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:: Intervista a Paola Sironi a cura di Viviana Filippini

11 luglio 2012

Ciao Paola, piacere di ospitarti qui a Liberi di Scrivere, prima di parlare di Nevica ancora il tuo romanzo giallo – non solo per la copertina-  edito dalla Todaro editore, raccontaci un po’ di te, del tuo lavoro e della tua passione per la scrittura.

Ciao e grazie a voi di  ospitarmi nei panni di scrittrice: abito che ammetto di non poter vestire con regolarità, nel trambusto del mio quotidiano.  La maggior parte del mio tempo si divide tra lavoro in azienda e vita familiare o domestica. La passione per la letteratura e la scrittura riesco coltivarla solo nel tempo libero e, a volte, nei momenti in cui è necessaria una dedizione continuativa, strappando con le unghie a tutto il resto  ore di intima concentrazione. L’attrattiva per i libri mi accompagna fin dall’infanzia, con le prime letture ed è cresciuta in maniera esponenziale nel corso degli studi classici.
Non ricordo mi abbia mai abbandonato. Provare a scrivere è stata una conseguenza quasi immediata.
Mi sono esercitata per molti anni da autodidatta. L’impulso è sempre stato riuscire a raccontare  storie umane, esplorandone gli aspetti interiori e in particolare quelli meno prevedibili. Con un debole per la ricerca linguistica e il ritmo della narrazione. Ho impiegato molti anni, scartando diversi lavori, a trovare un’ispirazione e un metodo di lavoro che mi  permettessero di scrivere un romanzo proponibile a una casa editrice. E ho avuto la fortuna di vederlo pubblicato. Poi, per il successivo, ho trovato la strada già spianata.

Cosa ti ha ispirato la trama di Nevica ancora?

Nessun fatto di cronaca in particolare.  Nonostante io abbia scelto di raccontare indagini su crimini comuni, non ho l’abitudine di seguire la cronaca nera: m’infastidisce troppo la morbosità con cui viene trattata mediaticamente. L’ispirazione mi è venuta da semplice osservazione della realtà a me circostante. Ho provato a inserirci la sparizione di una donna, con un retroscena che contrastasse con l’immagine che gli altri si erano fatti del soggetto, e un delitto  in qualche modo collegato alla scomparsa di questa persona. Il resto della storia l’ho costruito attorno a questi due elementi. Il fatto che poi, a lavoro già concluso, si siano verificate anche piccole coincidenze con fatti di cronaca reali, l’ho trovato solo una dimostrazione che la storia fosse plausibile.

Quanto c’è in te di Flaminia?

Indubbiamente lo stile di vita. Entrambe abbiamo il nostro carico familiare e siamo lavoratrici pendolari dalla provincia a Milano, un po’ insofferenti alla frenesia dei perpetui spostamenti, piuttosto caratteristici della zona in cui viviamo. Ci differenziano solo qualche chilometro di distanza da Milano in più per Flaminia e una ventina d’anni in più per me. Ma il personaggio di Flaminia non è strettamente autobiografico, è una riuscita combinazione di alcune donne che ho conosciuto nella mia vita, tutte con una propria atipicità in un insieme apparentemente comune. E in qualche modo Flaminia è emblema della donna contemporanea, in transito verso un’emancipazione non ancora del tutto compiuta, ma nello stesso tempo soggetto consapevole, ormai lontano dal rappresentarsi come involucro patinato.

Flaminia Malesani vive con Massimo, Valerio e Fabio. Come è il rapporto tra fratelli ora che sono orfani?

Conflittuale, ma con radicati rapporti di dipendenza reciproca.
In sostanza sono riusciti a ricostruirsi un nucleo familiare che, pur nella sua originale composizione, replica un’organizzazione  tradizionale, con le figure più adulte di Fabio e Flaminia e quelle più adolescenziali di Massimo e Valerio. Anche se la giovane età di tutti e quattro comporta inevitabilmente che il nido domestico sia praticato con discontinuità e, nello stesso tempo, sia abitualmente invaso dall’ avvicendarsi di ospiti più o meno attesi, creando spesso un’atmosfera da pièce teatrale, dove non si sa mai chi può entrare dall’entrata principale o chi potrebbe nascondersi dietro una porta chiusa.

Flaminia è l’unica donna in casa  Malesani. Quanto impegnativo è il suo ruolo nella famiglia tra legami di parentela, lavoro, faccende domestiche e amori personali?

Impegnativo, nel caso di Flaminia, è quasi un eufemismo. Non c’è tregua nell’alternanza di doveri e vita familiare e sociale. E le capita saltuariamente di sentire la mancanza di ragionevoli pause.  Soprattutto in questo aspetto è più che mai emblema della donna contemporanea, tuttora divisa tra realizzazione personale e ruolo tradizionale, di cui è ancora  incapace di delegare buona parte del carico.  Come unica figura femminile all’interno del suo nucleo familiare, è anche un po’ metafora della quotidiana sopravvivenza delle donne  in un mondo  coniugato al maschile.

Il tuo è un giallo ambientato nella quotidianità, perché hai scelto la vita di ogni giorno  e non un situazione particolare per creare il tuo lavoro?

Come accennavo all’inizio, m’incuriosiscono gli spunti insoliti che offre la quotidianità, mi piace sviscerarne i retroscena e, quando nel mio percorso da lettrice ho incontrato  il genere giallo, l’ho trovato particolarmente consono a svolgere questo compito. Dietro a ogni delitto comune ci sono storie di uomini e donne che s’incrociano e ne hanno condizionato l’attuazione. Ed è solo ripercorrendo le storie personali che si può comprenderne le ragioni.

Tutto ruota attorno ad un scomparsa, quella di Evelyn Villaluna, ma poi la situazione precipita con la scomparsa  della cugina di Evelyn e con il ritrovamento di un cadavere legato alla famiglia dei filippini. Perché l’inserimento di un omicidio?

Penso che la scelta dell’omicidio sia inevitabile per un romanzo giallo.  Io non sono particolarmente dogmatica, per dare un ordine d’idee annovero I fratelli Karamazov  tra i migliori noir che siano stati scritti, però credo che un romanzo giallo non possa comunque prescindere da un omicidio e dall’indagine che ne consegue.  La ricerca dell’omicida è strettamente legata a quella della verità ed è un gioco basilare che s’instaura tra narratore e lettore.

Gianluca, il figlio adolescente dei Villaluna, come vive la scomparsa della madre?

Gianluca è uno dei tanti personaggi contraddittori che si muovono all’interno di  questa storia, però l’unico giustificato dall’età. Nella sua rappresentazione dei fatti, manifesta il bisogno di attribuire la scomparsa della madre a dei nemici esterni. Probabilmente, come molti altri attori della storia, si  costruisce una sua verità su misura e la sfida investigativa è proprio cogliere nelle incoerenze di tutti le cause scatenanti.

Flaminia e Massimo indagano sulla scomparsa della signora Villaluna. Come è il rapporto tra i due fratelli quando vestono i panni dei detective?

Normalmente è caratterizzato dalla compresenza di una complicità mai dichiarata, con la contrapposizione tra due personalità divergenti, eppure complementari nello svolgimento delle indagini.
In Nevica ancora il rapporto di fiducia tra i due fratelli s’incrina, per motivi che verranno alla luce solo nel finale e i loro percorsi si separano momentaneamente. Uno dei due potrà contare su un vantaggio che lo condurrà alla soluzione del caso, ma gli eventi porteranno Flaminia e Massimo a essere di nuovo insieme ad affrontare il triste epilogo.

Massimo non è un investigatore di professione, il suo lavoro in realtà è ben diverso, ma perché ha questo bisogno di indagare e risolvere enigmi prima delle forze dell’ordine?

Massimo è a tutti gli effetti un gigolò ed è solito  usare l’attività di detective privato come paravento. Si dimostra sempre poco interessato al lavoro regolare e preferisce condurre una vita comodamente adagiata sulla sua abilità seduttiva. Sembra trovare una capacità di dedizione responsabile solo nella conduzione di alcune indagini selezionate. Mosso sia da una competitività da dominante, che lo spinge ad anteporsi e voler anticipare il lavoro delle forze dell’ordine, sia da una cinicamente dissimulata ricerca di giustizia, con tratti  d’inattesa serietà e competenza.

Il dramma familiare che ha colpito da vicino i Villaluna porta Evelyn a riavvicinarsi al marito Arnel. Tra loro sarà di nuovo la passione di un tempo o solo un legame di solidarietà per sostenersi a vicenda nel dolore?

Nel corso del romanzo, in cui affetti e sentimenti positivi o negativi giocano un ruolo fondamentale,  si alternano molte relazioni di coppia. Diverse favorite dalla sola presenza di Massimo e dal suo inesauribile spirito adescatore. Tra tutte, alla fine, sopravvivono quelle meno passionali, fondate su legami di solida compensazione. Non è una regola, è quello che succede in questa storia.  Sicuramente il rapporto tra Evelyn e suo marito rientra in questa categoria.

C’è un elemento che ritorna in modo continuo nella narrazione ed è la neve. Quale è la sua funzione? E’ un semplice agente atmosferico tipico dell’inverno o ha più una funzione metaforica di quell’elemento che copre e nasconde i drammi che possono investire la vita tranquilla e pacata di  una famiglia?

L’atmosfera meteorologica l’ho scelta a seguito di una serie di stagioni invernali, caratterizzate da un incremento della frequenza dei fenomeni nevosi in pianura Padana.  Soprattutto nelle zone ad alta densità di popolazione, come la mia, l’impatto risultava sempre deleterio ed ho trovato divertente far muovere i personaggi tra i disagi causati da un elemento naturale, che nel nord Italia dovrebbe essere assimilato nelle abitudini e nella gestione delle infrastrutture, ma curiosamente non lo è mai.  Riusciamo ogni volta a farci trovare impreparati. A parte la questione aneddotica, dal punto di vista letterario, la neve per me è inevitabilmente associata al racconto I morti di James Joyce e all’immagine della nevicata che cade sui vivi, come sui morti, parificandoli e sovrapponendoli, in una realtà dove il condizionamento dei morti sui vivi  risulta essere ineluttabile.  Nessuna pretesa così elevata, ovviamente, ma in Nevica ancora il passato esercita un’influenza determinante sui comportamenti di alcuni personaggi E la neve è una costante che sembra tornata a riproporsi assiduamente, come nel passato.

Flaminia e Co. saranno protagonisti di un prossimo romanzo?

Sì, ci sto lavorando.  Questa volta i fratelli Malesani sfioreranno anche  un’inchiesta importante e affronteranno un caso legato a uno dei temi collettivi, a mio parere, più  rilevanti.
Nell’indagine, oltre a Massimo e Flaminia, sarà coinvolto fattivamente anche un altro dei due fratelli, ma vi lascio con la curiosità di scoprire quale.

:: Recensione di Nel tempo di mezzo di Marcello Fois (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto

10 luglio 2012

Ottobre 1943, un ragazzo intraprende un viaggio che dalla fredda Trieste lo porterà in Sardegna fino a Nuoro. Vincenzo Chironi, questo il suo nome, dopo un’ estenuante traversata in barca mette piede a terra nel porto di Olbia. Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale. Vincenzo ha l’età per esser chiamato al fronte, eppure non viaggia come soldato. Ma non è nemmeno un disertore, un partigiano. È un semplice cittadino, che si è messo in cammino per andare incontro al proprio destino.
Vincenzo cresce e studia in un orfanotrofio di Trieste. È stato lasciato lì in tenerissima età dalla madre. Di lei ha qualche ricordo annebbiato, nulla di più. Un giorno arriva un notaio che gli comunica la vera identità del padre: un eroe della prima guerra mondiale, ucciso mentre compiva il suo dovere, di Nuoro. Al piccolo Vincenzo la Sardegna sembra ancora troppo lontana. La sua vita è lì, in istituto. Perché dovrebbe andare alla ricerca dei suoi parenti rimasti in vita?
Dovranno passare anni prima che Vincenzo si decida ad andare alla scoperta delle proprie radici.
Arriva così a Nuoro, dove di parenti gli sono rimasti solo il vecchio nonno e la zia vedova. I Chironi appartengono a una stirpe recente di Nuoro. Sono benestanti, la miseria della guerra non sembra aver scalfito la loro ricchezza. Eppure non sono felici. Di una grande famiglia sono rimasti solo due membri. Il fato e la morte si sono portati via un pezzo dopo l’altro fino a lasciare solo un anziano fabbro che vive di ricordi e una triste donna alla quale hanno ucciso marito e figlia davanti agli occhi.
L’arrivo di Vincenzo stravolge completamente le loro vite. La felicità di ritrovare un parente, di cui non conoscevano nemmeno l’esistenza, porta un’irrefrenabile voglia di ricominciare, di provare ad essere nuovamente felici.
Quel nipote perfetto era stato il germoglio che convince il giardiniere a salvare l’ intera pianta quando ormai la credeva perduta[1]. E all’inizio è proprio così. Grazie a Vincenzo l’officina di famiglia riapre. Il nonno riprende il suo lavoro e la zia ha finalmente qualcuno di cui prendersi cura. Passa qualche anno e Vincenzo si sposa con la bella e giovane Cecilia. Se si trattasse di una fiaba questo sarebbe il momento del E vissero tutti felici e contenti. Ma la vita non è sempre una favola. Ad alcune persone non è riservato il lieto fine. Quando tutto sembra andare per il meglio ecco che il destino bussa alla porta di Vincenzo per fare i conti anche con lui. Nemmeno lui può scampare al tragico fato dei Chironi, destinati ad essere ricchi ma non felici.
A far da sfondo alle tristi vicende dei Chironi è una Sardegna del secondo dopoguerra dilaniata dalla miseria, dalle cavallette e dalla malaria. Una Sardegna che prova a rialzarsi in piedi, proprio come i Chironi. Ma se il destino dell’isola è quello di riprendersi lentamente, quello della famiglia è invece quello sì di rialzarsi, ma per precipitare poi nell’abisso più profondo.
Marcello Fois, finalista  al Premio Strega di quest’anno, ci racconta di un uomo che va incontro a un ineluttabile destino. Se inizialmente Vincenzo sembra sfuggire ad esso rimanendo in orfanotrofio per qualche anno, la voglia di conoscere il suo passato, di scoprire le proprie radici, lo porteranno in Sardegna dove il suo destino si compirà. È già stato scritto tutto. Vincenzo non può far altro che mettersi in viaggio e andare incontro a quello che la vita ha riservato a lui.
Nonostante le tragedie, nonostante le perdite, la sofferenza e la violenza con cui il fato dei Chironi si compie, una speranza c’è. E quella speranza si chiama Cristian.


[1] Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Torino 2012, pag. 177

:: Un’ intervista a Cristiana Astori

7 luglio 2012

Grazie Cristiana di aver accettato questa intervista e benvenuta su Liberidiscirvere. Iniziamo subito con le presentazioni. Descriviti come se fossi un personaggio uscito da un film in bianco e nero degli anni 40.

Anni Cinquanta vale lo stesso? Mi sento molto vicina al personaggio di Gloria Grahame ne Il grande caldo di Fritz Lang, la donna dal viso per metà sfigurato dal caffè bollente. In lei convivono due parti, l’aspetto buono e la sua metà oscura che si intrecciano e confondono. Così mi sento quando scrivo.

Come è nato il tuo amore per la scrittura e per il cinema?

Quello per la scrittura ce l’ho dentro fin da bambina, ed è venuto di conseguenza alla mia passione per la lettura. Già alle elementari passavo ore a leggere alla biblioteca del mio paese, poi cercavo di imitare le storie che leggevo scrivendole su quadernetti o sulla Olivetti di mio nonno. Anche quello per i film mi è nato quand’ero piccola, non tanto per quelli visti quanto per quelli che avrei voluto vedere e di cui mi inventavo le storie, osservando le locandine del cinema di fronte a casa mia.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti? Se sì, dove hai trovato la forza per continuare a seguire la tua strada?

A dire il vero non ho avuto troppa difficoltà a pubblicare racconti su antologie o riviste, quanto a far apprezzare il mio romanzo. “Tutto quel nero” ha ricevuto parecchi rifiuti con la critica di non essere commerciale perché tratta personaggi e tematiche diverse dal solito best-seller, ed è una contaminazione tra generi diversi. La mia idea di scrittura però è proprio questa: non ricalcare un’ondata preesistente, ma seguire quello che mi passa per la testa, ovviamente sempre con l’occhio a chi legge. E per fortuna a forza di tener duro qualcuno ci ha finalmente creduto, e di questo ringrazio Alan D. Altieri e Franco Forte.

Pensi che il tuo essere donna ti abbia penalizzata o avvantaggiata all’inizio della tua carriera o ritieni che quello che conta sia il talento e uomini e donne abbiano le stesse possibilità?

Se il mondo dell’editoria e i lettori stessi manifestano o hanno manifestato pregiudizi nei confronti delle donne, posso dire di aver avuto la fortuna di non esserne stata toccata. Ho avuto modo di notare attraverso la pagina di Facebook e le lettere ricevute che il pubblico di Tutto quel nero è indiscriminatamente di entrambi i sessi, con una prevalenza maschile, nonostante la protagonista del libro sia una donna. Credo che ciò che conta sia la storia e il modo di raccontarla; certo, se scrivessi romanzi rosa sarebbe diverso, ma per fortuna il genere di cui mi occupo vanta precedenti illustri come Mary Shelley e Agatha Christie.

Traduttrice, sceneggiatrice e scrittrice. Da profana penso che il lavoro di traduttrice sia una dura scuola, cimentarsi con grandi come Richard Stark, Jeffery Deaver e Jeff Lindsay tra gli altri, penso implichi una grande organizzazione, una severa disciplina e un’assoluta dedizione. In che misura questo background importante ha influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Indubbiamente un buon traduttore dovrebbe possedere tutte e tre queste caratteristiche. Per conto mio pecco decisamente della prima e mi tocca supplire con una dose maggiore delle altre due, trovandomi spesso a lavorare a orari impossibili e a consegnare un minuto prima della scadenza (ma mai in ritardo, precisiamo!).

Da traduttrice quale è stato il consiglio più prezioso che hai ricevuto?

La mia gratitudine più totale va ad Andrea Carlo Cappi che mi ha pazientemente insegnato tutti i ferri del mestiere. Un consiglio sopra tutti: mai leggere il romanzo prima di tradurlo, altrimenti se sai già come va a finire il lavoro diventa di una noia mortale, e la traduzione stessa ne risente.

Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato, quelli da cui hai imparato lezioni fondamentali?

Stephen King, Richard Stark, Alessandro Manzoni, Edgar Allan Poe, Joe R. Lansdale, Joyce Carol Oates. E alcuni registi.      

Parlami del tuo processo di scrittura. Come operi: scrivi una scaletta, procedi per immagini, lasci che il flusso di coscienza scorra libero?

Entrambe le cose. A volte parto da un’immagine, o da un’atmosfera, poi costruisco una scaletta di massima con finale prefissato. Ma amo le digressioni durante il viaggio.

Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale o alcuni film in particolare hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Sicuramente mi ispiro parecchio al cinema. Amo lo stile visivo che mostra anziché spiegare, infatti mi piace esprimere emozioni e punti di vista attraveso i dialoghi e soprattutto le immagini. Spesso la costruzione dei periodi è ispirata ai movimenti di macchina: frasi brevi e secche per riprodurre un montaggio rapido e alternato e periodi più lunghi e articolati per i piani sequenza. Il regista che mi ispira di più a livello stilistico, ma anche di contenuto è David Lynch; poi molto cinema degli anni Settanta, i gialli di Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Mario Bava e Dario Argento. E quel gioiellino di Charles Laughton che è La morte corre sul fiume.

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Ci sono state critiche costruttive che ti hanno spinto a modificare il tuo lavoro, magari fatte da persone che stimi, che ti hanno arricchito?

La mia speranza è che il romanzo successivo sia sempre migliore del precedente, altrimenti vuol dire che non c’è stata evoluzione. E l’evoluzione viene sempre dal feedback di critici e lettori. Dunque ben vengano le critiche se sono motivate e non fini a se stesse. Per esempio mi è stato detto da alcuni che in Tutto quel nero ci sono troppi flashback (che ammetto sono sempre stati la mia fissazione, fin dai racconti de Il re dei topi), e ho seriamente deciso in questo nuovo romanzo di sperimentare un tipo di narrazione più semplice e scorrevole di quella precedente.

Preferisci l’horror o il noir? E soprattutto c’è reale differenza tra i due generi?

Entrambi sono un modo di raccontare la dimensione oscura della nostra esistenza. La differenza è che nell’horror si ricorre al soprannaturale, mentre nel noir no. Io sono per una contaminazione tra i due generi, ma preferisco comunque mantenermi sul realistico e raccontare di orrori della mente, un ibrido tra Edgar Allan Poe e Jim Thompson se vogliamo. Non disdegno comunque raccontare storie di mostri, ma sempre mantenendo un aggancio alla realtà, senza sconfinare nel fantasy puro.

Quanto è importante la scelta di un buon titolo? Potresti farmi un esempio pratico e parlarmi dei titoli che hai amato di più?

Sicuramente un buon titolo conta. A mio parere dovrebbe contenere un che di folle ed evocativo che ti stuzzica, ma essere sufficientemente indeterminato da farti venir voglia di approfondire. Tra i miei preferiti: Il lungo addio di Raymond Chandler, Nella mia fine è il mio principio di Agatha Christie (anche se qui è opera del traduttore), Qualcosa che brucia di Gianfranco Bettin e  Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Philip K. Dick.

Quale è la migliore collezione di racconti che hai letto?

Maneggiare con cura di Joe R. Lansdale e A volte ritornano di Stephen King.

Per il Giallo Mondadori hai pubblicato nell’ottobre 2011 Tutto quel Nero. Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ho visto il Dracula di Jess Franco, la scena in cui Christopher Lee morde Lucy/Soledad Miranda. Lo sguardo di lei mi ha inquietato più di quello del Conte e ho sentito un forte impulso a celebrarla in una storia in cui anche quell’attimo venisse catturato. Sonno partita dalla forte malia che sprigionava la Miranda e dal senso di vertigine che suscita l’eros quando si confonde con thanatos.

Hai pubblicato racconti su varie antologie tra cui Notturno alieno, Eros&Tanatos, La sete, Anime nere reload. Quale è il segreto di un buon racconto?

Un incipit che catturi, un colpo di scena finale e, se c’è lo spazio, un personaggio intrigante che resti nel cuore.

L’antologia Il re dei topi ed altre favole oscure, edito da Alacran ha addirittura avuto le lodi di Joe Lansdale. Ci vuoi raccontare come è andata?

L’avevo incontrato anni fa al Noir in Festival di Courmayeur e, dopo aver scoperto la comune passione per i fumetti, gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto mandargli alcuni miei racconti tradotti. Quando ho ricevuto i suoi apprezzamenti sono rimasta senza parole e a pensarci adesso ancora mi emoziono; Lansdale è infatti uno dei miei autori caposaldo, ne apprezzo la capacità affabulatoria, le metafore sempre incisive e l’ironia che anziché distanziarti dalla storia ha il potere di coinvolgerti ancora di più.

Da poco hai pubblicato in formato eBook per MilanoNera il racconto Il buono, il bruto e la bionda. Ce ne vuoi parlare? E più in generale cosa pensi degli ebook?

BBB è il primo esperimento di slasher letterario, ovvero il tentativo di ricreare su carta quei film horror americani in voga negli anni Ottanta come Venerdì 13, Nightmare, Non aprite quella porta, ovviamente in spirito parodistico e con un finale a sorpresa. Un racconto politicamente scorretto (e di chiara ispirazione lansdaliana) da divorare al sabato sera, davanti a una maxi porzione di popcorn… L’ebook è il mezzo ideale per  un’operazione simile perché permette di diffondere racconti one shot slegati da antologie; non sono però un’integralista della tecnologia, specie perché adoro l’odore della carta stampata e la sua consistenza. Voto dunque per la coesistenza dei due supporti!

L’intervista è finita nel ringraziarti per la tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti attualmente quali sono i tuoi progetti. Stai traducendo, stai scrivendo un nuovo libro?

Ho da poco tradotto una storia di zombie molto particolare che nello stile e nell’ambientazione ricorda Cormac McCarthy e sono ora impegnata nella scrittura di un nuovo romanzo, ma per scaramanzia non rivelo altro…

:: Un’ intervista a Giorgio Manacorda (Il corridoio di legno, Voland)

4 luglio 2012

Benvenuto, Professore,  su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Docente universitario, critico letterario, poeta, romanziere. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Giorgio Manacorda?

Buona domanda. Ho fatto tante cose nella vita. Mi annoio dopo che ho imparato. Scrivo, dipingo anche. Forse sono un ragazzo che non vuole crescere e vuole sempre imparare.

Ci parli di come è nato il suo amore per la letteratura e la poesia in particolare.

Non ci ho mai pensato. Ero un bambino molto malato. Così leggevo. Ho precocemente letto tutta la romanzeria mondiale. Poi da ragazzo, sui 13 anni, sono guarito, sono andato fuori casa in collegio e non ho letto più niente fino ai 18 anni quando ho iniziato a scrivere versi. Forse un ruolo l’hanno giocato Heine e Kleist, letti a scuola. Comunque in quel periodo ho ripreso a leggere, forse perché ho iniziato a scrivere. Il mio amore per la letteratura è iniziato così.

Docente di germanista: in che misura il nazismo o meglio l’opporsi a questa ideologia ha influenzato la letteratura tedesca contemporanea?  

Il problema non è stata l’influenza, ma come dimenticare. Ma dimenticare è impossibile. Dopo il secondo dopoguerra i giovani scrittori si sono trovati davanti ad un deserto. Ma anche con grandi poeti, anche compromessi, penso a Benn. Molti scrittori che erano andati in esilio sono tornati in Germania, sono nate le prime riviste, tutto è ricominciato.

Quali sono i suoi autori preferiti, quelli che la hanno maggiormente influenzata?

In assoluto Kafka che considero il più grande autore del Novecento. Per quanto riguarda la poesia, sempre restando in Germania, Rilke e Gottfried Benn. In Italia Pasolini e Montale.

Mi parli del suo processo di scrittura. Come opera? Scrive una scaletta, procede per immagini, lascia che il flusso di coscienza scorra libero?

Mai scritte scalette, non solo per i romanzi ma neanche per i saggi critici o teorici. Quando scrivo scatta qualcosa, è un processo analogico, per immagini. Non fa differenza che scriva una poesia, un saggio, un romanzo, il processo è sempre lo stesso. C’è un termine fuori moda che userei: l’ispirazione. Seguo l’ispirazione. Poi naturalmente rivedo ciò che ho scritto, procedo ad un lavoro di limatura, di pulitura, pulisco la struttura ma non riscrivo mai una pagina da capo. Molti scrittori lo fanno, io se non riesco a scrivere bene una pagina la prima volta non ci ritento, sarebbe inutile.

Ha esordito in letteratura con il romanzo Il corridoio di legno (Voland). Ce ne vuole parlare. Da cosa nasce questo libro?

Questo libro ha avuto una gestazione lunghissima. Ho iniziato a scriverlo negli anni 80. L’ispirazione nacque dopo aver letto Per questa notte, edito mi pare da Feltrinelli, di un autore sudamericano Juan Carlos Onetti. E’ un libro molto cupo, parla di terrorismo, servizi segreti, etc… Ha fatto scattare qualcosa in me, la certezza che il terrorismo ha posto fine alla rivoluzione. Ho fatto i conti con la mia formazione, provengo da una famiglia di intellettuali comunisti che credevano in certi ideali. Il corridoio di legno è stato la mia palestra, mi ha dimostrato che ero capace, potevo  scrivere anche narrativa.

Ci parli della sua avventura allo Strega. Per un esordiente è una bella soddisfazione vedere il proprio libro proposto, anche se poi non è arrivato nella cinquina finale. Se avesse vinto a chi avrebbe dedicato la vittoria?

L’avrei dedicata alla mia compagna Ursula che non c’è più, è mancata a dicembre e non ha potuto vedere l’uscita del libro. Ma il libro è già dedicato a lei, che ne ha seguito con affetto critico la lenta gestazione. Quanto al Premio Strega, è solo un gioco, comunque ho perso onorevolmente, sono stato il primo escluso. Va bene così.

Il corridoio di legno ha un’ ambientazione immaginaria. Perché questa scelta?

Me lo sono chiesto anche io non avendo fatto scalette. Diciamo che i terroristi hanno sofferto di un certo scollamento nato dal fatto che quando si vuole fare una rivoluzione ci si vuole opporre ad una dittatura, ad un regime autoritario. In Italia negli anni 70 questo non c’era, nel bene o nel male c’era una democrazia. Nei loro proclami le Br parlavano di dittatura delle multinazionali, etc… ho voluto mettere in scena i loro desideri, prospettare uno scenario che giustificasse davvero una lotta armata. E’ una metafora, tutto il libro è una metafora.

Tratta temi seri e difficili: il terrorismo, le origini del male e della violenza. Ma l’uomo è fondamentalmente malvagio, senza speranza di riscatto?

Assolutamente sì. Ci ho creduto da giovane, che fossimo perfettibili, non a 70 anni. Al di là del contratto sociale c’è la barbarie.

Quale è la sua scena preferita, quella che racchiude il senso del romanzo?

Non lo so davvero. Ho un rapporto molto particolare con ciò che scrivo. Mi prenderai per matto ma non mi ricordo un gran che di quello che scrivo. Considera che non mi ricordo a memoria neanche un verso di una mia poesia. Certo a grandi linee so di cosa parla il mio libro. (Sorride). Se proprio devo scegliere una scena direi il finale che non ti dico. Forse perché c’è un piccolo spiraglio di luce.  

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Per ora ancora no. Ci sono agenti stranieri molto interessati. Chissà. Una traduttrice, che ha vinto una grande premio in America e conosce anche molto bene l’italiano perché suo marito è italiano, ha fatto spontaneamente un saggio di traduzione. E’ un buon inizio. Vedremo.

In che misura le ideologie condizionano l’uomo, e offuscano la sua capacità di ragionare e compiere scelte liberamente? Cos’è la libertà?

Il concetto di ideologia credo sia necessario definirlo un attimo e spiegarlo. C’è il concetto marxiano di falsa coscienza,  di falsa percezione della realtà e questo offusca realmente la capacità di ragionare e compiere scelte liberamente. Poi c’è il concetto di visione del mondo, Weltanschauung in tedesco, e chi non è ha una. L’uomo da un senso alla sua vita tramite la sua visione del mondo. E ciò che ci distingue dagli animali, dare un senso alla nostra vita.  La libertà poi è un concetto relativo, diciamo che in una democrazia ci sono le libertà. Poi dovrei essere un filosofo per risponderti più esaurientemente e forse anche un filosofo non riuscirebbe a trovare una definizione di libertà.

Ci parli di Pasolini. Un ricordo insolito, un aneddoto che ama ricordare.

Gli devo molto. Ho imparato tante cose da lui, ho pubblicato le mie prime poesie grazie a lui. E’ così che ci incontrammo. Ad un incontro gli diedi le mie poesie e lui, il giorno dopo, mi chiamò a casa sua e mi disse che gli erano piaciute. Era molto timido, anzi eravamo molto timidi entrambi, non facevamo grandi discorsi, sì si parlava di letteratura, di politica ma tra noi c’erano anche grandi silenzi. Aveva casa all’Eur, dalle vetrate di casa sua si vedeva la campagna, non so se ci sia ancora. Cenavamo fuori alla Carbonara in Campo dei Fiori. Era un uomo piuttosto serio, non era uno che faceva battute questo no. Non era allegro, ma neanche triste o meglio forse un fondo di tristezza ce l’aveva. Se vuoi un aneddoto: gli ho presentato Enrique Irazoqui, il Cristo del Vangelo Secondo Matteo. Enrique era spagnolo e fuggiva dal franchismo. Era venuto in Italia per raccogliere fondi per la sua causa. Io, a quel tempo, ero nella Direzione nazionale dei Giovani Comunisti, avevamo 25 o 26 anni, ed Enrique venne da me in cerca d’aiuto. Così lo presentai a Pasolini. Lo guardò e gli chiese se volesse fare del cinema. Enrique disse di no; lui a quel tempo mi pare studiasse economia. Ma Pasolini lo convinse. Gli chiese: cerchi finanziamenti? Se reciti in questo film i soldi che guadagnerai li potrai usare per fare la tua rivoluzione.

Ha pubblicato otto libri di poesia, il più recente è Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974-2007), Scheiwiller 2009. Cosa distingue la buona poesia dalla cattiva poesia?

Devo leggerla una poesia per sapere se è buona. Forse sai che mi sono occupato di critica poetica. Non ci sono regole generali, ma per chi ha orecchio si vede subito se un testo è valido. Diciamo che una caratteristica della poesia mediocre è la banalità delle metafore.

Infine per concludere, nel ringraziarla per la sua disponibilità, può anticiparci i suoi progetti futuri?

Pubblicare quello che ho nei cassetti. Piano, piano. Sono in pensione ma non ho mai lavorato così tanto. Certo non timbro il cartellino, ma dirigo una rivista e sono nel Consiglio di amministrazione dell’ Istituto Italiano di Studi Germanici. Me ne occupo molto.

:: Recensione di L’ultimo giorno di Glenn Cooper (Nord, 2012) a cura di Viviana Filippini

3 luglio 2012

Non c’è nessuna lunga serie di date, non ci sono antichi segreti trascritti da scrivani con i capelli rossi, non  ci sono le primitive pitture rupestri del Perigord e nemmeno i lemuri che nel corso dei secoli si tramando i loro saperi per imporsi sul mondo. L’ultimo giorno, il nuovo romanzo di Glenn Cooper interamente ambientato nel presente,  è uno specchio su un mondo in crisi, dove l’umanità è del tutto disorientata riguardo al domani e nel quale si manifestano decessi improvvisi  fomentati dalla messa in atto concreta di un messaggio diffuso su scala mondiale da un certo Alex Weller. Chi è Alex Weller? Weller è sì un pozzo di sapienza, ma allo stesso tempo incarna la figura dello “scienziato pazzo” con un tragico passato alle spalle, capace di scatenare in lui la ricerca ossessiva del liquido cerebrospinale e di droghe sintetiche simili ad esso. Weller compie questo avventato e brutale percorso di analisi spinto da un trauma infantile che lo ha segnato per sempre: nel 1988 a Londra durante il ritorno da un partita di calcio, l’auto sulla quale il piccolo Alex viaggiava con il fratello e i genitori fu coinvolta in uno spaventoso incidente, del quale lui ricorda una strana luce, anzi un fiume luminoso, che lo separava dal padre in piedi sull’altra sponda e pronto ad accoglierlo a braccia  aperte. Poi, il risveglio improvviso tra le lamiere contorte del mezzo, la scoperta della morte dei genitori e il bisogno mai sopito di riviere l’esperienza di premorte. Nell’oggi dove il medico vive si sviluppano una serie di omicidi di uomini e donne sempre più giovani, tutti accomunati dalla presenza di un forellino in testa. Le morti sono il segno concreto della presenza di un serial killer a Boston e il detective Cyrus O’Malley comincia una serrata indagine che lo porterà a sommare tutti i suoi sospetti attorno alla inquietante figura di Alex Weller. Una intuizione che travolgerà O’Malley e la sua famiglia, sconvolgendone il già fragile equilibrio, mentre nel resto dell’America e del mondo prenderanno il sopravvento una strana droga chiamata “bliss” e una scia infinita di suicidi. L’ultimo giorno è un thriller ad alta tensione, nel quale Cooper  inserisce diverse  riflessioni su quello che caratterizza la nostra società contemporanea afflitta da un decadenza tale da destabilizzare l’economia e le relazioni sociali. L’atto e l’appello di Alex Weller sono un gesto di ampiezza mondiale, con il quale si rivolge a tutti smuovendo le masse, indistintamente dalla cultura, dalla religione e dalla politica. Lui desidera diventare un punto di riferimento universale, un modello da emulare e per questa ragione utilizza ogni possibile canale di comunicazione per diffondere il suo pensiero estremo nel globo terreste. Cooper non si limita a raccontare un’indagine poliziesca, ma fa luce sull’esistenza di gruppi e sette orientate alla scelta di esperienze estreme, come traguardo di vita  e ci sono fatti di cronaca storica a documentare queste realtà. Non solo.  Lo scrittore americano ci porta dentro alle pieghe più nascoste dell’animo umano, permettendoci la percezione dei pensieri emotivi che passano nella testa della piccola Tara affetta da una malattia incurabile; allo stesso tempo entriamo nell’animo addolorato di suo padre – Cyrus O’Malley- conscio del rapido decorrere del male della figlia e minato da un chiodo fisso che lo spinge a dare la caccia a Weller. Per non parlare poi della massima urgenza di Alex Weller a rivivere l’esperienza traumatica dell’infanzia, a tal punto incombente da indurlo a  compiere azioni violente per ottenere ciò che desidera, imponendo agli altri la sua sperimentazione come prova necessaria per trovare – secondo la sua contorta visione – la pace esistenziale assoluta. Glenn Cooper ne L’ultimo giorno riesce a creare la suspense e la giusta tensione che spingono noi lettori a leggere pagina dopo pagina per sapere come andrà a finire, ma non basta, perché allo stesso tempo ci pone sotto il naso una delle questioni che assillano l’uomo fin dalle origini: esiste qualcosa dopo la morte?  Il tutto attraverso un intreccio caratterizzato dalla convivenza di credenze millenarie della  fede con i nuovi ritrovati scientifici. Il risultato è un romanzo ben costruito e coinvolgente grazie alla bravura e competenza in materia di Cooper che, oltre ad essere un romanziere di fama mondiale, è un esperto di biotecnologie, con una laurea in archeologia, un dottorato in medicina e con una particolare fascinazione per la psicologia e la filosofia. Tutti ingredienti miscelati tra loro con una tale perfezione da rendere L’ultimo giorno un libro ricco di emozioni, di inaspettati colpi di scena e di riflessioni sull’agire del genere umano.

Glenn Cooper è nato a New York e rappresenta uno straordinario caso di self-mademan. Dopo essersi laureato con il massimo dei voti in Archeologia ad Harvard, Cooper ha scelto di conseguire un dottorato in Medicina. È stato presidente e amministratore delegato di una delle più importanti industrie di biotecnologia del Massachussett, ma a dimostrazione della sua versatilità, è diventato poi sceneggiatore e produttore cinematografico. Si è imposto come autore di bestseller internazionali con la Biblioteca dei Morti, il Libro delle Anime, la Mappa del destino e il Marchio del diavolo.

:: Recensione di Il corridoio di legno di Giorgio Manacorda (Voland, 2012) a cura di Michela Bortoletto

3 luglio 2012

Berlino: seconda metà del Novecento. Un esclusivo collegio. Un gruppo di adolescenti che condividono interessi, studio e fatica. Rituali di iniziazione alla vita. Amicizie, rivalità, incomprensioni. E un gruppetto di amici sempre più affiatato: due fratelli, Stefano e Andrea, un tedesco, e qualche amico sempre più uniti da ideali e aspirazioni.
Roma: qualche anno più tardi. Una città dominata da un regime autoritario. Scontri sanguinari  tra la milizia del regime e il gruppo di lotta armata. Il capo dei ribelli che sembra esser diventato ora il capo della milizia. Violenza, sangue, soprusi che avranno un impensabile epilogo: l’arresto e la condanna a morte del capo della milizia.
Ma chi era quest’uomo? E perché alcuni membri del gruppo di lotta armata sono passati dall’altra parte? Cos’è successo a quel gruppetto di amici così pieni di ideali cresciuti a Berlino? Cos’è successo ai due fratelli? Perché Andrea è tornato in Italia? Perché tutta quella violenza tra due fratelli? Perché quel tragico epilogo?
Un poliziotto ha l’incarico di dare una risposta a queste domande. Ma oltre all’ufficialità del suo ruolo c’è altro. Perché questo poliziotto era uno di quei ragazzini cresciuti nel collegio berlinese. Conosce bene Andrea, Silvano, Stefano, Alberto, Michele, il Tedesco. È cresciuto con loro e vuole capire. Torna così a Berlino, nei luoghi dell’adolescenza e incontra Lotti, la donna di Andrea. Ed è a Lotti che leggerà le lettere di Andrea che il suo socio in affari gli ha consegnato. È a Lotti che non risparmierà nulla, nessun dettaglio. È su di lei che Giorgio rovescerà tutta la verità, non le risparmierà nulla. Perché la verità deve venire a galla, perché Lotti deve sapere. Perché lui deve capire. Per poter mettere la parola fine.
Con Il corridoio di legno Giorgio Manacorda esordisce nel mondo del romanzo. E non poteva farlo nel modo migliore. La storia è coinvolgente, mai scontata. Lo stile è scorrevole, essenziale ma efficace. Il lettore legge una lettera di Andrea e non riesce a smettere. Gli eventi si ricostruiscono poco alla volta, tra flash back e anticipazioni.  Ogni pagina riporta un dettaglio essenziale, un particolare, un episodio essenziale alla ricostruzione del quadro finale. Nulla è lasciato al caso e ogni pagina tira l’altra. Si legge tutto d’un fiato!
Tra i dodici libri scelti per concorrere al Premio Strega, Il corridoio di legno  è stato poi purtroppo escluso dalla cinquina finale. Resta comunque un’ottima prova letteraria, non rimane che aspettare ora e scoprire a chi verrà assegnato l’ambito premio.

Giorgio Manacorda, nato  a Roma nel 1941, insegna letteratura tedesca presso Facoltà di Lingue e letterature straniere moderne dell’Università della Tuscia (Viterbo). Ha scritto vari saggi su autori di lingua tedesca (da Goethe a Heiner Müller passando per Hofmannsthal, Roth, Kafka, Bachmann e altri) e si è occupato di poesia italiana contemporanea. Il suo libro più recente è Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974-2007), Scheiwiller 2009. Il corridoio di legno è il suo primo romanzo.

Liveridiscrivere intervista Giorgio Manacorda qui

:: Recensione di La vera storia dei miei capelli bianchi. Quarant’anni di vita e di diritti negati, Anna Paola Concia con Maria Teresa Meli, (Mondadori 2012) a cura di Viviana Filippini

27 giugno 2012

«Ne ho impiegati di anni che, se volevo vivere bene, senza più attacchi di panico e aggressioni d’ansia, dovevo accettare la mia natura e sbarazzarmi della maschera. Per lunghissimo tempo, infatti, sono stata convinta che funzionasse al contrario, e così mi sono attenuta a questo schema distorto, piegando le mie voglie e violentando i mie desideri, nascondendo l’omosessualità quasi fosse un gatto rognoso la cui vista suscita disagio e raccapriccio… Mi sono imposta una vita che non era la mia».

Parole chiare, nette e spontanee sono quelle che caratterizzano fin dalla prima pagina il libro di Paola Concia,  La vera storia dei miei capelli bianchi , edito dalla Mondadori, scritto con Maria Teresa Meli, giornalista politica del «Corriere della sera». La deputata del Pd,  in questo testo di memorie si mostra a noi lettori in modo completo,  raccontandoci  con una spontaneità disarmante – e ce ne fossero di persone così sincere al giorno d’oggi –  il lungo e non facile cammino che l’ha portata nel 2001 a fare coming-out, dichiarando apertamente la sua omosessualità.  La prima parte del libro –intitolata Quando tutto andava storto, quando mi sentivo storta io–  è un viaggio dall’infanzia alla vita adulta di Paola Concia, che fina dal giorno della nascita (il 4 luglio) ha dimostrato di essere una bambina iperattiva. Crescendo Paola si è appassionata allo sport e ad un profondo desiderio di libertà che l’ha sempre portata sin da piccola a fare quello che desiderava: giocare con i compagni di asilo maschi e non con le femmine, frequentare l’Isef e non la scuola che i genitori avrebbero voluto per lei,  fare l’insegnante di tennis e impegnarsi attivamente nella politica. In questa prima porzione esistenziale ci sono le gioie, le sofferenze, le passioni e gli amori  dell’onorevole Concia, compreso  il matrimonio – il primo – con  Massimo e la seconda unione celebrata oltrefrontiera con l’amata compagna Ricarda.  La vera storia dei miei capelli bianchi prosegue con una seconda parte – Il coraggio di lottare– che ci restituisce un’immagine del contesto politico italiano nel quale la deputata del Pd ha agito e continua a farlo, portando l’attenzione sulla delicata tematica dei diritti civili per gli omosessuali.  Dai Pacs, trasformati poi  in Dico, passando al disegno di legge contro l’omofobia e la transfobia, per arrivare fino alle discusse campagne contro il razzismo e la violenza sulle donne, Paola Concia  racconta con schietto entusiasmo il suo agire, non nascondendo tutte le difficoltà  e le aspre critiche che le scelte da lei compiute le hanno causato, ma che sicuramente l’hanno spinta a continuare sulla sua strada. Il dato che sorprende è che nelle varie proposte e campagne presentate dall’onorevole Concia, spesso e volentieri chi l’ha maggiormente sostenuta non sono i parlamentari appartenenti alla sua parte politica, ma quelli dell’opposizione e qui è esemplare la collaborazione con Mara Carfagna del Pdl. Quello che emerge da queste pagine intense e vere è il ritratto di una donna forte, tenace, impulsiva che non mente a se stessa e nemmeno a chi le sta attorno. Paola Concia  ha affrontato di petto i propri “scheletri nell’armadio”, accettando in prima persona la propria omosessualità e poi comunicandola agli altri: l’ex marito, la sua famiglia e i compagni di partito. Attenzione però, questo dichiarare così apertamente il suo orientamento sessuale non deve essere interpretato come “voglia di mettersi in mostra”, ma dal mio punto di vista è un grande esempio di un donna coraggiosa che ha capito quanto sia importante accettarsi e farsi accettare da chi ci circonda per quello che siamo, e non per quello che gli altri vorrebbero che fossimo. Atteggiarsi a ciò che vogliono gli altri o la morale sociale  è negare l’esistenza del proprio io e la felicità di vita. Sarò onesta, questo libro mi è piaciuto perché Paola Concia non lo ha scritto solo per raccontare di sé e del suo impegno in ambito dei diritti civili, ma lo ha concepito per aiutare chi è omosessuale (donna o uomo, giovane o vecchio) a riconoscere ed accettare il proprio orientamento d’amore e per  far capire alla nostra società, che certi tabù e pregiudizi presenti ancora al giorno d’oggi inducono ad alzare dei muri, anzi a volte sono delle vere e proprie barricate, verso chi è ritenuto “il diverso”. Una volta finito La vera storia dei miei capelli bianchi non solo si è consapevoli della forza morale di Paola Concia, che oltre ad aver affrontato pesanti critiche e attacchi personali per le sue scelte d’amore, ha lottato con caparbietà verso la malattia, ma ci si rende conto che tutti gli uomini e le donne, indipendentemente dall’orientamento passionale, amano, soffrono e lottano per la vita.

Paola Concia è nata ad Avezzano, in Abruzzo. Diplomata all’Isef e laureata in Scienze motorie, è maestra di tennis, sport che ha praticato anche a livello agonistico. Ha cominciato ad interessarsi di politica a fine anni Ottanta. Nel 1996 è stata consulente per il ministero per le Pari opportunità, nel 1998 è stata consulente allo Sport. Nel 2001 fa coming-out e cominci la sua battaglia sui diritti civili di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Nel 2008 è stata eletta parlamentare del Partito democratico.

Maria Teresa Meli è giornalista politica del «Corriere della sera» e ha una rubrica molto seguita su «Io donna».

:: Recensione di La Fenice rossa di Tess Gerritsen (Longanesi, 2012)

25 giugno 2012

La Fenice rossa (The Silent Girl, 2011) della regina del medical thriller Tess Gerritsen, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, 9° episodio della serie crime con protagoniste l’anatomopatologa Maura Isles e la detective Jane Rizzoli, è da poco uscito in Italia grazie a Longanesi, e già scopro dal blog di Antonio Genna  che il decimo episodio della serie uscirà nei Paesi anglosassoni il 28 agosto con il titolo Last to Die.
La Fenice rossa ci porta nella Chinatown di Boston e ci introduce in una storia dai risvolti inquietanti e misteriosi che sembra trarre origine da una strage avvenuta anni prima in un ristorante cinese La Fenice rossa. Il cuoco, un immigrato clandestino di nome Wu Weimin senza apparentemente una ragione, quasi preda di una forza misteriosa, uccise il cameriere Jimmy Fang e tre clienti per poi puntarsi la pistola alla testa e togliersi la vita. Il caso non fu mai risolto. Diciannove anni dopo un gruppo di turisti partecipanti ad un Ghost Tour di Chinatown fa una macabra scoperta: rinviene una mano tranciata ad un cadavere. Il resto del corpo, appartenente ad una giovane ragazza dai capelli rossi, viene ritrovato poco lontano proprio in cima all’edificio che un tempo ospitava La Fenice rossa.
Maura Isles e Jane Rizzoli chiamate sul luogo del delitto si troveranno così ad avere a che fare con un caso decisamente fuori dal comune. Maura sebbene ancora scottata da una relazione appena finita e oggetto delle critiche di tutto il Dipartimento di Polizia di Boston e un po’ anche di Jane, per aver fatto arrestare con la sua deposizione un poliziotto colpevole dell’omicidio di un uomo che aveva appena ucciso un poliziotto padre di famiglia messi da parte i suoi problemi personali si getta nel caso per trovare prove che aiutino la sua amica a venire a capo di una faccenda che sembra avvolta da una maledizione.
Non solo ci furono le vittime della strage alla Fenice rossa, ma collegati ad essa si verificarono anche alcune tragedie che definirle casi fortuiti suona un po’ approssimativo. Nel giro di un mese un poliziotto incaricato dell’indagine ebbe un infarto, il tecnico della Scientifica che era intervenuto sulla scena del crimine morì in un incidente stradale, la moglie dell’ispettore Ingersoll l’altro poliziotto incaricato dell’indagine morì per un ictus e la figlia di una delle vittime della strage scomparve durante una gita scolastica e non venne più ritrovata come la figlia di Jimmy e Iris Fang.
Una vera maledizione tanto da far dire al dottor Lawrence Zucker, psicologo forense: “Tanto vale chiamarla la maledizione della Fenice rossa.” Guardò il dossier. “Oppure è colpa della casa. A chinatown quel palazzo è considerato infestato dagli spiriti” Guardò Jane. “Dicono che quando ci entri, il male ti si attacca e ti segue ovunque tu vada”.
Antiche leggende e pericoli più che reali porteranno sia Maura che Jane tra colpi di scena e sparatorie a scoprire che nel passato spesso ci sono fantasmi più concreti di quanto ci si possa immaginare.
Finalmente un thriller interessante e ben costruito, con due protagoniste che ho imparato ad apprezzare negli anni e ritornano a portarci in un’indagine complessa e coinvolgente. L’autrice dissemina indizi e tracce in modo abile e così facendo alimenta la curiosità del lettore senza portarlo in vicoli ciechi. Lo stile della Gerritsen è piacevole e scorrevole, non intasa la narrazione con termini medici incomprensibili, ma quando parla utilizzando il gergo tecnico dà un senso di veridicità e autenticità in più alla narrazione. Un buon thriller. Consigliato.

:: Recensione di La cupola del mondo di Sebastian Fleming (Nord editrice, 2012) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2012

Ripensando alla mia carriera scolastica mi ricordo che le materie di Storia e Storia dell’arte non erano le più amate tra noi studenti, perché? Per il semplice fatto che le percepivamo come una serie infinita di nomi, date e immagini da ricordare a memoria. Dopo aver letto La cupola del mondo di Sebastian Fleming, scrittore e sceneggiatore tedesco, vi posso garantire che se fossi un insegnante non esiterei ad adottarlo come testo scolastico. Motivo? L’autore è riuscito a creare un libro nel quale oltre a raccontare una bella storia di aspirazione artistica alla realizzazione della più importante e grandiosa cupola del mondo (quella di San Pietro a Roma), restituisce a noi lettori una serie di dati, date, fatti ed eventi reali che ci permettono  di entrare in contatto con la società italiana del’500. Nelle pagine si avvicendano la storia, la storia dell’arte, la politica, le lotte religiose presenti nel territorio , gli usi, i costumi e le usanze del contesto sociale nel quale i personaggi storici convivono alla perfezione con quelli di pura fantasia. C’è quindi tutto un universo da scoprire in La cupola del mondo, ed è quello che ha per protagonista assoluta di ogni pagina l’architettura. Essa è l’imput di ogni pensiero ed azione di chi agisce nell’impianto narrativo  in relazione alla costruzione della Basilica di San Pietro. Durante le lettura ci imbattiamo in alcuni dei più importanti maestri d’arte che hanno reso l’Italia del Rinascimento una delle epoche di maggiore espressione culturale, apprezzata anche fuori dai nostri confini. Tanti sono i poli che si oppongono in questo succulento libro. Da una parte c’è la confraternita dei “Fedeli d’amore” che da secoli si tramanda il progetto biblico per la costruzione del tempio perfetto per la fede. In opposizione al gruppo di intellettuali si presenta l’ “Archiconfraternita De Perfecti in Segreto”, una unione segreta interna al mondo del clero, pronta a fermare ogni mossa degli artisti e nella quale sarà introdotto Giacomo il Catalano, un cardinale penitente dal passato molto oscuro. Poi c’è il confronto tra punti di vista diversi nella schiera di chi deve lavorare al cantiere della basilica. Da una parte compare Bramante – tanto per intenderci l’autore del dipinto Cristo alla colonna e della Chiesa di San Satiro a Milano – con il suo carattere irruento, burbero, un frequentatore assiduo di case di piacere, innamorato dell’affascinante cortigiana Imperia. Nono solo, Donato Bramante è un uomo che si attacca facilmente alla bottiglia e vuole portare a compimento il progetto architettonico di origine biblica descritto nel “Libro degli architetti”, l’ antico manuale passato di mano in mano tra i vari affiliati della confraternita e giunto a lui assieme alla Divina Commedia di Dante. Dall’altra parte invece c’è Michelangelo, uomo solitario, povero, coinvolto in un percorso di ricerca spirituale che lo assilla per tutta la vita e lo spinge a realizzare la chiesa più bella del mondo a segno della sua platonica storia d’amore con la Contessina, la figlia di Lorenzo il Magnifico. Accanto a questi due grandi maestri ecco comparire Antonio Da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Raffaello e Daniele da Volterra soprannominato il Braghettone, perché sarà proprio lui, su ordine di Michelangelo, a rivestire i nudi della Cappella Sistina prima che mani inesperte li rovinino. Da non scordare i papi: da Giulio II della Rovere, a Leone X e Clemente VII Medici, poi Paolo III Farnese, Paolo V,  sempre pronti a fermare in qualche modo l’agire degli artisti impegnati nella costruzione del più importante edificio della cristianità. Esemplari rimangono i ritratti di Giorgio Vasari pittore e scrittore, di Gian Pietro Carafa futuro Papa Paolo IV, del banchiere Agostino Chigi e della poetessa romana Vittoria Colonna. Il tutto condito da azione, difficoltà nello svolgere i lavori in cantiere, intrighi politici, attacchi da parte dei Lanzichenecchi che mettono a ferro e fuoco Roma nel 1527, accuse di eresia e il diffondersi da parte dell’Inquisizione del terrore tra chi è sospettato di non essere un buon cristiano. Durante la lettura ci si accorge che La cupola del mondo di Fleming è un romanzo ben costruito, ricco di informazioni, avventuroso e curioso, perché oltre a raccontarci la Storia, riesce a scandagliare a fondo gli animi dei personaggi vissuti secoli fa  rendendoli vicini a noi lettori.

Sebastian Fleming è nato a Staßfurt nel 1963. Ha studiato letteratura tedesca, storia e filosofia alla Martin-Luther-Universität Halle-Wittenberg. È stato a lungo attivo in ambito teatrale (come scrittore e regista) e in quello cinematografico come sceneggiatore e produttore. Dal 2005 si è dedicato alla saggistica – ha pubblicato una biografia di Michail Gorbačëv e due testi sul Vaticano – e,  più di recente, proprio con La cupola del mondo, ha deciso di cimentarsi con la narrativa.

:: Recensione di Derrumbe di Ricardo Menéndez Salmón (Marcos Y Marcos, 2012)

23 giugno 2012

Accese la radio.
Glenn Gould che interpretava Bach. Pensò alla bellezza. Alla sua inutilità difronte al male. Cimabue sconfitto da Gilles de Rais. Beethoven calpestato da Hitler ad Auschwitz. Versi di Rimbaud bruciati a Hiroschima. L’aria conclusiva delle Variazioni Goldberg non gli portò la calma.

Ricardo Menéndez Salmón scrittore, giornalista, filosofo, da me soprattutto amato grazie a Il correttore, uno dei tre volumi della cosiddetta “trilogia del male” che comprende inoltre La colpa e Derrumbe (Derrumbe, 2008) romanzo di cui oggi vorrei parlarvi, oltre ad essere un autore anticonformista e portatore di una scrittura ricercata, preziosa, sfarzosa che teoricamente per complessità e profondità dovrebbe escludergli l’interesse del grande pubblico, è invece nello stesso tempo anche una delle voci più significative della narrativa contemporanea spagnola. Tradurlo presumo sia un’ impresa oltremodo complessa, ardua, se non frustrante per cui va senza dubbio ringraziata Claudia Tarolo che è riuscita a dare scorrevolezza ad un testo che racchiude incognite e rischi molto più familiari in un testo filosofico che in un romanzo. Il Male è al centro delle riflessioni e delle indagini di Menéndez Salmón, ma non solo il male visto come sofferenza, angoscia, dolore, cancro esistenziale individuale, ma anche come nocciolo duro della nostra società sempre più consumistica, sempre più vuota di valori, di certezze, di fondamenti. I suoi testi sono testi di denuncia, di protesta, di critica sociale, molto più incisivi nella misura in cui trafiggono la quotidianità borghese, anonima, fintamente rassicurante, denunciandone il suo aspetto terrificante. Non a caso il tema del terrorismo nel suo aspetto più destabilizzante riemerge come male endemico della nostra società contemporanea. La propagazione del terrore, fine a se stesso, magari senza matrice politica, religiosa, filosofica, un male senza senso e senza limite metafora stessa dell’inferno. Derrumbe sotto le mentite spoglie di un poliziesco noir, c’è un serial killer, ci sono i poliziotti che indagano, c’è un gruppo di giovani studenti di filosofia improvvisatisi terroristi, è in realtà un romanzo filosofico alla Camus, affascinante nella misura in cui si può restare attratti e soggiogati dall’orrore, disturbante della misura in cui si vuole essere rassicurati e calmati dalla società che ci circonda. Quando il poliziotto Manila che sta per diventare padre per la seconda volta avverte la consapevolezza di in che mondo metterà i suoi figli, noi lettori avvertiamo che questa stessa vertigine e condividiamo la rivelazione che arriverà nel finale quando in un’unica parola, sarà concentrato tutto quello che al male si contrappone. Non la cito, la scoprirete da voi.

:: Intervista a Luca Poldelmengo

20 giugno 2012

Grazie Luca per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Luca Poldelmengo? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te  per l’ospitalità. Ritengo che la curiosità  e la determinazione siano tra le mie doti migliori. Di contro sono molto emotivo, rasento l’ansia, è la parte che mi piace meno del mio carattere.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una borgata, un contesto sociale e culturale modesto, seppure non degradato. Credo di essere uno dei pochi scrittori con un diploma da perito in telecomunicazioni. Ho avuto bisogno di tempo per capire cosa volessi dalla vita e soprattutto da me stesso. Mi sono iscritto all’università a trent’anni, e  ho conseguito la laurea (Dams) mentre  lavoravo. Ora mi divido tra lavoro, famiglia (ho due bambini), e la mia grande passione per le storie.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Cosa ti ha avvicinato al noir?

Ho iniziato con i cortometraggi, poi sono passato per il cinema, quindi sono arrivato alla letteratura. Linguaggi diversi per soddisfare il medesimo bisogno: raccontare storie.
Scrivo noir perché ne sono un accanito fruitore,  amo leggerli/vederli . Perché questo fascino per il lato oscuro? Me lo sono chiesto spesso, credo che, almeno in parte, derivi dall’aver vissuto sin da piccolo a contatto con un mondo che mostrava pericoli e violenza ad ogni angolo, un pericolo che mi spaventava e mi affascinava al tempo stesso, allora come adesso. Suppongo che il mio sia una sorta di esorcismo. 

Definiscimi il noir. Quali sono i migliori esponenti di questa scuola?

Le definizioni sono sempre molto personali, io considero noir una storia che proponga una predominanza, se non la totalità, di personaggi negativi, di anime in qualche modo corrotte.  Secondo me i migliori esponenti del genere oggi sono Don Winslow e James Ellroy, Il potere del Cane e 6 pezzi da mille forse i più bei noir che abbia mai letto. In Italia Carlotto e De Cataldo su tutti. Poi ci sono i classici, da Chandler a Izzo, passando per Manchette.

Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Sin dal mio primo romanzo mi hanno accostato all’ Ammaniti  di Ti prendo e ti porto via e Come dio comanda, e devo dire che mi ci ritrovo abbastanza, fatte le debite proporzioni. Per certi versi mi sento anche influenzato da Scerbanenco e dai poliziotteschi anni 70 (soprattutto iconograficamente), ma anche da chi col genere ha poco a che vedere, come  Altman. Riguardo ai miei autori preferiti cito qui quelli non noir: Steinbeck, Bulgakov, Roth, Franzen.   

Sceneggiatore, scrittore. Hai esordito nella narrativa con il noir Odia il prossimo tuo. Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Kowalski, l’editore di Odia il prossimo tuo, fu il primo e l’unico a leggere il libro in bozze. Sì, mi rendo conto dell’eccezionalità della cosa, ma il mio fu un centro al primo colpo.

Parlami del tuo processo di scrittura. Come operi? Scrivi una scaletta, procedi per immagini, lasci che il flusso di coscienza scorra libero?

La scintilla da cui nasce tutto è sempre diversa: un pensiero malsano, un’immagine, un fatto di cronaca (come per l’ultimo romanzo). Quella è la genesi, a volte cosciente, altre meno. Ne segue poi un periodo in cui,  su quella prima idea,  se ne accatastano delle altre. Fino a che non  arriva il momento in cui mi rendo conto che il fienile è pieno, che è arrivato il momento di dare un ordine al caos. Così inizio a scrivere il canovaccio, una ventina di cartelle che contengono  la descrizione dei protagonisti e i principali snodi narrativi, insomma quello che al cinema chiamerebbero soggetto. Questa prima fase dura qualche mese. Finito il canovaccio lo lascio riposare. Dopo qualche settimana  inizio con la scrittura del romanzo vero e proprio.

Da poco per Piemme è suscito il tuo nuovo romanzo L’uomo nero. Raccontaci brevemente la trama.

L’Uomo nero del titolo, diversamente dall’archetipo a cui rimanda questa figura, non è un pericolo che viene dall’esterno, qualcuno che minaccia il protagonista dal di fuori. Bensì il suo lato oscuro, un’entità che alberga il suo animo, silente, e che: in determinate situazioni, sottoposto a certe sollecitazioni, è pronto a prendere il controllo. Mettendo in pericolo chi gli è vicino, e persino lui stesso…
La trama vede avvitarsi tre esistenze intorno a un delitto, un evento criminoso che il lettore seguirà contemporaneamente dal punto di vista del mandante, dell’esecutore materiale, e di colui che su quel delitto dovrà indagare.

Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Per la prima volta mi sono trovato a scrivere ispirato da un fatto di cronaca: la morte di Alessio e Flaminia, due giovani fidanzati romani uccisi in sella al loro motorino da un pirata della strada che poi si è dato alla fuga. Alla fine di un iter giudiziario travagliato l’imputato è stato condannato a 5 anni per omicidio colposo plurimo. Di questi ne ha scontati poco più di tre, dal momento che aveva chiesto il rito abbreviato e, come prevede il nostro codice di procedura penale, ha avuto per questo uno sconto di un terzo della pena. Tutto ciò nonostante costui non potesse nemmeno guidare l’auto con la quale li aveva investiti, in quanto già sottoposto a un provvedimento restrittivo che gli inibiva la guida a causa della sua tossicodipendenza. Quella sentenza mi aveva lasciato con un profondo senso di ingiustizia, una rabbia a cui dovevo dare sfogo. Così nasce L’uomo nero, come un’iperbole, come a dire: “se le cose stanno così, se è solo questo quello che rischia nel nostro paese un uomo che fa quello che ha fatto lui, allora potrebbe succedere persino questo…”. Da quei puntini di sospensione sgorga una storia che, ci tendo a sottolinearlo, è di pura fantasia.

Tre personaggi principali: Gabriele, Filippo e Marco. Tre uomini in un certo senso poco raccomandabili, in cui il lato oscuro è piuttosto ingombrante, solo Marco in un certo senso si riscatta. Tre personaggi quasi emblematici nel loro eccesso. Come li hai costruiti, come sono nati?

Marco e Filippo nascono insieme, costruiti come opposti. Uno è introverso, apatico e solitario;  l’altro un leader con una solida rete di affetti. Uno  non ha mai faticato un  giorno in vita sua, l’altro si è sempre spezzato la schiena eppure continua ad arrancare. Uno è succube di una figura paterna da cui cerca inutilmente la fuga. L’altro pagherebbe oro per poter chiedere scusa a suo padre. Uno sarà mosso dalla vendetta, l’altro dall’amore.
La rapacità di Gabriele, la sua predisposizione a disporre delle vite altrui, di asservirle ai propri bisogni,  ne farà il trait d’union in grado di legare a doppio filo le loro esistenze.

Quale è stato il personaggio più facile da scrivere e quello più difficile?

Mi scuso per la banalità, ma ogni personaggio porta con sé le proprie difficoltà, i propri demoni. Non chiedere a papà a quale figlio vuole più bene.

Dei tre Filippo è il personaggio che più mi ha colpito, per il senso dell’amicizia, per una certa dignità, per la tenerezza per la figlia, per l’incapacità di gestire l’uomo nero che nasconde in sé arrivando a compiere azioni sempre più terribili. In cosa si distingue secondo te da Gabriele e Marco?

Filippo e Marco sono due personaggi speculari. Uno si è dovuto sudare sempre tutto nella vita, avendo molto spesso poco in cambio e pagando a caro prezzo ogni errore. Marco invece ha avuto  tutto a disposizione, tranne la facoltà di scegliere, non ha mai pagato un errore in vita sua. Gabriele in un certo senso è più vicino a Filippo, è quello che, in un ipotetico sequel, Filippo potrebbe diventare. Si portano dentro entrambi la rabbia di chi viene dal niente e per questo crede di aver diritto a un risarcimento per ciò che gli è mancato, per quello che altri hanno avuto senza pagare. All’inizio della storia Filippo è protetto da questa sua natura dalla catena di affetti che ha saputo costruirsi intorno, fatalmente sarà proprio per salvaguardare quegli affetti che darà sfogo al suo lato oscuro. In questo senso credo che possa risultare come il personaggio più complesso proprio perché lotta contro la sua stessa natura.

I personaggi femminili sono all’opposto personaggi positivi, un tocco di luce nel buio che prevale. Per alcuni versi ti senti femminista? 

Non sei la prima a farmi notare questa cosa. In realtà il libro ha due personaggi femminili importanti, ma mentre uno è indubbiamente l’unico character  positivo a tutto tondo, l’altro porta con sé una certa dose di negatività, anche se questa sembra essere tollerata meglio dal lettore, per un motivo che immagino, ma che preferirei non svelare, è pur sempre un thriller… Devo dire che  anche in passato, quelle rare volte in cui mi sono  trovato  a scrivere una figura positiva, o meno negativa delle altre, questa è stata sempre una donna: Asia in Cemento Armato, Tegla in Odia il Prossimo tuo. Sì, in un certo senso credo che  siate degli esseri umani migliori di noi, meno portati all’egoismo.  Questo almeno dice la mia esperienza personale.

Quale è la tua scena preferita? Quella che racchiude il senso del romanzo?

Il mio brano preferito è quello in cui Filippo, sotto l’effetto di madame LSD, “vede” la sua versione dei Teletubbies. Una rivisitazione molto pulp. Valeva la pena di scrivere il romanzo solo per quelle poche righe, una vera nemesi, catartica.
Il senso del romanzo, per come lo intendo io, è che il male è molto più banale, ma anche molto più comune, e quindi vicino, di quanto siamo disposti ad ammettere. Che il confine tra bene e male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, è spesso sbiadito, e non è detto che ce ne si accorga nel momento in cui lo si sta attraversando. Credo che questa poco rassicurante prossimità  del male sia ben rappresentata nel frangente in cui a Filippo viene tolta la patente. E’ solo il primo gradino, ma lui non si è accorto di averlo disceso.

Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale o alcuni film in particolare hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Sì, ho iniziato a scrivere storie con l’idea che venissero poi trasposte sullo schermo, ho quell’imprinting, e non credo che mi abbandonerà mai. Per me i personaggi si svelano attraverso le loro azioni, scopro chi sono quando prendono una decisione, quando scelgono tra due beni inconciliabili. Le verità sui miei protagonisti le cerco e le trovo lì,  più che in profondi monologhi interiori.  Credo che in modi diversi pellicole come Pulp Fiction, Blade runner e America Oggi mi abbiano influenzato molto.

Una libreria online ha rifiutato di mostrare il book trailer del libro. Ma il noir fa davvero ancora paura?

All’inizio ci sono rimasto male, anzi direi che mi sono incazzato. Poi ho pensato che forse il problema poteva essere che quello stesso portale vende anche libri per bambini, e che il titolo del mio romanzo potrebbe anche rimandare a un personaggio delle favole. Se la loro è stata una cautela verso i più piccoli la capisco, se invece fosse stato un atto bigotto, beh allora siamo veramente messi male.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Il mio primo romanzo uscirà in Francia a Gennaio per Rivages Noir, la casa editrice francese ha già chiesto al mio traduttore di poter leggere al più presto il testo dell’Uomo nero. So che Patrick ci sta lavorando alacremente.

Ti piace fare presentazioni? Raccontami l’episodio più bizzarro avvenuto durante questi incontri?

Come ti dicevo all’inizio dell’intervista sono un emotivo, quindi la cosa mi piace e mi spaventa al tempo stesso. Anche se devo dire che quando si prende il via è  bello poter condividere il proprio lavoro con il pubblico, può essere molto gratificante, anche perché alle volte rimani affascinato da cosa gli altri mettono nel tuo lavoro, significati a cui tu non avevi mai pensato e che, invece, la tua opera sembra poter contenere. L’episodio più bizzarro è anche il meno felice, alla presentazione bolognese di Odia il prossimo tuo, in un afoso pomeriggio di giugno, eravamo: io, Giampiero Rigosi (che doveva parlare con me del libro), una mia amica e un suo amico, più una vecchietta che aveva cercato refrigerio nella libreria e che si era appisolata.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi romanzi? Ti piacerebbe scriverne la sceneggiatura?

Al momento no, ma ho tenuto per me i diritti cinematografici di entrambi i romanzi, proprio perché, se mai sarà, io DEVO  scriverne la sceneggiatura.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ora sto ultimando il mio terzo romanzo. In realtà e la novellizzazione di un thriller  che avevo scritto per il cinema e che, malgrado gli entusiastici riscontri avuti da colleghi e produttori, non vedrà lo schermo, almeno in Italia. Progetto troppo costoso, troppo ambizioso, troppo poco italiano (sembro Stanis di Boris), che sto facendo comunque girare all’estero, al momento sembra ci sia un interessamento dal Canada, ma sono affari lunghi e difficoltosi, io nel frattempo scrivo il romanzo, di cui sono orgoglioso, è quasi finito.

:: Recensione di Il segreto della sesta chiave di Adriana Koulias (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

19 giugno 2012

Lo ammetto in ambito letterario sono un po’onnivora, cerco di leggere di tutto.  Ci sono però alcuni generi che non sono proprio il mio forte, o meglio non riescono a coinvolgermi fino in fondo.  Purtroppo a causa di questo mio difetto non sempre riesco ad apprezzare in modo pieno un romanzo fantasy, uno di fantascienza, l’esoterico o il troppo sentimentale. Fatta questa piccola premessa, devo aggiungere che amo le sfide e cimentarmi con i libri che non mi appartengono del tutto e proprio perché mi ha stuzzicato parecchio, tra di loro inserisco Il segreto della sesta chiave, l’ultimo lavoro Adriana Koulias, pubblicato dalla Newton Compton.  Due gli ambienti di sviluppo della trama di questo romanzo tra lo storico e l’esoterico. Il primo è il presente, dove uno scrittore di gialli si reca a Venezia seguendo l’invito misterioso di un suo devoto lettore che lo accoglie nella sua casa sull’Isola dei Morti, sede del cimitero della città lagunare. Dal 2012 l’enigmatico appassionato trasporta noi che leggiamo e lo scrittore nella Germania degli anni Trenta, a Berlino, davanti ad un porta di un appartamento dove si trova Otto Rahn. Quest’ultimo è un archeologo, profondo studioso di tutto ciò che riguarda la storia del Graal, incaricato da Heinrich Himmler di una missione speciale: recuperare il trattato di magia nera scritto da papa Onorio nel XIV secolo e noto a tutti come Le serpent Rouge. Motivo: Himmler vuole il manoscritto per regalarlo a Adolph Hitler. Rahn non vorrebbe cadere nella rete di legami con il regime nazista, ma la voglia di indagare e scoprire i misteri del grimorio lo porteranno ad accettare – non ha altra scelta – l’incarico e a partire per l’avventurosa missione di ricerca. Lo stato psicofisico di Otto Rahn sarà messo a dura prova dall’ incombenza ufficiale che ha accettato, perché più si addentrerà nella ricerca, maggiore diventerà il suo legame di dipendenza dalla dittatura e verrà in contatto con realtà sconvolgenti ed inaspettate: complotti politici, intrighi tra confraternite e associazioni segrete, omicidi brutali, persone dall’identità e ruoli ambigui: il fatto più sconvolgente per Rahn è la scoperta che tutti desiderano Le Serpent Rouge  con la sesta chiave, quella appartenuta ai Catari,  per liberare il suo terrificante potere. Questo è il succo della trama creata dalla  Koulias, dove la scrittrice mescola realtà storica e finzione narrativa con sapienza e bravura, utilizzando un linguaggio equilibrato che rende scorrevole la lettura del libro. La storia non ha come ambiente di sviluppo un luogo solo, perché il protagonista trascinerà il lettore da Berlino a Parigi, passando ad Arques, a Rennes le Chateau, con tappe a Beziers e a Montsegur. Ciò che mi ha colpito non è  solo la quantità di personaggi storici e di sette segrete coinvolte nella vicenda, ma la serie considerevole di elementi legati al mondo del mistero: enigmi da risolvere, libri di magia nera, bianca e grigia, quadrati magici, tesori nascosti in cripte segrete e naturalmente il Graal. Forse c’è qualche divagazione di troppo che rallenta il ritmo della storia, ma Il segreto della sesta chiave è un buon romanzo d’avventura, che piacerà agli appassionati del genere storico e ai conoscitori dell’esoterismo. Chi come me è interessato al genere storico troverà una accurata ricostruzione, ricca e particolareggiata, ma anche elementi che spingeranno la curiosità ad approfondire attraverso altre letture il contesto reale di persone, luoghi e vicende coinvolti nel romanzo della Koulias.  Per esempio lo sapevate che Otto Rahn scrisse dei libri e che ci sono altre opere che lo vedono come protagonista? Io no, ne ho conosciuto l’esistenza solo attraverso lo scritto dell’autrice brasiliana (per la precisione le opere di Otto Rahn sono Crociata contro il Graal e Alla corte di Lucifero. I Catari guardiani del Graal). Il mio limite – me ne scuso con chi leggerà-  è relativo a ciò che riguarda la dimensione esoterica che non è proprio “il pane per i miei denti”, nel senso che non conoscendola in modo approfondito certi aspetti particolari della narrazione mi sono sfuggiti o comunque li ho apprezzati solo finito il libro. Non c’è che dire Il segreto della sesta chiave è una vicenda compatta, ben costruita, con una suspense e dinamismo che rendono le pagine tipicamente cinematografiche, facendole scorrere in successione come i fotogrammi di una pellicola alla Indiana Jones. Poi, l’irrompere di impensabili colpi di scena e la convivenza di scienza, fede, filosofia, religione, arte ed esoterismo non fanno altro che creare la giusta atmosfera per stuzzicare il lettore alla ricerca di un buona avventura da leggere.

Adriana Koulias  è nata in Brasile, risiede in Australia dall’età di nove anni. Si interessa di storia, filosofia e scienze esoteriche. Vive con la famiglia a Sidney. Con la Newton Compton ha già pubblicato il romanzo Il tempio del Graal e I custodi del Graal. Ha un sito internet www.adrianakoulias.com.