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:: Una donna di troppo. La seconda indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Africa Orientale Italiana, Giorgio Ballario (Edizioni Angolo Manzoni) a cura di Giulietta Iannone

8 novembre 2009

1Dopo il buon successo di “Morire è un attimo” (Edizioni Angolo Manzoni, pp 335, Euro 15), Giorgio Ballario torna con una nuova indagine del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini in servizio a Massaua, Eritrea, in un noir classico, ma nello stesso tempo originale. Morosini questa volta, sempre affiancato dal fidato maresciallo Eusebio Barbagallo, sempre allegro e ottimista quasi parente di Don Bosco o per lo meno suo conterraneo, e dal leale e misterioso sottoufficiale indigeno Tesfaghì, dovrà lasciare Massaua per raggiungere la costa dell’Africa che si affaccia sull’ Oceano Indiano per una missione segreta da cui dipendono i destini di molti.
Sullo sfondo dei grandi eventi internazionali, mentre l’ Italia di Mussolini cerca affanosamente di farsi prendere sul serio preparandosi alla guerra con l’Abissinia odierna Etiopia e il generale Rodolfo Graziani al comando delle operazioni militari sta organizzando le forze per lanciare l’offensiva dal fronte sud e marciare su Addis Abeba, Ballario ci porta infatti a Mogadiscio nel caldo afoso e opprimente della tarda estate del 1935 dove una serie di misteriosi omicidi, apparentemente slegati tra loro, sta gettando scompiglio nella popolazione civile, minando pericolosamente il morale delle truppe e addirittura mettendo in serio pericolo le mire espansionistiche del Duce.
Nulla è certo. Si sospetta la longa manus del regime del negus Hailé Selassiè, o addirittura sordidi giochi di potere orchestrati dall’Italia per ostacolare l’ascesa del generale Graziani, fedelissimo di Mussolini da poco bersaglio di un attacco della stampa internazionale, o l’ipotesi più ovvia, ovvero semplici criminali comuni. Chiunque sia il colpevole bisogna scoprire al più presto il perché di questi assassini e chi meglio del maggiore Morosini può riuscire nell’impresa?
Sin dall’inizio l’indagine non si presenta affatto facile. Vuoi per la decisa ostilità delle forze dell’ordine del luogo, vuoi per la fama per lo meno controversa del generale Graziani, accusato di aver compiuto stragi tra la popolazione civile, vuoi per il sospetto che Morosini ha di essere stato sbattuto in Somalia come pedina inconsapevole di un gioco al di sopra della sua testa e lui allergico alle trame politiche non ha nessuna intenzione di fare la fine del capro espiatorio.
Cosa lega tra loro un fante apparentemente morto suicida impiccato ad un albero, un capo manipolo della Milizia sgozzato con il suo stesso coltello, un ascaro libico, un volontario italoargentino e una suora devota e integerrima? Una sola cosa è certa tutte le vittime hanno qualcosa in comune per lo meno un forellino sul collo che fa sospettare che gli sia stata iniettata prima della morte una sostanza psicotropa e addirittura porta Morosini ad interrogarsi se esistano gli zombi.
Morosini è un uomo del suo tempo, porta la brillantina, fuma le Macedonia, balla al suono di Parlami d’amore Mariù e pur non essendo un supereroe legge Seneca ed è fermamente deciso a scoprire la verità.
Il romanzo cattura piacevolmente, oltre che per la simpatia del protagonista, per l’ottima descrizione storica del periodo e della società coloniale dell’Africa italiana di cui Giorgio Ballario dopo approfondite ricerche, e un’ attenta ricostruzione sulla base di documenti d’epoca, ci presenta quei luoghi esotici con grande dovizia di particolari. Con il sottofondo di “Faccetta nera bell’Abissina” impariamo così a conoscere un mondo scomparso, un’Africa esotica ancora viva nei cinegiornali Luce, ma quasi scomparsa dal dibattito culturale di questi anni.
Ballario ha un dono raro sa far amare un personaggio in apparenza normale, ma eccezionale proprio per la sua normalità, per la semplicità della sua dirittura morale in un mondo corrotto e decadente dove “una borghesia debosciata e parassita andava riproducendo nelle Colonie i medesimi vizi della madrepatria” magari accrescendoli “dal clima di rilassatezza e abbandono di quelle terre lontane”.
L’Africa che emerge dalle sue pagine ha poco dello stereotipo da cartolina di quegli anni, è una terra viva animata da una folla variopinta e rumorosa piena degli odori forti delle “droghe, spezie, aromi di cucina, delicate essenze orientali e puzza di pesce marcio, incensi profumati e fetore di lattrine”.

:: Recensione di “Tokyo noir. Chi semina odio raccoglie vendetta!” di Kenzo Kitakata (Fanucci 2009) a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2009
tokyo noir

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Questa breve recensione è in assoluto la prima recensione che ho scritto, quando ancora pensavo che non ne avrei scritte molte. Un po’ perchè preferisco intervistare gli scrittori che dare giudizi sui libri, e un po’ perchè è un mestiere niente affatto facile. Rileggendola è molto breve e naïf, ma forse non era così male, dà davvero un’idea del libro di cui parlo. Kitakata è una sorta di Chandler nipponico, non mi pare l’abbiano più pubblicato in Italia, dato la sua vasta produzione. Meriterebbe di essere tradotto dal giapponese. Un vero peccato. 

Piove su Tokyo mentre si consumano le vite dei personaggi di questo torbido noir del magistrale Kenzo Kitakata. Da un lato Kazuya Takino un ex killer della yakuza che si è rifatto una vita gestendo un piccolo supermarket di periferia specializzato in generi alimentari e prodotti per la casa in compagnia della moglie Yukie. La vita sembra scorrere monotona e noiosa ma non si sfugge al proprio passato e quando una ricca compagnia desidera mettere le mani sulla sua proprietà e incarica un suo uomo di sbarazzarsi di lui la tentazione di farsi giustizia da sè è troppo forte per resisterle. Dall’altro il destino e il detective Takagi, detto “il cane bianco” per la sua capigliatura candida, un pluridecorato eroe vecchio e stanco ma sempre in cerca di nuove medaglie con la sua eterna sigaretta tra le labbra e un’ ossessione. E’ una storia di agguati, di inseguimenti, di lotte tra bande rivali, di sparatorie, di cieca violenza senza riscatto. Una storia dove non ci sono eroi e la vendetta sembra essere la sola legge a regnare. Scrittura ruvida e cupa anche se a tratti venata di raffinata poesia. Ritmo serrato, finale strepitoso. Traduzione dall’inglese di Paolo Falcone.

Kenzo Kitakata 北方 謙三 è uno dei più famosi autori giapponesi di hardboiled. E’ stato Presidente dell’associazione Japan Mistery Writers Association dal 1997 al 2001. Ha scritto più di cento libri. Tradotti in inglese, i suoi romanzi hanno riscosso un grande successo negli Stati Uniti. Kitakata ha vinto numerosi premi, tra cui il Japan Adventure Writing Association Award (1982), lo Yoshikawa Eiji Award for Fiction (1983), il Japan Mistery Writers Association Award (1983, per Tokyo noir), il Bungei Award (1985) e lo Shiba Ryotaro Award (2005).

Source: preso in biblioteca.

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