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:: L’estate del bene e del male, Miranda Beverly-Whittemore, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

27 novembre 2014

unnamedMabel, cresciuta in una famiglia che gestisce una lavanderia e non ha mai visto molto oltre quell’orizzonte, ha la possibilità di cambiare la propria vita quando vince una borsa di studio per un college dell’East Coast, dove si trova a dover dividere la stanza con la ricca, bella e volubile Genevra Winslow, erede di una delle famiglie più importanti del Paese. Dopo un iniziale periodo di noncuranza reciproca, tra le due ragazze nasce un’amicizia, che porta Genevra a invitare Mabel a passare l’estate nella sua casa su un lago del Vermont, dove la aiuterà a sistemare un cottage.
Per Mabel tutto sembra un paradiso, anche se ci sono indizi strani, la madre che sembra cercare di convincerla a rifiutare, segreti non detti, scomparse misteriose di Genevra e sue cose dette e non dette, e durante quell’estate scoprirà cosa si nasconde dietro a questa famiglia di amanti dell’arte, i loro segreti di ricchezza e sessuali, trovandosi di fronte al bivio di distruggere questo mondo per senso di giustizia o di tacere per far parte di un mondo dove ha trovato tutto quello che voleva, amicizia, amore, culto del bello.
Non è la prima volta che la letteratura racconta l’incontro di due esponenti di classi sociali diverse: dai tempi de Il Grande Gatsby, di cui ci sono degli echi anche se i tempi sono quelli di oggi o comunque molto vicini, questo è stato uno degli argomenti della narrativa d’oltreoceano e non ricorrente. Interessante la prospettiva al femminile, partendo da un rito di passaggio e di crescita fondamentale oltreoceano, il college, che effettivamente permette incontri tra persone di estrazione diversa, grazie alla pratica non disprezzabile delle borse di studio che permettono ai meno fortunati di potersi elevare socialmente e culturalmente, aspirando a lavori e stili di vita a cui altrimenti non riuscirebbero ad accedere.
Non è nemmeno la prima volta che la letteratura racconta dei segreti che si nascondono dietro ad un’apparenza pressoché perfetta: rimanendo negli Stati Uniti non si possono non citare il romanzo Peyton Place di Grace Metalious o il serial cult Twin Peaks di David Lynch. Qui l’orrore emerge dallo splendore di una tenuta di vacanza, tra arricchimenti illeciti sfruttando una delle massime tragedie del Novecento, amori illeciti e violenze sessuali, magari con qualcosa di già sentito, ma che nello stesso tempo fa girare le pagine per capire come va a finire.
Un po’ thriller, un po’ romanzo di formazione, un po’ storia al femminile, L’estate del bene e del male non ha eroi, solo antieroi e vinti, e la voce narante alla fine non riuscirà a salvarsi da quel mondo splendido, che corrompe e rende schiavi. Una metafora di certi valori o disvalori della società americana e non solo, una perdita dell’innocenza per abbracciare qualcos’altro, in un universo che alla fine non ha pietà, ma sa adattarsi a nuove esigenze.

Miranda Beverly-Whittemore, classe 1976, figlia di enologi, ha vissuto per vari anni in Africa. Oggi vive a Brooklyn con la sua famiglia. Il suo sito ufficiale http://mirandabw.com/

:: Il mondo secondo Susan Vreeland, a cura di Elena Romanello

22 novembre 2014

la-lista-di-lisette-01Susan Vreeland, autrice californiana di svariati romanzi al femminile in cui ha esaminato il rapporto tra le donne e l’arte, da La passione di Artemisia a La vita moderna, è venuta in Italia, ospite della Neri Pozza per presentare la sua ultima fatica, La lista di Lisette, una storia ambientata in Provenza durante la Seconda guerra mondiale, incentrata sul personaggio inventato di Lisette, che entra in contatto con l’arte e la salvaguardia della medesima durante uno dei periodi più bui della Storia. A Torino Susan Vreeland è stata ospite del progetto LeggerMente, che coinvolge i gruppi di lettura delle Biblioteche civiche, e del Neri Pozza Book Club, su invito del Salone OFF 365, e ha raccontato varie cose a lettori e curiosi.

Di cosa parla La Lista di Lisette?

Questo mio nuovo libro è diverso dai precedenti, che partivano dalle biografie di artisti famosi, e che sentivo ormai essere un mondo un po’ troppo ristretto. Stavolta ho voluto scrivere un romanzo d’immaginazione, con personaggi inventati da me, ma sempre però con l’arte al centro, una storia nata anche dopo aver visitato il villaggio di Roussillon in Provenza. Nel mio libro trova spazio anche il furto delle opere d’arte da parte dei nazisti, una cosa terribile, e si parla poi di perdono, sacrificio, pietà, compassione, generosità e amore, perché l’ultimo punto della lista di Lisette è proprio amare di più e amare ancora.

Lisette ha una sua lista, alla quale lei dà un rilievo particolare. Cosa ha Susan Vreeland nella sua lista?

Nella mia lista c’è la promessa che la cultura e l’arte europea sarebbero state mie compagne e ispiratrici per tutta la vita. Condivido poi con Lisette l’ultimo punto, l’amore, che è anche il mio punto, ultimo ma più importante, amare.

La storia raccontata parla del valore salvifico dell’arte. Secondo lei questo può valere anche nella nostra quotidianità?

Sì, io penso che l’arte sia ottima come terapia, per alleviare il dolore e abbassare la pressione di una vita troppo veloce e stressante. Ho letto tempi fa che quando visitiamo una galleria d’arte dedichiamo in media pochi secondi ad ogni opera: dobbiamo soffermarci più a lungo, lasciare che l’arte lavori su di noi, entri in noi.

Sia La vita moderna che La lista di Lisette sono ambientati in Francia e entrambi parlano del periodo dell’Impressionismo. Che rapporto ha con questo Paese e questa corrente artistica?

Spesso la prima corrente pittorica che colpisce chi comincia ad interessarsi di arte è proprio l’Impressionismo, e poi da lì si spazia su altro. Anche a me è successo così, trovo che l’Impressionismo ha un fascino particolare che non riscontro per esempio nell’arte moderna. I miei quattro Paesi preferiti sono la Francia, l’Irlanda, l’Olanda e l’Italia. Ho studiato il francese e sono affezionata alla Francia e anche all’Italia, che mi stanno dando la possibilità di conoscerle meglio, e dove ho notato molto affetto per me e le mie opere.

Lisette cambia molto nel corso degli anni, dalla ragazza che arriva in Provenza alla donna che riparte per Parigi per poi tornare a Rousillon. Il suo è un romanzo di formazione?

Ho corso il rischio all’inizio di presentare Lisette come superficiale e egoista, perché è triste di lasciare Parigi, rinunciando alla possibilità di diventare gallerista. Ma poi a Rousillon cambia, capendo di avere un ruolo nella salvaguardia del patrimonio artistico, maturando e crescendo.

La figura maschile più interessante è Bernard, all’apparenza collaborazionista dei nazisti decisamente poco simpatico e poi ben diverso da come appare. Che ne pensa?

Durante la guerra in Francia ci sono stati molti modi di collaborare, di fronte al collaborazionismo noi oggi siamo portati a criticare negativamente, ma le motivazioni di Bernard sono spiegate alla fine del romanzo, lui riesce a salvare Rousillon dalla distruzione, mentre due paesi vicini sono distrutti perché ospitano partigiani. Bernard non riesce a far parlare il suo cuore, forzato dalla posizione in cui si trova, cambia anche lui e rimane ambiguo fino alla fine.

Nei suoi libri torna il rapporto tra donne e arte, spesso non detto nel corso della Storia. Inoltre, tra tutte le sue protagoniste, qual è la sua preferita?

Per molti secoli le donne nell’arte sono state viste solo come modelle per i quadri di nudo, nomi come Artemisia Gentileschi e Sofonisba Anguissola sono stati esempi di artiste, ma le donne sono apparse tardi nei libri di Storia delll’arte. Lisette rappresenta un altro rapporto tra la donna e l’arte, la consumatrice d’arte che poi diventa gallerista, e quindi nell’arte c’è la donna oggetto, la donna soggetto e la donna che condivide l’arte con gli altri, imparando ad apprezzarla anche senza aver avuto modo di studiare molto. La mia preferita, proprio per questo motivo, è Lisette.

Nel libro emerge il tema della materia che diventa forma e bellezza. La bellezza secondo lei si può scorgere in ogni cosa?

Se vogliamo vivere una vita migliore dobbiamo cercare la bellezza e anche la bontà. Dietro a La passeggiata di Chagall, il quadro che illustra la copertina del libro, c’è il fatto storico che fu dipinto dall’artista dopo che gli ebrei in Russia erano riusciti ad avere più diritti grazie alla rivoluzione, e si sentivano più felici, come Marc e Bella. Vivere senza l’oppressione ci rende migliori e l’arte ci rende consapevoli e quindi migliora la nostra vita.

Cosa fa secondo lei di un dipinto un capolavoro?

Non il fatto che sia tecnicamente perfetto, ma che deve colpire la nostra anima e darci sollievo. A questo proposito nel libro c’è l’episodio di Maxime, prigioniero in un campo di lavoro tedesco, che un giorno parlando con una guardia scopre che entrambi amano le cattedrali gotiche delle loro città, Parigi e Colonia, dove si sentono abbracciati da qualcosa di più grande. L’amore per l’arte rende quindi due nemici due fratelli.

Che idea si è fatta sul pubblico dei suoi libri e come è vissuto il rapporto con l’arte negli Stati Uniti?

Quando si fanno tagli alla nostra scuola i primi corsi che vengono tagliati sono quelli di arte, e penso che la gente dovrebbe lottare contro questo, e so che è un problema anche italiano. Nei miei libri parlo di arte cercando di portare i lettori verso i musei e viceversa. Il mio pubblico è formato per lo più da donne, dai 40 anni in su, e ci sono generi che vendono molto più dei miei libri, io cerco di parlare di qualcosa come arte e bellezza che per voi europei, che siete circondati da musei, è scontata ma per noi no.

A essere interessato a rubare i quadri non era tanto Hitler quanto Goring, che disse anche che quando sentiva parlare di cultura gli veniva voglia di tirare fuori la pistola. Cosa ci va secondo lei oltre la cultura, l’arte e la bellezza, che evidentemente non bastano?

Oltre alla bellezza dobbiamo lavorare su tolleranza e rispetto, per capire meglio gli altri e le altre culture. Le forze positive della nostra società sono tolleranza, giustizia, religione, che ci elevano spiritualmente. La seconda guerra mondiale fu combattuta da quella che noi oggi chiamiamo la finest generation, la meglio gioventù, che per un dovere più alto ha sacrificato se stessa. Oggi dobbiamo cercare la bellezza aiutati dall’arte senza dimenticare altri valori.

Che ruolo hanno oggi secondo lei l’Italia e l’Europa in un mondo sempre più omologato?

L’Europa ha portato alla luce cose fondamentali, come democrazia, arte e bellezza. Penso che debba condividere la cultura e i proventi dell’economia con chi è più bisognoso, e anche gli Stati Uniti dovrebbero fare questo, essere più generosi in nome della libertà. Lo so, sono ideali, ma se almeno ci provassimo!

:: Vita di Tara, Graham Joyce, (Gargoyle Books, 2014) a cura di Elena Romanello

21 novembre 2014

vitaditara_sitoNelle tradizioni legate al folklore celtico, presente anche nelle valli italiane, sul Piccolo Popolo, le creature non proprio sempre benevole che vivono tra il nostro mondo e una loro dimensione separata dalla nostra da alcuni portali, c’è il tema del rapimento di umani, bambini e non, che vivono per un periodo che a loro sembra breve nel regno di Faerie, salvo poi tornare e scoprire che sono passati anni.
La storia di uno di questi casi misteriosi è al centro di Vita di Tara, ultimo romanzo del compianto autore di letteratura fantastica Graham Joyce, morto per un male incurabile ai primi di settembre 2014. Tara, adolescente irrequieta ma innocente scompare misteriosamente un giorno nei boschi, e vent’anni dopo, alla porta della casa dei suoi genitori invecchiati nella disperazione di non aver saputo che fine avesse fatto la loro figlia, si ripresenta uguale al giorno della sua scomparsa, creando qualche dubbio nel fratello Peter, che lontano da lei ha visto scorrere la sua vita mentre si è fatto una famiglia e ha lavorato, tutte esperienze che sua sorella non ha conosciuto, e anche nel suo ex fidanzato, ormai un uomo di mezz’età e non più il rockettaro che conosceva, che all’epoca della sua scomparsa fu sospettato di averla uccisa.
Per Tara sono passati solo pochi mesi, in una comune in mezzo ad una valle isolata tra sesso e vita all’aria aperta, e mentre il fratello indaga credendola un’impostora emergono elementi inquietanti e ai confini della realtà, come il fatto che da visite mediche risulta essere proprio Tara, ma ferma a vent’anni e non con l’età che dovrebbe avere.
Dopo tanto fantasy in altri regni e mondi, e tanto cosiddetto urban fantasy di non grande livello, qui ci si trova di fronte ad un romanzo che mette l’elemento fantastico dentro la realtà di tutti i giorni, con echi per gli appassionati di David Lynch e di The X-Files e richiami alle tradizioni delle Isole Britanniche e al loro rapporto con il mondo del Piccolo Popolo, inquietante ma nello stesso tempo simbolo di trasgressione e libertà, ma anche di pericoli se si infrangono le sue regole e non ci sarà un finale consolatorio per nessuno.
Un romanzo di genere fantastico, ma dove si parla anche di vecchiaia e di anni che passano, di sogni di gioventù che svaniscono o diventano palldi ricordi, di passato che non torna più, di vent’anni bruciati che hanno cambiato chi è rimasto e chi se ne è andato, tanto da far diventare impossibile qualsiasi ricomposizione e qualsiasi superamento di quello che è successo.
Un libro ricco di sense of wonder, ma anche di gran tristezza e malinconia sull’ineluttabilità del tempo, che nessuna magia può aggiustare, perché non esiste una magia in grado di fare questo e di riportare tutto a come era. Non si sa fino in fondo quanto ha influito la malattia dell’autore in questo stato d’animo, ma con il senno di poi si capisce il perché di questa vicenda e delle sue atmosfere, con quello che si perde nel corso di una vita, fate o non fate.
L’unico appunto è al titolo italiano: Vita di Tara non è brutto, ma era meglio quello originale, Some Kind of Fairy Tale, una specie di fiaba, più pertinente alla storia, testamento di un autore che ha voluto lasciarci raccontando una storia fantastica ma facendo riflettere sulla vita e su quello che ci lasciamo dietro, volenti o nolenti.

Graham Joyce è scrittore e insegnante. Con i suoi romanzi ha vinto numerosi premi, tra cui il World Fantasy Award nel 2003, il British Fantasy Award (di cui è stato insignito per sei volte) e il Grand Prix de l’Imaginaire. Nel 2000 il suo Indigo è stato inserito nell’elenco dei New York Times Notable Books. Insegna scrittura creativa alla Nottingham Trent University e vive a Leicester con la moglie e i due figli.

:: Maria Antonietta, una vita involontariamente eroica, Stefan Zweig, (Castelvecchi, 2013) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2014

_castelvecchi-mariaantonietta-1370547306La casa editrice romana Castelvecchi sta riproponendo nella collana Ritratti una serie di biografie storiche classiche, uscite nella prima metà del Novecento e assenti anche da decenni dagli scaffali delle librerie italiane.
Non poteva mancare ovviamente Maria Antonietta una vita involontariamente eroica di Stefan Zweig, tra i più importanti intellettuali europei dell’inizio Novecento, autore anche della storia che ha ispirato il recente film Una promessa, e fu testimone della caduta degli imperi centrali e della cultura dell’epoca.
Maria Antonietta fu pubblicato per la prima volta nel 1932 e in queste pagine Zweig racconta la storia dell’ultima Regina di Francia, oggi un’icona pop, ma allora una delle figure più odiate di tutti i tempi. Maria Antonietta era ancora quello che era stato dalla Rivoluzione francese in poi, una straniera che aveva rovinato la Francia con le sue abitudini dissipatorie e spendaccione, una viziosa che organizzava orge al Trianon con i soldi delle tasse dei poveri, una traditrice della Francia che aveva consegnato alle potenze straniere, l’incosciente e irresponsabile che aveva detto la celebre frase Non hanno pane, che mangino brioches.
Molte di queste voci erano pure calunnie della propaganda rivoluzionaria, ma per oltre un secolo nel sentire comune erano state considerate vere, e Maria Antonietta era stata odiata come solo forse figure dell’antichità come Messalina e Agrippina. Zweig racconta la vita di Maria Antonietta partendo da documenti veri, ricamando anche sopra una trama da romanzo ma realistica e senza orpelli, raccontando la storia umana di una ragazzina che si trovò catapultata in una delle corti più raffinate e corrotte d’Europa, legata ad un coetaneo che per anni non la trovò interessante, desiderosa di vivere e divertirsi come tutte le persone della sua età, che ad un certo punto, di fronte all’incalzare degli eventi, seppe dimostrare eroismo e grandezza d’animo pur non essendo né una santa né una martire né una votata al sacrificio, con delle responsabilità certo, ma anche con la tragedia di essere stata lei stessa travolta da eventi che non aveva capito e saputo gestire.
Stefan Zweig elimina quindi orpelli, calunnie e anche agiografie, raccontando una storia che ancora oggi, a ottant’anni di distanza dalla sua uscita, colpisce per freschezza e passione, grazie anche alla traduzione di Lavinia Mazzucchetti. Dopo Zweig Maria Antonietta è diventata protagonista di altri libri, scritti su questa onda, fino a quello di Antonia Fraser, a tutt’oggi la più esauriente e documentata sul piano storico biografia in tema, ma è anche finita in film, fumetti e simili. Per i fan dei manga, va segnalato che Berubara di Riyoko Ikeda è proprio basato sul libro di Zweig.
Un libro da avere, quindi, sia se si è patiti della storia di Maria Antonietta e della Francia, sia se si amano i classici di tutti i tempi.

Stefan Zweig nacque a Vienna nel 1881 e fu scrittore, giornalista, drammaturgo e poeta. Pacifista, bibliofilo e musicofilo, visse in Austria fino all’avvento del nazismo, che bruciò le sue opere. Trasferitosi a Londra, abitò per alcuni anni nella capitale inglese venendo considerato uno dei massimi intellettuali del momento. Allo scoppio della seconda guerra mondiale fuggì negli Stati Uniti con la seconda moglie, da cui si spostò in Brasile dove si suicidò nel 1942, non sopportando il crollo di un mondo e di una cultura.

:: Lo strano caso dell’apprendista libraia, Deborah Meyler, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

15 novembre 2014

LoStranoCasoCoverCi sono tematiche che attirano irresistibilmente chi ama i libri e la cultura, come la storia di una libreria indipendente di New York in cui si incontrano tanti destini, come è promesso nella presentazione. Ci sono storie che sulla carta sono intriganti, come quella di una ragazza inglese che si trova a New York a fare un dottorato in letteratura, sogno segreto di tanti letterati di tutto il mondo, e ci sono ciambelle che nascono con il buco e altre non.
Lo strano caso dell’apprendista libraria, un richiamo ad altri strani casi che qui è fuori luogo, ha come titolo originale The Bookshop, la libreria: peccato che né il titolo italiano né quello inglese siano pertinenti alla storia, che si rivolge semmai ad un target più sul sentimental rosa con qualche tocco di consultorio che non ai bibliofili.
Esmé, la protagonista, che non ha comunque la verve delle newyorkesi più famose della cultura pop, le ragazze di Sex and the city, si trova coinvolta in una storia di sesso e attrazione fisica con un ragazzo ricco, bello e impossibile (ma possibile che l’ombra di Mr Gray delle sfumature di grigio debba essere così persistente anche in altri libri!) da cui si scopre incinta e viene lasciata prima che possa svelargli del bambino. Esmé si trova combattuta tra decidere di tenere il bambino o non, non sa come organizzarsi con il dottorato, in teoria non potrebbe lavorare fuori dall’ambito universitario essendo inglese ma poi trova lavoro nella famosa libreria indipendente, la Civetta, che però ha davvero poco spazio nella vicenda, in cui poi il famoso bello e impossibile si rifà vivo e poi succedono altre cose, soprattutto incentrate sulla gravidanza della nostra eroina, che avrebbero reso più utile un altro titolo per tutta la vicenda.
Un libro che non rispecchia le promesse del titolo, ma a quanto pare non è un problema solo italiano visto il titolo, che mescola la trasgressione delle sfumature di grigio al filone della mummy lit, non lasciando grande spazio per le librerie e altre tematiche, in compenso si scoprono tante cose sui test di gravidanza, sulla tutela della maternità nei campus, sulla legge sull’aborto a New York, sui consultori a stelle e strisce e sulle ostetriche, vabbé sono cose che possono anche essere utili a qualcuno, ma non si doveva parlare di libri e librerie?
La cosa forse più pertinente e interessante è l’intervista finale all’autrice, anche lei un’inglese che ha vissuto negli Stati Uniti dove ha salvato due librerie indipendenti, in cui Deborah Meyler racconta il suo amore per i libri e le librerie indipendenti e l’importanza che hanno e possono avere. Un personaggio interessante, Deborah Meyler, certo di più della sua cartacea Esmé, speriamo che in altre storie riesca a far trasparire meglio la sua personalità libresca e libraria, certo più intrigante di questa storia per cui sarebbe stato meglio un titolo come Gravidanza a sorpresa o Consultori a New York. Traduzione dall’inglese di Claudia Marseguerra.

Deborah Meyler è nata a Manchester, ha frequentato il Trinity College a Oxford e poi la St Andrews University. Qualche anno dopo si è trasferita a New York: qui ha aperto due librerie indipendenti, che sono sopravvissute nonostante la crisi. Il suo primo romanzo è Lo strano caso dell’apprendista libraia, con cui ha ottenuto grande successo in America.

:: Il palazzo d’inverno, Eva Stachniak, (Beat edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

14 novembre 2014

eva palazzo d'invernoIl Settecento, secolo affascinante, diviso tra Ancien Régime e aneliti di libertà, rivive in uno dei suoi Paesi più controversi e romanzeschi, la Russia dell’avvento di Caterina II, nelle pagine de Il palazzo d’inverno di Eva Stachniak, romanzo storico insolito e originale, appassionante senza scadere in banalità e stereotipi.
L’ascesa al potere della principessa tedesca Sophia Anhalt-Zerbst, sposa infelice di Pietro, nipote di Elisabetta Petrovna, diventata zarina di tutte le Russie con un colpo di stato, viene raccontata dal dietro le quinte, attraverso il personaggio di Varvara Nikolaevna, ragazza entrata al servizio di Elisabetta come protetta, una di quelle giovani, per lo più orfane e comunque povere, che svolgevano ufficialmente attività di cameriere, serve e cucitrici, ma che potevano diventare spie al soldo dei potenti, sentendo e sapendo tutto sulla persona che dovevano tenere d’occhio.
Varvara si vede destinata a spiare Sophia, la futura Caterina, ma tra le due giovani donne, entrambe imprigionate in un matrimonio che non ha scelto, nascerà complicità e alla fine la servetta sarà una delle più preziose alleate della futura sovrana nella sua ascesa, tra amanti, intrighi, figli illegittimi, complotti, attentati, fino a trovare anni dopo un suo equilibrio lontano dagli intrighi, con una nuova possibilità di vita libera da impegni e assilli.
Continua una tendenza degli ultimi anni, presente in questi mesi nelle librerie anche con Longbourn House di Jo Baker, senza dimenticare il serial cult Downton Abbey, e cioè di raccontare le storie dal punto di vista di chi era meno favorito, la servitù che per decenni, in libri e film, era solo una comparsa nelle vicende di principesse e favorite. Il palazzo d’inverno immerge in una corte complessa e crudele, in uno dei suoi momenti più appassionanti, raccontando fatti documentati attraverso un personaggio forse romanzesco ma basato su figure realmente esistite, in tutte le corti, che conoscevano tutti i segreti, anche i più imbarazzanti e scabrosi, da vizi ad amanti passando per aborti e problemi di salute, dei sovrani e nobili di cui erano al servizio.
Tra l’altro, non sono poi tantissimi i romanzi storici sull’epoca di Caterina II, che fu interpretata sullo schermo in tempi diversi da Marlene Dietrich, Jeanne Moreau, Julia Ormond e Catherine Zeta Jones, e che in libreria è stata protagonista essenzialmente con una monumentale biografia di Henry Troyat. Un motivo in più per non perdere questo romanzo se si ama l’epoca, e un altro punto di interesse della storia è di essere comunque lontana dai simpatici ma un po’ datati feuilleton di cappa e spada, presentando un’eroina arguta e realistica, non una wonderwoman guerriera o amante insaziabile, un archetipo divertente ma ormai un po’ superato.
Il titolo allude al principale palazzo della corte russa a San Pietroburgo, ancora oggi meta di visitatori: e viene voglia di andarci, per cercare tra le sale e i corridoi l’eco delle tante Varvare, amiche o nemiche implacabili dei potenti, che su di loro sapevano tutto e sui quali avevano in fondo un potere immenso.

Eva Stachniak è nata in Polonia. Laureata in Letteratura inglese alla McGill University di Montréal, ha insegnato inglese presso l’università di Breslavia, in Polonia, e allo Sheridan College di Toronto, Canada. Ha esordito nel 2000 con il romanzo, Necessary Lies, premiato come miglior opera prima dell’anno.

:: Le mie due vite, Jo Walton, (Gargoyle Books, 2014), a cura di Elena Romanello

8 novembre 2014

Cover_lemiedueviteBROSSURA.qxp:Layout 1La narrativa fantastica conosce da anni un largo seguito di pubblico, a cui non fa sempre da contraltare un’originalità delle storie e soprattutto un cercare nuove strade. Ma ci sono per fortuna varie eccezioni, ed una di queste è Le mie due vite, romanzo di fantascienza ucronica di Jo Walton, premiata poetessa e scrittrice di narrativa fantastica, che qui presenta due mondi possibili partendo dai ricordi interrotti di una donna.
L’ucronia, per i non addetti ai lavori, è una storia in cui si presenta una visione alternativa del passato, prossimo o remoto, come avviene nelle due vicende parallele raccontate nel libro, che partono nel 2015 di un realtà parallela alla nostra, con un’anziana affetta da Alzheimer in ospedale che ricorda due versioni di se stessa, una in cui è una casalinga anni Cinquanta intrappolata in un matrimonio infelice da cui riesce a liberarsi solo in età matura scoprendo passioni e interessi della sua gioventù, l’altra una lesbica che vive una vita in anticipo sui tempi con la compagna, fatta di tante gioie ma anche di dolori, sullo sfondo di due realtà che divergono entrambe in alcune cose dalla nostra, tra guerre atomiche, attentati, svolte totalitarie, basi sulla Luna.
Le mie due vite non è un romanzo di genere fantascientifico classico, le atmosfere fantastiche sono disseminate tra pagine di storie che all’apparenza sembrano molto realistiche, raccontando la vecchia teoria secondo cui un battito d’ali di una farfalla può causare uno sconvolgimento mondiale. Entrambe le storie narrate e ricordate da questa donna ormai persa nella sua vita potrebbero anche essere alla fine frutto della sua fantasia, ma entrambe sono credibili e presentano due possibilità della storia del Novecento, di come sarebbe potuta andare con alcuni cambiamenti che, purtroppo o per fortuna non ci sono stati.
La storia di queste due donne in parallelo, esistite entrambe o chissà in due dimensioni diverse ha vari piani di lettura, e piacerà comunque a chi ama la fantascienza ucronica, vissuta in una maniera più intimista, partendo dalle vite di persone comuni sullo sfondo di versioni alternative del passato. Ma Le mie due vite non è un libro solo per gli amanti della fantascienza di qualità e in tutte le sue forme, perché contiene altri spunti interessanti, a cominciare da forti tematiche femministe, ricordando le lotte del movimento delle donne a partire dagli anni Cinquanta, queste storiche e documentate, senza dimenticare la tematica omosessuale, visto che racconta sia di una famiglia lesbica ante litteram con tutte le sue difficoltà e gioie, sia dei danni che fa il nascondere il proprio orientamento sessuale, ma anche le varie strade di vita e di realizzazione personale, personificate nei figli di Trish e di Pat, due donne che forse sono esistite in due dimensioni parallele o forse no, senza dimenticare l’aspetto, importantissimo, relativo alla vecchiaia e al dramma della demenza senile, una delle incognite sulla vita di tante persone oggi, trattato dall’autrice con commozione e senza cadute di gusto e pesantezze.
Le mie due vite è quindi un romanzo anomalo, con dentro tanti elementi, rivolto ad un pubblico non solo di lettori di genere, ma a chiunque è curioso della vita e di tutto quello che può fare parte di questa, che racconta tutte le possibilità e le scelte che si possono avere, anche se forse sono solo i ricordi inventati dalla mente di una donna che non ha vissuto nessuna delle due vite e ne ha avuta forse un’altra ancora. Un libro interessante, capace di divertire, appassionare e anche commuovere, facendo riflettere su tutto quello che può esserci intorno a noi, sulla forza di saper cambiare e andare avanti, sull’importanza di tutti i sentimenti e su tutte le forme di amore, che conferma il talento di una delle voci più interessanti al femminile del fantastico di oltre oceano.

Jo Walton (1964) è poetessa e scrittrice di libri fantasy e di fantascienza. Ha vinto numerosi premi, tra cui il John W. Campbell Award come Miglior nuovo talento, il World Fantasy Award, il Prometheus Award e il Mythopoeic Award. Con Un altro mondo (Gargoyle 2013) si è aggiudicata il Nebula Award e l’Hugo Award per il miglior romanzo.
Fra le sue opere: The King’s Peace (2000), The King’s name (2001) e The Prize in the Game (2002), tutti ambientati nello stesso mondo ispirato al ciclo arturiano, Tooth and Claw (2003), Farthing (2006), Ha’Penny (2007) e Half a Crown (2008), trilogia di storia alternativa, Lifelode (2009).

:: Un’ intervista con Giuliana Altamura, a cura di Elena Romanello

6 novembre 2014

978-88-317-1740_CorpiDiGloriaGiuliana Altamura, barese, classe 1984, è laureata in lettere moderne dove si è specializzata in filologia, ha conseguito un master in sceneggiatura, sta conseguendo un dottorato di ricerca in Discipline dello Spettacolo a Torino e si occupa in particolare di teatro simbolista francese, vivendo tra Milano e Parigi, ed è inoltre una musicista, diplomata in violino.
Un curriculum culturale di tutto rispetto, che si aggiunge ad un perrsonaggio che colpisce alle fiere del fumetto per il suo look un po’ gotico molto interessante e particolare e senza le baracconate di molte delle seguaci di questo stile. A tutto questo Giuliana ha aggiunto una nuova esperienza creativa e culturale, quella di scrittrice, con il romanzo Corpi di Gloria, edito da Marsilio, storia di un’estate infuocata nella sua Puglia natale di un gruppo di ragazzi e ragazze ricchi e in cerca di una loro identità e di un modo per crescere, costi quello che costi. Ma ecco cosa ci dice l’autrice in tema.

Come è nata l’idea di Corpi di Gloria?

Il romanzo è nato dal desiderio di raccontare il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta come un tempo sospeso, in cui tutto può ancora essere possibile, eppure si è forse troppo spaventati per capirlo. Ho legato questo sentimento a un luogo, la Puglia, raffigurandola come una terra perennemente estiva e paralizzata dalla luce, metafora appunto di uno stato esistenziale.

Il mondo che tu descrivi sembra molto diverso dalla persona che sei: perché questa scelta?

Lo è solo in parte. Ho voluto raccontare i ventenni di oggi, o almeno una parte di essi, con le loro paure e i loro eccessi, partendo da un’osservazione ravvicinata che sospendesse qualsiasi tipo di giudizio. Anche se non condivido lo stile di vita dei miei personaggi, capisco profondamente la minaccia di quel non-senso che grava costantemente su di loro e che, a uno sguardo superficiale, può sembrare semplicemente noia, ma nasconde ragioni ben più profonde che dovrebbero portare a riflettere sul nostro mondo, che non è poi così lontano dal loro.

Oltre a scrivere tu fai altre attività culturali: cosa ne pensi e come le vivi in questo momento non facile?

Sono dottore di ricerca in discipline artistiche, musicali e dello spettacolo e mi occupo di teatro simbolista francese. Inutile dire quanto sia difficile trovare fondi per la ricerca, è una lotta costante, in ambito umanistico e non solo, e si è sempre più costretti a guardare all’estero, nostro malgrado. È importante, tuttavia, non perdere mai la passione per quello che si fa.

Chi sono i tuoi maestri letterari e non?

Fra i miei autori preferiti ci sono Beckett, Bernhard, Goethe, Kristof, Nin. In altri ambiti, adoro Arvo Pärt e l’arte della Bourgeois. Il mio più grande maestro, però, in termini assoluti, resta Bach.

Prossimi progetti?

Sto lavorando a un secondo romanzo, ma è presto per parlarne 🙂

:: L’amante inglese di Sissi, Daisy Goodwin, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

5 novembre 2014

4542587Uno dei personaggi più amati della Storia dell’Ottocento è l’imperatrice Elisabetta d’Austria, nota come Sissi anche grazie ai tre film anni Cinquanta con Romy Schneider replicati ad oltranza sulle reti televisive anche in tempi molto recenti. Un personaggio tragico, bellissima e pessimista cosmica, simbolo della decadenza di un mondo e dell’impossibilità di essere felici, anche se spesso è prevalsa, come nei già citati film, un’immagine da principessa da fiaba.
Stranamente, mentre ci sono diverse biografie in tema, mancano i romanzi su Sissi, ed è per questo che è interessante, se si ama l’ultima Imperatrice d’Austria Ungheria, segnalare l’uscita de L’amante inglese di Sissi, secondo romanzo ad essere scritto da Daisy Goodwin e ad essere tradotto da Sonzogno in italiano, dopo L’ereditiera americana, che si rifaceva alle atmosfere di Herny James e di Edith Wharton.
Il romanzo racconta un periodo particolare della vita di Sissi, relativo alle sue visite in Gran Bretagna per sfuggire all’opprimente atmosfera di Vienna e di un marito che non la capì mai, durante le quali partecipò alle battute di caccia, conoscendo il cavallerizzo e nobile inglese Bay Middleton (avo alla lontana di Kate, la moglie di William) e vivendo pare con lui un’intensa ma breve storia d’amore. In realtà, la protagonista del libro non è Sissi, che resta un po’ in ombra, ma Charlotte, l’ereditiera che poi sposò Bay, vista come una ragazza in anticipo sui suoi tempi, amante della fotografia che tanto spaventava Sissi, personaggio realmente esistito ma su cui si sa poco e che l’autrice ha costruito ex novo come l’eroina della storia.
L’amante inglese di Sissi conferma il talento dell’autrice nel descrivere l’alta società dell’Ottocento, stavolta quella relativa alle monarchie, ed è particolarmente gustoso il parallelo tra Sissi, personaggio allora scandaloso, e la regina Vittoria, simbolo di pace e unità familiare, anche se i biografi di decenni dopo hanno scoperto non pochi suoi altarini, a cominciare dal rapporto con il citato John Brown.
Chi rimane però un po’ in ombra è proprio Sissi, non restituita nella sua interezza di personaggio complesso e tormentato: compare il personaggio del figlio Rodolfo, altra icona romantica, morto suicida una quindicina d’anni dopo i fatti narrati nel libro nel casino di caccia di Mayerling insieme all’amante Maria Vetsera, un altro fatto che ha ispirato film più o meno romanzati: l’autrice dà la responsabilità della caduta del ragazzo nell’abisso della disperazione alla scoperta della relazione della madre con Middleton, ma questa può essere solo una delle tante ipotesi, in quanto comunque sia Sissi che Rodolfo furono figure tragiche e dalle mille sfaccettature, e non è un caso che affascinino ancora oggi il pubblico degli amanti della Storia e del romanzesco.
Nella postfazione Daisy Goodwin avvicina Sissi a lady Diana: senz’altro come popolarità il paragone ci sta, ma le due figure sono abbastanza diverse, anche se furono entrambe due ribelli contro le convenzioni e un ruolo che stava loro troppo stretto. L’amante inglese di Sissi è un libro che comunque piacerà a chi ama l’Ottocento, per approfondire la figura di Elisabetta d’Austria, e la sua vita iniziata come una fiaba e finita in tragedia sono da consigliare le ancora disponibili biografie di Nicole Avril e Brigitte Hamann, o meglio ancora se si riesce ancora a reperire, in italiano nell’edizione Dall’Oglio o in inglese, l’opera di Joan Haslip anni Sessanta, forse la più riuscita in tema.

Daisy Goodwin vive a Londra. È produttrice televisiva e ha curato numerose antologie di poesia. Scrive per il «Sunday Times». È sposata e ha due figlie. Con Sonzogno ha pubblicato L’ereditiera americana (2013).

:: L’ostinato scorrere del tempo, Justin Go, (Einaudi, 2014) a cura di Elena Romanello

31 ottobre 2014

einaudi_go21481graTristan Campbell, uno studente californiano di oggi, segnato dalla morte prematura di cancro della mamma, riceve una lettera di uno studio legale londinese che gli comunica che forse è l’erede di un’immensa fortuna, frutto di un lascito di un ricco rampollo dell’aristocrazia britannica, Ashley Walsingham, eroe della Grande Guerra morto nel 1924 durante la prima, sfortunata spedizione europea sull’Everest, che lasciò i soldi al suo amore di cui non aveva più notizie, la ribelle e volitiva Imogen Soames-Andersson, forse la bisnonna del ragazzo da parte di madre.
L’ostinato scorrere del tempo, romanzo d’esordio di Justin Go, racconta due storie in parallelo, il grande amore tra Ashley e Imogen nei primi decenni del Novecento con sullo sfondo quella guerra di cui quest’anno si celebra il centenario, e la ricerca di Tristan di oggi, tra vari Paesi europei dove le tracce sembrano sbiadire ma dove forse troverà qualcos’altro. Ci sono due piani narrativi, quindi, da un lato una storia letteraria di gran fascino, raccontata al passato remoto e in terza persona nella parte ambientata un secolo fa, e in prima persona e al presente nei capitoli di oggi, non sappiamo se ispirati a qualcosa di vero per l’autore o persone a lui vicine.
Un libro interessante, che parla di fatti storici su cui forse non si sa abbastanza, dalla battaglia della Somme alle spedizioni in montagna, passando per la condizione della donna al principio del Novecento e la vita degli artisti, ma anche del mondo di oggi, così frenetico e dove forse può diventare importante cercare le proprie radici, da dove si viene, chi erano e cosa facevano i propri antenati, perché alla fine è questo che importa a Tristan.
Romanzo storico, storia d’amore appassionante, non scontata e mai volgare, ricerca di un senso della vita oggi: L’ostinato scorrere del tempo è tutto questo, un libro che avvince tra l’ieri e l’oggi, tra un mondo che non esiste più e una vita di oggi in cui quei ricordi, relativi a persone che non si sono conosciute e che per ovvi motivi non si conosceranno mai, possono dare un senso all’esistenza oltre al miraggio di un’eredità. Non è la prima volta che in un romanzo si parla di generazioni diverse e di ricerca del passato, ma Justin Go riesce a farlo in maniera particolarmente interessante, e a fare affezionare ai suoi personaggi, ai due amanti di quel passato ormai lontano ma ancora vivi attraverso i documenti e le tracce che Tristan raccoglie, e all’eroe per caso di un presente in tante città e luoghi più o meno iconici, in una ricerca di sé che gioca tra thriller e nostalgia, con un finale a sorpresa.
Come Tristan, Justin Go è californiano, ha studiato tra il Berkley College e l’University of London e sta lavorando ad un nuovo romanzo, che chi ha letto questo non può non vedere l’ora di leggerlo ma che per ora resta top secret. Traduzione di Carla Palmieri.

Justin Go è nato a Los Angeles, ha studiato storia a Berkeley e letteratura allo University College di Londra. Ha vissuto a Tokyo, Stoccolma, Parigi. Nel 2008, a ventisette anni, ha lasciato il lavoro e si è trasferito a Berlino per scrivere il suo primo romanzo, L’ostinato scorrere del tempo (The Steady Running of the Hour), tradotto in oltre venti lingue e pubblicato nel 2014 da Einaudi Stile Libero.

:: Longbourn House, Jo Baker, (Einaudi, 2014) a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2014

jo bakerSe c’è un’autrice iconica e amatissima ancora oggi, questa è Jane Austen, impareggiabile e ironica cantrice dell’alta società inglese tra Sette e Ottocento, soprattutto delle sue protagoniste femminili, ragazze in cerca d’amore in una società che dava poco spazio alle donne.
Jane Austen aveva lasciato però fuori alcuni personaggi dalle sue storie, i personaggi, anzi le persone grazie a cui era possibile tutto quello sfarzo di banchetti, abiti bellissimi e carrozze descritto nei suoi libri, gli appartenenti alla servitù, sempre silenziosi e sulo sfondo ma fondamentali per reggere questo splendore dai piedi d’argilla. Ed è ai servi dell’epoca austeniana che è dedicato Longbourn House, primo romanzo tradotto in italiano da Einaudi dell’inglese Jo Baker, i cui nonni facevano parte della servitù dell’aristocrazia e alla cui memoria ha voluto dedicare un libro capace di avvincere sin dalle prime battute, che descrivono la giornata del bucato, che rendeva le dame tutte bellissime ma non era certo piacevole da fare.
Longbourn House racconta la storia di Orgoglio e pregiudizio raccontata dal punto di vista della servitù, con particolare attenzione alla figura di Sarah, la cameriera di casa Bennett, ragazza orfana che lavora nella casa della volitiva Elizabeth fin dall’infanzia, con sogni, aspirazioni e una personalità che niente ha da invidiare a quella della protagonista che conosciamo da lei. Accanto a lei ci sono la governante e il maggiordomo, Mrs e Mr Hill, una coppia che nasconde qualche segreto, la giovanissima Polly che non può usare il suo nome Mary perché c’è già una Mary tra le sorelle Bennett e James, il valletto che arriverà in casa, stravolgendo il mondo di Sarah e non solo.
Il libro ripropone visti dagli occhi del mondo di sotto gli eventi più importanti di Orgoglio e pregiudizio, ma non è né una banalizzazione, né una storia pettegola, né una storia del buco della serratura, né una modernizzazione forzosa, quando un ritratto d’epoca vista in tutti i suoi aspetti, visto che nelle pagine di Jo Baker trovano spazio il contesto del tempo, fatto di guerre napoleoniche e lavoro sottopagato, gli aspetti che si tacevano, quali la sporcizia e cosa c’era letteralmente sotto tutto quel lusso delle dame, i segreti taciuti di alta società e classi più umili, dalle relazioni extraconiugali alle maternità segrete passando per le relazioni omosessuali, ma il tutto scritto senza compiacimenti e volgarità, con un linguaggio che sarebbe piaciuto alla Austen, grande ironia e un pizzico di classismo che non guasta, oltre a sentimenti e passioni e allo svelamento di una nuova eroina che resta nel cuore, sì proprio Sarah la cameriera di miss Bennett, qui molto di più.
Indubbiamente chi ama la serie troverà in questo libro che dovrebbe presto diventare un film dei richiami a Downton Abbey, che però racconta un altro momento della vita della servitù britannica, più vicino a noi, forse quello vissuto dai nonni di Jo Baker, di cui sarebbe interessante leggere a questo punto gli altri romanzi già usciti, diversi da questo.
Liberi di scrivere ha potuto conoscere questo divertente, interessante, coinvolgente e anche commovente libro in anteprima grazie ad un incontro organizzato dalla Einaudi presso la sua sede di Torino, scoprendo la passione messa nella pubblicazione e promozione di un libro di questo tipo, insieme ad altri blogger, critici e cultori dell’epoca della Austen. Traduzione di Giulia Boringhieri.

Jo Baker è nata nel Lancashire e ha studiato a Oxford e Belfast. Insegna scrittura creativa all’Università di Lancaster, è autrice di altri quattro romanzi – The Mermaid’s Child, The Telling, The Undertow e Offcomer – nonché sceneggiatrice. Tradotto in piú di dieci lingue, Longbourn House (Einaudi 2014) diventerà presto un film.

:: Lucca Comics and Games, non solo fumetti, a cura di Elena Romanello

28 ottobre 2014

imagesDal 30 ottobre al 2 novembre il centro storico di Lucca delimitato dalle mura ospita una delle più importanti manifestazioni mondiali legate ai fumetti e al mondo che gira intorno, Lucca Comics and Games, appuntamento che trasforma la città toscana nella capitale della cultura geek e nerd in tutte le sue forme, dal fumetto al cosplay, dai giochi di ruolo ai videogiochi, dai gruppi storici al fantasy, dalla narrativa alla musica in tema, all’artigianato tra fandom e arte.
Un appuntamento imperdibile per chiunque ami un mondo variegato e ricco di immaginazione, in cui i libri hanno ormai da anni un ruolo importante, a parte la considerazione che anche i fumetti sono da considerarsi ormai una forma di narrativa, come hanno capito da tempo vari editori.
I libri presenti sono per lo più quelli appartenenti ai generi del fantastico, fantasy in testa, con ospiti italiani e stranieri e il padiglione Carducci tutto dedicato all’editoria, con gli stand di nomi come Mondadori, Gainsworth Publishing, Cagliostrino di Serena Pietruccini, Multiplayer, La Corte e altri, per dare una panoramica ampia della produzione di oggi di letteratura fantastica nel nostro Paese tra grossi gruppi e editori indipendenti.
Molti gli ospiti legati al mondo della letteratura, come Joe Abercrombie, Pierdomenico Baccalario, Barbara Baraldi con il nuovo capitolo di Striges, l’illustratore Paolo Barbieri che presenta il suo volume sulle fiabe, Francesco Falconi, Markus Heitz, voce di gran successo del fantasy europeo, Roberto Giacobbo con il suo libro sui misteri dei faraoni, l’autrice di fantascienza distopica Emma Romero di cui si attende il seguito di Garden e Licia Troisi, che festeggia i dieci anni di carriera letteraria e del Mondo Emerso.
Sempre parlando di letteratura, va segnalato che da anni ormai il cosplay, nato come l’abitudine di travestirsi in Giappone da personaggio di manga e anime e negli Stati Uniti da Star Trek o Star Wars, si è allargato a vari ambiti, e non è raro incontrare personaggi di derivazione letteraria, come i protagonisti della saga di Harry Potter o del Signore degli anelli o del Trono di spade, ma anche come icone della narrativa fantastica come le eroine delle fiabe e Alice nel paese delle meraviglie.
Insomma, Lucca Comics and Games rappresenta i legami stretti tra le varie branche dell’immaginario e della fantasia, in un contesto unico, non dimenticando, se si va alla fiera, tutta dislocata nelle vie storiche, oltre ad un paio di scarpe comode, di dare un’occhiata ad alcune bancarelle di libri in piazzette e vicoli, e di scoprire le librerie della città, come la Ubik di via Fillungo e l’antro delle meraviglie de Il collezionista di piazza San Giusto.
Per il programma completo, con tutti gli ospiti, gli eventi, gli incontri e le piantine, visitare il sito ufficiale della manifestazione: http://www.luccacomicsandgames.com.