:: Recensione di Madreferro. Saga familiare minima di Laura Liberale (Perdisa, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 Maggio 2012 by

Arrivo in piazza costeggiando i tigli del castello. Il loro profumo per me è quello della festa patronale. Realizzo che mancano solo due settimane al 29 giugno SS. Pietro e Paolo, quindi festeggerò il mio ritorno con le giostre e i fuochi d’artificio, e questo pensiero, che immediatamente è anche ricordo (conta dei giorni, danza rituale contro lo spauracchio della pioggia rovinafeste, conquista della mezz’ora in più sull’orario di rientro, krapfen bisunti, ragazzi nuovi, musica, luci e ancora luci), spalanca la voragine del mezzogiorno, l’ora destata, l’ora tannica. Mi appoggio al muro settecentesco, chiudo gli occhi e aspetto che la vertigine passi, poi mi allontano svelta dall’assedio nauseante dei tigli e ritorno a casa.

Laura Liberale, dopo il suo esordio nel 2009 con Tanatoparty edito da Meridiano Zero, torna al romanzo con Madreferro. Saga familiare minima edito nella collana Arrembaggi diretta da Antonio Paolacci di Perdisa Editore e si assume la responsabilità di portare la scrittura ad un livello superiore e ben poco superficiale. Interpretando la scrittura come rituale catartico, come vera e propria cerimonia di iniziazione, l’autrice ci accompagna in un breve viaggio affascinati e quasi ipnotizzati dalla voce seducente e da sirena della protagonista, voce narrante del romanzo non privo di picchi inquietanti e delicati al tempo stesso, in cui il sangue, penso che ferro nel titolo richiami a questa sostanza, si fa veicolo di continuità e rugginosa percezione del reale attraverso gli occhi di una donna-bambina che cerca di comprendere cosa è difficilmente percepibile con la sola razionalità.
Laura, giovane ricercatrice alterego piuttosto manifesto dell’autrice o perlomeno sua incarnazione letteraria trasfigurata e liberatoria, grazie ad un congedo temporaneo di sei mesi torna a Fabrica piccolo paese della campagna canavesana in Piemonte, che l’ha vista bambina e ha abbandonato sette anni prima per la grande città. Apparentemente per svolgere delle ricerche per l’università, forse in realtà per iniziare a scrivere un romanzo, quello che non sa e che prenderà coscienza durante la narrazione, è che una chiamata l’ha attratta come una calamita in quel luogo di memoria e di ritorno, di rientro nel grembo materno, di riscoperta delle radici familiari e mitiche, dove le storie familiari si intrecciano indissolubilmente alla memorie fantastiche del luogo, alle masche, le streghe della mitologia piemontese, arse sul rogo secoli prima accusate di commerci con il Diavolo in persona, di cui esiste pure un’ immagine piuttosto inquietante nel sottotetto della canonica e che i bambini si divertono ad evocare nei loro giochi irriverenti Bade bade bade eh!.
Ora sono di nuovo a Fabrica, per inseguire orme vecchie di centosessant’anni, per parlare con i morti, visto che con i vivi non mi riesce più di farlo. Sono tornata da Angela, l’ultima donna di un mio matriarcato potente e invasivo. Dice la voce narrante e introduce i due temi centrali di questo misterioso romanzo breve: la morte o meglio i morti che come fantasmi affollano il mondo dei vivi e l’essere madre, condizione richiamata dal titolo, femminile potere vivificante e devastante nello stesso tempo che riflette quello ancora più terribile della Magna Mater.
Georgina de Martignac e il suo album di disegni, la zia Angela, la madre che riposa nell’urna a fiori viola che condivide con suo padre,  la giovane Elsa sono tutti personaggi femminili che declinano uno stesso volto di donna, la femminilità oscura e terribile che si autoafferma e porta a compimento una misteriosa missione di vita o di morte sta al lettore trovare la strada.
In libreria dal 6 giugno.

Giuseppe Iannozzi intervista Laura Liberale

:: Un’ intervista a Salvo Barone a cura di Viviana Filippini

28 Maggio 2012 by

Ciao Salvo e benvenuto nel blog Liberidiscrivere per questa chiacchierata sul tuo ultimo lavoro Una giustizia più sopportabile pubblicato dalla Todaro Editore. Facciamo due chiacchiere e accompagniamo il lettore nella storia.

Chi ti ha ispirato il personaggio di Efisio Sorigu?

Il personaggio l’avevo già in testa: normodotato e proprio per questo atipico. Sufficientemente refrattario ad assimilare passivamente molte regole di funzionamento che la società di oggi spesso impone. Insomma, Efisio Sorigu pur non essendo un rivoluzionario che vuole cambiare il mondo è uno che, nei fatti, non si accontenta. E la differenza sta proprio qui: oggi troppa gente dice che non va bene ma poi nei fatti…

Tu sei siciliano, ma hai vissuto in Sardegna e a Como. Quanto c’è di te in Efisio Sorigu?

Efisio Sorigu potrebbe essere il frutto genetico di queste esperienze. L’elaborazione di un prototipo d’uomo non legato ai luoghi fisicamente ma condizionato piuttosto dall’influenza che questi hanno avuto nella sua vita.

Come hai scoperto il fatto storico che ti ha dato l’imput per Una giustizia più sopportabile?

Avevo iniziato una ricerca sull’uccisione di don Renzo Beretta, parroco di  Ponte Chiasso, avvenuta per mano di un extracomunitario. Perché quello era il mondo che volevo indagare. Mi interessava approfondire l’analisi del passato e poi lo sviluppo delle vite dei migranti. Nella società contemporanea la struttura relazionale che viene valorizzata intorno a un migrante è di tipo economico/produttivo: si prende in considerazione il presente e  quello che ti può dare in futuro. Per questo motivo, penso, l’integrazione è ancora più difficile da realizzarsi. E poi mi sono imbattuto nell’articolo del Corriere della Sera, ancora più drammatico, che parlava dei profughi del Kosovo all’epoca della guerra dei Balcani.

Perché ambientare il tuo secondo romanzo a Como, raccontando quello che è Sorigu prima del suo trasferimento a Milano?

Como era la città giusta: provinciale e al tempo stesso di frontiera. Il luogo ideale dove ambientare una storia “privata” che sa di normalità ma che ha ripercussioni “globali”. Per quanto riguarda invece la consecutio temporum con l’indagine precedente, quella delle Regole del formicaio (storia tra l’altro attualissima malgrado l’abbia scritta tre anni fa), ho fatto un passo indietro per far conoscere al lettore il passato di Efisio Sorigu. Vedi? Anche in questo caso il passato che torna di moda, e non solo per i migranti.

A fianco di Sorigu c’è Stefano La Duca, il suo amico bancario. Quanto è importante il suo contributo alle indagini?

Con Stefano La Duca ho voluto dare al lettore un punto di osservazione diverso rispetto a quello più professionale coltivato dall’investigatore, e inoltre, a Efisio Sorigu, un mentore. Penso ci volesse, per introdurre nel romanzo una chiave di lettura da uomo comune. In questo senso Stefano La Duca potrebbe essere ognuno dei lettori.

Sorigu è uomo del Sud, come vede il mondo del Nord dove vive?

Ti dicevo, Sorigu non è un uomo legato allo stereotipo dello Ius Loci: non è il luogo in cui si nasce che comanda le scelte di vita. Influenza di più il coacervo di esperienze che si maturano nella vita stessa. Quindi Efisio Sorigu vedrà il Nord senza pregiudizi, con curiosità e con l’illusione che a influenzare i comportamenti di un uomo con sia la sua carta d’identità ma piuttosto i principi e l’educazione che ha ricevuto.

Efisio Sorigu è un commissario solitario, ha una pseudo relazione, lavora molto e in lui convivono in lotta perenne la  ragione e il sentimento. Quanto è influenzato il suo lavoro da questi sentimenti?

Lui deve essere un melanconico perché la vita che vede scorrere non può sollecitare sentimenti troppo entusiasti e la ragione gli suggerisce che c’è poco da fare per fare funzionare questo mondo benedetto. Per giunta avendo a che fare con il crimine è come se partisse sconfitto in partenza.

Come reagisce la piccola località comasca alla scoperta dell’omicidio della rispettabile signora Minghetti?

Penso come tante volte vediamo nei servizi televisivi quando viene intervistato il vicino di casa dell’autore di una strage, o di un omicidio: … sembrava una persona così a modo…

I sospetti ricadono su stranieri – il principale indiziato è il giardiniere kosovaro -, quanto è ancora radicato nel nostro mondo il pregiudizio e la paura verso il diverso da noi?

Il sospetto e la prudenza verso la novità/diversità è un sentimento tutto sommato naturale, il problema è che questa resistenza si trasforma spesso in pregiudizio e intolleranza. Penso si tratti di ignoranza: è un problema di pura e semplice cultura e conoscenza.

Il comportamento ambiguo della donna vittima cosa rappresenta?

Quello che dicevo prima: la doppiezza tra comportamenti dichiarati e comportamenti poi agiti nella realtà. Nella società di oggi questa incoerenza raggiunge livelli patologici e mina la tenuta e la sostenibilità della crescita non solo economica ma anche morale.

La legge è uguale per tutti, ma non tutti sono uguali davanti alla legge. Potresti spiegare meglio questa frase che viene usata nel libro?

Questa riflessione è figlia delle ineguaglianze. Le leggi, in quanto summa di regole alle quali un individuo deve uniformarsi, devono essere uguali per tutti. Non potrebbe essere altrimenti. Ma poi siamo del tutto certi che il metro di valutazione di coloro che queste leggi applicano sia effettivamente uguale per tutti?

Perché per titolo hai scelto Una giustizia più sopportabile e cosa la rende tale?

La giustizia, appunto, dovrebbe essere semplicemente giusta: è quello che chiedono le vittime e i parenti delle vittime quando si va a processo. Soltanto che la giustizia è anche pena, condanna, per chi la subisce. Sempre più frequentemente si predilige una lettura di tipo “econometrico” rispetto alle sanzioni erogate. Il tema della condanna risarcitoria è sempre più esteso anche a reati non solo amministrativi. Ecco perché ho voluto abbinare le due parole: sopportabile si dice di un dolore o di un fastidio. La giustizia a mio avviso non può essere misurata.

Quali sono i modelli letterari presenti e passati ai quali ti ispiri?

Oddio, posso dirti cosa mi piace. L’ispirazione non sono così sicuro di averla e soprattutto di riuscire a trasformarla in prosa. Mi piace il giallo di matrice europea e non quello americano, proprio perché ci trovo l’analisi di temi sociali che oltre oceano non fanno cassetta. Leggo volentieri Markaris la Doody,  la Bartlett e Mankell. Tra gli italiani Carlotto, De Cataldo, Carofiglio, Camilleri e Fois al quale invidio la capacità narrativa e poetica. Fuori dal giallo il più bel libro dell’ultimo anno è senza dubbio Accabadora di Michela Murgia.

Sei già al lavoro per una nuova avventura con protagonista Sorigu? Se sì di cosa si tratterà?

Sì, la storia c’è già e conto molto sulle prossime vacanze estive per portarmi verso la conclusione. Posso dirti che ritroveremo Efisio Sorigu alle prese con la Milano inquietante della criminalità organizzata.

:: Recensione di Il re solo di Sabina Colloredo (Fanucci, 2012) a cura di Elena Romanello

28 Maggio 2012 by

Dopo il primo capitolo, La grande marcia, continua con il secondo volume la saga che Sabina Colloredo ha deciso di dedicare ai Longobardi, il popolo barbaro o cosiddetto tale che segnò poi di più la vita e la società da dopo la caduta dell’Impero romano in Italia, dando il suo nome ad una delle Regioni italiane e mescolandosi con la cultura dei Romani in decadenza ma non certo desiderosi di cedere terreno.
Il Re Solo è uscito per Fanucci e ricostruisce il momento in cui, nel 568 d. C. i Longobardi si affacciano alla penisola italiana, provenienti dalle steppe dell’attuale Kazakistan, sulla mitica via della seta, nota fin dall’antichità, mentre a Bisanzio si vivono gli splendori dell’Impero romano, che dureranno ancora per quasi un millennio e intanto si affacciano anche dall’Asia gli Avari, tribù crudele e discriminatoria verso le donne, in arrivo dall’Afghanistan, da sempre terra di confine, contesa tra le varie potenze, fino al tragico presente che sta vivendo.
Ed è alle donne che l’autrice sceglie di far raccontare la storia, la sacerdotessa Rodelinda, seguace degli antichi riti messi in pericolo da nuove credenze religiose, la regina Rosmunda, infelice sposa di Alboino passata poi alla leggenda più nera, la romana Valeria Prima, ostaggio dei barbari, la giovanissima Mama, principessa prigioniera degli Avari, che grazie ai nemici longobardi forse conoscerà per la prima volta la libertà.
La storia della caduta dell’Impero romano è sempre stata vista, dalla storiografia posteriore, come un momento cupo e di immensa  barbarie, anche se fu invece un processo graduale, e per decenni se non per secoli i Romani credettero ancora di far parte di un Impero: Sabina Colloredo restituisce una pagina spessa raccontata nei libri di Storia come un momento oscuro e confuso in maniera fedele ed appassionante, raccontando storie di persone, uomini e donne, che si confrontano, incontrano, scontrano, a volte si uccidono, a volte si amano o scoprono comunque di avere affinità e di sognare le stesse cose.
Il rigore è quello dello storico, ma la passione e la narrazione è quella del romanziere, che ricostruisce quel tempo lontano come qualcosa di vero e vicino, raccontando la voce di chi non aveva voce, le donne in testa, o meglio di chi a cui per secoli è stata negata la voce, anche se allora ce l’aveva eccome, in questo universo in cui un mondo finiva e nuovi mondi venivano fuori, religiosi, culturali, di abitudini, influenzati da nuovi equilibri ed incontri, in una penisola che per secoli fece poi gola a tanti, forse anche in ricordo di quel mondo perduto legato all’antica Roma.
Sabina Colloredo si mette con questo suo romanzo nel solco di altri autori, che hanno raccontato il passato remoto della nostra Storia mescolando verità e fantasia, a cominciare da Marion Zimmer Bradley con la quale condivide lo stesso approccio al femminile e femminista verso quella pagina del passato.
Gli intrighi, le battaglie, le passioni e gli eventi di quei giorni di un millennio e mezzo fa diventano una storia appassionante e appassionata, nella tradizione del romanzo storico e del fantasy ligio alla storia, costruendo un universo di famiglie in lotta che non mancherà di appassionare chi si strugge da anni per esempio sulla saga del Ghiaccio e del Fuoco di George R. Martin. Con la differenza che qui è tutto vero, tutto realmente accaduto, o quasi, in quel mondo remoto ma dove si sono messi i semi per l’Italia, e anche per l’Europa dei secoli successivi.
La storia non è comunque finita: Sabina Colloredo sta scrivendo il terzo libro della trilogia.

:: Recensione di Chiunque io sia di Biagio Proietti e Diana Crispo (Hobby & Work, 2012) a cura di Stefano di Marino

27 Maggio 2012 by

Biagio Proietti firma con Diana Crispo (compagna di vita e di lavoro) ben più che un giallo ispirato a uno sceneggiato (La mia vita con Daniela) che negli anni ’70 riscosse un lusinghiero successo televisivo. Un romanzo tutto nuovo ambientato in un’Europa (perché l’azione si svolge tra Roma il Belgio e la Francia) senza tempo e questo, per cominciare, è un punto di forza di una narrazione che si basa su regole semplici ma che vanno conosciute: quella della pura suspense psicologica. In un’epoca dove l’elettronica diventa invadente nelle storie, in cui la fiction anche televisiva ci ha abituato a un’esagerazione nella rappresentazione dei sentimenti, Chiunque io sia  brilla per linearità ed efficacia. L’avvocato Guido Morelli, uomo disperato per l’improvviso abbandono della moglie, si ritrova un giorno di fronte al più classico dei misteri. La giovane venuta a presentarsi al suo studio per un’assunzione è, in tutto e per tutto, la moglie amata. Ma il nome è diverso, la donna afferma di non conoscere Guido e di essere arrivata per caso al suo ufficio, indirizzata da una fantomatica agenzia. E c’è pure un altro uomo che la segue e finisce per insidiarla. Il ‘presunto’ amante, perché anche di lui Bianca(o Daniela?) non ricorda o finge di non ricordare nulla. Il dubbio diventa padrone del campo. La giovane donna è Daniela, la moglie trascurata che fuggì senza una spiegazione, o Bianca che, a poco a poco  prende forma ma con un’inquietante psicologia, una vicenda alle spalle che, oltre a non coincidere anagraficamente con Daniela, rivela lati oscuri. Eppure malgrado tutto Guido e Daniela/Bianca si riavvicinano. Duellano a parole, diffidano, ma sono attirati uno dall’altra. Nella ricerca della verità diventano persino… persone differenti e finiscono per concedersi reciprocamente una nuova possibilità d’intesa. Ora, chi mi conosce sa che, pur praticando forme narrative differenti, sono un cultore del thriller anni ’70 proprio per le sue qualità di intreccio, di tensione psicologica ricavata senza artifizi e che i lavori di Biagio da sempre sono per me modelli, almeno nella produzione più’ gialla’. Questo è il vero noir italiano, senza crudeltà esplicite ma con una grandissima capacità di coinvolgimento. I motivi sono molteplici. Prima di tutto, lo ripeto, la circostanza che la storia sia esentata da ogni vincolo con l’attualità. Potrebbe svolgersi oggi, trent’anni fa o forse  tra  venti. Il gioco delle personalità è al centro della trama e non ha bisogno di altri espedienti. Persino il contorno fisico della storia è accennato, tratteggiato con poche frasi eppure s’indovina s’intuisce. Ciò che conta è la tensione che cresce e va in continuo crescendo. In breve il lettore sente la necessità di svelare l’identità di Bianca/Daniela quasi con lo struggimento che prova lei stessa. E anche Guido. Chi non si sentirebbe catturato dal mistero nascosto dietro le sembianze di una donna amata e sfuggente? Hitchcokiano certo, ma anche profondamente italiano nella conduzione della vicenda. E tutto realizzato senza scenate, senza quell’esasperazione che mi pare pervadere la fiction italiana oggi. Continuo a parlare in termini televisivi e visuali perché la storia me la vedo lì, già pronta a essere filmata. Il merito è sicuramente dello stile narrativo che è limpido, secco ma non piatto. Non una parola, non un aggettivo di più. Le battute non hanno necessità di spiegazioni, rivelano sentimenti , dubbi, angosce  con il solo fatto di scorrere davanti agli occhi di chi legge. Pulizia linguistica e linearità in perfetto equilibrio per un racconto efficace. Consigliato ad aspiranti  scrittori giovani e meno giovani come libro-guida. Per chi invece vuol solo assaporare il gusto di un ‘giallo dell’anima’è un regalo. Per di più scandito in tempi che permettono una lettura rapida, perché anche la tensione ha i suoi tempi e non deve essere né troppo breve né dilatata.

:: Segnalazione di Alter Ego di Alexia Bianchini / e-book Edizioni Diversa Sintonia 2012.

26 Maggio 2012 by

Storie brevi, collocate in un futuro nel quale l’essere artificiale si confonde facilmente con una natura umana che perde la sua prerogativa come tale. Questa raccolta vede come protagoniste delle creature femminili legate tra loro da una condizione che, di fatto, le pone di fronte alla scelta di uno status diverso da quello per il quale sono state generate, spingendole a difendere il proprio diritto alla vita. Di indole a tratti amabile e guerriera, tutte mostrano una propria individualità,  umana o artificiale che sia, volta comunque a modificare l’ordine sociale vigente. L’autrice offre un interessante esempio di scrittura di fantascienza in perfetto stile cyberpunk,  intensa, coinvolgente, mostrando attraverso i suoi personaggi l’idea di una possibile mutazione del valore dell’esistenza, slegata da retorici condizionamenti di umana, e forse superata, derivazione. Incantevoli le illustrazioni per mano dell’artista Max Rambaldi.

L’autrice Alexia Bianchini, classe 1973 è scrittrice, editor e curatore di antologie per CIESSE Edizioni. Direttore del web-magazine Fantasy Planet.

:: Recensione di Una giustizia più sopportabile di Salvo Barone (Todaro, 2012) a cura di Viviana Filippini

25 Maggio 2012 by

Nuova avventura per il commissario Efisio Sorigu protagonista de Una giustizia più sopportabile, il secondo giallo di Salvo Barone che ha per protagonista l’ispettore di polizia d’origine sarda. Questo libro racconta il lavoro di Sorigu a Como, prima del suo trasferimento a Milano (ne Le regole del Formicaio editato da Todaro due anni fa troviamo lo stesso protagonista nel capoluogo lombardo). In pieno agosto, quando le città si svuotano perché tutti vanno in vacanza e la quiete si diffonde ovunque, c’è qualcuno – il bancario Stefano La Duca – che non si è ancora deciso a partire per le vacanze, in quanto assorbito nelle ultime faccende lavorative. Finalmente pronto a raggiungere la moglie in Sardegna, La Duca rimanderà di qualche giorno la partenza  a causa di un furto con scasso subito nel suo appartamento. Il ladro non lo ha depredato di molto, gli ha portato via una catenina, due orologi dal valore modesto e una camicia color pervinca. La situazione si complica quando nelle stessa palazzina dove vive La Duca, viene ritrovato il cadavere di una donna anziana   – la signora Minghetti – sgozzata senza pietà. Per Sorigu scattano subito le indagini, la raccolta delle prove e la formazione della cerchia dei sospettati inoltre, secondo il commissario, l’omicidio e il furto con scasso nell’appartamento dell’amico sarebbero strettamente correlati tra di loro. L’inchiesta porta l’ispettore di polizia ad identificare il presunto colpevole in Nazim Decan, un kosovaro fuggito dal suo paese per trovare la salvezza in Italia, che lavora come giardiniere nel  condominio dove la donna è stata assassinata. Il caso sembra del tutto chiuso, ma le carte in tavola verranno rimescolate nel momento in cui il vero reo – un amico del principale indiziato – si costituirà, scagionando Decan.  Facendo il rapporto per il magistrato Ariatti- Brown, Efisio Sorigu si rende conto che tutti gli indizi conducono sì al vero colpevole, ma ci sono degli elementi di incoerenza nel movente e nella dinamica di sviluppo del brutale assassino che, sommati alle informazioni passate sottobanco dall’amico derubato, inducono l’ispettore a indagare più a fondo nella vita delle vittima e del suo carnefice. Scava, scava in profondità Efisio Sorigu si imbatterà in agghiaccianti e dolorosi fatti storici riguardanti i traffici umani avvenuti durante la guerra in Albania, eventi nei quali il colpevole e la sua vittima sono inconsciamente collegati. La scoperta di questa dolorosa verità porterà il commissario a rendersi conto che non sempre le persone sono quello che sembrano. Una giustizia più sopportabile di Salvo Barone è un bel giallo ambientato nella provincia comasca, che ha come input di partenza un fatto storico reale – alla fine degli anni ’90, durante la guerra del Kosovo, il governo svizzero stipulò un accordo con quello di Milosevic, che prevedeva un rimpatrio forzato per tutti i profughi fuggiti dal Kosovo e con i documenti non in regola –  certificato con nota dell’autore stesso alla fine della vicenda narrativa e una riflessione sulla giustizia che non lasciano indifferente il lettore una volta terminato il libro. Non a caso questo romanzo non è solo l’ardito processo di recupero dei tasselli di un mosaico per incastrare il colpevole, nel libro Barone crea una storia che induce chi legge a pensare e valutare la realtà nella quale si vive. Se ci mettiamo nei panni di Sorigu, non solo riusciamo ad entrare in pieno nella storia, ma ci accorgiamo di quanto sia difficile svolgere il mestiere del commissario e comunicare in modo bilanciato i risultati del proprio operato ai magistrati e allo stesso tempo ai media assetati di scoop e sempre pronti ad aggiungere particolari inesistenti per rendere la notizia più drammatica del reale. Ciò che colpisce di Sorigu è la sua profonda umanità e variegata dimensione emotiva, perché mentre indaga si comporta come rappresentante della legge ma, nel momento in cui scoprirà i drammi della vita del colpevole, il commissario attuerà una completa rivalutazione del proprio modo di pensare e giudicare sia il carnefice – in questo caso vittima di un tremenda ingiustizia -,  che la vittima (i lettori scopriranno che la tanto stimata signora Minghetti non era proprio uno stinco di santo). Complimenti – concedetemelo –  alla casa editrice Todaro di Lugano per la pubblicazione di romanzi gialli non scontati, nel senso che non si limitano a narrare la ricerca di chi ha commesso il reato, ma raccontano il mondo di oggi con tutte le sue sfaccettature – in queste pagine molto interessante è la tematica della diversità culturale e il fatto che essa scateni il pregiudizio verso l’altro che non è come noi -, stimolando in chi legge la riflessione sull’agire umano e sulla società nella quale viviamo. Arrivati alla fine di Una giustizia più sopportabile ci si rende conto di una realtà dolorosa: è vero sì che “La legge è uguale per tutti”, ma è ancora più vero il fatto che non tutti siamo uguali davanti alla legge e  questa sensazione che la giustizia vera non sempre venga compiuta, ci fa capire che spesso al suo posto si cercano soluzioni, o meglio compromessi, che la rendano a tutti più accettabile.

::Recensione di Il destino è un tassista abusivo di Luca Manzi (Rizzoli, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

25 Maggio 2012 by

Giorgio Correnti abita per scelta in un quartiere alla periferia di Roma, tra l’acquedotto e la ferrovia. Romanista convinto e studioso di storia dell’arte, si divide tra supplenze in un istituto tecnico e prestigiose, quanto inconsistenti, collaborazioni universitarie a Milano. La sua vita trascorre precariamente nella perenne attesa di un concorso da ricercatore e dell’arrivo della donna della sua vita. A vivacizzare la sua esistenza pensano i suoi bizzarri amici: Davide, il suo vicino di casa, un matematico stralunato che elabora algoritmi per una società di telefoni, che ha un bidet scollegato dai tubi in salotto e una nobile fidanzata che potrebbe anche non esistere; Franco, pittoresco esponente della romanità più verace, nonché massimo esperto di biscotti per il latte, che fa affari coi videopoker; Mario, il fratello minore di Davide, attento alla moda e impegnato nella redazione delle regole fondamentali del rapporto uomo-donna e infine Corrado, autore televisivo omosessuale dall’eleganza innata.
In breve tempo la tranquilla e monotona esistenza di Giorgio è completamente stravolta. Il mutuo da pagare lo obbliga ad accettare la proposta di lavoro di Franco: diventare decoratore di videopoker. Il suo ruspante amico, in crisi con la moglie, si trasferisce temporaneamente a casa sua, coinvolgendolo in memorabili imprese, come il furto delle fave sulla Sacrofanese. Intanto da Milano arriva la convocazione del gioviale professor Abernati, filosofo sgamato che procede imperturbabile tra le contraddizioni della vita. Giorgio deve aiutarlo a fare i colloqui per il master in Eventi multimediali, preparare le lezioni e partecipare a eventi del calibro di Pitcha te stesso, vetrina sul mondo del lavoro. Contemporaneamente ottiene udienza da Zanbesi, luminare di storia dell’arte medievale, appassionato di biciclette, che gli offre di pubblicare una monografia su Giotto, dandogli finalmente qualche speranza per il futuro.
Il destino però, come recita il titolo, quasi sempre si presenta come un tassista abusivo alla stazione: mimetizzato con l’ambiente circostante. E tu non ti accorgi, non sospetti mentre ti punta e ti avvicina. Dal tassista poi ti puoi svincolare, magari con imbarazzo, ma puoi. Al destino invece non gli puoi dire “no grazie, guardi prendo la metropolitana”, quello ti prende e ti porta via. Tra le studentesse del master c’è Agnese, una ragazza che attrae Giorgio fin dal primo sguardo. Un colpo di fulmine, un amore dalla portata lacerante che sconvolge tutte le sue piccole e fragili certezze. Agnese, infatti, non corrisponde affatto al modello di donna ideale di Giorgio, è una Madonna del Botticelli vestita da Barbie estetista. Giorgio si sente inadeguato e impreparato, oltre che angosciato: la compagna della sua vita, la donna che desiderava così tanto forse è arrivata, ma non è quella che sognava, come fare una fila di sei ore per entrare al derby e una volta seduto scoprire che per incanto c’è il campionato interregionale di tresette col morto. La via più semplice sembra la fuga. Tra cornetti che sanno di cartone, degustazioni di biscotti, raid notturni nelle serre, piccanti aneddoti sui massimi esponenti della storia dell’arte, musica barocca, scivoli a forma di brontosauro, viaggi in Calabria, gite in barca e principeschi ricevimenti Giorgio tenta di trovare qualche risposta, qualcosa che gli indichi la tanto agognata strada giusta da seguire.
Il destino è un tassista abusivo è prima di tutto un romanzo molto divertente, pieno di scene comiche esilaranti. Il mondo descritto è popolato da personaggi paradossali e situazioni surreali al limite del grottesco, ma la storia narrata e i sentimenti in gioco sono molto reali. Al di là dello scenario da commedia all’italiana l’autore affronta i temi dell’amore, dell’amicizia e del lavoro in maniera delicata e profonda allo stesso tempo.  Luca Manzi, brillante sceneggiatore e ideatore della serie di culto Boris, delinea un efficace ritratto della società contemporanea e delle sue contraddizioni. Attraverso una scrittura icastica, che alterna stile colloquiale e prosa ricercata, il romanzo si sviluppa come un dipinto pieno di sfumature diverse, rivelando un grande talento nel descrivere e rendere significativa la realtà delle piccole cose.  Una riflessione sull’esistenza capace di commuovere e far ridere fino alle lacrime: da non perdere!

:: Recensione di La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo (Neri Pozza, 2010) a cura di Michela Bortoletto

25 Maggio 2012 by

“Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo..” Comincia così una celebre canzone che ormai fa parte della storia della nostra musica. Ma questo potrebbe anche essere l’inizio e la sintesi del libro di Eshkol Nevo. Un libro che parla soprattutto di amicizia, ma anche di incertezze, di imprevisti della vita, di dolore e di speranza per un futuro migliore.
I protagonisti sono loro: Amichai, Churchill, Ofir e Fried. Loro però non vogliono cambiare il mondo come gli amici di Paoli. Si accontentano di cambiare loro stessi.
La loro non è un’amicizia come tante altre. È quel tipo particolare di amicizia nata sui banchi di scuola che ha saputo affrontare crescita, scelte e separazioni. È quella forte, che ha saputo creare un legame indissolubile nonostante tutto, nonostante l’università, gli anni di militare, i matrimoni e persino i tradimenti. È l’amicizia vera, raccontata attraverso gli occhi di Fried.
Come tutte le volte, i quattro amici si ritrovano a casa di Amichai a vedere le partite dei mondiali di calcio. È il 1998 e i quattro decidono di mettere nero su bianco dove pensano o sperano di ritrovarsi ai successivi mondiali. C’è chi spera di cambiare lavoro e scrivere un libro (attenzione però! Nulla è come sembra!), chi vuole occuparsi di una causa importante, chi di rimanere sempre con la ragazza appena conosciuta, chi sogna di aprire una clinica per le terapie alternative.
Passano i giorni, i mesi e gli anni. Ci si ritrova in un attimo nel 2002 alla vigilia dei mondiali. È arrivato il momento della resa dei conti. Chi di loro sarà riuscito a realizzare i propri desideri? Chi avrà fallito? Fried si ritrova così a fare un bilancio della propria vita, inevitabilmente intrecciata a quella di Amichai, Ofir e Churchill. Si rende così conto che tutto è cambiato, ma non per lui.
Amichai, Ofir e Churchill sono cresciuti ulteriormente, sono andati avanti, hanno trovato la loro strada.
Solo Fried sembra ancorato al passato, rimpiangendo ciò che ha perso senza saper trovare il  modo di andare avanti. Tutto intorno si muove mentre lui è immobile. Lui non guarda davanti a sé perché troppo impegnato a volgersi indietro verso il suo passato. E quando lo capirà comincerà davvero a cercare di voltare pagina e cambiare. Ma forse per lui ormai sarà troppo tardi…

:: Recensione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2012 by

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Spense l’autoradio e accese la ricetrasmittente. Gli parve che emettesse un suono concitato. Lo ascoltò: 1010, segnalazione ripetuta del ritrovamento di un cadavere. In West End Avenue. Era il suo distretto. Sarebbe passato davanti a quell’isolato tra un paio di minuti.
Tanto valeva fermarsi a dare un’occhiata. Se fosse arrivato in ufficio così presto, sarebbe stato solo d’intralcio. E probabilmente non sarebbe neanche riuscito a dormire, non si sentiva più stanco. Inoltre poteva essere interessato a rispondere a una chiamata, non lo faceva da tanto tempo. Si domandò se si ricordasse ancora qualcosa su come risolvere un crimine.

Io, Anna (I, Anna, 1984) edito in Italia da Corbaccio e tradotto dall’americano da Valeria Galassi è il romanzo d’esordio della scrittrice e psichiatra newyorkese Elsa Lewin.
Ambientato in una piovosa e crepuscolare New York anni ’80, ha per protagonista una donna Anna Welles, bibliotecaria divorziata, che vive con la figlia adolescente in un squallido bilocale, e tenta di ricostruirsi una vita ormai a cinquant’anni frequentando deprimenti feste per single.
Noir metropolitano di una bellezza sciupata e malinconica come Anna stessa, racchiude una struggente storia d’amore tra due persone fondamentalmente sole e disperate e un’indagine poliziesca insolita di cui conosciamo già dalle prime pagine il nome del primo colpevole.
La bellezza di questo romanzo sta nei dettagli e nell’atmosfera che riesce a ricreare, nella solitudine che si respira e imprigiona ogni personaggio dalle vittime, al poliziotto che indaga, alla figlia di Anna, ai partecipanti ai party per single, agli abitanti del palazzo dove viene rinvenuto il primo cadavere orrendamente mutilato.
Tutto ruota intorno ad un ombrello di plastica gialla, perduto, ritrovato, quasi gettato, ripreso, quasi un feticcio che accentra le ossessioni dei personaggi. Ci sono alcune scene piuttosto forti che turberanno forse i più sensibili per il resto è un romanzo garbato e pieno di una tristezza velata e non invadente e non per questo meno dolorosa.
La solitudine è senz’altro la protagonista silenziosa che increspa i volti dei personaggi, bellissimo a mio avviso quello di Bernie Bernstein, ispettore di polizia ebreo, padre infelice di un figlio celebroleso, marito disperato di una moglie che lo ha cacciato di casa, personaggio di cui è davvero difficile non innamorarsi. Cercherò di non dire troppo della trama, anche se la sua costruzione non prevede una suspense diretta dell’individuazione del colpevole, che come ho detto è subito evidente.
L’autorivelazione al colpevole stesso del suo crimine corrisponderà ad un punto di non ritorno. Non è previsto un lieto fine e dopo tutto è naturale e probabilmente avrebbe stonato anche se fino all’ultimo si spera che l’amore consenta una rinascita che naturalmente non ci sarà e la solitudine riprende la forma di una squallida camera d’albergo in cui piangere in silenzio.
Singolare il fatto che probabilmente in Italia ci saremmo persi questo gioiellino se l’anno scorso non ne avessero fatto un film con un cast internazionale tra cui Charlotte Rampling e Gabriel Byrne. Indimenticabile lo sguardo che si lanciano i due protagonisti incontrandosi per la prima volta e sfiorandosi fuori dall’ascensore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Dietro le sbarre di Allan Guthrie (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2012 by

Dietro le sbarre (Slammer, 2009), edito in Italia da Revolver collana noir-crime diretta da Matteo Strukul delle Edizioni BD e tradotto da Marco Piva Dittrich, è l’ultimo romanzo dell’agente letterario e scrittore scozzese di romanzi crime Allan Guthrie, esponente del Tartan Noir. Ambientato nel carcere “Hotel” Hilton di Edimburgo,  ha per protagonista Nick “Cristallo” Glass una giovane e inesperta guardia carceraria schiacciata da troppe responsabilità e da un lavoro per cui non è portata che la porteranno a perdere il suo equilibrio mentale e a distruggere la sua vita. Usato e abusato dai suoi stessi colleghi e dai detenuti Nick infatti perderà sempre più i contatti con la realtà sprofondando in un abisso di disperazione e violenza che l’autore descrive in maniera così accurata e minuziosa che più si avanza con la lettura e più ci si sente come se una mano ci afferrasse alla gola. Asfissiante, claustrofobico, delirante più che un dramma carcerario è una tragedia della follia che descrive gli stadi in cui la psiche si disgrega disintegrata da varie forze oltre le quali si raggiunge un punto di rottura. Nick in fondo è un bravo ragazzo, onesto, pulito che vive per la sua famiglia, per sua moglie e per sua figlia, il suo mondo è elementare, semplice non ha grandi ambizioni, non è eccessivamente coraggioso o altruista, non vuole cambiare il mondo, vuole solo sopravvivere tra delinquenti e guardie non meno feroci e corrotte, ma naturalmente non gli sarà concesso con esiti del tutto inarrestabili. Tutto inizia quando Nick subisce un vero e proprio ricatto da parte di Cesare un detenuto che controlla la circolazione della droga all’interno del penitenziario. Fare da mulo non è decisamente coerente con le sue aspettative ma quando Cesare tramite il fratello di Mafia minaccia la sua famiglia, Nick è costretto ad accettare. Naturalmente Cesare non vuole da lui solo questo, il suo obbiettivo è la fuga. Il piano è ben congegnato, ma un evento imprevisto farà precipitare tutti gli equilibri in un vortice di violenza che non risparmierà nessuno. Dietro le sbarre  è un romanzo  angosciante, in cui il grado di violenza, più psicologica che fisica, ma anche quella non manca, e i meccanismi che rendono il più debole schiavo del più forte hanno ripercussioni drammatiche e terribili. Nick sarebbe in fondo un debole, incapace in circostanze normali di atti veramente violenti e invece arriva a commettere i crimini più atroci senza rendersene quasi conto. Il finale è piuttosto aperto, la follia del protagonista si presta a diverse interpretazioni, lascio a voi lettori di trovare la giusta chiave di lettura. Se amate le atmosfere cupe e malate di Irvine Welsh non potrete non amare anche questo libro. Sconsigliato alle guardie carcerarie fresche di diploma e in attesa del primo incarico.

:: Recensione di La collezionista di ricette segrete di Allegra Goodman a cura di Viviana Filippini

23 Maggio 2012 by

Il modo è bello perché è vario. Affermazione perfetta che si addice alle due sorelle protagoniste del nuovo romanzo di Allegra Goodman – La collezionista di ricette segrete- pubblicato dalla Newton & Compton. Emily e Jessamine -Jess per gli amici – Bach sono due sorelle e la loro diversità è la manifestazione concreta della ragione e del sentimento che caratterizzano l’agire umano. Emily ha ventotto anni, è fidanzata  ed è già a capo della Verithec, un’azienda informatica abbastanza importante nel mercato finanziario americano. Jess è l’opposto: si è appena laureata in filosofia, è un’ambientalista del gruppo “Save the trees”, lavora part-time in una piccola libreria indipendente ed è un perfetta sognatrice. La storia ha le sue radici negli States tra il 1998 e il 2001, periodo durante il quale noi lettori assistiamo allo sviluppo delle vicende esistenziali delle due sorelle, ma anche dei tanti personaggi che attorno a loro gravitano a dimostrazione della volontà esplicita dell’autrice di raccontare sì la vita di due persone, ma allo stesso tempo di documentare il mondo di persone che le circonda. In questo lasso temporale Emily prende sempre maggiore consapevolezza dell’importanza del settore informatico nell’economia mondiale e vede indebolirsi, a causa delle distanza, la sua relazione con Jonathan, anche a lui a capo di un’azienda (la Isis) che si occupa di programmi informatici. Jess ha una vita emotivamente instabile, la sua relazione con Leon è un continuo tira e molla che non lascia presagire nulla di stabile per il futuro, poi comincia a frequentare la comunità ebraica locale e  il lavoro presso la libreria di libri antichi gestita da George – geloso degli strambi spasimanti della sua commessa- si intensifica sempre più, grazie all’incontro con Sandra che cede loro l’intera collezione di vecchi libri di cucina lasciati a lei in eredità da un zio defunto. Per ognuno dei personaggi presenti nella narrazione l’arrivo dell’11 settembre 2001 segnerà la vita di tutti, tanto che la rigida razionalità di Emily comincerà a vacillare dimostrandole che è impossibile tenere sotto controllo ogni secondo della propria vita, mentre la sognatrice Jess scoprirà il vero amore e la sua importante funzione guida nel microcosmo dove vive. La collezionista di ricette segrete ha come protagoniste principali le due sorelle Bach, ma in realtà può essere definito un romanzo corale, a più voci, vista la presenza di diversi punti di vista che raccontano in modo progressivo la storia di una famiglia, che si trasforma in comunità, per divenire una città e una nazione unita. Accanto alla sorelle ecco comparire Richard Bach, il padre di Emily e Jess, che rimasto vedovo si è risposato e ha avuto altri figli. Troviamo Orion e Molly,  Sorel, Dave, Aldwyn tutti alla ricerca della vera felicità del vivere. Da non dimenticare George, il datore di lavoro di Jess, un uomo ombroso e freddo che dimostrerà di avere un cuore tenero.  E come dimenticarsi di Sandra, una donna pronta a tutto  pur di racimolare i soldi necessari per aiutare la figlia a pagarsi l’avvocato e ottenere l’affidamento dei figli e ancora rabbini divisi tra fede e questioni familiari, uniti alle due protagoniste da legami di sangue a loro sconosciuti. Attenzione, il  nuovo libro della Goodman non ha personaggi con super poteri o che investigano alla ricerca di chissà quale tesoro, nelle pagine di questo libro si trova la vita quotidiana di ogni giorno con tutti i suoi problemi, gioie e dolori, che non fanno altro che rendere ogni singola personalità umana e reale, nella quale ogni lettore può trovare  le sue stesse paure,  le ansie, le ossessioni e magari anche i tic comportamentali provocati da una vita troppo stressante. Sono certa che qualche lettore abituato alla suspense o ai thriller mozzafiato storcerà sicuramente il naso leggendo questo libro, magari affermando: «Va beh, ma non accade nulla di sensazionale!» Ok, è vero non ci sono omicidi da risolvere, mappe da interpretare o altro, ma ciò che è eccezionale in La collezionista di ricette segrete – e dal mio punto di vista sta qui la magistrale abilità delle Goodman- è stata la capacità della scrittrice di rendere spettacolare la vita di ogni giorno, richiamando alla memoria opere di Jane Austen come Ragione e sentimento, di Tolstoj come Guerra e pace o Anna Karenina e perché no, anche Stoner di  John Williams.
Un ultima considerazione riguardo al titolo: è vero le ricette segrete dell’intestazione non sono forse  quelle composte da deliziosi ingredienti culinari per suggerirci squisiti piatti da gustare in compagnia – non a caso nelle pagine ne troviamo solo qualche presenza sporadica e questo potrebbe indurre i lettori a rimanere delusi – ma penso che le ricette segrete a cui la Goodman fa riferimento, corrispondano ai segni lasciati dalle esperienze di vita negli animi delle sorelle protagoniste – in particolar modo di Jess-, i quali formano le sostanze dei loro caratteri e le aiuteranno a vivere la vita dell’oggi e del domani.

:: Recensione di Il torto del soldato di Erri De Luca a cura di Michela Bortoletto

23 Maggio 2012 by

Una locanda di montagna. Uno scrittore-scalatore conoscitore della lingua yiddish con una pila di fogli sparsi sul tavolo. Una donna che aspetta la sua consumazione al tavolo di fianco e viene raggiunta da un uomo più vecchio di lei. Èmet, verità: una parola soffiata inavvertitamente fuori dalla bocca dello scrittore  che darà l’avvio a tragiche conseguenze per il misterioso uomo seduto lì accanto.
Da queste premesse si delinea il breve ma inteso racconto della figlia di un criminale di guerra. Non di una guerra qualunque, ma di quella immensa e orribile che ha squarciato il Novecento. Lui, il padre è un uomo che si sente perennemente braccato, seguito e spiato. Non ha sensi di colpa.  Lui ha obbedito agli ordini. Il suo reato? Essere un soldato vinto. Il torto del soldato è la sconfitta. La vittoria giustifica tutto. Dice lui.
Il criminale è tranquillo, non rinnega il suo passato, non lo vive in tutto il suo orrore. Ha eseguito gli ordini. Punto. Non così la pensa la figlia. Una figlia per la quale la colpa del padre è certa e senza appello. Un rapporto complicato, il loro, che sembra prendere un’ulteriore piega quando il padre scopre la kabbalà ebraica dove lettere e numeri si scambiano le parti e alludono a pronostici. Da quel momento il valore numerico delle lettere, le corrispondenze tra le varie parole diventano quasi un ossessione per il vecchio soldato che andrà convincendosi che tutto è già scritto in anticipo. La nascita dello stato d’Israele, la distruzione degli ebrei, la sconfitta nazista. Tutto è il risultato di parole e numeri. Comincia così un’assidua ricerca di corrispondenze tra fatti, numeri e parole finché non scoprirà che la parola fine ha lo stesso valore di vendetta e quando un apparente sconosciuto mormorerà la parola verità sentirà che il suo momento è giunto e che il suo tragico destino si starà per compiere. Destino, tragica fatalità oppure il peso delle colpe che giungono inaspettatamente a presentare il conto?A ogni lettore la propria risposta.