:: Cronache di Principi e Viandanti, Michael Chabon (Indiana editore, 2014) a cura di Davide Mana

13 ottobre 2014 by

cronache_3D_244x294Cronache di Principi e Viandanti, di Michael Chabon (Indiana Editore, 2014), è stato originariamente pubblicato sul New York Times, in quindici puntate, come si faceva coi romanzi d’appendice; successivamente è uscito in una sontuosa edizione (Sceptre) che emulava i vecchi romanzi per ragazzi – copertina cartonata, mappa pseudo-antica, e all’interno le illustrazioni, splendide, di Gary Gianni, uno dei maestri contemporanei del fumetto e dell’illustrazione d’avventura.
L’operazione di Chabon è dichiaratamente “ideologica” e in linea con altri lavori dell’autore (incluso il saggio Maps & Legends, anche questo ora tradotto in italiano da Indiana Editore). L’idea è riportare all’attenzione di un pubblico che si è lasciato distrarre dalla letteratura alta, i piaceri della narrativa avventurosa. Restituire dignità al genere, riappropriarsi dell’escapismo come funzione centrale della scrittura e della lettura.
Per fare ciò, l’autore americano ha studiato i classici del genere (la lista compilata da Chabon e pubblicata a suo tempo dal Times include Dumas padre, Harold Lamb, Fritz Leiber, Jack Vance, Michael Moorcock, Robert Howard e George MacDonald Fraser), e ne ha distillata l’essenza, al fine di proporla al suo pubblico di riferimento.
E la questione è poi tutta qui – cosa ricaverà, il lettore di riferimento al quale è destinata questa storia, dalla lettura di Principi e Viandanti?
Onestamente non lo so – io, dopotutto, non sono il destinatario di questo libro.
Non solo non ho idea di cosa sia la letteratura alta, ma ho letto Dumas, Lamb, Leiber, Vance, Moorcock, Howard e MacDonald Fraser, e mi sono piaciuti. Senza che me ne dovessi vergognare.
E non ho mai pensato che la narrativa avventurosa e d’intrattenimento debba vedersi restituire una dignità, perché credo che la sua dignità, la storia d’avventura, l’abbia persa casomai agli occhi di lettori troppo impegnati a specchiarsi per godersi semplicemente la storia.
L’operazione di Chabon, a me che non ne sono il destinatario, pare una di quelle cose un po’ dubbie – come il grande chef internazionale che prepara una spaghettata aglio, olio e peperoncino, assicurandoci che nonostante siano solo spaghetti, sono comunque ottimi.
Altrimenti lui non li preparerebbe, giusto?
È snob.
Perciò sì, lo ammetto, la premessa dell’operazione di Chabon mi risulta fastidiosa.
Ma manteniamo una certa oggettività, o per lo meno proviamoci.
Di cosa parla, Cronache di Principi e Viandanti?
La storia si svolge sulla Via della Seta, nel decimo secolo, ed ha per protagonisti una coppia di amabili cialtroni, entrambi ebrei: Amram è un africano colossale armato d’ascia vichinga, e Zelikman è un franco, un albino dall’aria emaciata, un medico che predilige lo stocco come arma. Per quanto entrambi sembrino più portati alla discussione ed alla pedanteria che non all’azione. Ma l’azione non manca: nel caso specifico, l’avventura dei nostri eroi coinvolge un principe detronizzato che vuol tornare al posto che gli spetta di diritto, ed un imprevedibile scambio di persona.
È un buon libro?
Il linguaggio di Chabon è colto e ironico, e non manca di strizzare l’occhio al lettore. Questo romanzo, dopotutto, ci informa l’autore, si intitolava originariamente “Ebrei con le spade”.
Al di là di questo, la storia è debole, molto debole.
Ed è possibile, possibilissimo, che il lettore di riferimento, il destinatario di questa storia, cresciuto a letteratura “alta”, rimanga a tal punto abbagliato dal gioco intellettuale e metanarrativo, talmente coinvolto nella complicità che l’autore tenta disperatamente di suscitare, da gridare al capolavoro.
E gli altri?
Gli altri probabilmente no.
La quasi totalità delle storie di Harold Lamb sono ambientate lungo la Via della Seta.
Amram e Zelikman sono due copie abbastanza squallide di Fafhrd e del Gray Mouser, protagonisti delle storie di Fritz Leiber.
Certo, Zelikman è un albino che veste di nero – come Elric, il personaggio più popolare di Michael Moorcock.
Lo scambio fitto di chiacchiere all’apparenza insulse e forbite è il marchio di fabbrica di ogni personaggio uscito dalla penna di Jack Vance, a cominciare da Cugel, detto l’Astuto.
Quanto alla trama, che sia il Dumas de La Maschera di Ferro, che sia il MacDonald Fraser di Royal Flash o il Bob Howard di A Witch Shall Be Born, siamo già stati qui, abbiamo già letto questa storia – ed era scritta meglio.
Perché, ed è questo che è importante, il vero problema non è che Principi e Viandanti sia derivativo e raffazzonato, una specie di mostro di Frankenstein messo insieme cucendo pezzi di storie tutte ottime, ma già lette.
E non è neanche la quantità di sciocchezze, anacronismi e incongruenze inseriti per il gusto dell’effetto – lo stocco di Zelikman, per altro “un grosso bisturi modificato” è in anticipo di sette secoli sulla realtà… e poi, davvero, un “grosso bisturi” usato come stocco? Settanta centimetri di bisturi?
Ma no, non è questo il problema, no.
Il problema è che Chabon fallisce proprio dove si impegna di più – emulare l’esuberanza, la freschezza e la meraviglia di quelle storie avventurose, per sdoganarle presso un pubblico di lettori snob.
Fallisce, probabilmente, perché l’autore è troppo impegnato a “darsi un tono” e a strizzare l’occhio al suo lettore di riferimento.
O forse chissà, davvero non la si può emulare, quella vitalità – bisogna possederla.
Due ultime note, prima di chiudere, sull’edizione italiana.
La prima: è indispensabile segnalare l’eccellente traduzione di Francesco Graziosi, che riesce ad iniettare un po’ di vita e di energia nella narrazione, migliorando il romanzo, e non poco.
La seconda: purtroppo, l’edizione italiana non include le illustrazioni di Gary Gianni, che erano e sono la cosa migliore dell’edizione originale.

Michael Chabon (1963), scrittore e sceneggiatore americano, ha esordito nel 1988 con il romanzo I misteri di Pittsburgh, seguito da Wonder Boys (1995), da cui è stato tratto l’omonimo film con Michael Douglas. Nel 2001 ha vinto il premio Pulitzer con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Indiana ha già pubblicato Mappe e leggende (2013).

:: Un animo d’inverno, Laura Kasischke (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2014 by

_un_animo_d_inverno_02Un quartiere residenziale di una città del Nord America non meglio identificata, è il giorno di Natale e una tempesta di neve ha isolato i suoi abitanti: tra di loro c’è Holly, un passato di depressioni familiari e malattie, un presente di lavoratrice, moglie e mamma realizzata, soprattutto da quando tredici anni prima, non potendo avere suoi figli biologici per un’ovariectomia, ha adottato in Siberia la sua adorata figlia Tatiana, oggi una bellissima adolescente.
Il marito e papà è bloccato ad assistere i suoi genitori, suoceri di Holly e nonni di Tatiana, e gli invitati al pranzo di Natale, tra cui due care amiche lesbiche, non possono venire al pranzo lungamente organizzato per via del maltempo. Holly sente che c’è qualcosa di strano che aleggia in casa, come se qualcosa la avesse seguita da quell’orfanotrofio in capo al mondo, dove con il marito ha dovuto andare due volte a distanza di mesi, e dove c’era quella porta sulla stanza degli orrori, dove venivano rinchiusi i bambini deformi, handicappati o che avevano avuto degli incidenti per incuria e maltrattamenti, e dove c’era stato qualcosa di strano e non detto fin dall’inizio.
La storia avviene tutta in un giorno, in questo Natale surreale, dove ogni tanto suona il telefono ma non c’è nessuno dall’alta parte (tipico espediente da thriller o anche da horror), in cui Holly cerca di comunicare con questa figlia ormai adolescente, rievoca i suoi drammi passati e la sua vita, in un’atmosfera sempre più claustrofobica, fino ad un colpo di scena finale che lascia senza fiato e piegati in due, e che si può anche non capire.
Un libro con forti elementi del thriller psicologico e anche dell’horror claustrofobico, non quello splatter, che ricostruisce un inferno quotidiano in maniera piuttosto magistrale, sia pure con qualche stereotipo, che porta per mano il lettore verso l’abisso di Holly, personaggio che o si odia per il suo egoismo e le sue idiosincresie (non ha mai portato la figlia da un medico, seguendo una tendenza ahinoi in crescita in molti Paesi moderni) o la si compatisce in fondo amandola, capendo le sue tragedie, il suo amore fou per quella figlia non sua ma più sua di tanti altri figli, il suo non voler riconoscere una realtà terribile, annunciata da tanti indizi, costruendo un suo mondo virtuale, argomento quanto mai attuale oggi.
Un animo d’inverno è una storia al femminile di oggi sofferta, commossa ed impietosa, in cui l’autrice racconta il tutto con piglio quasi giornalistico, e anche un thriller originale e da consigliare a chi è stufo di serial killer, enigmi e complotti internazionali. I cinefili potranno vederci citazioni di The Others e di A beautiful mind, con la costruzione di un mondo inventato, i letterati riconosceranno nel botto finale, secco come può esserlo solo un verbale di polizia, il finale de La storia di Elsa Morante, un’altra storia di una donna e di amore materno oltre ogni limite.

Laura Kasischke è autrice di tre raccolte di poesia e di due altri romanzi, Suspicious River e White Bird in a Blizzard, che, negli Stati Uniti e nei numerosi paesi in cui sono apparsi, sono stati accolti con entusiasmo dalla critica e dal pubblico. Ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il premio della Poetry Society of America e il Bobst Award for Emerging Writers. Vive a Chelsea, nel Michigan.

:: Liberi junior: Lindbergh, l’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano, Torben Kuhlmann (Orecchio Acerbo, 2014) a cura di Davide Mana

12 ottobre 2014 by

liberi juniorCiò che si nota subito, aprendo “Lindbergh, l’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano” di Torben Kuhlmann (Orecchio Acerbo, 2014, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan), è che si tratta di un libro splendido.
La narrativa per l’infanzia ha una lunga tradizione di illustratori eccellenti, e Torben Kuhlman, che oltre che autore è anche illustratore del volume, ha una mano sorprendente.
La storia è ingannevolmente semplice – in una Europa che si va riempiendo di trappole, gatti e oscurità, un topo di biblioteca (nel senso che ci vive, fra i libri di una biblioteca) decide che è tempo di muoversi, ed emigrare in America, la terra delle opportunità.
Nell’impossibilità di imbarcarsi su un piroscafo (troppi gatti, al porto), ed ispirato da un volo di pipistrelli, l’intraprendente roditore ripercorre la storia dell’aeronautica, inventandosi mezzi volanti sempre più complessi per superare l’oceano.
Dovrà vedersela con problemi tecnologici e con nemici inaspettati, fino alla conclusione trionfale della traversata.
Una storia semplice, si diceva, adatta a un pubblico che muova i primi passi nel mondo della lettura.
Ma una storia che, accompagnata dai disegni a tutta pagina di Kuhlman, diventa qualcosa di più. C’è, nelle tavole che accompagnano il racconto, la passione per la storia dell’aviazione, per la tecnologia retrò, un grande umorismo ma anche una grandissima qualità.
Esiste una certa scuola di pensiero che vorrebbe che i libri per bambini fossero illustrati in maniera infantile, con disegni che i piccoli lettori possano considerare “alla loro portata”. Non è questo il caso – la grafica di questo volume di neanche 100 pagine è sontuosissima, elegante, sospesa fra Leonardo da Vinci e le foto d’epoca. Davvero straordinaria.
Ed è con una certa sorpresa che si arriva in fondo al volume e si scopre che l’autore è giovanissimo, e questo volume, la sua opera prima, è la sua tesi di laurea in grafica editoriale.
Un libro splendido, un ideale regalo per un lettore (o una lettrice!) di prima o seconda elementare – e forse anche per i più grandicelli.

Torben Kuhlmann Trent’anni d’età, e quasi altrettanti di passione per le macchine. Quelle volanti in particolare. Una passione coltivata con costanza, fino ad arrivare all’università. Sì, perché “ Lindbergh” è la sua tesi di laurea. E, con il massimo dei voti, la lode e la pubblicazione, arriva anche la grande affermazione editoriale. Uscito all’inizio di quest’anno, già alla terza ristampa in Germania, il topo volante di Torben Kuhlmann è ormai diventato poliglotta. Inglese, italiano, francese, spagnolo, portoghese le lingue che gli hanno permesso di fare scalo in altri undici paesi.

:: Terror and wonder: the gothic imagination: la letteratura gotica alla British Library di Londra a cura di Elena Romanello

12 ottobre 2014 by

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La British Library di Londra, una delle più grandi biblioteche del mondo, presenta fino al 20 gennaio prossimo la mostra Terror and wonder: the gothic imagination, dedicata ad uno dei generi del fantastico più popolari di sempre, l’horror classico, ancora oggi letto e rivisitato in varie forme.
In mostra ci sono duecento oggetti rari che ricostruiscono 250 anni di tradizione gotica, ricordando la fascinazione che c’è da sempre per il mistero, il terrificante e il macabro, a cominciare dalla letteratura, in cui gli inglesi sono stati maestri. Tra i pezzi esposti ci sono prime edizioni dei romanzi di autori e autrici come Mary Shelley e il suo Frankenstein, Bram Stoker con Dracula, Le Fanu con Carmilla, Horace Walpole con Il castello di Otranto, i capisaldi di un genere che è stato anche un po’ banalizzato e che va riscoperto partendo dalle origini.
In esposizione trovano spazio anche locandine di film classici e più moderni di genere horror, proiezioni, un kit per uccidere il vampiro, immagini, foto, moda, per un viaggio che iniziò con Il castello di Otranto di Horace Walpole, mescolando il lato oscuro del Medio Evo con castelli e abbazie (e non quello più fantastico come ha fatto il fantasy) con suggestioni sovrannaturali, riprendendo figure del folklore come era il vampiro, già presente nell’antica Roma, e giocando con thanathos, eros, paura, rinnovandosi e sposando via via i vari media, innanzitutto la letteratura, ma poi il cinema, il fumetto, la televisione, i videogiochi, la moda, la fotografia, l’architettura.
L’accesso alla British Library come utenti è libero e bene accetto, per la mostra c’è da pagare un biglietto e esiste anche uno shop tematico dove acquistare gadget in tema, la guida ufficiale della mostra e anche i romanzi gotici trattati, in lingua originale.
In parallelo ci sono anche alcuni eventi, su prenotazione, sul gotico visto nelle sue varie angolazioni: da segnalare il 17 ottobre alle 18 e 30 un approfondimento su Dracula su letteratura e cinema, il 20 ottobre alla stessa ora un incontro con l’autrice Susan Hill, che ha scritto tra gli altri il romanzo La donna in nero, il 29 ottobre alle 22 e 30 il lancio ufficiale del nuovo libro di Anne Rice sul vampiro Lestat, il 18 novembre alle 19 incontro con la fumettista Emily Carroll, il 3 dicembre alle 18 e 30 incontro con Sarah Waters e Kim Newman e il 12 dicembre appuntamento con Kate Moss.
Per informazioni e prenotazioni on line visitare il sito ufficiale della mostra http://www.bl.uk/whatson/exhibitions/gothic/index.html

 

:: Cose che fanno battere più forte il cuore, Mia Kankimaki, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

10 ottobre 2014 by

indexMia è una redattrice pubblicitaria finlandese che, a quasi quarant’anni, sente la sua vita inutile e senza scopo, con un lavoro poco stimolante e ormai un ex fidanzato con tanto di casa simile ad uno zoo di animali esotici. Sulla sua strada incontra, sia pure da un punto di vista letterario, Sei Shonagon, dama di corte e scrittrice giapponese, vissuta in quel decimo secolo in cui nel Paese del Sol levante la cultura era in mano alle donne, e decide di occuparsi di lei, scrivendo un libro sulla sua opera, Note del guanciale, considerata nell’immaginario nipponico e occidentale a torto un testo pornografico.
Mia prende quindi un periodo sabbatico e parte per Kyoto, la capitale culturale e morale del Giappone, scoprendo un mondo lontano e diviso tra passato e presente, capace di attirare persone di culture diverse, e inizia la sua ricerca su Sei, per differenziarla dalla contemporanea, più nota e sua rivale Murasaki Shikibu, autrice di quel capolavoro che è il Genji Monogatari. Un viaggio che si rivelerà rivelatore anche e soprattutto per far ritrovare a Mia il senso della vita, tra soggiorni di fortuna in Tailandia quando arriva lo tsunami che porta alla catastrofe di Fukushima, una puntata a Londra, un ritorno in Finlandia e poi di nuovo a Kyoto, sulle tracce di So e del suo mondo, per finire poi in Normandia a tirare le fila di questa vita nella sua vita.
Cose che ti fanno battere più forte il cuore, ispirato alla reale esperienza dell’autrice, è un’opera prima molto interessante, innanzitutto per il tema molto attuale della ricerca di nuovi spunti nella propria vita, senza contare il confronto tra culture diverse in viaggio e fisse.
Gli amanti del Giappone troveranno in queste pagine pane per i loro denti, tra l’altro l’autrice tributa al Paese un omaggio molto interessante, non cadendo negli stereotipi soliti, e parlando di un’epoca fondamentale per la sua cultura, il X secolo, quando le lettere e le arti, caso abbastanza unico a livello mondiale, erano in mano alle donne, alla base di una cultura al femminile che si è perpetrata fino ai giorni nostri in maniera più pop con i moderni shojo manga.
Un viaggio in mondi diversi e un viaggio dentro di sé, quello dell’autrice, e anche il confronto tra due donne di due epoche diverse, una dama di un’epoca remota e su cui non c’è più molto e una protagonista dell’oggi, in cerca di un senso alla sua vita, che alla fine si può trovare in parole scritte un millennio fa e vagando in luoghi cambiati tantissimo da allora ma rimasti immutabili. Un libro non comune nel panorama editoriale di oggi e per questo molto interessante e prezioso, in attesa magari di nuove esperienze di Mia Kankimaki, nel suo Giappone o anche altrove.

Mia Kankimaki, nata nel 1971, ha lavorato come editor presso varie case editrici in Finlandia. Appassionata di cultura giapponese, ha vissuto in Giappone ed è diventata anche maestra di ikebana. Cose che fanno battere più forte il cuore è il suo primo libro, bestseller in patria e vincitore di diversi premi.

:: Liberi junior: Eli+Bea. Ballerine a tutti i costi (Vol.6), Annie Barrows, Sophie Blackall, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

10 ottobre 2014 by

Cover ElyBeaEly e Bea sono amiche inseparabili e complici di molte avventure. Questa volta, dopo aver letto un libro che racconta la storia della danza, le due amiche decidono di iscriversi alla scuola di ballo. In loro c’è grande entusiasmo, perché potranno imparare a saltare, a fare fantastiche piroette, a scalciare in aria le gambe e potranno indossare costumi di scena fantastici. Peccato che una volta arrivate alla scuola della maestra Joy, Ely e Bea si pentono subito della scelta compiuta, perché fanno solo strani esercizi per piegare gambe e braccia e scoprono che nel saggio di fine anno loro due dovranno vestire i panni dei calamari. Fino a qui nulla di strano, se non fosse il fatto che a guardare lo spettacolo ci saranno una miriade di persone. Il panico attanaglia Ely e Bea che dopo vari e rocamboleschi tentativi di evitare il saggio (cercano di lussarsi un braccio, di prendere germi influenzali di ogni tipo) decidono di usare la gita scolastica all’acquario per fuggire ed evitare una pessima figura. Le due amichette inseparabili si accorgeranno solo poi che questa scelta le porterà alla scoperta di un mondo marino popolato da misteriose e sconosciute creature. La sesta avventura creata dalla Barrows con protagoniste Ely e Bea è una storia avvincente, ricca di colpi di scena che non smettono mai di stupire il piccolo lettore grazie ad un linguaggio asciutto e dinamico che riproduce la parlata semplice e spontanea dei bambini. Le due amichette sono ragazzine sveglie, monelle, abili a mettersi troppo spesso nei guai, ma allo stesso tempo la loro innocenza e simpatia le aiutano a riconoscere i propri errori. Traduzione Paola Mazzarelli. Dagli 8 anni.

Annie Barrows è un’editrice e scrittrice americana famosa per la serie di libri per bambini con protagoniste le due inseparabili amiche Ely+Bea (Ivy & Bean nella versione americana), ma è anche autrice di libri per adulti. La Barrows ha sempre avuto forte empatia con i libri tanto che ha lavorato in una biblioteca quando andava a scuola, ha studiato letteratura inglese all’università e poi è diventata editor. Ha cominciato a scrivere libri per bambini dopo la nascita delle sue due figlie e si è ispirata proprio a loro per creare i personaggi di Ely e Bea.

Sophie Blackall è australiana, ma vive ormai stabilmente a Brooklyn. Le sue illustrazioni hanno vinto diversi premi e sono apparse anche su vari giornali, tra cui il “New York Times”.

:: Attrazione di sangue, Victory Storm, (Elister edizioni, 2012) a cura di Micol Borzatta

8 ottobre 2014 by

indexVera Campbell è un’adolescente all’apparenza come tante altre, ma a differenza delle altre lei non ha dei genitori che la crescano ma solo una zia, e i suoi problemi di salute la costringono a bere almeno una volta al mese sangue animale, che lei e sua zia chiamano la emodose.
Questo suo particolare stato di salute la rende molto importante per alcuni membri della chiesa che fanno parte di un’organizzazione particolare, l’Ordine della Croce Insanguinata, che combatte i vampiri, infatti sembra che lei sia l’unica arma capace di sconfiggere il vampiro Blake, un vampiro molto particolare che non reagisce né all’argento né all’acqua santa come gli altri vampiri.
Appena l’organizzazione scopre che Blake ha rintracciato Vera, la nascondono in un collegio esclusivo frequentato dai figli dei componenti dell’Ordine della Croce Insanguinata, ma dopo qualche giorno anche Blake si iscrive allo stesso college per stare vicino a Vera per la quale prova una strana attrazione, corrisposta, anche se non si sa spiegare il perché.
Inizia così un’avventura frenetica che porterà Vera a scoprire delle verità sul suo passato che le sono sempre state nascoste.
Un libro magnetico che ti cattura fin dalla prima pagina coinvolgendoti in un viaggio spettacolare e in una storia d’amore esclusiva e davvero molto particolare, quasi impossibile.
Lo stile usato è semplice, in tal modo riesce a conquistare sia gli adolescenti che i più adulti, facendoli sognare.
La trama è molto ben sviluppata, riesce a utilizzare un argomento molto ben sfruttato dandogli una veste tutta nuova che riesce in ogni caso ad appassionare il lettore come se fosse la prima volta che lo affronta.
I personaggi sono descritti molto dettagliatamente, sia a livello fisico che mentale e sentimentale, infatti il lettore riesce a legarsi subito a loro, rimanendo con un senso di vuoto e di amaro quando si arriva alla fine del libro, portando il lettore ad attendere con ansia di iniziare i successivi due volumi della trilogia.

Victory Storm è nata a Londra nel 1983. All’età di 25 anni si ritrova senza lavoro e senza fidanzato all’improvviso, così decide di trasferirsi in Italia. Il suo primo libro, Attrazione di sangue, lo scrive quando è ancora a Londra, subito dopo l’uscita di Twilight di Stephenie Meyer, che l’affascina talmente tanto da ispirarla per il suo libro. Adora il disegno, la scrittura, la lettura, il cinema, collezionare tazze di ogni genere, forma e dimensione.

:: L’amore fragile, Carla Guelfenbein, (Piemme, 2014) a cura di Valeria G.

8 ottobre 2014 by

amore fragileDietro l’apparente solidità di Antonia, Sophie percepisce la sua stessa fragilità, una certa inettitudine per la vita, un’imperizia che le rende sorelle. Capisce che non può presentarsi all’improvviso nella sua vita e distruggere le fondamenta. Raccontarle la verità sarebbe proprio questo.

La storia si ripete. Sempre, all’infinito, purtroppo. Mi riferisco alla storia dei popoli, in continenti lontani geograficamente, ma vicini dell’animo e nelle intenzioni. Anime innocenti che sono obbligate a vivere brutalità e privazioni per assecondare obblighi ed ideali politici. Selezionati personaggi che impongono con forza e violenza il loro punto di vista, poco importa se al seguito resteranno fiumi di sangue e dolore, orde di vite spezzate per sempre, illusioni e sogni mai realizzati.
Questo accadeva in passato e questo, sfortunatamente accade nel nostro presente. L’uomo moderno, apparentemente in grado di creare un mondo perfetto, sembra non essere consapevole delle sue innate capacità. Paradosso morale di fallimento totale.
Carla Guelfenbein, scrittrice cilena di origini ebree-russo, nel suo ultimo lavoro “L’amore Fragile” pubblicato da Piemme, ha scelto di nascondere alcuni dei fatti storici più violenti e brutali che ha creato l’uomo in una immensa storia d’amore.
Un narratore discreto accompagna il lettore nel Cile del 1973, che sta vivendo gli iniziali tumulti che sfoceranno il giorno 11 settembre con il colpo di stato che fece cadere il governo Allende. Qui, Sophie atterra dalla lontana Francia per vivere con il suo affascinante papà Diego, braccio destro del Presidente, colpevole di non riuscire a domare il suo cuore e il suo corpo di uomo maturo. Qualche piano sopra il loro semplice appartamento vive Morgana, giovane studentessa, figlia di diplomatici spagnoli, nuotatrice eccellente, passionale amante della vita. Sophie con la sua fragilità affida la sua esistenza a Morgana la quale entra così a far parte della vita di Diego. Inevitabilmente, i due lottano per soffocare la passione che li spinge uno tra le braccia dell’altra, invano. L’amore immenso che li lega non accetta ostacoli né lontananza alcuna. Quando Diego confessa alla figlia che una nuova vita sta crescendo nel ventre della sua amata, lei fugge lontano da quel tradimento che distrugge, che brucia, che non lascia respirare. Sconfitta si rifugia in Francia, la sua terra natale. E, in occasione dei terribili fatti accaduti l’11 settembre 2001, non può fare a meno di tornare, con la memoria, al suo passato cileno, all’amore verso il padre e al viscerale legame con Morgana e a quella data maledetta, l’11 settembre di ventotto anni prima, che vide la prematura scomparsa dei suoi amati traditori. E’ solo allora che si sente pronta a rivivere il suo doloroso passato e a cercare Antonia, la sua sconosciuta sorella.
Un romanzo dal carattere forte, profondo, che coinvolge totalmente il lettore che non può far a meno di innamorarsi dei personaggi, e che non può non tifare per il loro amore unico e travolgente, per nulla fragile. Anzi. Se di fragilità vogliamo parlare non possiamo certo attribuirla all’amore tra Diego e Morgana che non smette mai di essere palpabile, fino al confine ultimo della morte.
Infine, qualche nota biografica a rendere il testo ancora più interessante: la scrittrice adatta egregiamente, silenziosamente e delicatamente, quanto accaduto nella sua famiglia nel lontano 1973 quando sua madre, attivista socialista, venne rapita ed in seguito rilasciata, in occasione del golpe politico. Dopo questo spaventoso incidente, la famiglia Guelfeinbein decise di lasciare il Sudamerica per cercare altrove la tanto ambita libertà; la sfortunata madre di Carla, tuttavia, si spense prematuramente a causa di una malattia incurabile quando lei compì 18 anni. Quella fragilità tipica dell’essere figlia senza l’amorevole appoggio materno, viene adattata perfettamente alla figura di Antonia.
Una scrittura che contempla poca descrizione dei luoghi, che preferisce invece, concentrarsi sull’essenza dell’uomo visto come essere bisognoso di amare ed essere amato, pagine commoventi della fine di un amore e di due vite, dolci e struggenti ricordi durante l’ultimo sospiro, completa di frasi preziose dai contenuti toccanti ed indimenticabili: “Pensa che tutto ciò che le ha unite – e le unisce- è la consapevolezza che l’unica maniera di sopravvivere è estrarre da tutto una goccia di bellezza” oppure “ Il futuro è un filo di seta che qualcuno tende perché qualcun altro lo raccolga”. Tutti questi ingredienti, miscelati alla perfezione, fanno di questo piccolo libro (di dimensioni, naturalmente) un infallibile alleato contro la malinconia, un libro da rileggere di tanto intanto per rammentare la bellezza della scrittura.

Carla Guelfenbein, nata a Santiago del Cile, è una delle più importanti autrici sudamericane. I suoi romanzi La donna della mia vita (Einaudi, 2008) e Il resto è silenzio (Piemme, 2013) hanno ricevuto un’ottima accoglienza dalla critica, e sono tradotti in molti paesi. Ha vissuto a lungo in Inghilterra, dove ha studiato grafica alla St. Martin’s School of Art di Londra. Tornata in Cile, ha lavorato come art director per la rivista «Elle» e oggi si dedica interamente alla scrittura.

:: Quando gli uomini son via, Siobhan Fallon, (nottetempo, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2014 by

quando-gli-uomini-sono-via-d431Meg, Natalya, Helena, Carla sono alcune delle donne che vivono nella base militare di Fort Hood (Texas) nell’attesa del ritorno dei mariti, soldati in missione in Iraq. Queste donne e le altre che abitano nel campo aspettano in trepidante attesa i loro compagni di vita. Uomini che tornano sì dalla guerra, ma che in cuore portano ferite incancellabili lasciate dalle esperienze vissute al fronte. Ci sono soldati che ricompaiono feriti nel corpo e nell’animo; altri rimangono profondamente traumatizzati e si rendono conto che il ritornare alla vita di un tempo è un’impresa ardua, più difficile che vivere in mezzo alla sabbia del deserto dell’Iraq. Ci sono poi militari talmente traumatizzati, così incapaci di distinguere lo scenario di guerra da quello domestico, che una volta tornati a casa continuano a mantenere lo stesso agire del campo da guerra, come se fossero immersi in una missione militare continua. Accanto a questi soldati ci sono mogli, fidanzate e figli che li attendono e che, purtroppo, non sempre sanno che dietro quelle divise sporche di rena e di sudore si celano cuori e animi profondamente scioccati dalla costante sensazione di pericolo di morte incombente. Quando gli uomini sono via è una raccolta di racconti tutti accomunati dal filo conduttore della guerra, un libro corale nel quale l’esperienza di singole famiglie serve all’autrice per narrare a chi legge quanto possa rivelarsi dolorosa e sofferta l’esistenza non solo di chi indossa un’uniforme, ma anche di chi vive accanto ad un soldato. In Quando gli uomini sono via ogni rapporto viene messo in discussione, ed è come se la guerra attuasse una vera e propria manipolazione dei caratteri delle persone che ne sono coinvolte – in prima linea in Iraq e a casa – provocando cambiamenti radicali. Ci sono madri malate in conflitto con i figli; mogli che si sentono tradite e abbandonate; soldati che sospettano l’infedeltà delle compagne a casa; figli che rimangono orfani e altri addirittura abbandonati da madri incapaci di badare a loro e a se stesse. Ogni episodio narrato dall’autrice americana, anche se frutto della fantasia, è l’insieme delle situazioni quotidiane e dei sentimenti che aleggiano in molte delle famiglie che hanno gli uomini al fronte. In ognuna di esse ci sono i tipici problemi che ogni nucleo familiare può avere, ma queste incomprensioni sono rese ancora più gravi e grevi dal fatto che uno dei componenti (padre, figlio, fratello o fidanzato) di questo piccolo mondo è in guerra. Tale universo dolorante, ma sempre pronto ad andare, avanti si trova a Fort Hood, il luogo dove vivono le famiglie dei soldati ed esso è una sorta di “cosmo a parte” inserito all’interno della società americana. Nella base militare ci sono negozi, scuole, ospedali, tutto quello che serve alle famiglie dei membri dell’esercito in guerra per vivere la loro vita quotidiana lontani, e in un certo senso anche protetti, dalle insidie della società civile. Fort Hood non deve essere inteso come una prigione, ma piuttosto come un’isola di sostegno messa a disposizione di coloro che hanno i propri cari in missione e che vivono una vita nella quale il senso di pericolo, perdita e morte sono, purtroppo, una costante presenza. Quando gli uomini sono via è un viaggio dentro un mondo non del tutto noto ai civili, un percorso fatto con delicatezza e sensibilità da parte della Fallon che permette al lettore di comprendere come questi uomini e donne con le divise e i loro congiunti sono persone forti e fragili, con sentimenti e preoccupazioni uguali a quelle di ogni essere umano. Traduzione di Silvia Bre.

Siobhan Fallon è una scrittrice americana e vive in California. Quando gli uomini sono via è il suo primo libro ed è stato tra i dieci migliori libri del 2011 secondo il New York Times.

:: Liberi junior Libri per bambini e ragazzi [Segnalazione]: LINDBERGH L’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano di Torben Kuhlmann (Orecchio Acerbo, 2014)

6 ottobre 2014 by

liberi junior“ Il più sbalorditivo albo illustrato dell’anno.”
Huffington Post

“Una delle più avvincenti storie per bambini di tutti i tempi.”
Flight USA

“Con Lindbergh il picture book diventa arte.”
Suddeutsche Zeitung

Germania 1912. Per un piccolo topo di biblioteca, mille pericoli. In più, da qualche tempo sono comparse trappole terribili. Che fare? Bisognerebbe partire, emigrare, ma i gatti sono ovunque, a sorvegliare porti e stazioni. Ma eccola, l’idea luminosa! Bisogna volare via, dall’altra parte dell’oceano. E in tutti quei libri che a lungo il piccolo topo ha frequentato, ci sono i disegni di Leonardo, e nelle cantine di Amburgo, tutto l’occorrente: vecchi ingranaggi, biglie, tasti di macchine per scrivere, tutto sarà utile al piccolo topo per costruire la sua macchina volante. Ben due i tentativi falliti clamorosamente. Ma di arrendersi non se ne parla neppure. Altri studi, nuovi perfezionamenti, ed ecco che il piccolo topo coraggioso, sfuggendo alle civette che controllano anche i cieli, riuscirà finalmente ad arrivare a New York, dove lo aspettano tutti i suoi amici. Non solo. La sua impresa è già leggenda, e corre sui muri della città. Un bambino resta incantato a guardare uno dei tanti manifesti sul piccolo topo volante, sognando che un giorno volerà anche lui.
Quel bambino si chiamava Charles Lindbergh.

Dai 6 anni in su – Pagg. 96 a colori  – Prezzo: 19,50 euro
Data di uscita: 23 ottobre 2014
illustrazioni di Torben Kuhlmann
traduzione di Damiano Abeni

A corredo del libro le biografie dei grandi pionieri dell’aviazione

Libreriauniversitaria: qui

Torben Kuhlmann Trent’anni d’età, e quasi altrettanti di passione per le macchine. Quelle volanti in particolare. Una passione coltivata con costanza, fino ad arrivare all’università. Sì, perché “ Lindbergh” è la sua tesi di laurea. E, con il massimo dei voti, la lode e la pubblicazione, arriva anche la grande affermazione editoriale. Uscito all’inizio di quest’anno, già alla terza ristampa in Germania, il topo volante di Torben Kuhlmann è ormai diventato poliglotta. Inglese, italiano, francese, spagnolo, portoghese le lingue che gli hanno permesso di fare scalo in altri undici paesi.

:: Il mistero di Oliver Ryan, Liz Nugent, (Neri Pozza, 2014)

5 ottobre 2014 by

neri_pozza_-_il_mistero_di_oliver_ryanDiversi punti di vista si alternano, come schegge frantumate di uno specchio, nel romanzo di esordio della sceneggiatrice irlandese Liz Nugent, Il mistero di Oliver Ryan (Unravelling Oliver, 2014). Un noir dublinese, pubblicato in Italia da Neri Pozza, nella collana I neri e tradotto da Annamaria Bivasco e Valentina Guani, ritratto composito di un uomo, di uno scrittore di successo di libri per bambini, visto attraverso gli occhi di chi lo conosce, di chi meglio può vedere attraverso l’apparenza e scorgere il cuore di tenebra che costituisce il suo mistero.
Perché c’è un mistero da svelare, e più avanziamo nella lettura e più intuiamo che sarà capace di spiazzarci, di cambiare le carte in tavola, di spiegare il motivo per cui un uomo, felice, di successo, con una bella moglie, una bella casa, di colpo compie un atto insensato, capace di porre fine alla sua stagione “felice”. Nessuno riesce a crederci, non è da lui compiere un atto così irrazionale, violento, imprevedibile. Oliver Ryan è un uomo pacato, un bel tenebroso che piace alle donne, capace di sedurre, di ammaliare il suo pubblico nei talk show, capace di scrivere storie per bambini bellissime. Ma è tutto un bluff, tutta una montatura. Chi è davvero Oliver Ryan? Un mostro, come dice e pensa Veronique?
Comunque nessuno conosce meglio Oliver Ryan, che Oliver Ryan stesso, anche lui voce narrante, parte di questo coro greco che ci porta a conoscere il suo passato e quello che successe in una vendemmia in Francia nel 1973. O prima ai tempi del collegio, ignorato e rifiutato da un padre oscuro e inflessibile anch’esso con un passato da nascondere, una colpa da espiare.
Tassello dopo tassello ricostruiamo lo specchio in cui Oliver Ryan si riflette. La Nugent con mano felice crea attesa e scava nell’animo di un essere amorale ed egoista. Cattivo come dice Eugene, il fratello ritardato di sua moglie Alice. Capace di tutto. E letteralmente scopriremo di cosa è stato capace nella sua vita di menzogne, plagi, assassini di cui è responsabile anche solo in modo riflesso.
Ma cosa l’ha reso tale? Forse è questo il mistero che vogliamo scoprire. A patto che ci importi davvero. Chi picchia la moglie tanto da ridurla in coma, merita che si cerchino di capire le sue ragioni? Naturalmente il romanzo è costruito su questo, per cui l’autrice ritiene che si debba rispondere un sì a questa domanda. Non è una ricerca di attenuanti, o di colpe da scaricare sulla vittima, più che altro è la ricerca di un senso. Di una plausibile ragione per cui un ragazzo che poteva avere tutto diventa un mostro.
In Irlanda mariti ubriachi che di ritorno dal pub picchiano le mogli non sembrano una realtà tanto infrequente, ma se pensiamo anche in Italia è un fatto recente, l’ubriachezza di un marito violento è stata giudicata un’ attenuante. Oliver Ryan è perfettamente sobrio quando sfoga la sua rabbia su sua moglie, svelando finalmente al mondo la sua vera identità.
Ci sarà un processo, ci sarà il carcere psichiatrico, ci sarà l’occasione di una parziale redenzione, un unico gesto puramente disinteressato fatto nella sua vita di atrocità. Perché forse il dramma di quest’uomo è proprio quello di volere diventare un uomo buono. Basta un solo gesto umano a riscattare un’intera vita di crimini? L’amore negato di un padre può essere un’ attenuante? Leggendo questo noir, in cui la banalità del male è così diretta, scontata non è chiaro. Certo non si prova empatia per Oliver Ryan, non è simpatico, né tanto meno affascinante. E’ un uomo mediocre, un uomo senza qualità, e il vero mistero è come abbia fatto a ingannare tutti così a lungo.

Liz Nugent è nata nel 1967 a Dublino. Ha scritto sceneggiature, soap-opera, serie tv per adulti e cartoni animati per bambini. È stata finalista al premio di racconti Francis McManus e il suo monologo radiofonico Appearences è stato scelto per rappresentare l’Irlanda al prestigioso New York Festivals. Il mistero di Oliver Ryan è il suo primo romanzo.

:: Torna anche quest’anno Portici di Carta, a cura di Elena Romanello

2 ottobre 2014 by

imagesSabato 4 e domenica 5 ottobre torna nel centro di Torino, tra piazza Carlo Felice e piazza Castello, Portici di carta, l’appuntamento fisso ormai da otto anni con bancarelle di libri usati, librerie, autori, incontri vari.
Al timone anche quest’anno la Fondazione per il Libro, la Musica e la cultura, per rendere il centro di Torino tutto sui libri, anche se non ci saranno solo libri. Gli amanti della lettura non rimarranno a bocca asciutta, con i bouquinistes partecipanti al Libro ritrovato (appuntamento che c’è comunque ogni prima domenica del mese in piazza Carlo Felice), con ospiti d’onore quelli della Liguria e della Lombardia, varie librerie torinesi e non solo, case editrici. Accanto ai libri ci sarà la Via del Gusto in piazza San Carlo con i maestri cioccolatieri torinesi, il Festival dell’Oralità Popolare in piazza Carlo Alberto con tra le altre cose un incontro sulle biblioteche condominali, gli eventi sportivi di MoveWeek promosse da Uisb e la domenica ecologica il 5.
In piazza San Carlo si terranno gli eventi culturali che comprendono un ricordo a Dino Campana nel centenario dell’uscita dei suoi Canti orfici, l’omaggio a Giorgio Faletti con vari amici e parenti, un intervento di Giorgio Fontana, Premio Campiello quest’anno, la presentazione di Biennale democrazia. Altri eventi, tra cui un incontro con Bruno Gambarotta, si terranno al non lontano Circolo dei lettori. Inoltre a Portici di carta si parlerà anche di come stanno le librerie in Italia, e qui ci sono dolenti note, visto che la sola Torino ha perso in questi ultimi due mesi due nomi di prestigio come Zanaboni e Fogola.
Nella rinnovata Galleria San Federico ci sarà invece l’angolo per bambini e ragazzi, con tanti incontri, tra cui la premiazione del concorso Nati per leggere. Gli editori ospiti sono Marcos y Marcos e Edt Giralangolo, che si rivolge ai più giovani, con la presenza di alcuni disegnatori come la torinese Ilaria Urbinati.
Domenica mattina sono da segnalare anche i sette itinerari per Torino, uno in bici e gli altri a piedi, con prenotazione obbligatoria mandando una mail a cavallo@salonelibro.it. Tra di essi c’è quello nel centro storico di Torino con Giovanna Viglongo, dell’omonima casa editrice, e Rocco Pinto, della libreria Ponte sulla Dora, quello in San Salvario sulle tracce di Primo Levi e Carolina Invernizio, il tributo nel Quadrilatero a Fruttero e Lucentini e Mario Soldati e l’omaggio a Bianca Guidetti Serra con Paolo Hutter a Santina Mobiglia.