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:: Intervista a Francesco Fioretti a cura di Elena Romanello

5 gennaio 2012

Il libro segreto di Dante, di Francesco Fioretti, dantista e studioso dell’opera del forse massimo poeta non solo della letteratura italiana, è da mesi uno dei più letti, coniugando erudizione letteraria e un intreccio appassionante.

Doveroso fare qualche domanda all’autore, sul libro e non solo.

Come è nata l’idea di scrivere un libro su Dante?

Studio Dante da tanti anni, una passione da sempre, e mi sono interrogato spesso su alcuni misteri della sua biografia. Ho cominciato a scrivere un romanzo quando diversi nodi sono venuti al pettine, cucendo insieme due o tre spunti che sono emersi negli ultimi anni di ricerche.

 Come mai Dante continua ad affascinare ancora oggi?

Perché la Commedia è un’opera immensa, racconta tutti gli stati possibili dell’anima umana, e li narra con un linguaggio efficacissimo di simboli, immagini, concetti che si stampano nella memoria e ti accompagnano sempre. Altissima poesia, e bisogna essere fatti di marmo per non avvertirne il fascino perpetuo.

Il Medio Evo è un’epoca che ha avuto critiche ma che da Il nome della rosa in poi è stata rivalutata: è una moda o c’è qualcosa dietro?

Non credo sia una moda, visto che Il nome della rosa risale ormai a trent’anni fa ed è difficile che una moda duri così a lungo. Ma il Medioevo per noi europei è un po’ come il far west per gli americani, il tempo delle origini, lo spazio leggendario dei primordi della civiltà, dove finiamo per proiettare, per così dire, i nostri miti dell’infanzia. È l’epoca che precede quella della legge, spazio narrativo ideale ove le contraddizioni sono più accentuate, i contrasti più forti, le passioni più marcate. Ecco, ad esempio: non riusciremmo nemmeno a immaginarci un uomo di quel tempo che morisse di noia…

Prossimi progetti?

Completare una trilogia sulla storia d’Italia, spostandomi più vicino nel tempo questa volta, ma sempre, come nel Libro segreto, raccontando l’arte e l’economia, ovvero indagando sulle nostre epoche di crisi, ma anche di creatività, mostrando luci e ombre della nostra civiltà millenaria, che ha conosciuto tanti momenti di difficoltà e tante “ripartenze”. È la mia personale risposta alla crisi.

Cosa pensa del thriller esoterico?

Quella sì, una moda, che peraltro denota un certo vuoto di valori e, nei casi peggiori, quando indulge troppo alle varie tesi del complotto cosmico, maschera male una certa tendenza al vittimismo e al bisogno, che si fa fortissimo in epoche di crisi,  di capri espiatori cui addossare l’intera responsabilità del male. Naturalmente, se il complotto è orchestrato in Vaticano, il libro poi vende anche moltissimo. Ciò non toglie che si possa anche scrivere un buon thriller esoterico, calibrando bene il valore metaforico della storia narrata, ovvero giocando su un doppio piano, riempiendo di senso l’esperienza esistenziale dei protagonisti più che puntando sugli effetti speciali.

Maestri e ispiratori?

Dante, Omero, Umberto Eco, Vonnegut, Guimaraes Rosa, Dostoevskij. Può bastare?

:: Recensione di Angulus Ridet – Dirce Scarpello a cura di Riccardo Falcetta

5 gennaio 2012

Un amore che finisce senza il coraggio di una separazione è come una morte senza funeraleerano passati due anni da quando lui era uscito dalla sua vita, era tempo di cercare nuovi equilibri, di capire che la vita continua”.

Mino osserva sua madre Lola. La guarda “con una punta di smarrimento coagulata in una calma apparente” mentre prepara la valigia. Abbandonata da Rocco, marito distratto e padre inadeguato, per molto tempo Lola Console si è sentita “incapace e inerme, come un insetto che ha perso la sua corazza”. Ma adesso ha deciso, a quarant’anni vuole ripartire dalle sue radici. Insieme madre e figlio abbandonano la Capitale e tornano nella pace campestre della provincia pugliese, ad Angulus Ridet. È lì, nella vecchia tenuta di famiglia che Lola è cresciuta ed è diventata donna, e lì ritorna a cercare la possibilità di una vita autentica. Vi ritrova Mimì, sua sorella – Lola e Mimì, “Bohéme e Cavalleria Rusticana” – col marito Bruno, unici rimasti, dalla morte dei genitori delle due donne, a preservare quell’eterno “angolo di quiete” che presto sognano di convertire in agriturismo.

In certi luoghi il passato non passa mai davvero. Vi sono luoghi nei quali il peso degli accadimenti è un humus in cui le radici non muoiono, spesso proliferano più salde e vive, minacciando come un’ombra che emerga dal profondo il gracile e lento terreno del presente. Vittima di un bizzarro incidente, ad Angulus Ridet, Lola, riscopre le presenze di un trascorso lontano e discordante, forse rimosso, forse mai conosciuto. Tornata alla vita che fu, Lola riscopre persino l’amore. Un avvocato facoltoso e tormentato, Gerardo Pinto, le offre un impiego e da quel momento diventa per Lola l’appiglio che nel tenero e disperato turbamento della clandestinità riaccenda una femminilità da tempo sopita. Ma la vita è un filo di seta intessuto sul baratro e proprio nella vertigine degli eventi la vita di Lola si spezza. Il suo sogno resta schiacciato dal peso del passato, nel deserto di una notte di neve che muta in incubo. E, ironia della sorte, la sua fine terribile diventa viatico di scampo per Violetta, cinquantenne, gelida donna d’affari “senza cuore” e senza passato – anche lei un nome e una storia che paiono scaturire da un libretto d’opera.

   Con la morte della vera protagonista il paziente ordito psicologico ed esistenziale del romanzo esplode: nella polifonia di sguardi e punti di vista dei tanti che gravitano intorno alla storia di Lola; l’intreccio prevarica il tempo, tracciando legami tra diverse generazioni, e lo spazio, attirando i destini di almeno quattro famiglie al nucleo della tragedia. Chi è Violetta, la donna che adesso porta il cuore di Lola? E che ruolo ha avuto Gerardo nella misteriosa morte della donna? Tutte le storie, i desideri e i segreti convergono, anni dopo, all’ombra di Angulus Ridet.

L’esordiente Dirce Scarpello, recupera il portato della celebre locuzione oraziana e ne ribalta il senso: da metafora di rifugio e serenità, la ridente tenuta dei Consolo diviene un crocevia di destini, lembo di una sorta di “anima mundi” tra le cui pietre è nascosto il segreto di un passato ineludibile. L’unico luogo deputato a una possibile agnizione e alla catarsi che legherà indissolubilmente il destino di tutti.

Particolare commistione tra romanzo psicologico e suggestioni mutuate dalla soap e dal thriller, “Angulus Ridet” è una storia intensa e corale sull’ineluttabilità dei legami (di sangue, affettivi, comunitari), sulla loro forza e necessità come unico tessuto connettivo di una realtà in perenne frantumazione. Scarpello ha, dalla sua, il piglio di una narrazione che procede soffusa e dolente, e un talento per lo scavo delle psicologie, il cui materiale diviene nelle sue mani impasto di un disegno complesso, di ampio respiro.

Nondimeno questo è un romanzo d’esordio e come tale soffre i problemi di tanti analoghi: all’intensità espressiva, alla buona tenuta della trama e a una ricchissima messe di immagini evocative, fa da contraltare un linguaggio, qualche volta, sovraccarico e la continua presenza di corsivi ridonda, rallentando la narrazione. Se sottoposto a un serio intervento di editing, “Angulus Ridet” sarebbe stato un libro migliore. Resta invece il dilemma di collane come Perrone Lab, le quali, anche nell’ambito di una certa editoria di prestigio, nascono morte, sfornando quantitativi impressionanti di volumi destinati all’indifferenza, in mancanza di una cura editoriale e di un supporto promozionale che faccia emergere i libri (e i loro autori). Perché? Interessante sarebbe riparlarne coi diretti interessati. Nel frattempo, le nuove e ancora inedite prove di Scarpello, mostrano una creatività in progress che potrebbe, in futuro, regalarle importanti soddisfazioni. Tra le righe di “Angulus Ridet”, oltre che una bella vicenda familiare troverete anche i prodromi di un valido talento in divenire.

Angulus Ridet – Dirce Scarpello, Perrone Lab, 2010, pp 240, € 15,00

:: Segnalazione Il cadavere di Varg Gyllander

4 gennaio 2012

In uscita il 26 gennaio

Sei mai stato sulla scena del crimine?

Sei pronto a conoscere la verità?

È l’alba di una giornata di primavera. La città di Stoccolma sta ancora dormendo, quando il corpo nudo e senza vita della  giovane Jenny Svensson viene ritrovato in una fontana. Appena arriva sul luogo del delitto, l’agente della Scientifica Ulf Holtz pensa subito a un incidente, magari un gioco finito male. Ma poco tempo dopo viene scoperto anche il cadavere del writer Peter Konstantino, freddato in modo simile alla ragazza, e Ulf capisce allora di essere caduto nella rete di un ingegnoso serial killer. Lui e Pia Levin, la collega che lo affianca nelle indagini, brancolano nel buio: chi si nasconde davvero dietro quegli orrendi delitti? Chi ha ucciso i due ragazzi, e perché? C’è un legame tra le vittime? Una scia di violenza e crimini rischia di insanguinare le strade di Stoccolma…
Grazie alla sua lunga esperienza sul campo come portavoce della polizia svedese, Varg Gyllander ci offre uno spaccato vivido e crudo dei metodi investigativi e dell’atmosfera che si respira sulla scena del crimine, creando un thriller unico nel suo genere.

Un successo internazionale tradotto in Germania, Danimarca e Olanda

«Abbiamo bisogno di un altro thriller? Sì, se a scriverlo è Varg Gyllander!»
Tove Hem & Trädgård

«Gyllander sa come si presenta davvero la scena del crimine e qual è il lavoro quotidiano della polizia. Si sente che è tutto reale e ben documentato, e ciò rende credibile il libro.»
Folkbladet

«Uno dei migliori thriller che abbia mai letto.»
Mariestads-Tidningen

«Un brillante debutto.»
Östgöta Correspondenten

«Una storia perfetta in ogni particolare.»
Information

L’autore: Varg Gyllander dopo un passato da ufficiale in Marina, lavora come ufficio stampa della polizia svedese. Il cadavere è il primo romanzo di una serie che ha per protagonisti gli agenti della Scientifica Ulf Holtz e Pia Levin. Per saperne di più, visitate il suo sito: www.varggyllander.se

:: Segnalazione Ricomincio da te di Eloy Moreno

4 gennaio 2012

Il 19 gennaio esce per la Corbaccio Ricomincio da te, romanzo d’esordio di Eloy Moreno, autore spagnolo autopubblicato e, con tanto di trolley pieno di libri al seguito, autodistribuito.
L’entusiasmo dei librai e il passaparola di blog e lettori lo hanno portato a un contratto col più grande gruppo editoriale spagnolo, Planeta. Risultato: undici edizioni in un anno.

Superfici di vita:
Casa: 89 m²
Ascensore: 3 m²
Garage: 8 m²
Open space: 80 m²
Ristorante 50 m²
Bar: 30 m²
Casa dei miei suoceri: 90 m²
Casa dei miei genitori: 95 m²
Totale: 445 m²
Si può vivere tutta la vita in 445 metri quadri? Sicuramente. Il mondo è pieno di persone così: persone che vivono in una cella senza essere incarcerate, che si alzano ogni mattina sapendo che
tutto sarà uguale al giorno prima e che il giorno dopo sarà la stessa cosa… Lui è un uomo come tanti. Quarant’anni, una moglie, un figlio piccolo, un impiego in una società di software, colleghi, genitori, suoceri, giornate scandite dalla routine del lavoro, una vita familiare ridotta a monosillabi di saluto la sera e la mattina, sempre più arida, sempre più marginale. Eppure da bambino non era così. Aveva dei sogni: per esempio costruire un capanno per starci con il migliore amico. E quello è stato il suo primo e più grande fallimento: qualcosa è andato storto, quell’estate la sua infanzia è finita. Ma adesso sente che è arrivato il momento di riprendersi il tempo che ha perduto, di riconquistare l’amore di sua moglie, la stima di se stesso. Ha un piano per ricominciare, ma non osa nemmeno confessarlo a Rebe, sua moglie: ormai è così distante, indifferente, forse ha un altro. Lui sospetta di tutto e di tutti, si sente braccato a casa e in ufficio, organizza piani per vendicarsi di chi considera ormai i suoi ex: la sua ex moglie, i suoi ex amici, i suoi ex colleghi… Ma il sogno rimane, e non è detto che nel modo più impensabile e assurdo non riesca a realizzarsi.
Questa è la storia di un uomo capace di realizzare il suo sogno: ricominciare tutto da capo.
Anche se tutti i sogni hanno un prezzo.

:: Recensione di La voce del destino di Marco Buticchi

2 gennaio 2012

La cantante lirica Luce de Bartolo ed Evita Peron sono amiche fin dall’infanzia. Luce in vecchiaia è diventata una clochard e viene salvata da un’aggressione da Oswald Breil, ex capo del Mossad, e da sua moglie Sara Terracini, storica e archeologa, che la ospitano nella loro casa galleggiante ormeggiata a Parigi. L’anziana cantante racconta la storia del suo passato da quando iniziò a calcare i palcoscenici di tutto il mondo grazie alla sua voce stupenda e all’appoggio di Eva Duarte che in seguito diventerà Evità Peron la donna più importante dell’Argentina. Dato che molti ex gerarchi nazisti trovano asilo in Argentina grazie a Peron, i due coniugi mettono insieme un enorme patrimonio in denaro proveniente dalla Germania. Quando Evita si ammala di cancro dona a Luce un ciondolo dove è nascosta una chiave che servirà ad aprire il contenitore dell’immenso tesoro . Inseguita da nazisti e da altri Luce riesce a mettere in salvo la chiave anche dopo la morte di Evita. I nazisti nascosti in argentina sotto falso nome vogliono ricrearvi una nuova Germania e vogliono quel tesoro per rimettere in piedi il Quarto Reich. Oswald Breil riuscirà finalmente a trovare in una banca svizzera una cassetta che viene aperta con la chiave di Luce al cui interno è nascosto un tesoro costituito da molti conti. Toccherà come sempre a Breil di salvare il mondo e di mettere il tesoro al sicuro dalle mire dei criminali nazisti. La voce del destino vede il ritorno di Oswald Breil eroe di tutti i romanzi di Buticchi questa volta alle prese con una vicenda per molti versi ancora oscura e legata ad una delle pagine più atroci del secolo scorso: il nazismo, per molti la storicizzazione stessa del male assoluto, con tutte le sue propaggini e le connivenze che hanno portato alla fuga con i loro tesori dei più efferati gerarchi dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Che l’utopia di un Quarto Reich sia un’ipotesi neanche tanto fantascientifica porta le conclusioni di Buticchi e le implicazioni neanche tanto inverosimili con alti prelati vaticani o addirittura con i servizi segreti di alcuni paesi vincitori a gettare una nuova luce sulla storia ufficiale per molti versi venata da sotterranee correnti in cui il profitto e l’avidità se non gli ideali distorti di autentici criminali hanno un ruolo fondamentale. Buticchi su uno sfondo storico attentamente documentato muove le vicende di fantasia con una logicità e un’ attenzione per la plausibilità che spinge a credere che molte sue riflessioni abbiano basi solide e magari tenute all’oscuro dalla storiografia ufficiale. Azione, avventura, cospirazioni, suspence, si intrecciano in una narrazione come sempre tesa ed entusiasmante, caratteristica peculiare dell’autore e portano il lettore davanti ad interrogativi che spesso la storia ci pone. Per chi ama i libri ad ampio respiro di un maestro dell’avventura.

:: Recensione di L’età dei lupi – Maria Silvia Avanzato a cura di Riccardo Falcetta

29 dicembre 2011

Una scrittrice che sa cosa vuol dire scrivere e raccontare. Pare una tautologia tirata fuori a mo’ di slogan, ma è la constatazione di quando, pescando in un mare convulso e spigoloso di carta rilegata, resti accecato da un talento che brilla come un paradigma.

Se parli con Maria Silvia Avanzato, lei ti dirà che scrive di tutto: favole (“Ratafià per l’assassino”, Forme Libere, 2010, un registro che resta costante nella sua produzione), chick lit (“Granturco su foglia di The”, Arpanet, 2010, e un seriale, nel 2012, destinato al mercato tedesco), erotica (“CipriaVaniglia”, Damster, 2011, in duetto con Gaia Conventi), noir (premiatissimi, gli ultimi, da “Nero di Puglia” a “Lama e trama”). La verità è che qualsiasi cosa lei scriva, reca ben impressa una sigla fatta di scrittura personalissima e avvolgente, di trame e personaggi perfettamente delineati e tematiche di respiro universale. Non fa eccezione “L’Età dei Lupi” (Voras, 2011), racconto di un passaggio all’età adulta.

Si è Bologna, alla fine degli anni ’90: Anita, detta Lupo, è una ragazzina dotata e sensibile come poche. In quegli anni vive con Tamara, madre trentenne, frivola e insicura (“troppo giovane e annoiata per essere una madre”), e una nonna che, data la sua originalità (è lei a chiamarla Lupo “forse per via di quella storia di lupi omicidi che racconta la Zia Pina. Dice che io sono forte e se voglio mordo, come i lupi”) rappresenta per lei l’unico faro. Un padre Lupo non ce l’ha: lo crede “a Hollywood o magari soltanto a Cinecittà” fuggito non prima di aver sedotto (e ingravidato) la fragile Tamara, convincendola delle sue qualità di attrice.

Dall’ultimo anno di medie, nel bislacco regime confessionale del “Santa Eccetera Eccetera”, alla fine del primo superiore, nell’aperto scompiglio di una scuola pubblica, il cammino di Anita è così pieno di persone, storie ed eventi che sembra dover durare una vita intera; è quel viaggio che consente alla bambina di spingersi in là, alla scoperta della sua giovinezza. Le certezze dei giochi in casa dell’amica Nana e degli amori soltanto immaginati, il fragile ma rassicurante guscio di una famiglia di sole donne e l’austerità dell’istituto religioso, presto lasciano il campo allo scompiglio della scuola pubblica, agli incanti e le insidie dell’amicizia e dei primi amori reali (i più sofferti); a scioperi e fughe, da casa e da scuola, tra un brano delle Spice (colonna sonora del libro intero) e un pomeriggio in discoteca, tra compagnie audaci e ragazzetti insicuri. Fino ai primi segnali di una maturità a lungo bramata, che arrivano proprio quando Tamara decide di regalare a sua figlia l’invadente presenza di un altro padre.

Il confronto generazionale è solo uno degli aspetti più avvincenti di questo romanzo: memorabili restano gli incontri di Anita con vissuti e realtà limite, all’interno della scuola pubblica. Tra gli altri, il simpatico Pietro, il quale, costretto all’isolamento dalla malattia, parla come i personaggi dei crime movies visti e mandati a memoria:

 “Ma io posso morire bambina, io non lo so se va tutto bene… Magari fra un anno mi levo dalle balle e potete dare il mio banco a un altro. Ma intanto voglio bere brandy con gli amici, il giorno del mio compleanno… Dai andiamo di là e fammi vedere le tette! Almeno mi fai morire contento!”);

o la musulmana Latifa (“Se eri amico di Latifa o di Amina, loro ti scrivevano il tuo nome in arabo sul diario…”), che la condurrà in mondo straniante e incantato.

Latifa abitava in una zona che Bologna si era premurata di calciare il più lontano possibile, come se fosse stato un birillo indesiderato durante una partita di bowling. Quartiere Pilastro. Il Bronx…

Erano grandi palazzi con le finestre aperte in pieno dicembre (alcune, dubito avessero le imposte) e camminando fra quegli stabilimenti giganteschi si udiva un brusio concitato: erano le voci delle finestre, le preghiere dei musulmani miste al pianto dei bambini, al fischio delle caffettiere, alle notizie di calcio per radio, alle discussioni di marito e moglie…

Sbirciavi nella vita altrui e la vita altrui ti pioveva addosso, dall’alto, con echi, con fruscii.

Maria Silvia Avanzato non è nuova a narrazioni così intense. Ne “L’età dei lupi” racconta la bufera di una età meravigliosa e terribile come una montagna da scalare. Per chi scrive storie, il talento è saper raccontare, catturando con sguardo nitido, nel groviglio che avvolge il mondo, i tracciati della propria esperienza, e poi scriverne, descriverli in modo personale, sciorinando le parole adatte per restituire, nell’affabulazione, colori ed echi di una esperienza vigorosa e  condivisibile. Un compito non semplice, qui svolto con bravura e tenuta disarmanti.

Sciorinando un linguaggio della memoria e delle emozioni, questo libro reca un assunto fondamentale: ogni singolo tassello di quel piccolo e caotico puzzle di vita che è l’adolescenza è necessario poiché fonda, nell’esperienza e nella forza dei ricordi che saranno, tutta la precaria vivacità dell’età adulta.

“Non gli dico che quelle lacrime sono arrivate con la musica in punta di piedi e mi hanno fatto ripensare a mio nonno che giocava con me, che non cadevo, che mi prendeva sempre in tempo

E alle persone che ti danno un bacio e poi spariscono per sempre. lui non sa che la vecchia musica ha il potere di farti piangere in mezzo alla Romea, in una notte di pioggia, dopo una Sambuca e quattro schiamazzi”

“Dobbiamo proprio deciderci a far visita alle suore, a ritrovare anche gli altri, a guardarci indietro per bene, una volta per tutte”

Di vivere vale davvero la pena.

:: Recensione di Il mercante di zucchero di Adriana Assini

15 dicembre 2011

I palermitani senz’altro conoscono il nome di Gian Luca Squarcialupo “mercante di cannamele, tonno e grano oltre che noto giurato del rione della Conceria” personaggio realmente esistito e avvolto da un’aura avventurosa e mitica. Dall’archivio biografico comunale del comune di Palermo ho potuto trarre queste informazioni: “Gian Luca Squarcialupo era un giovane appartenente a una nobile famiglia pisana da tempo trapiantata a Palermo. Di idee innovatrici, insofferente alla dominazione spagnola e smanioso di introdurre in Comune un governo repubblicano sul modello dei liberi ordinamenti comunali fioriti in Toscana, si mise a capo di una sollevazione popolare che avrebbe dovuto porre fine al malgoverno spagnolo, impersonato dal luogotenente generale Ettore Pignatelli, conte di Monteleone”. Il mercante di zucchero romanzo storico di Adriana Assini, edito da Scrittura & Scritture di Napoli, racconta proprio le gesta di Gian Luca Squarcialupo. Siamo a Palermo nell’anno di grazia 1516. Il re Ferdinando è appena morto. La popolazione sopporta mal volentieri la dominazione spagnola, a causa dei continui soprusi e delle gabelle ingiuste di amministratori incapaci che si alternano al governo della città. Prima il viceré Hugo de Moncada poi Ettore Pignatelli, conte di Monteleone. L’isola è una polveriera sul punto di esplodere. A raccogliere il grido di disperazione e a incanalare il malessere generale in una vera sollevazione popolare facendo sue le istanze più pressanti, si presta proprio lo Squarcialupo, mercante e capopopolo, uomo di azione più che astuto intrigante o saggio negoziatore. Passionale e leale gestisce le faccende politiche come le questioni sentimentali con impeto ed audacia senza badare alle conseguenze, lasciando che l’istinto superi la ragione. La giustizia e la libertà sono importanti per lui come l’amore per Francesca Campo, un amore tormentato, pieno di ostacoli che lo Squarcialupo affronta senza tirarsi indietro, quasi con temerarietà e proprio il suo carattere e la sua incapacità di cedere ai compromessi gli attireranno l’odio di una setta segreta, quella dei Beati Paoli, una confraternita camuffata da associazione religiosa che in realtà trama nell’ombra e può essere considerata una sorta di mafia ante litteram. Punti di forza sicuramnete la buona ricostruzione storica davvero accurata, il linguaggio verosimile pieno di termini e modi di dire antiquati che abilmente danno il sapore del tempo passato, lo stile elegante e raffinato e l’originalità della trama, l’anelito all’ indipendenza di un popolo sotto il giogo di un potere oppressore e la vita di un personaggio storico di cui personalmente non avevo mai sentito parlare e di cui ignoravo il contesto storico.

:: Recensione di Red Hyding Hood di Giuseppe Isoni

9 dicembre 2011

C’era una volta, ma tanto tempo fa, in un tempo imprecisato crudele e sanguinario una ragazzina vestita con una mantelletta con il cappuccio rosso che si trovò ad attraversare un bosco, oscuro e pericoloso come nella migliore tradizione, per andare a trovare la nonna malata. Incontrò un cacciatore, un lupo eccetera eccetera. Tra le fiabe cosiddette per l’infanzia Cappuccetto rosso occupa uno spazio di sicuro rilievo con le sue numerose varianti, le più celebri quelle trascritte da Charles Perrault e dai fratelli Grimm, ed è singolare notare invece quanto si presti a trasposizioni decisamente per adulti, sia per temi, linguaggio e contenuti. L’esordiente Giuseppe Isoni con un pizzico di ambizione  supportata da una buona dose di visionario talento, ci ha messo del suo e con Red Hyding Hood, Bevivino editore, ha voluto farne la sua versione horror con venature decisamente splatter, che farà la felicità di tutti coloro che sono appassionati di cinema, fumetti e rimandi letterari davvero distribuiti a pioggia nel testo con il malcelato obbiettivo di scrivere un testo fondamentale quasi un vademecum per i cultori del genere. Vi avviso è una lettura impegnativa, sono ben 1097 pagine o poco più, ma se non vi spaventa la sfida benvenuti nel mondo di Angela Hood e dei suoi amici in viaggio a bordo di una vecchia Dodge nera verso la città dove vive la nonna malata. A dimenticavo incontreranno anche il lupo non abbiate paura. Un inizio insomma nella più pura tradizione di trash horror made in USA che comunque riserva alcune sorprese, anzi colpi di scena a ripetizione in un susseguirsi di esplosioni che fanno correre le pagine non ostante la mole più che consistente. Ad essere sincera qualche taglio qua e là avrebbe reso tutto più efficace e più agile ma non si può non notare l’originalità e la competenza con cui l’autore tratta la materia. Poi se si considera che è un’ opera prima di un giovane autore milanese diplomato alla Scuola del Fumetto, che ci spinge a credere che il suo talento si poggi su solide basi e non sull’improvvisazione, non si può che apprezzare l’entusiasmo e il coraggio anche stilistico che dimostra avventurandosi anche in alcuni eccessi che forse un autore con più cose da perdere non avrebbe osato. Schizzi di sangue compresi.

:: Intervista con Roberto Costantini

8 dicembre 2011

Benvenuto Roberto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ci parli di lei. Chi è Roberto Costantini?

Sono un ingegnere. Sono nato in Libia e ho 59 anni, vado per i 60. Ho iniziato a scrivere in età non giovanissima, Tu sei il male è il mio libro d’esordio, e continuo le mie altre attività tra cui sono consulente della Luiss Guido Carli di Roma. Diciamo che scrivevo 4 o 5 ore di notte.

Ci parli del suo debutto.

Tutto è avvenuto grazie a Marsilio. Hanno ricevuto il manoscritto ed è piaciuto, tutto in tempi brevi.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Quando ero adolescente leggevo e sognavo tanto. Dovete sapere che vivere in Libia, in Africa, aiuta la fantasia. Venuto in Italia ho iniziato a lavorare come giornalista per il Corriere dello Sport ma subito ho lasciato il giornalismo per fare l’ingegnere. Mi sarebbe piaciuto molto fare il giornalista ma ho preferito scegliere un mestiere più sicuro. Poi ho deciso di scrivere e ho iniziato a scrivere un giallo per parlare dell’Italia. Mi son detto perché non fare cosa ha fatto Larsson con la Svezia, perché non scrivere un noir profondamente radicato nella società italiana.

Ha esordito con Marsilio con Tu sei il male  un thriller molto particolare in cui oltre all’indagine poliziesca analizza le pieghe più oscure della nostra società. Dove ha tratto ispirazione?

Sicuramente c’è un fatto di cronaca che mi ha particolarmente colpito ed è il delitto di via Poma, che ha per vittima una ragazza molto giovane, uccisa in un condominio. Ha avuto su di me un forte impatto. E’ una vicenda davvero dolorosa, non ancora del tutto conclusa. Esistono ancora delle zone d’ombra sebbene ci sia stato un processo e un colpevole sia tutt’ora in carcere.

Ci parli del suo protagonista? Ho notato un’ evoluzione del personaggio dall’inizio del libro in poi quasi una metamorfosi. Ce ne vuole parlare.

Sì,  esatto più che metamorfosi è corretto il termine evoluzione. Michele Balistreri è un personaggio che subisce un’evoluzione e si differenzia dalla maggior parte dei commissari, ispettori, che popolano i gialli consueti. Infrange lo schema tipico bene/male dove i buoni sono gli investigatori e i cattivi i colpevoli. Michele Balistreri è un uomo tormentato, con un passato nell’estremismo di destra, anche cattivo, superficiale, che per alcuni atteggiamenti può risultare addirittura odioso, poi passano gli anni, invecchia e subisce un’evoluzione, deve accettare compromessi, deve imparare la moderazione, diventa disilluso, spento, il lavoro in polizia lo cambia, deve fare i conti con la sua coscienza, impara il rispetto per le donne. Molti mi hanno detto che amano più il Balistreri della prima parte.

Quali sono i suo maestri letterari?

Ti sembrerà strano ma non sono un assiduo lettore di libri gialli. Posso citarti invece tra i maestri Kundera, Henry Miller… La vita è altrove e i due tropici sono senz’altro i miei libri preferiti.

Ci parli di Roma la sua città, cosa ama cosa odia?

Roma l’amo incondizionatamente, non c’è niente che non mi piaccia di questa città. Io ho viaggiato molto per lavoro, ti assicuro, ed è difficile trovare un posto in cui non ci sia stato. Conosco benissimo le capitali europee,  molte città americane, ma quando vedo i turisti al tramonto che camminano per Roma mi dico sono davvero fortunati

Quale è la sua scena preferita di Tu sei il male?

Mi è difficile risponderti essenzialmente perché nel farlo svelerei troppo della trama per coloro che non l’ hanno ancora letto. Posso dirti che è un momento d’ira. Una scena violenta, tu che l’hai letto avrai capito a quale mi riferisco, in cui il protagonista capisce la verità.

Sarà tradotto in altre lingue?

Sì, in dieci paesi, i diritti sono stati venduti anche negli Stati Uniti.

Ci sono progetti cinematografici?

Sì, c’è un’ opzione. C’è dell’interesse. Siamo alla ricerca di consigli, su chi possa interpretare la parte del protagonista e a questo proposito mi rivolgo alle lettrici per un suggerimento.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Un saggio sulla Libia

A cosa sta lavorando in questo momento?

Al secondo libro della trilogia.

:: Recensione di Nero imperfetto di Ferdinando Pastori

8 dicembre 2011

Le persone scompaiono, cercano di far perdere le proprie tracce e qualcuno è disposto a pagare per ritrovarle. I tuoi clienti non si rivolgono alla polizia, non rilasciano interviste e non finiscono in televisione. Sono spacciatori, usurai e protettori di puttane. Personaggi ambigui che vogliono rimanere anonimi, invisibili.
Un lavoro.
E’ solo un lavoro e tu non sei un assistente sociale.
Tanto meno un poliziotto. In un’altra vita, forse.

Nero imperfetto di Ferdinando Pastori Edizioni Clandestine è un libro davvero insolito e non lo dico tanto per dire. Innanzitutto è il primo libro che leggo da non so quanto tempo scritto in seconda persona in cui sono inserite divagazioni in corsivo in prima in cui l’io narrante getta una luce ambigua e malsana sul mondo interiore del protagonista. Il passaggio dal tu all’io insomma disorienta e spiazza quasi ad indicare un diverso canale di percezione, ma le stranezze non finiscono qua. E’ soprattutto l’originalità del linguaggio ciò che mi ha colpito di più, la disinvoltura con cui con apparente immediatezza e semplicità Pastori costruisce le frasi e sceglie il lessico. Processo molto simile a quello che nella poesia lega conscio e inconscio a dire il vero ed è bizzarro vedere gli effetti che fa in un noir. Perché Nero imperfetto è un noir almeno come io lo concepisco. Per alcuni il noir è morto per altri addirittura non è mai nato almeno in Italia, beh penso che Nero imperfetto potrebbe essere in un certo senso il segno che l’aria sta cambiando, che si può sperimentare, decostruire e innovare un genere che sembrava agonizzante ma che ha ancora molto da dire. Leggendolo ho provato la sensazione molto vivida di assistere ad una mutazione in cui il linguaggio viene piegato e accartocciato e infine divelto. E’ un romanzo sperimentale senza dubbio, decisamente anomalo, forse imperfetto ma che vi consiglio di leggere se amate la scrittura pura e caustica. La trama più che altro è un canovaccio in cui si muove Fabio, ex poliziotto ora investigatore privato, traumatizzato dal suicidio della moglie Giulia che dopo una serie di lavori di infimo livello per gente senza scrupoli che lo assolda per ritrovare persone scomparse finisce per essere assoldato da un mafioso bulgaro che rivuole una partita di droga che la sorella di Fabio, Anna, prima di essere uccisa, doveva custodire. Ora Fabio vuole recuperare la droga sì per adempiere al suo impegno, ma nello stesso tempo vuole anche scoprire chi ha ucciso Anna. La componente investigativa, l’indagine tout court apparentemente costituisce l’ossatura del romanzo ma in realtà le conseguenze dell’agire del protagonista danno vita a sviluppi imprevisti e nulla sarà più come prima. Peccato per la copertina, quell’occhio inquietante su sfondo nero un po’ scoraggia ma se non vi fate demotivare dalla confezione il contenuto merita davvero.

:: Addio a Christa Wolf

1 dicembre 2011

E’ morta oggi a Berlino, all’età di 82 anni, Christa Wolf.  Bastano queste poche parole per chiudere il percorso di una scrittrice controversa, che sicuramente nel bene e nel male ha testimoniato lo sconcerto che ha caretterizzato l’ Europa dal dopo guerra fino ad oggi.  Da molti considerata come scrittrice del dissenso, Christa Wolf, per coloro che hanno seguito il suo percorso letterario e amato i suoi libri, era sicuramente una donna capace di creare una tensione e un coivolgimento emotivo, pure nei momenti più critici della sua vita. Pensiamo solo alla violenta campagna di stampa di cui fu vittima quando emerse, dopo la divulgazione dei dossier dei servizi segreti della Germania Est, che per anni era stata loro collaboratrice, sebbene è doveroso ricordare che la sua ferma resistenza ad ogni forma di delazione contribuì a concludere questo periodo della sua vita.  Scrittrice scomoda, anticonvenzionale, determinata, politicamente impegnata, scavava nel passato per portare a galla l’importanza dell’individuo schiacciato e oppresso da una società spesso omologante. Voce critica, e nello stesso tempo scevra da ogni sentimentalismo, la Wolf con uno stile scarno e graffiante riuscì, tramite le eroine che popolano i suoi libri, a parlare di coraggio, impegno, solidarietà, giustizia sociale. Il suo idealismo e il suo impegno politico ne fanno sicuramente una delle scrittrici più importanti della Germania del dopoguerra.  Ora restano i suoi libri.

http://www.larivistaintelligente.

Benvenuti su WordPress

30 novembre 2011

Gentili lettori,

ecco il primo post di Liberidiscrivere su WordPress. Il vecchio blog http:// liberidiscrivere.splinder.com sarà ancora visibile almeno fino al 31 gennaio e lo lascio per rendere il passaggio meno disagevole.  Google ancora indicizza i vecchi links per cui ci vorrà tempo per sostituirli con i nuovi.
Da oggi comunque inizierò a postare i nuovi articoli qui.
Buona lettura!