Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di Onde – Diario di un immigrato di Francesco De Palo a cura di Valentino G. Colapinto

11 febbraio 2012

Onde – Diario di un immigrato di Francesco De Palo: 60 pp., prezzo di copertina €12 [Aletti, 2011].

Il consigliere regionale Paolo Miraldi è un uomo di successo, che sembra lanciato verso una carriera politica ai massimi livelli. Un uomo che ha tutto: una moglie che lo aspetta pazientemente a casa coi due figli, un amico leale e valido come l’avvocato Luca Armi, e anche un’amante, la moldava Elena. Ma come spesso succede nella realtà, Paolo Miraldi è in realtà un uomo arido e infelice, completamente concentrato sui suoi obiettivi e disposto a tutto pur di raggiungerli. Anche a far approvare una legge durissima contro gli immigrati clandestini. Tutto cambia quando una mattina di settembre, di ritorno da una scappatella coniugale, Miraldi per errore travolge con l’auto Mohamed Sallun, un ragazzo fuggito dalla Nigeria nella speranza di costruirsi un futuro migliore in Italia e finito invece in un centro di prima accoglienza, in condizioni peggiori della terra natale, tanto da spingerlo a fuggire e portarlo a quel fatidico incontro-scontro. Per un politico in vista come Miraldi uno scandalo come questo è l’ultima cosa desiderabile, in un periodo elettorale per di più. Così l’amico avvocato gli consiglia di accusare l’immigrato di aver tentato il suicidio, buttandosi volontariamente contro la macchina. Ma lo shock dell’incidente ha sconvolto Paolo, segnandolo nell’intimo. Va a trovare in ospedale Mohamed, gli diventa amico e lo porta a casa sua. Da qui a decidere di cambiare radicalmente la sua legge anti-immigrazione il passo è breve, ma Paolo non ha fatto i conti con Luca e coi poteri forti che lo hanno appoggiato finora e che adesso gli si rivoltano contro. Così Paolo inizia a essere pedinato, una missiva anonima svela alla moglie i suoi tradimenti e il migliore amico sembra pronto a pugnarlo alle spalle… Non diciamo oltre per non svelare al lettore il finale a sorpresa. Apologo sincero sull’accoglienza del diverso, Onde è un invito alla speranza. Un romanzo breve scritto con uno stile molto agile, quasi giornalistico, e incentrato su personaggi ben caratterizzati. Una storia essenziale sulle onde del destino, che quando meno te lo aspetti si infrangono su un’esistenza consolidata, sconvolgendola.

Laureato in giurisprudenza, Francesco De Palo, classe 1976, è giornalista. Redattore del settimanale Il Futurista, collabora con Il Mulino- Lettera Internazionale e col mensile greco Laikì Fonì; cura inoltre il blog frontedelpensiero.blogspot.com. Fino al 2010 ha collaborato con Secolo d’Italia, Ffwebmagazine. Profondo conoscitore della Grecia, parla greco moderno ed è direttore responsabile delle news di Mondo Greco. Onde – Diario di un immigrato è il suo primo romanzo.

:: Intervista a Marcello Simoni a cura di Cristina Marra

10 febbraio 2012

 La tua opera prima. Perché la scelta di scrivere un thriller ambientato nel Medioevo?

Negli ultimi anni ho scritto diversi saggi che mi hanno avvicinato a questo periodo storico, orientando la mia creatività non solo sul fronte scientifico-documentario ma anche su quello della fiction. Poiché da tempo volevo scrivere un romanzo, mi è parsa una scelta sensata – anzi, quasi un must – ambientarlo in un secolo pieno di fascino come il XIII secolo. Al di là delle usanze e degli eventi storici, l’elemento che maggiormente mi incuriosisce è la forma mentis dell’uomo medievale, a metà strada fra la cultura pagana e quella cristiana. Un altro must è stata la scelta del genere: come ho già spiegato altrove (sulla ezine Carmilla on line), il thriller possiede moduli narrativi che si lasciano “contaminare” con facilità da elementi provenienti da altri generi che vanno dal gotico all’avventuroso, dal noir al fumetto. Di fatto, ho scritto un romanzo ibrido.

Monaci, libri e omicidi. Il paragone col Nome della rosa è stato inevitabile. Che effetto ti ha fatto?

Mi ha lusingato, ma non sono del tutto d’accordo. Innanzitutto perché di romanzi ambientati nel Medioevo, tra castelli e monasteri, ne sono stati pubblicati a iosa e mi pare azzardato usare come unica pietra di paragone il capolavoro di Umberto Eco. A scanso di equivoci, Il Mercante di libri maledetti è certamente enigmatico e contiene enigmi come avviene ne Il nome della rosa, ma ciò non significa che io intenda mettermi al livello del noto semiologo. Umberto Eco ha scritto un giallo saggistico, io un thriller avventuroso, con tutte le differenze che ne conseguono. Riconosco il debito nei confronti di un maestro che ha saputo reinventare gli schemi della narrativa di genere, tuttavia le mie suggestioni e le mie finalità non corrispondono necessariamente alle sue.

I libri. Possono anche essere maledetti? Che rapporto hai con i libri?

Un libro non è mai “maledetto” in senso assoluto, in quanto porterà sempre benefici a qualcuno. E questo “qualcuno” di solito coincide con chi, leggendolo, ne metterà a frutto gli insegnamenti. La maledizione dei libri ricade sovente su chi non vuole che si legga, essendo questo il metodo più rapido per togliere la libertà e la consapevolezza alla gente. Spesso le cosiddette eresie del pensiero non sono errori né aberrazioni, ma evoluzioni di teorie fondate su nuovi punti di vista. E poiché ciascuno di noi è libero di pensare con la propria testa, può usare i libri come chiavi del futuro.

Sei da mesi in classica insieme a scrittori già affermati. Come vivi questo successo?

Se devo essere sincero non ci penso molto. A me piace scrivere e inventare storie. Mi viene data l’opportunità di farlo e per questo ringrazio le migliaia di lettori che mi seguono. Mi hanno permesso di realizzare un sogno.

Willalme è un giovane solitario e avventuroso, è lui il personaggio più misterioso?

Ogni personaggio del mio romanzo ha dei lati oscuri. Willalme è probabilmente il meno intelligibile perché rimane sprofondato in lunghi silenzi e dà sfogo alle proprie emozioni in modo improvviso, non a parole ma con azioni violente. Inoltre è legato a un passato che nemmeno lui comprende del tutto, come d’altronde dovette accadere alle vittime della cosiddetta crociata contro gli albigesi, quando soldati cattolici massacrarono i catari di Linguadoca. Lavorando al profilo di Willalme ho cercato di plasmare un individuo non-verbale che fungesse da perfetta controparte del loquace Ignazio.

A quando il prossimo romanzo? Sarà un sequel?

Il mio prossimo romanzo uscirà entro la fine del 2012. Riguarderà la seconda avventura di Ignazio da Toledo, una miscela ancora più densa di azione, intrighi ed esoterismo. Il mio progetto è di dare luce a una trilogia.

:: Recensione di “Mondi paralleli. Storie di fantascienza dal libro al film” di Roberto Chiavini, G. Filippo Pizzo e Michele Tetro e intervista a Michele Tetro a cura di Valentino G. Colapinto

9 febbraio 2012

Mondi paralleli. Storie di fantascienza dal libro al film di Roberto Chiavini, G. Filippo Pizzo e Michele Tetro: 530 pp. ill., prezzo di copertina €22,50 [Edizioni della Vigna, 2010].

391 schede per 391 film tratti da romanzi o racconti di fantascienza. È davvero monumentale l’ultima fatica del collaudato trio formato da Roberto Chiavin, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro (già autori di saggi imprescindibili come Il grande cinema di fantascienza vol.1 – Da “2001” al 2001, Premio Italia 2001 per Miglior Saggio in Volume, Il grande cinema di fantascienza vol. 2 – Aspettando il monolito nero, Il grande cinema fantasy e Contact! Tutti i film su UFO e alieni).
Un’opera unica e innovativa non solo nel panorama letterario nazionale. Per quanto risulti incredibile, infatti, non era mai stato pubblicato al mondo un saggio che si occupasse in maniera esaustiva di tale tema, nonostante esistano dizionari di lingua Klingon o enciclopedie dei pianeti fantascientifici.
Per questo, per la grande cura con cui è stato scritto e anche perché è continua fonte di stimoli e suggestioni, Mondi Paralleli è un libro che ogni appassionato o curioso di fantascienza DEVE avere. Un’utilissima carta di navigazione da cui partire per riscoprire perle come Hallucination (1963), Generazione Proteus (1977) o Il racconto dell’ancella (1990) oppure per confrontare le versioni per il grande schermo con le storie da cui sono state tratte originariamente, spesso con notevoli cambiamenti.
Tutti conosciamo i due capolavori La cosa da un altro mondo (1951) di Howard Hawks e La cosa (1982) di John Carpenter, ma quanti hanno letto il racconto Chi va là? (1938) di John W. Campbell da cui sono tratti?
Abbiamo approfittato dell’occasione per intervistare Michele Tetro, co-autore anche de Il cinema dei fumetti (Gremese) e, da solo, di Conan il barbaro. L’epica di John Milius (Falsopiano Editore), nonché di numerosi racconti di genere fantastico e del romanzo L’occhio ardente di Mbatian, celebrativo del trentennale della serie TV Spazio 1999.

Siamo nell’era degli effetti speciali e del 3D. Non sono più i videogiochi a ispirarsi ai film ma viceversa. Nutri ancora qualche speranza per la fantascienza cinematografica?

Sempre, ma sono molto pessimista al riguardo. Una volta la fantascienza veniva tradotta cinematograficamente e con dignità in tutti i suoi sottogeneri, oggi se ne sfruttano pochi e ormai ripetitivi. L’esplorazione dello spazio, uno dei temi portanti, è praticamente scomparso, il sense of wonder pure. L’effettistica e la CGI hanno svilito completamente l’importanza delle storie, si va avanti a suon di orridi e inutili remake, quando invece si potrebbe fare altro e di più, i testi fondamentali non mancano e sono ancora quasi tutti lì da sperimentare. Ma è tragedia dei nostri giorni che i produttori puntino solo sul sicuro “già visto, riproponiamo” e su una resa spettacolare fine a se stessa, vuota, senza reale significato. Sono noto per essere alquanto talebano in questo senso, ma penso con spiaciuta giustificazione.

Qual è la migliore e la peggiore riduzione cinematografica di un romanzo o racconto di SF?

La miglior riduzione cinematografica di un testo di SF è quella che opera una variazione della materia originale, cercando nuovi stimoli e sbocchi, nuove fascinazioni e orizzonti. Intendiamoci, non sto parlando di ‘tradimento’ autoriale, al contrario di muoversi lungo le linee tracciate letterariamente per trovare inedite sfaccettature, di adattarsi ai mezzi del cinema e ai suoi parametri, il tutto, ovviamente, nell’ottica del rispetto del testo originale. Un esempio? Il romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugatskij, opera innovativa e geniale già di suo, adattata in Stalker di Tarkovskij, film antipodico al massimo rispetto al libro, con stile, ritmo, atmosfera e personaggi completamente differenti. Virtualmente due lavori differenti, eppure variazioni di una stessa storia. Penso anche a Blade Runner da Cacciatore di androidi, a 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra da Io sono leggenda, etc. E’ molto difficile, comunque, ottenere simili risultati. C’è poi la riduzione senza infamia e senza lode, quando il film adatta fedelmente e senza pretese ulteriori il romanzo da cui è tratto, in cui si punta tutto su interpretazione o resa visiva, ma anche qui potremmo trovare opere degnissime, penso a Il villaggio dei dannati del 1960 tratto da Wyndham. Il peggio lo troviamo quando si verifica il tradimento palese della sensibilità dell’autore originale, e qui basti l’esempio di tutta la cinematografia ispirata all’opera di H. P. Lovecraft o il recentissimo Io sono Leggenda, che travisa completamente il significato del romanzo di Matheson. Tra l’altro sono ormai esasperato da questa deleteria moda dei remake, in grado di azzerare il fascino dei capolavori del passato: guarda i vari Rollerball, Ultimatum alla Terra, La guerra dei mondi… e tutti quelli che purtroppo verranno.

Un film di fantascienza è sempre inferiore al romanzo o racconto da cui è tratto?

No, perché dovrebbe? Certo esiste questo pericolo, perché alla fine quando uno legge un libro è regista di suo di quanto visualizza nella mente, e spesso trova deludente quando sono altri a portare le immagini alla luce, secondo sensibilità diverse dalla sua. Ci sono stati casi in cui la resa cinematografica ha giovato al testo scritto. Pensiamo a “2001: odissea nello spazio”: vero che questo è un raro caso di scrittura narrativa contemporaneamente portata avanti sia da Kubrick come sceneggiatore che da Clarke come scrittore, però alla fonte c’è il raccontino tutt’altro che memorabile di Clarke. Anche il romanzo Il pianeta delle scimmie di Boulle, che prevedeva un vero viaggio su un altro pianeta dominato da scimmie intelligenti, in una società simile a quella terrestre degli anni Sessanta, ha trovato più adeguata trasposizione nella Terra del futuro in situazione pre-tecnologica in cui le scimmie, per quanto intelligenti, non sono poi tecnologicamente avanzate. Certo se pensiamo a romanzi di vastissimo respiro, che inevitabilmente perdono tutte le loro fascinazioni in una riduzione di due ore per il grande schermo, è ovvio che il libro resterà sempre superiore al film: è il caso del pur pregevole Dune. In realtà, come sempre, bisognerebbe considerare la diversità dei due media e i differenti parametri di narrazione, quindi considerare le due opere a se stanti.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Ti rivedremo tornare alla narrativa, fantascientifica of course, oppure continuerai con la saggistica cinematografica?

Be’, ci sarebbe in cantiere il volume gemello di Mondi paralleli, quello dedicato stavolta al weird cinematografico di origine narrativa, che però è ancora work in progress. Ma devo dire che mi sono un po’ stancato della saggistica cinematografica e vorrei tornare alla narrativa. Ho qualche racconto in giro, su diverse antologie, vorrei però raccoglierli tutti in un unico volume… il problema sarà sempre relativo a chi potrà pubblicarlo.

Ultima imprescindibile domanda, già fatta a suo tempo sempre su Liberi di Scrivere ad Andrea G. Colombo: Alien è un film horror o fantascientifico?

L’amichevole contesa con Andrea è sempre aperta, avevamo pensato anche di farla pubblicamente… Penso che ogni genere contenga in sé regole e parametri da seguire che lo definiscano incontrovertibilmente come tale, anche un genere multiforme come la SF, capace di “inquinarne” altri, trasformandoli (ma molti appassionati di generi specifici potrebbero dire lo stesso del loro genere preferito, c’è da aggiungere). Oggi la fusione di generi ha un po’ confuso le cose ma non importa, per me un genere si definisce sulla base (ovviamente percentuale… non esiste un cento per cento assoluto) dei temi portanti che mette in gioco. Alien è un film di fantascienza (uno dei più grandi film di fantascienza) perché mette in campo temi portanti che sono indiscutibilmente fantascientifici: esplorazione spaziale, primo contatto con razza extraterrestre, dipendenza umana dalle macchine, insondabilità lovecraftiana del cosmo, space-opera, conflitto e confronto con l’ignoto, tecnologia già degradata che incombe sull’umanità… e potrei continuare. In più, Alien fa paura, come valore aggiunto. Ma solo come valore aggiunto. Anche un film come Sfida a White Buffalo fa paura, perché il bisonte bianco è visto come un mostro… però si tratta di un western, non di un horror. Poi accontentiamo tutti dicendo che Alien è un fanta-horror, così che chi come me deve curarsi di libri enciclopedici sul cinema di fantascienza non abbia problemi a inserirlo sia in un genere che nell’altro… ma se lo mettessi solo in quello horror, definendolo come tale, che direbbe il mio lettore di quello fantascientifico? La cosa non varrebbe invece al contrario. Ma qui devo aggiungere che, ed è opinione strettamente personale, secondo me l’elemento portante che qualifica l’horror è il soprannaturale (anche nella sua valenza più stereotipata) e che tutto il resto che soprannaturale non è rientra in altro genere, anche se suscita paura. Alien è un film con elementi soprannaturali? No. Quindi è fantascienza. Andrea, poi possiamo sempre confrontarci!

:: Recensione di Matrimonio da favola. Stile e sentimento tra sogno e realtà di Enzo Miccio

6 febbraio 2012

Nel giorno più romantico della vita di una coppia, il giorno del sì davanti a parenti ed amici, primo passo di una felice vita insieme, conferma di quell’amore che si spera duri per sempre come nelle favole, perché non arrivarci preparati?  Enzo Miccio, il più famoso wedding planner italiano, un vero esperto di matrimoni glamour con anni di esperienza nell’organizzare e pianificare matrimoni fin nei minimi dettagli, entrato nelle case di tutti con garbo e gentilezza grazie a Real Time e al suo programma “Wedding Planners”, consapevole che in questi tempi di crisi non tutti possono permettersi sfarzo e splendore o un wedding planner tutto per sé, pur non volendo rinunciare ad un tocco di raffinatezza, stile ed eleganza, ha avuto l’idea di mettere a disposizione di tutte le future spose il frutto della sua esperienza e competenza e grazie all’aiuto di Chiara Cecilia Santamaria e Elisa Sabatinelli, (c’è ancora al giorno d’oggi chi si ricorda di citare chi collabora alla stesura dei testi)  è nato Matrimonio da favola. Stile e sentimento tra sogno e realtà  Rizzoli Editore, utile manuale dedicato alla sposa, allo sposo, e perché no anche agli ospiti. Raccontandoci passo passo i matrimoni più belli che ha organizzato, Enzo Miccio ci dispensa consigli, suggerimenti, regole di bon ton e di comune educazione senza tralasciare anche piccole perle di saggezza e di buon senso come organizzare buffet in piedi se i vostri ospiti sono giovani ma non per celebrazioni più formali dove ci potrebbero essere persone anziane. Dalla scelta della location, a quella dei vestiti degli sposi e dei paggetti, dalla scelta del menu a quella delle musiche e delle luci, dalla scelta dei fiori, alla wedding cake, e  ai cadeux de mariage tutto rientra in un cerimoniale attentamente studiato perché la perfezione diventi arte e regola di vita, almeno per un giorno. Tante foto e schizzi, disegni, acquarelli  illustrano i vari capitoli con riassunti finali per rendere più facile la consultazione. E’ un libro interessante e perché no, divertente, attentamente curato nell’impaginazione grafica, e nei contenuti, gradevole da sfogliare e dedicato a mamma Anna Maria che con il suo esempio e il suo amore per l’ospitalità gli ha anche trasmesso gusto e raffinatezza. Che dire ancora? Viva gli sposi! E naturalmente fate partire i fuochi d’artificio solo dopo il taglio della torta, il brindisi e le foto di rito.

:: Recensione di Salutami Satana di Victor Gischler e Anthony Neil Smith

3 febbraio 2012

Z.Z. DelPresto, scalcinato detective privato di Mobile, Alabama, ha visto tempi migliori. Il destino cinico e baro ha deciso di accanirsi su di lui e a questo pensa mentre se ne sta sporco di sangue fino alle orecchie a sudare, in una domenica di metà agosto, nella sala interrogatori della locale centrale di polizia, cercando di spiegare a due poliziotti ostili e incazzati, che lui è innocente, che lui non ha ucciso Rachel Woolf, che lui l’amava quella disgraziata ragazza. Tutto comunque congiura contro di lui: ben quattro testimoni giurano e spergiurano di averlo visto uccidere Rachel, gli occhi dei poliziotti e se non bastasse anche una polaroid certificano che ce l’aveva in mano lui quel dannato coltello, arma del delitto o “pistola fumante” come si suol dire. Ma lui è innocente, cazzo, essere incastrato per un delitto che non ha commesso ha dell’assurdo, del patologico. Lui, proprio lui, che viaggia sempre sul filo teso che separa legalità e illegalità, che alla vita umana non da poi tutta questa importanza, e che il suo mantra è non farsi prendere. L’ideona dei due sbirri è strappargli una confessione, con le buone (sic) o più che altro con le cattive. Sul punto di crollare Z.Z. vede arrivare nella stanzetta surriscaldata come una fatina buona l’obeso capitano che inaspettatamente gli dà una pacca sulla spalla e gli dice: le prove sono inconsistenti, sei libero, saluti e baci sotto gli occhi annichiliti dei due esterrefatti porta distintivi. Scioccato pure lui si allontana dalla centrale, prima che cambino idea e, pur sospettando che ci sia qualcosa sotto a quella repentina scarcerazione, si fa due conti mentre se ne torna nel suo lercio appartamento Un monolocale trascurato che non veniva pulito da almeno un anno e Ogni qualvolta che la puzza delle lenzuola diventava rivoltante, le buttava via e andava a comprarsene di nuove.  Allora ricapitolando: Rachel era solo una ragazzina di diciassette anni e questo già non depone certo a suo favore, in certi stati per cose del genere ovvero scoparsi una minorenne, si finisce in gabbia e gettano la chiave alla faccia del fascino perverso da Humbert Humbert da strapazzo, con buona pace di Nabokov. Poi era la figlia di una tizia che l’aveva cacciato in una montagna di guai. Tutto era iniziato perché un tale Edward Pfiffer, un nerd diventato milionario con internet, l’aveva assunto due settimane prima per seguire la madre di Rachel e scoprire se lo tradisse. Eh già la bella Nania, fascino latino da diva di Hollywood, e serpe velenosa a tutto tondo, sposata con un tale che amava più i fusti palestrati che la moglie,  ha un concetto tutto suo di fedeltà. Grazie a quel lavoro aveva conosciuto Rachel e alla faccia della professionalità si era imbarcato in quella brutta faccenda che sembrava destinata a tirarlo a fondo. Una sola via d’uscita: trovare l’assassino di Rachel. Sembra facile, ma non ostante tutto, il nostro Z.Z. DelPresto il suo lavoro lo conosce e lo fanno fesso una volta sola. To The Devil, My Regards, titolo che avrei mantenuto paro paro invece della versione italiana Salutami Satana, tradotto in modo svelto e sincopato da Marco Schiavone per la collana Revolver Edizioni BD in uscita dal 9 febbraio in tutte le librerie, vede per la prima volta insieme due geniacci del pulp made in Usa: Victor Gischler e Anthony Neil Smith. Due amici, oltre che colleghi, che condividono una particolare visione ludica della scrittura piuttosto insolita per due maestri di scrittura creativa, Neil Smith è direttore del Centro di Scrittura Creativa alla Minnesota State University, mentre Gischler è stato a lungo insegnante di scrittura creativa presso la Roger State University, in Oklahoma,  e non mi stupirei che si siano divertiti parecchio tra una pinta di birra e l’altra nella stesura di questo libricino che se ha un difetto è solo quello di essere troppo breve, dannatamente troppo breve. Il risultato di questa unione è bizzarro, anarchico, una delizia per i cultori di questa nuova grande letteratura pop, sfrenatamente pop, che azzarda, mescola ritmi, contamina con citazioni prese dal cinema, dal fumetto, dalla letteratura cosiddetta alta, Tom Sawyer che vernicia la staccionata, è un esempio ma ce ne sono altri, improvvisi, repentini, rumorosi come fuochi d’artificio. Schegge impazzite costituiscono un puzzle dove anche i personaggi minori sono delineati con cura e efficacia pensiamo solo a Dritto Jenkins, su tutti il mio preferito assieme al protagonista  Z.Z, ditemi anche voi se queste iniziali non vi hanno fatto venire in mente il ronzio di una zanzara molesta. Capire dove finisce Gischler e  inizia Neil Smith è un gioco pericoloso in cui si rischiano brutte figure, ma io mi ci sono divertita parecchio anche se di Neil Smith ho letto troppo poco, solo Yellow Medicine per cui vi risparmio i miei azzardi e vi invito a fare i vostri.

:: Intervista con Tim Willocks

1 febbraio 2012

Salve Mr Willocks. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Psichiatra, romanziere, sceneggiatore, fan di poker. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tim Willocks? Punti di forza e di debolezza.

Piacere. (In italiano) I punti deboli sono troppi da elencare, i punti di forza troppo pochi e in calo di giorno in giorno. E a volte i punti di forza sembrano deboli, anche se raramente viceversa. Tale è la confusione che l’età e l’esperienza portano, che non voglio chiamare saggezza. Per quanto riguarda, ‘Chi sono?’ Si passa tutta la vita rispondere a questa domanda, la propria vita è la risposta, ed è in continua evoluzione. Questa mattina un amico mi ha scritto: “Tim, lasci sempre una piacevole aria di follia intorno a te al tuo risveglio” Questa è una risposta abbastanza buona per oggi.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una piccola città una trentina di km a est di Manchester, piuttosto rurale. Mio padre era un muratore. Secondo gli standard moderni non avevamo nulla, nemmeno un bagno, ma ci siamo divertiti parecchio. Ho dei bei ricordi dell’ infanzia – era un’avventura selvaggia, eravamo liberi, abbiamo immaginato tanto di essere vichinghi e cowboy ed è così che ci siamo sentiti. È stato allora che ho iniziato a scrivere, soprattutto western ispirati da Sergio Leone e Lee Van Cleef. Poi ho fatto l’università e sono andato alla scuola di medicina, periodo che francamente, non è così interessante da ricordare.

Che lavori hai svolto in passato prima di diventare scrittore a tempo pieno? Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Ho lavorato come medico per 22 anni in diversi settori – chirurgia (che ho amato, ma che richiedeva un impegno troppo grande), pediatria, medicina generale, psichiatria e poi dipendenza dalle  droghe. (Mentre scrivo questo confesso di avere una sigaretta in mano). La medicina è un mestiere difficile, direi. Lo ammiro molto. E ‘difficile essere un buon medico. Per alcuni versi ero portato, per altri no. La scienza mi ha reso molto più altruista, meno individualista. E molto più efficiente che mai, che è una grande cosa, ma forse non così piacevole. La medicina mi ha insegnato a guardare il mondo con gli occhi aperti – per osservare e riferire la bruttezza, il dolore e l’angoscia senza batter ciglio e nel modo più veritiero possibile, per studiare la condizione umana, in tutti i sensi, senza paura. La psichiatria mi ha insegnato l’empatia: come si stia nei panni di qualcun altro, mi ha insegnato ad immaginare una vita molto diversa dalla mia e soprattutto di cercare di vederla dal di dentro. Mi ha anche insegnato ad abbracciare l’intera gamma di umanità, di accettare la diversità della personalità umana senza dare giudizi morali. Questo non vuol dire che ho abbandonato il giudizio morale, ma non lascio che mi accechi e non mi permetta di vedere la verità, o almeno lo spero.

Quando hai iniziato a capire che avresti voluto diventare uno scrittore? Qual è il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Non ho mai pensato di scrivere come ‘lavoro’ e non l’ho certo considerato ‘un lavoro vero’ (mia madre sarebbe d’accordo con me su questo), ma mi piace l’idea di William Burroughs che si tratti di ‘Il lavoro’. Non sono sicuro di aver concepito l’idea di voler diventare uno scrittore perché ero uno scrittore quando ero troppo giovane per pensare in quel modo, allora scrivevo per la gioia e l’eccitazione che la scrittura ti trasmetteva. Io sono ancora intrappolato da tale atteggiamento in qualche modo: senza la gioia, l’eccitazione, la necessità, non scrivo. Ho trascorso anni non scrivendo, semplicemente perché non potevo. Io non sono un professionista in questo senso. Un professionista non ha bisogno di costrizione; il dovere è sufficiente. Come la medicina. Quindi non credo che la passione può essere trasformata in un lavoro. La passione non può essere controllata, ma il controllo è l’essenza stessa di un lavoro. Non è necessaria la passione per fare un lavoro, anzi a volte potrebbe essere pericolosa. Dovrebbe essere un chirurgo appassionato o freddo? Penso che il mio cardiochirurgo (lui è là fuori da qualche parte, in attesa) debba essere freddo.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Non credo ci sia qualcosa di tipico in un bravo scrittore o in un artista. Tutti i miei artisti preferiti non sono tipici. Sono molto scoraggiato dall’ossessione moderna per ‘insegnare’ l’arte, perché ognuno finisce poi per fare le cose in un modo molto simile. Questo è ciò che fa l’insegnamento: si dice, ‘ Fai in questo modo. Questo è giusto. Questo è sbagliato. Questo è corretto. Questo non è corretto. ‘Questa è la sua essenza. Anche in questo caso, il controllo prende il controllo. Ma, giusto o sbagliato è la morte dell’arte. Nessuno dei grandi scrittori ha avuto un educazione formale. Questo è il problema: ora cerchiamo di creare false idee di ‘le qualità di un buon scrittore’, ma fino a trovare ‘buona scrittura’ non si può davvero definire quelle qualità, e poi, quando si trova ‘buona scrittura’ ancora non è possibile definirla, perché la grande arte è in definitiva misteriosa. Quindi abbiamo intere industrie di critici, docenti, editori che pensano di aver identificato queste qualità per un processo quasi-scientifico e, di conseguenza, la letteratura diventa sempre più uniforme. Odio tutto questo. È il trionfo dell’establishment, e arte all’interno dell’establishment morirà. Quindi, un buon scrittore deve essere libero, deve rifiutare tutti i dogmi della scrittura ‘buona’, tutte le regole, tutte le leggi estetiche. Lui o lei deve senza paura andare alla ricerca di una visione personale. Sono sempre consapevole che il mio modo di scrivere mi porterà un minor numero di lettori. Ogni pagina che scrivo penso: “Se facessi in questo modo, più persone sarebbero interessate, meno persone sarebbero respinte.” Conosco tutta quella roba. Ho lavorato a Hollywood. Ma non posso, non voglio, voglio seguire la mia visione ‘come una stella cadente, oltre i limiti massimi del pensiero umano’, come diceva Tennyson. Se significa avere un piccolo pubblico di lettori, lo accetto. Preferisco essere vero che popolare.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho avuto la mia parte di rifiuti come la maggior parte degli scrittori. Ho imparato che un rifiuto non è una cosa negativa, perché è necessario avere un editore in grado di comprendere e amare il proprio lavoro. Avere editori che non amano il lavoro che pubblicano può essere un disastro. Le ambizioni delle case editrici moderne sono in contrasto con le mie ambizioni, per cui trovo difficile pubblicare. Loro vogliono il massimo pubblico possibile. Loro vogliono scendere a compromessi, come ho detto prima. Ma ci sono anche grandi editori. Sono molto fortunato a lavorare con Dan Franklin alla Jonathan Cape.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

Mi piace scrivere di emozioni oscure e ossessioni, di violenza, di drammi estremi, amo parlare della vita e della morte, amo la suspense, la follia, e così via, e la crime fiction è un’arena naturale per questo, anche se ce ne sono altre. C’è la guerra e la storia – in cui i crimini sono su scala enorme – posso andare anche oltre. Gran parte di Shakespeare è crime fiction – Ambleto, Macbeth, Re Lear, ecc ecc

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti influenzato?

Tendo ad avere romanzi preferiti, piuttosto che scrittori. Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Riddley Walker di Russell Hoban, Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino . Ho probabilmente letto Il Gattopardo di Lampedusa più spesso di qualsiasi altro libro. James Ellroy è sempre sorprendente. Charles Dickens. Shakespeare, Shakespeare e Shakespeare. Ma sono cresciuto leggendo western e Mickey Spillane, Richard Stark i romanzi di Parker che amavo, e anche Sven Hassel i romanzi della seconda guerra mondiale, certamente mi influenzano ancora oggi anche se non li leggo più, oltre una certa età comunque è difficile essere influenzati. Comunque sono stato molto influenzato da film e musica, forse anche di più che dalla letteratura. Tutto quello che ho sempre  veramente voluto fare è i film di Sergio Leone e Sam Peckinpah. Il cinema italiano è il più importante per me. L’arte italiana ha una intensità radicale di espressione, della realtà sentita, quasi l’intensità di una allucinazione, e più di ogni altra cosa, questo è ciò che mi sforzo di fare nel mio lavoro. E non è una qualità comune nella narrativa di lingua inglese, soprattutto nei romanzi in inglese. Il sistema di valori dominante nell’ arte inglese è la moderazione, l’ understatement, la delicatezza, la repressione emotiva. Odio queste stronzate. Odio avere l’agenda politica alle spalle. Voglio espressione estrema, qualunque sia il soggetto. Io voglio la vita. Ed è per questo che amo Leone, Visconti, Fellini, Corbucci, Argento, e tanti altri. Hanno avuto – e hanno ancora – un effetto molto più forte su di me rispetto a qualsiasi scrittore. Per quanto riguarda la musica, beh, è un altro argomento molto vasto. Un amico italiano mi ha detto che tutti i miei romanzi sono opere, e ha sottolineato tutte le varie parti vocali, e ha ragione. L’ opera è la sintesi suprema di tutte le arti drammatiche. Quindi, a mio modo scrivo opere liriche (e ci risiamo:. Opere inglese?  Benjamin mi dispiace, la vita è troppo breve) E, naturalmente, Dylan, Waits, Cash. Marin Marias. Paolo Pandolfo. Di tutti gli artisti il più grande che ha influenzato la mia vita e la mia scrittura è Ennio Morricone. Direi che almeno il 40% di tutte le parole che ho scritto sono state scritte durante l’ascolto della sua musica. Poi ci sono tutti i film di Leone – Giu La Testa è uno dei suoi migliori – ma anche Il Mercenario e La Resa Dei Conti.

Cosa ti ha ispirato a scrivere Bad City Blues? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Volevo scrivere di un uomo veramente buono riempito dell’ odio più terribile, e l’espressione più estrema di odio mi sembrava il desiderio di uccidere il proprio fratello. Ma perché mai avrebbe dovuto farlo? Questo era il punto di partenza. Per quanto riguarda l’ispirazione: sono stato ispirato anche da molti film. Al momento da ‘Touch of Evil’ di Orson Welles sicuramente e si può vedere l’influenza di Hank Quinlan molto facilmente.

Puoi dirci un po ‘del tuo protagonista, e come comincia la storia?

Cicero Grimes è un medico, un idealista vero, che complotta per assassinare suo fratello maggiore, Lutero, che è un ragazzo molto cattivo e chi lo conosce lo ama. Un poliziotto corrotto, Clarence Jefferson, che è anche malvagio ma prova simpatia per Grimes viene coinvolto in questo e rimane affascinato dal puzzle che ho descritto sopra: Perché un uomo buono vuole fare un atto malvagio? Così tortura Grimes in una battaglia psicologica e morale. In un certo senso, il poliziotto cattivo vuole salvare l’anima di Grimes. Si scende in una sorta di psicosi di massa.

Quanto è durato il processo di scrittura di Bad City Blues?

Non so, forse un anno.

Qual è / sono la tua scena preferita in Green River Rising?

Adoro qualsiasi scena con Henry Abbott, soprattutto quando si trasforma in Dio in una fogna. Adoro qualsiasi scena con Claudine / Claude, il travestito, soprattutto quando la sua rabbia esplode al culmine della storia. E Coley è un grande personaggio, la sua ultima scena mi commuove  sempre, quando arriva finalmente a vedere sorgere il sole. Un sacco di scene che mi piacciono hanno al centro personaggi folli, il guardiano Hobbes per esempio. Sono tutti completamente pazzi. Il libro è una sorta di inno alla follia. E ‘un libro in cui l’eroe è circondato da molti personaggi estremi che in un modo o nell’altro sono tutti più pazzi e interessanti di lui. Il pericolo per l’eroe è che nel portare il peso di essere l’eroe può far diventare tutto piuttosto noioso. Chi lo circonda con la sua follia aiuta l’eroe ad elevare il gioco, drammaticamente parlando. Ma nella maggior parte dei miei libri, l’eroe è folle come nessuno e molto più di molti altri. Nel mio nuovo romanzo Tannhauser che ho quasi completato, direi che si stabilisce un nuovo punto di riferimento per l’anti-eroismo. Il protagonista diventa un personaggio davvero molto scuro.

In Green River Rising, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? E il più facile e perché?

Direi che la donna, Devlin, è stato il più difficile perché lei è una donna e io sono l’uomo. Ho sempre lavorato duro sui personaggi femminili, ma sembrano funzionare abbastanza bene, o almeno così mi dicono. I personaggi più facili sono sempre i pazzi e i violenti. Henry Abbott, Nev Agry. Amo Nev Agry. Lui fa quello che vuole. Nel cuore del carcere, egli è libero. Sono vincolati in modo impulsivo, pensieri e sentimenti, quindi la mia immaginazione può non essere vincolata. Non devi preoccuparti se piacciono, o se sono politicamente scorretti. Essere pazzo e cattivo libera un personaggio. L’eroe è incatenato, come ho detto sopra.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Folsom Prison di Johnny Cash, The Riot in Cell Block 11, ‘Discipline and Punishment’ di Foucault, The Magnificent Seven.

Parliamo di Dogland il tuo ultimo lavoro. Puoi riassumercelo in poche parole?

‘Non lasciare che ti taglino le palle’.

Puoi parlarci della trilogia di Mattias Tannhauser?

E’un argomento ampio. Devo dire che dal momento in cui sarà completata la trilogia, Tannhauser sarà considerato come il personaggio più violento di tutta la storia della narrativa mondiale. E intendo questo. Lui è l’eroe. Non gli importa se ti piace. E ‘il cavaliere pallido che incarna la Morte. E’ sposato con una donna che incarna la Vita, quindi in un certo senso la trilogia è la storia di quel rapporto e quel paradosso, le due facce della stessa medaglia. Se lei è la Regina della Vita, egli è il Re della Morte. Sono i poli opposti, e in un certo senso, molto puro, perché non attribuiscono alcuna dottrina o ideologia ai loro rispettivi ruoli. Per Carla, la vita è solo vita, non si tratta di Dio o di politica o di ambizione o di carriera o di salire su, in ogni senso. La vita è, e deve essere considerata per se stessa. L’ atteggiamento di Tannhauser verso la morte è simile: è solo lì, per essere servita, senza pregiudizi. In questo libro attuale – I Dodici Figli di Parigi –  è diventato davvero la morte, non solo perchè è un grande uccisore. E ‘pronto per ogni morte, la morte di Carla, la sua, quella di tutti, lui è abbracciato completamente alla morte, e al tempo stesso Carla è abbracciata alla vita, crea la vita. E ‘una storia incredibile, sbalorditiva, selvaggia, turbolenta, ricca. L’intero libro vede al centro le carte dei Tarocchi, tutti i personaggi sono rappresentati, la storia stessa è un movimento attraverso i loro significati. La tradizione dei Tarocchi è radicata nella dell’arte italiana, specialmente in quel periodo, sono essenzialmente un’invenzione italiana, e i significati originali sono spesso molto diversi e molto più ricchi rispetto alle versioni moderne – che come tante altre, sono state sistematizzate e ossificate con l’ossessione ‘corretto / scorretto’ della vita moderna. Se siete interessati ai Tarocchi, visitate il sito del grande Andrea Vitali : http://www.letarot.it/. Non so cosa il terzo libro sarà ma continuerà questa relazione e cercherà nell’ inconscio Tannhauser un senso di appartenenza, di famiglia.

Tu sei un autore acclamato dalla critica. Leggi le recensioni dei suoi libri? Ha ricevuto recensioni negative?

Le recensioni negative le considero quasi essenziali per la mia integrità. Con poche eccezioni, la maggior parte dei miei libri preferiti, film e album musicali sono stati disprezzati dai critici la prima volta che apparvero, anche se la maggior parte di loro sono ora capolavori classici – il record di stupidità critica è sorprendente. Il Times di Londra fece una recensione negativa della 9 Sinfonia di Beethoven  quando fu suonata per la prima volta. E Tosca fu insultato. Così, quando ricevo una buona recensione, a volte mi preoccupo. Ma in realtà, non sono ben recensito in Inghilterra, io sono in qualche modo in guerra con la cultura inglese. Il mio stile espressionista, offende il loro approccio radicale e la loro sensibilità razionalista. Ricevo comprensione molto più in Italia e in Francia, dove c’è una tradizione intellettuale molto diversa. D’altro canto, può anche essere che i miei traduttori facciano diventare i miei libri molto migliori.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Al momento sto solo leggendo quello che sto scrivendo. Ma il nuovo romanzo di Joe Lansdale ALL THE EARTH, THROWN TO THE SKY’ mi sta arrivando per posta ed è sulla buona strada e non vedo l’ora di leggerlo. Un titolo così poetico ed elementare fa venire voglia di scrivere il libro stesso.

Quanto è importante un buon titolo?

Il mio libro attuale  I DODICI BAMBINI DI PARIGI inizia tutto dal titolo, non avevo idea di chi  erano i 12 o di cosa sarebbe successo loro. Per certi aspetti, ancora non lo so. Spesso ho maledetto questo titolo: 12? E ‘un gran numero. Perché non 6? Ma non potrei mai abbandonare l’idea, e alla fine ha costretto il  libro a diventare quello che è,  estremamente ricco e multistrato. Io non so nemmeno se si tratti di un titolo commerciale, o se si possa tradurre anche, o anche selo si userà. Ma era la ghianda cresciuta da una quercia possente.

Ti piace fare tour per la promozione dei tuoi libri? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Faccio molto poco touring di solito una volta all’anno per un festival in Italia o in Francia. Non scrivo abbastanza libri. Per qualche ragione sono stato invitato a Piacenza per tre anni ed è stato meraviglioso. Pasquale in Piazza Duomo è il mio ristorante preferito in tutto il mondo. Sono stato alla festa SUGARPULP a Padova, a vedere il mio amico Matteo Strukul, il cui romanzo, LA BALLATA DI MILA, vi consiglio, e anche il grande Massimo Carlotta, che è un romanziere formidabile.

Hai una base di fan molto intensa. Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Con mio grande rammarico non ho un rapporto molto stretto con i miei lettori al di là del legame che creo con i personaggi dei miei libri, anche se, questo è l’unica relazione che conta davvero. Non ho mai incontrato Sergio Leone o Ennio Morricone, ma ho pensato a loro ogni giorno per più di quaranta anni. Ho un rapporto più profondo con Shakespeare e Marin Marais di quanto abbia con la maggior parte delle persone con cui vivo. Non ho idea del mio pubblico. E’ un vero fallimento. Ma recentemente mi sono iscritto a Facebook sotto l’impulso di autori amici e tutti gli amici sono i benvenuti.

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Non ho avuto il coraggio di immaginare il futuro per molti anni. La vita sarà quel che sarà. Ho trovato, che è più semplice ed è  meglio così. Recentemente ho scalato una montagna qui, a Mullaghanattin, dall’alto ho potuto vedere una grande tempesta ruggire dall’Atlantico, che dista circa 40 km – grandi coltri nere di pioggia spazzavano tutto il cielo. La tempesta si è scatenata su entrambi i lati della montagna, è stato incredibile. Poi una coppia di aquile dalla coda bianca è uscita per mezz’ora, e dietro alla tempesta è arrivato il più grande arcobaleno che abbia mai visto. Tempeste, aquile, arcobaleni, montagne. Questo è un degno futuro da immaginare. Se potrò avere qualche giorno in più in quel modo, sarò soddisfatto. Se posso scrivere un altro libro di  Tannhauser – e questo mi ha quasi ucciso – sarebbe ancora meglio. E se riesco a raggiungere l’Italia ancora una volta di tanto in tanto, potrei considerarmi davvero molto fortunato.

Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?

Spero di sì. Vorrei venire in Italia con ogni scusa. Sto cercando di capire come presentare Tannhauser 3 in Italia in modo da poter trascorrere più tempo lì.

Infine, per concludere l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Come ho già detto sto lavorando al poema epico delle tenebre e sangue, amore e odio, vita e morte: I Dodici Figli di Parigi. Anche la mia mente è assorbita da questo libro. Ogni nuova scena mi sorprende, e spesso mi strappa il cuore. Personaggi fantastici, un affresco di una società che si distingue, proprio come il nostro mondo. Il caos abbonda. Ma Tannhauser deve dimostrare di essere il suo padrone. Io sono a metà strada nella scrittura della quarta parte di cinque.  Il titolo della parte IV è: ” As Far From Help As Limbo Is From Bliss” Sono a buon punto.

:: Liberidiscrivere Award: i vincitori

31 gennaio 2012

Vince la seconda edizioni del Liberidiscrivere Award:

 

 

Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico

di Lorenzo Mazzoni

illustrazioni di Andrea Amaducci

prefazione di Enrico Pandiani

momentum edizioni –

http://www.momentumedizioni.it

 

 

 

Secondo classificato:

Re di bastoni, in piedi

di Francesca Battistella

Scrittura&Scritture Editrice

 

 

 

 

 

 

Terzo Classificato:

Lezioni di tenebra

di Enrico Pandiani

Instar libri

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo il vincitore della scorsa edizione I guerrieri dell’aria di James C. Copertino, prima cavia di questa mia sorta di esperimento (la cui pazienza e simpatia  non ha limiti e lui sa perchè) che a quanto vedo appassiona molto i miei lettori che qui ringrazio davvero, siete fantastici. Nei prossimi giorni parlerò più diffusamente dei singoli libri vincitori. Per l’intera classifica rimando al post precedente qui.

:: Recensione di Meraviglioso – Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta

30 gennaio 2012

Meraviglioso. Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta di Dario Torromeo edito nel 2011 da Absolutely Free. In un momento di vuoto  di grandi idoli nel mondo della boxe di oggigiorno ecco un libro costruito intorno alla figura del “Marvelous” Marvin Hagler che grande personaggio lo è stato veramente nel recente passato.
Una serie di avvincenti capitoli che rievocano la crescita di un mito e nel contempo la circondano con storie, vicende e drammi di quel periodo di splendore della boxe a cavallo degli anni Ottanta, dopo i quali il proliferare di categorie, sigle pugilistiche e conseguenti fantomatici campioni ha contribuito, e non poco, a gettare nella confusione l ‘intero movimento.
Così nella lettura del libro del giornalista del Corriere dello Sport Dario Torromeo si possono riassaporare le fasi precedenti ai grandi incontri di boxe, i preparativi, i retroscena che hanno preceduto i grandi eventi, le vere cause di certi comportamenti magari sconosciute all’epoca, le vere ragioni di certe vite o di rapide ascese e repentine cadute di illustri protagonisti della “nobile arte”.
Nonostante il libro ruoti fondamentalmente intorno all’attesa per un improbabile, quanto atteso,  scontro finale tra Hagler e Leonard, vi trovano spazio tante storie e vicende riguardanti anche il pugilato italiano (dall’emigrante Antuofermo, al verace Oliva, all’oriundo La Rocca, allo sfortunato Jacopucci)  in un susseguirsi di capitoli narrati con efficacia, quasi fossero le riprese di un’avvincente incontro, il tutto inserito sempre nel giusto contesto che stimola la riflessione su quegli importanti anni, anche per il mondo dei guantoni.
In sintesi una completa miscela di eventi sportivi e di spaccati umani raccontati da chi non solo ha seguito quegli eventi dal bordo ring, ma soprattutto li ha vissuti pienamente con passione, la stessa che cerca di trasmettere e di riversare sututti  coloro che si apprestano a immergersi in questa lettura davvero interessante.

:: Intervista a Meg Rosoff

28 gennaio 2012

Grazie Meg di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Meg Rosoff? Quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza come scrittrice?

Sono una stilista naturale – Amo le parole, le frasi, il linguaggio. Amo i personaggi, e lo sviluppo psicologico. Amo le idee e gli spigoli della realtà. Tuttavia  sono assolutamente terribile nella costruzione delle trame. Non  so mai cosa stia per accadere.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in America,  nei sobborghi di Boston . Una famiglia piuttosto comune con quattro figli e un cane. Sono andata ad Harvard per studiare l’inglese, ma non mi è piaciuto molto, così ho lasciato l’università e sono andata a Londra a studiare arte, e lì mi sono sentita come se fossi a casa. Ho provato a vivere a New York per dieci anni, ma alla fine sono tornata a Londra, dove sto da allora.

Quando hai iniziato a sapere che volevi essere una scrittrice?

L’ho capito quando ero molto giovane, ma poi l’ho dimenticato per circa 35 anni. Non ho scritto il mio primo romanzo fino all’età di 46. Segretamente avevo paura che non sarebbe stato abbastanza buono.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa per ragazzi?

Non l’ho scelto. Lei ha scelto me.

Qual è la parte più faticosa durante la stesura di un libro rivolto a giovani lettori?

E ‘sempre la trama. Vorrei che qualcun altro scrivesse le trame per me.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Quando avevo 47 anni pubblicarono il mio primo romanzo (How I Live Now), ed è stato subito un enorme successo. L’ho pagato con 15 lunghi anni di lavoro nella pubblicità. Ma ci sono sempre rifiuti. Anche quando si ha un grande successo, un sacco di gente è pronta a criticare. Guarda Harry Potter!

Tu sei un’ autrice acclamata dalla critica. Molto amata da blog e giornali. Hai ricevuto recensioni negative?

Ovviamente! Quando sono stata finalista per la Carnegie Medal, un ragazzo ha scritto “Oh no! Se devo leggere un altro libro di Meg Rosoff mi soffoco con un cuscino. ” Dolce no?

Una scuola cristiana ha cancellato un tuo incontro a causa del contenuto “blasfemo” del tuo ultimo romanzo per ragazzi, There Is No Dog, ( Se fossi Dio  pubblicato in Italia da Fanucci Editore). Come rispondi a queste critiche?

Ho sempre pensato che se c’è un Dio, lui o lei è perfettamente in grado di difendere lui (o lei) da sé.

Sei la pluripremiata autrice di romanzi peragazzi come How I Live Now, Just In Case, What I Was, The Bride’s Farewell and There Is No Dog. Quale è il tuo preferito?

Non mi sogno di avere un preferito! Gli altri piangerebbero.

Cosa ti ha ispirato a scrivere There Is No Dog? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Mio marito stava ascoltando un programma radiofonico che parlava di tutti gli attori che hanno impersonato Dio nei film. Ed era furioso perchè erano tutti vecchi uomini bianchi. “Perché Dio non è mai interpretato da un adolescente?” mi chiese. E’ stata la scintilla. Sapevo di voler scrivere il libro.

Parlaci un po ‘del tuo giovane protagonista, Bob, e di come la storia comincia?

Bob è un tipico ragazzo di 19 anni – pigro, che va matto per il sesso, concentrato su se stesso. Dorme tutto il giorno e sua madre è preoccupata per lui – così quando vince il lavoro di Dio della terra ad una partita di poker, lei lo dà a lui, sperando di dargli qualcosa da fare.

Dicci di più di Mr B. Qual è il suo ruolo nel libro?

Mr B è l’assistente di Bob. Dove Bob si preoccupa solo di se stesso, il signor B si sente responsabile per il mondo, che Bob ha creato. Ma è anche una grande sofferenza da genitore – è  sarcastico e pessimista sulle possibilità che  Bob  sia bravo nel suo lavoro. E ‘un po’ come me.

Parlaci della tua giornata da scrittrice. Descrivici una tua tipica giornata di lavoro?

Comincio ogni giorno portando a spasso il cane o cavalcando per mezz’ora il cavallo che possiedo, poi torno a casa, faccio colazione, rispondo alle mie e-mail, guardo tutti i conti che avrei dovuto pagare, vago intorno alla casa, passo un po’ di tempo su Facebook, leggo le mia recensioni su Amazon, faccio delle telefonate, e poi quando sono completamente a corto di cose da fare e di tempo da perdere, comincio a lavorare. Sono migliori per me le ore tra circa le 4 e le 7 di sera – così quando mia figlia torna da scuola, pensa che ho lavorato sodo tutto il giorno. Spero che lei non legga questa intervista. (Sorride)

Ti piace fare tour promozionali ? Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Solo oggi sono di ritorno da un tour dell’Olanda e del Belgio e può essere molto faticoso, ma anche incredibilmente eccitante. Quando sei uno scrittore spendi la maggior parte del tempo a fissare uno schermo di computer, depresso pensando che il tuo libro non funzionerà, così quando qualcuno vuole veramente intervistarti e ti dice quanto ti ammira, c’è una certa tendenza a guardarti dietro le spalle per vedere con chi stia parlando. Mi piace molto viaggiare anche se – in particolare quando ho un po ‘di tempo libero mi piace guardarmi intorno. Negli ultimi anni sono stata in Cina, Egitto, Nuova Zelanda e Australia, America, e in tutta Europa, e ogni tour è stato fantastico. La Cina era il paese  più strano – i miei libri non sono nemmeno pubblicate lì, quindi non sono sicura al 100% di quello che stavo facendo! Ma il cibo era fantastico e sono andata a visitare la Grande Muraglia, quindi non mi lamento.

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Mi piace Hilary Mantel, che ha scritto Wolf Hall. E Wolf Ehrlbruch (Duck Death and the Tulip) e Shaun Tan, e circa un milione di altri a cui non riesco a pensare in questo momento.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un libro intitolato Sum, Tales of the Afterlife, di David Eagleman, e The Man Within My Head di Pico Iyer.

Chi ha disegnato le copertine?

La splendida Katie Finch della Penguin.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore e che cosa fai quando ciò accade?

Vado al cinema, o leggo un altro libro, o parlo con un altro scrittore, o girovago per Il British Museum, o vado a cavallo. Di solito, qualcosa mi succede in testa alla fine, e se così non fosse, vado a dormire e spero che  succeda il giorno dopo.

Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?

Mi piacerebbe, verrei in Italia in un lampo. Io adoro l’Italia. Sto solo aspettando un invito!

Hai moltissimi fan. Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Mi piace sentire i miei lettori e rispondo a tutte le e-mail che ricevo – mi possono contattare attraverso il mio sito – http://www.megrosoff.co.uk

Infine, l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto finendo un romanzo intitolato Picture Me Gone di un uomo che un giorno se ne va senza dire una parola a nessuno, lasciando la moglie e il figlio. E ‘il mio primo romanzo ambientato in America, e finora è stato un vero piacere scriverlo. Che è un sollievo enorme.

:: Intervista a Mauro Saracino a cura di Diego Di Dio

24 gennaio 2012

Ciao Mauro. Parlaci un po’ di te. Chi è Mauro Saracino, al di là della scrittura?

Mi cogli un po’ impreparato, visto che per me è difficile scindere scrittura e lettura dal mio essere… In realtà sono una persona tranquilla, con una passione particolare per la musica pesante, che ho coltivato per molti anni militando in svariati gruppi fino all’uscita del disco con i Midnight Forces. In ogni caso la musica accompagna ancora gran parte delle mie “sessioni letterarie”. Ah, dimenticavo i film horror: non potrei vivere senza. A volte se sono di serie B è anche meglio.

 Ora parlaci del tuo rapporto con la narrativa.

È qualcosa senza cui non potrei vivere. Leggo molto, spesso in lingua originale. Solo quest’anno ho letto più di quaranta romanzi, senza contare quelli abbandonati, dall’horror al noir, con qualche incursione nel fantasy, genere che sto riscoprendo da poco. Allo stesso tempo scrivo molto, in media mille parole al giorno, con pochissime eccezioni.

Bene, adesso veniamo al tuo thriller “Il gioco della mantide”. Ti dirò subito che, come ho scritto su anobii, ci sono due caratteristiche del tuo romanzo che potrebbero sembrare negative, ma non lo sono. Partiamo dalla prima: è un thriller anomalo. Dicci se pensi che sia così e perché.

Sicuramente è anomalo se prendiamo quelli che sono i cliché del genere, in cui c’è bisogno di un detective, un caso da risolvere, una vittima e una serie di intrecci. In questo caso abbiamo “solo” un protagonista alle prese con una situazione particolare. Per sua sfortuna la vicenda si rivela un thriller, nel vero senso della parola e non del genere. E, suo malgrado, si ritrova a essere vittima e investigatore al tempo stesso.

Per quanto riguarda la storia, è davvero forte. A un certo punto diventa persino poco verosimile, per poi riacquistare senso e credibilità alla fine, con i colpi di scena finali. Ci dici com’è nata una trama del genere?

È nata da una riflessione sulla gelosia cronica, ispirata da un tizio che conoscevo. Costui era talmente ossessionato dal tradimento che parlava di mettere microspie nel cellulare della fidanzata. Alla fine è stato mollato, ma non prima di avermi regalato l’idea di base per Il Gioco Della Mantide, sulla quale ho poi lavorato per arrivare ai colpi di scena cui facevi cenno. Ho scelto di trasformare il protagonista in un uomo perché mi sembrava davvero troppo inverosimile per una donna affrontare quel tipo di sfida. E non un uomo qualunque, ma qualcuno che avesse vissuto una vita abbastanza al limite da non lasciarsi travolgere dal corso degli eventi.

Bene. Seconda caratteristica: è un thriller lento. Ma non lento nel senso di noioso, tutt’altro. Lento nel senso di rallentato: ti piace approfondire i pensieri, le espressioni, le emozioni dei personaggi. Senza perdere, ovviamente, il senso della suspance. Il risultato, se posso permettermi, è una prosa che spesso ho riscontrato in altri romanzi, per esempio “It” di Stephen King. Ossia una narrazione così puntuale che ti fa vivere, vedere e sentire i personaggi come fossero davanti a te. Dicci qualcosa in merito al tuo stile.

L’obiettivo è proprio quello. Non sono di certo io a dover dire che un romanzo non possa essere una mera descrizione di eventi. Perché il lettore possa simpatizzare con un personaggio, c’è la necessità che il personaggio in questione sia sviscerato il più possibile fino al punto da risultare vivo, anche a costo di rallentare il ritmo narrativo. Nel mio caso, sviscerato anche fisicamente.

Nel tuo libro spiccano, ovviamente, due personaggi. Partiamo dal protagonista, Daniele Sennis. Un tossicodipendente che, per uscire dalla strada, accetta di “vendersi” a una donna ricca e potente, una grassona nobile che gli permette di vivere agiatamente. Parlaci di lui.

Sennis è un protagonista atipico, almeno per i miei criteri. Di base è un perdente, un ex eroinomane che si ritrova a vendere la sua vita per una condizione di apparente benessere, rinnegando i suoi trascorsi. Ma, come spesso accade, ciò che rinneghiamo ci perseguita ed è ciò che avviene a Sennis. La sua crescita nel corso del romanzo è innegabile, anche se in qualche modo perversa e guidata dalla sua nemesi e futura moglie.

E ora veniamo alla donna, l’artefice di tutto il machiavellico intrigo che si dipana nel romanzo, Elisabetta Rumeo. Parlaci di lei.

Conosciamo Elisabetta solo attraverso le sue azioni, visto che le vicende del romanzo le vediamo solo attraverso gli occhi di Sennis. Di conseguenza, ciò che sappiamo all’inizio è che il protagonista non ha una buona opinione della sua compagna ma che probabilmente la sottovaluta. Quello che sappiamo alla fine è che l’ha sottovalutata molto.

Lo sai che leggere un romanzo in cui il protagonista è spiato, con cuffie e telecamere, ogni secondo della giornata, mi ha fatto venire un senso di claustrofobia e soffocamento? Da dove nasce questa trovata narrativa?

È qualcosa che terrorizza me per primo e sono contento di essere riuscito a trasmettere quest’angoscia. Viviamo in una società che ci spinge sempre di più a essere monitorati, in cui addirittura ci piace esserlo. Dove siamo, quello che facciamo, le persone che frequentiamo: tutto è registrato e il bello è che siamo noi volerlo. La cosa mi inquieta moltissimo. E credo anche Daniele Sennis sia d’accordo con me.

Va bene. Da’ ai nostri lettori un assaggio del libro “Il gioco della mantide”: riporta un brano qualsiasi, che possa suscitare l’interesse del pubblico.

«Sai una cosa?», domandò.
«Cosa?»
«Non avrei mai pensato che saremmo potuti arrivare a questo. Sapevo che la nostra era un’unione strana e tutto il resto. Ma mai avrei pensato che fosse così malata».
Rise.
«Cioè… stiamo per sposarci».
«Lo so», ammise lei, «per me è lo stesso».
Sennis attese qualche secondo prima di lasciarsi andare a una
risata amara. «Ancora provi a prendermi in giro?»
Lei si unì a lui, nella sua risata gioiosa, quasi fanciullesca. «Hai ragione», disse, «sapevo che sarebbe andata in questo modo  ancora prima di incontrarti. Ma se la cosa ti consola, per un  periodo di tempo ho pensato che si potesse evitare».
«Ne parli come se fosse qualcosa di estraneo da te».
«Be’, in parte lo è. Comunque non è questo il momento di
parlarne, non trovi?»
«Sono d’accordo con te. Adesso possiamo tornare al nostro  stupido gioco… che non è un gioco, vero?»
«Verissimo».

Infine dicci qualcosa sulla tua casa editrice, Nulla Die.

È una giovane casa editrice che sta lavorando sodo per diventare una realtà nel panorama italiano.

Tuoi progetti per il futuro?

A metà febbraio uscirà Ali Di Tenebra per la Plesio Editore, un urban fantasy con delle tinte horror.

Grazie. È stato un piacere intervistarti. Alla prossima.

Grazie a te, a presto!

:: Recensione di Se fossi Dio di Meg Rosoff

23 gennaio 2012

Tra le uscite per ragazzi nella collana Teens di Fanucci di questo inizio 2012 è presente un libro intitolato Se fossi Dio titolo originale There is no Dog. What If God Were A Teenage Boy? di un’autrice Meg Rosoff, amata dalla critica, pluripremiata, una piccola star della letteratura young adult. Non c’è violenza, non c’è un linguaggio volgare, né la minima traccia di tentativi di corruzione di minorenne non ostante questo il protagonista del libro, un Dio adolescente piuttosto incompetente e pasticcione, ha fatto sì che accuse di blasfemia fioccassero a turbare la placida esistenza dell’autrice. Leggo sul Telegraph infatti che una scuola cristiana ha cancellato un’apparizione della Rosoff accusando proprio il suo libro di contenuti blasfemi. Ora mi chiedo davvero l’intransigenza e la repressione è uno strumento atto a far sì che stuoli di ragazzini non si fiondino in libreria a comprare il succitato libello? Non sarebbe stato meglio accogliere la Rosoff e discutere con lei di Dio? In realtà temo che il tema del libro che più li ha turbati, a parte la supposta offesa dell’Altissimo, sia il modo scanzonato e anticonformista con cui l’autrice parla di sesso. E come si sa si ha soglie di assuefazione altissime quando si parla di violenza, crudeltà, brutalità e bassissime quando si parla d’amore con tutte le dovute cautele che l’autrice usa rivolgendosi ad un pubblico di adolescenti. Mi rendo conto che queste riflessioni sono più indicate ai genitori dei fruitori privilegiati di questo libro ed è anche evidente che il libro stesso può essere considerato per adulti, non a causa di presunti contenuti scabrosi, ma semplicemente perché la Rosoff ci parla dei nostri figli, di come si approcciano all’altro sesso, di come vivono il potere genitoriale e l’autorità, di cosa realmente li appassiona. C’è una riflessione profonda alla base di questo testo e ciò spiega i motivi per cui i quotidiani e i blog inglesi l’abbiano recensito con così tanto entusiasmo. Se Dio è capace di innamorarsi allora non è un Dio lontano e irraggiungibile. Se Dio vive gli imbarazzi e le insicurezze di un adolescente non fa più tenerezza e simpatia? Con umorismo e leggerezza la Rosoff parla di temi importanti, si diverte, diverte i suoi lettori e insegna la lezione più importante, che l’amore dopo tutto è la sola cosa che conta. Vi sembra poco?

Blog dell’ autrice http://www.megrosoff.co.uk/blog/

:: Recensione di Cul-de-sac di Alberto Custerlina

20 gennaio 2012

Innanzitutto vorrei iniziare questa recensione, anche se il termine un po’ mi sta stretto e preferirei sostituirlo con riflessione letteraria, con una doverosa premessa: non è il primo libro di Custerlina che leggo. Per cui ho già un’ idea precisa di Custerlina scrittore, tuttavia per apprezzare questo libro è necessario compiere un piccolo sforzo e considerarlo un’ opera unica e a sè stante. Solo così è possibile notare il terreno sconosciuto in cui si muove e lo sforzo sperimentale che lo sorregge. Custerlina è uno scrittore istintivo, lo si può amare visceralmente o odiare per le stesse ragioni per cui lo si ama. Non permette vie di mezzo, non permette compromessi. Il registro linguistico che utilizza, lo stile solo apparentemente dimesso ma in realtà profondamente letterario, nutrito di autori classici che vanno da Musil, a Joyce, a Buzzati, a classici del noir e dell’ hard boiled  come Manchette, Hammet, o Leonard, l’anima profondamente pulp che lo avvicina inesorabilmente al fumetto, al teatro d’avanguardia, al cinema,  e proprio quest’ ultima arte penso ne costituisca la cifra distintiva su cui mi soffermerò, tutto insomma fa di lui un autore profondamente radicato nel suo territorio e nello stesso tempo alieno nel panorama letterario italiano. In Cul-de-sac  poi azzarda un esperimento narrativo che portato avanti da mani meno capaci avrebbe raggiunto le connotazioni dell’azzardo, sorreggere tre storie separate che si intrecciano solo nel finale risoluzione di un climax narrativo costruito con perizia passo dopo passo. Il collante che rende le tre storie parallele convincenti è la scrittura densa, compatta, non scevra da una certa durezza che ben si addice al genere che Custerlina corteggia senza accettarne del tutto le regole e gli stereotipi. Tornando al cinema, la scrittura di Custerlina è fatta di immagini, di flash, di lampi visivi, se non visionari, che me lo rendono particolarmente vicino al mio modo di concepire la letteratura, anche io nel mio piccolo quando scrivo vivo di immagini e riuscire a trasmettere un’ immagine nella mente del lettore è qualcosa di assolutamente sorprendente. Custerlina ci riesce con pochi tratti, con poche misurate sfumature, fatte di colori, dettagli insoliti, sensazioni. Per completezza penso di dover dire due parole sulla trama e sull’ambientazione per cui inizio con il presentarvi Zeno Weber, ex militare, ex poliziotto, ex contractor, ex guardiano d’obitori, fisicamente un po’ fuori forma, sanguigno ed estremamente concreto, un po’ sfigato, che vive con il busto del duce in corridoio tanto per caratterizzarvi il personaggio. Un giorno sfortuna vuole che, perso il lavoro come vigilante in un supermercato, si trovi a chiedere aiuto ad un suo vecchio amico che gli procura un lavoretto senza impegno: pedinare tre esimi professionisti di Trieste intenti a mettere le corna alle mogli oltre confine. Direte voi una passeggiata, se non fosse che uno dei tre ha la malaugurata idea di farsi massacrare assieme alla sua famiglia nel salotto di casa. Zeno sospetta di essersi cacciato in un brutto guaio, una strada senza uscita, un cul-de-sac come precisa Roman Polanski nella citazione all’inizio del libro, e non ha tutti i torti, pian piano si dipana una matassa dai risvolti inaspettati con diramazioni internazionali che portano Trieste al centro di un commercio altamente pericoloso di uranio che dal Congo viaggia dritto dritto verso l’Iran. A tessere le fila un mafioso russo ormai condannato a morte da una malattia che non lascia scampo e i suoi scagnozzi, tutti tesi a recuperare una borsa piena di un milione di euro. Mafia russa, criminalità albanese, antiterrorismo, cacciatrici di taglie, chi più ne ha ne metta. Riuscirà Zeno Weber a salvare la pelle? Vi tocca leggerlo per scoprirlo. Ah dimenticavo Trieste, bellissima e maledetta, crocevia di criminalità, sferzata dalla Bora con i suoi palazzi asburgici, le villette liberty i caffè dagli ori antichi  e i quartieri periferici di grandi edifici “con l’intonaco tenuto assieme dai graffiti” e di capannoni industriali circondati da recinzioni di metallo zincato. Godibile la scena dello scagnozzo del mafioso russo nel mercatino di bancarelle di Brixton terrorizzato dai riti voodoo.