:: Un’ intervista con Loredana Limone a cura di Elena Romanello

24 settembre 2012 by

Borgo Propizio è una storia, tra amore e ricerca di sé e delle sue radici, tra nuovi inizi e vecchi ricordi, ambientata in un immaginario paesino italiano molto simile a tanti posti reali, tra giovani donne che decidono di improvvisarsi lattaie, decoratori con l’anima da artista, attempate zitelle impiegate comunali che trovano il grande amore, fantasmi e equivoci. Edito da Guanda è scritto con gusto e ironia da Loredana Limone, già autrice di libri per bambini e di pubblicazioni gastronomiche.

Come e perché si passa dai libri gastronomici e per bambini ad un romanzo come Borgo Propizio?

Chi ha la predisposizione per la scrittura in genere scrive –  sempre e principalmente – di narrativa, salvo accumulare fogli/riempire cassetti con roba di varia (dubbia) qualità. Così ho fatto io per anni seppellendo i miei tentativi di scrittura sotto spanne di polvere, mentre invece riuscivo a scrivere testi letterario-gastronomici, che abbastanza facilmente arrivavano in libreria, e le fiabe che mi ispirava il mio bambino.

Che differenze ci sono tra i vari tipi di scrittura?

La narrativa ti fa esprimere, ti fa evadere, sognare, librare sullo sconfinato orizzonte che hai dentro. Il resto è studio, ricerca.

Cos’è per te questo Borgo Propizio in cui hai scelto di ambientare la tua storia?

Il posto dove rifugiarmi. Il luogo dove fare ritorno, e che qui – su questa terra – ancora non ho trovato.

Tra i personaggi, maschili e femminili, chi è il tuo alter ego e quanto c’è di tuo in ognuno di loro?

In ognuno di essi c’è un po’ di me, lo scrittore deve necessariamente darsi se vuole che i personaggi risultino vivi. Tuttavia, mi sento molto Letizia… fra qualche anno!

Nelle tue pagine pratichi un genere poco praticato invece in Italia, quello del romanzo umoristico: come mai e perché non va tanto?

Dicono che far piangere sia facile, mentre far ridere sia difficile. Forse sarà per questo che non è molto praticato. Chi più ha sofferto, più è capace di far ridere: vedi quel genio di Guareschi, che è stato persino in un campo di concentramento. Tuttavia io, a fronte di un carattere malinconico, scrivo con l’allegria di mia madre, che ho ereditato.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Nel 2013 Borgo Propizio uscirà in Spagna, mentre in Italia ci sarà il sequel già approvato dal’editore e di cui sul sito della mia agente si può leggere la sinossi:

http://www.meucciagency.com/books.php?id=421

Dato che comunque si tratterà di una trilogia, il progetto più immediato è scrivere il terzo.

Cosa pensi della narrativa al femminile in generale?

Ammiro molto le scrittrici che non perdono la propria identità, quelle che non s’imbastardiscono con narrazioni di stampo maschile, non s’imbarcano nell’incomprensibile animo del sesso avversario (lo considero così) pretendendo di raccontarlo dal di dentro, non si dequalificano con atteggiamenti da tifoseria incallita o la cronistoria di fantasmagoriche copulazioni. Mi piace la donna vera, femminile: anche nella scrittura.

Quali sono le tue fonti di ispirazione non solo per Borgo Propizio?

La vita.

:: Recensione di Inseparabili – Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

24 settembre 2012 by

Ora che l’errore è stato debellato. E con esso il vizio, la corruzione, il narcisismo, il delitto.[..] Bè ora le cose andranno sicuramente meglio. [..] È vero, è vero, ne convengo, Leo ci ha messo un po’ troppo tempo a morire. Ma ora che finalmente lo ha fatto tocca a voi pulire e pagare il conto.
Così terminava Persecuzione, il  primo capitolo del dittico Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno.
Leo Pontecorvo è morto, ha lasciato il nostro mondo. Ora tocca a Rachel, Semi e Filippo andare avanti e affrontare la realtà.
Inseparabili, il secondo capitolo, ritrova la famiglia Pontecorvo diversi anni dopo la grande Tragedia che li aveva colpiti: il capofamiglia, Leo, accusato di molestie sulla ragazzina minorenne del figlio minore, è stato ritrovato morto nello scantinato di casa in cui si era rinchiuso mese e mesi prima.
Era il lontano 1986. Ora, nel 2011 i due fratelli Pontecorvo sono cresciuti e hanno trovato il loro posto nel mondo.  In questi 25 anni Samuel è riuscito a intraprendere una brillante carriera nell’alta finanza mentre Filippo invece, nonostante la laurea in medicina, una bella moglie e una vita apparentemente perfetta, sembra non aver trovato ancora la vera felicità.
Ma un giorno le cose improvvisamente cambiano. Filippo viene travolto da un inaspettato successo dovuto a una striscia di fumetti da lui disegnata mentre Semi è sull’orlo della bancarotta.
Filippo si trova improvvisamente circondato da ammiratori, donne e detrattori. I suoi fumetti, trasformati in un film, hanno trasformato Filippo in una figura acclamata dalle folle.
Filippo non si accorge della sofferenza di Samuel, dei problemi che lo affliggono e tra di loro sembra essersi formato un baratro, una distanza difficile da riempire. Che i due fratelli Pontecorvo non siano così inseparabili come li abbiamo conosciuti in Persecuzione?
Se ci si mettono poi di mezzo i sospetti, i rimorsi e i sensi di colpa che ogni membro della famiglia Pontecorvo prova per la morte di Leo, allora la lontananza sembra insuperabile. Già perché in tutti questi anni, Filippo, Semi e la mamma Rachel hanno inevitabilmente dovuto fare i conti con il destino di Leo. Nessuno è innocente e nessuno è colpevole. Ma in questo secondo atto sta ai tre superstiti fare i conti con il passato e con le loro azioni, o inazioni, che hanno condotto alla morte di Leo. Spetta ora a Filippo e Semi riuscire ad affrontare il loro passato e superare la distanza che sembra essersi creata tra i due fratelli.
Li chiamavano gli Inseparabili, come quei pappagallini che non riescono a vivere da soli. E nonostante tutto, nonostante le avversità, i fallimenti, le invidie e i rancori, Filippo e Semi non potrebbero vivere l’uno senza l’altro.
Inseparabili dunque, come a mio giudizio, sono i due libri di Piperno: uno non può esistere senza l’altro.
Tra passato e presente, tra flashback, ricordi e sospetti, Piperno ci regala un ulteriore punto di vista sulla torbida vicenda di Leo Pontecorvo dando ora la parola ai tre membri della famiglia che in Persecuzione sono stati semplici spettatori della disfatta di Leo.

:: Un’ intervista con Simone Sarasso

24 settembre 2012 by

Grazie Simone per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia! Grazie a voi per l’ospitalità!
Ho trentatré anni (quasi trentaquattro), sono sposato, ho un bimbo e mi guadagno da vivere scrivendo e insegnando scrittura. Scrivo romanzi, racconti, sceneggiature. Mi occupo di narrativa, fumetti, cinema e TV. Insegno scrittura creativa alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano.
Riguardo ai punti di forza: posso stare anche 12 ore alla tastiera e sfornare fino a 40.000 battute in un giorno. La debolezza che ne consegue è intimamente connessa alla forza medesima: dopo sessioni da 12-13 ore sono più piatto del tavoliere delle Puglie e ho la vocazione sociale di un monaco trappista muto.

Parlaci dei tuoi studi, del tuo background, della tua infanzia.

Mi sono diplomato al liceo scientifico e ho una (utilissima) laurea in filosofia. Da bambino leggevo un sacco di Topolino e andavo matto per pane e salame. Oggi preferisco i romanzi di Don Winslow, Glen Duncan e Warren Ellis, ma il pane e il salame mi piacciono ancora. Specie se accompagnati da una birra ghiacciata.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura in particolare?

È nato tardi, a vent’anni. Ho fatto l’Erasmus in Spagna e lì sono diventato un lettore compulsivo (complice il parecchio tempo libero). A scrivere ho cominciato per caso, cinque anni più tardi: il mio primo editore mi commissionò un racconto, che diventò un romanzo e accese la scintilla.

Per Rizzoli hai appena pubblicato un romanzo storico molto particolare Invictus – Costantino l’imperatore guerriero. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Invictus è la storia di Costantino il Grande, Imperatore Santo, vissuto nel IV secolo d.C., eroe di Roma e paladino della cristianità. L’idea alla base del romanzo è quella di scavare nelle zone d’ombra della vita di Costantino, descrivendo la nuda, imperfetta natura umana che si cela dietro al mito Imperiale.

Il romanzo storico ha precise regole e strutture narrative. Sicuramente tu non sei uno scrittore che accetta le strade già tracciate, sei piuttosto un guastatore. In cosa ti senti innovatore?

Il linguaggio è il campo da gioco che preferisco quando si tratta di sperimentare o scardinare cliché. Nel mio romanzo non si parla come in un peplum anni Sessanta, questo è certo. Né si agisce in punta di penna. Sesso, turpiloquio e ultraviolenza sono ingredienti fondamentali della mia narrativa. E, guarda caso, sono elementi portanti della società romana dell’epoca.

La ricerca delle fonti è il primo passo nella costruzione di un romanzo storico fondato sulla verità storiografica. Come hai raccolto le tue fonti, come hai preceduto alla scrematura dei dati irrilevanti, ti sei fatto guidare dall’intuito e da una tua personale visione dei personaggi?

Diciamo che ho “fatto i compiti”, come dovrebbe fare qualunque autore si occupi di narrativa storica. Sono andato alla ricerca delle fonti originali, scritte dai contemporanei di Costantino (la sua biografia firmata da Eusebio, più qualche chicca messa in pagina dai suoi detrattori), ma non ho trascurato la sterminata produzione storiografica che esiste riguardo all’Imperatore santo. Per consultarla, ho adottato un criterio “ecumenico”: ho studiato testi di centosettant’anni fa (l’opera di Burckhardt, il primo vero storico dell’età di Costantino il Grande, risale all’epoca degli ultimi fasti dell’Impero prussiano) unitamente a volumi recentissimi (come quello di Arnaldo Marcone), senza tralasciare tutto quello che ci sta in mezzo. Solo così è stato possibile costruire un’immagine tridimensionale del personaggio e della sua psicologia.

Oltre alle fonti scritte sei stato influenzato anche da film, sceneggiati, fumetti? Vuoi parlarcene?

Credo sia impossibile, nel XXI secolo, occuparsi di storia antica e fiction senza pensare al Trecento di Zack Snyder o alla serie Spartacus. La mia produzione “imperiale” deve molto a questi modelli espliciti.

Il linguaggio è sicuramente un elemento fondamentale nel ricreare un periodo storico lontano, per dare il senso del tempo, descrivere la mentalità di chi viveva in quel periodo. Come ti sei regolato? Come hai costruito i dialoghi?

Il mondo che ruota intorno a Costantino, la corte imperiale del IV secolo insomma (sia quella di Diocleziano che, dopo, quella che vedrà il figlio di Costanzo indossare la porpora), è un mondo profondamente diverso da quello che siamo abituati a immaginare quando si parla dell’antica Roma. Il IV secolo non è più l’età dell’oro, ma l’inizio del declino che porterà alla fine dell’Impero d’Occidente un secolo e mezzo più tardi. La classe dirigente è quasi tutta composta da soldati, ex soldati e militari in pensione. Che hanno trascorso l’esistenza a mollo nel sangue fino alle ginocchia. Il linguaggio di questa gente non è quello di Cicerone, ma più probabilmente quello che si potrebbe ascoltare in caserma. Dunque, il turpiloquio – come accennato – è un elemento essenziale del dialogo. Detto questo, ho cercato di lavorare sull’intero corpus linguistico in uso da parte dei protagonisti, modernizzando la comunicazione e rendendola conseguente al ritmo del libro.

Parlaci di Costantino, uomo, soldato, imperatore. Pensi di aver catturato nel tuo libro lati del suo carattere mai messi in luce? Quale è la tua idea personale del personaggio?

Costantino è stato molte cose in vita sua, ha vissuto dieci vite in una. Nato figlio di genitori separati, ha dovuto imparare a crescere come un principe, pur non essendo destinato al trono. Ha sempre sofferto dell’assenza di una figura genitoriale di riferimento e non l’ha mai trovata in suo padre Costanzo. Da lì il rapporto complicato con la famiglia e i figli. È diventato prima un usurpatore poi un grande sovrano. È stato un paladino cristiano e uno spietato assassino. Messo al mondo per un mestiere che non era il suo, ha lasciato che il potere assoluto lo corrompesse assolutamente.

Nucleo centrale delle tue opere è il lato oscuro del potere. Che libertà hai trovato nella costruzione del romanzo storico. L’epoca romana si presta meglio dell’epoca contemporanea a riflessioni etiche più universali. O i meccanismi di corruzione, di nepotismo, di opportunismo sono gli stessi in ogni tempo?

La lezione più preziosa che può insegnare lo studio della Storia è che NON si stava meglio quando si stava peggio. Si è SEMPRE stati peggio. Le dinamiche di potere odierne non sono molto diverse da quelle in atto nell’antica Roma. Solo più ipocrite riguardo a disuguaglianza sociale e diritti umani. Ma, come premesso, il potere assoluto corrompe assolutamente, e chi ne beneficia lo fa sempre a discapito di qualcun altro.

Scriverai nuovi romanzi storici? Hai in progetto la rivisitazione di qualche altro personaggio dell’antichità?

Il 24 di ottobre uscirà per Rizzoli COLOSSEUM, il mio nuovo romanzo di ambientazione imperiale: la storia dell’Anfiteatro Flavio e dei due gladiatori che ne divennero gli eroi.

A che scrittori ti sei ispirato? C’è qualche lezione fondamentale che hai imparato? Qualche segreto da confidare ad un autore che per la prima volta si accosti al romanzo storico?

I miei maestri sono Sergio Altieri, Valerio Evangelisti, Giancarlo De Cataldo e Valerio Massimo Manfredi. Quando scrivo, cerco di shakerare i loro insegnamenti con una buona dose di James Ellroy (che non guasta mai). Che si scriva del passato, del presente o del futuro, occorre farlo con dedizione e costanza. Diceva un saggio che questo dannato mestiere è 1% ispirazione e 99% traspirazione. Mi sa che non aveva torto…

Da un punto di vista tecnico come hai proceduto alla stesura del libro: hai scritto una scaletta, hai proceduto di getto, per poi procedere alle revisioni, hai proceduto per immagini, vedendo con la mente le scene delle battaglie etc.?

Io sono un maniaco del controllo, dunque procedo per gradi: prima consulto i documenti e schedo tutti i testi di riferimento. Poi compongo una scaletta dettagliatissima, con notazioni psicologiche per ogni personaggio in ogni scena, e infine scrivo, scena per scena in ordine cronologico.

Quale è la tua scena favorita? Quella che ti sei più divertito a scrivere?

Senza dubbio l’incontro tra Lattanzio e Costantino e la successiva chiacchierata.

Il personaggio più difficile da delineare, quello più sfuggente, negativo, complesso?

Licinio. Un mezz’uomo privo di spina dorsale, ma in fondo anche un monarca giustissimo e mite. Un autentico casino psicologico.

Pensi che Invictus Costantino l’imperatore guerriero si presti ad una rivisitazione cinematografica? Se potessi senza limiti di budget di spesa, usando massima libertà chi sceglieresti per interpretare il protagonista? Che regista?

Sul regista non ho dubbi: Robert Rodriguez è l’uomo che fa per me. Sogno da sempre di lavorare con lui. Nella parte di Costantino, Brad Pitt sarebbe perfetto. Il giovane Costantino, però, lo farei interpetare a Xavier Samuel.

L’epoca in cui visse Costantino fu un’ epoca di crisi, di decadenza; un’ epoca violenta, corrotta, immorale se vogliamo. Come l’ hai resa nel tuo libro? C’è un intento di parlare di ieri per parlare di oggi, della contemporaneità?

Il mio giudizio su Roma è pessimo. L’epoca che descrivo nel romanzo è un’epoca di grandi cambiamenti, in cui il centro del potere si sposta a oriente e l’Urbe rimane un coacervo di corruzione e parassitismo. Ovviamente, parlando di una Roma decadente è difficile non pensare al presente. Ma nel romanzo non c’è solo questo. C’è anche la descrizione della nascita d’un mondo nuovo, sotto l’egida d’un imperatore visionario. A volte i romanzi storici ci parlano insistentemente del presente. Altre, invece, raccontano solo storie di tanti secoli fa.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro?

Un anno e mezzo, tra documentazione e stesura.

Ci sono lati oscuri che ti sarebbe piaciuto approfondire?

Sono abbastanza soddisfatto dell’indagine condotta nelle tenebre della psiche dei miei personaggi. Certo, non nego che mi sarebbe piaciuto dedicare più spazio a quella carogna di Galerio e alla sua personalità distorta.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Sì, siamo prossimi alla firma per un contratto di traduzione molto importante per un paese europeo. Ma, per scaramanzia, preferirei non dare l’annuncio finché non sarà tutto nero su bianco.

Infine nel salutarti, ringraziandoti per la disponibilità e per il tempo che hai trovato per rispondere a questa intervista, parlaci dei tuoi progetti prossimi, c’è un nuovo noir contemporaneo nell’aria?

Certo che c’è. C’è sempre un nuovo noir nell’aria. Segnatevi questo titolo: IL PAESE CHE AMO. Nel 2013 ne leggerete delle belle!

:: Un’ intervista con Anthony Riches a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012 by

Salve Anthony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anthony Riches? Punti di forza e di debolezza.

Ho cinquant’anni e sono un consulente di Project Management che è anche occasionalmente uno scrittore di romanzi storici. Sono sposato con tre figli, 25, 23 e 15 anni, e vivo nella periferia nord di Londra. Punti di forza? Non provo mai panico, non importa quanto la situazione si faccia brutta, sono molto razionale e ho una grande etica del lavoro. Punti di debolezza? Un debole per le auto sportive tedesche, le armi da fuoco ad alta potenza e gli orologi costosi!

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Derby (nelle Midlands inglesi) nel 1961, e mi sono trasferito a Worthing (sulla costa sud) con i miei genitori nel 1967, dove ho vissuto fino a quando sono andato all’università nel 1980. Ho avuto un’infanzia felice, nonostante l’assenza di fratelli e sorelle. Mio padre era un genitore anziano, aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, e fu grazie al fatto che parlai molto con lui della guerra che nacque il mio profondo interesse per la storia militare e la psicologia. Alcuni bambini ossessionano i genitori con i dinosauri in quegli anni di formazione (come ha fatto un mio figlio), o con i calciatori (come ha fatto il mio figlio più piccolo), io li ho ossessionati con le attrezzature militari di tutte le nazioni ed epoche.
Questo interesse è presto sbocciato in un profondo amore per la storia, e così andai a Manchester a studiare Studi Militari, dove frequentai il corso di Studi Russi e Americani, un corso orrendo in cui la facoltà di lettere puniva chi fosse abbastanza di destra da dimostrare interesse per l’esercito facendogli seguire il 50% in più dei corsi rispetto agli studenti normali. I docenti di Studi Russi erano persone normali, i docenti di Studi Americani erano profondamente di sinistra e ci vedevano con sospetto come un gruppo di babykillers (ricordate, questo era meno di 10 anni dopo la fine della guerra del Vietnam). Questo, naturalmente, è servito a unirci, e l’esperienza è stata utile per la vita futura.
Dopo aver cercato di scrivere un thriller tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, nel 1996, sono andato a Housesteads, dove ci sono i resti incredibili del forte di una coorte ausiliaria sul Vallo di Adriano, e sono stato colpito da quello che doveva essere la dura realtà della vita nel secondo secolo. Per un ragazzo romano inviato in Britannia, mi sono reso conto, questo sarebbe stato l’equivalente del fronte orientale! Sei mesi dopo la prima stesura di ‘L’impero, la spada, l’onore’ era completa, anche se probabilmente non era pronta per la pubblicazione. Era un testo troppo accademico, ho il sospetto con il vantaggio del senno di poi. Dal 1999 sono stato project manager a contratto, andavo dove c’era lavoro (e preferibilmente con buoni salari), e negli ultimi dieci anni ho gestito una serie di progetti in tutto il mondo, in Asia, America Latina, Australia, Africa ed Europa. Per un po’ ho lasciato da parte il mio bisogno di scrivere, fino ad un fatidico giorno alla fine del 2007. Lavoravo a Belfast, e mi è capitò di incontrare un uomo che aveva auto pubblicato diversi libri, e gli chiesi di leggere ‘L’impero, la spada, l’onore’, per vedere se riteneva fosse abbastanza buono da essere auto pubblicato. La volta seguente che lo incontrai mi disse di non auto pubblicarlo, ma di inviarlo ad alcuni agenti ed editori.
Scelsi sei agenti, sulla base dell’alto livello scientifico necessario per leggere  romanzi storici e ricevetti alcune proposte tramite e-mail, mi accordai con Robin Wade di RWLA – e poi accettai un’ offerta di Hodder and Stoughton. La serie dell’Impero ha avuto finalmente un editore …

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Non è proprio un lavoro per me, dato che lavoro ancora a tempo pieno, è più  un hobby. Quando mi sono reso conto che volevo scrivere? Alla fine del 1980, quando facevo diventare matta la mia giovane moglie ritirandomi a scrivere ogni sera una volta che i bambini erano stati sistemati per la notte. Quando mi sono reso conto che stava diventando una cosa seria? In piedi, in un campo di grano nel sud della Germania, in primo luogo, suppongo ascoltando il mio agente delineare i termini del mio contratto editoriale. Un momento incredibile per ogni autore, e anche un po’ surreale per il luogo (ero andato a fare una passeggiata sotto il sole d’autunno dal momento che era una bella serata).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Gli autori di cui aspetto sempre i nuovi lavori sono Iain M Banks (SF), Richard K Morgan (SF), Christian Cameron (romanzo storico), Joe Abercrombie (fantasy) e Lee Childs (thriller). Strani gusti per uno scrittore di romanzi storici? Mi piace solo quello che mi piace, credo! E l’autore che mi ha più influenzato? Un scrittore di thriller della seconda metà del 20 ° secolo di nome Adam Hall – essenziale, grintoso ed emozionante, il modo in cui spero di scrivere.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie di Marco Valerio Aquila?

Quel momento magico sul Vallo di Adriano mentre stavo congelando sotto la pioggia (nel mese di agosto!) Con i due bambini piccoli che mi fissavano increduli che li stessi sottoponendo a quella esperienza, credo. Successe all’improvviso, guardai il posto con gli occhi di un romano …

Quanti libri sono previsti per la serie di Marco Valerio Aquila?

Venticinque. Partendo dal 182 a.d. alla morte di Settimio Severo  nel 211 a.d., a York (Britannia settentrionale).

Perché hai ambientato la serie nell’Antica Roma? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Il ‘perché’ è abbastanza evidente, credo. E la ricerca? Beh, la mia laurea è stata in parte sulla guerra antica, e ho letto molto. E c’è tanta roba buona su internet, non sono mai a corto di dati.

Il tuo romanzo, L’impero, la spada, l’onore (Wounds of Honour), il primo della serie, è ora disponibile in Italia grazie alla Newton Compton Editore. Ci puoi parlare di questo romanzo?

Attualmente ci sono cinque libri della serie pubblicati nel Regno Unito. L’impero, la spada, l’onore è la storia del figlio di un senatore, il cui padre sa che sta per essere giustiziato con una falsa accusa di tradimento, e manda suo figlio, un centurione Pretorio, via in Britannia in modo che la sua stirpe continui. Marcus deve combattere, in primo luogo per trovare il suo posto nell’ ambiente ostile di una coorte ausiliaria, e poi per sopravvivere in una guerra feroce con i barbari alla frontiera settentrionale dell’impero di Roma.

Puoi dirci qualcosa in più della trama?

Un  figlio privilegiato costretto a combattere per sopravvivere nel bel mezzo di una rivolta tribale in Britannia, che per tutto il tempo sogna di vendicarsi degli assassini di suo padre.

Quale è la tua scena preferita in L’impero, la spada, l’onore?

Il momento in cui, avanti nel libro, i Tungri (la coorte di Marcus), vengono tratti in salvo dal resto della 6 ° legione (che è stata tradita e ha avuto la loro aquila catturata), e il tribuno al comando grida l’ordine in un momentaneo silenzio che attraversa il campo di battaglia ‘ Sesta legione! Per l’onore dei vostri caduti! Nessun prigioniero! “I peli sul mio collo erano ritti mentre scrivevo!

In L’impero, la spada, l’onore, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile? Marcus, perché dovevo farlo sia vulnerabile e nello stesso tempo abbastanza forte da sopravvivere alla sua situazione. Il personaggio più facile? Dubnus, perché è stato molto divertente da scrivere, dice quello che pensa e fa ciò che sa essere giusto. Anche se sono molto affezionato a Rufo, un cinico centurione in pensione.

C’è un’ opera  che ti ha ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Sì, principalmente ‘Gates of Fire’ di Stephen Pressfield. Geniale.

Parlaci del tuo protagonista.

E’ il  figlio di un senatore che viene strappato via dalla sua posizione e dai suoi agi  dopo l’assassinio del padre, e si trova catapultato in una coorte ausiliaria, costretto a combattere per la sua sopravvivenza. E ‘un dimacherius, mortale con le due spade, è intelligente e (questa è sia la sua forza che la sua debolezza), una volta provocato è capace di accettare i rischi più terribili sul campo di battaglia. Come si vede nel terzo libro quando… ah, ma questo non ve lo devo raccontare!

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

No. C’è troppa roba romana là fuori; il fatto è che i produttori tendono a scrivere i propri script per evitare di dover pagare i diritti. Un giorno forse …

Com’è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Parlo molto con i miei lettori. Il mio sito web ha una pagina di commenti e mi piace ricevere feedback, anche critiche. Se non ascolti le critiche, non potrai mai imparare!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Mi piacerebbe pensare che sarò in grado di diventare uno scrittore a tempo pieno a un certo momento nei prossimi anni, ma le mie vendite attuali non supportano ancora la mia passione per le auto sportive tedesche! Ho intenzione di continuare a scrivere fino a quando avrò 70-75, e ho altri 20 libri della serie  Impero che mi piacerebbe scrivere.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Purtroppo, sì lo faccio! A volte rispondo pure, soprattutto a quelle cattive, ma solo se sento che il recensore è stato ingiusto o non ha letto il libro in modo corretto. E bisogna ascoltare le critiche! Recentemente mi è stato detto che uso troppo nei libri le espressioni facciali (sopracciglia sollevate, per lo più), che è un’ osservazione vera.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di rileggere The Heroes  di Abercrombie, e ora sto aspettando con impazienza che Poseidon’s Spear di Christian Cameron arrivi sul mio Kindle.

C’è stato un insegnante che ti è stato particolarmente d’ ispirazione?

Non in termini di scrittura, no. Ho avuto diversi insegnanti però che mi hanno aiutato a capire il modo in cui un uomo dovrebbe scegliere di vivere.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho programmi di presentazioni attualmente, anche se amo il vostro paese e mia moglie ed io stiamo organizzando una settimana a Roma il prossimo anno, quindi chi lo sa? Ad essere onesti, non ho idea se L’impero, la spada, l’onore abbia avuto successo in Italia, ma spero di sì!

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì, sto lavorando sodo per completare il 6°  libro della serie Impero (The Eagle’s Vengeance), e dopo scriverò il 7° (The Emperor’s Knives), che vede il nostro eroe a Roma per vendicare l’assassinio del padre. E poi ho un’altra serie nella mia testa, ma è piuttosto diversa da Roma! Solo il tempo ci dirà se riuscirò a farla pubblicare.

:: Un’intervista con Andrea Frediani a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012 by

Benvenuto, Andrea, su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Presentati ai nostri lettori. Chi è Andrea Frediani?

Io mi definisco un “divulgatore storico”. Mi piace far sapere agli altri che la storia è bella e avvincente, e non è quella, fatta di date e dati, che si studia spesso a scuola. La storia è fatta di uomini e delle loro emozioni, e io cerco di farlo capire attraverso le mie quattro declinazioni di romanziere, saggista, consulente e articolista.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre, che era un militare, mi portava spesso al cinema a vedere film di guerra, da bambino. Inoltre, ai miei tempi non c’erano playstation, wii o cose del genere e i maschietti giocavano a soldatini. Ho finito quindi per visualizzare i contesti in cui ambientavo le mie battaglie e per sviluppare una passione per la storia, che poi ho concretizzato negli studi universitari.

Quando hai deciso per la prima volta di diventare uno scrittore?

A nove anni ho letto “La storia di Roma” di Indro Montanelli, e ho pensato che da grande avrei fatto la stessa cosa: avrei spiegato la storia agli altri attraverso i libri.

Come è nato il tuo amore per l’Antica Roma?

A me la storia piace tutta, senza grosse distinzioni. Mi interesso di più di antica Roma perché mi viene più richiesta.

Ho iniziato a conoscerti come autore leggendo Dictator: L’ombra di Cesare-Il nemico di Cesare-Il trionfo di Cesare, poi ho avuto modo di leggere La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori entrambi editi per Newton ComptonC’è una sorta di continuità tra i due libri, un progetto che ha accomunato la dinastia Giulio- Claudia. Ce ne vuoi parlare?

In realtà, sono nati ciascuno per conto suo, ma ora nuovi romanzi creeranno una linea narrativa comune. A suo tempo, mi è stato chiesto di scrivere una trilogia su Cesare, e in un primo momento avevo rifiutato, perché sembrava che su di lui fosse stato scritto di tutto. Poi mi è venuto in mente che della sua amicizia/rivalità con Tito Labieno non aveva mai parlato nessuno, e ho incentrato la trilogia su questo aspetto. La Dinastia è nata invece da una mia intuizione: adesso vanno molto le serie televisive sulle grandi famiglie storiche (I Tudor, I Borgia), ma mai nessuno aveva parlato della più importante di tutte, la Giulio-claudia. Così, ho pensato di scriverne un libro concepito come un serial Tv, strutturato attraverso 17 episodi pressoché autoconclusivi con personaggi di volta in volta diversi.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La dinastia? Quale stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Il potere. Non dovevano esistere personaggi del tutto positivi, perché il messaggio che volevo lanciare era che il potere corrompe e droga anche il più idealista degli uomini. Tutto, nel libro, ruota intorno a questo concetto.

Come hai fatto a gestire così tanti personaggi, dai protagonisti ai comprimari. Come sei riuscito a non farti sovrastare dalla complessità delle loro vicende?

Questo è stato infatti il motivo per cui avrei preferito farne una trilogia. I personaggi sono tanti, spesso con nomi uguali: ve ne sono ben 450, di cui solo 6 inventati, sebbene solo una trentina siano i veri protagonisti. Le vicende legate alle loro gesta sono infinite, naturalmente, e ho dovuto operare delle scelte, che tenessero conto dello scopo che mi prefiggevo, ovvero del messaggio che volevo lanciare. Ma non ho mai avuto dubbi che ciascun lettore avesse il proprio eroe e le proprie fissazioni, e che magari avrebbe preferito che sviluppassi una linea narrativa piuttosto che un’altra, un personaggio piuttosto che un altro…

Come ti sei documentato? Che testi hai consultato? Hai fatto ricerche in rete? Visto sceneggiati e film?

In rete è sempre meglio non attingere. Troppe bufale. Le fonti sono abbondanti, per quell’epoca: Cassio Dione, Svetonio, Tacito, o almeno quello che di loro sopravvive, ci forniscono molti spunti, che però vanno sviluppati perché permangono molte zone d’ombra. Ed è lì che entra in gioco la “immaginazione scientifica” di un romanziere, che deve rispettare i paletti posti dalle fonti e riempire i tanti vuoti con vicende verosimili, se non vere. E ho scelto di dare credito alle voci di pettegolezzo sulle nefandezze di imperatori come Caligola e Nerone; dove c’è fumo, come vediamo oggi con i nostri politici, spesso c’è anche arrosto…

La dinastia è un romanzo strutturato come un serial tv. Che tipo di strumenti tecnici hai mutuato dalla televisione e dal cinema?

Come in tutti i miei romanzi, non ho fatto uso della voce narrante. Ogni capitolo è una scena cinematografica, vissuta “in soggettiva” da uno dei personaggi. Il lettore vive la vicenda sempre attraverso gli occhi dei singoli protagonisti. Il linguaggio è semplice, essenziale, non descrittivo, proprio come una sceneggiatura. I capitoli sono strutturati sempre con montaggio parallelo tra le scene, secondo una tecnica cinematografica che assicura allo spettatore il ritmo e una cadenza serrata.

Quale è stata la parte più laboriosa durante la stesura del libro?

L’evitare la confusione tra personaggi e generazioni e che tutti somigliassero troppo l’uno all’altro. Evitare che il lettore si perdesse tra i tanti personaggi e gli infiniti gradi di parentela tra loro. Mi sono dovuto mettere in continuazione nei panni del lettore, per assicurarmi che fosse sempre tutto chiaro. Il rischio di ripetersi o di sovrapporre i protagonisti era sempre dietro l’angolo: una specie di incubo…

Quali sono i tuoi scrittori contemporanei preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Quando ho iniziato a scrivere romanzi, dopo tanti anni di saggi, mi sono posto il problema di come scrivere, e ho deciso di ispirarmi agli scrittori anglosassoni dai cui romanzi sono stati tratti film: gente che magari non ha un grande spessore letterario, ma che sa come farsi capire e come rendere avvincente un romanzo,. Sto parlando in special mondo di Ken Follett e Michael Chrichton.

Progetti di traduzioni per l’estero?

I miei libri sono già tradotti in diversi paesi. La Dinastia dovrebbe finalmente arrivare anche al mercato anglosassone, almeno in formato elettronico.

Cosa stai leggendo al momento?

Leggo sempre più cose contemporaneamente, tra saggi e romanzi. Soprattutto testi che mi servono per documentarmi sul mio romanzo in stesura. Per evadere, mi rilasso con qualche thriller o noir.

Sempre quest’anno è uscito Le grandi battaglie di Alessandro Magno. L’inarrestabile marcia del condottiero che non conobbe sconfitte. Ce ne vuoi parlare?

Alessandro Magno è una ristampa di un mio saggio uscito diversi anni fa. Molti dicono che sia stato il più grande condottiero della storia, ma forse è stato soprattutto il più fortunato, perché il padre gli ha messo a disposizione un regno coeso e una Grecia finalmente unita, e perché l’impero persiano era in decadenza, nonché retto da un re che scappava ad ogni battaglia. Se il valore di un condottiero lo si vede anche dalle condizioni in cui costretto a operare e dallo spessore degli avversari che incontra, allora quello di Alessandro va un po’ ridimensionato. Il che poco toglie all’enormità delle sue imprese, comunque…

Cosa pensi degli ebook?

Sono stato molto diffidente nei loro confronti, ma siccome non abito in un castello, mi sto decidendo a leggere almeno i romanzi in formato elettronico, perché ormai ho libri anche in bagno. Ho paura che in futuro prenderanno il sopravvento e il mestiere del libraio sarà destinato a sparire. Ovviamente, io appartengo a una generazione legata al libro-oggetto, e sono restio ad accoglierlo con entusiasmo. Ma se servono a indurre alla lettura gente che non legge o che ha avuto il suo imprinting con l’elettronica, ben venga…

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai scrivendo un nuovo libro. Altri progetti?

Ovviamente, non posso parlarne in dettaglio. Ma qualche indizio l’ho fornito nel corso dell’intervista. Intanto, comunque, a brevissimo uscirà un nuovo saggio cui tengo molto: “Le grandi battaglie tra greci e romani. Falange contro legione”, con 16 pagine di ricostruzioni a colori degli scontri, dei soldati e degli equipaggiamenti.

:: Recensione di Nero criminale – I segreti di una città corrotta di Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 settembre 2012 by

Era il ‘nero criminale’, una mia elaborazione dell’hard-boiled ispirata un po’ a Richard Stark, un po’ a Josè Giovanni e a Melville, parecchio al poliziottesco e al cinema del milieu di Fernando Di Leo che poi era una sua rivisitazione personale di Scerbanenco.

Io racconto storie criminali, come questa in cui si trovano persone di ogni etnia e ceto sociale in un intrico che lega tutti perché a volte, la sera, quando guardo il traffico cittadino scorrere nelle grandi arterie tutte quelle luci mi sembrano far parte di un unico disegno, un unico piano. Non so se criminale ma, con la fantasia, di certo lo è.

Ma, in questa foto al nero della mia città c’è anche fortissima la passione per il ‘polar’ francese degli ultimi anni. Di quello cinematografico e televisivo ma anche quello reale. La storia dei Manouches è una storia vera e ci riporta all’epopea dei ‘flic e dei caid’ che hanno creato la leggenda criminale della banlieue francese. [1]

Chance Renard, alias il Professionista, torna in libreria con Nero criminale – I segreti di una città corrotta, grazie a Edizioni della Sera e a Enzo Carcello, che l’ha voluto nella sua collana Calliphora, dopo Rock – I delitti dell’uomo nero di Danilo Arona.
L’autore, Stefano Di Marino, con una bibliografia importante, qualcosa come più di 80 romanzi pubblicati oltre a numerosi racconti, saggi e traduzioni, è indubbiamente un maestro del “nero criminale” e soprattutto uno scrittore di talento capace di nobilitare un genere che ha avuto anche i suoi grezzi eccessi pieni di stereotipi ed effettacci da z movie.
Con una solida scrittura e grazie all’insolita capacità di unire il senso dell’azione a lampi introspettivi venati anche di malinconia, Di Marino si colloca tra gli scrittori in grado di dare spessore e realistica profondità ad un genere che è riduttivo definire solo “noir”. E’ molto di più, è letteratura senza categorie e limitazioni.
La sua capacità di dare vita all’anima più nascosta di Milano, con pochi tratti, con poche frasi essenziali e illuminanti, facendo si che i luoghi diventino parte viva della narrazione e protagonisti essi stessi, è a mio avviso cosa meglio definisce il suo stile ed è sicuramente la parte che ho amato di più di questo libro. Tutto scorre come nel fiume di auto che scivola tra i grattacieli, tra i grandi palazzi dalle sagome più bizzarre costruiti in vista dell’Expo 2015. Un torrente di luci in movimento che supera i navigli, i rioni con le case basse, quelli delle fabbriche abbandonate. Cartelloni pubblicitari e insegne di locali notturni, grandi magazzini e scure abitazioni popolari. Gangland, appunto. La mia città.
L’utilizzo della prima persona, canale diretto tra il protagonista, alter ego dell’autore e il lettore, aggiunge ad una storia dannatamente seria e violenta se vogliamo, connotazioni intime e private capaci di suscitare suggestioni ed emozioni che nascono dalla spontaneità e dalla sincerità che traspare come in filigrana tra le pagine.
Non è certo un testo dichiaratamente politico o con intenti sociali, pur tuttavia emerge un quadro sociologico che necessità di una lettura ben più approfondita di una semplice lettura superficiale. Nel testo sono presenti messaggi, riflessioni, considerazioni dell’autore, che denotano la volontà di parlare di cose serie pur sotto la forma di letteratura di intrattenimento e di svago. Ma svago intelligente, che trasmette qualcosa, non si limita a parlare del nulla.


:: Recensione di Tre settimane a dicembre, Audrey Schulman, (E/O, 2012) di Viviana Filippini

7 settembre 2012 by

L’Africa. Chi ci è stato almeno una volta nella vita ne è rimasto affascinato. In Africa c’è una forza  misteriosa che si nasconde e che lascia qualcosa negli animi dei suoi visitatori. Un segno così intenso che molte persone una volta visitato il continente nero, spesso ci ritornano. L’Africa, o meglio uno dei suoi stati, è il protagonista del romanzo Tre settimane a dicembre di Audrey Schulman. Nel presente recente troviamo Max, che non è un uomo come si potrebbe pensare dato il nome, ma un giovane donna esperta di etnobotanica spedita in Africa a cercare misteriosa una radice, i cui effetti sarebbero molto utili in ambito farmaceutico. Nel passato del 1899 c’è invece Jeremy, un esperto ingegnere mandato in Africa per controllare i lavori di costruzione della ferrovia. Una donna e un uomo lontani nel tempo, ma vicini per le esperienze vissute e i luoghi conosciuti. In Africa, Max  immersa in mezzo alla natura e ai gorilla troverà finalmente quel senso di libertà che ha sempre cercato, ma che non è mai riuscita a trovare a causa dei limiti che la sindrome di Asperger (malattia di cui la protagonista è afflitta) le ha da sempre imposto. In parallelo,  Jeremy diventerà un eroe per la popolazione locale e il terrore per i branchi di leoni che girano attorno ai villaggi. Allo stesso tempo il suo cuore sarà toccato nel profondo dagli ambigui sentimenti che prova nei confronti di un indigeno che lo accompagna a caccia, fino a quando capirà che ciò che lo tormenta non è semplice affetto. Quello presentato in Tre settimane a dicembre non è solo un viaggio fisico attraverso le affascinanti terre del continente africano, ma un vero e proprio cammino interiore che Max e Jeremy compiono nel tentativo di capire il loro io. Un percorso di  studio del sé che la donna e l’uomo riescono a fare solo sradicandosi in modo completo dal mondo dove sono nati e cresciuti, cioè da quella dimensione sociale che a causa dei tanti pregiudizi non solo non li ha mai capiti, ma li ha anche esclusi etichettandoli come “strani” e “diversi”. I due protagonisti si trovano coinvolti in un conflitto tra il mondo umano e quello animale che assume i tratti di un pellegrinaggio conoscitivo compiuto con modalità diverse e per comprendere al meglio quanto Max e Jeremy lottino per capire se stessi è interessante il differente rapporto che i due instaurano con l’ambiente naturale che li circonda: Jeremy per ottenere ciò che vuole utilizza la violenza e finiti gli sfoghi di rabbia trattenuta per troppo tempo, lui ha dei profondi sensi di colpa che lo tormentano. Segni evidenti di un animo sensibile e combattuto. Nel  presente, Max agisce in modo diverso relazionandosi  in pace ai gorilla, creando con loro una simbiosi perfetta, tanto da diventare parte integrante del branco. Perché leggere Tre settimane a dicembre edito dalle E/O? Perché il romanzo non racconta solo la scoperta di una terra sconosciuta e le bellezze che la caratterizzano, ma in esso troverete l’eterno conflitto tra l’uomo e la natura, poi scoprirete la lotta alla sopravvivenza e alla conoscenza di sé attuata con grande coraggio da parte dei due protagonisti. Il libro della Schulman è un condensato di immagini d’Africa, non tanto visive, ma più olfattive e tattili, in quanto la percezione degli elementi naturali del continente africano avviene grazie a Max e al suo modo, direi fisico, di relazionarsi con l’ambiente circostante. Tre settimane a dicembre è un libro intenso e carico di sensazioni che evidenzia verso il lettore un grande potere di attrazione, perché il lettore sarà comodamente seduto nella poltrona di casa e leggendo esplorerà tra passato e presente la lontana terra d’Africa, attraverso le sottili e intricate trame di due vite lontane a livello temporale, ma molto più vicine di quanto si possa immaginare. Il tutto – 400 pagine  ben tradotte da Nello Giulgiano, che volano via in una soffio-  è un percorso costruttivo di sensazioni percettive attraverso gli odori, i profumi e i colori. Max e Jeremy saranno tra loro lontani nel tempo, ma in realtà c’è un qualcosa di nascosto nelle vite di entrambi che li rende molto più vicini di quello che noi lettori pensiamo. E’ un qualcosa di profondo e di inaspettato che lascerà – a me è successo – chi legge col fiato sospeso fino alla fine, con la conseguente consapevolezza che il mondo con tutte le sue complicazioni sociali, forse non è quell’immenso sconosciuto che crediamo.

Audrey Schulman è autrice di altri tre romanzi, Swimming with Jonah, The Cage e A House Named Brazil, tradotti in più di dieci lingue. Nata a Montréal, oggi vive nel Massachusetts.

:: Recensione di Finché le stelle saranno in cielo di Kristin Harmel (Garzanti, 2012)

7 settembre 2012 by

Finché le stelle saranno in cielo (The Sweetness of Forgetting, 2012), traduzione di Sara Caraffini, edito da Garzanti, è il primo romanzo uscito in Italia di Kristin Harmel, reporter di People Magazine e opinionista di diverse trasmissioni televisive americane tra cui Good Morning America, già autrice di numerosi bestseller che probabilmente i lettori in lingua inglese conosceranno. Finché le stelle saranno in cielo non è dunque il suo esordio, e leggendo la sua biografia risulta che ha iniziato a scrivere molto giovane dedicandosi prevalentemente al giornalismo, tuttavia conserva una certa freschezza che non lascerà indifferenti specialmente le lettrici più sensibili e romantiche.
Finché le stelle saranno in cielo è per prima cosa una storia famigliare, di amore se vogliamo, che racchiude un messaggio profondo quanto mai attuale e coraggioso. Innanzitutto il romanzo fa luce su un aspetto dell’Olocausto ebraico decisamente oscuro e poco noto, che merita invece di venire alla luce e di essere conosciuto più diffusamente anche tramite un romanzo, perché no.
Facendo una veloce ricerca in rete ho trovato per esempio il saggio Tra i giusti Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi, edito da Marsilio, di Robert Satloff, storico e direttore dell’Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente, il cui 5 capitolo s’intitola “Gli arabi proteggevano gli ebrei”, ma sinceramente prima di leggere Finché le stelle saranno in cielo non avevo mai approfondito il fatto che durante la Seconda Guerra mondiale molte comunità musulmane, e non solo cristiane, si attivarono per salvare dalla deportazione e dai campi di sterminio migliaia di ebrei.
Finché le stelle saranno in cielo parla proprio di questo, narra infatti la storia di Rose, una ebrea scampata, nella Francia occupata, alla furia nazista grazie ad una famiglia musulmana ed emigrata in America. Ormai anziana e sulla soglia di perdere completamente la memoria, per il morbo di Alzheimer, incarica la nipote Hope di cercare i suoi parenti sopravissuti e il suo antico amore Jacob, padre di sua figlia.
La delicatezza con cui Kristin Harmel tratta questo tema, e l’influenza del diario di Anna Frank si manifesta evidente in alcuni tratti, forse i più poetici, rende la lettura adatta sia ad adulti che ragazzi. Commovente ed emozionante, questo romanzo, decisamente ben scritto, racchiude un messaggio di pace e speranza raccontando una storia realmente accaduta che supera il tempo e lo spazio e infrange innumerevoli preconcetti e tabù. Consigliatissimo.

:: Recensione di Lupi di fronte al mare di Carlo Mazza (Edizioni EO, 2011)

4 settembre 2012 by

Lupi di fronte al mare, noir di denuncia e opera di esordio di Carlo Mazza, uscito circa un anno fa nella collana Sabot/age dell’editrice EO, è un romanzo che si ricollega alla tradizione che lega il noir sociale al più coraggioso reportage giornalistico, filtrato dalla sensibilità di uno scrittore che partendo da una base realistica e ampiamente documentata, la cronaca ci presenta quotidianamente casi di malasanità, corruzione e malaffare per cui gli spunti narrativi sono innumerevoli, costruisce una storia romanzata colorata di umanità e debolezze che accrescono e danno profondità a fatti che se narrati in modo asettico e impersonale perderebbero di efficacia nel condannare i mali più rugginosi della nostra società.
Lupi di fronte al mare è ambientato al Sud, a Bari, ma pur essendo geograficamente delimitato, a questo contribuisce anche l’uso mirato e sapiente del dialetto, pur non perde una certa universalità che accresce la solida base etica e morale che lo sorregge. Denunciare il malaffare, le strette connivenze tra criminalità, politica e società apparentemente per bene, l’omertà, la corruzione sempre più profondamente corrosiva e infestante, implica non solo una scelta morale ben precisa di adesione alla legalità, ma anche un coraggio etico che l’autore non si limita a possedere, ma trasmette anche al lettore più si va avanti nella lettura.
Lo stile è piano, uniforme, cadenzato, non gioca sulle regole classiche della suspense ad effetto, e questo sicuramente contribuisce ad accrescere il sapore di verità e il realismo di quest’opera ibrida per alcuni versi.
L’atmosfera mefitica che avvolge la città, ben delineata da una sorta di rassegnazione ed inevitabilità, accentua poi il contrasto delle scelte morali fatte dal protagonista, il granitico e tormentato capitano  Bosvades e dalla coraggiosa giornalista che l’affianca nell’indagine che, partendo dall’omicidio di un onesto professore, si allarga a macchia d’olio portando alla luce tutto il marcio che avvelena una città, Bari, divenuta simbolo di quella terra di frontiera dove si combatte ogni giorno tra legalità e illegalità, tra compromessi e atti di coraggio, tra corruzione e integrità.
Forse per la prima volta lo scandalo della sanità pugliese è stato trasposto in un romanzo, sicuramente gli spunti di riflessione sui meccanismi di questo degrado morale, prima che economico, sono innumerevoli e ben si prestano ad approfondire la nostra conoscenza dei problemi che avvelenano il nostro vissuto. Una ragione in più dunque per leggere  questo libro, con la consapevolezza che persone come il capitano Bosvades esistono veramente e che molto spesso si accontentano di piccole vittorie che, anche se non debellano il male alla radice una volta per sempre, sono pur tuttavia l’unica strada percorribile per un essere che voglia definirsi “umano”.

Intervista a Carlo Mazza qui

:: A Roma il FLEP! il primo festival delle letterature popolari

4 settembre 2012 by

A SETTEMBRE PARTE IL FLEP!

A Roma dal 12 al 16 settembre il primo festival delle letterature popolari.  E’ pronto a partire il Flep!, il primo festival delle letterature popolari, ideato e promosso dagli autori di TerraNullius Narrazioni Popolari e dall’associazione Ontheroad con il patrocinio del V municipio di Roma. Un progetto che prenderà vita dal 12 al 16 settembre al Parco Meda, nel quartiere popolare Tiburtino, dove all’inizio degli anni ’80 un gruppo di ragazzi decise di “piantare”un bus e riappropriarsi di uno spazio lasciato al degrado.
Da quel bus, divenuto anche logo del Festival, il Flep! ha deciso di cominciare la sua avventura: cinque giorni di eventi che hanno raccolto da subito l’entusiasta adesione di importanti nomi della scena letteraria italiana, nonché di performer teatrali, artisti e musicisti. In calendario, una fiera editoriale all’aperto concepita più come un bazar dove incontrare i libri e i loro autori, una postazione dove conoscere le nuove tecnologie applicate all’editoria e un palco letterario dove i libri sono presentati attraverso letture, musica ed immagini proiettate su maxi schermo.
Completano il programma corsi di scrittura e illustrazione per bambini, una radio che in diretta streaming darà voce ai protagonisti e agli avventori del parco, un punto ristoro e tanto altro. “Il Flep! – spiegano quelli di TerraNullius – vuole riavvicinare la società civile alla cultura alta, ai valori della nostra tradizione letteraria e artistica, convinti che l’arte in tutte le sue sfaccettature sia l’unico motore ‘sano’ della civiltà, l’unica cosa in grado di raccontarci chi eravamo, chi siamo e cosa siamo in grado di fare. Flep! è una risposta ‘attiva’ all’ imperante mercificazione della cultura e alle logiche della sua industria oramai agonizzante”.
Tradizione, ma anche innovazione: il Flep! permetterà a tutti di entrare in contatto con le nuove tecnologie digitali di comunicazione e condivisione, come gli e-book e il Social Sharing, una biblioteca di opere in copyleft.
Spazio anche all’arte e all’illustrazione con alcuni tra gli artisti che si sono maggiormente distinti in questi anni nell’utilizzo dei mezzi di stampa popolari o dei canali overground. Daniela Tieni, Toni Bruno, Veronica Leffe e Davide De Cubellis sono i nomi degli artisti che esporranno da mercoledì a sabato nella sala Ipercontemporanea, che ogni giorno alle 18 aprirà i suoi battenti con il vernissage delle mostre, l’incontro con gli autori e tanti ospiti tra cui Daniele Magrelli, le riviste Mamma!, Antifanzine e altri ancora.
E non poteva mancare un appuntamento dedicato ai più piccoli, per loro il Flep! ha organizzato uno spazio curato da Miriam Dubini, autrice di Aria e altre pubblicazioni per bambini edite da Mondadori, che proporrà un innovativo ‘laboratorio di cicloscrittura’, dove si divertiranno a scrivere racconti e a illustrarli per poi esibirli nella giornata finale.
Momento centrale dell’evento sarà ovviamente il palco letterario, dove si alterneranno autori rappresentativi di quel sentimento che vede nella letteratura un momento di condivisione popolare.
Molti quelli che hanno già dato la loro adesione al Flep: da Erri De Luca a Wu Ming , da Nanni Balestrini a Carola Susani, e ancora, Claudio Morici, Carolina Cutolo, Saverio Fattori e tanti altri.
Ogni giorno il festival si chiuderà con una serata musicale, proponendo artisti che spazieranno Dal free jazz al rock acustico, fino ai dj set r’n’b, dubstep e reggae.
“Siamo partiti solo da poche settimane- avvertono gli organizzatori- e l’entusiasmo che Abbiamo trovato ci sta invogliando a non fermarci qui e a immaginare altri appuntamenti, in altri luoghi dove continuare a divertirci a fare cultura. Ma per ora, si parte col bus del Flep! poi si vedrà”

Per saperne di più non resta che seguire il bus!

Il portale del flep
http://www.flep.tk/

:: Recensione di Il Confidente di Hélène Grémillon (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

4 settembre 2012 by

Una lettera trovata tra le decine di biglietti di condoglianze ricevute per la morte della madre. Un uomo che spunta da un passato sconosciuto. Una verità tenuta nascosta per decenni. Un segreto che è giunto il momento di svelare. Questi sono gli ingredienti de Il Confidente di Hélène Grémillon.
Camille lavora per una casa editrice quando sua madre muore in un tragico incidente d’auto. Da quel giorno la vita di Camille cambierà inevitabilmente.
Dopo il funerale riceve tanti biglietti di condoglianze. Tra queste dimostrazioni di affetto e vicinanza spunta una busta molto più grossa e pesante delle altre. Camille la apre e si trova davanti a uno strano racconto di un tale di nome Louis. Lo scritto parla di Annie, di Louis e di un piccolo paesino francese prima della Seconda Guerra Mondiale.
Camille non conosce nessun Louis e nessuna Annie. Pensa  che il mittente abbia sbagliato destinatario. Quando la settimana successiva riceve una seconda lettera si accorge che il racconto prosegue.
Camille lavora nell’editoria e il suo compito è quello di selezionare nuovi possibili romanzi e così crede di trovarsi davanti a uno scrittore piuttosto intraprendente che le propone il proprio romanzo in una maniera un po’ insolita: a puntate, tramite posta ordinaria e interrompendosi ogni volta in un punto cruciale. Un buon modo per cercare di attirare l’attenzione e emergere dalla massa di manoscritti. Camille infatti comincia ad aspettare con ansia l’arrivo di ogni lettera finché cominciano i dubbi: e se non si trattasse di un racconto ma di una storia vera? Se Annie e Louis fossero due persone in carne ed ossa? Ma soprattutto, se lei, Camille, c’entrasse davvero qualcosa con tutta quella storia? “Ho sempre pensato che i segreti devono morire insieme a chi li ha custoditi. Adesso, però, a lei devo dire tutto.”  E se questo segreto riguardasse l’intera esistenza di Camille?
Il confidente è un romanzo a più voci che parla di un segreto tenuto nascosto per troppo tempo. La storia si dipana tra presente e passato tenendo incollato il lettore alle pagine del libro. Si legge tutto d’un fiato. La storia di Annie e Louis è avvincente e tragica e, come Camille, anche il lettore vuole arrivare in fonda alla faccenda, scoprire la verità. Ma la verità ha sempre almeno due facce: e oltre alla versione di Louis spunta poi quella di una donna molto vicina a Camille.
Un romanzo ricco di suspense dove il passato ritorna per modificare il presente e dare al futuro una luce radiosa, perché, a volte, i segreti è meglio svelarli, specie se potrebbero cambiare in meglio la vita delle persone come in questo caso.

:: Recensione di Il silenzio dell’onda di Gianrico Carofiglio (Rizzoli, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

3 settembre 2012 by

L’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, finalista al Premio Strega 2012, è un’esperienza multisensoriale, da leggere e da ascoltare. L’autore, infatti, attraverso i suoi personaggi, indica la musica che fa da colonna sonora alla sua storia: l’album Nevermind dei Nirvana, Light My Fire dei Doors, Time Is on My Side dei Rolling Stones, Everybody Hurts dei R.E.M., Tunnel of Love dei Dire Straits, Don’t Stop Me Now dei Queen, With or Without You degli U2 e Stairway to Heaven dei Led Zeppelin.
Il titolo allude a un’onda: bisogna pensare alle grandi onde oceaniche della California che avvolgono, e spesso travolgono, i surfisti. Anche la vita a volte si comporta così: travolge, sommerge, lasciandoci senza fiato e senza punti di riferimento, come accade ai protagonisti del romanzo. Nelle recensioni di solito ci sono delle anticipazioni sulla vicenda narrata e sui personaggi. In questo caso, però, ogni informazione rischia di rovinare il piacere della sorpresa, quella sensazione che si prova quando si entra in un mondo nuovo, da scoprire pagina dopo pagina. È una caratteristica tipica dei buoni romanzi, ma in questo si apprezza particolarmente.
Carofiglio, mandato in ferie per un po’ l’avvocato Guerrieri, dà vita a una storia dalla trama semplice, con pochi personaggi, ma che scava profondamente nell’animo umano. Il libro racconta in parallelo le vicende di Roberto Marías, maresciallo dei carabinieri in congedo in cura da uno psichiatra, e Giacomo, un ragazzino timido che scrive in un diario i suoi sogni in cui vive grandi avventure in compagnia di un cane parlante.
Seduta psicanalitica dopo seduta, sogno dopo sogno, si scoprono particolari sulla vita dei personaggi, con una struttura narrativa vivace, dove si alternano in maniera efficace e non giustapposta realtà e dimensione onirica, episodi del presente e del passato. Cosa ha portato il maresciallo dei carabinieri specializzato in missioni sotto copertura a prendere psicofarmaci e a dover andare dallo psichiatra due volte alla settimana? Cosa vuole comunicare il cane al piccolo Giacomo?
Tutti i romanzi interessanti provocano al lettore un dispiacere quando è costretto a interrompere la lettura per dedicarsi ad altre attività. In questo caso, però, è un vero e proprio fastidio: Carofiglio riesce immediatamente a catturare l’interesse di chi legge, che si affeziona ai protagonisti e continua a pensare a cosa accadrà loro nelle pagine successive almeno finche non potrà riaprire il libro. Lo stile è essenziale, le situazioni e i personaggi vengono descritti in modo vivace, inserendo anche battute ironiche. I protagonisti, nonostante siano stati messi a dura prova dalla vita, non smettono di cogliere i lati comici dell’esistenza. Notevole è poi la capacità dell’autore di passare dal linguaggio di un maresciallo molto vicino alla realtà criminale, a quello di un bambino di undici anni, con i suoi sogni e le sue paure.
Chi non è un carabiniere sotto copertura nato in California e abituato a trattare con i narcotrafficanti internazionali non ha vissuto esperienze simili a quelle di Roberto  Marías, ma tutti hanno dei momenti di difficoltà, in cui ci si sente travolti e sopraffatti. Il silenzio dell’onda, oltre che un romanzo avvincente, ha la funzione di una seduta di analisi che, a un prezzo ragionevole, offre un messaggio di speranza: può capitare di finire sotto una grande onda, ma si può venirne fuori. La regola fondamentale è non farsi prendere dal panico, non fare resistenza perché è inutile, e aspettare che passi.

Il silenzio dell’onda

Gianrico Carofiglio

Rizzoli, 2011

pp. 300