:: Il libro dei ricordi perduti, Louise Walters, (Corbaccio, 2014) a cura di Valeria G.

6 novembre 2014 by

2334114_Il libro dei ricordo perduti_cop@01.indd“Sul punto di suggerire il bar della National Gallery, mi sono voltata verso l’edificio e l’ho vista, una donna alta, sulla sessantina, che mi fissava. Non saprò mai sa mi stava già osservando da un po’. […] Con lei c’era una donna sui quarant’anni e due bambini dell’età di Roberta. […] Senza ombra di dubbio, avevano qualcosa di Roberta. La donna più giovane sembrava la versione femminile di John. Quella più anziana, Nina, perché era lei, impossibile sbagliarsi, ci osservava. Guardava i due ragazzini, certamente i suoi nipoti, poi di nuovo John. […] Per un secondo o due ci siamo guardate dritte negli occhi. […] Cominciavo già a vederci meno, allora, ma l’essenza di una persona non svanisce mai, e soprattutto, è impossibile dimenticare il volto di una donna che ha sofferto e nel bisogno ti ha supplicato di aiutarla. ”

Quando mi è stata proposta la recensione de “Il libro dei ricordi perduti” della neonata scrittrice di romanzi Louise Walters, inglese di nascita e di residenza, devo confessare che non ho nemmeno finito di leggere la scheda informativa. Si, perché quelle primissime righe della presentazione dell’editore Corbaccio mi hanno conquistato all’istante “Ripulisco libri. Spolvero i dorsi, le pagine, a volte una per una, un lavoro meticoloso, nocivo ” magico aggiungo io. Mi sono immediatamente immedesimata nella libraia moderna protagonista della storia, la quale affida ai libri, e alla sicurezza che questi emanano, la sua esistenza apparentemente povera di affetti, ma ricca di sentimenti perduti. La foto di copertina, poi, ha confermato la mia curiosità di conoscere questa donna della quale possiamo scorgere solo il busto e le gambe, avvolte in una gonna nera e lunga, che tiene tra le mani, in modo leggero e sicuro, quattro libri dall’aspetto antico e prezioso. Sullo sfondo un cielo grigio e cupo, tipico della Gran Bretagna e, in volo, due aerei da combattimento probabilmente durante una delle incursioni tipiche della seconda guerra mondiale.
E’ Roberta Pietrykowski che parla in prima persona e che ci accompagna tra gli scaffali dei suoi amati libri, di una libreria che cerca di proporre libri antichi e nuovi, che sente sua anche se di fatto non lo è. Ed è lei la libraia magica, la persona che ama i libri, che ci ricorda che “i libri hanno un loro odore, un loro suono: parlano. In questo momento avete in mano un oggetto che vive, respira e sussurra: un libro!”. Nella stessa libreria accade l’impensabile perché Roberta, certa delle sue origini polacche, trova una lettera, una vecchia lettera di quelle scritte di pugno, con l’inchiostro formato da una miscela di dolore e amore, di quelle autentiche che il tempo non potrà mai rovinare perché, sebbene le si abbia più volte tenute strette tra le mani, il contenuto elevato di sentimento al loro interno le renderà vive per sempre. Questa lettera la lascia sgomenta perché getta delle ombre piuttosto inquietanti sulla storia d’amore tra sua nonna Dorothea (o babunia come preferisce chiamarla lei, in ricordo delle sue, appunto, origini polacche) e il suo defunto nonno. Naturalmente, Roberta si dedicherà alla ricerca di quella che lei chiama verità affrontando con coraggio la fine di una comoda storia di passione, il lutto per la perdita del caro padre, il ritrovamento della mamma persa da bambina e una storia d’amore nascosta che trova da sé il momento migliore per sbocciare.
Le riflessioni di Roberta vengono interrotte in alternanza dalla storia di Dorothy Sinclair, divenuta poi Dorothea Pietrykowski, donna dall’aspetto vulnerabile che nasconde una forza di carattere unica nel suo genere. Un narratore affidabile ci accompagna negli anni quaranta, in un cottage all’interno della campagna inglese, nazione che si sta preparando alla inevitabile guerra che ha il distruttivo compito di non risparmiare nessuno. Il lettore viene accolto nella calda cucina di Dorothy che è stata abbandonata dal marito. In quelle mura semplici che sanno di cose buone da mangiare, di un focolare che scalda, anche e soprattutto, quando fuori c’è il gelo, si vive la guerra, si sviluppa l’amicizia tra Dot, Aggie e Nina due giovani giunte dalla capitale per lavorare alla fattoria, tre donne sconosciute che imparano a viversi ogni giorno, e si affaccia timidamente una storia d’amore che nasce quando sembra che anche l’amore sia un lusso per pochi e che per questo è, e resterà per sempre, unica. E poi, tanto dolore, tanta rabbia per quella maternità rubata che non ha nessuna intenzione di tornare a bussare alla porta della misteriosa Dorothea.
La storia è stata costruita in due tempi, simili a due binari che vengono ripresi, affiancati e alle volte intrecciati sapientemente perché le vicende delle due protagoniste sono una lo specchio dell’altra.
Ma non è tutto, non si tratta solo di un bel romanzo d’amore, dal sapore un po’ retrò. Al lettore completamente coinvolto nelle vicende di Roberta e Dorothea viene chiesto un ulteriore sforzo, un valido confronto su un tema ricorrente e alquanto doloroso.
Il romanzo stesso, infatti, apre un’analisi tra lettore e scrittore su quanto accadde ad una donna che desidera un figlio ma non riesce ad averlo e, al contrario, ad una donna che non ha nessuna predisposizione alla maternità che invece, per uno strano e funesto gioco del destino, lo concepisce. Un tema difficile da scrivere per non rischiare di urtare la sfera materna e sensibile della donna, nata per procreare. La scrittrice in questo frangente compone un quadro completo, riesce ad esprimere perfettamente cosa accade quando l’emisfero materno viene in contatto con la durezza della morte, non ha paura di scoprire i sentimenti più osceni che si sviluppano nei personaggi che lei ha creato. La sua penna non vuole illudere, non vuole addolcire, non vuole raccontare bugie su quanto è dolorosa la rinuncia, su quanto sia spaventoso l’abbandono.
E poi, infine, l’amore.
L’unico sentimento in grado di cambiare le sorti delle persone. Un amore che completa e che divide, un amore che durerà per sempre “ al di là del tempo che non ci sarà più”.

Louise Walters è nata nell’ Oxfordshire nel 1967, si è laureata all’Open University nel 2010 e vive nell’ Northamptonshire con il marito e cinque figli. Autrice di poesie, “ Il libro dei ricordi perduti” è il suo primo romanzo che ha subito suscitato l’entusiasmo degli editori di tutto il mondo. Oltre che in Italia, “Il libro dei ricordi perduti” verrà pubblicato in Germania, Paesi Bassi, Serbia, Svezia, Francia, Polonia e Stati Uniti.

:: L’amante inglese di Sissi, Daisy Goodwin, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

5 novembre 2014 by

4542587Uno dei personaggi più amati della Storia dell’Ottocento è l’imperatrice Elisabetta d’Austria, nota come Sissi anche grazie ai tre film anni Cinquanta con Romy Schneider replicati ad oltranza sulle reti televisive anche in tempi molto recenti. Un personaggio tragico, bellissima e pessimista cosmica, simbolo della decadenza di un mondo e dell’impossibilità di essere felici, anche se spesso è prevalsa, come nei già citati film, un’immagine da principessa da fiaba.
Stranamente, mentre ci sono diverse biografie in tema, mancano i romanzi su Sissi, ed è per questo che è interessante, se si ama l’ultima Imperatrice d’Austria Ungheria, segnalare l’uscita de L’amante inglese di Sissi, secondo romanzo ad essere scritto da Daisy Goodwin e ad essere tradotto da Sonzogno in italiano, dopo L’ereditiera americana, che si rifaceva alle atmosfere di Herny James e di Edith Wharton.
Il romanzo racconta un periodo particolare della vita di Sissi, relativo alle sue visite in Gran Bretagna per sfuggire all’opprimente atmosfera di Vienna e di un marito che non la capì mai, durante le quali partecipò alle battute di caccia, conoscendo il cavallerizzo e nobile inglese Bay Middleton (avo alla lontana di Kate, la moglie di William) e vivendo pare con lui un’intensa ma breve storia d’amore. In realtà, la protagonista del libro non è Sissi, che resta un po’ in ombra, ma Charlotte, l’ereditiera che poi sposò Bay, vista come una ragazza in anticipo sui suoi tempi, amante della fotografia che tanto spaventava Sissi, personaggio realmente esistito ma su cui si sa poco e che l’autrice ha costruito ex novo come l’eroina della storia.
L’amante inglese di Sissi conferma il talento dell’autrice nel descrivere l’alta società dell’Ottocento, stavolta quella relativa alle monarchie, ed è particolarmente gustoso il parallelo tra Sissi, personaggio allora scandaloso, e la regina Vittoria, simbolo di pace e unità familiare, anche se i biografi di decenni dopo hanno scoperto non pochi suoi altarini, a cominciare dal rapporto con il citato John Brown.
Chi rimane però un po’ in ombra è proprio Sissi, non restituita nella sua interezza di personaggio complesso e tormentato: compare il personaggio del figlio Rodolfo, altra icona romantica, morto suicida una quindicina d’anni dopo i fatti narrati nel libro nel casino di caccia di Mayerling insieme all’amante Maria Vetsera, un altro fatto che ha ispirato film più o meno romanzati: l’autrice dà la responsabilità della caduta del ragazzo nell’abisso della disperazione alla scoperta della relazione della madre con Middleton, ma questa può essere solo una delle tante ipotesi, in quanto comunque sia Sissi che Rodolfo furono figure tragiche e dalle mille sfaccettature, e non è un caso che affascinino ancora oggi il pubblico degli amanti della Storia e del romanzesco.
Nella postfazione Daisy Goodwin avvicina Sissi a lady Diana: senz’altro come popolarità il paragone ci sta, ma le due figure sono abbastanza diverse, anche se furono entrambe due ribelli contro le convenzioni e un ruolo che stava loro troppo stretto. L’amante inglese di Sissi è un libro che comunque piacerà a chi ama l’Ottocento, per approfondire la figura di Elisabetta d’Austria, e la sua vita iniziata come una fiaba e finita in tragedia sono da consigliare le ancora disponibili biografie di Nicole Avril e Brigitte Hamann, o meglio ancora se si riesce ancora a reperire, in italiano nell’edizione Dall’Oglio o in inglese, l’opera di Joan Haslip anni Sessanta, forse la più riuscita in tema.

Daisy Goodwin vive a Londra. È produttrice televisiva e ha curato numerose antologie di poesia. Scrive per il «Sunday Times». È sposata e ha due figlie. Con Sonzogno ha pubblicato L’ereditiera americana (2013).

:: Filmology, Matteo Civaschi, Gianmarco Milesi, (Rizzoli, 2014)

4 novembre 2014 by

Filmology_300dpiDagli autori di Shortology, lo studio di giovani creativi H-57 (merita fare un salto a pagina 217 e scoprire le origini di questa inquietante sigla) capitanati da Matteo Civaschi e Gianmarco Milesi, è nato Filmology, da ottobre in libreria grazie a Rizzoli. Imperdibile per gli appassionati di cinema e di giochi con gli amici, magari intorno al caminetto.
Infatti in questo libro (curiosamente stampato in Cina) sono raccolti i titoli di quasi 200 pellicole, rappresentate da divertenti icone grafiche che ne sintetizzano la trama, o anche solo i tratti distintivi. Solo a fine libro vengono citati i titoli, con nome del regista e anno di uscita, strada facendo vi toccherà indovinarli.
E’ un libro a quiz insomma, ottima come idea regalo, piacevole da sfogliare o collezionare. Da Colazione da Tiffany, a Caccia a Ottobre Rosso, dalla Febbre del sabato sera, a Shining, insomma i cult movie che hanno fatto la storia del cinema ci sono tutti. Starà a voi riconoscerli. Alcune tavole sono impossibili da indovinare, altre semplicissime, tutte comunque sono animate da un certo gusto dissacrante e paradossalmente irriverente.
La brevità sembra il punto di forza di questo manuale tascabile del cinema, che sintetizza in pillole, le trame dei maggiori capolavori di registi come Vittorio de Sica, Luc Besson, o Stanley Kubrick, naturalmente hanno dovuto fare delle selezioni, magari seguendo il gusto personale dei curatori, o la facilità di trasformare le trame in immagini.
Originariamente quando avevo sentito parlare di questo libro e di fotogrammi, pensavo le tavole contenessero effettivi fotogrammi tratti dai film, idea da sviluppare magari per altri libri, sempre che i diritti lo permettano. Scrivere una recensione di questo libro è un po’ una missione impossibile (ci sarà o no questo titolo tra i tanti?) ma si può senz’altro lodare e apprezzare l’idea e lo spirito che lo anima, per cui non mi resta che augurarvi buon divertimento.

Matteo Civaschi dopo 15 anni in grandi agenzie di pubblicità, nel 2004 crea H-57 con Elena Borghi, e qualche anno dopo coinvolge nel progetto anche Gianmarco Milesi. Appassionato della musica di Mozart e Van Halen, adora il cinema di fantascienza, da Alien di Ridley Scott fino alla saga di Guerre Stellari. I suoi tre gatti sono i suoi assistenti preferiti durante le notti in cui i progetti importanti prendono vita.

Gianmarco Milesi nella prima parte della vita decide di diventare, nell’ordine: flautista, giocatore della NBA, chitarrista e infine egittologo. Poi, improvvisamente, scopre il mestiere del copywriter, trovandolo bellissimo e anche divertente. Dopo 12 anni in grandi agenzie di advertising, raggiunge Matteo Civaschi in H-57. Dopo la pensione, diventerà flautista, giocatore della NBA, chitarrista, egittologo.

:: Shotgun Lovesongs, Nickolas Butler, (Marsilio, 2014)

3 novembre 2014 by

Shotgun-Lovesongs-250x396Che il Midwest sia il cuore degli States, non è una novità. Rispecchia infatti buona parte del mito di quell’America rurale fatta di campi di mais, fattorie, silos, trattori, allevamenti di bestiame, contadini un po’ rustici dalle mani spellate dal vento e dal lavoro, dallo spirito provinciale e zoccolo duro e bacino elettorale conservatore.
Ora c’è la crisi, pure le fattorie sono indebitate fino al collo con le banche, (si respira un po’ l’aria della Grande Depressione), ed è proprio qui, nel piccolo centro rurale di Little Wing (guarda caso una famosa canzone di Jimi Hendrix), in Wisconsin, che Nickolas Butler ambienta il suo romanzo d’esordio, Shotguns Lovesongs. (Pubblicato in Italia da Marsilio nella collana Romanzi e racconti e tradotto da Claudia Durastanti).
Una struggente ballata country, giocata sui temi classici dell’amore, dell’amicizia, del senso di appartenenza ad una comunità, della ricerca del successo o meglio della realizzazione di sé. E dalla musica rivendica non solo i temi, ma anche l’utilizzo di un canone a più voci, ogni capitolo, intitolato con le iniziali dei cinque nomi dei protagonisti, Henry, Lee, Kip, Roddy e Beth, infatti ci narra la storia dai diversi punti di vista.
L’occasione per una specie di rimpatriata, il matrimonio di Kip e Felicia. Ed è così che i legami di amicizia, allentati dalla vita, (ognuno ha preso strade diverse, da chi è diventato una star della musica, a chi uno speculatore a Chicago, a chi ancora ha rilevato la fattoria di famiglia ed è restato a fare il contadino a Little Wing, a chi è diventato una star da rodeo), si rinsaldano e una verità quasi dimenticata metterà a dura prova un matrimonio e un’ amicizia con qualcosa che ha l’amaro sapore del tradimento.
Ma l’amicizia è più forte della vita, è più forte di tutto? Certamente, è la risposta appassionata di Nickolas Butler e dei suoi personaggi. La lealtà, l’amore per la natura, il legame con le proprie origini superano invidie e gelosie e sul piatto della bilancia fanno la differenza.
La scrittura poetica di Butler è sicuramente il valore aggiunto di Shotguns Lovesongs, che parte narrando la storia dal punto di vista del personaggio più riuscito, alterego forse dell’autore, che deve avere attinto a piene mani dal suo vissuto tanto da ricreare il personaggio di Lee su un suo vecchio compagno di liceo Justin Vernon della band folk dei Bon Iver. Con estrema naturalezza, anzi con quella delicatezza tipica di chi parla di sacrosante verità, l’autore ci parla di sentimenti, e lo fa con efficacia e senza mai scadere nel sentimentalismo, cosa tutt’altro che facile, soprattutto per chi guarda in se stesso per ricreare la realtà, o almeno un suo specchio.
E’ un romanzo perfetto? Non ostante le prime pagine che possono far gridare al capolavoro, forse no. Forse i personaggi di Henry e Lee superano per intensità gli altri, e le voci dei vari personaggi si confondono a tratti non perfettamente caratterizzate e distinte, ma nonostante questo è un bel romanzo, un bel romanzo davvero, (forse diventerà un classico chissà), consigliato a tutti gli appassionati della letteratura americana che amano ascoltare il suono del benjo all’imbrunire, magari in un portico, dondolandosi su una vecchia sedia a dondolo.

Nickolas Butler è nato a Allentown, in Pennsylvania, e cresciuto a Eau Claire, Wisconsin. Suoi racconti sono apparsi in diverse riviste. Attualmente vive nel Wisconsin con la moglie e i due figli. Questo è il suo primo romanzo, già opzionato per il cinema da Fox Searchlight.

:: Dal 7 al 9 novembre torna la XII edizione della Microeditoria di Chiari (BS) a cura di Viviana Filippini

2 novembre 2014 by

MicroedMancano pochi giorni per l’inizio della dodicesima rassegna della Microeditoria di Chiari, in provincia di Brescia, dal 7 al 9 novembre. La tre giorni dedicata all’editoria indipendente e alla cultura sarà caratterizzata da presentazioni di libri, dibattiti, mostre, laboratori, concerti, in un programma che prevede la presenza di 100 editori provenienti da tutta Italia e un cartellone di oltre 90 eventi. La manifestazione, che negli ultimi anni ha visto un crescendo degli espositori e del pubblico presente, è organizzata dall’Associazione Culturale “L’Impronta” in collaborazione con il Comune di Chiari e per tre giorni animerà Villa Mazzotti (Viale Mazzini, 39), lo splendido palazzo in stile liberty, da sempre location prescelta per la kermesse culturale. Tema della XII edizione: la Felicità, oltre il PIL far crescere la Felicità Interna Lorda, un nuovo possibile indicatore del benessere di un Paese che va oltre la produttività e il consumismo. Il tema è stato scelto nell’intento di promuovere la riflessione sulle possibilità di miglioramento del benessere umano in ogni ambito, compreso quello culturale. Accanto ad esso poi ci si occuperà del rapporto dell’editoria con i nuovi media, della salute, di alimentazione e di storia, a dimostrazione del fatto che attraverso i libri ogni aspetto del mondo può essere raccontato. L’inaugurazione della rassegna è fissata per venerdì 7 novembre alle 17.30 a Villa Mazzotti a Chiari quando prenderà il via la tre giorni di cultura durante la quale sarà piacevole perdersi tra migliaia di parole lette e dette. Tra gli ospiti presenti (e sono davvero tanti) si ricorda Sabato 8 novembre alle 15.30 Nikola Savic vincitore di “Masterpiece” con il libro Vita Migliore, intervistato dallo scrittore e “giudice” Andrea De Carlo. Alle 18, Paolo Hendel in Come truffare il prossimo e vivere felici di Paolo Hendel, Francesco Borgonovo e Marco Vicari. Con Paolo Hendel e Carcarlo Pravettoni. Musica dal vivo con Ranieri Sessa alla chitarra. Ingresso con prenotazione sul sito . Domenica 9 novembre alle 14.30 Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, direttore della rivista Nimbus, noto per la partecipazione al programma televisivo Che tempo che fa, parlerà del suo libro Prepariamoci, come prepararsi a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza…e forse più felicità. Alle 16 Andrea De Carlo racconterà del suo diciottesimo romanzo Cuore Primitivo. Per partecipare alla presentazione è necessario iscriversi sul sito.

:: Il messaggero dell’alba, Francesca Battistella (Scrittura & Scritture, 2014)

1 novembre 2014 by

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E’ sabato, giornata dedicata a Poirot e alla cioccolata calda.
Almeno a casa mia, e in attesa di Poirot e la salma, episodio tv tratto dall’omonimo (almeno nel titolo italiano) romanzo pubblicato per la prima volta da Dame Agatha Christie nel lontano 1946, vi parlo di un altro giallo che ho appena letto, Il messaggero dell’alba, della napoletana Francesca Battistella, edito da Scrittura Scritture nella collana Catrame.
Un giallo classico con sfumature da commedia ambientato nel vivace mondo letterario italiano. Certo i personaggi sono pura invenzione, non troverete né Baricco, né la Mazzantini, (faccio due nomi a caso) ma molti mali che il testo stigmatizza sono reali, e infondo parlano del nostro mondo composto da agenzie letterarie, festival, scrittori famosi ed esordienti, e anche blogger che sui loro portali stilano recensioni.
Orbene spero di non aver mai istigato all’omicidio nessuno, e in realtà non penso che le mie recensioni abbiano davvero tutto questo potere, di creare fortune letterarie o abbatterle, ma come pretesto per un intreccio giallo, esagerato certo dalle esigenze narrative, è sicuramente intrigante. E la Battistella si diverte a costruire un dietro le quinte, vivace e ironico, in cui frustrazioni, ipocrisie, veri e proprio odi e vendette scatenano il delitto.
E in questo libro gli scrittori muoiono, anche una blogger, critica letteraria in realtà, uccisi da una mano vendicatrice che resterà misteriosa fino alla fine del romanzo.
Ce ne è per le agenzie letterarie, l’agenzia letteraria Mainstream, infatti sicuramente incarna uno spettro abbastanza inquietante nel mondo delle patrie lettere, terrore di tutti gli scrittori esordienti, un’agenzia insomma vera e propria macchina per soldi, spietata e corruttrice. Spietata con gli esordienti, di cui calpesta sogni e aspirazioni scucendogli ingenti somme di denaro, corruttrice dei suoi consulenti, scrittori famosi che arrotondano così le magre entrate in questi tempi di crisi.
Ma ce ne è anche per i blogger, pagati dalle case editrici per scrivere stroncature dei libri dei concorrenti.
E poi ci sono gli scrittori famosi, vere e proprie star di un mondo che dovrebbe promuovere bellezza e cultura e si trova invece a rispecchiare una società dominata da arrivismo e avidità. Tutto è naturalmente estremizzato nei suoi aspetti drammatici per costruire l’intreccio giallo e si ride sì, ma un retrogusto amaro, figlio dell’anima noir dell’autrice, un po’emerge dalle pagine.
Ci sono comunque anche i buoni, le persone perbene, sembra incredibile ma anche nel mondo dell’editoria ci sono serietà e onestà. E meno male.

Francesca Battistella, classe ’55, ha alcune grandi passioni: il suo Piero, gli infernali nipoti Cecilia e Tommaso, ballare l’hip-hop come Jacko, leggere disperatamente e, naturalmente, scrivere scrivere scrivere…
Ha trascorso quattro anni a testa in giù (Nuova Zelanda) e quarant’anni nella sua amata/odiata Napoli, lavorando, recitando e combinandone di tutti i colori. Adesso vive tranquilla tra il Lago d’Orta, in compagnia della Poiana Dispettosa, della Volpe Max e dei germani reali Pippo e Peppa, e il paese di Massa Lubrense sulla costiera Sorrentina dove possiede un “buen retiro”.
Ha pubblicato tre libri e non ha mai smesso – né mai smetterà – di raccontare e raccontarsi storie…

:: L’ostinato scorrere del tempo, Justin Go, (Einaudi, 2014) a cura di Elena Romanello

31 ottobre 2014 by

einaudi_go21481graTristan Campbell, uno studente californiano di oggi, segnato dalla morte prematura di cancro della mamma, riceve una lettera di uno studio legale londinese che gli comunica che forse è l’erede di un’immensa fortuna, frutto di un lascito di un ricco rampollo dell’aristocrazia britannica, Ashley Walsingham, eroe della Grande Guerra morto nel 1924 durante la prima, sfortunata spedizione europea sull’Everest, che lasciò i soldi al suo amore di cui non aveva più notizie, la ribelle e volitiva Imogen Soames-Andersson, forse la bisnonna del ragazzo da parte di madre.
L’ostinato scorrere del tempo, romanzo d’esordio di Justin Go, racconta due storie in parallelo, il grande amore tra Ashley e Imogen nei primi decenni del Novecento con sullo sfondo quella guerra di cui quest’anno si celebra il centenario, e la ricerca di Tristan di oggi, tra vari Paesi europei dove le tracce sembrano sbiadire ma dove forse troverà qualcos’altro. Ci sono due piani narrativi, quindi, da un lato una storia letteraria di gran fascino, raccontata al passato remoto e in terza persona nella parte ambientata un secolo fa, e in prima persona e al presente nei capitoli di oggi, non sappiamo se ispirati a qualcosa di vero per l’autore o persone a lui vicine.
Un libro interessante, che parla di fatti storici su cui forse non si sa abbastanza, dalla battaglia della Somme alle spedizioni in montagna, passando per la condizione della donna al principio del Novecento e la vita degli artisti, ma anche del mondo di oggi, così frenetico e dove forse può diventare importante cercare le proprie radici, da dove si viene, chi erano e cosa facevano i propri antenati, perché alla fine è questo che importa a Tristan.
Romanzo storico, storia d’amore appassionante, non scontata e mai volgare, ricerca di un senso della vita oggi: L’ostinato scorrere del tempo è tutto questo, un libro che avvince tra l’ieri e l’oggi, tra un mondo che non esiste più e una vita di oggi in cui quei ricordi, relativi a persone che non si sono conosciute e che per ovvi motivi non si conosceranno mai, possono dare un senso all’esistenza oltre al miraggio di un’eredità. Non è la prima volta che in un romanzo si parla di generazioni diverse e di ricerca del passato, ma Justin Go riesce a farlo in maniera particolarmente interessante, e a fare affezionare ai suoi personaggi, ai due amanti di quel passato ormai lontano ma ancora vivi attraverso i documenti e le tracce che Tristan raccoglie, e all’eroe per caso di un presente in tante città e luoghi più o meno iconici, in una ricerca di sé che gioca tra thriller e nostalgia, con un finale a sorpresa.
Come Tristan, Justin Go è californiano, ha studiato tra il Berkley College e l’University of London e sta lavorando ad un nuovo romanzo, che chi ha letto questo non può non vedere l’ora di leggerlo ma che per ora resta top secret. Traduzione di Carla Palmieri.

Justin Go è nato a Los Angeles, ha studiato storia a Berkeley e letteratura allo University College di Londra. Ha vissuto a Tokyo, Stoccolma, Parigi. Nel 2008, a ventisette anni, ha lasciato il lavoro e si è trasferito a Berlino per scrivere il suo primo romanzo, L’ostinato scorrere del tempo (The Steady Running of the Hour), tradotto in oltre venti lingue e pubblicato nel 2014 da Einaudi Stile Libero.

:: Intervista Alessio Arena per Letteratura Tamil a Napoli, (Neri Pozza 2014) a cura di Viviana Filippini

30 ottobre 2014 by

Arena e CoverBenvenuto ad Alessio Arena poliedrico artista e musicista con la passione della scrittura che nella sua tappa a Milano nella sede della case Editrice Neri Pozza ci ha raccontato come è nato il suo nuovo intrigante romanzo -multiculturale aggiungerei- Letteratura Tamil a Napoli.

Come è nata l’ idea di scrivere Letteratura Tamil a Napoli?

R: Per scrivere questo romanzo ho preso spunto della reale presenza della comunità singalese a Napoli, composta dai tanti vinti e vincitori della guerra che afflisse lo Sri Lanka a partire dalla metà degli anni Ottanta. Alla fine del conflitto molti abitanti decisero di lasciare la loro terra per emigrare altrove e a Napoli la comunità è presente dagli anni Novanta, proprio nel centro della città, nel Rione Sanità, dove sono nato anche io. Fin da piccolo ho sempre vissuto vicino a questa collettività e crescendo mi sono reso conto che, a parte un film Into Paradiso del 2010 della regista sceneggiatrice Paola Randi, non c’era materiale che raccontasse la letteratura Tamil e tutto il loro mondo e così ho pensato di scrivere il romanzo Letteratura Tamil a Napoli.

C’è una Napoli di superficie e una sotterranea. Raccontaci cosa accade nel ventre di Napoli.

R: Il mondo sotterraneo di Napoli è molto vitale, è il luogo dal quale arriva l’acqua per la città e durante la Seconda guerra mondiale è stato un vero e proprio rifugio dai bombardamenti per la popolazione. Nel mio libro, i Tamil trovano nel ventre di Napoli l’ambiente ideale per creare una seconda città, o meglio creano una città nella città come segno di libertà, anche se vivendo sempre più a contatto con le viscere di Napoli un poco alla volta anche i Tamil assumono su di loro i caratteri dei napoletani trasformandosi in Napo-tamil. Anche la letteratura che i Tamil puntano a ricreare dentro a questo cosmo che si trova nel sottosuolo è si qualcosa della loro tradizione, ma allo stesso è anche un qualcosa che recuperano da Napoli, perché girando nei sotterranei cittadini la maggior parte dei muri è ricoperta di scritte lasciate nel corso del tempo. Questi segni e parole sono la testimonianza che a Napoli è possibile farcela e sopravvivere. Tra i Tamil che creano libri, sfuggiti alla guerra dello Sri Lanka e i napoletani sopravvissuti alla guerra, c’è una somiglianza dettata dalla condivisione e dall’empatia della comune sofferenza determinata dalla guerra. Non a caso il primo libro tamil protagonista del mio romanzo racconta proprio la Napoli sotterranea durante il conflitto e per scriverlo ho preso ispirazione da Napoli 44, romanzo di memorie e visionario scritto da Norman Lewis.

Nel libro ci sono dieci personaggi impegnati a scrivere libri e loro corrispondono ad altrettante divinità indiane come mai?

R: I personaggi si muovono in un ambiente letterario in base all’avatar di Visnu nel quale si identificano di più, perché Visnu si reincarna per riportare l’ordine delle cose e nel mondo. Ogni avatar è un mito e i temi da loro recuperati hanno il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. I Tamil protagonisti del romanzo scrivono e nel momento in cui compiono questo atto lo fanno sotto la protezione di un avatar.

Che funzione hanno i libri che i diversi personaggi scrivono?

R: Ogni libro presente nel mio romanzo è un pezzo che assieme ad altri libri cerca di ridare vita nella città di Napoli alla storica biblioteca Tamil andata distrutta nella guerra tra Tamil e Singalesi. C’è quindi la volontà dei personaggi del libro di recuperare la tradizione della propria cultura di appartenenza per farla sopravvivere, per reinventarla e per crearsi un’ identità con il fine di comprendere il proprio posto nel mondo.

Quali fonti hai considerato per scrivere questo romanzo e quanto è importante conoscere culture nuove?

R: Per scrivere questo libro è vero ci ho messo del tempo, un po’ per la ricerca e un po’ per il mio lavoro da musicista che mi ha portato a girare in lungo e in largo in Italia e all’estero. Tra le fonti utili è stato fondamentale il contatto con i Tamil di seconda generazione, nati a Napoli e no. Parlando con loro ho percepito un forte senso di appartenenza all’Italia, loro non solo si sentono italiani, ma si sentono napoletani. Ho ascoltato le loro storie che mi hanno dato ispirazione per il mio libro e poi ha fatto riferimento ai dati storici relativi alla guerra tra Singalesi e Tamil. Per quanto riguarda la letteratura Tamil e l’approccio di conoscenza della letteratura leggendaria è stato molto utile approfondire la conoscenza della storia della letteratura Dravidica che influenzò la letteratura antica indiana e quella tamil. Conoscere altre culture, diverse da quella dove siamo cresciuti, è un importante percorso di conoscenza dell’altro, in quanto questo cammino di scoperta permette di individuare dei punti in comune tra mondo diversi. Per esempio, nel mio libro si noterà come i napoletani e i tamil siano uniti dalla condivisione del dolore e della sofferenza e come si dice in modo comune tra Tamil: “Siamo tutti sotto la stessa tempesta”.

I protagonisti hanno nomi in lingua Tamil e nomi in napoletano. Quale è la funzione di questa doppia identità?

R: Il doppio nome è un po’ una delle peculiarità delle gente di Napoli, nel senso che ogni abitante ha un nome e un soprannome. I personaggi del libro hanno sì un nome Tamil, ma si sentono anche molto legati a Napoli e per questo il loro soprannome, recuperato e spogliato da qualsiasi elemento dispregiativo, è rivalorizzato in modo positivo per sottolineare ancora di più il profondo legame con Napoli, che li ha accolti e accettati.

Come accadeva in L’infanzia delle cose, anche in Letteratura Tamil a Napoli ti occupi di piccoli gruppi etnici. Come mai hai questo interesse per le minoranze culturali?

R: Il mio interesse verso le minoranze etniche culturali è forse dovuto al fatto che anche io vengo da un parte di Napoli, il Rione Sanità, che in un certo senso è stato considerato una minoranza e una sorta di mondo a sé, spesso finito sotto etichette e pregiudizi nati nel corso degli anni. Quando ero piccolo in più occasioni mi son sentito escluso dal resto del mondo e un po’ sotterraneo come i protagonisti del mio libro, perché ho sempre sentito di appartenere ad una sorta di mondo altro presente nella città di Napoli. Basta pensare al fatto che a Napoli prima di conoscere l’italiano, in molte zone si impara il dialetto, che viene considerato una vera e propria lingua. Nel libro L’infanzia delle cose i protagonisti gitani si trovavano a vivre in una situazione di incontro e scontro tra culture diverse e tangenti che li voleva guidare a superare i propri limiti dettati dal contesto di vita. Una situazione che ho vissuto in un certo senso anche io, quando a sei anni mi son trasferito in Spagna, e mi son trovato ad entrare da piccola particella in un mondo vasto e sconosciuto che ho imparato a conoscere un po’ alla volta.

Tra i tanti personaggi presenti, molto intenso è il ritratto della zia transessuale di Bibberò. Raccontaci qualcosa di questa figura.

R: La zia transessuale di Bibberò è uno dei personaggi più affascinanti del libro per il viaggio alla scoperta di sé che compie durante la trama. Il parente del protagonista cerca di liberarsi da un corpo che non sente suo e quello che più mi appassiona suo è proprio cammino svolto per raggiungere la sua nuova e vera identità, attuando una nuova nascita. Chi nella realtà di ogni giorno vive un cammino simile, agisce per raggiungere un traguardo preciso e diventare ciò che sente davvero di essere. La zia di Bibberò e le tante persone che esperimentano questo percorso sono dei veri e propri libri scritti pronti a raccontarsi a noi lettori e uditori.

La religione è spesso presente nei tuoi libri compreso questo ultimo lavoro. Come convivono il cristiani e i tamil?

R: La religione è uno dei temi che spesso ritornano nei miei libri, e quello che più mi incuriosisce è il paganesimo della religione cristiana e anche i suoi aspetti più kitsch come le tante rappresentazioni delle statue di santi, le immagini e tutta una serie di oggettistica religiosa che era molto in voga negli anni Ottanta. A Napoli in ogni casa e in ogni angolo della città sono presenti oggetti e immagini di culto religiose che gente prega e venera con passione religiosa profonda, ma ora questi simulacri non sono più solo cristiani, perché compaiono anche quelli Tamil. Nel libro ad un certo punto la statua di San Gennaro viene sostituita con quella del Buddha e questo è un segno delle convivenza tra due mondi religiosi e cultura che c’è a Napoli, anche se non lo si dice in modo esplicito. Napoli è una città abituata a dare e ricevere e non a caso in lei gli italiani convivono tra loro e, da anni, gli italiani convivono con le diverse etnie presenti, tra le quali ci sono i singalesi, in un scambio reciproco di saperi e valori. Per capirci meglio, se fino a qualche anno a Napoli i manifestini attaccati ai muri con messaggi e avvisi di vario tipo erano scritti in italiano e napoletano, oggi accanto a loro ci sono pure annunci in lingua tamil. Questo dimostra che la convivenza e la mescolanza tra culture c’è, è viva ed è in atto una mescolanza tra tradizione e innovazione, come emerge dal libro.

Sei già al lavoro per un prossimo libro?

R: Il prossimo lavoro è in fase di stesura e sarà un libro che avrà per protagonista il transatlantico Homeland costruito nel 1905, che nell’estate 1950 effettuò 5 viaggi tra Napoli e New York.

:: Longbourn House, Jo Baker, (Einaudi, 2014) a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2014 by

jo bakerSe c’è un’autrice iconica e amatissima ancora oggi, questa è Jane Austen, impareggiabile e ironica cantrice dell’alta società inglese tra Sette e Ottocento, soprattutto delle sue protagoniste femminili, ragazze in cerca d’amore in una società che dava poco spazio alle donne.
Jane Austen aveva lasciato però fuori alcuni personaggi dalle sue storie, i personaggi, anzi le persone grazie a cui era possibile tutto quello sfarzo di banchetti, abiti bellissimi e carrozze descritto nei suoi libri, gli appartenenti alla servitù, sempre silenziosi e sulo sfondo ma fondamentali per reggere questo splendore dai piedi d’argilla. Ed è ai servi dell’epoca austeniana che è dedicato Longbourn House, primo romanzo tradotto in italiano da Einaudi dell’inglese Jo Baker, i cui nonni facevano parte della servitù dell’aristocrazia e alla cui memoria ha voluto dedicare un libro capace di avvincere sin dalle prime battute, che descrivono la giornata del bucato, che rendeva le dame tutte bellissime ma non era certo piacevole da fare.
Longbourn House racconta la storia di Orgoglio e pregiudizio raccontata dal punto di vista della servitù, con particolare attenzione alla figura di Sarah, la cameriera di casa Bennett, ragazza orfana che lavora nella casa della volitiva Elizabeth fin dall’infanzia, con sogni, aspirazioni e una personalità che niente ha da invidiare a quella della protagonista che conosciamo da lei. Accanto a lei ci sono la governante e il maggiordomo, Mrs e Mr Hill, una coppia che nasconde qualche segreto, la giovanissima Polly che non può usare il suo nome Mary perché c’è già una Mary tra le sorelle Bennett e James, il valletto che arriverà in casa, stravolgendo il mondo di Sarah e non solo.
Il libro ripropone visti dagli occhi del mondo di sotto gli eventi più importanti di Orgoglio e pregiudizio, ma non è né una banalizzazione, né una storia pettegola, né una storia del buco della serratura, né una modernizzazione forzosa, quando un ritratto d’epoca vista in tutti i suoi aspetti, visto che nelle pagine di Jo Baker trovano spazio il contesto del tempo, fatto di guerre napoleoniche e lavoro sottopagato, gli aspetti che si tacevano, quali la sporcizia e cosa c’era letteralmente sotto tutto quel lusso delle dame, i segreti taciuti di alta società e classi più umili, dalle relazioni extraconiugali alle maternità segrete passando per le relazioni omosessuali, ma il tutto scritto senza compiacimenti e volgarità, con un linguaggio che sarebbe piaciuto alla Austen, grande ironia e un pizzico di classismo che non guasta, oltre a sentimenti e passioni e allo svelamento di una nuova eroina che resta nel cuore, sì proprio Sarah la cameriera di miss Bennett, qui molto di più.
Indubbiamente chi ama la serie troverà in questo libro che dovrebbe presto diventare un film dei richiami a Downton Abbey, che però racconta un altro momento della vita della servitù britannica, più vicino a noi, forse quello vissuto dai nonni di Jo Baker, di cui sarebbe interessante leggere a questo punto gli altri romanzi già usciti, diversi da questo.
Liberi di scrivere ha potuto conoscere questo divertente, interessante, coinvolgente e anche commovente libro in anteprima grazie ad un incontro organizzato dalla Einaudi presso la sua sede di Torino, scoprendo la passione messa nella pubblicazione e promozione di un libro di questo tipo, insieme ad altri blogger, critici e cultori dell’epoca della Austen. Traduzione di Giulia Boringhieri.

Jo Baker è nata nel Lancashire e ha studiato a Oxford e Belfast. Insegna scrittura creativa all’Università di Lancaster, è autrice di altri quattro romanzi – The Mermaid’s Child, The Telling, The Undertow e Offcomer – nonché sceneggiatrice. Tradotto in piú di dieci lingue, Longbourn House (Einaudi 2014) diventerà presto un film.

:: Mediorientarsi: Probabilmente mi sono persa, Sara Salar, (Ponte 33 Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

29 ottobre 2014 by

PMSP-digital-publishing-frontcoverProbabilmente mi sono persa è la prima traduzione in lingua straniera del romanzo d’esordio dell’autrice iraniana Sara Salar (2014, Ponte 33 Editore).
L’espediente narrativo scelto dalla Salar è curioso e moderno: una narrazione che non è una narrazione, ma bensì uno stream of consciousness che si avvicina agli esperimenti di Virginia Woolf. Citandone la definizione tecnica: il flusso di coscienza consiste nella libera rappresentazione dei pensieri di una persona così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi.
L’autrice ci conduce direttamente al centro dei pensieri della sua protagonista, una donna di trentacinque anni, moglie e madre, che, sotto il cielo grigio e lattiginoso di Tehran, compie un tortuoso viaggio dentro di sé alla ricerca della propria identità smarrita tanti anni prima, mentre era convinta di inseguirla. Il filo dei ricordi si dipana in una serie di flashback mescolati ai dialoghi e ai rapporti della vita quotidiana. La sofferenza e lo straniamento di cui lei si sente vittima hanno radici che affondano nei tempi del liceo, trascorsi in una cittadina sperduta del Baluchistan, quando avviene l’incontro rivelatore con l’adorata amica Gandom: l’inizio di quel percorso che la porterà a rinnegare la famiglia, le proprie origini ed infine se stessa.
Lo straniamento si accentua nello stridente contrasto fra la dimensione interiore della donna e la prepotente artificiosità della megalopoli in cui si muove, emblema del progresso e del consumismo. Le riflessioni della protagonista, di cui non conosciamo nemmeno il nome, sono in qualche modo sguaiatamente distratte da frammenti di programmi radiofonici e immagini di enormi cartelloni pubblicitari che scorrono all’orizzonte. Meditando sulla sua “vita contorta”, sui limiti e sulle paure che l’hanno accompagnata negli anni, lascia che il senso di colpa scavi piano dentro di lei. E’ difficile essere “una stupida idealista, una sciocca dogmatica”. Questa figura femminile ripensa alla persona che è diventata ed ha ancora paura: di non essere una buona amica, una buona madre, una buona moglie. E’ allo stesso tempo respinta ed attratta dalla vita reale di cui si sente prigioniera. Cosa penserebbe Gandom di lei se la vedesse ora? Quante cose sono davvero cambiate da quando si sono separate?
Il flusso altalenante dei ricordi si mischia all’immaginazione e sono molti gli schemi che si contrappongono nella riflessione: la scelta di lasciare la provincia per andare a studiare nella capitale, la continua confusione fra ciò che è presente e ciò che è passato e che non tornerà. Sono molte le domande che sembrano non trovare risposta: qual è il senso ultimo della libertà in un Paese “con regole molto precise”?
La scrittura di Sara Salar è fatta di frasi brevi, a volte spezzate, che rimangono appese ai tre punti di sospensione. Usa una lingua estremamente evocativa, iperrealista come esige la scelta dello stream of conosciousness: sfoghi, metafore e imprecazioni scorrono veloci sotto i nostri occhi dando al tutto un ritmo sincopato.
Il risultato è un intenso romanzo psicologico, in cui dallo sfondo emerge in primo piano l’individuo, con i suoi conflitti interiori senza latitudini di riferimento. L’autrice ci lascia intendere che le strade di Tehran, piene di traffico convulso, potrebbero essere le strade di qualsiasi metropoli moderna, che i pensieri della sua protagonista potrebbero essere quelli di ogni donna che si sente schiacciata dalle proprie non-scelte, dai propri dubbi.
L’assetto stilistico e narrativo di questo breve romanzo potrebbe non risultare particolarmente accattivante per coloro che prediligono la prosa classica, lo consiglio quindi agli amanti del modernismo letterario e dell’introspezione psicologica, nonché ovviamente ai curiosi di letteratura iraniana contemporanea, e, specialmente, alle donne.

Sara Salar (1966) è nata a Zahedan, piccola cittadina del Baluchistan iraniano. E’ laureata in letteratura inglese ed ha iniziato la carriera letteraria come traduttrice facendo conoscere al pubblico iraniano Haruki Murakami. Probabilmente mi sono persa, pubblicato nel 2009 dopo uno stop prolungato della censura, ha conosciuto un immediato successo, aggiudicandosi anche il prestigioso premio letterario Golshiri. Sara Salar vive oggi a Tehran, è sposata e ha un figlio.

Tradizionalmente, le donne iraniane hanno avuto un ruolo importante nelle economie rurali, non solo partecipando all’attività aziendale di famiglia – come la tessitura dei tappeti – ma anche con la produzione dei principali prodotti alimentari. È interessante notare che circa il 90% delle donne iraniane nelle comunità rurali sono ancora impegnate in qualche tipo di attività. Al contrario, il ritmo veloce dell’urbanizzazione e l’industrializzazione hanno cambiato il ruolo delle donne nelle città, ed insieme alle limitazioni sociali dell’Iran post-rivoluzionario hanno ridotto al minimo il loro peso nelle attività economiche. Secondo un articolo pubblicato nel numero di marzo 2014 dall’Iranian Economist, solo il 13% della forza lavoro iraniana è costituita da donne.
Nel corso degli ultimi cinque anni, si è registrato un significativo incremento nelle iscrizioni femminili all’università, fino a raggiungere una media del 60% sul totale degli studenti. Ciò nonostante, ancora oggi in Iran una donna non può ottenere un passaporto senza il permesso del marito o di un parente di sesso maschile. Le donne sono escluse dal frequentare determinati spazi pubblici, come gli stadi; la violenza domestica rimane generalmente impunita e la testimonianza di una donna in tribunale vale solo la metà di una maschile. A tutto questo sembra opporsi, almeno a parole, la politica dell’attuale Presidente Hassan Rohani, che ha scelto come sua vice Shahindothk Molaverdi, delegata alle politiche della famiglia e delle donne. Di certo i cambiamenti in Iran non saranno immediati, ci vorrà del tempo per modificare le leggi e la mentalità delle persone.

:: Lucca Comics and Games, non solo fumetti, a cura di Elena Romanello

28 ottobre 2014 by

imagesDal 30 ottobre al 2 novembre il centro storico di Lucca delimitato dalle mura ospita una delle più importanti manifestazioni mondiali legate ai fumetti e al mondo che gira intorno, Lucca Comics and Games, appuntamento che trasforma la città toscana nella capitale della cultura geek e nerd in tutte le sue forme, dal fumetto al cosplay, dai giochi di ruolo ai videogiochi, dai gruppi storici al fantasy, dalla narrativa alla musica in tema, all’artigianato tra fandom e arte.
Un appuntamento imperdibile per chiunque ami un mondo variegato e ricco di immaginazione, in cui i libri hanno ormai da anni un ruolo importante, a parte la considerazione che anche i fumetti sono da considerarsi ormai una forma di narrativa, come hanno capito da tempo vari editori.
I libri presenti sono per lo più quelli appartenenti ai generi del fantastico, fantasy in testa, con ospiti italiani e stranieri e il padiglione Carducci tutto dedicato all’editoria, con gli stand di nomi come Mondadori, Gainsworth Publishing, Cagliostrino di Serena Pietruccini, Multiplayer, La Corte e altri, per dare una panoramica ampia della produzione di oggi di letteratura fantastica nel nostro Paese tra grossi gruppi e editori indipendenti.
Molti gli ospiti legati al mondo della letteratura, come Joe Abercrombie, Pierdomenico Baccalario, Barbara Baraldi con il nuovo capitolo di Striges, l’illustratore Paolo Barbieri che presenta il suo volume sulle fiabe, Francesco Falconi, Markus Heitz, voce di gran successo del fantasy europeo, Roberto Giacobbo con il suo libro sui misteri dei faraoni, l’autrice di fantascienza distopica Emma Romero di cui si attende il seguito di Garden e Licia Troisi, che festeggia i dieci anni di carriera letteraria e del Mondo Emerso.
Sempre parlando di letteratura, va segnalato che da anni ormai il cosplay, nato come l’abitudine di travestirsi in Giappone da personaggio di manga e anime e negli Stati Uniti da Star Trek o Star Wars, si è allargato a vari ambiti, e non è raro incontrare personaggi di derivazione letteraria, come i protagonisti della saga di Harry Potter o del Signore degli anelli o del Trono di spade, ma anche come icone della narrativa fantastica come le eroine delle fiabe e Alice nel paese delle meraviglie.
Insomma, Lucca Comics and Games rappresenta i legami stretti tra le varie branche dell’immaginario e della fantasia, in un contesto unico, non dimenticando, se si va alla fiera, tutta dislocata nelle vie storiche, oltre ad un paio di scarpe comode, di dare un’occhiata ad alcune bancarelle di libri in piazzette e vicoli, e di scoprire le librerie della città, come la Ubik di via Fillungo e l’antro delle meraviglie de Il collezionista di piazza San Giusto.
Per il programma completo, con tutti gli ospiti, gli eventi, gli incontri e le piantine, visitare il sito ufficiale della manifestazione: http://www.luccacomicsandgames.com.

:: Liberi junior: Il libro ficcanaso, Andrea Valente, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2014 by

FiccanasoTra gli occhi e la bocca cosa c’è? Lui, il naso. Grosso, piccolo, a patata, lungo, corto, aperto chiuso e anche blu come quello di un cinese protagonista di una curiosa avventura qui scritta. Il naso è il principale protagonista di questa raccolta di racconti scritta da Andrea Valente, edita da Gallucci , intitolata Il libro ficcanaso. Accanto a storie dove i nasi vengono dipinti più o meno belli di come sono, dove diventano dei nasi porta passeri o vengono da un altro mondo perché extraterrestri (vedi la storia Il naso extraterrestre, dove il protagonista sorvola il pianeta terra stupendosi parecchio dello strambo comportamento del genere umano), ci sono simpatiche poesie in rima sul naso che fanno ridere grandi e piccini (Il naso senza la enne, Il naso arcobaleno o Il naso a cucù). Il linguaggio usato è semplice, piacevole e le storie inventate da Valente mescolano con maestria realtà, finzione e mitologia (divertente il racconto I due nasi di Polifemo) dando vita a storie divertenti che stuzzicano la fantasia del piccolo lettore. Andrea Valente, inventore del personaggio Pecora Nera, racconta la storia del naso, rendendo l’organo primario per percepire i profumi e gli odori presenti nel mondo il personaggio principale dei suoi racconti, per portare i piccoli lettori – e non solo- in un mondo nel quale Biancaneve ha sette nasi e il naso curioso si rivela essere un vero e simpatico ficcanaso! Dagli 8 anni in su.

Andrea Valente è nato a Merano nel 1968. Da bambino ha imparato a usare la macchina da scrivere prima della penna. La biro gli serviva per disegnare. Poi è diventato famoso con il personaggio della Pecora Nera. Con Gallucci ha pubblicato E la vita l’è bella!Non sta mai fermaChissà perchéPazza ItaliaTirabusciòQuando Babbo diventò NataleLa fantastica storia della prima OlimpiadeIl ritorno della BefanaHai voluto la bicicletta?!Il libro ficcanaso e Cervelloni d’Italia. Durante l’anno incontra un sacco di ragazzi nelle scuole. Se vuoi conoscerlo, puoi visitare il suo sito all’indirizzo http://www.andreavalente.it . Ma devi ricordarti di dargli del tu, altrimenti si offende.