure.
Caustico, dissacrante, tagliente, politicamente scorretto, i suoi libri, non veri e propri noir, (anche se in senso lato, perchè no?) più che altro, storie sul male di vivere contemporaneo, lasciano sempre un’ eco di inquietudine e disillusione nei lettori. Io lo trovo un autore notevole, più che altro per il senso di autentica empatia che provo verso i suoi personaggi, sconfitti, falliti, incapaci di attraversare la vita senza riempirsi di piaghe e di ferite esistenziali. E la capacità di esprimere autenticità tramite una scrittura variegata e composita, volutamente letteraria, non è un pregio da poco.
Criminali (Criminels, 1996) rientra a pieno titolo tra i romanzi più neri di questo autore, che non sembra, perché lo fa con una certa leggerezza e immediatezza, ma è capace di ferire e di lasciare il lettore stordito e disorientato.
Tradotto da Daniele Petruccioli ed edito in Italia da Voland (in Francia sempre dalla storica Gallimard), secondo romanzo della trilogia Sainte-Bob che comprende anche “Assassini” (Voland 2012), “Sainte-Bob” in prossima pubblicazione sempre da Voland, Criminali ci porta di peso nella vita di Francis, cinquantenne appesantito da una serie di scelte più o meno consapevoli, più o meno libere.
Divorziato, con un figlio con cui non comunica, una compagna che rischierà di perdere, un fratello omosessuale, un padre malato d’Alzhaimer che deciderà di assistere in casa sua con ripercussioni impreviste, un lavoro che per problemi alla schiena è sempre sul punto di perdere perdendo anche la precaria stabilità economica, un gruppo di amici, non più psicologicamente solidi e realizzati di lui, un nemico contro il quale concentrerà tutto il suo odio e la sua frustrazione, insomma Francis ha una vita complicata, ed è o non è un criminale lo deciderete a fine lettura, quando l’irreparabile si compirà.
Stessa domanda si pone per gli altri personaggi. Sono o non sono criminali? Se lo sono lo sono di piccoli crimini, di tradimenti più che altro verso gli altri e soprattutto verso se stessi, forse solo in due casi, due soli personaggi compiranno davvero qualcosa che si può avvicinare a un delitto. Uno pagherà, l’altro non lo sapremo mai. Sono infatti i crimini senza punizione, quelli per cui non si va in galera, le disattenzioni, gli atti mancati, le piccole meschinità che incidono più a fondo nell’anima creando disagio e scurendo il male di vivere, l’esistenziale incapacità ad essere felici.
E’ un romanzo triste, malinconico, privo di certezze, ma nello stesso tempo sincero, e umanamente credibile. Djian non pone i suoi personaggi in zone completamente bianche o nere, gioca con i chiari scuri. Non scaglia invettive, né cerca giustificazioni, espone i fatti, e lascia che la storia avanzi a sbalzi, senza grandi colpi di scena, ma appunto trasportata come dalla corrente di un fiume, lo stesso fiume che aleggia sullo sfondo, un fiume inquinato, un fiume che da e riceve morte, conservando una sua certa disperata bellezza.
Philippe Djian, nato a Parigi nel 1949, si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista. 37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.
Irène ne avrebbe fatto una malattia. Resto ancora un momento li fuori, appoggiata al muro di casa, tra il pallore del crepuscolo e l’odore di carta bruciata. Non ha mai smesso di andarlo a trovare, di mantenere un contatto, un legame fisico con lui, la cosa scatenava violente discussioni tra me e lei, soprattutto all’inizio, ma non per questo ha rinunciato a una sola delle sue maledette visite. Eppure sa Dio se manifestava rancore nei suoi confronti al pensiero di quello a cui ci aveva costrette, i conti da pagare, gli insulti, le fughe e così via, ma tornava a trovarlo ancora e ancora, rendendomi sempre più pazza di rabbia perché non la capivo e lei faticava a spiegarsi, restava volutamente sul vago. Non mi avrebbe mai perdonato di aver dato fuoco a quelle foto. La sento già accusarmi di aver ucciso quell’ uomo una seconda volta – sembra impossibile.
La mano destra del diavolo (Mão Direita do Diabo, 1967), Requiem Para D.Quixote e Mulher e Arma com Guitarra Espanhola compongono una trilogia crime che a prescindere dalle indubbie qualità letterarie è interessante soprattutto per le modalità con cui fu scritta. L’autore, Dinis Machado, giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale, e caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin”, per poter pubblicare questi tre libri, scritti su commissione mentre lavorava per la casa editrice Ibis curando la collana Rififi che traduceva autori stranieri, dovette adottare lo pseudonimo di Dennis McShade fingendo che le opere fossero state scritte e ambientate nella scandalosa e immorale America e semplicemente tradotte in Portogallo, tutto per poter sfuggire alle implacabili maglie della censura in atto durante la dittatura di Salazar. Il poliziesco, il noir con il suo potere destabilizzante che scaturisce dal raccontare i lati oscuri di una società che si vorrebbe luminosa, ottimistica e senza macchia, e invece nasconde ogni sorta di crimini, vendette, corruzioni, ingiustizie e contraddizioni, è stato sempre visto dalle dittature come un pericolo, una vera e propria aperta minaccia all’ordine costituito ed è interessante notare come la lotta, l’opposizione civile abbia assunto vie ingegnose e ricche di espedienti per manifestarsi. In questa dimensione La mano destra del diavolo è un’ opera politica, un atto di denuncia contro la dittatura europea più lunga del Novecento, che durò dal luglio del 1932 al settembre del 1968 e merita per questo un’analisi più scrupolosa e attenta ai rimandi e ai sottintesi. La mano destra del diavolo è un libro solo apparentemente semplice e lineare. L’apparente struttura narrativa mutuata dall’hardboiled americano oltre a servire da maschera per le ragioni già espresse, ovvero per puro mimetismo dettato dalla necessità, si presta a una trasfigurazione del genere contaminandolo con una ridda di influenze letterarie nobili, dai monologhi esistenziali alla Camus, come evidenzia Guia Boni nella sua essenziale e fulminante postfazione, allo stesso nome del protagonista evidente eco letterario del Pierre Menard di Borges, al fine di denunciare con più efficacia una società in cui prospera indisturbato un Sindacato del Crimine le cui spire mefitiche si diffondono fino all’interno del sistema, il poliziotto corrotto Nick Collins ne è emblema e specchio di questa violenza istituzionalizzata. E quale genere meglio dell’hardboiled può parlare con fluidità e naturalezza di violenza e crimine, di gente che si muove unicamente per denaro pronta a uccidere con una facilità che abbatte senza remore ogni scrupolo morale di sorta. Non è semplice imitazione, Dinis Machado non produce un duplicato più o meno scadente o una parodia del genere, ma ne estrapola i temi e i meccanismi essenziali per metterli a servizio della sua visione esistenziale dandogli una profondità inusuale. Peter Maynard il protagonista indiscusso, narratore in prima persona di questa tragedia vissuta come una lungo e concatenato atto di vendetta che si trasforma in giustizia, è a differenza degli hardboiled classici, che scelgono la figura dell’investigatore privato come propulsore dell’azione, un sicario, un assassino a pagamento, un uomo per cui la morte è una necessità, che si trasforma in giustiziere per portare a termine uno dei tanti incarichi che gli vengono affidati. L’inizio ci riporta alla classica apertura e alle atmosfere chandleriane del Grande sonno quando Marlowe incontra il vecchio generale Sternwood: Peter Maynard e il suo socio Lucky Cassino incontrano il miliardario T.R. Douglas che dopo otto anni dalla morte della figlia decide che è giunto il momento di vendicarla e far uccidere i quattro uomini che la violentarono portandola al suicidio. Peter Maynard accetta e incassa la prima rata di 40.000 dollari, altrettanti ne riceverà a lavoro ultimato e si mette sulle tracce di questi “virtuali” assassini. Tracce che lo porteranno in Messico, a San Fransisco, a Chicago, di nuovo a New York in un intrecciarsi si fughe e inseguimenti perché il Sindacato del Crimine non tollera che un anarchico come Maynard vada in giro a uccidere la gente senza il suo permesso. Maynard è implacabile, efficiente come la mano destra del diavolo, trova le sue vittime, le interroga per farsi dare informazioni utili al ritrovamento degli altri e le uccide fino a che l’ultimo della lista non è esattamente chi credeva che fosse. Traduzione e postfazione di Guia Boni.
Marc era convinto che ce l’avessi proprio con lui per l’imprecisato numero di tonnellate di veleni riversatosi nel fiume. Certo, lì per lì avevo avuto uno scatto. Come chiunque altro. Ma l’indomani mattina ero tornato al lavoro alla Camex- Largaud. Come qualunque abitante di Hénochville. Una piccola arrabbiatura che non esplodeva, anzi andava spegnendosi prima ancora di uscire di bocca. Quanto a me, se gli avevo dato”dell’assassino”era per ragioni vaghe, perse nei meandri dell’amicizia. Riguardo ai pesci morti, certo, lo ritenevo un assassino. Ma non meno di me o Thomas, non meno di un qualsiasi impiegato della Camex-Largaud, non meno del più piccolo negoziante della città. Tutto qui. Eravamo invischiati in questa situazione da talmente tanto tempo che preferivamo non pensarci.

























