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:: Intervista con Biagio Proietti e Diana Crispo a cura di Stefano Di Marino

9 giugno 2012

SDM. Cominciamo con una domanda ‘ delicata’. La TV di Oggi e quella degli anni ‘70. È  mio parere (e non solo) che la fiction attuale sia piuttosto povera di contenuti ed emozioni. Ma è vero? Qual è la tua opinione in merito?

BP.Sono un critico partigiano, quello che vedo lo trovo molto brutto. Quali i difetti principali? Un buonismo eccessivo, una incapacità a descrivere personaggi(anche per colpa di pessime regie e pessimi attori), una superficialità anche nell’affrontare temi scottanti e importanti. Diciamo che mi pare una marmellata, dove si mette troppo zucchero a posto della frutta necessaria. Sicuramente posso essere accusato di partigianeria ma non credo che abbiano ragione. Si parla molto di ritmo ma spesso c’è solo il vuoto, di corsa.

SDM .Come si lavorava in TV negli anni 70?

BP. In modo estremamente individuale, gli autori scrivevano un progetto o un soggetto e lo portavano ai responsabili degli sceneggiati o originali televisivi. Se piaceva ti facevano il contratto di commissione, a volte affiancavano alcuno di loro fiducia per la sceneggiatura, a me non è successo mai, anzi in alcuni casi sono stato chiamato per revisione o addirittura per riscrivere, diventavo io l’autore di fiducia, ma non per appartenere a un gruppo o a un colore partitico( di tutto posso essere accusato, mai di essere democristiano). Una volta finita la sceneggiatura cominciavano le riunioni per la definitiva approvazione. A quel punto, sceglievano il regista ì, se non faceva parte anche lui del progetto dall’inizio, come capitava per i grandi , D’Anza, Bolchi, Maiano. Il regista parlava con gli sceneggiatori, chiedeva qualche piccola modifica, poi cominciavano le riprese. Ricordiamoci che subito dopo il titolo del programma appariva il nome dell’autore o degli autori, a caratteri cubitali, adesso per trovare gli autori ci vogliono lenti d’ingrandimento e individuarlo in un plotone di nomi.

SDM. Scrivere un soggetto originale e adattare un testo già esistente(sto pensando ai lavori di Durbridge di cui mi hai parlato). Differenze e difficoltà…

BP Durbridge è un fenomeno particolare che andrebbe studiato non tanto per il suo valore ma per come è stato presentato in Italia. Durbridge scriveva per la BBC storie che si sviluppavano in cinque ,sei puntate di 25 minuti. La RAI acquistava i copioni tradotti dalla Cancogni ma chiedeva di portare le puntare a 60 minuti perché li mandava in prima serata . questo successe per La Sciarpa -Paura per Janet – Giocando a golf una Mattina- Melissa, questi ultimi due adattati e diretti dal grande Daniele D’Anza. Poi D’Anza non li fece più quindi la RAI chiese a uno scrittore di fare questa sceneggiatura che per motivi contrattuali loro continuavano a chiamare adattamenti, ma per portare storie alla durata doppia non era sufficiente allungare i diavoli, si entrava nella struttura, si modificavano personaggi, si inventavano di nuovi, . soprattutto si proponevano nuove situazioni, trenta minuti a puntata di giallo non sono uno scherzo-Io ne ho fatti 3 ( fui scelto perché venivo dal successo di Coralba) :Un Certo Harry Brent – Come Un Uragano – Lungo Il Fiume E Sull’acqua sono stati grandi successi, anche perché partendo da una macchina costruita bene io potevo permettermi di fare cambi sostanziali, per il terzo feci cose folli, un bambino di pochi anni divenne un ragazzo, l’assassino rimase lo stesso ma il complice no, insomma era più  che Durbridge.  Dopo non volli farne più , mi ero conquistato sul campo il diritto di scrivere il primo giallo italiano, perché ambientato in Italia e con tematiche importanti della nostra società: Dov’e’ Anna? scritto in coppia con  Diana Crispo mia moglie, con quale avevo scritto già cose importanti per la radio-Biagio e una raccolta delle sue opere principali

SDM. Quali sono i tuoi lavori televisivi ai quali sei più affezionato?

BP A parte l’ovvia risposta tutti, direi che sono tre: Dov’e’ Anna? – Storia Senza Parole , che segnò il mio esordio nella regia, Sound, perché è uno dei più belli ma   purtroppo quello che ebbe minore successo, forse perché era non un giallo ma una storia di fantascienza. Però mi sono già pentito della risposta, perché amo molto Miriam che Diana Crispo e  io sceneggiammo da un racconto di Truman Capote, La Casa della Follia da un racconto di Richard Matheson con un grande attore come Luigi Pistilli e la splendida Olga Karlatos, La Mezzatinta ambientato nella Napoli di oggi ma tratto da un racconto gotico di Montague James. Guarda caso sono tutti filmtv anche diretti da me e presentati nella serie Il Fascino dell’insolito che curavo io per la rete 2.

Diana Crispo – Mi aggiungo alla risposta, perché vorrei suggerire una serie di originali televisivi che scrivemmo per RAIUNO dal titolo IL Filo E Il Labirinto  che trattava temi di mistero al limite del paranormale. Il più bello per me era quello diretto da Biagio L’armadio che nasceva da una mia idea: una donna trovava la felicità  richiudendosi in un armadio  che nella sua mente diventava una grande stanza bianca che lei riempiva di tutti gli oggetti amati, una sorta di culla nella quale ritrovare se stessa. Una bella storia molto ben diretta.

SDM. Recentemente ho visto  ‘ L’ultimo aereo per Venezia’ che è una ‘cronaca raccontata’… piuttosto differente da altri tuoi lavori. Secondo quali criteri hai lavorato adattando il caso Ghiani-Fenaroli alle esigenze di una fiction televisiva?

BP Anch’io l’ho rivisto recentemente e mi sono baciato da solo , non tanto per la trama ma per il linguaggio scelto,  totalmente innovativo. Io ho sempre adorato Daniele D’Anza, quindi non diminuisco la grandezza della sua figura se dico che l’idea del linguaggio fu mia, lui ebbe la grande intelligenza di capirla e di seguirmi . L’idea era quella di scrivere una storia usando il linguaggio televisivo nuovo, quello delle inchieste giornalistiche e dei telegiornali, per fare questo non sentivamo le domande di un commissario che non parlava mai, sentivamo solo le risposte dei personaggi che rispondevano direttamente alla telecamera. Una roba nuova e rivoluzionaria che purtroppo non ebbe seguito, ma dette allo sceneggiato un ritmo pazzesco. Tutto questo per raccontare una storia complessa come quella dove si ricostruiva, con nostre interpretazioni il famoso caso Fenaroli -Ghiani. Quello che mi dispiace è che nessuno ha seguito poi questo stile, che davvero è ricco di ritmo, da non confondere con la frenesia fine a se stesso.

SDM: Molti degli interpreti dei tuoi lavori erano attori con esperienze teatrali. Scrivere per la televisione comporta delle differenze sia con la sceneggiatura teatrale che cinematografica… vuoi parlarcene?

BP La differenza di scrittura fra cinema teatro e televisione – poi parleremo della letteratura- non dipende dagli attori ma dal mezzo di comunicazione. Comune a tutti è l’intento di raccontare una storia e cercare di agganciare il pubblico – a Roma diciamo acchiappare – diversi sono gli strumenti  che ha a disposizione l’autore. Se un attore è bravo sa benissimo adattare il suo stile di recitazione al mezzo, non parlerà in televisione come fa in teatro , altrimenti vuol dire che è un mediocre attore e il regista è peggiore di lui. Comunque devo dire che gli attori negli sceneggiati degli anni settanta erano veramente bravi , almeno quasi tutti . Pensate a Alberto Lupo , che allora riceveva anche critiche , ma a rivederlo si capisce quanto era bravo e quale fascino aveva, bucava il video. Nel rivederlo direi che è l’attore più moderno che abbiamo avuto. Forse perché gli volevo bene.

SDM: Adesso avete scritto CHIUNQUE IO SIA tratto da LA MIA VITA CON DANIELA del 1976. Come mai?

DIANA CRISPO – Rispondo io . Abbiamo deciso di farne un romanzo perché quando  abbiamo rivisto lo sceneggiato dopo tanti anni lo abbiamo trovato ancora interessante e ci sembrava che la storia, non solo fosse di estrema attualità , ma potesse avere uno sviluppo sulla carta diverso e molto stimolante.

BP  Speriamo di esserci riusciti, noi abbiamo avuto l’impressione che nello sceneggiato, non per colpa del regista ma nostra, alcuni temi fossero rimasti in aria, senza arrivare ad una piena espressione. Con il romanzo abbiamo puntato a questo e crediamo di esserci riusciti , almeno a leggere la recensione di tale Di marino che ha coniato una definizione che gli ruberò: giallo dell’anima.

DIANA CRISPO – Una donna, abitata da due donne , come dice lei, deve assolutamente capire chi è stata e soprattutto chi è. Non solo quale delle due , forse è diventata una terza persona? Questa è diventata la domanda fondamentale del romanzo alla quale abbiamo provato  a rispondere. Sembra che ci siamo riusciti, certo che noi amiamo molto questo romanzo.

SDM  Quale differenza esiste fra la sceneggiatura e il  romanzo?

DIANA CRISPO . La  storia è la stessa, ma scrivere una sceneggiatura significa che a leggerla saranno solo gli addetti al lavoro, regista, attori, tecnici. Un libro invece è quello che arriva direttamente al pubblico ,  il lettore deve essere coinvolto non solo per la storia ma per lo stile della scrittura, per il linguaggio .

BP ovviamente il linguaggio del romanzo diventa la parte più importante, la scrittura è fondamentale per la riuscita di un romanzo.

SDM Come fate quando lo scrivete in due?

BP- in due si costruisce la storia , si fa lo scalettone importante per qualunque forma di racconto, poi uno dei due si prende il compito di stendere la versione finale.

DIANA CRISPO dopo l’altro legge e corregge, in due è così che si lavora. In realtà è facile che nel cinema e nella televisione si lavori in coppia o in gruppo, nella narrativa è praticata di meno la collaborazione in due, perché ognuno vorrebbe essere quello che scrive  la parte finale. Noi ci riusciamo senza prenderci a coltellate.

SDM. Biagio , hai qualche aneddoto o ricordo particolare che ti piacerebbe rievocare?

BP Nella postfazione del romanzo ho raccontato alcune cose importanti come l’incontro con Spagnol, o con Sergio Leone che voleva produrre un mio film perché gli era piaciuto molto Storia Senza Parole. Io nel 2012 ho fatto 50 anni di carriera, avendo cominciato quando avevo venti anni. La coppia Crispo-Proietti ha debuttato in radio nel 1972 , anche qui siamo a 40 anni di lavoro insieme, di cose e di aneddoti ce ne sono capitati tanti. Abbiamo girato il mondo, abbiamo conosciuto tante persone importanti, attori scrittori registi di quasi tutti loro abbiamo ricordi vivi, come se fossero successi ieri. Scegliere quale raccontare sarebbe difficile e ingiusto.

SDM. Biagio Proietti narratore. Parliamone un po’

BP La risposta l’abbiamo dato prima quando parlavamo delle differenze di linguaggio, la scrittura è un fatto individuale, così ho cominciato a inventare storie per la narrativa che sentivo il bisogno di portare avanti da solo. Però confesso che non rinunciavo all’aiuto che poteva darmi Diana.

DIANA CRISPO- Anche nei suoi romanzi firmati da solo, mi usava come se fossi un editor, parlandomi dei dubbi, facendomi leggere che cosa aveva scritto, chiedendomi pareri. Io sono sempre stata contenta di questa funzione, quando lui ha cominciato a lavorare con me era già famoso, poteva scegliere un altro partner o lavorare da solo.  Gli piacevano le mie storie, mi aiutava a farle nascere , a farle diventare fiction, radio  cinema libro. Ricordiamo che anche da Dov’e’ Anna? scrivemmo un romanzo edito da Rizzoli.

SDM. Progetti in corso?

BP- ho già scritto due romanzi , Il Drago e la Rosa – Io che ho visto i delfini rosa con protagonista Daniela Brondi , la stessa di Una Vita Sprecata – Io sono la prova. Dovrebbero uscire quest’anno. Poi sto lavorando su altri due romanzi, la televisione ormai non la inseguiamo più e loro non hanno bisogno di noi, così almeno dicono. I dirigenti che lavoravano con noi sono in pensione, gli altri ti guardano come se fossimo dei dinosauri sopravvissuti .  a noi sta bene così , è difficile spiegare a chi ignora, che cosa significa scrivere per la televisione-

SDM Un ringraziamento particolare da parte mia per la disponibilità e la simpatia che mi hai sempre dimostrato. Sia tu che la tua partner DIANA CRISPO .

:. Recensione di Le righe nere della vendetta di Tiziana Silvestrin (Scrittura&Scritture, 2011)

8 giugno 2012

Era una delle tante grida con le quali i signori informavano i sudditi delle loro volontà, che venivano, appunto, gridate affinché tutti le conoscessero. Portava la firma di Francesco I e in alto era miniato lo stemma più antico dei Gonzaga, a righe oro e nere.
Righe nere!, riflettè Biagio, come quelle che il Vannocci ha disegnato sulla pianta.
Ricordò il corpo del pittore che giaceva sul pavimento coperto da macchie di colore, accanto il vasetto nero rovesciato e il pigmento sulle dita. Con i polpastrelli aveva, evidentemente, tracciato cinque linee dritte sul foglio, un ultimo messaggio prima di morire.

Mantova, luglio 1585. Il giovane e ambizioso prefetto delle fabbriche Oreste Vannocci viene rinvenuto cadavere nel suo studio ucciso da una camicia intrisa di veleno. Incaricato delle indagini Biagio dell’Orso è attirato da alcune linee scure presenti sulla pianta di una chiesa trovata ai piedi del Vannocci come ultimo messaggio per indicare il colpevole, pianta che misteriosamente appare raffigurata in uno dei quadri della collezione Gonzaga, il ritratto dell’architetto Giulio Romano dipinto dal Tiziano. Un’altra minaccia si aggira per le afose vie di Mantova: la Santa Inquisizione. Un’amica di Biagio, la bella Lucilla sembra infatti la vittima designata dalle manovre dell’inquisitore Giulio Doffi deciso a dar credito alla denuncia che la vede accusata di stregoneria.
Inizia così un‘ indagine pericolosa e complicata che parte dallo scenario di una fastosa Mantova cinquecentesca per toccare Venezia e Firenze e porterà il protagonista a scoprire un oscuro segreto che avrebbe potuto scatenare una guerra nascosto abilmente da anni, in cui sembrano coinvolti il papa e l’imperatore, oltre che esponenti della famiglia De Medici e Gonzaga. Biagio dell’Orso spiato, minacciato, rischiando la vita riuscirà grazie al suo intuito riuscirà a districare l’intricata matassa anche se la scoperta del colpevole avrà l’acre sapore della beffa.
Tiziana Silvestrin, dopo aver esordito con il giallo storico I leoni d’Europa, torna a narrare le indagini del Capitano di Giustizia Biagio dell’Orso, personaggio realmente esistito, nel secondo volume della serie, sempre edito da Scrittura & Scritture, Le righe nere della vendetta e lo fa con la solita cura per l’ambientazione storica, attenta e fedele anche nei particolari più marginali, e nello stesso tempo arricchita da una vivace caratterizzazione dei personaggi, sia reali che di fantasia, che assieme alla trama coinvolgente, costituiscono i punti di forza del romanzo.
La trama comunque è piuttosto complessa, un omicidio avvenuto nel 1585 tra le sue origini in un omicidio avvenuto anni prima, abilmente occultato dai potenti, la cui soluzione nascosta però è racchiusa in un quadro che ritrae Giulio Romano pittore allievo di Raffaello, ma lo stile piano e lineare che l’autrice adotta, pur se in alcuni passaggi può apparire didascalico e troppo elementare, ha tuttavia il pregio di donare una certa scorrevolezza ed eleganza al testo davvero piacevole. Diversi piani temporali si alternano per confluire in un finale dove tutti i tasselli del puzzle, abilmente disseminati durante tutta la narrazione, trovano la giusta collocazione e danno un felice compimento alla storia chiarendo ogni dubbio e facendo finalmente luce su moventi, occasioni e responsabilità.
Per gli amanti del giallo storico una piacevole riconferma di un talento tranquillo e pacato, che con la sua  lievità riesce ad dar vita ad una affresco rinascimentale vivido e vitale. Molto del fascino di questo libro è dovuto al protagonista Biagio dell’Orso, intelligente e perspicace pubblico ufficiale della corte dei Gonzaga, dal carattere sanguigno e impulsivo, ma coraggioso, leale e deciso a far trionfare verità e giustizia anche a costo di mettersi contro ai poteri forti rischiando in prima persona consapevole purtroppo che certe volte i compromessi sono inevitabili quando ci si trova costretti a scegliere tra punire un colpevole e salvare un innocente.

:: Recensione di L’archeologo di Martì Gironell (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

7 giugno 2012

Non prendetemi per pazza, ma se decidete di leggere il nuovo romanzo di Martì Gironell, L’archeologo edito dalla Newton Compton, cominciate dalla “Nota dell’autore” a pagina 379. Perché? Per il semplice fatto che le informazioni scritte in questa postilla di chiusura vi torneranno molto utili nella comprensione di un bel romanzo nel quale si mescolano il genere dell’avventura e dello storico, con riferimenti a fatti e persone veramente vissute tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Poi, cominciate pure a leggere L’archeologo dall’inizio e vi garantisco che riuscirete a comprendere meglio chi tra i personaggi della narrazione incarna l’archeologo e cosa o chi appartiene alla realtà storica e all’invenzione letteraria. Detto questo, nel libro di Gironell ci si imbatte in una sorta di antenato in abito talare di Indiana Jones, perché Bonaventura Ubach è un sacerdote catalano, attento filologo e biblista con una particolare attrazione per i viaggi in Medio Oriente. Il romanzo è ambientato nel 1910, quando padre Bonaventura lascerà l’abbazia di Monteserrat per iniziare un lungo cammino in Terra Santa. L’esplorazione ha un fine preciso, in quanto servirà al protagonista a recuperare antichi reperti da portare nel suo convento e dare vita ad un vero e proprio museo biblico, che attraverso di essi racconterà ai fedeli la storia delle terre dove ha preso vita la Bibbia. In realtà la perlustrazione negli spazi orientali sarà per Ubach un vero e proprio pellegrinaggio di piacere alla scoperta di quei posti che lui ha conosciuto fin da ragazzino studiando in  modo approfondito le pagine delle Sacre Scritture. Il monaco non è solo, parte in compagnia di padre Joseph Vandervorst e di padre Daniel Bakos, suoi compagni di fede, con i quali vivrà un avventuroso viaggio simile ad un vera e propria odissea piena di imprevisti, pericoli e peripezie sperimentate sulla propria pelle, passando dalle terre del Sinai, al Mar Rosso, facendo tappa a Petra e tra le rovine dell’antica Babilonia, sempre alla ricerca dei segni lasciati da Mosè e del suo popolo. Tra i resti di una mummia e antichi  manoscritti,  padre Ubach si imbatterà in tre misteriose tuniche, belle e preziose a tal punto da essere l’oggetto del desiderio dell’organizzazione dei Guardiani – una setta segreta che è pronta a tutto per impedire la fuoriuscita dalle terre d’Oriente delle tre vesti –, di profanatori di tombe e di sceicchi crudeli. Nemici, ostacoli, inseguimenti mozzafiato tra le dune del deserto rischieranno di mettere in crisi il progetto di padre Ubach, ma nonostante tutto il caos presente il religioso rimarrà sempre animato da una forte tenacia e dalla voglia di portare a termine la propria missione. Il romanzo di Martì Gironell è una perfetta mescolanza di suspense e azione e l’intreccio tra la realtà e la fantasia direi che è proprio impeccabile. Questi elementi uniti tra loro fanno del L’archeologo un’avventurosa biografia romanzata di padre Bonaventura Ubach, nato a Barcellona nel 1874, entrato in convento a Montserrat nel 1902 ed esploratore del Medio Oriente tra il 1910 e 1912, con una serie di spedizioni in Terra Santa, Egitto, Palestina e Cipro raccolte in un libro pubblicato nel 1913. Accanto a Ubach ci sono altri personaggi storici realmente vissuti, come i suoi due accompagnatori Daniel Bakos e il belga Vandervorst, per il quale l’autore costruisce appositamente la vicenda personale del viaggio alla comprensione di se stesso, dando così al romanzo maggior spessore psicologico ed emotivo. Mentre si girano le pagine dell’intreccio narrativo ci si imbatte in altri personaggi, più o meno noti, veramente vissuti ai tempi di padre Bonaventura e il loro presenziare nella trama non fa altro che solidificare il realismo del lavoro di Gironell. Tra di loro posso ricordarvi Sir Leonard Woolley, artefice degli scavi ad Ur, in Mesopotamia e considerato il primo archeologo della modernità, o il giovane disegnatore di fortezze militari noto ai protagonisti con il nome di Thomas Edward Lawrence,  un agente segreto, uno scrittor e allo stesso tempo un archeologo che diventerà noto a tutti come Laurence d’Arabia. L’archeologo non cambierà di sicuro il modo di raccontare la Bibbia, ma dal mio punto di vista è un romanzo gustoso, originale dove il vero e la fantasia convivono in perfetta simbiosi e la ricchezza di informazioni particolari non fanno altro che destare la curiosità in chi legge. “Pepite di curiosità” che non posso rivelare per non togliervi il piacere della lettura e della scoperta.

:: Recensione di Venezia, un sogno di Anna Pavignano (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

6 giugno 2012

Venezia è una città affascinante, mistica e curiosa. La bellezza dei palazzi, delle calli, delle gondole sono quegli elementi che colpiscono al cuore Thomas, un americano venuto da Benicia, in California, che ha deciso di mettere le radici nella laguna, dopo aver trascorso la gioventù a girovagare l’Europa. Thomas non è  attratto solo dalla cittadina sul mare, lui decide di fermarsi al lido a seguito dell’incontro con una bella ragazza del posto, che nell’arco di poco tempo diventerà sua moglie: Ivonne. L’amore della coppia è segnato dalla nascita del figlio Felix, ma l’irrequieto carattere di Thomas e l’incessante passare del tempo e dell’acqua alta a Venezia, rischiano di mettere in crisi ogni cosa. Tanto per cominciare il protagonista riesce a farsi licenziare dall’Harry ‘s Bar dove lavora come cameriere poi, sulla sua strada ritorna  un amore passato – la mangiatrice di fuoco – e irrompe una giovane vedova – Marina-  con la quale una semplice condivisione di ideali diventerà passione amorosa. A complicare il tutto ci si mette il difficile rapporto con Felix, il figlio-rivale in amore – questa è l’ottica deviata con la quale Thomas vede il suo discendente – nella relazione con la moglie e l’irrompere di quell’oscura malattia sconosciuta dal rapido decorso che trascinerà via per sempre Ivonne. Il tempo passa in una serie di eventi che lasciano il segno nell’animo adulto, ma allo stesso tempo eterno bambino, di Thomas: lui invecchia, Felix cresce ereditando il negozio di souvenir della madre morta, si sposa e adotta un bambino di colore – il silenzioso e curioso Abdul-  verso il quale il nonno Thomas proverà, in un primo momento, una profonda diffidenza superata grazie ad una complice alleanza contro chi cercherà di mettere in crisi i loro sogni di vita a Venezia. Nonostante tutto questo caos Thomas resiste, ripensando di continuo al vissuto trascorso, quel vivere fatto di gioie e dolori, fino a quando il figlio esasperato dall’acqua alta deciderà di vendere la casa alla Giudecca e la sua attività commerciale per portare tutti – il padre compreso- sulla terra ferma. Thomas non ci sta e, aiutato dal nipotino africano, darà il via ad una singolare protesta che convincerà Felix a ritornare sui suoi passi e smuoverà l’intera cittadinanza veneziana a prendere maggiore coscienza di sé stessa e della questione dell’acqua alta. Venezia, un sogno è il nuovo lavoro di Anna Pavignano, un libro stimolante dove l’autrice non si limita a raccontarci il vissuto di uno straniero che ha trovato le radici in Italia, a Venezia, eleggendola a sua patria ma, attraverso l’esperienza umana di un io singolo, la scrittrice piemontese ci fa compiere un viaggio di conoscenza di Venezia tra le sue vie acquatiche. Pagina dopo pagina ci si accorge che la città lagunare non è solo la cornice di ambientazione della vicenda personale dell’americano, essa è parte attiva della narrazione – anzi direi protagonista – con la sua gente, con i turisti, con l’umidità dilagante in ogni angolo, con i monumenti, tutti (persone e cose) afflitti da un senso comune di minaccia incombente causato dall’acqua alta. Il fatto che Venezia sia prima attrice, così come Thomas è primo attore, lo si nota dalla curiosa empatia tra lo stato d’animo dell’uomo e l’acqua che riempie ogni antro della cittadina. Non a caso più il protagonista si sente sotto pressione emotiva, più l’acqua in città si innalza mettendo a repentaglio tutto quello che incontra nel suo insediarsi. Questo romanzo è un viaggio nelle memorie di vita di un uomo adulto, consocio di non essersi sempre comportato bene nella propria esistenza (Thomas è consapevole di aver tradito i sentimenti della moglie Ivonne, ha capito che è stato il suo “non tener la bocca chiusa” a creargli problemi con i datori di lavoro e sa di non essere stato un buon padre per Felix), ma è orgoglioso a tal punto da non voler ammettere del tutto i propri errori. Arrivati alla fine di Venezia, un sogno, si chiude il libro con un senso di pace globale ritrovata, unito ad un invito nascosto tra le righe che tutelando il mondo dove viviamo, anche il nostro microcosmo di affetti potrebbe trarne reale beneficio.

Anna Pavignano, piemontese, vive a Roma, dove svolge da anni un’intensa attività di narratrice e sceneggiatrice. Ha scritto con Massimo Troisi tutti i suoi film, da Ricomincio da tre a Il postino, per il quale ha ottenuto una candidatura all’Oscar. Insegna scrittura cinematografica, scrive per la radio e si è dedicata anche alla narrativa per ragazzi. Con le Edizioni E/O ha già pubblicato Da domani mi alzo tardi (2007) e In bilico sul mare (2009), da cui è stato tratto il film Sul mare, per la regia di Alessandro D’Alatri.

:: Recensione di Il momento è delicato di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto

5 giugno 2012

Dopo molti anni e diversi tentativi (le case editrici per cui lavora si erano sempre rifiutate fino ad ora) finalmente Nicolò Ammaniti ci regala una raccolta dei suoi racconti.
Il momento è delicato comprende tutta una serie di racconti, più o meno brevi, che Ammaniti ha  scritto negli anni, tra un romanzo e l’altro. Alcuni di questi racconti sono inediti, altri sono già apparsi su riviste, giornali e antologie. Sono stati scritti a partire dal 1995 e due di loro sono nati dal lavoro a quattro mani di Ammaniti e Antonio Manzini.
Sono episodi brevi, concisi, che mostrano tutta una gamma di personaggi: il ragazzino che scappa di casa per una brutta pagella, la coppia di scambisti, il senzatetto, lo studente universitario con il panico da esami, il chirurgo plastico cocainomane e la ragazza che ha paura del buio. Insomma, un’intera umanità racchiusa in una raccolta di racconti!
A prima vista potrebbero sembrare dei protagonisti normali, classici, persino banali. Ma andando avanti nella lettura si scoprono dei risvolti inaspettati, fatti imprevisti, scene grottesche e incisive, colpi di scena e finali imprevedibili. La banalità non fa parte del mondo di Ammaniti!
Racconti da leggere su un treno (come consiglia lo stesso Ammaniti), in un attimo di pausa dal lavoro, la sera prima di addormentarsi e perché no, visto che si va verso l’estate, anche in spiaggia! Si possono leggere ovunque e ci catapultano per brevi istanti in un mondo diverso, facendoci dimenticare per pochi minuti il momento delicato in cui viviamo.
Perché dopotutto, per dirla con le parole del loro autore, il romanzo è una storia d’amore, il racconto è la passione di una notte.

:: Recensione de Memorie dal futuro di Emiliano Angelini (Wild Boar Edizioni, 2012) a cura di Barbara de Carolis

3 giugno 2012

“Rimasero tutti fuori a osservare la partenza, le teste levate a seguire le colonne di fumo che si allungavano, le braccia tese ad accennare un saluto.
Nessuno aveva la forza di parlare. Qualcuno sussurrò un addio, che ristette greve nell’aria del bollente meriggio e nel cuore di chi lo udì.
Ma la maggior parte non riusciva a distogliere lo sguardo, catturata dalla visione delle linee che ingabbiavano il cielo in un’immensa trappola.
I razzi salivano.”

Il futuro è un luogo denso di incognite e la mente di Emiliano Angelini sembra conoscere alcune risposte.  I suoi occhi percepiscono le immagini chiare di un mondo del quale gli esseri umani potrebbero aver lasciato tracce, che come polvere cosmica son giunte fino a noi; lentamente le immagini divengono parole e le parole si trasformano in storie. Dodici racconti, una raccolta di “memorie” provenienti da un futuro lontano a testimonianza dell’esistenza di una civiltà che ha smarrito qualcosa che difficilmente potrà essere sostituita. I suoi personaggi, animati da un malinconico legame con un passato svanito, procedono manifestando un impalpabile senso di attesa. Visionari, incupiti dalle incertezze di una vita che lascia poco spazio alla fiducia, sembrano comunque conservare un bagliore di umano ottimismo, là dove a ogni nuovo giorno può corrispondere un nuovo e inaspettato inizio. La natura umana con il suo bagaglio morale e i suoi sentimenti, emerge, dunque, anche in condizioni drammatiche, forte del proprio incessante spirito di adattamento. L’autore conferisce ai suoi protagonisti percezioni evolute, alternando le nuove capacità alle atmosfere post apocalittiche che rievocano l’ancestrale timore di non essere più parte di un mondo che in qualche modo, ormai, crediamo ci appartenga.
Una fantascienza introspettiva, che esplora abilmente la dimensione interiore del lettore.
Le storie sono originali, ben raccontate e sembrano realmente provenire da un altro tempo. Tuttavia, il futuro di Emiliano Angelini non si colloca poi tanto distante dall’immaginario collettivo, proponendo un’antologia che trasporta la mente del lettore in luoghi stranamente familiari, dove l’uomo forse ha già vissuto un ciclo vitale, compiendo un percorso che aspetta di palesarsi anche per noi, ma che rivela, al tempo stesso, la sua vulnerabilità, al pari di una malleabile sfera di gomma che noi abbiamo ancora facoltà di modificare.

Emiliano Angelini è uno scrittore di racconti di fantascienza emerso tra i numerosi partecipanti del Trofeo RiLL. Questa raccolta propone dodici racconti, premiati in diverse edizioni del prestigioso concorso o inediti.

:: Intervista a Massimo Tallone a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2012

Ciao Massimo piacere averti qui a Liberidiscrivere per parlarci, anzi, scriverci un po’ di informazioni utili sul tuo ultimo giallo Il fantasma di piazza Statuto, ma prima di parlare del libro pubblicato dalla editrice e/o raccontaci un po’ di te.

Grazie, Viviana, per l’ospitalità su questo poderoso blog! E veniamo alla domanda. Di me posso dire che amo sopra ogni altra cosa il divertimento che deriva dalla concentrazione (come capita ai bambini quando giocano, per capirci). Ricordo che quando lavoravo in un laboratorio chimico cercavo sempre di accedere alle nuove tecniche, per sentire quello stimolo, quel rapimento, per non annoiarmi. Ma intanto scrivevo, perché è nella scrittura che ho davvero incanalato questo mio torrido vizio, questa vocazione alla fatica che diverte. Elaborare trame, ideare situazioni, allestire strutture narrative; e poi lavorare sulle parole, dosare gli effetti, cercare la precisione lessicale, curare il dettaglio visivo; e infine passare alla meticolosa revisione del testo, riga per riga, prima di consegnare il tutto all’editor, è da sempre la mia più alta forma di piacere, tanto più alto quanto più intensa è stata la concentrazione (ovvero la fatica) dedicata al testo.

Quali sono i modelli letterari ai quali ti ispiri?

Da giovane ho amato i russi e ricordo che a sedici anni volevo scrivere come Dostoevskij (fui folgorato dall’Idiota). Poi so’ di aver amato, in quel modo che crea emulazione, Simenon, e poi Steinbeck, e poi Kafka, come tutti, credo. Ma anche Manganelli, e Landolfi, per dire… E poi giunse Nabokov, che sta lassù, sul mio podio privato. E poi Banville… E Rabelais… Ho avuto però la fortuna, via via che componevo i miei primi lavori, di essere sempre stato abbastanza consapevole del debito che stavo pagando, ovvero di capire su quale stile, su quale autore, mi stavo allineando. E pagato il debito, eliminato quell’esercizio ‘alla maniera di’, organizzavo un nuovo lavoro, alla ricerca della mia vera voce, del mio tono, della mia sintassi.

Come nasce Il fantasma di piazza Statuto?

Tutti i miei libri nascono da una immagine iniziale intorno alla quale impernio e faccio proliferare la storia. Il Fantasma di piazza Statuto nasce da un dato biografico: abitavo in una casa vicino a piazza Statuto (nota per la sua polarità magica, secondo le leggende locali) e in quella casa c’era con una scala interna, di legno, che portava alla mansarda nella quale mi rifugiavo a scrivere. E quella scala cigolava, scricchiolava, e io la scendevo in piena notte… Da lì, da quegli scricchiolii acuti come urla, è nato tutto.

Annetta è l’anziana portinaia, come mai dare a lei il ruolo di detective?

Mi piace sempre affidare il punto di vista della narrazione a una figura laterale, dotata di una sorta di innocenza dello sguardo, per poter distendere ipotesi e osservazioni, riflessioni e congetture su un piano articolato. E poi sono convinto che il vero segreto, l’ingrediente che fa amare un libro, non sia la storia in sé, per quanto ben congegnata, ma il tono, la pasta sonora, per così dire, della voce narrante. E il tono, nella mia gerarchia dei valori letterari, è uno dei tasselli che definiscono lo stile. Il tono di voce di Annetta è, secondo me, il vero cuore di questo giallo. E infine, per rispondere alla tua domanda, il compito che in genere mi affido quando scrivo un giallo è quello di risalire i fatti fino all’origine del male. Ma il male, in questo senso, non corrisponde del tutto al dato giudiziario e alla sua componente penale. Il male, o meglio la sua origine, ha caratteristiche umane, ed è quindi sul piano umano che va indagato. I poliziotti e i commissari risolvono l’aspetto giudiziario, tecnico, ma per affrontare la tenebra umana occorre un diverso taglio, una più ampia portata, vale a dire la portata umana. Affidare a un commissario competenze sia investigative e sia per così dire filosofiche o etiche (compensate magari da deficit che lo umanizzano), mi sembra poco plausibile. Ecco perché i cosiddetti detective, nei miei gialli, non sono mai funzionari delle istituzioni, commissari e simili.

A chi ti sei ispirato per la creazione di Annetta?

Annetta è il risultato di un assemblaggio di donne anziane pescate nel parentado e di voci di donne torinesi ascoltate i mercati… Ho fatto molte inutili code, ai banchi della frutta o del pesce, per ascoltare le chiacchiere delle signore dai i capelli bianchi, con le gambe gonfie e le braccia cariche delle borse della spesa.

Tutto avviene in piazza Statuto come mai hai scelto questo posto così mistico e misterioso per l’ambientazione del romanzo?

Per le ragioni che ho detto… Primo, ho abitato da quelle parti; secondo, piazza Statuto ha quella sua nera fama, così suggestiva sul piano letterario. Certo la materia delle ‘evocazioni dei morti’ va trattata con molta delicatezza, per non cadere nella parodia e al tempo stesso tenendo conto del molto che è già stato scritto… Sul piano più direttamente topografico, invece è tutto più semplice: un giorno entrai al numero 10 di piazza Statuto per portare dei documenti in uno studio, e tutto di quel palazzo mi colpì, l’androne, le scale, l’ascensore vecchio stile, sicché decisi di ambientare lì la storia della mia scala cigolante.

Nella narrazione ci sono due adolescenti – Corrado e Marcello – che vivono in modo apatico e disinteressato il rapporto con il mondo reale, ma riversano tutto il loro brio – ammesso che lo abbiano – nel web. Cosa rappresenta questo atteggiamento?

I due ragazzi del romanzo non sono rappresentazioni o modelli generali, ma individui dotati di propria singola verosimiglianza. Ho conosciuto ragazzi che sono davvero così, figli di miei amici e di conoscenti, ragazzi irraggiungibili, imbozzolati in un loro cupo silenzio e capaci di sussulti di vitalità soltanto attraverso la comunicazione in rete. Non so che cosa pensino, ma so che li si percepisce così, e così li ho descritti.

Come hai costruito la figura di Piola, l’esperto d’occulto chiamato ad indagare da Annetta?

L’occultista Angelo Piola è un personaggio che ho messo insieme dopo avere esplorato (e non è stato facile) gli ambienti della Torino esoterica, dove si incontrano persone di quella fatta, appartate, silenziose e colte, ma indifferenti ai salotti mondani, alle mode e soprattutto ben attente a difendere la loro riservatezza. So che sembra impossibile che esistano persone così, in un mondo drogato dal presenzialismo e dal narcisismo, e invece Torino ne è piena.

Perché in un primo momento lui non crede alla logorroica protagonista?

Forse non ci crederai, ma le persone che si interessano alle faccende cosiddette occulte (e mi riferisco, per restare all’ambito di interessi del signor Piola, al mondo dei simboli) sono di solito più scettiche e riflessive della media, poco inclini a credere alle suggestioni, non soggette a stati di esaltazione, e mantengono uno spirito pragmatico e una visione laica del mondo. Date queste premesse, il signor Piola, proprio perché esperto di discipline occulte, non è disposto a credere a quelle che crede fantasie di una vecchietta impressionabile. Ma poi le cose precipitano…

L’accurato lavoro di messa in ordine dei documenti di Ettore Doro svolto in modo maniacale dalla sorella cosa rappresenta?

La borghesia torinese è schiva e appartata, non dà troppo valore alle cose effimere e alla gloria di un minuto, ma consolida le sue strutture e i suoi valori con scrupolo e con dedizione. E se in famiglia qualcuno si è distinto in qualche campo, la sua memoria viene custodita e trasmessa ai posteri con la massima cura, e senza enfasi. Anche il personaggio della signora Maria, sorella del pittore Ettore Doro, conserva i tratti pieni e verosimili di una specificità cittadina.

Ne Il fantasma di piazza Statuto ci sono sedute spiritiche, fantasmi, esoterismo e teosofia. Quale è il loro ruolo nel romanzo e il rapporto con la realtà di oggi?

Non ho ben chiaro che cosa si possa intendere con la formula ‘realtà di oggi’. La realtà mediatica? Le tendenze di massa? Gli stili di vita? Spesso ho la sensazione che la cosiddetta realtà di oggi (di qualunque oggi) sia un po’ come il mare, con un gran moto di onde e anche di burrasche, in superficie, tali da far credere a chissà quale movimento, mentre poco sotto tutto è placido, silenzioso, con mutamenti graduali, lenti. In quello strato profondo e duraturo, vi è spazio per quelle realtà che sono di lunga durata, sempre valide e di competenza umana, come appunto la ricerca intorno agli eventuali stati superiori dell’essere, la curiosità per il non conoscibile, la voglia di ‘saperne di più’, il desiderio di andare oltre nell’esperienza speculativa, alla maniera dell’Ulisse di Dante, per seguir virtute e conoscenza. Con le ricadute spicciole e un po’ ridicole, magari, delle sedute spiritiche.

Ettore Doro, pittore defunto, diventa il fulcro di un’attenzione ossessiva da parte di intellettuali, galleristi e giornalisti che  ronzano attorno alla sua casa e a Maria, sorella dell’artista. Perché sentono tutti questa attrazione fatale per la vita di Ettore proprio ora che è morto?

Ho voluto dare al Fantasma di piazza Statuto una tensione costante e disposta su più piani, la tensione di Annetta che non capisce ciò che sta accadendo e trema di terrore, espressa dalla sintassi e dal flusso ininterrotto della voce narrante; la tensione legata all’evocazione del morto, incanalata nella dilatazione del tempo narrativo legato alla seduta spiritica; la tensione collettiva di tutti gli attori della scena, espressa come una vibrazione di sottofondo costante e continua generata dalla frenesia degli intellettuali, certi di avere per le mani la grande occasione della vita, la rivalutazione post mortem del grande artista rimasto sconosciuto in vita. Sono cose che succedono, negli ambienti artistici, si vivono stati di folle sovreccitazione, ci si prende molto sul serio. E la cosa mi ha sempre fatto un po’ ridere… Intendo dire che mi sa sempre ridere chi si prende troppo sul serio…

Perché hai inserito un omicidio nella narrazione?

Per amore della tradizione gialla, che esige il morto. Ma sono anche dell’idea che il giallo possa girare anche intorno a vicende prive del morto, ma qui avevo bisogno di un fantasma, e quindi… Per parafrasare una vecchia formula, no morto, no fantasma

Annetta è una donna dalla cultura modesta, che – come afferma lei stessa – ha imparato moto da Piero Angela. Questa affermazione è la dimostrazione che la televisione è ancora in grado di dare contenuti sani ed utili?

L’idea di affidare le poche nozioni scientifiche di Annetta all’istruzione fornita dalla televisione, in particolare da Piero Angela, nasce più che altro per ragioni di utilità narrativa, per definire il perimetro culturale di Annetta in un ambito preciso, non intellettuale, a contrasto con l’ambiente in cui lavora. Ma so che molte persone come Annetta, vanno davvero pazze per Piero Angela, per il suo garbo, per la sua esposizione, e ho voluto darne traccia. E poi Piero Angela è di Torino, e tutto si tiene.

L’intera atmosfera è pervasa da un senso di oscurità e ombrosità perenne. Quanto essa si riflette nei personaggio della narrazione?

Quello è il tocco d’ambiente, di atmosfera. Ho voluto dare un ruolo importante alla notte, all’oscurità, al silenzio, renderli concreti e percettibili, per poter dare corpo alla mia idea di ‘giallo sonoro’, ovvero un giallo in cui l’indizio, il motore narrativo, non è di carattere visivo, ma sonoro, il fruscio, il cigolio, l’assenza del cigolio…

Tom Sanelli, il giornalista trasandato, è perso in modo completo nel suo lavoro. Quanto questo suo comportamento incide sul rapporto con il figlio Marcello?

Sanelli, nelle mie intenzioni, è un personaggio importante, centrale, del libro. Vive per l’arte, si appassiona in maniera viscerale al pensiero artistico. Ho conosciuto davvero persone così, molto intelligenti, molto sensibili, acute, capaci di fornire momenti di autentica rivelazione, in chi li ascolta. Persone che trasmettono energia intellettuale nel senso pieno, anche emotivo, della formula. Purtroppo, le persone di quel tipo non dovrebbero avere figli, secondo me.

La verità verrà a galla il 21 di giugno, quando si verifica il solstizio d’estate. Scelta voluta o casuale per la risoluzione delle questioni sospese?

No, non è casuale. Il solstizio d’estate ha una forte valenza simbolica, sul piano esoterico, il signor Piola lo sa e ci gioca. Ed essendo il giorno in cui trionfa la luce, mi sembrava divertente portare luce sulla storia in quell’occasione.

La luce del giorno nuovo oltre ad essere quella del sole che illumina la piazza, può essere vista come metafora di una pace ritrovata dai vari personaggi?

Sul piano narrativo, il ritorno della luce, nella scena finale, ha una valenza ritmica e risponde alla necessità di ritornare a una dimensione quotidiana. Ma quella luce illuminerà anche le macerie che il male ha prodotto…

Potrebbe sembrarti banale come domanda, ma perché i lettori dovrebbero leggere il tuo giallo?

Io scrivo con la lancetta orientata sul più alto grado di divertimento, e intendo con ciò il divertimento che scaturisce dalla progressione narrativa e dalla tensione emotiva, che mi cattura e mi tiene ancorato mentre scrivo; ma penso anche al divertimento (faticoso) che produce la stesura di una sintassi fluida, la ricerca dei dettagli lessicali e sensoriali, sui quali lavoro di lima con passione da cesellatore; e mi riferisco anche al divertimento che provo durante l’esplorazione di un mondo, delle persone, delle case, di un pezzo di società, con i suoi tic e le sue manie, ed è un divertimento analogo a quello della scoperta geografica, quando si va a vedere che cosa c’è oltre quello scoglio, oltre quel bosco… E dunque, se l’impegno messo per ottenere il mio divertimento è proporzionale al piacere di chi legge, il divertimento del lettore è assicurato.

Sei già al lavoro con un altro libro?

Sì, ogni anno, dal 2007, pubblico con i Fratelli Frilli editori, di Genova, un giallo comico che ha come protagonista un essere ridanciano e rozzo, sgangherato e ubriacone, che vive ai margini. Ed è già in fase di rifinitura quello che uscirà in autunno con il titolo La mummia della baia, ma qui non ci sarà nulla di esoterico, soltanto un mare di pasticci, una tragedia umana e tante risate. E intanto è in cantiere un lavoro che ha per protagonista… No, non lo dico, potrei morire incenerito…

:: Recensione di Il caso Maloney La prima indagine dell’ispettore Joe Faraday di Graham Hurley (TimeCrime, 2012)

2 giugno 2012

Il ruolo di Faraday non era un tassello del puzzle, ma l’intero maledetto puzzle. Era suo dovere completarlo, mettere insieme i pezzi, far sì che dal caos comparisse l’ordine, e più lo faceva più era difficile non pensare che fosse impossibile. Essere un buon ispettore significava imparare a sopravvivere in uno stato di assedio costante – non solo dei criminali ma anche dei superiori. E in guerra, come Faraday stava cominciando a capire, nessun piano prevede contatti con il nemico.

Portsmouth. Urbanizzazione selvaggia, degrado, povertà, violenza, traffico di droga, il cuore nero di un’ Inghilterra in declino e in avanzato stato di disgregazione. L’ispettore Joe Faraday si sveglia una mattina e viene mandato sulla scena di un delitto. Il nome della vittima è Sammy Spellar. Testa fracassata a calci. Presunti colpevoli il figlio e il nipote Scott di colpo ottimo candidato a lavorare come informatore della polizia nella lotta contro uno spacciatore locale Marty Harrison quanto di più simile a un re della droga Portsmouth potesse offrire.  Ma ciò che davvero tormenta Joe è la scomparsa di Stewart Maloney anche se sa che la priorità per le persone scomparse, era data a quelli che venivano considerati particolarmente vulnerabili: anziani, giovanissimi e persone con problemi mentali. Un divorziato  di mezz’età che aveva perso il compleanno della figlia non pareva rientrare in nessuna di quelle categorie. Tuttavia l’immagine che lo tormentava più di tutte era la figlia di Maloney, Emma. Per fare quello che aveva fatto – prendere un bus, trovare un commissariato, e denunciare la scomparsa di suo padre – ci voleva grande coraggio oltre che semplice disperazione. Doveva a quella ragazzina la speranza di un lieto fine.
Così inizia Il caso Maloney La prima indagine dell’ispettore Joe Faraday (Turnstone, 2000) di Graham Hurley edito in Italia da TimeCrime marchio di proprietà della Fanucci Editore e tradotto da Mara Bevilacqua primo episodio di una lunga e fortunata serie di crime che ha al suo attivo ben dodici volumi e una trasposizione televisiva.
Accolto dalla critica decisamente con entusiasmo è un poliziesco di solida struttura piuttosto lento nella parte iniziale che comunque inizia a prendere velocità, destando curiosità e interesse, quando il protagonista inizia ad interessarsi della scomparsa di un uomo, Stewart Maloney, docente a contratto all’università, specializzato in arti figurative in particolare nel disegno, un uomo piuttosto anonimo con il tipico viso perfetto per una pubblicità di sigarette francesi. La denuncia fatta dalla figlia Emma di otto anni innesca nella sua mente la necessità di indagare su questa scomparsa, mettendo da parte casi anche più importanti perché  c’è un momento, in ogni indagine, in cui l’intuito comincia a trasformarsi in convinzione e lui sapeva che quello era uno di quei momenti. Aveva trovato un movente oltre ogni ragionevole dubbio. Dove quel movente poteva portare era ancora una congettura, ma era comunque un indizio.
La struttura poliziesca, in cui l’indagine è il motore portante della storia, si inserisce in un’ ottima e realistica descrizione dell’ambiente  e della mentalità,  grazie a una ricostruzione dettagliata dell’Inghilterra contemporanea a mio avviso la parte più riuscita del romanzo. Il protagonista Joe Faraday è un bel personaggio, caldo, umano, corretto, per il quale si prova spontanea simpatia. Vedovo, vive un rapporto toccante con il figlio JJ, un ragazzo sordomuto, con il quale ha creato un originale metodo di comunicazione che ora vuole conquistare la sua indipendenza e piano piano si allontana da lui. Poi c’è il sergente Cathy Lamb, leale e affidabile moglie di un poliziotto con il vizio del bere, e Paul Winter con una filosofia piuttosto disinvolta, una incapacità congenita di attenersi alle regole e una forte tendenza ad usare gli informatori  al limite del lecito e anche oltre.
Un bell’ affresco corale di personaggi delineati con accuratezza e un’ indagine che porta alla soluzione del caso superando ostacoli interni e esterni al sistema. Riuscito il contrasto tra natura incontaminata e decadenza urbana.

:: Recensione di Una sola notte di James Patterson e Michael Ledwidge (Tre60, 2012)

1 giugno 2012

New York. Lauren Stillwell detective capo della squadra omicidi del Bronx dopo aver scoperto la presunta infedeltà del marito Paul, non ci sono prove, si limita a vederlo in compagnia di una bionda mentre si dirige in un albergo, decide di ripagarlo con la stessa moneta e accetta le avances di un collega della narcotici Scott finendo a letto con lui.
Non l’avesse mai fatto. A causa di una sola notte di passione adulterina si ritrova nei guai fino al collo. Scott viene infatti ucciso quella stessa notte e Lauren vede in faccia l’assassino: suo marito. Senso di colpa, panico, il dubbio quasi la certezza che il marito l’abbia scoperta e si sia vendicato uccidendo il suo amante . Ma state attenti in questo libro nulla è come sembra. Il destino comunque ha in serbo una beffarda trovata. Sarà lei con il collega Mike, onesto, simpatico, quello sì adatto a farci un pensierino su, ad indagare sul delitto.
Che fareste voi al suo posto? Mettereste le manette ai polsi di Paul, dopo tutto un marito fedifrago e pure assassino è meglio perderlo che trovarlo, o mettereste in gioco la carriera, la famiglia e la vostra stessa vita per insabbiare il tutto, nascondere prove, mentire, alla faccia dell’etica e del codice morale da poliziotto onesto?
Diciamolo subito io al posto di Lauren non avrei avuto dubbi, avrei impacchettato Paul consegnandolo alla giustizia diciamo a pagina 72 ma James Patterson e Micheal Ledwidge autori di Una sola notte (The Quickie, 2007) edito in Italia da Tre60 marchio di TEA costola del Gruppo editoriale Mauri Spagnol, hanno in mente altri progetti l’uno a dire il vero più pazzesco e incredibile dell’altro.
Non si può dire che non ci siano colpi di scena in questo libro, le regole del thriller sono portate all’estreme conseguenze, cosa che di sicuro farà la felicità di un mio caro amico editor, e il risultato non dispiace a patto che si sia fan storici di James Patterson e si preferisca l’adrenalina di un forsennato susseguirsi di eventi un po’ bizzarri a dire il vero al più prosaico buon senso. Ha di buono comunque che non è noioso ma anzi è un libro che si legge in modo veloce e facile grazie allo stile piano e ai capitoli davvero brevi, più che altro schegge di narrazione, che corrono verso un finale piuttosto concitato, ma non per questo meno soddisfacente.
Spendo una parola per una personale riflessione a margine, quanto ci sia di Patterson e di Ledwidge non è dato saperlo, presumo che le idee siano del primo e la stesura del secondo, ma ho apprezzato di vedere il nome di Micheal Ledwidge in copertina, Patterson osannato autore alla serie di Alex Cross è vero e proprio mostro sacro del thriller con milioni di libri venduti credo che ormai abbia un impero al suo seguito, avrebbe potuto prendere un ghostwriter, mestiere degnissimo che apprezzo per esempio per sportivi che vogliono tramandare le loro memorie o capitani d’azienda che si fanno scrivere il discorso di addio, e tanti saluti e invece divide il merito con un quasi sconosciuto Micheal Ledwidge che mi sono informata ha scritto anche libri in proprio ma ormai da anni collabora con Patterson come suo fido alterego.
Leggerò sicuramente Now you see her e Zoo appena arriveranno in Italia. 

:: Recensione di Il fantasma di piazza Statuto di Massimo Tallone (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

1 giugno 2012

Cari amici lettori vi è mai capitato di passare notti insonni? O meglio, come trascorrete il tempo in quelle lunghe nottate in cui riuscite a chiudere occhio? Annetta, la protagonista di Il fantasma di piazza Statuto di Massimo Tallone ha capito perfettamente come occupare l’eterna catena di minuti che separano la notte dal giorno. Cosa fa? Semplice, l’arzilla ultrasettantenne rimane nel suo divano-lettuccio ascoltando gli strani rumori e fruscii provenienti dalla casa del suo vicino, quella del defunto pittore Ettore Doro. L’artista è morto da tempo e la sua abitazione è occupata dalla sorella Maria e dal taciturno figlio di lei, l’emaciato Corrado. Lei passa i giorni a riordinare le carte e le opere del fratello morto, il nipote è disinteressato in modo totale e non a caso vive le sue giornate davanti al computer a fare cosa nessuno lo sa. La notte mentre tutti dormono Annetta,  con la mente lucida come non mai, ascolta qualcuno che nello studio accanto cerca e sfoglia in modo ossessivo le carte del pittore. Ma chi è che ogni notte si intrufola in quella stanza? Un ladro, un parente del defunto alla ricerca di qualche tesoro artistico nascosto o il fantasma di Ettore Doro? Annetta non si da’ pace e la sua determinazione a trovare una spiegazione la porta ad assoldare Angelo Piola un esperto occultista torinese. All’inizio Piola non prende sul serio Annetta, anzi dal mio punto di vista la ritiene poco attendibile e anche un po’ svitata, ma poi quando il povero Corrado viene ritrovato cadavere, ruzzolato giù dalle scale non si sa come, l’esperto di esoterismo comincia a sommare tutte le informazioni che l’ex portinaia gli passa. Con tutta la sua comica spontaneità Annetta ci porta dentro ai salotti culturali di Torino dove, accanto a Maria Doro compaiono giornalisti stropicciati come Tom Sanelli, galleriste come la prorompente Ivana Musso che più che esperte d’arte assomigliano a delle pin-up alla ricerca d’uomini e ancora sensitive in contatto con le presenze dell’aldilà (Euridice) ed esperte di teosofia (Milly). Tallone non tralascia nulla ne il Fantasma di piazza Statuto e tra i diversi attori narrativi troviamo due giovani (Corrado e l’amico –  parola da usare con le pinze in questo caso – Marcello) un po’ amorfi, taciturni, solitari, del tutto persi nel mondo del web.  Loro sono il ritratto di una gioventù che ha perso un po’ troppo i contatti con la realtà concreta, quella fatta dal contatto e dal dialogo con le altre persone, per lasciarsi fagocitare in modo quasi completo dalla dimensione virtuale. L’intreccio narrativo scorre veloce ed è reso ancora più coinvolgente e intrigante dall’inserimento di tragicomiche sedute spiritiche evocanti ectoplasmi parlanti e dalla presenza più è meno materica di fantasmi. Questo nuovo romanzo di Tallone (già autore di gialli come Piombo a Stupinigi, Veleni al Lingotto e Doppio inganno al Valentino, tutti editi dai Fratelli Frilli) è un curioso giallo che ha nei panni del detective in gonnella una donna comune, di umili origini. La simpatica e un filino logorroica settantenne vedova Annetta, alla quale è impossibile non affezionarsi, è la voce narrante della storia, che attraverso uno sguardo puro e una parlare semplice, trascina chi legge nel misterioso mondo della famiglia Doro. Annetta incarna la vispa donna di una certa età dalla formazione culturale umile – quello che sa’ lo ha imparato dai programmi di Piero Angela e non dai libri o tra i banchi di scuola – che nonostante non abbia i mezzi e le conoscenze degli investigatori o la cultura elevata degli intellettuali incontrati in casa Doro, riesce a trovare tutti gli indizi utili da fornire a Piola per risolvere l’omicidio del giovane Corrado. Il tutto si sviluppa in una Torino ammantata da una perenne ombra che le dona un senso di durevole oscurità incombente sulle case e sugli animi dei personaggi. I vari protagonisti sono una evidente rappresentazione dei molteplici caratteri di quella che per l’autore è la pura “torinesità”, in perenne bilico tra il dubbio e la curiosità, tra la fascinazione per l’esoterico e l’approccio razionale alla realtà cittadina. A dare man forte a questa caratteristica c’è poi la mitica Piazza Statuto, uno dei più importanti slarghi di Torino, luogo di passaggio dalla luce alle tenebre (evento presente anche nel giallo di Tallone) attorno al quale da sempre ruotano vicende storiche (qui fu messa la ghigliottina e il nome del piazzale è un esplicito omaggio allo Statuto Albertino), misteri e leggende che l’hanno resa nel tempo uno dei luoghi più seducenti e misteriosi del capoluogo sabaudo.

Il fantasma di piazza Statuto
Autore: Massimo Tallone
Ed: e/o, Originals, pp. 221 € 14,00

:: Recensione di Un’ educazione parigina (O qualcosa del genere) di Roberto Saporito

31 Maggio 2012

Io mi trovo bene a Parigi, in questa Parigi un po’ da ricchi e un po’ da rifugiati e un po’ da scappati di casa e un po’ alla moda e un po’ decadente e un po’ frutto di una propria elaborazione mitologica, e per ora tutto questo mi basta. La lotta no, non mi interessa più.

Un’ educazione parigina (O qualcosa del genere) di Roberto Saporito è un romanzo breve un po’ speciale.
Non ha copertina, non ha editore, per lo meno non ancora, come entità editoriale “libro”non esiste, i lettori non possono recarsi in libreria e trovarlo sugli scaffali. Tuttavia l’autore mi ha proposto di recensirlo dicendomi: “E’ solo un’idea [un po’ “postmoderna-situazionista”, se vogliamo], ma magari è una buona idea, anche solo per smuovere questo “fangoso” mondo editoriale, per fare qualcosa che [forse] nessuno ha mai fatto: leggere la recensione di un romanzo che ancora non è stato pubblicato.
Vi chiederete voi che senso abbia recensire un libro che non c’è, che i lettori non potranno leggere, come se le recensioni fossero unicamente spot pubblicitari finalizzati alla vendita e non magari un discorso culturale più ampio e un pelino più nobile, una forma d’arte come dice Saporito. Certo c’è sempre il rischio di commettere non un crimine ma un gioco speculativo un po’ da intellettuali decadenti e bohemienne, gli sfavorevoli diranno sterile, perché non ancorato a sagge e avvedute manovre di marketing, ma chi l’ha detto che nella vita non si possa trasgredire ogni tanto le regole del buon senso e inoltrarsi in un terreno sconosciuto e non privo di bellezza che a me ricorda tanto gli orologi liquefatti di Salvador Dalì.
E così eccomi qua a parlare di un romanzo che ha un che di mitologico come l’unicorno, o il drago alato delle favole medioevali. Da critico letterario in erba, e recensore per passione, la sfida non potrebbe essere più stimolante.
Un’ educazione parigina è un romanzo multi sensoriale: è provvisto infatti di una colonna sonora, che se aveste a disposizione il testo trovereste a pagina 6, che va dagli Strokes, ai Kasabian alla Yellow Magic Orchestra, e di una lista di consigli di lettura a pagina 7, piuttosto composita, trovereste infatti libri di autori come Patrick Modiano, alternati ad altri di Ken Bruen o Christian Gailly, senza privarci di classici come La versione di Barney di Mordechai Richler o Bonjour tristesse di Françoise Sagan.
Saporito si sa è uno scrittore colto e raffinato, portatore sano di una sensibilità a volte ingombrante ma mai presuntuosa e forse fuori moda. Legge di tutto, con una predilezione per la letteratura americana contemporanea, della quale oltre che estimatore è proprio un fine cultore. Non a caso Luigi Bernardi aveva scelto personalmente questo libro per la pubblicazione, poi la crisi, la dannata crisi che ci impantana, ha compromesso tutto e ha spinto l’autore a cercare un nuovo editore.
Prima di iniziare la lettura del romanzo vi trovereste a leggere una breve nota dell’autore, una specie di mappa che vi guiderà nella lettura, simile ad un faro che nelle notti di burrasca indica gli scogli ai naviganti e la giusta rotta. Il discorso sembra complesso, ma in realtà non lo è, anzi è affascinante. L’autore si è così innamorato di tre personaggi dei sui libri precedenti che ha deciso di farli rivivere ancora in questo libro come tre io narranti senza nome. Le storie di questi tre io narranti, ambientate in massima parte a Parigi, si rincorrono di capitolo in capitolo e ogni capitolo ha un io narrante senza nome differente come protagonista: “primo io”, “secondo io” e “terzo io”.
Come sottofondo il rumore del traffico di Parigi, lo sciabordare della Senna e queste tre vite che si intrecciano, si sfiorano, respirano in un canone a tre voci virtuosisticamente stilizzato. Tracce distintive riportano ai personaggi dei libri precedenti, fuggevoli ma inconfondibili; come non pensare alla bicicletta con cui il protagonista di Carenze di futuro vuole raggiungere Parigi, e la vita fluisce, tanti fotogrammi che si susseguono verso un finale che non c’è. Come la sceneggiatura di un film francese della Nouvelle Vague, uno di quei collage esistenziali recitati pianissimo, tra voci che si rincorrono, tra il rumore cacofonico delle tazzine e i cucchiaini che tintinnano in un bar.
La scrittura di Saporito affascina, come sempre anche quando parla di cose minime, in un minimalismo suo proprio che ne fa la cifra distintiva della sua scrittura. Riflesso di quanto la psicologia dell’uomo moderno sia frammentata, quasi che i tre “io” siano i volti di un medesimo personaggio, quasi da teatro dell’assurdo. Il titolo farebbe pensare ad un romanzo di formazione, ma a dire il vero i personaggi sono già formati, maturi; si limitano a vivere, a domandarsi cose, a vagare per la città fatta di zone degradate, cimiteri storici, caffè all’aperto, librerie, mercatini da strada e tetti, i magnifici tetti di Parigi. Il resto è silenzio.

:: Un’ intervista con Maurizio de Giovanni

31 Maggio 2012

Bentornato Maurizio su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia nuova intervista.  Mi piacerebbe parlare in questa intervista principalmente del tuo nuovo libro Il metodo del coccodrillo, con cui hai esordito in Mondadori. Come sei stato accolto in questa grande casa editrice? Che cambiamenti hai notato? Ti senti più libero o più vincolato rispetto a prima, non solo artisticamente ma anche proprio nell’organizzare presentazioni, concedere interviste?

R. Grazie a te dell’attenzione, sai che seguo il tuo blog con grande piacere, fai un bellissimo lavoro. Per rispondere alla domanda, non è tanto la casa editrice, che peraltro supporta con professionalità e bravura l’attività di promozione, quanto il successo del libro a riempire piacevolmente la mia agenda. Il metodo del Coccodrillo è partito molto forte, al di là delle più rosee previsioni, affermandosi in classifica e attirando l’attenzione della stampa, dei festival e delle librerie.

I tuoi lettori hanno accolto questo libro con molto calore. E’ stato quasi un azzardo, un rischio lasciare un personaggio molto amato come Ricciardi per nuovi personaggi. Ti aspettavi tanto successo?

R. Sì, è stato un azzardo. A volte ci penso con un brivido, ho corso davvero un rischio: Ricciardi è comodo, ha una base consolidata di lettori affezionati e tutto avrebbe consigliato di continuare per la strada tracciata ancora un po’. Ma quando hai una storia dentro, questa comincia a mettere radici, rami e foglie e allora devi lasciarla uscire. Certo che tutto questo successo è stato una bellissima sorpresa, prima per me e poi per gli altri.

C’è una svolta nel tuo stile, nella tua costruzione della trama rispetto alla serie di Ricciardi. Sei meno romantico, sentimentale. Quali scrittori, quali letture pensi abbiano influenzato la stesura di questo libro?

R. E’ diversa l’epoca, è diversa la città. La Napoli di Ricciardi è evocativa, misera ma dignitosa; il linguaggio è improntato alla tenerezza per un tempo lontano, per una scala dei valori condivisa che non esiste più. La città che racconto oggi è una qualsiasi metropoli occidentale, che viaggia a mille all’ora e che ha un unico intento: quello di non essere coinvolta nei problemi altrui. Scrittori contemporanei come Ruggero Cappuccio raccontano questa città, e li leggo con il piacere che si riserva a una grande scrittura e con l’accorato timore per il nostro futuro.

Il metodo del coccodrillo è un noir contemporaneo, un poliziesco metropolitano molto all’americana, molto alla Ed McBain. Niente più anni 30, niente più schegge di sovrannaturale. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

R. Ti ringrazio per l’accostamento che mi onora enormemente, sai che McBain è il mio inarrivabile modello e i tratti somatici di Lojacono, orientali, sono un sentito omaggio al suo Carella dell’87° distretto. Volevo camminare narrativamente per la mia città, almeno un po’. Nei racconti non hai il respiro sufficiente per guardarti attorno, hai bisogno di un romanzo per respirare l’aria che tira, per capire tante cose. E volevo un faccia a faccia tra due solitudini, una immersa nel male e una nel ricordo dell’amore

Parlami del protagonista lispettore Giuseppe Lojacono, un siciliano in esilio a Napoli, una città che sente estranea, inospitale, fredda. In che misura i luoghi influenzano questo personaggio o è vero il contrario?

R. I collaboratori di giustizia, lo sappiamo, determinano i destini delle persone. Spesso non necessitano di riscontri per gettare addosso a uomini e donne che magari sono innocenti l’infamia di un delitto o di una connivenza con la criminalità che a volte si scopre inesistente anche dopo anni. Lojacono ha perso per questo motivo tutto quello che aveva: famiglia, amici, lavoro. Perfino la sua città. Si ritrova proiettato in una realtà fredda, oscura e diffidente, di cui non capisce a fondo le dinamiche e nemmeno vuole coinvolgersi più di tanto con i pochi che gli danno confidenza. In questo modo riesce però a guardare con obiettività alle cose che gli succedono attorno e quindi a intuire le vere mozioni del Coccodrillo. Il legame col luogo è diverso ma strettissimo, alla fine è Lojacono a indicare le regole del gioco ai suoi colleghi.

Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole, evidenziandone i passaggi salienti, per incuriosire un lettore che passasse di qua e non l’avesse ancora letto?

R. Domanda difficile. E’ una storia che parla d’amore, il più terribile e il principale movente di ogni delitto; di solitudini, di disperazione; ma anche di un piccolo spiraglio di umanità, e dell’immenso legame tra padri e figli.

Parlaci dei personaggi principali del libro?

R. Inizialmente volevo un faccia a faccia serrato tra Lojacono e il Coccodrillo, un assassino freddo e determinato che sta portando a termine un disegno all’ombra del muro che costituisce una città chiusa e indifferente. Poi sono venuti fuori tutti gli altri personaggi, donne, ragazzi, perfino una bambina di sette mesi, e hanno chiesto voce e presenza. Io non ho fatto altro che aprire la porta, e loro sono entrati nel romanzo, ognuno al suo posto.

Ci sono due donne legate al protagonista una più materna, sensuale, accogliente e una più indipendente, determinata, aggressiva. Due volti quasi opposti della femminilità. In che misura questi due personaggi femminili si accostano al protagonista?

R. Ogni persona, donna o uomo, ha due lati della propria personalità che hanno diverse esigenze. Diciamo di desiderare la tranquillità, la serenità di un rapporto consolidato che faccia da porto sicuro, e poi restiamo affascinati dall’imprevisto, dall’incomprensibile, dal mistero. Ricciardi e Lojacono non sono diversi da chiunque altro, ed essendo per motivi opposti portatori di mistero affascinano le donne che incontrano. E’ una dinamica normale della vita, nulla di strano che la inserisca con naturalezza nei miei romanzi.

Quale è o sono le tue scene preferite in Il metodo del coccodrillo?

R. Credo che la parte finale, una sequenza che ho cercato di rendere serrata e senza fiato, sia riuscita abbastanza bene. Anche le lettere che scrive il Coccodrillo, che sono il modo in cui gli do voce, danno l’idea della sua personalità e mi hanno soddisfatto.

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

R. Il più difficile è stato senz’altro il Coccodrillo. Doverne descrivere le mozioni e i comportamenti senza poter contare sul dialogo e sull’interazione con gli altri personaggi è stata una prova di una certa problematicità, spero di essere riuscito. Il più facile, all’inverso, proprio Lojacono: immedesimarsi nella sua condizione, ritrovare i colori della sua solitudine e della sofferenza di padre è stato semplice.

Il metodo del coccodrillo è in un certo senso un romanzo che ha un protagonista nascosto. La solitudine dei personaggi è cupa, li intrappola, li schiaccia. Sia Lojacono che il suo antagonista, il coccodrillo, molto più simili di quanto si pensi, soffrono entrambi di questa malattia dell’anima. Come hai reso un “sentimento” così evanescente come la solitudine?

R. Al solito la tua sensibilità di lettrice ha individuato il principale elemento dell’atmosfera del romanzo. La solitudine è il mood principale, il rumore di fondo che ho voluto sottendere a tutta la narrazione. L’ho immaginata come un retrogusto, una colonna sonora e senza mai discuterne direttamente l’ho poi ritrovata in ogni pagina. E’ la peste contemporanea, la grande malattia della società moderna.

Il coccodrillo persegue una vendetta. La sofferenza l’ha chiuso in una lucida follia dandogli quasi le stigmate del giustiziere, anche se non è giustizia quella che persegue. Da genitore, senza svelarci troppo, quanto ti è costato elaborare questo processo di progettazione del crimine?

R. Il motivo della sofferenza per i figli è un filo conduttore della mia scrittura, tu sai per aver letto quanto sia stato difficile scrivere Il giorno dei morti, il quarto romanzo di Ricciardi. Mi basta immaginare, immedesimarmi in quel dolore per comporre la follia che pervade una mente normale, e seguirla nella sua innaturale evoluzione. Come un tumore. Ti rispondo: mi è costato, sì. Mi è costato moltissimo.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: Enrico Pandiani, Carlo Lucarelli, Garcia Marquez, Alessandro Bastasi, Diana Lama, Marco Vichi, Ed McBain, Stephen King, Cormac McCarty, Philip Roth.

R. Questa è perfidia pura! Peraltro citi autori che mi piacciono da morire, quindi prendo il dizionario dei sinonimi… A parte gli scherzi, Enrico è fantastico; Carlo è un Maestro, Garcia Marquez inarrivabile, Alessandro in costante, splendida crescita, Diana effervescente e ironica, Marco va approfondendo le sue interessantissime tematiche, King è unico, McCarty un caposcuola e Roth impressionante. McBain, be’, lui e in cima a tutti per me. 

Il metodo del coccodrillo nasce come romanzo unico. Ci sarà un seguito?

R. C’è una cosa da dire, sulla serialità. Tu non decidi prima di voler fare una serie, non pianifichi, non allestisci. Semplicemente non scrivi una favola, non chiudi con un “… e vissero per sempre felici e contenti”. La vita continua sempre, e i personaggi che non muoiono hanno sempre la faccia rivolta al futuro. Il metodo del Coccodrillo è un romanzo singolo, ma le figure dei protagonisti e l’affetto dei lettori hanno creato un grande interesse dei maggiori editori a un seguito. Io stesso mi sono affezionato, e sono curioso di vedere cosa può succedere a Lojacono e agli altri, e avrei anche un’idea sulla prosecuzione della vicenda che li riguarda. Staremo a vedere.

Per i fan di Ricciardi è iniziato il ciclo delle festività. La prossima sarà la Pasqua?

R. Sì, il prossimo romanzo di Ricciardi che uscirà probabilmente in autunno si svolgerà tra il 20 e il 27 marzo del 1932, il giorno di Pasqua appunto. La storia è molto intrigante, non vedo l’ora di cominciare a scriverla (lo sai che scrivo durante le ferie estive).

Infine per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: che progetti hai attualmente in corso, teatrali, letterari, cinematografici?

R. Stiamo lavorando a un’idea innovativa cinematografica che riguarda Il metodo del Coccodrillo, una cosa che in Italia non è ancora stata realizzata sul modello di Sin City, per intenderci. Poi spero che verrà messo in scena Gli altri, un mio testo teatrale al quale tengo davvero tanto. Poi come sempre c’è Ricciardi che incombe… Ci sarà da divertirsi, insomma. Nel frattempo lasciati abbracciare, e con te i lettori del tuo splendido blog.