:: Recensione di Il momento è delicato di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto

5 giugno 2012 by

Dopo molti anni e diversi tentativi (le case editrici per cui lavora si erano sempre rifiutate fino ad ora) finalmente Nicolò Ammaniti ci regala una raccolta dei suoi racconti.
Il momento è delicato comprende tutta una serie di racconti, più o meno brevi, che Ammaniti ha  scritto negli anni, tra un romanzo e l’altro. Alcuni di questi racconti sono inediti, altri sono già apparsi su riviste, giornali e antologie. Sono stati scritti a partire dal 1995 e due di loro sono nati dal lavoro a quattro mani di Ammaniti e Antonio Manzini.
Sono episodi brevi, concisi, che mostrano tutta una gamma di personaggi: il ragazzino che scappa di casa per una brutta pagella, la coppia di scambisti, il senzatetto, lo studente universitario con il panico da esami, il chirurgo plastico cocainomane e la ragazza che ha paura del buio. Insomma, un’intera umanità racchiusa in una raccolta di racconti!
A prima vista potrebbero sembrare dei protagonisti normali, classici, persino banali. Ma andando avanti nella lettura si scoprono dei risvolti inaspettati, fatti imprevisti, scene grottesche e incisive, colpi di scena e finali imprevedibili. La banalità non fa parte del mondo di Ammaniti!
Racconti da leggere su un treno (come consiglia lo stesso Ammaniti), in un attimo di pausa dal lavoro, la sera prima di addormentarsi e perché no, visto che si va verso l’estate, anche in spiaggia! Si possono leggere ovunque e ci catapultano per brevi istanti in un mondo diverso, facendoci dimenticare per pochi minuti il momento delicato in cui viviamo.
Perché dopotutto, per dirla con le parole del loro autore, il romanzo è una storia d’amore, il racconto è la passione di una notte.

:: Un’ intervista con Laura Liberale – Madreferro. Saga familiare minima a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2012 by

Grazie Laura per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Laura Liberale?

Sono nata a Torino il 15 maggio del 1969. Ho vissuto per trent’anni a Favria Canavese, il paese che nel romanzo è, mutatis mutandis, Fabrica. Da bambina, in un tripudio di tic nervosi, controllavo ossessivamente che le porte fossero chiuse e i quadri appesi dritti; ora l’ansia di controllo si manifesta principalmente nella revisione di quel che scrivo… E così abbiamo carinamente rotto il ghiaccio.

Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Prime poesie in terza, quarta elementare. Primo tentativo di scrivere un romanzo a dodici anni. La “chiamata” è stata nitida e precoce. Un bel po’ più tardivi i frutti.

Dai tuoi studi si deduce che nutri un grande interesse per l’Estremo Oriente e per l’India in particolare. In che misura le letterature di questi paesi hanno influenzato il tuo lavoro?

Hanno influenzato e influenzano continuamente la mia vita. Dalle semplici citazioni del libro tibetano dei morti in Tanatoparty sono passata a disseminare il testo di Madreferro di precisi riferimenti alla cultura indiana. Lo stesso rosario delle Madri che compare alla fine del racconto si ispira alle litanie indù dei nomi divini, un’espressione cultuale che per il mio percorso di studi ha avuto un’importanza primaria.

Il 6 giugno esce il tuo nuovo romanzo Madreferro. Saga familiare minimaedito da Perdisa. Un romanzo breve, o lungo racconto come l’hai definito in un’intervista. Come è nata l’idea di scriverlo? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Parecchi anni fa scrissi un raccontino davvero breve con cui vinsi un viaggio-premio nel Maine di Stephen King. Al viaggio in America dovetti rinunciare per causa di forza maggiore, ma quel raccontino a un certo punto ha chiesto a gran voce di essere ripreso.

Puoi riassumerci brevemente la trama?

Più che brevemente. È il ritorno, raccontato in 28 giorni (il numero non è casuale), di una donna al paese d’infanzia, per dare aria agli scheletri stipati negli armadi.

Parlami del titolo, l’hai scelto tu o è nato discutendone con l’editore?

I titoli papabili erano: “Ferro” e “L’età del ferro”. Poi il mio caro amico poeta Federico Scaramuccia, leggendo le bozze, ha coniato questo titolo bellissimo e pertinente, che naturalmente ha subito spazzato via gli altri due. Ecco, colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente.

Madreferro è un romanzo bellissimo ma anche molto personale e misterioso. Non hai paura che non sia compreso? Pensi che ogni lettore debba trovare una propria chiave di lettura nel decifrarlo?

Davvero grazie per l’apprezzamento. Paura no. Credo, anzi, che sia un testo semplice, dove con “semplicità” intendo una semplicità archetipale, e quindi universale. Spero piuttosto che, anche grazie alla sua brevità, “arrivi” intensamente al lettore.

In Tanatoparty la morte diventava una forma d’arte in Madreferro ritorna in modo meno paradossale. La morte comunque sembra un elemento centrale delle tue opere. Cosa ti affascina di più di questo tema che ai più ispira paura e repulsione?

Come disse Zolla: “Dovunque e sempre ogni individuo ha un suo particolare mito, una sua recita personale che lo mette in comunicazione estatica con l’archetipo che lo tormenta”.  Alla base c’è molto di “ossessivo”, quindi. Da bambina sognavo continuamente cimiteri ed esequie premature, e garantisco che non era un bel dormire. Crescendo ho fatto della morte, della mortalità, un oggetto di studio e riflessione costanti, alleggerendomi via via del fardello nevrotico. Visto che anche nel terzo romanzo bazzico sempre lì, direi che a tutti gli effetti posso meritarmi il titolo di “narratrice tanatologa”!

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata, da cui hai più imparato?

I poeti, anzitutto. Ancora e sempre loro.

Laura, la protagonista, ritorna nel paese che l’ha vista bambina, figlia felice di due genitori che ha profondamente amato. Il tema del ritorno alle origini è un tema letterario ricorrente in narrativa, in che misura si differenzia per originalità nel tuo romanzo?

Nessuna particolare originalità. Soltanto l’evidenza che nel mio romanzo il ritorno alle origini si configura nettamente come un viaggio ctonio, una discesa infera incontro ai trapassati e ai demoni familiari.

Il paragone più immediato che mi viene in mente è con il realismo magico sudamericano per il tuo coniugare mito e realtà. Pensi che questo paragone abbia ragione d’essere?

L’intenzione di coniugare mito e realtà c’era tutta. Sì, a livello d’intenti può starci il paragone. I risultati poi, si sa, sono tutt’altra faccenda!

Parlami del rapporto tra realtà e memoria nel tuo romanzo?

Com’è stato perfettamente osservato in una recensione, il romanzo mette in scena una sorta di “reminiscenza allucinata”. I piani sono quelli di realtà, memoria, immaginazione\allucinazione, e i confini di ciascun piano sono volutamente sfumati.

Parlami di Laura, voce narrante del romanzo. E’ parte di te, ti somiglia, o è una creatura letteraria autonoma e indipendente?

È sicuramente parte di me. L’ho “costruita” affibbiandole elementi fortemente autobiografici. È l’Ombra che  andava portata alla luce e pacificata, ma è anche il puro piacere dell’invenzione.

Un libro non si scrive in un giorno. Molto spesso le cesure sono evidenti, nel tuo caso il narrato sembra invece molto fluido come in un unicum. Come hai reso ciò possibile?

Non l’ho reso possibile. È semplicemente avvenuto. Forse perché in Madreferro c’è  una nudità, una sincerità pressoché totale, a prescindere da quanto ho dovuto architettare in termini di finzione narrativa.

E’ un romanzo molto “femminista”. I personaggi principali sono donne, esiste un vero e proprio matriarcato, gli uomini quasi sfumano sullo sfondo. E stata una scelta cosciente, voluta, o è nata scrivendo, durante il cammino narrativo?

Già in Tanatoparty erano protagoniste delle donne. Credo che tutto questo mio “femminile” narrativo faccia parte di una personale elaborazione del mito della Magna Mater, mito che studio ormai da anni, soprattutto per ciò che concerne le forme assunte nel contesto indiano. E poi la mia infanzia è stata segnata per davvero da una specie di “matriarcato”, malgrado la presenza molto forte e positiva di mio padre.

Georgina de Martignac e il suo album di disegni, hanno un ruolo centrale nel romanzo, di guida. Pensi che i morti influiscano sulla vita dei vivi? Pensi che coloro che ci hanno amati in vita continuino a farlo anche da spiriti, che l’amore in una qualche misteriosa maniera sia davvero eterno?

Dei cantori mistici indiani hanno detto: “Fra ciò che è e ciò che non è lo spazio è l’amore”.

Finisci il romanzo con le parole “il mundus si è di nuovo aperto”. Il mondo dei vivi e dei morti è ritualmente in comunione. La vita è la morte sono un tutt’uno? E’ questo il significato nascosto del tuo libro?

Che vita e morte siano un tutt’uno non è il significato nascosto di un piccolo libro come il mio, ma IL significato. Tentare invano di tenerle separate, concepirle dualisticamente nei termini di un’opposizione equivale a votarsi alla sofferenza.

Oltre che narratrice, scrivi anche poesie. Il processo creativo è lo stesso o utilizzi strumenti e mezzi differenti? Da cosa nasce l’ispirazione poetica?

Ti rispondo con le splendide parole di Cortázar, che, per me, valgono sia in poesia che in prosa: “Mi avvicino alle Madri, mi collego con il Centro – qualsiasi cosa esso sia. Scrivere è disegnare il mio mandala e nello steso tempo percorrerlo, inventare la purificazione purificandosi”. D’accordo, il pezzo di Cortázar finisce con: “Compito da povero sciamano bianco con mutande di nylon”…

Infine per concludere ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, intitolato Planctus, e a un progetto letterario “a due”, insieme alla bravissima amica Claudia Boscolo. Grazie di cuore a te per l’attenzione e lo spazio che hai voluto dedicarmi.

:: Happy hour con Marilyn & Cappi

4 giugno 2012 by

Giovedì 7  

dalle 19

al Gotham cafè

la caffetteria di WOW Spazio Fumetto,

per scoprire, con

Andrea Carlo Cappi,

la vita e i segreti della Donna più bella del Mondo. 
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:: Recensione de Memorie dal futuro di Emiliano Angelini (Wild Boar Edizioni, 2012) a cura di Barbara de Carolis

3 giugno 2012 by

“Rimasero tutti fuori a osservare la partenza, le teste levate a seguire le colonne di fumo che si allungavano, le braccia tese ad accennare un saluto.
Nessuno aveva la forza di parlare. Qualcuno sussurrò un addio, che ristette greve nell’aria del bollente meriggio e nel cuore di chi lo udì.
Ma la maggior parte non riusciva a distogliere lo sguardo, catturata dalla visione delle linee che ingabbiavano il cielo in un’immensa trappola.
I razzi salivano.”

Il futuro è un luogo denso di incognite e la mente di Emiliano Angelini sembra conoscere alcune risposte.  I suoi occhi percepiscono le immagini chiare di un mondo del quale gli esseri umani potrebbero aver lasciato tracce, che come polvere cosmica son giunte fino a noi; lentamente le immagini divengono parole e le parole si trasformano in storie. Dodici racconti, una raccolta di “memorie” provenienti da un futuro lontano a testimonianza dell’esistenza di una civiltà che ha smarrito qualcosa che difficilmente potrà essere sostituita. I suoi personaggi, animati da un malinconico legame con un passato svanito, procedono manifestando un impalpabile senso di attesa. Visionari, incupiti dalle incertezze di una vita che lascia poco spazio alla fiducia, sembrano comunque conservare un bagliore di umano ottimismo, là dove a ogni nuovo giorno può corrispondere un nuovo e inaspettato inizio. La natura umana con il suo bagaglio morale e i suoi sentimenti, emerge, dunque, anche in condizioni drammatiche, forte del proprio incessante spirito di adattamento. L’autore conferisce ai suoi protagonisti percezioni evolute, alternando le nuove capacità alle atmosfere post apocalittiche che rievocano l’ancestrale timore di non essere più parte di un mondo che in qualche modo, ormai, crediamo ci appartenga.
Una fantascienza introspettiva, che esplora abilmente la dimensione interiore del lettore.
Le storie sono originali, ben raccontate e sembrano realmente provenire da un altro tempo. Tuttavia, il futuro di Emiliano Angelini non si colloca poi tanto distante dall’immaginario collettivo, proponendo un’antologia che trasporta la mente del lettore in luoghi stranamente familiari, dove l’uomo forse ha già vissuto un ciclo vitale, compiendo un percorso che aspetta di palesarsi anche per noi, ma che rivela, al tempo stesso, la sua vulnerabilità, al pari di una malleabile sfera di gomma che noi abbiamo ancora facoltà di modificare.

Emiliano Angelini è uno scrittore di racconti di fantascienza emerso tra i numerosi partecipanti del Trofeo RiLL. Questa raccolta propone dodici racconti, premiati in diverse edizioni del prestigioso concorso o inediti.

:: Intervista a Massimo Tallone a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2012 by

Ciao Massimo piacere averti qui a Liberidiscrivere per parlarci, anzi, scriverci un po’ di informazioni utili sul tuo ultimo giallo Il fantasma di piazza Statuto, ma prima di parlare del libro pubblicato dalla editrice e/o raccontaci un po’ di te.

Grazie, Viviana, per l’ospitalità su questo poderoso blog! E veniamo alla domanda. Di me posso dire che amo sopra ogni altra cosa il divertimento che deriva dalla concentrazione (come capita ai bambini quando giocano, per capirci). Ricordo che quando lavoravo in un laboratorio chimico cercavo sempre di accedere alle nuove tecniche, per sentire quello stimolo, quel rapimento, per non annoiarmi. Ma intanto scrivevo, perché è nella scrittura che ho davvero incanalato questo mio torrido vizio, questa vocazione alla fatica che diverte. Elaborare trame, ideare situazioni, allestire strutture narrative; e poi lavorare sulle parole, dosare gli effetti, cercare la precisione lessicale, curare il dettaglio visivo; e infine passare alla meticolosa revisione del testo, riga per riga, prima di consegnare il tutto all’editor, è da sempre la mia più alta forma di piacere, tanto più alto quanto più intensa è stata la concentrazione (ovvero la fatica) dedicata al testo.

Quali sono i modelli letterari ai quali ti ispiri?

Da giovane ho amato i russi e ricordo che a sedici anni volevo scrivere come Dostoevskij (fui folgorato dall’Idiota). Poi so’ di aver amato, in quel modo che crea emulazione, Simenon, e poi Steinbeck, e poi Kafka, come tutti, credo. Ma anche Manganelli, e Landolfi, per dire… E poi giunse Nabokov, che sta lassù, sul mio podio privato. E poi Banville… E Rabelais… Ho avuto però la fortuna, via via che componevo i miei primi lavori, di essere sempre stato abbastanza consapevole del debito che stavo pagando, ovvero di capire su quale stile, su quale autore, mi stavo allineando. E pagato il debito, eliminato quell’esercizio ‘alla maniera di’, organizzavo un nuovo lavoro, alla ricerca della mia vera voce, del mio tono, della mia sintassi.

Come nasce Il fantasma di piazza Statuto?

Tutti i miei libri nascono da una immagine iniziale intorno alla quale impernio e faccio proliferare la storia. Il Fantasma di piazza Statuto nasce da un dato biografico: abitavo in una casa vicino a piazza Statuto (nota per la sua polarità magica, secondo le leggende locali) e in quella casa c’era con una scala interna, di legno, che portava alla mansarda nella quale mi rifugiavo a scrivere. E quella scala cigolava, scricchiolava, e io la scendevo in piena notte… Da lì, da quegli scricchiolii acuti come urla, è nato tutto.

Annetta è l’anziana portinaia, come mai dare a lei il ruolo di detective?

Mi piace sempre affidare il punto di vista della narrazione a una figura laterale, dotata di una sorta di innocenza dello sguardo, per poter distendere ipotesi e osservazioni, riflessioni e congetture su un piano articolato. E poi sono convinto che il vero segreto, l’ingrediente che fa amare un libro, non sia la storia in sé, per quanto ben congegnata, ma il tono, la pasta sonora, per così dire, della voce narrante. E il tono, nella mia gerarchia dei valori letterari, è uno dei tasselli che definiscono lo stile. Il tono di voce di Annetta è, secondo me, il vero cuore di questo giallo. E infine, per rispondere alla tua domanda, il compito che in genere mi affido quando scrivo un giallo è quello di risalire i fatti fino all’origine del male. Ma il male, in questo senso, non corrisponde del tutto al dato giudiziario e alla sua componente penale. Il male, o meglio la sua origine, ha caratteristiche umane, ed è quindi sul piano umano che va indagato. I poliziotti e i commissari risolvono l’aspetto giudiziario, tecnico, ma per affrontare la tenebra umana occorre un diverso taglio, una più ampia portata, vale a dire la portata umana. Affidare a un commissario competenze sia investigative e sia per così dire filosofiche o etiche (compensate magari da deficit che lo umanizzano), mi sembra poco plausibile. Ecco perché i cosiddetti detective, nei miei gialli, non sono mai funzionari delle istituzioni, commissari e simili.

A chi ti sei ispirato per la creazione di Annetta?

Annetta è il risultato di un assemblaggio di donne anziane pescate nel parentado e di voci di donne torinesi ascoltate i mercati… Ho fatto molte inutili code, ai banchi della frutta o del pesce, per ascoltare le chiacchiere delle signore dai i capelli bianchi, con le gambe gonfie e le braccia cariche delle borse della spesa.

Tutto avviene in piazza Statuto come mai hai scelto questo posto così mistico e misterioso per l’ambientazione del romanzo?

Per le ragioni che ho detto… Primo, ho abitato da quelle parti; secondo, piazza Statuto ha quella sua nera fama, così suggestiva sul piano letterario. Certo la materia delle ‘evocazioni dei morti’ va trattata con molta delicatezza, per non cadere nella parodia e al tempo stesso tenendo conto del molto che è già stato scritto… Sul piano più direttamente topografico, invece è tutto più semplice: un giorno entrai al numero 10 di piazza Statuto per portare dei documenti in uno studio, e tutto di quel palazzo mi colpì, l’androne, le scale, l’ascensore vecchio stile, sicché decisi di ambientare lì la storia della mia scala cigolante.

Nella narrazione ci sono due adolescenti – Corrado e Marcello – che vivono in modo apatico e disinteressato il rapporto con il mondo reale, ma riversano tutto il loro brio – ammesso che lo abbiano – nel web. Cosa rappresenta questo atteggiamento?

I due ragazzi del romanzo non sono rappresentazioni o modelli generali, ma individui dotati di propria singola verosimiglianza. Ho conosciuto ragazzi che sono davvero così, figli di miei amici e di conoscenti, ragazzi irraggiungibili, imbozzolati in un loro cupo silenzio e capaci di sussulti di vitalità soltanto attraverso la comunicazione in rete. Non so che cosa pensino, ma so che li si percepisce così, e così li ho descritti.

Come hai costruito la figura di Piola, l’esperto d’occulto chiamato ad indagare da Annetta?

L’occultista Angelo Piola è un personaggio che ho messo insieme dopo avere esplorato (e non è stato facile) gli ambienti della Torino esoterica, dove si incontrano persone di quella fatta, appartate, silenziose e colte, ma indifferenti ai salotti mondani, alle mode e soprattutto ben attente a difendere la loro riservatezza. So che sembra impossibile che esistano persone così, in un mondo drogato dal presenzialismo e dal narcisismo, e invece Torino ne è piena.

Perché in un primo momento lui non crede alla logorroica protagonista?

Forse non ci crederai, ma le persone che si interessano alle faccende cosiddette occulte (e mi riferisco, per restare all’ambito di interessi del signor Piola, al mondo dei simboli) sono di solito più scettiche e riflessive della media, poco inclini a credere alle suggestioni, non soggette a stati di esaltazione, e mantengono uno spirito pragmatico e una visione laica del mondo. Date queste premesse, il signor Piola, proprio perché esperto di discipline occulte, non è disposto a credere a quelle che crede fantasie di una vecchietta impressionabile. Ma poi le cose precipitano…

L’accurato lavoro di messa in ordine dei documenti di Ettore Doro svolto in modo maniacale dalla sorella cosa rappresenta?

La borghesia torinese è schiva e appartata, non dà troppo valore alle cose effimere e alla gloria di un minuto, ma consolida le sue strutture e i suoi valori con scrupolo e con dedizione. E se in famiglia qualcuno si è distinto in qualche campo, la sua memoria viene custodita e trasmessa ai posteri con la massima cura, e senza enfasi. Anche il personaggio della signora Maria, sorella del pittore Ettore Doro, conserva i tratti pieni e verosimili di una specificità cittadina.

Ne Il fantasma di piazza Statuto ci sono sedute spiritiche, fantasmi, esoterismo e teosofia. Quale è il loro ruolo nel romanzo e il rapporto con la realtà di oggi?

Non ho ben chiaro che cosa si possa intendere con la formula ‘realtà di oggi’. La realtà mediatica? Le tendenze di massa? Gli stili di vita? Spesso ho la sensazione che la cosiddetta realtà di oggi (di qualunque oggi) sia un po’ come il mare, con un gran moto di onde e anche di burrasche, in superficie, tali da far credere a chissà quale movimento, mentre poco sotto tutto è placido, silenzioso, con mutamenti graduali, lenti. In quello strato profondo e duraturo, vi è spazio per quelle realtà che sono di lunga durata, sempre valide e di competenza umana, come appunto la ricerca intorno agli eventuali stati superiori dell’essere, la curiosità per il non conoscibile, la voglia di ‘saperne di più’, il desiderio di andare oltre nell’esperienza speculativa, alla maniera dell’Ulisse di Dante, per seguir virtute e conoscenza. Con le ricadute spicciole e un po’ ridicole, magari, delle sedute spiritiche.

Ettore Doro, pittore defunto, diventa il fulcro di un’attenzione ossessiva da parte di intellettuali, galleristi e giornalisti che  ronzano attorno alla sua casa e a Maria, sorella dell’artista. Perché sentono tutti questa attrazione fatale per la vita di Ettore proprio ora che è morto?

Ho voluto dare al Fantasma di piazza Statuto una tensione costante e disposta su più piani, la tensione di Annetta che non capisce ciò che sta accadendo e trema di terrore, espressa dalla sintassi e dal flusso ininterrotto della voce narrante; la tensione legata all’evocazione del morto, incanalata nella dilatazione del tempo narrativo legato alla seduta spiritica; la tensione collettiva di tutti gli attori della scena, espressa come una vibrazione di sottofondo costante e continua generata dalla frenesia degli intellettuali, certi di avere per le mani la grande occasione della vita, la rivalutazione post mortem del grande artista rimasto sconosciuto in vita. Sono cose che succedono, negli ambienti artistici, si vivono stati di folle sovreccitazione, ci si prende molto sul serio. E la cosa mi ha sempre fatto un po’ ridere… Intendo dire che mi sa sempre ridere chi si prende troppo sul serio…

Perché hai inserito un omicidio nella narrazione?

Per amore della tradizione gialla, che esige il morto. Ma sono anche dell’idea che il giallo possa girare anche intorno a vicende prive del morto, ma qui avevo bisogno di un fantasma, e quindi… Per parafrasare una vecchia formula, no morto, no fantasma

Annetta è una donna dalla cultura modesta, che – come afferma lei stessa – ha imparato moto da Piero Angela. Questa affermazione è la dimostrazione che la televisione è ancora in grado di dare contenuti sani ed utili?

L’idea di affidare le poche nozioni scientifiche di Annetta all’istruzione fornita dalla televisione, in particolare da Piero Angela, nasce più che altro per ragioni di utilità narrativa, per definire il perimetro culturale di Annetta in un ambito preciso, non intellettuale, a contrasto con l’ambiente in cui lavora. Ma so che molte persone come Annetta, vanno davvero pazze per Piero Angela, per il suo garbo, per la sua esposizione, e ho voluto darne traccia. E poi Piero Angela è di Torino, e tutto si tiene.

L’intera atmosfera è pervasa da un senso di oscurità e ombrosità perenne. Quanto essa si riflette nei personaggio della narrazione?

Quello è il tocco d’ambiente, di atmosfera. Ho voluto dare un ruolo importante alla notte, all’oscurità, al silenzio, renderli concreti e percettibili, per poter dare corpo alla mia idea di ‘giallo sonoro’, ovvero un giallo in cui l’indizio, il motore narrativo, non è di carattere visivo, ma sonoro, il fruscio, il cigolio, l’assenza del cigolio…

Tom Sanelli, il giornalista trasandato, è perso in modo completo nel suo lavoro. Quanto questo suo comportamento incide sul rapporto con il figlio Marcello?

Sanelli, nelle mie intenzioni, è un personaggio importante, centrale, del libro. Vive per l’arte, si appassiona in maniera viscerale al pensiero artistico. Ho conosciuto davvero persone così, molto intelligenti, molto sensibili, acute, capaci di fornire momenti di autentica rivelazione, in chi li ascolta. Persone che trasmettono energia intellettuale nel senso pieno, anche emotivo, della formula. Purtroppo, le persone di quel tipo non dovrebbero avere figli, secondo me.

La verità verrà a galla il 21 di giugno, quando si verifica il solstizio d’estate. Scelta voluta o casuale per la risoluzione delle questioni sospese?

No, non è casuale. Il solstizio d’estate ha una forte valenza simbolica, sul piano esoterico, il signor Piola lo sa e ci gioca. Ed essendo il giorno in cui trionfa la luce, mi sembrava divertente portare luce sulla storia in quell’occasione.

La luce del giorno nuovo oltre ad essere quella del sole che illumina la piazza, può essere vista come metafora di una pace ritrovata dai vari personaggi?

Sul piano narrativo, il ritorno della luce, nella scena finale, ha una valenza ritmica e risponde alla necessità di ritornare a una dimensione quotidiana. Ma quella luce illuminerà anche le macerie che il male ha prodotto…

Potrebbe sembrarti banale come domanda, ma perché i lettori dovrebbero leggere il tuo giallo?

Io scrivo con la lancetta orientata sul più alto grado di divertimento, e intendo con ciò il divertimento che scaturisce dalla progressione narrativa e dalla tensione emotiva, che mi cattura e mi tiene ancorato mentre scrivo; ma penso anche al divertimento (faticoso) che produce la stesura di una sintassi fluida, la ricerca dei dettagli lessicali e sensoriali, sui quali lavoro di lima con passione da cesellatore; e mi riferisco anche al divertimento che provo durante l’esplorazione di un mondo, delle persone, delle case, di un pezzo di società, con i suoi tic e le sue manie, ed è un divertimento analogo a quello della scoperta geografica, quando si va a vedere che cosa c’è oltre quello scoglio, oltre quel bosco… E dunque, se l’impegno messo per ottenere il mio divertimento è proporzionale al piacere di chi legge, il divertimento del lettore è assicurato.

Sei già al lavoro con un altro libro?

Sì, ogni anno, dal 2007, pubblico con i Fratelli Frilli editori, di Genova, un giallo comico che ha come protagonista un essere ridanciano e rozzo, sgangherato e ubriacone, che vive ai margini. Ed è già in fase di rifinitura quello che uscirà in autunno con il titolo La mummia della baia, ma qui non ci sarà nulla di esoterico, soltanto un mare di pasticci, una tragedia umana e tante risate. E intanto è in cantiere un lavoro che ha per protagonista… No, non lo dico, potrei morire incenerito…

:: Recensione di Il caso Maloney La prima indagine dell’ispettore Joe Faraday di Graham Hurley (TimeCrime, 2012)

2 giugno 2012 by

Il ruolo di Faraday non era un tassello del puzzle, ma l’intero maledetto puzzle. Era suo dovere completarlo, mettere insieme i pezzi, far sì che dal caos comparisse l’ordine, e più lo faceva più era difficile non pensare che fosse impossibile. Essere un buon ispettore significava imparare a sopravvivere in uno stato di assedio costante – non solo dei criminali ma anche dei superiori. E in guerra, come Faraday stava cominciando a capire, nessun piano prevede contatti con il nemico.

Portsmouth. Urbanizzazione selvaggia, degrado, povertà, violenza, traffico di droga, il cuore nero di un’ Inghilterra in declino e in avanzato stato di disgregazione. L’ispettore Joe Faraday si sveglia una mattina e viene mandato sulla scena di un delitto. Il nome della vittima è Sammy Spellar. Testa fracassata a calci. Presunti colpevoli il figlio e il nipote Scott di colpo ottimo candidato a lavorare come informatore della polizia nella lotta contro uno spacciatore locale Marty Harrison quanto di più simile a un re della droga Portsmouth potesse offrire.  Ma ciò che davvero tormenta Joe è la scomparsa di Stewart Maloney anche se sa che la priorità per le persone scomparse, era data a quelli che venivano considerati particolarmente vulnerabili: anziani, giovanissimi e persone con problemi mentali. Un divorziato  di mezz’età che aveva perso il compleanno della figlia non pareva rientrare in nessuna di quelle categorie. Tuttavia l’immagine che lo tormentava più di tutte era la figlia di Maloney, Emma. Per fare quello che aveva fatto – prendere un bus, trovare un commissariato, e denunciare la scomparsa di suo padre – ci voleva grande coraggio oltre che semplice disperazione. Doveva a quella ragazzina la speranza di un lieto fine.
Così inizia Il caso Maloney La prima indagine dell’ispettore Joe Faraday (Turnstone, 2000) di Graham Hurley edito in Italia da TimeCrime marchio di proprietà della Fanucci Editore e tradotto da Mara Bevilacqua primo episodio di una lunga e fortunata serie di crime che ha al suo attivo ben dodici volumi e una trasposizione televisiva.
Accolto dalla critica decisamente con entusiasmo è un poliziesco di solida struttura piuttosto lento nella parte iniziale che comunque inizia a prendere velocità, destando curiosità e interesse, quando il protagonista inizia ad interessarsi della scomparsa di un uomo, Stewart Maloney, docente a contratto all’università, specializzato in arti figurative in particolare nel disegno, un uomo piuttosto anonimo con il tipico viso perfetto per una pubblicità di sigarette francesi. La denuncia fatta dalla figlia Emma di otto anni innesca nella sua mente la necessità di indagare su questa scomparsa, mettendo da parte casi anche più importanti perché  c’è un momento, in ogni indagine, in cui l’intuito comincia a trasformarsi in convinzione e lui sapeva che quello era uno di quei momenti. Aveva trovato un movente oltre ogni ragionevole dubbio. Dove quel movente poteva portare era ancora una congettura, ma era comunque un indizio.
La struttura poliziesca, in cui l’indagine è il motore portante della storia, si inserisce in un’ ottima e realistica descrizione dell’ambiente  e della mentalità,  grazie a una ricostruzione dettagliata dell’Inghilterra contemporanea a mio avviso la parte più riuscita del romanzo. Il protagonista Joe Faraday è un bel personaggio, caldo, umano, corretto, per il quale si prova spontanea simpatia. Vedovo, vive un rapporto toccante con il figlio JJ, un ragazzo sordomuto, con il quale ha creato un originale metodo di comunicazione che ora vuole conquistare la sua indipendenza e piano piano si allontana da lui. Poi c’è il sergente Cathy Lamb, leale e affidabile moglie di un poliziotto con il vizio del bere, e Paul Winter con una filosofia piuttosto disinvolta, una incapacità congenita di attenersi alle regole e una forte tendenza ad usare gli informatori  al limite del lecito e anche oltre.
Un bell’ affresco corale di personaggi delineati con accuratezza e un’ indagine che porta alla soluzione del caso superando ostacoli interni e esterni al sistema. Riuscito il contrasto tra natura incontaminata e decadenza urbana.

:: Recensione di Una sola notte di James Patterson e Michael Ledwidge (Tre60, 2012)

1 giugno 2012 by

New York. Lauren Stillwell detective capo della squadra omicidi del Bronx dopo aver scoperto la presunta infedeltà del marito Paul, non ci sono prove, si limita a vederlo in compagnia di una bionda mentre si dirige in un albergo, decide di ripagarlo con la stessa moneta e accetta le avances di un collega della narcotici Scott finendo a letto con lui.
Non l’avesse mai fatto. A causa di una sola notte di passione adulterina si ritrova nei guai fino al collo. Scott viene infatti ucciso quella stessa notte e Lauren vede in faccia l’assassino: suo marito. Senso di colpa, panico, il dubbio quasi la certezza che il marito l’abbia scoperta e si sia vendicato uccidendo il suo amante . Ma state attenti in questo libro nulla è come sembra. Il destino comunque ha in serbo una beffarda trovata. Sarà lei con il collega Mike, onesto, simpatico, quello sì adatto a farci un pensierino su, ad indagare sul delitto.
Che fareste voi al suo posto? Mettereste le manette ai polsi di Paul, dopo tutto un marito fedifrago e pure assassino è meglio perderlo che trovarlo, o mettereste in gioco la carriera, la famiglia e la vostra stessa vita per insabbiare il tutto, nascondere prove, mentire, alla faccia dell’etica e del codice morale da poliziotto onesto?
Diciamolo subito io al posto di Lauren non avrei avuto dubbi, avrei impacchettato Paul consegnandolo alla giustizia diciamo a pagina 72 ma James Patterson e Micheal Ledwidge autori di Una sola notte (The Quickie, 2007) edito in Italia da Tre60 marchio di TEA costola del Gruppo editoriale Mauri Spagnol, hanno in mente altri progetti l’uno a dire il vero più pazzesco e incredibile dell’altro.
Non si può dire che non ci siano colpi di scena in questo libro, le regole del thriller sono portate all’estreme conseguenze, cosa che di sicuro farà la felicità di un mio caro amico editor, e il risultato non dispiace a patto che si sia fan storici di James Patterson e si preferisca l’adrenalina di un forsennato susseguirsi di eventi un po’ bizzarri a dire il vero al più prosaico buon senso. Ha di buono comunque che non è noioso ma anzi è un libro che si legge in modo veloce e facile grazie allo stile piano e ai capitoli davvero brevi, più che altro schegge di narrazione, che corrono verso un finale piuttosto concitato, ma non per questo meno soddisfacente.
Spendo una parola per una personale riflessione a margine, quanto ci sia di Patterson e di Ledwidge non è dato saperlo, presumo che le idee siano del primo e la stesura del secondo, ma ho apprezzato di vedere il nome di Micheal Ledwidge in copertina, Patterson osannato autore alla serie di Alex Cross è vero e proprio mostro sacro del thriller con milioni di libri venduti credo che ormai abbia un impero al suo seguito, avrebbe potuto prendere un ghostwriter, mestiere degnissimo che apprezzo per esempio per sportivi che vogliono tramandare le loro memorie o capitani d’azienda che si fanno scrivere il discorso di addio, e tanti saluti e invece divide il merito con un quasi sconosciuto Micheal Ledwidge che mi sono informata ha scritto anche libri in proprio ma ormai da anni collabora con Patterson come suo fido alterego.
Leggerò sicuramente Now you see her e Zoo appena arriveranno in Italia. 

:: Recensione di Il fantasma di piazza Statuto di Massimo Tallone (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

1 giugno 2012 by

Cari amici lettori vi è mai capitato di passare notti insonni? O meglio, come trascorrete il tempo in quelle lunghe nottate in cui riuscite a chiudere occhio? Annetta, la protagonista di Il fantasma di piazza Statuto di Massimo Tallone ha capito perfettamente come occupare l’eterna catena di minuti che separano la notte dal giorno. Cosa fa? Semplice, l’arzilla ultrasettantenne rimane nel suo divano-lettuccio ascoltando gli strani rumori e fruscii provenienti dalla casa del suo vicino, quella del defunto pittore Ettore Doro. L’artista è morto da tempo e la sua abitazione è occupata dalla sorella Maria e dal taciturno figlio di lei, l’emaciato Corrado. Lei passa i giorni a riordinare le carte e le opere del fratello morto, il nipote è disinteressato in modo totale e non a caso vive le sue giornate davanti al computer a fare cosa nessuno lo sa. La notte mentre tutti dormono Annetta,  con la mente lucida come non mai, ascolta qualcuno che nello studio accanto cerca e sfoglia in modo ossessivo le carte del pittore. Ma chi è che ogni notte si intrufola in quella stanza? Un ladro, un parente del defunto alla ricerca di qualche tesoro artistico nascosto o il fantasma di Ettore Doro? Annetta non si da’ pace e la sua determinazione a trovare una spiegazione la porta ad assoldare Angelo Piola un esperto occultista torinese. All’inizio Piola non prende sul serio Annetta, anzi dal mio punto di vista la ritiene poco attendibile e anche un po’ svitata, ma poi quando il povero Corrado viene ritrovato cadavere, ruzzolato giù dalle scale non si sa come, l’esperto di esoterismo comincia a sommare tutte le informazioni che l’ex portinaia gli passa. Con tutta la sua comica spontaneità Annetta ci porta dentro ai salotti culturali di Torino dove, accanto a Maria Doro compaiono giornalisti stropicciati come Tom Sanelli, galleriste come la prorompente Ivana Musso che più che esperte d’arte assomigliano a delle pin-up alla ricerca d’uomini e ancora sensitive in contatto con le presenze dell’aldilà (Euridice) ed esperte di teosofia (Milly). Tallone non tralascia nulla ne il Fantasma di piazza Statuto e tra i diversi attori narrativi troviamo due giovani (Corrado e l’amico –  parola da usare con le pinze in questo caso – Marcello) un po’ amorfi, taciturni, solitari, del tutto persi nel mondo del web.  Loro sono il ritratto di una gioventù che ha perso un po’ troppo i contatti con la realtà concreta, quella fatta dal contatto e dal dialogo con le altre persone, per lasciarsi fagocitare in modo quasi completo dalla dimensione virtuale. L’intreccio narrativo scorre veloce ed è reso ancora più coinvolgente e intrigante dall’inserimento di tragicomiche sedute spiritiche evocanti ectoplasmi parlanti e dalla presenza più è meno materica di fantasmi. Questo nuovo romanzo di Tallone (già autore di gialli come Piombo a Stupinigi, Veleni al Lingotto e Doppio inganno al Valentino, tutti editi dai Fratelli Frilli) è un curioso giallo che ha nei panni del detective in gonnella una donna comune, di umili origini. La simpatica e un filino logorroica settantenne vedova Annetta, alla quale è impossibile non affezionarsi, è la voce narrante della storia, che attraverso uno sguardo puro e una parlare semplice, trascina chi legge nel misterioso mondo della famiglia Doro. Annetta incarna la vispa donna di una certa età dalla formazione culturale umile – quello che sa’ lo ha imparato dai programmi di Piero Angela e non dai libri o tra i banchi di scuola – che nonostante non abbia i mezzi e le conoscenze degli investigatori o la cultura elevata degli intellettuali incontrati in casa Doro, riesce a trovare tutti gli indizi utili da fornire a Piola per risolvere l’omicidio del giovane Corrado. Il tutto si sviluppa in una Torino ammantata da una perenne ombra che le dona un senso di durevole oscurità incombente sulle case e sugli animi dei personaggi. I vari protagonisti sono una evidente rappresentazione dei molteplici caratteri di quella che per l’autore è la pura “torinesità”, in perenne bilico tra il dubbio e la curiosità, tra la fascinazione per l’esoterico e l’approccio razionale alla realtà cittadina. A dare man forte a questa caratteristica c’è poi la mitica Piazza Statuto, uno dei più importanti slarghi di Torino, luogo di passaggio dalla luce alle tenebre (evento presente anche nel giallo di Tallone) attorno al quale da sempre ruotano vicende storiche (qui fu messa la ghigliottina e il nome del piazzale è un esplicito omaggio allo Statuto Albertino), misteri e leggende che l’hanno resa nel tempo uno dei luoghi più seducenti e misteriosi del capoluogo sabaudo.

Il fantasma di piazza Statuto
Autore: Massimo Tallone
Ed: e/o, Originals, pp. 221 € 14,00

:: Recensione di Un’ educazione parigina (O qualcosa del genere) di Roberto Saporito

31 Maggio 2012 by

Io mi trovo bene a Parigi, in questa Parigi un po’ da ricchi e un po’ da rifugiati e un po’ da scappati di casa e un po’ alla moda e un po’ decadente e un po’ frutto di una propria elaborazione mitologica, e per ora tutto questo mi basta. La lotta no, non mi interessa più.

Un’ educazione parigina (O qualcosa del genere) di Roberto Saporito è un romanzo breve un po’ speciale.
Non ha copertina, non ha editore, per lo meno non ancora, come entità editoriale “libro”non esiste, i lettori non possono recarsi in libreria e trovarlo sugli scaffali. Tuttavia l’autore mi ha proposto di recensirlo dicendomi: “E’ solo un’idea [un po’ “postmoderna-situazionista”, se vogliamo], ma magari è una buona idea, anche solo per smuovere questo “fangoso” mondo editoriale, per fare qualcosa che [forse] nessuno ha mai fatto: leggere la recensione di un romanzo che ancora non è stato pubblicato.
Vi chiederete voi che senso abbia recensire un libro che non c’è, che i lettori non potranno leggere, come se le recensioni fossero unicamente spot pubblicitari finalizzati alla vendita e non magari un discorso culturale più ampio e un pelino più nobile, una forma d’arte come dice Saporito. Certo c’è sempre il rischio di commettere non un crimine ma un gioco speculativo un po’ da intellettuali decadenti e bohemienne, gli sfavorevoli diranno sterile, perché non ancorato a sagge e avvedute manovre di marketing, ma chi l’ha detto che nella vita non si possa trasgredire ogni tanto le regole del buon senso e inoltrarsi in un terreno sconosciuto e non privo di bellezza che a me ricorda tanto gli orologi liquefatti di Salvador Dalì.
E così eccomi qua a parlare di un romanzo che ha un che di mitologico come l’unicorno, o il drago alato delle favole medioevali. Da critico letterario in erba, e recensore per passione, la sfida non potrebbe essere più stimolante.
Un’ educazione parigina è un romanzo multi sensoriale: è provvisto infatti di una colonna sonora, che se aveste a disposizione il testo trovereste a pagina 6, che va dagli Strokes, ai Kasabian alla Yellow Magic Orchestra, e di una lista di consigli di lettura a pagina 7, piuttosto composita, trovereste infatti libri di autori come Patrick Modiano, alternati ad altri di Ken Bruen o Christian Gailly, senza privarci di classici come La versione di Barney di Mordechai Richler o Bonjour tristesse di Françoise Sagan.
Saporito si sa è uno scrittore colto e raffinato, portatore sano di una sensibilità a volte ingombrante ma mai presuntuosa e forse fuori moda. Legge di tutto, con una predilezione per la letteratura americana contemporanea, della quale oltre che estimatore è proprio un fine cultore. Non a caso Luigi Bernardi aveva scelto personalmente questo libro per la pubblicazione, poi la crisi, la dannata crisi che ci impantana, ha compromesso tutto e ha spinto l’autore a cercare un nuovo editore.
Prima di iniziare la lettura del romanzo vi trovereste a leggere una breve nota dell’autore, una specie di mappa che vi guiderà nella lettura, simile ad un faro che nelle notti di burrasca indica gli scogli ai naviganti e la giusta rotta. Il discorso sembra complesso, ma in realtà non lo è, anzi è affascinante. L’autore si è così innamorato di tre personaggi dei sui libri precedenti che ha deciso di farli rivivere ancora in questo libro come tre io narranti senza nome. Le storie di questi tre io narranti, ambientate in massima parte a Parigi, si rincorrono di capitolo in capitolo e ogni capitolo ha un io narrante senza nome differente come protagonista: “primo io”, “secondo io” e “terzo io”.
Come sottofondo il rumore del traffico di Parigi, lo sciabordare della Senna e queste tre vite che si intrecciano, si sfiorano, respirano in un canone a tre voci virtuosisticamente stilizzato. Tracce distintive riportano ai personaggi dei libri precedenti, fuggevoli ma inconfondibili; come non pensare alla bicicletta con cui il protagonista di Carenze di futuro vuole raggiungere Parigi, e la vita fluisce, tanti fotogrammi che si susseguono verso un finale che non c’è. Come la sceneggiatura di un film francese della Nouvelle Vague, uno di quei collage esistenziali recitati pianissimo, tra voci che si rincorrono, tra il rumore cacofonico delle tazzine e i cucchiaini che tintinnano in un bar.
La scrittura di Saporito affascina, come sempre anche quando parla di cose minime, in un minimalismo suo proprio che ne fa la cifra distintiva della sua scrittura. Riflesso di quanto la psicologia dell’uomo moderno sia frammentata, quasi che i tre “io” siano i volti di un medesimo personaggio, quasi da teatro dell’assurdo. Il titolo farebbe pensare ad un romanzo di formazione, ma a dire il vero i personaggi sono già formati, maturi; si limitano a vivere, a domandarsi cose, a vagare per la città fatta di zone degradate, cimiteri storici, caffè all’aperto, librerie, mercatini da strada e tetti, i magnifici tetti di Parigi. Il resto è silenzio.

:: Un’ intervista con Maurizio de Giovanni

31 Maggio 2012 by

Bentornato Maurizio su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia nuova intervista.  Mi piacerebbe parlare in questa intervista principalmente del tuo nuovo libro Il metodo del coccodrillo, con cui hai esordito in Mondadori. Come sei stato accolto in questa grande casa editrice? Che cambiamenti hai notato? Ti senti più libero o più vincolato rispetto a prima, non solo artisticamente ma anche proprio nell’organizzare presentazioni, concedere interviste?

R. Grazie a te dell’attenzione, sai che seguo il tuo blog con grande piacere, fai un bellissimo lavoro. Per rispondere alla domanda, non è tanto la casa editrice, che peraltro supporta con professionalità e bravura l’attività di promozione, quanto il successo del libro a riempire piacevolmente la mia agenda. Il metodo del Coccodrillo è partito molto forte, al di là delle più rosee previsioni, affermandosi in classifica e attirando l’attenzione della stampa, dei festival e delle librerie.

I tuoi lettori hanno accolto questo libro con molto calore. E’ stato quasi un azzardo, un rischio lasciare un personaggio molto amato come Ricciardi per nuovi personaggi. Ti aspettavi tanto successo?

R. Sì, è stato un azzardo. A volte ci penso con un brivido, ho corso davvero un rischio: Ricciardi è comodo, ha una base consolidata di lettori affezionati e tutto avrebbe consigliato di continuare per la strada tracciata ancora un po’. Ma quando hai una storia dentro, questa comincia a mettere radici, rami e foglie e allora devi lasciarla uscire. Certo che tutto questo successo è stato una bellissima sorpresa, prima per me e poi per gli altri.

C’è una svolta nel tuo stile, nella tua costruzione della trama rispetto alla serie di Ricciardi. Sei meno romantico, sentimentale. Quali scrittori, quali letture pensi abbiano influenzato la stesura di questo libro?

R. E’ diversa l’epoca, è diversa la città. La Napoli di Ricciardi è evocativa, misera ma dignitosa; il linguaggio è improntato alla tenerezza per un tempo lontano, per una scala dei valori condivisa che non esiste più. La città che racconto oggi è una qualsiasi metropoli occidentale, che viaggia a mille all’ora e che ha un unico intento: quello di non essere coinvolta nei problemi altrui. Scrittori contemporanei come Ruggero Cappuccio raccontano questa città, e li leggo con il piacere che si riserva a una grande scrittura e con l’accorato timore per il nostro futuro.

Il metodo del coccodrillo è un noir contemporaneo, un poliziesco metropolitano molto all’americana, molto alla Ed McBain. Niente più anni 30, niente più schegge di sovrannaturale. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

R. Ti ringrazio per l’accostamento che mi onora enormemente, sai che McBain è il mio inarrivabile modello e i tratti somatici di Lojacono, orientali, sono un sentito omaggio al suo Carella dell’87° distretto. Volevo camminare narrativamente per la mia città, almeno un po’. Nei racconti non hai il respiro sufficiente per guardarti attorno, hai bisogno di un romanzo per respirare l’aria che tira, per capire tante cose. E volevo un faccia a faccia tra due solitudini, una immersa nel male e una nel ricordo dell’amore

Parlami del protagonista lispettore Giuseppe Lojacono, un siciliano in esilio a Napoli, una città che sente estranea, inospitale, fredda. In che misura i luoghi influenzano questo personaggio o è vero il contrario?

R. I collaboratori di giustizia, lo sappiamo, determinano i destini delle persone. Spesso non necessitano di riscontri per gettare addosso a uomini e donne che magari sono innocenti l’infamia di un delitto o di una connivenza con la criminalità che a volte si scopre inesistente anche dopo anni. Lojacono ha perso per questo motivo tutto quello che aveva: famiglia, amici, lavoro. Perfino la sua città. Si ritrova proiettato in una realtà fredda, oscura e diffidente, di cui non capisce a fondo le dinamiche e nemmeno vuole coinvolgersi più di tanto con i pochi che gli danno confidenza. In questo modo riesce però a guardare con obiettività alle cose che gli succedono attorno e quindi a intuire le vere mozioni del Coccodrillo. Il legame col luogo è diverso ma strettissimo, alla fine è Lojacono a indicare le regole del gioco ai suoi colleghi.

Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole, evidenziandone i passaggi salienti, per incuriosire un lettore che passasse di qua e non l’avesse ancora letto?

R. Domanda difficile. E’ una storia che parla d’amore, il più terribile e il principale movente di ogni delitto; di solitudini, di disperazione; ma anche di un piccolo spiraglio di umanità, e dell’immenso legame tra padri e figli.

Parlaci dei personaggi principali del libro?

R. Inizialmente volevo un faccia a faccia serrato tra Lojacono e il Coccodrillo, un assassino freddo e determinato che sta portando a termine un disegno all’ombra del muro che costituisce una città chiusa e indifferente. Poi sono venuti fuori tutti gli altri personaggi, donne, ragazzi, perfino una bambina di sette mesi, e hanno chiesto voce e presenza. Io non ho fatto altro che aprire la porta, e loro sono entrati nel romanzo, ognuno al suo posto.

Ci sono due donne legate al protagonista una più materna, sensuale, accogliente e una più indipendente, determinata, aggressiva. Due volti quasi opposti della femminilità. In che misura questi due personaggi femminili si accostano al protagonista?

R. Ogni persona, donna o uomo, ha due lati della propria personalità che hanno diverse esigenze. Diciamo di desiderare la tranquillità, la serenità di un rapporto consolidato che faccia da porto sicuro, e poi restiamo affascinati dall’imprevisto, dall’incomprensibile, dal mistero. Ricciardi e Lojacono non sono diversi da chiunque altro, ed essendo per motivi opposti portatori di mistero affascinano le donne che incontrano. E’ una dinamica normale della vita, nulla di strano che la inserisca con naturalezza nei miei romanzi.

Quale è o sono le tue scene preferite in Il metodo del coccodrillo?

R. Credo che la parte finale, una sequenza che ho cercato di rendere serrata e senza fiato, sia riuscita abbastanza bene. Anche le lettere che scrive il Coccodrillo, che sono il modo in cui gli do voce, danno l’idea della sua personalità e mi hanno soddisfatto.

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

R. Il più difficile è stato senz’altro il Coccodrillo. Doverne descrivere le mozioni e i comportamenti senza poter contare sul dialogo e sull’interazione con gli altri personaggi è stata una prova di una certa problematicità, spero di essere riuscito. Il più facile, all’inverso, proprio Lojacono: immedesimarsi nella sua condizione, ritrovare i colori della sua solitudine e della sofferenza di padre è stato semplice.

Il metodo del coccodrillo è in un certo senso un romanzo che ha un protagonista nascosto. La solitudine dei personaggi è cupa, li intrappola, li schiaccia. Sia Lojacono che il suo antagonista, il coccodrillo, molto più simili di quanto si pensi, soffrono entrambi di questa malattia dell’anima. Come hai reso un “sentimento” così evanescente come la solitudine?

R. Al solito la tua sensibilità di lettrice ha individuato il principale elemento dell’atmosfera del romanzo. La solitudine è il mood principale, il rumore di fondo che ho voluto sottendere a tutta la narrazione. L’ho immaginata come un retrogusto, una colonna sonora e senza mai discuterne direttamente l’ho poi ritrovata in ogni pagina. E’ la peste contemporanea, la grande malattia della società moderna.

Il coccodrillo persegue una vendetta. La sofferenza l’ha chiuso in una lucida follia dandogli quasi le stigmate del giustiziere, anche se non è giustizia quella che persegue. Da genitore, senza svelarci troppo, quanto ti è costato elaborare questo processo di progettazione del crimine?

R. Il motivo della sofferenza per i figli è un filo conduttore della mia scrittura, tu sai per aver letto quanto sia stato difficile scrivere Il giorno dei morti, il quarto romanzo di Ricciardi. Mi basta immaginare, immedesimarmi in quel dolore per comporre la follia che pervade una mente normale, e seguirla nella sua innaturale evoluzione. Come un tumore. Ti rispondo: mi è costato, sì. Mi è costato moltissimo.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: Enrico Pandiani, Carlo Lucarelli, Garcia Marquez, Alessandro Bastasi, Diana Lama, Marco Vichi, Ed McBain, Stephen King, Cormac McCarty, Philip Roth.

R. Questa è perfidia pura! Peraltro citi autori che mi piacciono da morire, quindi prendo il dizionario dei sinonimi… A parte gli scherzi, Enrico è fantastico; Carlo è un Maestro, Garcia Marquez inarrivabile, Alessandro in costante, splendida crescita, Diana effervescente e ironica, Marco va approfondendo le sue interessantissime tematiche, King è unico, McCarty un caposcuola e Roth impressionante. McBain, be’, lui e in cima a tutti per me. 

Il metodo del coccodrillo nasce come romanzo unico. Ci sarà un seguito?

R. C’è una cosa da dire, sulla serialità. Tu non decidi prima di voler fare una serie, non pianifichi, non allestisci. Semplicemente non scrivi una favola, non chiudi con un “… e vissero per sempre felici e contenti”. La vita continua sempre, e i personaggi che non muoiono hanno sempre la faccia rivolta al futuro. Il metodo del Coccodrillo è un romanzo singolo, ma le figure dei protagonisti e l’affetto dei lettori hanno creato un grande interesse dei maggiori editori a un seguito. Io stesso mi sono affezionato, e sono curioso di vedere cosa può succedere a Lojacono e agli altri, e avrei anche un’idea sulla prosecuzione della vicenda che li riguarda. Staremo a vedere.

Per i fan di Ricciardi è iniziato il ciclo delle festività. La prossima sarà la Pasqua?

R. Sì, il prossimo romanzo di Ricciardi che uscirà probabilmente in autunno si svolgerà tra il 20 e il 27 marzo del 1932, il giorno di Pasqua appunto. La storia è molto intrigante, non vedo l’ora di cominciare a scriverla (lo sai che scrivo durante le ferie estive).

Infine per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: che progetti hai attualmente in corso, teatrali, letterari, cinematografici?

R. Stiamo lavorando a un’idea innovativa cinematografica che riguarda Il metodo del Coccodrillo, una cosa che in Italia non è ancora stata realizzata sul modello di Sin City, per intenderci. Poi spero che verrà messo in scena Gli altri, un mio testo teatrale al quale tengo davvero tanto. Poi come sempre c’è Ricciardi che incombe… Ci sarà da divertirsi, insomma. Nel frattempo lasciati abbracciare, e con te i lettori del tuo splendido blog. 

:: Un’ intervista a Eleonora Mazzoni a cura di Elena Romanello

30 Maggio 2012 by

Tra le novità della casa editrice Einaudi spicca Le difettose, romanzo ironico e toccante di Eleonora Mazzoni, già attrice di teatro e di fiction televisive, che approda alla letteratura raccontando l’odissea di Carla, docente universitaria quarantenne, che fa i conti con un desiderio e una ricerca di maternità difficile se non impossibile. Un libro che racconta, senza drammi ma senza nascondere la verità, la ricerca di un figlio in un Paese come l’Italia, dove si è penalizzate da una legge oppressiva, parlando a chi vuole essere mamma ma in definitiva parlando della vita e delle sue scelte a tutti.

Come è nata l’idea de Le difettose?

E’ nata dopo qualche anno che frequentavo i reparti di procreazione assistita. Mi sembrava di avere aperto la porta su un mondo incredibile ma sconosciuto, gremito, variegato, ricco di storie, un mondo che ho avuto voglia di raccontare. In più intuivo che questa materia mi avrebbe dato la possibilità, in modo più sotterraneo, di raccontare anche altro: il momento misterioso e complesso che sono il concepimento e la nascita; il rapporto tra i nostri desideri e la loro realizzazione, fino a che punto li seguiamo, quando li abbandoniamo; il sentimento del tempo che passa; i legami tra madri e figlie.

Perché e come si passa dal lavorare nello spettacolo alla scrittura?

All’inizio avrei voluto fare un documentario o un film, ma tra il momento in cui hai l’idea e quello in cui cominci l’opera, nel mondo del cinema, possono passare tanti anni. Perchè è un’arte collettiva e soprattutto costosa, mentre la letteratura è solitaria ed economica. Dopo il liceo classico e la laurea in Lettere, periodi ricchi di poesie e di un romanzo mai finito, pur avendo fatto solo il mestiere dell’attrice, non avevo mai smesso di scrivere: appunti, scene, soggetti, racconti. Mi è sembrato di tornare a casa. Credo che recitare e scrivere siano due strumenti più simili di quello che si può immaginare. Per recitare devi metterti in contatto con una parte molto profonda di te, lavori sulla psicologia dei personaggi, sui dialoghi, sul ritmo, sui sottotesti. Esattamente come quando scrivi.

Il tuo libro parla di un grave problema sociale italiano (per non  definirlo con qualche epiteto) la legge sulla procreazione assistita: qual è il tuo pensiero in riguardo, cosa si potrebbe e dovere fare per migliorarla?

La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è la più restrittiva al mondo, molto meglio la Turchia o addirittura l’Irlanda (dove non si può nemmeno abortire). Io credo che vietare non serva, se non a discriminare chi non ha soldi. Chi ce li ha, aggira la legge andando all’estero, per fare l’eterologa, ad esempio. O crioconservare gli embrioni e fare la diagnosi pre-impianto (anche se negli ultimi 2 anni e mezzo, grazie ai ricorsi vinti in Corte Costituzionale, queste due pratiche sono permesse anche in Italia, a discrezione del medico). Credo che per una cosa così intima come il voler diventare genitori lo Stato non possa dettare regole ferree. Ci deve essere una normativa (tutti i paesi ce l’hanno, anche la progressista Spagna che ci ha lasciato, per ora, Zapatero) ma una rigidità come abbiamo noi proprio no, è inaccettabile, è quasi ottusa. Per capire cosa fare e cosa no, cosa si desidera veramente, fino a che punto conviene spingersi occorre uno sguardo umano, rispettoso della vita ma totalmente laico e antropocentrico come quello di Seneca. Per questo nel romanzo ho scelto la sua voce.

Quanto c’è di te in Carla e negli altri personaggi?

Tanto. Come sempre. Anche se nel prossimo libro scegliessi come protagonista un ottantenne di colore ci sarebbe molto di me. Ogni personaggio è un mix di persone conosciute (non solo una) più una bella dose di immaginazione. Su questo, come diceva Stanislavskij per l’attore, si innesta il vissuto dello scrittore. Così scaturisce una simbiosi tra lui e il personaggio, capace di creare una terza realtà.

Senza volermi addentrare nella tua vita, la vicenda raccontata è autobiografica o capitata a qualche persona che ti è cara?

Pur non essendo autobiografica, la storia parte da un’esperienza personale e dall’avere raccolto, in tanti anni impiegati nella ricerca di un figlio, un ricchissimo materiale umano. Migliaia di donne incontrate in rete e nella vita reale che avevano il mio stesso problema e avevano intrapreso, o stavano intraprendendo, l’iter della fecondazione artificiale, un percorso lungo, complesso, psicofisicamente faticoso.Ma nello stesso tempo appassionante.

Cosa consiglieresti ad una Carla che incontri nella vita reale,  magari una tua amica?

Di non vivere questa incapacità dolorosa di procreare come una disgrazia. O una punizione. Come dice Carla, rispetto alle madri “secondo natura”, le “difettose” possono avere una marcia in più. Possono cioè fare, attraverso questo limite, un percorso di conoscenza e di approfondimento su cui le altre molte volte sorvolano. La maternità non è solo legata al fatto di partorire o no dei figli. E’ una categoria dello spirito. E’ un miscuglio di potenza, potere e forza che ciascuna donna ha e che deve tirare fuori. Occorre partorire prima di tutto se stesse. Perchè madri si diventa.

Hai degli altri progetti, legati magari al libro (monologhi, presentazioni) o su altri libri da scrivere?

Sto facendo molte interviste e presentazioni (per chi fosse interessato tutto il materiale si trova nel sito http://www.ledifettose.it). Ho venduto l’opzione per i diritti cinematografici, per cui il romanzo potrebbe diventare un film. Scriverò la sceneggiatura ma non voglio recitarci. Questione di misura. Per quanto riguarda il mio prossimo romanzo ho già buttato giù (durante la gravidanza passata interamente a letto) l’imbastitura del secondo. Ora devo solo trovare tempo e concentrazione per lavorarci sodo.

:: Recensione di Undici stelle risplendenti di Anna Vera Sullam (Mondadori, 2012) a cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2012 by

Angelina ha un segreto. Angelina è una ultra novantenne e ora sente il bisogno di confessare la dolorosa verità che si porta dentro da tutta la vita. Angelina sceglie come suo confessore Vittoria, una nipote acquisita. Angelina decide di rivelare il suo segreto consegnando a Vittoria una vecchia lettera. Angelina, come tutti i suoi parenti vive nella Venezia contemporanea e appartiene alla comunità ebraica della città lagunare. Tutti si stanno preparando a festeggiare la Pesach, ossia la Pasqua ebraica, preceduta da una cena molto importante come il sedér, che in questa occasione sarà realizzata da Vittoria. L’organizzazione della cena rituale per Vittoria è una grande responsabilità e sarà caratterizzata da un elevata tensione emotiva per l’accurata preparazione della tavola: dalle stoviglie, ai pani azzimi, per passare alle erbe e ai dolci in un susseguirsi di preoccupazioni e ansie che la donna spera di allontanare da sé. La causa di tutto: Vittoria ha conosciuto un professore universitario più giovane di lei che le fa battere il cuore, provocandole uno shock emotivo che rischia di mettere in crisi la sua stabilità coniugale e le insidia il dubbio sulla fedeltà del marito Giacomo. Questo il punto di partenza del romanzo Undici stelle risplendenti di Anna Vera Sullam pubblicato dalla Mondadori, un libro il cui titolo ha derivazione biblica (basta leggere la storia di Giuseppe nella Bibbia, nel libro della Genesi dove si ritroveranno le undici stelle risplendenti) e allo stesso tempo è una frase inserita nella filastrocca cantata dai protagonisti al sedér. La cena prima della Pasqua ebraica che riunisce i Mondolfo, zii, cugini, nipoti, amici di vecchia data, colleghi di lavoro e anche alcuni non ebrei nella casa di Vittoria, dove tutti quanti seduti attorno alla grande tavolata celebreranno la liberazione degli ebrei attraverso la lettura di testi sacri e allo stesso tempo chiacchierando tra di loro, riveleranno a noi lettori le storie di vita quotidiana di una famiglia. C’è l’anziana zia Angelina che ricorda il suo primo amore mai dimenticato; Vittoria con Giacomo che osservano il figlio Beniamino poco propenso al rispetto dei limiti imposti dalla tradizione ebraica. Daniele, fratello di Giacomo in crisi con la moglie Sofia, una donna un po’ troppo ficcanaso, che con il suo comportamento ha fatto arrabbiare e allontanare la figlia Micòl. C’è Edoardo con i figli piccoli e la moglie Ruth, una ex cattolica neoconvertita e molto osservante dell’ebraismo e anche Arrigo, un ex compagno di scuola dei fratelli Mondolfo arrivato nella sua Venezia da Roma, dove vive da tempo, per sistemare alcune questioni di famiglia (deve far riparare la tomba del padre). Quello rappresentato in Undici stelle risplendenti è un piccolo mondo fatto di tradizioni e riti religiosi millenari, affiancati alle preoccupazioni della vita di ogni giorno, dove le vicende umane dei protagonisti si intrecciano con gli usi e i costumi della tradizione ebraica. Anna Vera Sullam in questo romanzo permette a chi legge di addentrarsi in un mondo diverso da quello cattolico, per conoscerne le tradizioni, gli usi e i costumi e lo fa attraverso i gesti compiuti da un microcosmo famigliare riunito per la cena comune del sedér. Allo stesso tempo però le pagine sono una riflessione sulle problematiche che, indipendentemente dall’orientamento di fede, travolgono le famiglie. Ed ecco comparire il figlio taciturno poco avvezzo al rispetto delle tradizioni (Beniamino); la paura del tradimento coniugale fatto e subìto da parte di Vittoria; l’allontanamento dalla propria fede e dalla famiglia da parte di una giovane donna (Micòl) esasperata dalla madre; il ricordo della deportazione nel campi di concentramento e degli amori di un tempo per l’anziana e pure po’ smemorata Angelina. Non solo, perché nella pagine del romanzo di Anna Vera Sullam c’è anche il tema di colui che ritorna nella città di origine (Arrigo) per un soggiorno momentaneo, un permanere nei luoghi di un tempo che faranno capire all’uomo, che sì Venezia è il posto dove è nato e dove è cresciuto, ma allo stesso tempo Arrigo la percepisce come estranea perché a cambiato lui, ma è molto cambiata anche Venezia. Interessante in Undici stelle risplendenti – e forse più nascosta tra le righe- è la riflessione dall’autrice sulla comunità ebraica e sulla sua esistenza in rapporto tempi odierni. Un vivere messo in bilico dalla presenza sempre minore di ebrei, dal confronto e spesso scontro tra i principi della tradizione e quelli della contemporaneità e dalla convivenza con diverse culture in uno stesso spazio – Venezia, ma anche l’Italia – dove il multietnico è sempre più diffuso. Tengo a precisare che il romanzo della Sullam non è un manuale teorico che analizza le tradizioni della cultura ebraica, Undici stelle risplendenti racconta anche i rituali di fede, ma in primo piano mette la storia di una famiglia travolta da un turbine di fatti nei quali passato e presente si intrecciano con forza tra loro, a dimostrazione del fatto che ogni famiglia indipendentemente dalla cultura e religione è un piccolo atomo fatto da tante piccole particelle che si incontrano e scontrano per imparare a conoscersi, amarsi e crescere.

Undici stelle risplendenti
Autore Anna Vera Sullam
Ed. Mondadori, pp. 247 €  18,00