:: Recensione di La notte che sono andata via di Cristiana Danila Formetta (MilanoNera, 2011) a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2012 by

Gli amanti hanno sempre qualcosa di speciale che li lega, un posto che ha un significato segreto, una canzone. Noi invece avevamo Godard, frammenti di bianco e nero senza musica. La nostra colonna sonora era la strada, le stazioni ferroviarie dove mi vedevi arrivare, il fischio monotono dei treni di passaggio, lo stridore delle rotaie, il frastuono del metallo che copriva le banali melodie da spot pubblicitario che entrambi fingevamo di odiare. Eravamo corpi in transito, viaggiatori distratti che si perdevano di stazione in stazione. Nessuno faceva caso a noi, nessuno pareva notare quanto lunghi fossero i nostri abbracci.

Parlare di erotismo è sempre difficile e complesso un po’ perché ognuno di noi ha una propria percezione di cosa sia erotico o meno, un po’ perché fa parte di qualcosa di così profondo e antico insito nell’uomo che è sempre necessario usare rispetto e sensibilità per definirlo. E sensibilità e rispetto utilizza Cristiana Danila Formetta in questo suo racconto/lettera/monologo La notte che sono andata via uscito in ebook per la collana pink di MilanoNera. Una donna per metabolizzare, spiegarsi, decifrare un amore che si è chiuso con un abbandono si espone in prima persona e tenta di raccogliere i frammenti di una storia fatta di sentimenti, necessità, sensualità, sesso e amore. Una storia semplice, anche se le persone coinvolte sono complesse, una storia che può richiamare alla mente nostre stesse storie conclusisi con un addio. E cosa c’è di più erotico dell’assenza, del desiderio che sempre ci sfugge, che ci eccita, ci emoziona, a volte ci fa soffrire perché implica scelte, decisioni non sempre facili non sempre prive di rischi. E l’autrice sfuma tutte queste gradazioni d’amore senza essere mai volgare, senza turbare la sensibilità di nessuno, con naturalezza, spontaneità, sincerità. Una bella storia, forse troppo breve, dove i protagonisti si materializzano come ombre che si trasformano in persone, persone reali, fatte di carne e sangue, fatte di ricordi, sogni, necessità, ma anche debolezze. La protagonista arriva ad analizzare il rapporto con il marito senza nascondere a se stessa la sua necessità di sicurezza, di stabilità, che con l’amante sfugge, perché anche lui è sposato, ha una figlia, si sente in colpa. Leggetela se ne avrete occasione, non ci sarà un lieto fine apparente, ci sarà una donna che forse è avvolta da un po’ di amarezza e rimpianto ma tuttavia lascerà qualcosa in noi, e non è poco.

:: Recensione di La Fenice rossa di Tess Gerritsen (Longanesi, 2012)

25 giugno 2012 by

La Fenice rossa (The Silent Girl, 2011) della regina del medical thriller Tess Gerritsen, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, 9° episodio della serie crime con protagoniste l’anatomopatologa Maura Isles e la detective Jane Rizzoli, è da poco uscito in Italia grazie a Longanesi, e già scopro dal blog di Antonio Genna  che il decimo episodio della serie uscirà nei Paesi anglosassoni il 28 agosto con il titolo Last to Die.
La Fenice rossa ci porta nella Chinatown di Boston e ci introduce in una storia dai risvolti inquietanti e misteriosi che sembra trarre origine da una strage avvenuta anni prima in un ristorante cinese La Fenice rossa. Il cuoco, un immigrato clandestino di nome Wu Weimin senza apparentemente una ragione, quasi preda di una forza misteriosa, uccise il cameriere Jimmy Fang e tre clienti per poi puntarsi la pistola alla testa e togliersi la vita. Il caso non fu mai risolto. Diciannove anni dopo un gruppo di turisti partecipanti ad un Ghost Tour di Chinatown fa una macabra scoperta: rinviene una mano tranciata ad un cadavere. Il resto del corpo, appartenente ad una giovane ragazza dai capelli rossi, viene ritrovato poco lontano proprio in cima all’edificio che un tempo ospitava La Fenice rossa.
Maura Isles e Jane Rizzoli chiamate sul luogo del delitto si troveranno così ad avere a che fare con un caso decisamente fuori dal comune. Maura sebbene ancora scottata da una relazione appena finita e oggetto delle critiche di tutto il Dipartimento di Polizia di Boston e un po’ anche di Jane, per aver fatto arrestare con la sua deposizione un poliziotto colpevole dell’omicidio di un uomo che aveva appena ucciso un poliziotto padre di famiglia messi da parte i suoi problemi personali si getta nel caso per trovare prove che aiutino la sua amica a venire a capo di una faccenda che sembra avvolta da una maledizione.
Non solo ci furono le vittime della strage alla Fenice rossa, ma collegati ad essa si verificarono anche alcune tragedie che definirle casi fortuiti suona un po’ approssimativo. Nel giro di un mese un poliziotto incaricato dell’indagine ebbe un infarto, il tecnico della Scientifica che era intervenuto sulla scena del crimine morì in un incidente stradale, la moglie dell’ispettore Ingersoll l’altro poliziotto incaricato dell’indagine morì per un ictus e la figlia di una delle vittime della strage scomparve durante una gita scolastica e non venne più ritrovata come la figlia di Jimmy e Iris Fang.
Una vera maledizione tanto da far dire al dottor Lawrence Zucker, psicologo forense: “Tanto vale chiamarla la maledizione della Fenice rossa.” Guardò il dossier. “Oppure è colpa della casa. A chinatown quel palazzo è considerato infestato dagli spiriti” Guardò Jane. “Dicono che quando ci entri, il male ti si attacca e ti segue ovunque tu vada”.
Antiche leggende e pericoli più che reali porteranno sia Maura che Jane tra colpi di scena e sparatorie a scoprire che nel passato spesso ci sono fantasmi più concreti di quanto ci si possa immaginare.
Finalmente un thriller interessante e ben costruito, con due protagoniste che ho imparato ad apprezzare negli anni e ritornano a portarci in un’indagine complessa e coinvolgente. L’autrice dissemina indizi e tracce in modo abile e così facendo alimenta la curiosità del lettore senza portarlo in vicoli ciechi. Lo stile della Gerritsen è piacevole e scorrevole, non intasa la narrazione con termini medici incomprensibili, ma quando parla utilizzando il gergo tecnico dà un senso di veridicità e autenticità in più alla narrazione. Un buon thriller. Consigliato.

:: Recensione di La cupola del mondo di Sebastian Fleming (Nord editrice, 2012) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2012 by

Ripensando alla mia carriera scolastica mi ricordo che le materie di Storia e Storia dell’arte non erano le più amate tra noi studenti, perché? Per il semplice fatto che le percepivamo come una serie infinita di nomi, date e immagini da ricordare a memoria. Dopo aver letto La cupola del mondo di Sebastian Fleming, scrittore e sceneggiatore tedesco, vi posso garantire che se fossi un insegnante non esiterei ad adottarlo come testo scolastico. Motivo? L’autore è riuscito a creare un libro nel quale oltre a raccontare una bella storia di aspirazione artistica alla realizzazione della più importante e grandiosa cupola del mondo (quella di San Pietro a Roma), restituisce a noi lettori una serie di dati, date, fatti ed eventi reali che ci permettono  di entrare in contatto con la società italiana del’500. Nelle pagine si avvicendano la storia, la storia dell’arte, la politica, le lotte religiose presenti nel territorio , gli usi, i costumi e le usanze del contesto sociale nel quale i personaggi storici convivono alla perfezione con quelli di pura fantasia. C’è quindi tutto un universo da scoprire in La cupola del mondo, ed è quello che ha per protagonista assoluta di ogni pagina l’architettura. Essa è l’imput di ogni pensiero ed azione di chi agisce nell’impianto narrativo  in relazione alla costruzione della Basilica di San Pietro. Durante le lettura ci imbattiamo in alcuni dei più importanti maestri d’arte che hanno reso l’Italia del Rinascimento una delle epoche di maggiore espressione culturale, apprezzata anche fuori dai nostri confini. Tanti sono i poli che si oppongono in questo succulento libro. Da una parte c’è la confraternita dei “Fedeli d’amore” che da secoli si tramanda il progetto biblico per la costruzione del tempio perfetto per la fede. In opposizione al gruppo di intellettuali si presenta l’ “Archiconfraternita De Perfecti in Segreto”, una unione segreta interna al mondo del clero, pronta a fermare ogni mossa degli artisti e nella quale sarà introdotto Giacomo il Catalano, un cardinale penitente dal passato molto oscuro. Poi c’è il confronto tra punti di vista diversi nella schiera di chi deve lavorare al cantiere della basilica. Da una parte compare Bramante – tanto per intenderci l’autore del dipinto Cristo alla colonna e della Chiesa di San Satiro a Milano – con il suo carattere irruento, burbero, un frequentatore assiduo di case di piacere, innamorato dell’affascinante cortigiana Imperia. Nono solo, Donato Bramante è un uomo che si attacca facilmente alla bottiglia e vuole portare a compimento il progetto architettonico di origine biblica descritto nel “Libro degli architetti”, l’ antico manuale passato di mano in mano tra i vari affiliati della confraternita e giunto a lui assieme alla Divina Commedia di Dante. Dall’altra parte invece c’è Michelangelo, uomo solitario, povero, coinvolto in un percorso di ricerca spirituale che lo assilla per tutta la vita e lo spinge a realizzare la chiesa più bella del mondo a segno della sua platonica storia d’amore con la Contessina, la figlia di Lorenzo il Magnifico. Accanto a questi due grandi maestri ecco comparire Antonio Da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Raffaello e Daniele da Volterra soprannominato il Braghettone, perché sarà proprio lui, su ordine di Michelangelo, a rivestire i nudi della Cappella Sistina prima che mani inesperte li rovinino. Da non scordare i papi: da Giulio II della Rovere, a Leone X e Clemente VII Medici, poi Paolo III Farnese, Paolo V,  sempre pronti a fermare in qualche modo l’agire degli artisti impegnati nella costruzione del più importante edificio della cristianità. Esemplari rimangono i ritratti di Giorgio Vasari pittore e scrittore, di Gian Pietro Carafa futuro Papa Paolo IV, del banchiere Agostino Chigi e della poetessa romana Vittoria Colonna. Il tutto condito da azione, difficoltà nello svolgere i lavori in cantiere, intrighi politici, attacchi da parte dei Lanzichenecchi che mettono a ferro e fuoco Roma nel 1527, accuse di eresia e il diffondersi da parte dell’Inquisizione del terrore tra chi è sospettato di non essere un buon cristiano. Durante la lettura ci si accorge che La cupola del mondo di Fleming è un romanzo ben costruito, ricco di informazioni, avventuroso e curioso, perché oltre a raccontarci la Storia, riesce a scandagliare a fondo gli animi dei personaggi vissuti secoli fa  rendendoli vicini a noi lettori.

Sebastian Fleming è nato a Staßfurt nel 1963. Ha studiato letteratura tedesca, storia e filosofia alla Martin-Luther-Universität Halle-Wittenberg. È stato a lungo attivo in ambito teatrale (come scrittore e regista) e in quello cinematografico come sceneggiatore e produttore. Dal 2005 si è dedicato alla saggistica – ha pubblicato una biografia di Michail Gorbačëv e due testi sul Vaticano – e,  più di recente, proprio con La cupola del mondo, ha deciso di cimentarsi con la narrativa.

:: Recensione di Derrumbe di Ricardo Menéndez Salmón (Marcos Y Marcos, 2012)

23 giugno 2012 by

Accese la radio.
Glenn Gould che interpretava Bach. Pensò alla bellezza. Alla sua inutilità difronte al male. Cimabue sconfitto da Gilles de Rais. Beethoven calpestato da Hitler ad Auschwitz. Versi di Rimbaud bruciati a Hiroschima. L’aria conclusiva delle Variazioni Goldberg non gli portò la calma.

Ricardo Menéndez Salmón scrittore, giornalista, filosofo, da me soprattutto amato grazie a Il correttore, uno dei tre volumi della cosiddetta “trilogia del male” che comprende inoltre La colpa e Derrumbe (Derrumbe, 2008) romanzo di cui oggi vorrei parlarvi, oltre ad essere un autore anticonformista e portatore di una scrittura ricercata, preziosa, sfarzosa che teoricamente per complessità e profondità dovrebbe escludergli l’interesse del grande pubblico, è invece nello stesso tempo anche una delle voci più significative della narrativa contemporanea spagnola. Tradurlo presumo sia un’ impresa oltremodo complessa, ardua, se non frustrante per cui va senza dubbio ringraziata Claudia Tarolo che è riuscita a dare scorrevolezza ad un testo che racchiude incognite e rischi molto più familiari in un testo filosofico che in un romanzo. Il Male è al centro delle riflessioni e delle indagini di Menéndez Salmón, ma non solo il male visto come sofferenza, angoscia, dolore, cancro esistenziale individuale, ma anche come nocciolo duro della nostra società sempre più consumistica, sempre più vuota di valori, di certezze, di fondamenti. I suoi testi sono testi di denuncia, di protesta, di critica sociale, molto più incisivi nella misura in cui trafiggono la quotidianità borghese, anonima, fintamente rassicurante, denunciandone il suo aspetto terrificante. Non a caso il tema del terrorismo nel suo aspetto più destabilizzante riemerge come male endemico della nostra società contemporanea. La propagazione del terrore, fine a se stesso, magari senza matrice politica, religiosa, filosofica, un male senza senso e senza limite metafora stessa dell’inferno. Derrumbe sotto le mentite spoglie di un poliziesco noir, c’è un serial killer, ci sono i poliziotti che indagano, c’è un gruppo di giovani studenti di filosofia improvvisatisi terroristi, è in realtà un romanzo filosofico alla Camus, affascinante nella misura in cui si può restare attratti e soggiogati dall’orrore, disturbante della misura in cui si vuole essere rassicurati e calmati dalla società che ci circonda. Quando il poliziotto Manila che sta per diventare padre per la seconda volta avverte la consapevolezza di in che mondo metterà i suoi figli, noi lettori avvertiamo che questa stessa vertigine e condividiamo la rivelazione che arriverà nel finale quando in un’unica parola, sarà concentrato tutto quello che al male si contrappone. Non la cito, la scoprirete da voi.

:: Intervista a Luca Poldelmengo

20 giugno 2012 by

Grazie Luca per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Luca Poldelmengo? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te  per l’ospitalità. Ritengo che la curiosità  e la determinazione siano tra le mie doti migliori. Di contro sono molto emotivo, rasento l’ansia, è la parte che mi piace meno del mio carattere.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una borgata, un contesto sociale e culturale modesto, seppure non degradato. Credo di essere uno dei pochi scrittori con un diploma da perito in telecomunicazioni. Ho avuto bisogno di tempo per capire cosa volessi dalla vita e soprattutto da me stesso. Mi sono iscritto all’università a trent’anni, e  ho conseguito la laurea (Dams) mentre  lavoravo. Ora mi divido tra lavoro, famiglia (ho due bambini), e la mia grande passione per le storie.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Cosa ti ha avvicinato al noir?

Ho iniziato con i cortometraggi, poi sono passato per il cinema, quindi sono arrivato alla letteratura. Linguaggi diversi per soddisfare il medesimo bisogno: raccontare storie.
Scrivo noir perché ne sono un accanito fruitore,  amo leggerli/vederli . Perché questo fascino per il lato oscuro? Me lo sono chiesto spesso, credo che, almeno in parte, derivi dall’aver vissuto sin da piccolo a contatto con un mondo che mostrava pericoli e violenza ad ogni angolo, un pericolo che mi spaventava e mi affascinava al tempo stesso, allora come adesso. Suppongo che il mio sia una sorta di esorcismo. 

Definiscimi il noir. Quali sono i migliori esponenti di questa scuola?

Le definizioni sono sempre molto personali, io considero noir una storia che proponga una predominanza, se non la totalità, di personaggi negativi, di anime in qualche modo corrotte.  Secondo me i migliori esponenti del genere oggi sono Don Winslow e James Ellroy, Il potere del Cane e 6 pezzi da mille forse i più bei noir che abbia mai letto. In Italia Carlotto e De Cataldo su tutti. Poi ci sono i classici, da Chandler a Izzo, passando per Manchette.

Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Sin dal mio primo romanzo mi hanno accostato all’ Ammaniti  di Ti prendo e ti porto via e Come dio comanda, e devo dire che mi ci ritrovo abbastanza, fatte le debite proporzioni. Per certi versi mi sento anche influenzato da Scerbanenco e dai poliziotteschi anni 70 (soprattutto iconograficamente), ma anche da chi col genere ha poco a che vedere, come  Altman. Riguardo ai miei autori preferiti cito qui quelli non noir: Steinbeck, Bulgakov, Roth, Franzen.   

Sceneggiatore, scrittore. Hai esordito nella narrativa con il noir Odia il prossimo tuo. Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Kowalski, l’editore di Odia il prossimo tuo, fu il primo e l’unico a leggere il libro in bozze. Sì, mi rendo conto dell’eccezionalità della cosa, ma il mio fu un centro al primo colpo.

Parlami del tuo processo di scrittura. Come operi? Scrivi una scaletta, procedi per immagini, lasci che il flusso di coscienza scorra libero?

La scintilla da cui nasce tutto è sempre diversa: un pensiero malsano, un’immagine, un fatto di cronaca (come per l’ultimo romanzo). Quella è la genesi, a volte cosciente, altre meno. Ne segue poi un periodo in cui,  su quella prima idea,  se ne accatastano delle altre. Fino a che non  arriva il momento in cui mi rendo conto che il fienile è pieno, che è arrivato il momento di dare un ordine al caos. Così inizio a scrivere il canovaccio, una ventina di cartelle che contengono  la descrizione dei protagonisti e i principali snodi narrativi, insomma quello che al cinema chiamerebbero soggetto. Questa prima fase dura qualche mese. Finito il canovaccio lo lascio riposare. Dopo qualche settimana  inizio con la scrittura del romanzo vero e proprio.

Da poco per Piemme è suscito il tuo nuovo romanzo L’uomo nero. Raccontaci brevemente la trama.

L’Uomo nero del titolo, diversamente dall’archetipo a cui rimanda questa figura, non è un pericolo che viene dall’esterno, qualcuno che minaccia il protagonista dal di fuori. Bensì il suo lato oscuro, un’entità che alberga il suo animo, silente, e che: in determinate situazioni, sottoposto a certe sollecitazioni, è pronto a prendere il controllo. Mettendo in pericolo chi gli è vicino, e persino lui stesso…
La trama vede avvitarsi tre esistenze intorno a un delitto, un evento criminoso che il lettore seguirà contemporaneamente dal punto di vista del mandante, dell’esecutore materiale, e di colui che su quel delitto dovrà indagare.

Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Per la prima volta mi sono trovato a scrivere ispirato da un fatto di cronaca: la morte di Alessio e Flaminia, due giovani fidanzati romani uccisi in sella al loro motorino da un pirata della strada che poi si è dato alla fuga. Alla fine di un iter giudiziario travagliato l’imputato è stato condannato a 5 anni per omicidio colposo plurimo. Di questi ne ha scontati poco più di tre, dal momento che aveva chiesto il rito abbreviato e, come prevede il nostro codice di procedura penale, ha avuto per questo uno sconto di un terzo della pena. Tutto ciò nonostante costui non potesse nemmeno guidare l’auto con la quale li aveva investiti, in quanto già sottoposto a un provvedimento restrittivo che gli inibiva la guida a causa della sua tossicodipendenza. Quella sentenza mi aveva lasciato con un profondo senso di ingiustizia, una rabbia a cui dovevo dare sfogo. Così nasce L’uomo nero, come un’iperbole, come a dire: “se le cose stanno così, se è solo questo quello che rischia nel nostro paese un uomo che fa quello che ha fatto lui, allora potrebbe succedere persino questo…”. Da quei puntini di sospensione sgorga una storia che, ci tendo a sottolinearlo, è di pura fantasia.

Tre personaggi principali: Gabriele, Filippo e Marco. Tre uomini in un certo senso poco raccomandabili, in cui il lato oscuro è piuttosto ingombrante, solo Marco in un certo senso si riscatta. Tre personaggi quasi emblematici nel loro eccesso. Come li hai costruiti, come sono nati?

Marco e Filippo nascono insieme, costruiti come opposti. Uno è introverso, apatico e solitario;  l’altro un leader con una solida rete di affetti. Uno  non ha mai faticato un  giorno in vita sua, l’altro si è sempre spezzato la schiena eppure continua ad arrancare. Uno è succube di una figura paterna da cui cerca inutilmente la fuga. L’altro pagherebbe oro per poter chiedere scusa a suo padre. Uno sarà mosso dalla vendetta, l’altro dall’amore.
La rapacità di Gabriele, la sua predisposizione a disporre delle vite altrui, di asservirle ai propri bisogni,  ne farà il trait d’union in grado di legare a doppio filo le loro esistenze.

Quale è stato il personaggio più facile da scrivere e quello più difficile?

Mi scuso per la banalità, ma ogni personaggio porta con sé le proprie difficoltà, i propri demoni. Non chiedere a papà a quale figlio vuole più bene.

Dei tre Filippo è il personaggio che più mi ha colpito, per il senso dell’amicizia, per una certa dignità, per la tenerezza per la figlia, per l’incapacità di gestire l’uomo nero che nasconde in sé arrivando a compiere azioni sempre più terribili. In cosa si distingue secondo te da Gabriele e Marco?

Filippo e Marco sono due personaggi speculari. Uno si è dovuto sudare sempre tutto nella vita, avendo molto spesso poco in cambio e pagando a caro prezzo ogni errore. Marco invece ha avuto  tutto a disposizione, tranne la facoltà di scegliere, non ha mai pagato un errore in vita sua. Gabriele in un certo senso è più vicino a Filippo, è quello che, in un ipotetico sequel, Filippo potrebbe diventare. Si portano dentro entrambi la rabbia di chi viene dal niente e per questo crede di aver diritto a un risarcimento per ciò che gli è mancato, per quello che altri hanno avuto senza pagare. All’inizio della storia Filippo è protetto da questa sua natura dalla catena di affetti che ha saputo costruirsi intorno, fatalmente sarà proprio per salvaguardare quegli affetti che darà sfogo al suo lato oscuro. In questo senso credo che possa risultare come il personaggio più complesso proprio perché lotta contro la sua stessa natura.

I personaggi femminili sono all’opposto personaggi positivi, un tocco di luce nel buio che prevale. Per alcuni versi ti senti femminista? 

Non sei la prima a farmi notare questa cosa. In realtà il libro ha due personaggi femminili importanti, ma mentre uno è indubbiamente l’unico character  positivo a tutto tondo, l’altro porta con sé una certa dose di negatività, anche se questa sembra essere tollerata meglio dal lettore, per un motivo che immagino, ma che preferirei non svelare, è pur sempre un thriller… Devo dire che  anche in passato, quelle rare volte in cui mi sono  trovato  a scrivere una figura positiva, o meno negativa delle altre, questa è stata sempre una donna: Asia in Cemento Armato, Tegla in Odia il Prossimo tuo. Sì, in un certo senso credo che  siate degli esseri umani migliori di noi, meno portati all’egoismo.  Questo almeno dice la mia esperienza personale.

Quale è la tua scena preferita? Quella che racchiude il senso del romanzo?

Il mio brano preferito è quello in cui Filippo, sotto l’effetto di madame LSD, “vede” la sua versione dei Teletubbies. Una rivisitazione molto pulp. Valeva la pena di scrivere il romanzo solo per quelle poche righe, una vera nemesi, catartica.
Il senso del romanzo, per come lo intendo io, è che il male è molto più banale, ma anche molto più comune, e quindi vicino, di quanto siamo disposti ad ammettere. Che il confine tra bene e male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, è spesso sbiadito, e non è detto che ce ne si accorga nel momento in cui lo si sta attraversando. Credo che questa poco rassicurante prossimità  del male sia ben rappresentata nel frangente in cui a Filippo viene tolta la patente. E’ solo il primo gradino, ma lui non si è accorto di averlo disceso.

Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale o alcuni film in particolare hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Sì, ho iniziato a scrivere storie con l’idea che venissero poi trasposte sullo schermo, ho quell’imprinting, e non credo che mi abbandonerà mai. Per me i personaggi si svelano attraverso le loro azioni, scopro chi sono quando prendono una decisione, quando scelgono tra due beni inconciliabili. Le verità sui miei protagonisti le cerco e le trovo lì,  più che in profondi monologhi interiori.  Credo che in modi diversi pellicole come Pulp Fiction, Blade runner e America Oggi mi abbiano influenzato molto.

Una libreria online ha rifiutato di mostrare il book trailer del libro. Ma il noir fa davvero ancora paura?

All’inizio ci sono rimasto male, anzi direi che mi sono incazzato. Poi ho pensato che forse il problema poteva essere che quello stesso portale vende anche libri per bambini, e che il titolo del mio romanzo potrebbe anche rimandare a un personaggio delle favole. Se la loro è stata una cautela verso i più piccoli la capisco, se invece fosse stato un atto bigotto, beh allora siamo veramente messi male.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Il mio primo romanzo uscirà in Francia a Gennaio per Rivages Noir, la casa editrice francese ha già chiesto al mio traduttore di poter leggere al più presto il testo dell’Uomo nero. So che Patrick ci sta lavorando alacremente.

Ti piace fare presentazioni? Raccontami l’episodio più bizzarro avvenuto durante questi incontri?

Come ti dicevo all’inizio dell’intervista sono un emotivo, quindi la cosa mi piace e mi spaventa al tempo stesso. Anche se devo dire che quando si prende il via è  bello poter condividere il proprio lavoro con il pubblico, può essere molto gratificante, anche perché alle volte rimani affascinato da cosa gli altri mettono nel tuo lavoro, significati a cui tu non avevi mai pensato e che, invece, la tua opera sembra poter contenere. L’episodio più bizzarro è anche il meno felice, alla presentazione bolognese di Odia il prossimo tuo, in un afoso pomeriggio di giugno, eravamo: io, Giampiero Rigosi (che doveva parlare con me del libro), una mia amica e un suo amico, più una vecchietta che aveva cercato refrigerio nella libreria e che si era appisolata.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi romanzi? Ti piacerebbe scriverne la sceneggiatura?

Al momento no, ma ho tenuto per me i diritti cinematografici di entrambi i romanzi, proprio perché, se mai sarà, io DEVO  scriverne la sceneggiatura.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ora sto ultimando il mio terzo romanzo. In realtà e la novellizzazione di un thriller  che avevo scritto per il cinema e che, malgrado gli entusiastici riscontri avuti da colleghi e produttori, non vedrà lo schermo, almeno in Italia. Progetto troppo costoso, troppo ambizioso, troppo poco italiano (sembro Stanis di Boris), che sto facendo comunque girare all’estero, al momento sembra ci sia un interessamento dal Canada, ma sono affari lunghi e difficoltosi, io nel frattempo scrivo il romanzo, di cui sono orgoglioso, è quasi finito.

:: Recensione di Il segreto della sesta chiave di Adriana Koulias (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

19 giugno 2012 by

Lo ammetto in ambito letterario sono un po’onnivora, cerco di leggere di tutto.  Ci sono però alcuni generi che non sono proprio il mio forte, o meglio non riescono a coinvolgermi fino in fondo.  Purtroppo a causa di questo mio difetto non sempre riesco ad apprezzare in modo pieno un romanzo fantasy, uno di fantascienza, l’esoterico o il troppo sentimentale. Fatta questa piccola premessa, devo aggiungere che amo le sfide e cimentarmi con i libri che non mi appartengono del tutto e proprio perché mi ha stuzzicato parecchio, tra di loro inserisco Il segreto della sesta chiave, l’ultimo lavoro Adriana Koulias, pubblicato dalla Newton Compton.  Due gli ambienti di sviluppo della trama di questo romanzo tra lo storico e l’esoterico. Il primo è il presente, dove uno scrittore di gialli si reca a Venezia seguendo l’invito misterioso di un suo devoto lettore che lo accoglie nella sua casa sull’Isola dei Morti, sede del cimitero della città lagunare. Dal 2012 l’enigmatico appassionato trasporta noi che leggiamo e lo scrittore nella Germania degli anni Trenta, a Berlino, davanti ad un porta di un appartamento dove si trova Otto Rahn. Quest’ultimo è un archeologo, profondo studioso di tutto ciò che riguarda la storia del Graal, incaricato da Heinrich Himmler di una missione speciale: recuperare il trattato di magia nera scritto da papa Onorio nel XIV secolo e noto a tutti come Le serpent Rouge. Motivo: Himmler vuole il manoscritto per regalarlo a Adolph Hitler. Rahn non vorrebbe cadere nella rete di legami con il regime nazista, ma la voglia di indagare e scoprire i misteri del grimorio lo porteranno ad accettare – non ha altra scelta – l’incarico e a partire per l’avventurosa missione di ricerca. Lo stato psicofisico di Otto Rahn sarà messo a dura prova dall’ incombenza ufficiale che ha accettato, perché più si addentrerà nella ricerca, maggiore diventerà il suo legame di dipendenza dalla dittatura e verrà in contatto con realtà sconvolgenti ed inaspettate: complotti politici, intrighi tra confraternite e associazioni segrete, omicidi brutali, persone dall’identità e ruoli ambigui: il fatto più sconvolgente per Rahn è la scoperta che tutti desiderano Le Serpent Rouge  con la sesta chiave, quella appartenuta ai Catari,  per liberare il suo terrificante potere. Questo è il succo della trama creata dalla  Koulias, dove la scrittrice mescola realtà storica e finzione narrativa con sapienza e bravura, utilizzando un linguaggio equilibrato che rende scorrevole la lettura del libro. La storia non ha come ambiente di sviluppo un luogo solo, perché il protagonista trascinerà il lettore da Berlino a Parigi, passando ad Arques, a Rennes le Chateau, con tappe a Beziers e a Montsegur. Ciò che mi ha colpito non è  solo la quantità di personaggi storici e di sette segrete coinvolte nella vicenda, ma la serie considerevole di elementi legati al mondo del mistero: enigmi da risolvere, libri di magia nera, bianca e grigia, quadrati magici, tesori nascosti in cripte segrete e naturalmente il Graal. Forse c’è qualche divagazione di troppo che rallenta il ritmo della storia, ma Il segreto della sesta chiave è un buon romanzo d’avventura, che piacerà agli appassionati del genere storico e ai conoscitori dell’esoterismo. Chi come me è interessato al genere storico troverà una accurata ricostruzione, ricca e particolareggiata, ma anche elementi che spingeranno la curiosità ad approfondire attraverso altre letture il contesto reale di persone, luoghi e vicende coinvolti nel romanzo della Koulias.  Per esempio lo sapevate che Otto Rahn scrisse dei libri e che ci sono altre opere che lo vedono come protagonista? Io no, ne ho conosciuto l’esistenza solo attraverso lo scritto dell’autrice brasiliana (per la precisione le opere di Otto Rahn sono Crociata contro il Graal e Alla corte di Lucifero. I Catari guardiani del Graal). Il mio limite – me ne scuso con chi leggerà-  è relativo a ciò che riguarda la dimensione esoterica che non è proprio “il pane per i miei denti”, nel senso che non conoscendola in modo approfondito certi aspetti particolari della narrazione mi sono sfuggiti o comunque li ho apprezzati solo finito il libro. Non c’è che dire Il segreto della sesta chiave è una vicenda compatta, ben costruita, con una suspense e dinamismo che rendono le pagine tipicamente cinematografiche, facendole scorrere in successione come i fotogrammi di una pellicola alla Indiana Jones. Poi, l’irrompere di impensabili colpi di scena e la convivenza di scienza, fede, filosofia, religione, arte ed esoterismo non fanno altro che creare la giusta atmosfera per stuzzicare il lettore alla ricerca di un buona avventura da leggere.

Adriana Koulias  è nata in Brasile, risiede in Australia dall’età di nove anni. Si interessa di storia, filosofia e scienze esoteriche. Vive con la famiglia a Sidney. Con la Newton Compton ha già pubblicato il romanzo Il tempio del Graal e I custodi del Graal. Ha un sito internet www.adrianakoulias.com.

:: Malatesta per il terremoto dell’Emilia

18 giugno 2012 by

Malatesta. La Tremarella

di Lorenzo Mazzoni & Andrea Amaducci (Momentum Edizioni)

20 Maggio 2012. Ore 4.04. La terra trema per venti secondi. La Bassa emiliana si muove. Inizia così questa nuova avventura dello sbirro anarchico Pietro Malatesta, outsider della Squadra Mobile della Questura di Ferrara, alle prese con lo stress post-traumatico di un’intera città. Tra l’isteria collettiva, centinaia di pesci morti che navigano nel fiume, l’allestimento di un campo sfollati nel suo giardino, la solidarietà popolare e il menefreghismo delle istituzioni, Malatesta percorre la provincia martoriata in compagnia dell’inseparabile Gavino Appuntato, in cerca di un furgone rosso con a bordo tre sciacalli senza scrupoli.

http://www.momentumedizioni.it/v5/malatesta-la-tremarella/

TUTTO IL RICAVATO GENERATO DALLA VENDITA DI QUESTO EBOOK VERRA’ DEVOLUTO ALLE VITTIME DEL TERREMOTO DEL 20 MAGGIO 2012 ATTRAVERSO UN VERSAMENTO COME DA INDICAZIONI SUL SITO DELLA PROTEZIONE CIVILE.

Il prezzo è di € 5,00 sui siti e le piattaforme web tradizionali mentre sul sito di Momentum l’offerta è a discrezione dell’utente.
Copia del bollettino verrà scansionata e inserita in questa pagina alla fine di ogni mese in cui sono state generate delle donazioni.

Cari amici, conoscenti, parenti, editori, colleghi e via discorrendo,

nelle settimane passate abbiamo comunicato attraverso la pagina Facebook Malatesta, sbirro anarchico, che avremmo fatto uscire una nuova avventura del nostro patafisico ispettore e che tutti gli incassi sarebbero andati alle vittime del terremoto in Emilia.
Bene, il racconto è pronto. Si intitola LA TREMARELLA e lo potete scaricare direttamente dal sito di Momentum Edizioni:
http://www.momentumedizioni.it/v5/malatesta-la-tremarella/
Il file è in formato PDF, chiunque, anche chi non possiede e-reader, può scaricarlo e leggerlo sul monitor del proprio computer o stamparlo e andarselo a leggere sotto un ciliegio.
Non possiamo garantire sulla qualità, siamo tutti molto stanchi e provati. Scrivere e illustrare un’avventura malatestiana, anche se breve, in due settimane non è stato facile. Ci sentivamo di farlo, è il nostro modo di aiutare chi abita, come noi, l’Emilia, ed ha perso tutto.
E’ stata un’operazione veloce anche perché in Italia c’è la brutta abitudine a lasciarsi tutto dietro le spalle in un attimo. Il terremoto è già stato scalzato dalle puttanate verbali di Cassano, dalle elezioni greche, dall’ennesimo marito che ha ucciso la moglie e da milioni di altre notizie più adatte all’estate. Insomma, più si aspetta e meno interesse si suscita. E qui c’è bisogno di aiuto. Adesso che non crolla più nulla non c’è più niente da vedere, ma ci sono i problemi: la disoccupazione, le spese quotidiane, la vita nelle tendopoli, le case da ricostruire, l’assistenza psicologica. Un mondo va rigenerato. E va fatto anche se le TV sono già andate da qualche altra parte.
Il prezzo è di € 5,00 sui siti e le piattaforme web tradizionali mentre sul sito di Momentum l’offerta è a discrezione dell’utente. Se date € 100,00 forse Malatesta non li vale, ma la causa sì.
Il ricavato generato dalla vendita dell’ebook verrà devoluto alle vittime del terremoto del 20 maggio 2012 attraverso un versamento come da indicazioni sul sito della protezione civile. Copia del bollettino verrà scansionata e inserita nella pagina web di Momentum Edizioni alla fine di ogni mese in cui sono state generate delle donazioni.
Vi preghiamo di diffondere il più possibile questo comunicato.
Grazie

Lorenzo Mazzoni (scrittore)

Andrea Amaducci (illustratore)

Pietro Malatesta (figo senza macchia e senza paura)

Massimo Di Gruso (editore)

:: Segnalazione di Il lettore di cadaveri di Antonio Garrido (Sperling & Kupfer, 2012)

17 giugno 2012 by

Chi sono “i lettori di cadaveri”?  Siamo in Cina, nell’anno 1206. Solo i più abili medici legali possono ambire a questo titolo. Il loro compito è cercare la soluzione dei delitti, anche a costo della propria vita. Song Cì è forse il più bravo di tutti: giovane, di umili origini, è animato da un’incrollabile passione e da uno spirito ribelle. Ma quando si trova invischiato nel misterioso omicidio di una cortigiana, e scopre che dietro la sua morte si nasconde un macabro segreto, per Cì inizia un vero incubo…
Antonio Garrido si è ispirato per questo sontuoso thriller storico a un personaggio realmente esistito. Un giovane in lotta con il suo tempo, deciso a sradicare la superstizione e a introdurre metodi scientifici pionieristici. Un eroe determinato a fare giustizia, contro ogni abuso di potere. Ricco di suspense, colpi di scena, amori e segreti, l’avventura di un uomo che cerca la luce.
Cina Orientale, anno 1206. Dinastia Tsong. Nell’antica Cina, solo i giudici più abili ottenevano l’ambito titolo di “lettore di cadaveri”, una élite di medici legali – i moderni anatomopatologi – che doveva assicurare la soluzione di qualsiasi delitto, anche a costo della propria vita: nessun crimine, per quanto complicato potesse sembrare, doveva rimanere impunito.
Cì Song fu il primo di loro. Ispirato a un personaggio realmente esistito, Il lettore di cadaveri di Antonio Garrido racconta la storia straordinaria di un giovane di umili origini che, grazie alla sua determinazione e alla sua incrollabile passione, riesce a ottenere prima l’incarico di esaminare i cadaveri nei Campi della Morte della capitale Lin’an e poi a entrare come discepolo nella più prestigiosa scuola di medicina, l’Accademia Ming.
È il coronamento di un sogno. Ma quando si trova invischiato nel misterioso omicidio di una cortigiana e scopre che dietro la sua morte si nasconde un macabro segreto, per Cì inizia un vero e proprio incubo. Invidiato per i suoi metodi pionieristici e sospettato ingiustamente, il giovane deve mettere in gioco tutta la sua arguzia e la sua scienza per difendersi da inaspettati nemici. Per salvarsi la vita, dovrà risolvere gli atroci crimini che minacciano la corte imperiale e dimostrare così la sua innocenza e il suo impareggiabile valore.

Antonio Garrido, nato a Linares nel 1963, insegna all’ Università di Valencia. Appassionato di storia, ha iniziato la carriera di scrittore con Il monastero dei libri proibiti, grande successo in Spagna. Il lettore di cadaveri è il suo secondo romanzo, bestseller in patria e tradotto in 12 Paesi. http://www.illettoredicadaveri.it  qui

Se ti interessa l’abbiamo letto e recensito, puoi leggere l’articolo qui.

:: Recensione de Il cammino del penitente di Susana Fortes (Nord Edizioni, 2012) a cura di Giulietta Iannone

16 giugno 2012 by

Nessuno può proteggere un altro per sempre. Prima o poi, anche lei sarebbe diventata grande, e avrebbe dovuto affrontare il mondo da sola. Ci pensava spesso, quando vedeva quei ragazzi, non ancora maggiorenni, che uscivano dalle discoteche stravolti, con lo sguardo perso, come se fossero stati catapultati fuori da un tunnel, ritrovandosi in un mondo sconosciuto e ostile. O quei gruppi di liceali che passavano il sabato sera a ubriacarsi accanto alla stazione, lasciando il piazzale coperto di bottiglie di birra vuote. In che momento i maghi abbandonavano la mente dei bambini, lasciando il posto alle forme astratte della notte o a quelle del crimine? Magari anche Patricia Palmer aveva avuto il suo mago vestito di verde, come quello appena descritto da Candela, con un cilindro pieno di stelle. Castro non riusciva ad immaginare lungo quali labirinti potesse perdersi una studentessa di Filosofia, ma ormai non aveva dubbi sul fatto che quella ragazza si fosse infilata da sola nella bocca del lupo cattivo.

Santiago de Compostela, cuore sacro della Galizia, con la sua cattedrale che conserva le reliquie dell’apostolo Giacomo il Maggiore, meta sin dal Medioevo di pellegrinaggi irrinunciabili per tutta la cristianità, è lo scenario principale del nuovo thriller a carattere religioso di Susana Fortes Il cammino del penitente (La Huella del Hereje, 2011) tradotto dallo spagnolo da Patrizia Spinato e edito in Italia da Nord Edizioni. Susana Fortes è un nome piuttosto noto tra i lettori di thriller che hanno al centro misteri che traggono le loro origini in periodi storici lontani, ha raggiunto infatti una certa fama internazionale con il suo thriller d’esordio Quattrocento edito dalla Nord nel 2008, con al centro la congiura dei Pazzi e la Firenze dei Medici.
Tutto ha inizio con il ritrovamento del cadavere di una giovane studentessa di Filosofia, Patricia Palmer, uccisa un venerdì di febbraio nella Cattedrale di Santiago de Compostela e depositaria e scopritrice di un segreto che sembra averne determinato la morte. Il commissario Lois Castro, poliziotto fuori dagli schemi, magro e spigoloso, divorziato e padre di una splendida bambina, si trova ad indagare sul suo omicidio incerto su come comportarsi. Non può dimenticare che la scena del delitto è un luogo di culto per milioni di fedeli, e pur non essendo credente sente che quel luogo rende il delitto diverso da tutti gli altri.
Primo sospettato il fidanzato della ragazza, Robin, improvvisamente scomparso e una traccia se pur esile sembra condurre le indagini verso il passato ambientalista della ragazza. Sembra infatti che Patricia Palmer, membro attivo di un piccolo gruppo ecologista L’arca di Noè, avesse passato alcune notti in commissariato per via di un incendio ad un’ azienda di fertilizzanti, la Ferticeltia, responsabile di uno dei più gravi disastri ecologici della Galizia e che questo le avesse attirato parecchi nemici.
A capitoli alterni le indagini di Castro si intervallano con quelle di una giovane giornalista Laura Marquez incaricata dal suo giornale l’Heraldo Gallego di indagare sulla scomparsa di un antichissimo manoscritto del Liber apologeticus, un testo del IV° secolo attribuito a Priscilliano, vescovo di Avila, condannato a morte per eresia dal concilio di Bordeaux. Laura sospetta che questa scomparsa nasconda un mistero ben più fitto e quando scopre che la ragazza uccisa nella Cattedrale fu l’ultima a visionare il testo i suoi dubbi diventano certezze.
Questa scoperta porta la ragazza ad affiancare il collega Villamil sul caso e da questo momento in poi le indagini del commissario e dei due giornalisti proseguono parallele. Tanti i possibili colpevoli, oscuro il movente poi inaspettatamente la confessione del vero colpevole, l’unico che aveva una ben valida ragione per uccidere, l’unico che vedeva in Patricia Palmer un pericolo che solo la morte avrebbe fermato.
Il cammino del penitente è un thriller ambientato ai giorni nostri in cui il movente dell’omicidio al centro della storia trae le sue origini addirittura nel IV° secolo, e in cui mistero, interessi economici e criminali, sette panteistiche, culti eretici, danno origine ad una vicenda per alcuni versi inquietante e ricca di suspense che in mani diverse avrebbe potuto essere ben ostica e indigesta, ma la Fortes ha dalla sua una leggerezza e semplicità espositiva che fanno del romanzo un testo piacevole e veloce da leggere.
Il cammino del penitente è un libro scritto bene, interessante, caratterizzato da descrizioni che quasi danno lampi visivi della narrazione: la pioggia che costantemente cade, le scalinate della cattedrale, la vita del commissariato, gli incontri nei caffè di Santiago, il rapporto tra Lois Castro e sua figlia, il senso di vita vissuta, rimandi letterari, versi di poesie. L’autrice ammette di essersi ispirata a Michael Blomkvist e Lisbeth Salander per i personaggi di Laura Marquez e Villamil, ma la somiglianza a mio avviso è molto velata, forse più accentuata per il personaggio femminile con un passato doloroso e un carattere molto solitario.

:: Segnalazione di I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012)

15 giugno 2012 by

Stephen J. Cannell, noto in Italia forse ai più per la partecipazione alle celebri partite a poker del sabato sera con James Patterson e Michael Connelly nei telefilm polizieschi Castle, oltre ad essere stato sceneggiatore e produttore di alcune delle più popolari serie tv americane, era anche un eccellente romanziere e grazie alla Gargoyle avremo presto l’occasione di leggere anche in Italia i suoi libri. Il 21 giugno esce infatti I collezionisti di destini  primo romanzo della serie di Shane Scully e forse quello di maggior successo. Non posso quindi che sperare che condividiate la mia stessa curiosità.

“I collezionisti di destini” di Stephen J. Cannell, editore Gargoyle (collana “Extra”), 15,90 €, pp. 378, titolo originale The Tin Collectors, traduzione Benedetta Tavani – in libreria dal 21 giugno 2012.

Io riconosco il distintivo del mio ufficio come simbolo di pubblica fede, e lo accetto perché affidatomi dalla società fino al momento in cui verrò meno all’etica del mio servizio.

Shane Scully, sergente dello smisurato e ultra-ramificato Dipartimento di polizia di Los Angeles, riceve nel cuore della notte la chiamata di Barbara Molar, una sua antica fiamma. Preda della furia del marito, la donna invoca aiuto finché la comunicazione non si interrompe di colpo. Allarmato, Shane si precipita dai Molar riuscendo a salvare Barbara dalla violenza del coniuge ma uccidendo quest’ultimo nella colluttazione. La disgrazia si rivela un vero boomerang: Ray Molar era infatti un tenente pluridecorato, forte di un’enorme popolarità tra i poliziotti. Shane è rinviato al giudizio e il suo fascicolo viene assegnato al procuratore Hamilton dell’Unità Affari Interni, il regno dei cosiddetti “collezionisti di distintivi”: quegli agenti che, designati a investigare sui colleghi, ne determinano in modo irreversibile le carriere attraverso l’eventuale e definitiva confisca del distintivo. A peggiorare la situazione, c’è il fatto che il sergente Alexa Hamilton ha più di un pregiudizio negativo nei confronti di Shane Scully. Con quasi l’intero Dipartimento contro e inviso, al contempo, ai vertici della Pubblica amministrazione della città (Molar era stato autista e guardia del corpo del sindaco), Shane intuisce di trovarsi addentro un intrico molto più vasto di quanto appaia, dove la sua carriera e il suo onore sono soltanto alcuni dei tasselli in gioco. Ben presto anche l’acuto sergente Alexa Hamilton si rende conto che qualcosa non quadra, a cominciare dall’aura leggendaria che seguita ad avvolgere Raymond “Dente d’acciaio” Molar anche da morto. Shane e Alexa avviano, così, un’indagine senza esclusione di colpi, che si dipana tra omicidi, ricatti, rapimenti e frodi d’ogni tipo, fino a scoperchiare un mefitico calderone d’inimmaginabile corruzione. Arricchito di momenti introspettivi di struggente delicatezza – inconsueto per un thriller d’azione pressoché ininterrotta –, I collezionisti di destini racconta magnificamente il tortuoso cammino compiuto da qualsiasi uomo giusto per scagionare se stesso a causa della miseria del mondo.

Stephen J. Cannell (Los Angeles, 1941 – Pasadena, 2010) è stato un maestro della narrativa seriale americana, con cui si è misurato in varie vesti (scrittore, sceneggiatore, produttore e attore). Malgrado una grave forma di dislessia, nel 1964 Cannell si laurea in Giornalismo e, di lì a qualche anno, inizia a collaborare con la Universal come autore free lance di alcuni episodi de “Il tenente Colombo” e “Ironside”. Dal 1971 la collaborazione con la major diventa stabile e Cannell si distingue quale sceneggiatore di serie tv di grido come “Agenzia Rockford” (vincitrice di tre Emmy Award nel 1977, 1979 e 1980) e “Ralph supermaxi eroe”. Nel 1979 fonda la Stephen J. Cannell Productions e nel 1986 i Cannell Studios, realizzando alcuni tra i successi seriali più significativi del ventennio a venire, tra cui “A-Team”, “21 Jump Street” e “Renegade”. Nel 1996 esce il suo primo romanzo, The Plan, un thriller sui tentacoli della mafia nella politica a stelle e strisce, che diventa subito un bestseller negli USA; segue un’altra mezza dozzina di libri in un crescendo di vendite. Nel 2001 Cannell inizia a scrivere il ciclo del detective Shane Scully: otto romanzi, tutti bestseller del New York Times, pubblicati tra il 2001 e il 2011, che vendono in totale circa un milione e mezzo di copie nei soli Stati Uniti. I collezionisti di destini, primo titolo del ciclo, resta quello di maggiore successo con 240.000 copie vendute.

www.cannell.com

:: Recensione di L’uomo d’argento di Claudio Morici (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

14 giugno 2012 by

E’ un mondo inquietante e cupo quello presentato da Claudio Morici nel romanzo L’uomo d’argento. E’ un mondo afflitto da una grave crisi economica che ha annientato ogni cosa: non ci sono più i soldi, non c’è più il lavoro, non c’è più stabilità economica e il benessere è ormai un miraggio. Tutto è stato travolto da un manto di depressione che ha cancellato la felicità, la gioia, lo spirito vitale degli umani rendendo instabili le loro psicologie e le scelte d’azione. In questo cosmo di desolazione c’è forse un posto dove la salvezza esiste. Ed è qui che il protagonista de L’uomo d’argento pubblicato dalla E/O, si è ritirato con alcuni ragazzi dando vita ad una specie di comunità umana, fondata sulla promiscuità sessuale, sulla birra che scorre a fiumi, sullo sballo assoluto e sulla mancanza totale di progetti di vita. In questa tribù dominata dalla mancanza di responsabilità e di decisioni vogliono recarsi tutti coloro che sono in fuga dal mondo della crisi. Questo flusso migratorio degli “appenaarrivati” – spesso donne uomini depressi, insoddisfatti del proprio vivere  e per questo emarginati dalla società d’origine – è numeroso  e tra loro c’è una ragazza, tal Jenny, che è diversa da tutti gli altri. Lei è una “nuova”, ma nei modi di fare sembra essere una veterana della città dove vive il protagonista che attratto – come non gli capitava da anni- dalla ragazza inizierà con lei una sorta di relazione amorosa. Un rapporto a due instabile da subito, fatto di continui prendersi e lasciarsi, da bugie, da confessioni e da insormontabili differenze culturali. Questo disastroso modo di vivere il rapporto di coppia è in realtà un specchio riflettente la grave malattia sociale dell’umanità, incapace di vivere in modo ordinato e di organizzare il proprio futuro. Tutto sembra prossimo al tracollo, tranne lui, il Maestro, uno strano uomo tutto dipinto d’argento seduto su un panchina, al quale l’anonimo protagonista rivolge domande senza ricevere mai risposta! Il cosmo presentato in L’uomo d’argento da Claudio Morici non può essere collocato in uno luogo materiale preciso e un in tempo definito, ma è un epoca  a venire, futura e dal mio punto di vista, per come sta andando la nostra società di oggi, direi non molto lontano da noi. Facendo un paragone tra l’universo del romanzo di Morici e la nostra società contemporanea è possibile trovare molti, anzi troppi punti in comune. Tanto per cominciare l’universo sociale è afflitto da un grave crisi economica che riverbera i sue effetti collaterali sugli individui, rendendo vane, flebili e fallimentari le relazioni economiche e umane.  Poi, l’umanità protagonista è traumatizzata a tal punto che ogni scelta o possibilità d’azione si frantuma e svanisce nel nulla, portando i personaggi ad essere apatici e incapaci di compiere gesti determinanti per il loro vivere.  Il protagonista principale – quello che si innamora pazzamente di Jenny – è anonimo, non ha un nome e nemmeno un’identità precisa, a dimostrazione della forte spersonalizzazione che il suo io ha subito nel corso del tempo. Lui ha dimenticato a tal punto se stesso che non si ricorda perché è finito nella città dove vive, come è nato e cosa ha fatto in passato, ma allo stesso tempo chi ci racconta la storia – come tutti gli altri  coinquilini – non ha la più pallida idea di quello che sarà il domani. La vitalità di Jenny è per il protagonista un “faro nella nebbia”, è la scossa che lo porta a rendersi conto che forse è possibile ritrovare un senso giusto del vivere, ma purtroppo questa aspettativa di rinnovamento sarà bloccata da un drammatico evento. Il fatto tragico minerà per sempre l’anima del narratore anonimo, portandolo alla scelta dell’autoesclusione volontaria da un mondo ormai impossibile da cambiare, dove il senso del vuoto, la mancanza completa di valori e di responsabilità hanno ormai preso il sopravvento sulle persone. Il protagonista scegliendo di essere come il Maestro si autoesclude in modo volontario, prendendo sì una decisione drastica, ma necessaria. In questo modo l’io narrante si mette in una posizione di superiorità rispetto agli altri, perché lui ha capito che tutto quello che ha fatto fino a quel momento è stata un catena di errori. L’atto dell’esilio volontario è estremo, ma non è da intendersi come mancanza di coraggio. Dal mio punto di vista esso è la rappresentazione della consapevolezza dell’io narratore sul fatto che il mondo dove credeva di aver trovato la salvezza si è rivelato essere una mera illusione destinata alla perdizione totale di sé, per tale ragione ci si può salvare solo osservandolo in modo silenzioso e distaccato come farebbe una statua d’argento.

Claudio Morici nato a Roma nel 1972, è uno scrittore italiano. Dopo la laurea in psicologia all’Università di Roma la Sapienza, pubblica la sua tesi sui sogni lucidi in un’antologia edita dal Punto d’Incontro (1997) e lavora in diverse comunità terapeutiche a contatto con pazienti affetti da psicosi. Questa esperienza nel mondo della follia, nel 2003 gli ha ispirato il suo primo romanzo Matti Slegati che ha come protagonista un infermiere psichiatrico che lavora in una comunità terapeutica alle porte di Roma. Nel 2007 esce  Actarus, la vera storia di un pilota di robot, un romanzo drammatico-demenziale su Goldrake e il mondo del lavoro in Italia. Nello stesso anno Morici, lascia tutto e parte. Inizia un periodo di 5 anni  in viaggio in cui Morici si muove in giro per il mondo, alternando periodi stanziali a Città del MessicoGranadaLondra e Berlino. Viaggiando scrive La terra vista dalla Luna (pubblicato da Bompiani nel 2009) e L’uomo d’argento (2012, edito da E/O) scritto in almeno trenta città diverse.

:: Segnalazione di La trilogia nera di Dave Zeltserman (TimeCrime, 2012)

14 giugno 2012 by

Dopo una serie di ritardi ho  il piacere di annunciare finalmente ai lettori di Liberi di Scrivere l’uscita della trilogia di  Dave Zeltserman per TimeCrime dal 21 giugno in libreria. Così annuncia la casa editrice: Una trilogia di hardboiled brutali e irriverenti per tre scalcagnati, indimenticabili antieroi: Zeltserman si è guadagnato, di diritto, un posto d’onore nel sanguinoso Pantheon del crime. Non vedo l’ora di leggere questo piccolo gioiellino e recensirlo per voi! Ne vedremo delle belle. Tre romanzi a soli 12 Euro. Per chi volesse l’abbiamo anche intervistato qualche tempo fa’.

Contea di Bradley,  Vermont. L’ex poliziotto Joe Denton ha appena finito di scontare sette anni per il tentato omicidio del procuratore distrettuale. Si illude di aver chiuso con il passato, con la violenza, la droga e le scommesse: ma un crimine di quel genere è impossibile da dimenticare.  Kyle Nevin è  invece un “bravo ragazzo”,  gestisce gli affari nei quartieri a sud di Boston. Ammazza solo se costretto, non pesta i piedi a nessuno: eppure Red Mahoney, il suo boss, lo vende all’FBI.  Quando Nevin esce di galera ha quindi una sola cosa in mente: fare a pezzi Red. Per racimolare qualche dollaro organizza un rapimento, ma niente va come dovrebbe…
Nè la fortuna sorride  a Leonard March, sgherro “storico” del mafioso  Sal Lombard. Quando dopo quattordici anni le porte del carcere  gli si aprono davanti, per mettere insieme due pasti caldi al giorno si ritrova a pulire gabinetti. Non sarebbe poi così male, per uno che ha sessantadue anni  e ventotto omicidi sulla coscienza:  ma si ci si può reinventare una vita “normale” quando là fuori tutti vogliono la tua testa?

Dave Zeltserman è nato a Boston nel 1959. Laureato in matematica, ha lavorato per venticinque anni nello sviluppo di software per grandi aziende di comunicazione. Nel 2004, in seguito alla pubblicazione del suo primo romanzo, Fast Lane, ha deciso di dedicarsi alla crime fiction e alla pratica del kung fu. Per Fanucci Editore ha pubblicato Piccoli crimini (2010), con cui si apre la pluripremiata trilogia del “bastardo uscito di prigione” di cui  La vera storia di Kyle Nevin costituisce il secondo volume e Killer il terzo.

«Ho deciso di raccontare le imprese dei miei “bastardi usciti di prigione” in prima persona perché sono tutti e tre totalmente inaffidabili. Se non li avessi fatti parlare con la propria voce ci avrebbero raccontato solo un mucchio di balle.» Dave Zeltserman