:: Recensione di Derrumbe di Ricardo Menéndez Salmón (Marcos Y Marcos, 2012)

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Accese la radio.
Glenn Gould che interpretava Bach. Pensò alla bellezza. Alla sua inutilità difronte al male. Cimabue sconfitto da Gilles de Rais. Beethoven calpestato da Hitler ad Auschwitz. Versi di Rimbaud bruciati a Hiroschima. L’aria conclusiva delle Variazioni Goldberg non gli portò la calma.

Ricardo Menéndez Salmón scrittore, giornalista, filosofo, da me soprattutto amato grazie a Il correttore, uno dei tre volumi della cosiddetta “trilogia del male” che comprende inoltre La colpa e Derrumbe (Derrumbe, 2008) romanzo di cui oggi vorrei parlarvi, oltre ad essere un autore anticonformista e portatore di una scrittura ricercata, preziosa, sfarzosa che teoricamente per complessità e profondità dovrebbe escludergli l’interesse del grande pubblico, è invece nello stesso tempo anche una delle voci più significative della narrativa contemporanea spagnola. Tradurlo presumo sia un’ impresa oltremodo complessa, ardua, se non frustrante per cui va senza dubbio ringraziata Claudia Tarolo che è riuscita a dare scorrevolezza ad un testo che racchiude incognite e rischi molto più familiari in un testo filosofico che in un romanzo. Il Male è al centro delle riflessioni e delle indagini di Menéndez Salmón, ma non solo il male visto come sofferenza, angoscia, dolore, cancro esistenziale individuale, ma anche come nocciolo duro della nostra società sempre più consumistica, sempre più vuota di valori, di certezze, di fondamenti. I suoi testi sono testi di denuncia, di protesta, di critica sociale, molto più incisivi nella misura in cui trafiggono la quotidianità borghese, anonima, fintamente rassicurante, denunciandone il suo aspetto terrificante. Non a caso il tema del terrorismo nel suo aspetto più destabilizzante riemerge come male endemico della nostra società contemporanea. La propagazione del terrore, fine a se stesso, magari senza matrice politica, religiosa, filosofica, un male senza senso e senza limite metafora stessa dell’inferno. Derrumbe sotto le mentite spoglie di un poliziesco noir, c’è un serial killer, ci sono i poliziotti che indagano, c’è un gruppo di giovani studenti di filosofia improvvisatisi terroristi, è in realtà un romanzo filosofico alla Camus, affascinante nella misura in cui si può restare attratti e soggiogati dall’orrore, disturbante della misura in cui si vuole essere rassicurati e calmati dalla società che ci circonda. Quando il poliziotto Manila che sta per diventare padre per la seconda volta avverte la consapevolezza di in che mondo metterà i suoi figli, noi lettori avvertiamo che questa stessa vertigine e condividiamo la rivelazione che arriverà nel finale quando in un’unica parola, sarà concentrato tutto quello che al male si contrappone. Non la cito, la scoprirete da voi.

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