:: Recensione di Gli autonauti della cosmostrada di Julio Cortàzar e Carol Dunlop (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto

26 settembre 2012 by

Le autostrade sono quelle strade riservate ai soli veicoli e motocicli, a due o più carreggiate, che permettono alle  persone di raggiungere due punti diversi del Paese nel minor tempo possibile. Sono strade senza incroci, semafori, rotonde. Sono per le persone che hanno fretta, per quelle che devono percorrere lunghe distanze nel tempo più breve. Sono strade ad alta velocità. Per la maggioranza delle persone sono il mezzo per arrivare alla meta del viaggio. Ma non per Julio Cortàzar e sua moglie Carol Dunlop!
Nel 1982 questa brillante coppia di scrittore e fotografa decide di fare un viaggio sull’autostrada Parigi-Marsiglia. Fin qui, direte voi, tutto normale. E invece no! I due decidono che la meta del loro viaggio non sarà Marsiglia, ma quel preciso tratto di autostrada! L’autostrada non sarà per loro un non-luogo da attraversare velocemente, ma diventerà parte fondamentale del viaggio. Julio e Carol decidono infatti di attraversarla il più lentamente possibile, fermandosi in ogni  area di sosta. Le regole del loro “gioco” sono semplici: percorrere tutto il tratto da Parigi a Marsiglia in più giorni, non uscire mai dall’autostrada, fermarsi ogni giorno in due aree di sosta e dormire nella seconda, utilizzare tutto ciò che le aree di sosta offrono, annotare scientificamente tutte le possibili osservazioni e infine scrivere un libro sulla loro avventura!
E così, a bordo di Fafner, un furgoncino Wolkswagen super attrezzato, nella primavera del 1982 comincia il loro viaggio che durerà trentatré giorni.
Il libro è il risultato di questa avventura. Il Lupo e l’Orsetta (così si chiamano nella loro intimità Julio e Carol) annotano, osservano scientificamente, immaginano e ci descrivono ogni loro tappa. Ogni area di sosta è diversa dall’altra. Nulla è uguale. Ogni giorno c’è anche solo un particolare che rende ogni tappa unica nel suo genere. Il Lupo e l’Orsetta ci narrano dei loro incontri, dei loro sogni, dei loro pasti e delle loro notti passate nelle aree di sosta.
Nel racconto si trovano appunti precisi su orari e fatti (dopotutto la loro è una spedizione scientifica!) ma anche divagazioni sulla società, sui trasporti, sulla solitudine e sulla felicità. A rendere il tutto ancora più interessante, Julio e Carol inseriscono anche le fotografie scattate durante il percorso, corredate dalle loro note piene di ironia e leggerezza. Questo libro è tutto fuorché uno sterile resoconto di viaggio!
Quant’è durato poco il viaggio![1]esclamerà Carol al termine del viaggio. Com’è durato poco il libro! Esclamerà invece il lettore!
Già perché questo racconto ti coinvolge, ti ammalia, non si riesce a staccare gli occhi dalle pagine, ti fa sentire lì con il Lupo e l’Orsetta a bordo di Fafner e ti fa venire voglia di prendere un qualsiasi mezzo e partire per un viaggio… magari proprio come il loro!


[1] Julio Cortazàr, Carol Dunlopo, Gli autonauti della cosmostrada, Torino, 2012, pag. 351

:: Un’ intervista con Serge Quadruppani a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2012 by

Serge QuadruppaniCiao Serge, bentornato su Liberi di Scrivere. Cosa sarebbe la tua vita senza letteratura?

Cosa sarebbe la mia vita senza la mia vita? Non riesco ad immaginarlo.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Un buon scrittore è un scrittore che scrive buoni libri: non riesco ad interessarmi alla personalità dello scrittore a prescindere dai suoi libri. Soltanto se sono catturato da una grande opera mi può capitare di pormi delle domande sull’autore.

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”? Puoi farmi un esempio.

“Cattivi maestri” è un’ espressione giornalistica strapiena di presupposti ideologici. E’ stata usata in un contesto molto particolare (i famosi anni 70) per attribuire a certe persone delle responsabilità che appartenevano ad una buona parte di un’ intera generazione. Tra i presupposti a cui alludevo, c’è l’idea che la gente abbia bisogno di maestri. Nella valle di Susa, mi sono comprato una maglietta: “Padrone di niente, servo di nessuno”.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Ormai, visto le scelte che ho fatto nella mia vita, le posizioni pubbliche che ho preso, il campo in cui mi sono fatto riconoscere, sono catalogato in un modo che fa si che mi danno lavoro, un certo tipo di lavoro, ma a nessuno verrà in mente di propormi una medaglia o di far parte della giuria di un premio, di una commissione che distribuisce sovvenzioni, di scrivere in un media dominante: non mi regaleranno mai l’occasione di rifiutarlo con disdegno!  Sono in un’ isola felice di non-potere, e mi ci trovo bene.

Viviamo in un periodo di crisi, anche in Francia penso l’editoria soffra di questa crisi. Quali sono i rimedi più efficaci che consiglieresti e quali i veri mali tanto da guardarli in faccia?

Il rimedio più efficace sarebbe di pubblicare sempre più libri di qualità: nei momenti di crisi, la cultura è uno dei settori che resiste meglio. Anche perché la cultura è un appoggio per la resistenza in generale.

Sei sempre alla ricerca di nuovi talenti per la collana delle Editions Métailié che curi. Cosa deve avere un libro per convincerti a pubblicarlo?

Uno stile, un punto di vista sul mondo, uno spessore del racconto.

Il più bel noir in assoluto che hai letto?

La posizione del tiratore scelto, di Jean-Patrick Manchette.

Ci sono autori francesi, non ancora conosciuti in Italia, che ti piacerebbe vedere tradotti?

Tanti. Per esempio Jérôme Leroy, che ha scritto un romanzo noir sull’arrivo al potere dei fascisti in Francia che ha avuto un bel successo oltralpi; Hannelaure Cayre una donna avvocato che ha scritto tre romanzi molto divertenti con un personaggio di avvocato corrotto ma simpaticissimo; Pascal Garnier, un grande.

Cosa pensi degli ebook? Il libro cartaceo resisterà all’attacco della tecnologia?

Penso che il libro cartaceo continuerà ad esistere accanto all’e-book. Quanto spazio per l’uno e per l’altro, per ora, nessuno lo può prevedere.

Saturne uscirà quest’anno per Einaudi Stile Libero? Ce ne vuoi parlare?

E un romanzo ambientato tra Francia e Italia che inizia con una strage nelle terme di Saturnia, in cui un gruppo di familiari delle vittime prova a capire cosa sia successo mentre la commissaria Tavianello, che avete conosciuto nella Rivoluzione delle Api, minaccia di dimettersi perché è stufa dei giochi dei poteri sporchi (in Madame Courage, il terzo della serie appena uscito in Francia, lei si dimette veramente), in cui il killer è molto più umano dei suoi mandanti, che sono tra l’altro all’origine della crisi dei subprimes… Se questo non ti ha ancora convinto di leggerlo, posso aggiungere che il Maestro Camilleri fa una apparizione breve ma decisiva…

Stai curando attualmente una traduzione? E quale autore, se c’è, avresti voluto tradurre ma per qualche ragione non l’hai fatto?

Sto traducendo I materiali del killer di Biondillo, dopo sarà il turno di Gioacchino Criaco, American Taste e Massimo Carlotto,  Respiro Corto. Mi sarebbe piaciuto tradurre tanti libri di Valerio Evangelisti che non abbiamo potuto comprare…

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Sono computerizzato da 20 anni.

Durante la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Non posso dire se preferisco una cosa o un’ altra, sono tutte in un rapporto organico.

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

I miei autori preferiti sono tanti, e le mie scelte non sono molto originali nella letteratura francese e mondiale. In questo momento sto leggendo Philip Roth, Pastorale americana, ma è un caso, perché sono in giro tra Francia e Italia e ho preso a casa di mio fratello quello che ho trovato tra le 8 e le 8 e cinque minuti, quando dovevo partire per l’aeroporto… Questo è il bello dei libri cartacei: un oggetto che senti nella mano e metti nella tasca, lo puoi fare mentre l’altra mano prende la maniglia della valigia… non è la stessa cosa che toccare uno schermo con l’indice.

A quarant’anni dalla morte di André Héléna l’editore italiano Aisara pubblicherà un’antologia di racconti ispirata ai suoi romanzi. Tu scriverai la prefazione. Ce ne vuoi parlare?

La prefazione è scritta. E anche tradotta da Maruzza Loria: “La poisse, « la sfiga », è il titolo di una collana creata negli anni Ottanta del secolo scorso per rieditare alcuni romanzi d’André Héléna caduti nell’oblio, ed è anche la materia con la quale egli trama i suoi racconti, il piombo del reale da cui estrae l’oro della sua arte.”: questo è l’inizio, per leggere il seguito, dovrai avere il libro!

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Per ora, sto traducendo. Progetti, tanti: un romanzo epistolare con Jérôme Leroy su due ex della lotta armata che, parlando parlando, si eccitano di nuovo contro l’epoca  e alla fine, si scrivono dalla galera. Un altro libro, testi di viaggio e non solo. Un altro di Simona Tavianello…

:: Segnalazione di Alle radici del male di Roberto Costantini (Marsilio, 2012)

25 settembre 2012 by

Roberto Costantini

Alle radici del male

Marsilio Editori

[In libreria dal 31 ottobre 2012]

La giovinezza del commissario Balistreri e le origini del male nell’attesissimo secondo capitolo della Trilogia del Male di Roberto Costantini

Tripoli, anni Sessanta. Quella dell’irrequieto e ribelle Mike Balistreri è un’adolescenza tumultuosa come il ghibli che spazza il deserto. Sullo sfondo di una Libia postcoloniale, preda degli interessi dell’Occidente per i suoi giacimenti petroliferi, gli anni giovanili di Mike sono segnati dalle morti irrisolte della madre Italia e della piccola Nadia, da due amori impossibili, uno intessuto di purezza e uno intriso di desiderio e di rabbia, dal coinvolgimento in un complotto contro Gheddafi, e da un patto di sangue che inciderà a fondo sia la pelle che l’anima a lui e ai suoi tre migliori amici.

Roma, settembre 1982. Reduce dall’esito catastrofico del caso Sordi, il giovane commissario Balistreri di notte si stordisce con il sesso, l’alcol e il poker e di giorno indaga svogliatamente sulla morte di Anita, una studentessa sudamericana assassinata subito dopo il suo arrivo nella Capitale. Per gratitudine verso chi gli ha salvato la carriera, è anche costretto a vegliare sulla scapestrata Claudia Teodori, che agli albori della televisione commerciale sembra lanciata verso una luminosa carriera di starlette.

Ma Nadia, Anita e Claudia sono legate da un filo invisibile, seguendo il quale Michele Balistreri sarà costretto a calarsi nelle zone più buie del suo passato, quei giorni “di sabbia e di sangue” con cui non ha mai chiuso del tutto i conti, in un cammino lungo il quale l’amore, l’amicizia, i sogni e gli ideali si scontrano con la ricerca di verità dolorose, nell’impossibilità costante di distinguere chi tradisce da chi è tradito. Alla fine sarà una ragazza, incompresa e coraggiosa, a condurlo per mano fino alle radici del Male.

Roberto Costantini (Tripoli, 1952), ingegnere, consulente aziendale, oggi dirigente della Luiss Guido Carli di Roma dove insegna anche al Master in Business Administration. Alle radici del male è il secondo volume della Trilogia del Male con protagonista il commissario Balistreri, iniziata con Tu sei il male (Marsilio 2011, migliore opera prima al Premio Scerbanenco), best-seller in Italia, in corso di traduzione nei maggiori paesi europei e dal quale verrà tratto un film.

:: Recensione di Viaggio in treno con suspense a cura di Stefano Malatesta (Giano editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

25 settembre 2012 by

Se vi dico treno a cosa pensate? Probabilmente vi verranno in mente ritardi temporali, carrozze non molto pulite, spazi supercaldi in estate e gelidi in inverno e gente pressata come sardine in vagoni dai sedili scomodi. Beh sappiate che il viaggio in treno non sempre è stata un’esperienza tragicomica, perché la locomotiva e le sue sorelle carrozze sono considerate – dal momento della loro apparizione -il mezzo emblema della modernità che, più dell’aereo e dell’automobile, ha permesso alle persone di valicare confini prima insormontabili. Col passare del tempo e della diffusione delle reti ferroviarie nel globo terrestre il treno e il fascino che lo caratterizza si sono spostati dal piano della realtà a quello della narrativa, elevando il mezzo di trasporto a scena ideale per la stesura di libri aventi come teme principale il viaggio o l’avvincente caccia all’assassino e non solo. Stefano Malatesta, grande viaggiatore e scrittore, ha voluto coinvolgere una serie di amici scrittori e giornalisti chiedendo loro una storia scritta che avesse come fulcro motore della narrazione il treno. In questo modo è nato il libro pubblicato da Giano editore, intitolato Viaggio in treno con suspense, costituto da otto racconti di diversa lunghezza nei quali l’alta tensione, gli intrighi tra gli umani, le passioni e gli amori si intrecciano, creando emozionanti storie di vita che attraversano in lungo e  in largo l’Italia e le sue epoche. Tutti ingredienti che rendono Viaggio in treno con suspense un libro carico e ricco di emozioni e colpi di scena. Ne volete un piccolo assaggio? Nel racconto di Camilleri, intitolato Una piccola voluttà, il viaggio in treno diventa una sorta di catarsi che permette al giovane protagonista di ritrovare la tranquillità persa nel rocambolesco percorso di avvicinamento alla sua meta. In Italicus di Fasanella, il sopravvissuto io narrante anonimo dovrà fare i conti con il passato e con il dubbio che lo tormenta, impedendogli di capire la dolorosa verità dei fatti. Interessante è la storia di Dacia Maraini (Il viaggiatore dalla voce profonda), nel quale la protagonista Jole Pontormo conoscerà un intellettuale, rendendosi conto solo al termine della loro piacevole chiacchierata, che a volte le apparenze ingannano. Il lettore freme, scopre verità inaspettate e allo stesso tempo riesce ad attuare una riflessione sui diversi comportamenti umani e sugli usi e costumi della società italiana nei vari periodi storici (esemplare da questo punto di vista è la storia di Sandro Viola ambientato nell’Italia di fine anni Quaranta che ha per protagonisti degli studenti e delle giovani prostitute). Tutti i racconti hanno sì per protagoniste persone di diverse condizioni sociali e culturali, ma l’attore principale è, e rimane sempre, il treno. Un testimone silenzioso, che ascolta, accoglie e custodisce in sé in vicende umane nelle quali uomini e donne diversi tra loro, si incontrano e si confrontano scoprendo che le cose e esistenze vissute non sempre sono quello che sembrano a prima vista. Rapinatori, carcerati, studenti, prostitute, personaggi  storici, registi con passioni estreme, vittime e carnefici si vedono, parlano e dialogano sui treni che percorrono il pianeta in lungo in largo. Ogni autore ha creato una storia nella quale ha messo quello che il treno rappresenta per lui o lei e ciò che emerge è il fatto che questo mezzo di trasporto non solo ha cambiato le modalità di percezione e il contatto con gli ambienti da parte degli uomini, ma esso è uno strumento per viaggiare in maniera fisica nello spazio, attraverso il tempo e – in questo caso è più un viaggio psicologico –  negli animi umani allo scoperta di tutti i sentimenti e le contraddizioni che li caratterizzano evidenziandone la complessità. In Viaggio in treno con suspense  il treno con i suoi vagoni e sedili più o meno raffinati e comodi, evidenzia un senso di fascinazione costante, che ha in sé qualcosa di misterioso e attraente, tanto da diventare il luogo delle umane passioni, di efferate aggressioni e di incontri segreti in un susseguirsi continuo lasso spazio-temporale di  sentimenti e di corpi in viaggio.

Il volume curato da Malatesta raccoglie racconti di scrittori, giornalisti, sceneggiatori, documentaristi e viaggiatori. Ecco chi ha contribuito a Viaggio in treno con suspense: Andrea Camilleri (Una piccola voluttà), Giovanni Fasanella (Italicus), Raffaele La Capria (Il consiglio di Alioscia), Stefano Malatesta (L’ultima carica imperiale), Dacia Maraini (Il viaggiatore dalla voce profonda), Dante Metelli (La tradotta toscana), Vieri Razzini (Noccioline) e Sandro Viola (Un vermouth Martini ghiacciato).

:: Segnalazione di Vipera. Una storia del commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni (Einaudi, 2012)

24 settembre 2012 by

Esce il 27 novembre, per Einaudi, una nuova indagine del commissario Ricciardi, creatura letteraria di Maurizio De Giovanni,  dal titolo Vipera. Una storia del commissario Ricciardi.

Napoli, 1932: manca una settimana alla Pasqua. Al “Paradiso”, esclusiva casa di tolleranza nella centralissima via Chiaia, la prostituta più famosa è ritrovata morta. Maria Rosaria, detta Vipera, vanto e principale attrazione del bordello per la sua straordinaria bellezza, è stata soffocata con un cuscino. L’ultimo cliente sostiene di averla lasciata ancora viva, il successivo di averla trovata già morta. Al commissario Ricciardi, che ha il dono terribile di vedere i morti ammazzati e ascoltare le loro ultime parole, il fantasma di Vipera ripete: “il mio frustino, il mio frustino”. L’oscura frase potrebbe riferirsi al soprannome dell’ultimo cliente, l’ambulante di frutta e verdura Peppe ‘a frusta, o ai gusti sessuali di Alfonso, il commerciante di arredi sacri con tendenze sadomasochiste che ha scoperto il cadavere. Ma molti sono i personaggi che ruotavano intorno alla donna e potevano avere un motivo per ucciderla: avidità, frustrazione, invidia, bigottismo. Mentre la primavera accende i sensi e la Quaresima li avvilisce, il commissario Ricciardi si districa nel dedalo di strade e menzogne di una Napoli indimenticabile, ritratta con la potenza narrativa a cui la scrittura di De Giovanni ci ha abituati.

:: Un’ intervista con Loredana Limone a cura di Elena Romanello

24 settembre 2012 by

Borgo Propizio è una storia, tra amore e ricerca di sé e delle sue radici, tra nuovi inizi e vecchi ricordi, ambientata in un immaginario paesino italiano molto simile a tanti posti reali, tra giovani donne che decidono di improvvisarsi lattaie, decoratori con l’anima da artista, attempate zitelle impiegate comunali che trovano il grande amore, fantasmi e equivoci. Edito da Guanda è scritto con gusto e ironia da Loredana Limone, già autrice di libri per bambini e di pubblicazioni gastronomiche.

Come e perché si passa dai libri gastronomici e per bambini ad un romanzo come Borgo Propizio?

Chi ha la predisposizione per la scrittura in genere scrive –  sempre e principalmente – di narrativa, salvo accumulare fogli/riempire cassetti con roba di varia (dubbia) qualità. Così ho fatto io per anni seppellendo i miei tentativi di scrittura sotto spanne di polvere, mentre invece riuscivo a scrivere testi letterario-gastronomici, che abbastanza facilmente arrivavano in libreria, e le fiabe che mi ispirava il mio bambino.

Che differenze ci sono tra i vari tipi di scrittura?

La narrativa ti fa esprimere, ti fa evadere, sognare, librare sullo sconfinato orizzonte che hai dentro. Il resto è studio, ricerca.

Cos’è per te questo Borgo Propizio in cui hai scelto di ambientare la tua storia?

Il posto dove rifugiarmi. Il luogo dove fare ritorno, e che qui – su questa terra – ancora non ho trovato.

Tra i personaggi, maschili e femminili, chi è il tuo alter ego e quanto c’è di tuo in ognuno di loro?

In ognuno di essi c’è un po’ di me, lo scrittore deve necessariamente darsi se vuole che i personaggi risultino vivi. Tuttavia, mi sento molto Letizia… fra qualche anno!

Nelle tue pagine pratichi un genere poco praticato invece in Italia, quello del romanzo umoristico: come mai e perché non va tanto?

Dicono che far piangere sia facile, mentre far ridere sia difficile. Forse sarà per questo che non è molto praticato. Chi più ha sofferto, più è capace di far ridere: vedi quel genio di Guareschi, che è stato persino in un campo di concentramento. Tuttavia io, a fronte di un carattere malinconico, scrivo con l’allegria di mia madre, che ho ereditato.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Nel 2013 Borgo Propizio uscirà in Spagna, mentre in Italia ci sarà il sequel già approvato dal’editore e di cui sul sito della mia agente si può leggere la sinossi:

http://www.meucciagency.com/books.php?id=421

Dato che comunque si tratterà di una trilogia, il progetto più immediato è scrivere il terzo.

Cosa pensi della narrativa al femminile in generale?

Ammiro molto le scrittrici che non perdono la propria identità, quelle che non s’imbastardiscono con narrazioni di stampo maschile, non s’imbarcano nell’incomprensibile animo del sesso avversario (lo considero così) pretendendo di raccontarlo dal di dentro, non si dequalificano con atteggiamenti da tifoseria incallita o la cronistoria di fantasmagoriche copulazioni. Mi piace la donna vera, femminile: anche nella scrittura.

Quali sono le tue fonti di ispirazione non solo per Borgo Propizio?

La vita.

:: Recensione di Inseparabili – Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

24 settembre 2012 by

Ora che l’errore è stato debellato. E con esso il vizio, la corruzione, il narcisismo, il delitto.[..] Bè ora le cose andranno sicuramente meglio. [..] È vero, è vero, ne convengo, Leo ci ha messo un po’ troppo tempo a morire. Ma ora che finalmente lo ha fatto tocca a voi pulire e pagare il conto.
Così terminava Persecuzione, il  primo capitolo del dittico Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno.
Leo Pontecorvo è morto, ha lasciato il nostro mondo. Ora tocca a Rachel, Semi e Filippo andare avanti e affrontare la realtà.
Inseparabili, il secondo capitolo, ritrova la famiglia Pontecorvo diversi anni dopo la grande Tragedia che li aveva colpiti: il capofamiglia, Leo, accusato di molestie sulla ragazzina minorenne del figlio minore, è stato ritrovato morto nello scantinato di casa in cui si era rinchiuso mese e mesi prima.
Era il lontano 1986. Ora, nel 2011 i due fratelli Pontecorvo sono cresciuti e hanno trovato il loro posto nel mondo.  In questi 25 anni Samuel è riuscito a intraprendere una brillante carriera nell’alta finanza mentre Filippo invece, nonostante la laurea in medicina, una bella moglie e una vita apparentemente perfetta, sembra non aver trovato ancora la vera felicità.
Ma un giorno le cose improvvisamente cambiano. Filippo viene travolto da un inaspettato successo dovuto a una striscia di fumetti da lui disegnata mentre Semi è sull’orlo della bancarotta.
Filippo si trova improvvisamente circondato da ammiratori, donne e detrattori. I suoi fumetti, trasformati in un film, hanno trasformato Filippo in una figura acclamata dalle folle.
Filippo non si accorge della sofferenza di Samuel, dei problemi che lo affliggono e tra di loro sembra essersi formato un baratro, una distanza difficile da riempire. Che i due fratelli Pontecorvo non siano così inseparabili come li abbiamo conosciuti in Persecuzione?
Se ci si mettono poi di mezzo i sospetti, i rimorsi e i sensi di colpa che ogni membro della famiglia Pontecorvo prova per la morte di Leo, allora la lontananza sembra insuperabile. Già perché in tutti questi anni, Filippo, Semi e la mamma Rachel hanno inevitabilmente dovuto fare i conti con il destino di Leo. Nessuno è innocente e nessuno è colpevole. Ma in questo secondo atto sta ai tre superstiti fare i conti con il passato e con le loro azioni, o inazioni, che hanno condotto alla morte di Leo. Spetta ora a Filippo e Semi riuscire ad affrontare il loro passato e superare la distanza che sembra essersi creata tra i due fratelli.
Li chiamavano gli Inseparabili, come quei pappagallini che non riescono a vivere da soli. E nonostante tutto, nonostante le avversità, i fallimenti, le invidie e i rancori, Filippo e Semi non potrebbero vivere l’uno senza l’altro.
Inseparabili dunque, come a mio giudizio, sono i due libri di Piperno: uno non può esistere senza l’altro.
Tra passato e presente, tra flashback, ricordi e sospetti, Piperno ci regala un ulteriore punto di vista sulla torbida vicenda di Leo Pontecorvo dando ora la parola ai tre membri della famiglia che in Persecuzione sono stati semplici spettatori della disfatta di Leo.

:: Un’ intervista con Simone Sarasso

24 settembre 2012 by

Grazie Simone per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia! Grazie a voi per l’ospitalità!
Ho trentatré anni (quasi trentaquattro), sono sposato, ho un bimbo e mi guadagno da vivere scrivendo e insegnando scrittura. Scrivo romanzi, racconti, sceneggiature. Mi occupo di narrativa, fumetti, cinema e TV. Insegno scrittura creativa alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano.
Riguardo ai punti di forza: posso stare anche 12 ore alla tastiera e sfornare fino a 40.000 battute in un giorno. La debolezza che ne consegue è intimamente connessa alla forza medesima: dopo sessioni da 12-13 ore sono più piatto del tavoliere delle Puglie e ho la vocazione sociale di un monaco trappista muto.

Parlaci dei tuoi studi, del tuo background, della tua infanzia.

Mi sono diplomato al liceo scientifico e ho una (utilissima) laurea in filosofia. Da bambino leggevo un sacco di Topolino e andavo matto per pane e salame. Oggi preferisco i romanzi di Don Winslow, Glen Duncan e Warren Ellis, ma il pane e il salame mi piacciono ancora. Specie se accompagnati da una birra ghiacciata.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura in particolare?

È nato tardi, a vent’anni. Ho fatto l’Erasmus in Spagna e lì sono diventato un lettore compulsivo (complice il parecchio tempo libero). A scrivere ho cominciato per caso, cinque anni più tardi: il mio primo editore mi commissionò un racconto, che diventò un romanzo e accese la scintilla.

Per Rizzoli hai appena pubblicato un romanzo storico molto particolare Invictus – Costantino l’imperatore guerriero. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Invictus è la storia di Costantino il Grande, Imperatore Santo, vissuto nel IV secolo d.C., eroe di Roma e paladino della cristianità. L’idea alla base del romanzo è quella di scavare nelle zone d’ombra della vita di Costantino, descrivendo la nuda, imperfetta natura umana che si cela dietro al mito Imperiale.

Il romanzo storico ha precise regole e strutture narrative. Sicuramente tu non sei uno scrittore che accetta le strade già tracciate, sei piuttosto un guastatore. In cosa ti senti innovatore?

Il linguaggio è il campo da gioco che preferisco quando si tratta di sperimentare o scardinare cliché. Nel mio romanzo non si parla come in un peplum anni Sessanta, questo è certo. Né si agisce in punta di penna. Sesso, turpiloquio e ultraviolenza sono ingredienti fondamentali della mia narrativa. E, guarda caso, sono elementi portanti della società romana dell’epoca.

La ricerca delle fonti è il primo passo nella costruzione di un romanzo storico fondato sulla verità storiografica. Come hai raccolto le tue fonti, come hai preceduto alla scrematura dei dati irrilevanti, ti sei fatto guidare dall’intuito e da una tua personale visione dei personaggi?

Diciamo che ho “fatto i compiti”, come dovrebbe fare qualunque autore si occupi di narrativa storica. Sono andato alla ricerca delle fonti originali, scritte dai contemporanei di Costantino (la sua biografia firmata da Eusebio, più qualche chicca messa in pagina dai suoi detrattori), ma non ho trascurato la sterminata produzione storiografica che esiste riguardo all’Imperatore santo. Per consultarla, ho adottato un criterio “ecumenico”: ho studiato testi di centosettant’anni fa (l’opera di Burckhardt, il primo vero storico dell’età di Costantino il Grande, risale all’epoca degli ultimi fasti dell’Impero prussiano) unitamente a volumi recentissimi (come quello di Arnaldo Marcone), senza tralasciare tutto quello che ci sta in mezzo. Solo così è stato possibile costruire un’immagine tridimensionale del personaggio e della sua psicologia.

Oltre alle fonti scritte sei stato influenzato anche da film, sceneggiati, fumetti? Vuoi parlarcene?

Credo sia impossibile, nel XXI secolo, occuparsi di storia antica e fiction senza pensare al Trecento di Zack Snyder o alla serie Spartacus. La mia produzione “imperiale” deve molto a questi modelli espliciti.

Il linguaggio è sicuramente un elemento fondamentale nel ricreare un periodo storico lontano, per dare il senso del tempo, descrivere la mentalità di chi viveva in quel periodo. Come ti sei regolato? Come hai costruito i dialoghi?

Il mondo che ruota intorno a Costantino, la corte imperiale del IV secolo insomma (sia quella di Diocleziano che, dopo, quella che vedrà il figlio di Costanzo indossare la porpora), è un mondo profondamente diverso da quello che siamo abituati a immaginare quando si parla dell’antica Roma. Il IV secolo non è più l’età dell’oro, ma l’inizio del declino che porterà alla fine dell’Impero d’Occidente un secolo e mezzo più tardi. La classe dirigente è quasi tutta composta da soldati, ex soldati e militari in pensione. Che hanno trascorso l’esistenza a mollo nel sangue fino alle ginocchia. Il linguaggio di questa gente non è quello di Cicerone, ma più probabilmente quello che si potrebbe ascoltare in caserma. Dunque, il turpiloquio – come accennato – è un elemento essenziale del dialogo. Detto questo, ho cercato di lavorare sull’intero corpus linguistico in uso da parte dei protagonisti, modernizzando la comunicazione e rendendola conseguente al ritmo del libro.

Parlaci di Costantino, uomo, soldato, imperatore. Pensi di aver catturato nel tuo libro lati del suo carattere mai messi in luce? Quale è la tua idea personale del personaggio?

Costantino è stato molte cose in vita sua, ha vissuto dieci vite in una. Nato figlio di genitori separati, ha dovuto imparare a crescere come un principe, pur non essendo destinato al trono. Ha sempre sofferto dell’assenza di una figura genitoriale di riferimento e non l’ha mai trovata in suo padre Costanzo. Da lì il rapporto complicato con la famiglia e i figli. È diventato prima un usurpatore poi un grande sovrano. È stato un paladino cristiano e uno spietato assassino. Messo al mondo per un mestiere che non era il suo, ha lasciato che il potere assoluto lo corrompesse assolutamente.

Nucleo centrale delle tue opere è il lato oscuro del potere. Che libertà hai trovato nella costruzione del romanzo storico. L’epoca romana si presta meglio dell’epoca contemporanea a riflessioni etiche più universali. O i meccanismi di corruzione, di nepotismo, di opportunismo sono gli stessi in ogni tempo?

La lezione più preziosa che può insegnare lo studio della Storia è che NON si stava meglio quando si stava peggio. Si è SEMPRE stati peggio. Le dinamiche di potere odierne non sono molto diverse da quelle in atto nell’antica Roma. Solo più ipocrite riguardo a disuguaglianza sociale e diritti umani. Ma, come premesso, il potere assoluto corrompe assolutamente, e chi ne beneficia lo fa sempre a discapito di qualcun altro.

Scriverai nuovi romanzi storici? Hai in progetto la rivisitazione di qualche altro personaggio dell’antichità?

Il 24 di ottobre uscirà per Rizzoli COLOSSEUM, il mio nuovo romanzo di ambientazione imperiale: la storia dell’Anfiteatro Flavio e dei due gladiatori che ne divennero gli eroi.

A che scrittori ti sei ispirato? C’è qualche lezione fondamentale che hai imparato? Qualche segreto da confidare ad un autore che per la prima volta si accosti al romanzo storico?

I miei maestri sono Sergio Altieri, Valerio Evangelisti, Giancarlo De Cataldo e Valerio Massimo Manfredi. Quando scrivo, cerco di shakerare i loro insegnamenti con una buona dose di James Ellroy (che non guasta mai). Che si scriva del passato, del presente o del futuro, occorre farlo con dedizione e costanza. Diceva un saggio che questo dannato mestiere è 1% ispirazione e 99% traspirazione. Mi sa che non aveva torto…

Da un punto di vista tecnico come hai proceduto alla stesura del libro: hai scritto una scaletta, hai proceduto di getto, per poi procedere alle revisioni, hai proceduto per immagini, vedendo con la mente le scene delle battaglie etc.?

Io sono un maniaco del controllo, dunque procedo per gradi: prima consulto i documenti e schedo tutti i testi di riferimento. Poi compongo una scaletta dettagliatissima, con notazioni psicologiche per ogni personaggio in ogni scena, e infine scrivo, scena per scena in ordine cronologico.

Quale è la tua scena favorita? Quella che ti sei più divertito a scrivere?

Senza dubbio l’incontro tra Lattanzio e Costantino e la successiva chiacchierata.

Il personaggio più difficile da delineare, quello più sfuggente, negativo, complesso?

Licinio. Un mezz’uomo privo di spina dorsale, ma in fondo anche un monarca giustissimo e mite. Un autentico casino psicologico.

Pensi che Invictus Costantino l’imperatore guerriero si presti ad una rivisitazione cinematografica? Se potessi senza limiti di budget di spesa, usando massima libertà chi sceglieresti per interpretare il protagonista? Che regista?

Sul regista non ho dubbi: Robert Rodriguez è l’uomo che fa per me. Sogno da sempre di lavorare con lui. Nella parte di Costantino, Brad Pitt sarebbe perfetto. Il giovane Costantino, però, lo farei interpetare a Xavier Samuel.

L’epoca in cui visse Costantino fu un’ epoca di crisi, di decadenza; un’ epoca violenta, corrotta, immorale se vogliamo. Come l’ hai resa nel tuo libro? C’è un intento di parlare di ieri per parlare di oggi, della contemporaneità?

Il mio giudizio su Roma è pessimo. L’epoca che descrivo nel romanzo è un’epoca di grandi cambiamenti, in cui il centro del potere si sposta a oriente e l’Urbe rimane un coacervo di corruzione e parassitismo. Ovviamente, parlando di una Roma decadente è difficile non pensare al presente. Ma nel romanzo non c’è solo questo. C’è anche la descrizione della nascita d’un mondo nuovo, sotto l’egida d’un imperatore visionario. A volte i romanzi storici ci parlano insistentemente del presente. Altre, invece, raccontano solo storie di tanti secoli fa.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro?

Un anno e mezzo, tra documentazione e stesura.

Ci sono lati oscuri che ti sarebbe piaciuto approfondire?

Sono abbastanza soddisfatto dell’indagine condotta nelle tenebre della psiche dei miei personaggi. Certo, non nego che mi sarebbe piaciuto dedicare più spazio a quella carogna di Galerio e alla sua personalità distorta.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Sì, siamo prossimi alla firma per un contratto di traduzione molto importante per un paese europeo. Ma, per scaramanzia, preferirei non dare l’annuncio finché non sarà tutto nero su bianco.

Infine nel salutarti, ringraziandoti per la disponibilità e per il tempo che hai trovato per rispondere a questa intervista, parlaci dei tuoi progetti prossimi, c’è un nuovo noir contemporaneo nell’aria?

Certo che c’è. C’è sempre un nuovo noir nell’aria. Segnatevi questo titolo: IL PAESE CHE AMO. Nel 2013 ne leggerete delle belle!

:: Un’ intervista con Anthony Riches a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012 by

Salve Anthony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anthony Riches? Punti di forza e di debolezza.

Ho cinquant’anni e sono un consulente di Project Management che è anche occasionalmente uno scrittore di romanzi storici. Sono sposato con tre figli, 25, 23 e 15 anni, e vivo nella periferia nord di Londra. Punti di forza? Non provo mai panico, non importa quanto la situazione si faccia brutta, sono molto razionale e ho una grande etica del lavoro. Punti di debolezza? Un debole per le auto sportive tedesche, le armi da fuoco ad alta potenza e gli orologi costosi!

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Derby (nelle Midlands inglesi) nel 1961, e mi sono trasferito a Worthing (sulla costa sud) con i miei genitori nel 1967, dove ho vissuto fino a quando sono andato all’università nel 1980. Ho avuto un’infanzia felice, nonostante l’assenza di fratelli e sorelle. Mio padre era un genitore anziano, aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, e fu grazie al fatto che parlai molto con lui della guerra che nacque il mio profondo interesse per la storia militare e la psicologia. Alcuni bambini ossessionano i genitori con i dinosauri in quegli anni di formazione (come ha fatto un mio figlio), o con i calciatori (come ha fatto il mio figlio più piccolo), io li ho ossessionati con le attrezzature militari di tutte le nazioni ed epoche.
Questo interesse è presto sbocciato in un profondo amore per la storia, e così andai a Manchester a studiare Studi Militari, dove frequentai il corso di Studi Russi e Americani, un corso orrendo in cui la facoltà di lettere puniva chi fosse abbastanza di destra da dimostrare interesse per l’esercito facendogli seguire il 50% in più dei corsi rispetto agli studenti normali. I docenti di Studi Russi erano persone normali, i docenti di Studi Americani erano profondamente di sinistra e ci vedevano con sospetto come un gruppo di babykillers (ricordate, questo era meno di 10 anni dopo la fine della guerra del Vietnam). Questo, naturalmente, è servito a unirci, e l’esperienza è stata utile per la vita futura.
Dopo aver cercato di scrivere un thriller tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, nel 1996, sono andato a Housesteads, dove ci sono i resti incredibili del forte di una coorte ausiliaria sul Vallo di Adriano, e sono stato colpito da quello che doveva essere la dura realtà della vita nel secondo secolo. Per un ragazzo romano inviato in Britannia, mi sono reso conto, questo sarebbe stato l’equivalente del fronte orientale! Sei mesi dopo la prima stesura di ‘L’impero, la spada, l’onore’ era completa, anche se probabilmente non era pronta per la pubblicazione. Era un testo troppo accademico, ho il sospetto con il vantaggio del senno di poi. Dal 1999 sono stato project manager a contratto, andavo dove c’era lavoro (e preferibilmente con buoni salari), e negli ultimi dieci anni ho gestito una serie di progetti in tutto il mondo, in Asia, America Latina, Australia, Africa ed Europa. Per un po’ ho lasciato da parte il mio bisogno di scrivere, fino ad un fatidico giorno alla fine del 2007. Lavoravo a Belfast, e mi è capitò di incontrare un uomo che aveva auto pubblicato diversi libri, e gli chiesi di leggere ‘L’impero, la spada, l’onore’, per vedere se riteneva fosse abbastanza buono da essere auto pubblicato. La volta seguente che lo incontrai mi disse di non auto pubblicarlo, ma di inviarlo ad alcuni agenti ed editori.
Scelsi sei agenti, sulla base dell’alto livello scientifico necessario per leggere  romanzi storici e ricevetti alcune proposte tramite e-mail, mi accordai con Robin Wade di RWLA – e poi accettai un’ offerta di Hodder and Stoughton. La serie dell’Impero ha avuto finalmente un editore …

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Non è proprio un lavoro per me, dato che lavoro ancora a tempo pieno, è più  un hobby. Quando mi sono reso conto che volevo scrivere? Alla fine del 1980, quando facevo diventare matta la mia giovane moglie ritirandomi a scrivere ogni sera una volta che i bambini erano stati sistemati per la notte. Quando mi sono reso conto che stava diventando una cosa seria? In piedi, in un campo di grano nel sud della Germania, in primo luogo, suppongo ascoltando il mio agente delineare i termini del mio contratto editoriale. Un momento incredibile per ogni autore, e anche un po’ surreale per il luogo (ero andato a fare una passeggiata sotto il sole d’autunno dal momento che era una bella serata).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Gli autori di cui aspetto sempre i nuovi lavori sono Iain M Banks (SF), Richard K Morgan (SF), Christian Cameron (romanzo storico), Joe Abercrombie (fantasy) e Lee Childs (thriller). Strani gusti per uno scrittore di romanzi storici? Mi piace solo quello che mi piace, credo! E l’autore che mi ha più influenzato? Un scrittore di thriller della seconda metà del 20 ° secolo di nome Adam Hall – essenziale, grintoso ed emozionante, il modo in cui spero di scrivere.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie di Marco Valerio Aquila?

Quel momento magico sul Vallo di Adriano mentre stavo congelando sotto la pioggia (nel mese di agosto!) Con i due bambini piccoli che mi fissavano increduli che li stessi sottoponendo a quella esperienza, credo. Successe all’improvviso, guardai il posto con gli occhi di un romano …

Quanti libri sono previsti per la serie di Marco Valerio Aquila?

Venticinque. Partendo dal 182 a.d. alla morte di Settimio Severo  nel 211 a.d., a York (Britannia settentrionale).

Perché hai ambientato la serie nell’Antica Roma? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Il ‘perché’ è abbastanza evidente, credo. E la ricerca? Beh, la mia laurea è stata in parte sulla guerra antica, e ho letto molto. E c’è tanta roba buona su internet, non sono mai a corto di dati.

Il tuo romanzo, L’impero, la spada, l’onore (Wounds of Honour), il primo della serie, è ora disponibile in Italia grazie alla Newton Compton Editore. Ci puoi parlare di questo romanzo?

Attualmente ci sono cinque libri della serie pubblicati nel Regno Unito. L’impero, la spada, l’onore è la storia del figlio di un senatore, il cui padre sa che sta per essere giustiziato con una falsa accusa di tradimento, e manda suo figlio, un centurione Pretorio, via in Britannia in modo che la sua stirpe continui. Marcus deve combattere, in primo luogo per trovare il suo posto nell’ ambiente ostile di una coorte ausiliaria, e poi per sopravvivere in una guerra feroce con i barbari alla frontiera settentrionale dell’impero di Roma.

Puoi dirci qualcosa in più della trama?

Un  figlio privilegiato costretto a combattere per sopravvivere nel bel mezzo di una rivolta tribale in Britannia, che per tutto il tempo sogna di vendicarsi degli assassini di suo padre.

Quale è la tua scena preferita in L’impero, la spada, l’onore?

Il momento in cui, avanti nel libro, i Tungri (la coorte di Marcus), vengono tratti in salvo dal resto della 6 ° legione (che è stata tradita e ha avuto la loro aquila catturata), e il tribuno al comando grida l’ordine in un momentaneo silenzio che attraversa il campo di battaglia ‘ Sesta legione! Per l’onore dei vostri caduti! Nessun prigioniero! “I peli sul mio collo erano ritti mentre scrivevo!

In L’impero, la spada, l’onore, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile? Marcus, perché dovevo farlo sia vulnerabile e nello stesso tempo abbastanza forte da sopravvivere alla sua situazione. Il personaggio più facile? Dubnus, perché è stato molto divertente da scrivere, dice quello che pensa e fa ciò che sa essere giusto. Anche se sono molto affezionato a Rufo, un cinico centurione in pensione.

C’è un’ opera  che ti ha ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Sì, principalmente ‘Gates of Fire’ di Stephen Pressfield. Geniale.

Parlaci del tuo protagonista.

E’ il  figlio di un senatore che viene strappato via dalla sua posizione e dai suoi agi  dopo l’assassinio del padre, e si trova catapultato in una coorte ausiliaria, costretto a combattere per la sua sopravvivenza. E ‘un dimacherius, mortale con le due spade, è intelligente e (questa è sia la sua forza che la sua debolezza), una volta provocato è capace di accettare i rischi più terribili sul campo di battaglia. Come si vede nel terzo libro quando… ah, ma questo non ve lo devo raccontare!

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

No. C’è troppa roba romana là fuori; il fatto è che i produttori tendono a scrivere i propri script per evitare di dover pagare i diritti. Un giorno forse …

Com’è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Parlo molto con i miei lettori. Il mio sito web ha una pagina di commenti e mi piace ricevere feedback, anche critiche. Se non ascolti le critiche, non potrai mai imparare!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Mi piacerebbe pensare che sarò in grado di diventare uno scrittore a tempo pieno a un certo momento nei prossimi anni, ma le mie vendite attuali non supportano ancora la mia passione per le auto sportive tedesche! Ho intenzione di continuare a scrivere fino a quando avrò 70-75, e ho altri 20 libri della serie  Impero che mi piacerebbe scrivere.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Purtroppo, sì lo faccio! A volte rispondo pure, soprattutto a quelle cattive, ma solo se sento che il recensore è stato ingiusto o non ha letto il libro in modo corretto. E bisogna ascoltare le critiche! Recentemente mi è stato detto che uso troppo nei libri le espressioni facciali (sopracciglia sollevate, per lo più), che è un’ osservazione vera.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di rileggere The Heroes  di Abercrombie, e ora sto aspettando con impazienza che Poseidon’s Spear di Christian Cameron arrivi sul mio Kindle.

C’è stato un insegnante che ti è stato particolarmente d’ ispirazione?

Non in termini di scrittura, no. Ho avuto diversi insegnanti però che mi hanno aiutato a capire il modo in cui un uomo dovrebbe scegliere di vivere.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho programmi di presentazioni attualmente, anche se amo il vostro paese e mia moglie ed io stiamo organizzando una settimana a Roma il prossimo anno, quindi chi lo sa? Ad essere onesti, non ho idea se L’impero, la spada, l’onore abbia avuto successo in Italia, ma spero di sì!

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì, sto lavorando sodo per completare il 6°  libro della serie Impero (The Eagle’s Vengeance), e dopo scriverò il 7° (The Emperor’s Knives), che vede il nostro eroe a Roma per vendicare l’assassinio del padre. E poi ho un’altra serie nella mia testa, ma è piuttosto diversa da Roma! Solo il tempo ci dirà se riuscirò a farla pubblicare.

:: Un’intervista con Andrea Frediani a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012 by

Benvenuto, Andrea, su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Presentati ai nostri lettori. Chi è Andrea Frediani?

Io mi definisco un “divulgatore storico”. Mi piace far sapere agli altri che la storia è bella e avvincente, e non è quella, fatta di date e dati, che si studia spesso a scuola. La storia è fatta di uomini e delle loro emozioni, e io cerco di farlo capire attraverso le mie quattro declinazioni di romanziere, saggista, consulente e articolista.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre, che era un militare, mi portava spesso al cinema a vedere film di guerra, da bambino. Inoltre, ai miei tempi non c’erano playstation, wii o cose del genere e i maschietti giocavano a soldatini. Ho finito quindi per visualizzare i contesti in cui ambientavo le mie battaglie e per sviluppare una passione per la storia, che poi ho concretizzato negli studi universitari.

Quando hai deciso per la prima volta di diventare uno scrittore?

A nove anni ho letto “La storia di Roma” di Indro Montanelli, e ho pensato che da grande avrei fatto la stessa cosa: avrei spiegato la storia agli altri attraverso i libri.

Come è nato il tuo amore per l’Antica Roma?

A me la storia piace tutta, senza grosse distinzioni. Mi interesso di più di antica Roma perché mi viene più richiesta.

Ho iniziato a conoscerti come autore leggendo Dictator: L’ombra di Cesare-Il nemico di Cesare-Il trionfo di Cesare, poi ho avuto modo di leggere La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori entrambi editi per Newton ComptonC’è una sorta di continuità tra i due libri, un progetto che ha accomunato la dinastia Giulio- Claudia. Ce ne vuoi parlare?

In realtà, sono nati ciascuno per conto suo, ma ora nuovi romanzi creeranno una linea narrativa comune. A suo tempo, mi è stato chiesto di scrivere una trilogia su Cesare, e in un primo momento avevo rifiutato, perché sembrava che su di lui fosse stato scritto di tutto. Poi mi è venuto in mente che della sua amicizia/rivalità con Tito Labieno non aveva mai parlato nessuno, e ho incentrato la trilogia su questo aspetto. La Dinastia è nata invece da una mia intuizione: adesso vanno molto le serie televisive sulle grandi famiglie storiche (I Tudor, I Borgia), ma mai nessuno aveva parlato della più importante di tutte, la Giulio-claudia. Così, ho pensato di scriverne un libro concepito come un serial Tv, strutturato attraverso 17 episodi pressoché autoconclusivi con personaggi di volta in volta diversi.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La dinastia? Quale stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Il potere. Non dovevano esistere personaggi del tutto positivi, perché il messaggio che volevo lanciare era che il potere corrompe e droga anche il più idealista degli uomini. Tutto, nel libro, ruota intorno a questo concetto.

Come hai fatto a gestire così tanti personaggi, dai protagonisti ai comprimari. Come sei riuscito a non farti sovrastare dalla complessità delle loro vicende?

Questo è stato infatti il motivo per cui avrei preferito farne una trilogia. I personaggi sono tanti, spesso con nomi uguali: ve ne sono ben 450, di cui solo 6 inventati, sebbene solo una trentina siano i veri protagonisti. Le vicende legate alle loro gesta sono infinite, naturalmente, e ho dovuto operare delle scelte, che tenessero conto dello scopo che mi prefiggevo, ovvero del messaggio che volevo lanciare. Ma non ho mai avuto dubbi che ciascun lettore avesse il proprio eroe e le proprie fissazioni, e che magari avrebbe preferito che sviluppassi una linea narrativa piuttosto che un’altra, un personaggio piuttosto che un altro…

Come ti sei documentato? Che testi hai consultato? Hai fatto ricerche in rete? Visto sceneggiati e film?

In rete è sempre meglio non attingere. Troppe bufale. Le fonti sono abbondanti, per quell’epoca: Cassio Dione, Svetonio, Tacito, o almeno quello che di loro sopravvive, ci forniscono molti spunti, che però vanno sviluppati perché permangono molte zone d’ombra. Ed è lì che entra in gioco la “immaginazione scientifica” di un romanziere, che deve rispettare i paletti posti dalle fonti e riempire i tanti vuoti con vicende verosimili, se non vere. E ho scelto di dare credito alle voci di pettegolezzo sulle nefandezze di imperatori come Caligola e Nerone; dove c’è fumo, come vediamo oggi con i nostri politici, spesso c’è anche arrosto…

La dinastia è un romanzo strutturato come un serial tv. Che tipo di strumenti tecnici hai mutuato dalla televisione e dal cinema?

Come in tutti i miei romanzi, non ho fatto uso della voce narrante. Ogni capitolo è una scena cinematografica, vissuta “in soggettiva” da uno dei personaggi. Il lettore vive la vicenda sempre attraverso gli occhi dei singoli protagonisti. Il linguaggio è semplice, essenziale, non descrittivo, proprio come una sceneggiatura. I capitoli sono strutturati sempre con montaggio parallelo tra le scene, secondo una tecnica cinematografica che assicura allo spettatore il ritmo e una cadenza serrata.

Quale è stata la parte più laboriosa durante la stesura del libro?

L’evitare la confusione tra personaggi e generazioni e che tutti somigliassero troppo l’uno all’altro. Evitare che il lettore si perdesse tra i tanti personaggi e gli infiniti gradi di parentela tra loro. Mi sono dovuto mettere in continuazione nei panni del lettore, per assicurarmi che fosse sempre tutto chiaro. Il rischio di ripetersi o di sovrapporre i protagonisti era sempre dietro l’angolo: una specie di incubo…

Quali sono i tuoi scrittori contemporanei preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Quando ho iniziato a scrivere romanzi, dopo tanti anni di saggi, mi sono posto il problema di come scrivere, e ho deciso di ispirarmi agli scrittori anglosassoni dai cui romanzi sono stati tratti film: gente che magari non ha un grande spessore letterario, ma che sa come farsi capire e come rendere avvincente un romanzo,. Sto parlando in special mondo di Ken Follett e Michael Chrichton.

Progetti di traduzioni per l’estero?

I miei libri sono già tradotti in diversi paesi. La Dinastia dovrebbe finalmente arrivare anche al mercato anglosassone, almeno in formato elettronico.

Cosa stai leggendo al momento?

Leggo sempre più cose contemporaneamente, tra saggi e romanzi. Soprattutto testi che mi servono per documentarmi sul mio romanzo in stesura. Per evadere, mi rilasso con qualche thriller o noir.

Sempre quest’anno è uscito Le grandi battaglie di Alessandro Magno. L’inarrestabile marcia del condottiero che non conobbe sconfitte. Ce ne vuoi parlare?

Alessandro Magno è una ristampa di un mio saggio uscito diversi anni fa. Molti dicono che sia stato il più grande condottiero della storia, ma forse è stato soprattutto il più fortunato, perché il padre gli ha messo a disposizione un regno coeso e una Grecia finalmente unita, e perché l’impero persiano era in decadenza, nonché retto da un re che scappava ad ogni battaglia. Se il valore di un condottiero lo si vede anche dalle condizioni in cui costretto a operare e dallo spessore degli avversari che incontra, allora quello di Alessandro va un po’ ridimensionato. Il che poco toglie all’enormità delle sue imprese, comunque…

Cosa pensi degli ebook?

Sono stato molto diffidente nei loro confronti, ma siccome non abito in un castello, mi sto decidendo a leggere almeno i romanzi in formato elettronico, perché ormai ho libri anche in bagno. Ho paura che in futuro prenderanno il sopravvento e il mestiere del libraio sarà destinato a sparire. Ovviamente, io appartengo a una generazione legata al libro-oggetto, e sono restio ad accoglierlo con entusiasmo. Ma se servono a indurre alla lettura gente che non legge o che ha avuto il suo imprinting con l’elettronica, ben venga…

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai scrivendo un nuovo libro. Altri progetti?

Ovviamente, non posso parlarne in dettaglio. Ma qualche indizio l’ho fornito nel corso dell’intervista. Intanto, comunque, a brevissimo uscirà un nuovo saggio cui tengo molto: “Le grandi battaglie tra greci e romani. Falange contro legione”, con 16 pagine di ricostruzioni a colori degli scontri, dei soldati e degli equipaggiamenti.

:: Recensione di Nero criminale – I segreti di una città corrotta di Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 settembre 2012 by

Era il ‘nero criminale’, una mia elaborazione dell’hard-boiled ispirata un po’ a Richard Stark, un po’ a Josè Giovanni e a Melville, parecchio al poliziottesco e al cinema del milieu di Fernando Di Leo che poi era una sua rivisitazione personale di Scerbanenco.

Io racconto storie criminali, come questa in cui si trovano persone di ogni etnia e ceto sociale in un intrico che lega tutti perché a volte, la sera, quando guardo il traffico cittadino scorrere nelle grandi arterie tutte quelle luci mi sembrano far parte di un unico disegno, un unico piano. Non so se criminale ma, con la fantasia, di certo lo è.

Ma, in questa foto al nero della mia città c’è anche fortissima la passione per il ‘polar’ francese degli ultimi anni. Di quello cinematografico e televisivo ma anche quello reale. La storia dei Manouches è una storia vera e ci riporta all’epopea dei ‘flic e dei caid’ che hanno creato la leggenda criminale della banlieue francese. [1]

Chance Renard, alias il Professionista, torna in libreria con Nero criminale – I segreti di una città corrotta, grazie a Edizioni della Sera e a Enzo Carcello, che l’ha voluto nella sua collana Calliphora, dopo Rock – I delitti dell’uomo nero di Danilo Arona.
L’autore, Stefano Di Marino, con una bibliografia importante, qualcosa come più di 80 romanzi pubblicati oltre a numerosi racconti, saggi e traduzioni, è indubbiamente un maestro del “nero criminale” e soprattutto uno scrittore di talento capace di nobilitare un genere che ha avuto anche i suoi grezzi eccessi pieni di stereotipi ed effettacci da z movie.
Con una solida scrittura e grazie all’insolita capacità di unire il senso dell’azione a lampi introspettivi venati anche di malinconia, Di Marino si colloca tra gli scrittori in grado di dare spessore e realistica profondità ad un genere che è riduttivo definire solo “noir”. E’ molto di più, è letteratura senza categorie e limitazioni.
La sua capacità di dare vita all’anima più nascosta di Milano, con pochi tratti, con poche frasi essenziali e illuminanti, facendo si che i luoghi diventino parte viva della narrazione e protagonisti essi stessi, è a mio avviso cosa meglio definisce il suo stile ed è sicuramente la parte che ho amato di più di questo libro. Tutto scorre come nel fiume di auto che scivola tra i grattacieli, tra i grandi palazzi dalle sagome più bizzarre costruiti in vista dell’Expo 2015. Un torrente di luci in movimento che supera i navigli, i rioni con le case basse, quelli delle fabbriche abbandonate. Cartelloni pubblicitari e insegne di locali notturni, grandi magazzini e scure abitazioni popolari. Gangland, appunto. La mia città.
L’utilizzo della prima persona, canale diretto tra il protagonista, alter ego dell’autore e il lettore, aggiunge ad una storia dannatamente seria e violenta se vogliamo, connotazioni intime e private capaci di suscitare suggestioni ed emozioni che nascono dalla spontaneità e dalla sincerità che traspare come in filigrana tra le pagine.
Non è certo un testo dichiaratamente politico o con intenti sociali, pur tuttavia emerge un quadro sociologico che necessità di una lettura ben più approfondita di una semplice lettura superficiale. Nel testo sono presenti messaggi, riflessioni, considerazioni dell’autore, che denotano la volontà di parlare di cose serie pur sotto la forma di letteratura di intrattenimento e di svago. Ma svago intelligente, che trasmette qualcosa, non si limita a parlare del nulla.


:: Recensione di Tre settimane a dicembre, Audrey Schulman, (E/O, 2012) di Viviana Filippini

7 settembre 2012 by

L’Africa. Chi ci è stato almeno una volta nella vita ne è rimasto affascinato. In Africa c’è una forza  misteriosa che si nasconde e che lascia qualcosa negli animi dei suoi visitatori. Un segno così intenso che molte persone una volta visitato il continente nero, spesso ci ritornano. L’Africa, o meglio uno dei suoi stati, è il protagonista del romanzo Tre settimane a dicembre di Audrey Schulman. Nel presente recente troviamo Max, che non è un uomo come si potrebbe pensare dato il nome, ma un giovane donna esperta di etnobotanica spedita in Africa a cercare misteriosa una radice, i cui effetti sarebbero molto utili in ambito farmaceutico. Nel passato del 1899 c’è invece Jeremy, un esperto ingegnere mandato in Africa per controllare i lavori di costruzione della ferrovia. Una donna e un uomo lontani nel tempo, ma vicini per le esperienze vissute e i luoghi conosciuti. In Africa, Max  immersa in mezzo alla natura e ai gorilla troverà finalmente quel senso di libertà che ha sempre cercato, ma che non è mai riuscita a trovare a causa dei limiti che la sindrome di Asperger (malattia di cui la protagonista è afflitta) le ha da sempre imposto. In parallelo,  Jeremy diventerà un eroe per la popolazione locale e il terrore per i branchi di leoni che girano attorno ai villaggi. Allo stesso tempo il suo cuore sarà toccato nel profondo dagli ambigui sentimenti che prova nei confronti di un indigeno che lo accompagna a caccia, fino a quando capirà che ciò che lo tormenta non è semplice affetto. Quello presentato in Tre settimane a dicembre non è solo un viaggio fisico attraverso le affascinanti terre del continente africano, ma un vero e proprio cammino interiore che Max e Jeremy compiono nel tentativo di capire il loro io. Un percorso di  studio del sé che la donna e l’uomo riescono a fare solo sradicandosi in modo completo dal mondo dove sono nati e cresciuti, cioè da quella dimensione sociale che a causa dei tanti pregiudizi non solo non li ha mai capiti, ma li ha anche esclusi etichettandoli come “strani” e “diversi”. I due protagonisti si trovano coinvolti in un conflitto tra il mondo umano e quello animale che assume i tratti di un pellegrinaggio conoscitivo compiuto con modalità diverse e per comprendere al meglio quanto Max e Jeremy lottino per capire se stessi è interessante il differente rapporto che i due instaurano con l’ambiente naturale che li circonda: Jeremy per ottenere ciò che vuole utilizza la violenza e finiti gli sfoghi di rabbia trattenuta per troppo tempo, lui ha dei profondi sensi di colpa che lo tormentano. Segni evidenti di un animo sensibile e combattuto. Nel  presente, Max agisce in modo diverso relazionandosi  in pace ai gorilla, creando con loro una simbiosi perfetta, tanto da diventare parte integrante del branco. Perché leggere Tre settimane a dicembre edito dalle E/O? Perché il romanzo non racconta solo la scoperta di una terra sconosciuta e le bellezze che la caratterizzano, ma in esso troverete l’eterno conflitto tra l’uomo e la natura, poi scoprirete la lotta alla sopravvivenza e alla conoscenza di sé attuata con grande coraggio da parte dei due protagonisti. Il libro della Schulman è un condensato di immagini d’Africa, non tanto visive, ma più olfattive e tattili, in quanto la percezione degli elementi naturali del continente africano avviene grazie a Max e al suo modo, direi fisico, di relazionarsi con l’ambiente circostante. Tre settimane a dicembre è un libro intenso e carico di sensazioni che evidenzia verso il lettore un grande potere di attrazione, perché il lettore sarà comodamente seduto nella poltrona di casa e leggendo esplorerà tra passato e presente la lontana terra d’Africa, attraverso le sottili e intricate trame di due vite lontane a livello temporale, ma molto più vicine di quanto si possa immaginare. Il tutto – 400 pagine  ben tradotte da Nello Giulgiano, che volano via in una soffio-  è un percorso costruttivo di sensazioni percettive attraverso gli odori, i profumi e i colori. Max e Jeremy saranno tra loro lontani nel tempo, ma in realtà c’è un qualcosa di nascosto nelle vite di entrambi che li rende molto più vicini di quello che noi lettori pensiamo. E’ un qualcosa di profondo e di inaspettato che lascerà – a me è successo – chi legge col fiato sospeso fino alla fine, con la conseguente consapevolezza che il mondo con tutte le sue complicazioni sociali, forse non è quell’immenso sconosciuto che crediamo.

Audrey Schulman è autrice di altri tre romanzi, Swimming with Jonah, The Cage e A House Named Brazil, tradotti in più di dieci lingue. Nata a Montréal, oggi vive nel Massachusetts.