Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di Niceville di Carsten Stroud (Longanesi, 2012)

9 novembre 2012

Siamo a Niceville, sonnolenta cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti fondata nel 1764: prati ben curati, ville signorili, viali di querce, case e negozi dai mattoni rossi, il cimitero confederato e nelle vicinanze colline nebbiose, e un fiume, il Tulip River, che scorre ai piedi della parete rocciosa del Tullalah’s Wall in cima alla quale  tra una fitta selva di alberi secolari e nel cuore dell’antica foresta, c’è  un ampia dolina circolare, colma d’acqua nera, il Crater Sink. Un laghetto misterioso, nel quale si diceva che tutto quello che entrava non ne uscisse, un luogo in cui già le leggende indiane narravano che ci abitasse il Male.
La vicenda inizia con la sparizione di un ragazzino di dieci anni, Rainey Teague, figlio adottivo di una ricca coppia di Niceville, personaggio che riserva un piccolo colpo di scena e il cui ruolo fondamentale si svilupperà sicuramente nei capitoli successivi. A seguire il caso il detective Nick Kavanaugh, ex combattente delle forze speciali, ora detective del CID la Criminal Investigation Division della contea di Belfair e Cullen. Le tracce portano all’ultimo avvistamento del ragazzino, impresse nel video di sorveglianza di Uncle Moochie’s, un negozio di pegni. Prima c’è e un fotogramma dopo è scomparso, dissolto nel nulla. Proprio mentre fissava a bocca aperta, ritraendosi forse spaventato, un vecchio specchio esposto in vetrina.
Le bizzarrie proseguono quando il ragazzino viene ritrovato vivo in una cripta. Fatti che ci anticipano, anche se per ora non spiegati, che il soprannaturale circola libero a Niceville. La sparizione di Rainey Teague comunque non è un fatto isolato. Da molti anni la gente scompare ed è tutta in un modo o nell’altro legata alle quattro famiglie dei fondatori della città:  gli Haggard, i Cotton, i Teague e i Walker.
Un anno dopo infatti Delia Cotton e il suo giardiniere scompaiono nel nulla lasciando tracce inquietanti che fanno immediatamente pensare che sia stato commesso un crimine. Nick Kavanaugh chiamato ad indagare anche su questo caso si ritrova a vagare per la villa di Delia Cotton infestata di strane presenze che un po’ mi hanno fatto pensare a Solaris. Questo è almeno il filone principale della storia a cui si intrecciano altre storie minori, sempre in un certo senso connesse col mistero di Niceville: una rapina in banca commessa da un poliziotto, un ex poliziotto e un ex galeotto, con esiti imprevisti, i tentativi di un losco personaggio Tony Block di rovinare la vita a un po’ di persone per poi finire lui stesso vittima di un complicato ricatto. La gente a Niceville diventa cattiva, o almeno più cattiva e questo sembra collegato alla indefinita presenza che giace sul fondo del Crater Sink.
Non vi spiego quale è l’origine delle sparizioni, in un capitolo il padre di Kate, moglie di Nick Kavanaugh, ne da una abbozzata descrizione, ma vi posso dire che ci sono fantasmi, non morti, specchi che riflettono presenze diaboliche, vendette da consumare, faide famigliari, gatti con sopra il sangue di persone morte da tempo, corvi che aleggiano come se fossero il braccio armato della presenza. Ah, non vi ho parlato di Clara Mercier ma quello lo scoprirete da voi se avrete la pazienza di leggere questo piuttosto impegnativo libro. I personaggi sono tanti, divisi equamente tra buoni e cattivi, o meglio di buoni ci sono solo Nick Kavanaugh e sua moglie, e anche lui ha il suo lato oscuro che emerge senza essere mai definito. Poi c’è il raccolto di Glynis Ruelle, che sicuramente racchiude un mistero che troverà spiegazioni nei prossimi libri.
Contaminare il thriller con l’horror, o meglio con la ghost story, è una scelta azzardata. Non che non ci abbiano provato, mi vengono in mente per esempio un grande come Matheson che in Ghost ha dato una prova piuttosto sfumata o Stephen King che in Shining è riuscito invece ad unire felicemente le due componenti. Sebbene la radice comune sia la paura, suscitata, condivisa, combattuta, la differenza principale tra i due generi è l’utilizzo del  soprannaturale, componente fondamentale dell’horror. In un horror ci aspettiamo, zombie, vampiri, case maledette, demoni, fantasmi e li accettiamo perché il superamento della realtà è stato metabolizzato, fa parte del gioco. Il lettore tipo di thriller vuole invece esorcizzare la paura del male con soluzioni razionali, ben ancorate al senso comune: vuole che tutto sia concatenato, spiegabile, lineare. E da qui la frattura.
Carsten Stroud si getta coraggiosamente nell’impresa di unire horror e thriller, forte di una scrittura davvero felice e piacevole, e il risultato – non trovo parole migliori che rubarle ad una recensione di Patrick Anderson pubblicata sul Washington Post – non è per tutti. Personalmente mi sono divertita, Stroud scrive davvero bene e ha un senso dell’umorismo tutto suo, anche se devo confessare che non sono una patita del soprannaturale. Quando mi sono resa conto che era una componente fondamentale del libro ce l’avevo già tra le mani ed era un po’ tardi per tornare indietro. A complicare tutto va anche considerato che Niceville è il primo episodio di una trilogia – comprendente anche The Homecoming appena completato e  The Departure – per cui bisogna anche accettare che non tutto sia spiegato subito, che molto ci sarà ancora da leggere per vederci chiaro. Però mi sono detta, ok sospendiamo la realtà, accettiamo di non trovare spiegazioni logiche per ogni cosa, accettiamo di giocare con le regole inventate dall’autore. Con queste premesse mi sono messa comoda e mi sono lasciata trasportare in un mondo parallelo, dove tutto era possibile.
Il debito verso King è evidente, e molto più profondo dell’apparente similarità con per esempio Cose preziose, ho avuto la sensazione che Stroud conosca tutte le opere del Re e molto spesso vi faccia omaggi e citazioni. E’ uno strano romanzo comunque, che racchiude un suo fascino e che per buona parte della vicenda cattura nel tentativo di capire cosa stia succedendo. Non mi ha fatto paura, questo no, anche se va considerato che  il tema delle sparizioni è sicuramente più inquietante in America che da noi. Il lato horror è abbastanza convenzionale: i corvi che banchettano mi hanno riportato sicuramente alle scene più cruente de gli Uccelli di Hitchcock. Inquietanti anche episodi minori: il padre che fotografa le figlie adolescenti nella stanza da bagno o il dentista che addormenta le pazienti per scattargli foto erotiche e qui ho pensato a Kawabata e La casa delle belle addormentate, per non parlare del padre ubriaco che mette in mano un tosaerba al figlio piccolo con esiti drammatici.
A parte la trama che presenta punti non chiariti, è lo stile di Stroud che mi è soprattutto piaciuto. Le venature liriche che sa dare ad un tessuto narrativo semplice e nello stesso tempo classico. I lampi di dejavu sono accompagnati da un sottile umorismo che forse stempera l’effetto drammatico e puramente di paura in favore di un clima più rilassato, e brillante. Molte promesse spero siano mantenute nei prossimi libri che sicuramente leggerò.

Niceville, 2012, titolo orgiginale Niceville, Longanesi, traduzione di Michele Fiume.

:: Bookup! La prima storia bella

5 novembre 2012

Cari amici,
in alto i libri!

Quali sono i romanzi d’esordio più belli degli ultimi due anni?
Qual’è il “primo libro” del tuo scrittore preferito?
Dopo il successo di Letti di notte, è la volta di Bookup! La prima storia bella.

Dieci giorni dedicati al tema dell’esordio, per riaffermare il valore del libro e il ruolo indispensabile del libraio.
Dal 17 al 25 novembre tante librerie indipendenti in tutt’Italia allestiranno vetrine e spazi dedicati agli esordienti.
Si alterneranno giochi, eventi creativi con autori alle prime armi e autori già noti.
Ventidue gli editori partecipanti e quasi cento le librerie indipendenti.
E i lettori segnaleranno il loro esordio più amato partecipando al concorso Bookup! La prima storia bella.

Un concorso
Nelle librerie che aderiscono a Bookup! o sul sito www.lettidinotte.com troverete le cartoline dove potrete consigliare l’esordio letterario – del presente o del passato – che vi ha fatto “volare più in alto”; potete vincere l’intera collezione degli esordienti di Bookup!

Dieci giorni di eventi creativi in libreria & in streaming
Si potrà seguire Bookup! dal vivo in una delle tante le librerie aderenti l’iniziativa (scoprile attraverso il sito www.lettidinotte.com) o in streaming sulla piattaforma Streamago.

Bookup! è un’idea di Piazza Repubblica Libri e Marcos y Marcos organizzata in collaborazione con Add Editore, Adelphi, Aisara, Arkadia, Dalai, :duepunti, e/o, Einaudi, Emons, Fandango, Fazi, Giulio Perrone, Hacca, InstarLibri, Iperborea, La nuova Frontiera, minimum fax, Neo, Nottetempo, Sellerio, Voland.
Ringraziamo per la preziosa collaborazione Tiscali.

Sul sito www.lettidinotte.com maggiori dettagli.

:: Recensione di Miradar di Ilaria Mavilla (Feltrinelli, 2012) a cura di Michela Bortoletto

5 novembre 2012

Miradar è il romanzo di esordio di Ilaria Mavilla. Miradar è il vincitore del concorso nazionale Ilmioesordio 2011 indetto dal Gruppo editoriale L’Espresso e dalla scuola Holden.
Miradar  è un albergo a ore. È un ristorante. È una discoteca. Miradar è il castello dei destini incrociati.
In questo locale che in passato ha visto giorni più felici si incontrano e si incrociano le storie di Margherita, Marilù, Barbara, Clarissa e Sugar.
Sugar, il proprietario del Miradar che passa la sua vita cercando di tenere a galla il locale della defunta madre e chattando con sconosciute incontrate attraverso siti di agenzie matrimoniali.
Margherita, trent’anni e senza lavoro, si ritrova assunta come ballerina al locale. Danza seminuda sotto un crocefisso illuminato. Il fidanzato in America e un sogno nel cassetto: pubblicare un romanzo che sembra non riuscire a compiersi mai.
Marilù, vera e propria prostituta, vive al Miradar ormai da anni. Ha parecchi clienti ma nessuno le è affezionato come Pepi, un uomo triste che ha perso la moglie in un tragico incidente e che chiede a Marilù di vestire i panni della defunta compagna di vita. Marilù si traveste quindi in Giovanna, un po’ per lavoro, e tanto per compassione e affetto verso Pepi.
Barbara, ragazza madre rumena che è riuscita a scappare dal suo aguzzino nonché padre di suo figlio. Ma la minaccia è sempre lì, dietro l’angolo. Passa la vita in fuga tra una città e l’altra dell’Italia, accumulando faticosamente i propri risparmi in un barattolo di latta per riuscire ad andare lontano e poter vivere finalmente serena e tranquilla con il suo figlioletto.
Clarissa, un fidanzato  violento che non riesce a lasciare, tanti debiti e il sogno di fuggire lontano.
Cinque persone, cinque anime diversamente ferite che approdano al Miradar. Per qualcuna di loro sarà il porto di arrivo. Per altre solo un nuovo punto di partenza.
La prima opera narrativa di Ilaria Mavilla è asciutta ed essenziale. In poche righe delinea i tratti fondamentali dei personaggi. Non un dettaglio di più, non un dettaglio di meno.
Alcune storie si chiudono in un finale irreversibile. Altre, come quella di Clarissa, si aprono alle incertezze del futuro, sono delle opere incompiute. D’altra parte, attraverso la voce di uno dei suoi personaggi, è Mavilla ad aver scritto: “Le opere compiute sono perfette ma morte.”[1]


[1] I. Mavilla, Miradar, Milano, 2012, pag. 118

:: Segnalazione di Verso nord Unonoveottootto di Han Han (Metropoli d’Asia, 2012)

4 novembre 2012

Oltre a  Mo Yan, fresco vincitore del Nobel per la letteratura, un altro scrittore e blogger cinese sta raggiungendo una sorta di fama da rock star. Forse non l’avete mai sentito nominre ma Han Han ha un blog con 450 milioni di visitatori all’anno e una media di quasi 15.000 commenti quotidiani. Scrive per il New York Times e rappresenta un punto di riferimento per molti suoi coetanei cinesi e non solo. Oltre che blogger dicevo è anche scrittore. Ha già pubblicato nel 2011 Le tre porte, ottenendo un buon successo di critica e di pubblico, e ora sta per uscire il 7 novembre per la casa editrice milanese Metropoli d’Asia con Verso Nord Unonoveottootto. Ecco la trama del libro tratta dal sito dell’editore per chi fosse curioso di conoscere il suo punto di vista  sulla Cina contemporanea.

A bordo di una station wagon scassata, un ragazzo cinese sulla trentina parte per andare a incontrare un amico che esce di prigione. Lungo la strada conosce una prostituta incinta, Nana, che diventa sua compagna di viaggio. La narrazione è un continuoandirivieni tra passato e presente: ricordi di infanzia e di giovinezza si intersecano senza soluzione di continuità al racconto del viaggio e alle riflessioni del protagonista. Emerge una condizione di degrado sociale che rappresenta la faccia più nascosta della Cina contemporanea, che l’Autore tratteggia quasi con rassegnazione offrendoci uno sguardo originale e fresco su una società che ancora oggi presenta agli occhi dell’Occidente molti aspetti misteriosi.

Han Han è lo scrittore ribelle divenuto la voce rappresentativa della sua generazione in Cina. Nato nel 1982, residente a Shanghai, blogger, pilota automobilistico e icona pop giovanile, si sta rapidamente trasformando da fenomeno mediatico inviso ai circoli letterari ufficiali in uno degli intellettuali più influenti della Cina contemporanea. La sua rivista letteraria Party, uscita nel 2010, è stata accolta dal consenso della critica, prima di essere chiusa dalla censura, che però non è in grado di mettere il freno a un blog con 450 milioni di visitatori all’anno e una media di quasi 15.000 commenti quotidiani. Dal 2011 ha iniziato a scrivere sul New York Times. Dell’autore, Md’A ha già pubblicato Le tre porte (2011) ottenendo un buon riscontro di pubblico e di critica.

Pagine 208

Euro 14, 50

Traduzione di Silvia Pozzi.

:: Recensione di Titoli di coda. Dalla bandana di Silvio al loden di Mario di Cinzia Poli (Aliberti editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

4 novembre 2012

Amici di Liberi di Scrivere, come avrete notato sul nostro blog ci sono libri gialli, thriller, storie di vita vera e d’avventura e pure qualcosa dedicato all’amore per deliziare i cuori più teneri. E va bene…. ve lo confesso, ma perdendomi nel fantastico e vario mondo dei libri – e mi succede ogni volta che entro in una libreria – ho scovato, nello scaffale riservato al fumetto, una curiosa raccolta di vignette ironico satiriche realizzata da Cinzia Poli e intitolata Titoli di coda. Dalla bandana di Silvio al loden di Mario. Protagonista costante del libro è un simpatico micione a strisce – nel quale identificherei un alter ego della Poli stessa-, accanto al quale compaiono i più disparati, e a volte anche disperati concedetemelo, abitanti del mondo animale che con il gattone si scambiano sferzanti battute. Cani, volatili di varia specie, puzzole, serpenti, pesci, tartarughe, maialini di dimensione varia e mucche, nei quali identificherei un po’ tutti noi italiani impegnati con piacere, grazie alla  sembianza fumettistica, a dialogare con il saggio e colto Mineow – un nome scelto con esplicito riferimento al direttore di RaiNews Corradino Mineo, con il quale l’allegra banda di Catterpillar A. M.  si collega ogni mattina tra le 6.00 e le 7.30-  sempre pronto a rispondere. Il tratto delle immagini è semplice, lineare a tal punto da creare un impatto visivo efficace e ad effetto. Questa purezza espressiva permette alle creature di Cinzia Poli di imprimersi con facilità nella mente del lettore. I disegni sono simpatici e sempre accompagnati dalle sagaci battute dell’abile disegnatrice, contraddistinta da un‘ironia incisiva che le dona quella giusta eleganza nel saper punzecchiare tutti e nel cogliere lo stato d’animo della gente comune. Sfogliando Titoli di coda si passa dal mondo della politica presa di mira nel singolo rappresentante di partito o nell’ intero movimento, passando all’ istruzione, al mondo del lavoro e alla società italiana, a dimostrazione del fatto che tutti sono possibili obiettivi del pennarello di Cinzia Poli. La cosa che piacevolmente stupisce è la capacità di centrare il bersaglio con ironia senza la minima volgarità e cattiveria, proprio perché i personaggi scaturiti dalla mente e dalla mano della Poli evidenziano un’astuta capacità – figlia della creatrice stessa – di fare satira senza essere offesivi (e non tutti riescono in questo). Ogni disegno coglie in pieno l’obiettivo con raffinato umorismo, scatenando in chi legge il sorriso e la riflessione sulla contemporaneità. Titoli di coda è un libro da leggere come si vuole, nel senso che lo si può fruire dall’inizio alla fine seguendo l’ordine cronologico con il quale è stato assemblato, leggendo le vignette dal 16 settembre 2011 fino al 30 maggio 2012, per avere un quadro generale di quello che è accaduto nel nostro stivale in quei nove mesi. L’altra modalità di lettura è casuale, perché chi prenderà Titoli di coda potrà anche aprirlo a caso, in un giorno qualsiasi della stagione di Catterpillar A. M. 2011/12, per ridere con piglio razionale del nostro mondo che è passato e anche di noi stessi.  Il tutto fa sorridere e allo stesso riflettere sulla complessità che caratterizza la società italiana, dove ogni lettore e ascoltatore – e poi vi spiego perché vi ho chiamati ascoltatori – vive quotidianamente. Quindi… oltre tenere sempre portata di mano Titoli di coda di Cinzia Poli, la mattina, dalle 6.00, provate ad ascoltare Catterpillar A. M.  su Radio2 perché assieme al mitico trio Solibello, Lusenti, Ardemagni -sempre pronto ad informarci e coinvolgerci sull’attualità-, quando meno ve lo aspetterete arriveranno Cinzia, il micio e Co. a darvi il giusto tocco di adrenalina per sorridere di prima mattina e per affrontare la giornata nella nostra caotica, ma sempre bella, Italia.

Cinzia Poli è nata a Milano il 12 marzo 1970. Quindi è dei Pesci, qualsiasi cosa voglia dire. Ha studiato Filosofia all’Università e si è dedicata al teatro per bambini, per poi passare a lavorare a Solletico, programma televisivo della Rai. Qualche anno a Linea Verde, tra prodotti tipici e malattie delle piante, per poi approdare finalmente alla radio. A Radio2 ha lavorato per il programma musicale Fuori Giri, è stata autrice di Aria Condizionata e dell’edizione estiva di Un Giorno da Pecora. Dal 2000 collabora con Caterpillar come redattrice, inviata, autrice e presentatrice, insomma fa quel che c’è da fare. Dal settembre 2011 si alza all’alba per Caterpillar A.M. e, per il momento, resiste e la trovate ogni mattina, dal lunedì al venerdì dalle 6 alle 7.20, sempre su Radio2 in compagnia di  Natascha Lusenti, Filippo Solibello e Marco Ardemagni.

:: Recensione di Alle radici del male di Roberto Costantini (Marsilio, 2012)

3 novembre 2012

Sotto la sabbia e il sangue. Il petrolio. Il maledetto petrolio.

In Alle radici del male di Roberto Costantini, edito da Marsilio, secondo episodio della Trilogia del Male, viene narrata l’adolescenza del protagonista, il Commissario Michele Balistreri, vissuta a Tripoli con il nonno, vecchio colono, il padre, la madre Italia, il fratello Alberto ed i suoi amici: gli Hunt, tre americani che abitano nella villa contigua alla loro, gli Al Bakri, libici, marito e due mogli e i 5 figli tra cui specialmente Ahmed e Karim che diventano suoi fratelli di sangue assieme a Nico l’amico siciliano che lavora ad una pompa di benzina che suo padre il ricco Salvatore Balistreri ha messo a disposizione della sua famiglia.
In quegli anni l’omicidio di una povera ragazza del Sudan prima e poi di Nadia Al Bakri, di cui non si trovano gli assassini, e soprattutto il suicidio o forse l’omicidio della madre Italia lasceranno profonde cicatrici nell’animo tormentato del futuro Commissario. Oltre questo anche la Storia porta il suo bagaglio di morte e sofferenza. Dopo la morte del nonno Michele Balistreri viene infatti coinvolto nel colpo di stato che porta al potere Gheddafi: a Michele  viene ordinato di uccidere Gheddafi. L’attentato non avrà mai luogo a causa di un tradimento e Michele si salva solo perché il fratello lo fa fuggire a Roma e dopo l’università lo fa entrare in Polizia. A Roma, tredici anni dopo, l’uccisione di altre ragazze si ricollega agli omicidi avvenuti a Tripoli.
Dopo il più che fortunato Tu sei il male, migliore opera prima al Premio Scerbanenco 2011, vincitore del Premio Azzeccagarbugli 2012 al Romanzo Poliziesco  e finalista del Premio Camaiore 2012 di Letteratura Gialla, Roberto Costantini continua la sua trilogia con un ritorno al passato. Non è frequente conoscere le ragioni della rabbia, infelicità, del buio che portano dentro i personaggi al centro di thriller o noir. Molto spesso consociamo i personaggi già formati, adulti, con il loro carico di delusioni, sconfitte, amarezze e possiamo solo immaginare cosa sia successo prima.
Questa volta no, l’autore ci accompagna a visitare la giovinezza del suo protagonista, vissuta a Tripoli, terra che Costantini conosce per esperienza diretta essendoci nato e avendoci vissuto per molti anni, terra che rimane nella sua penna fatta di sabbia del deserto e di vento, del silenzio delle notti africane, dell’odore degli eucalipti, di fatalismo. Uno scorcio d’Africa postcoloniale in cui la presenza italiana è stata forte, in cui il petrolio ha dettato le regole del gioco, la cui descrizione rappresenta sicuramente la componente più peculiare e originale del nuovo lavoro di Costantini. Molte domande, che erano rimaste senza risposta, molti conflitti insoluti di Tu sei il male, trovano così una spiegazione, confermando o sovvertendo le idee che ci eravamo fatti, dando spessore all’apparente antipatia che il protagonista suscitava.
La Libia degli anni 60 e l’Italia degli anni 80 fanno da sfondo ad una vicenda complessa, anche se in realtà drammaticamente lineare, in cui il tradimento è la parola che si ripete inesorabilmente quasi racchiudendo in sè la radice di ogni male: il tradimento di un marito nei confronti della moglie, il tradimento di un ideale, di un amico, di un padre nei confronti della figlia, il tradimento di una nazione.
Alle radici del male è un libro avvincente, fatto di capitoli brevi in cui si susseguono molti colpi di scena seguendo le regole del thriller. Anche se è l’atmosfera che si percepisce più che la suspense ad accrescerne la bellezza. La scena iniziale con cui si apre il romanzo per esempio, dove appaiono tutti i personaggi seduti a guardare il Festival di San Remo in televisione, sottolineando che sono in Libia, a Tripoli e nello stesso tempo facendo sentire l’Italia così vicina è un esempio della capacità dell’autore di creare suggestioni e rimandi.
La scrittura di Costantini e scabra e tagliente, scava nella psicologia del protagonista descrivendolo anche negli aspetti meno edificanti. Balistreri è pronto ad odiare, a vendicarsi, a uccidere anche se la giustizia per le vittime resta un dovere morale che non sa tradire e forse in questo risiede il motivo per cui seppure non privo di lati negativi resta nell’immaginario del lettore un eroe, un buono a cui spetta di diritto uno scampolo di lieto fine anche se amaro, anche se il mistero che maggiormente vorrebbe svelare resterà insoluto.
Alle radici del male a mio avviso per originalità e qualità di scrittura costituisce senz’altro un’ottima prova di bravura e di talento non inferiore a Tu sei il male e conferma Costantini un vero scrittore sebbene faccia tutt’altro nella vita. Non ci resta dunque che aspettare il terzo e ultimo capitolo di questa interessante trilogia.

:: Premio Giorgio Scerbanenco 2012 – XII edizione 10.16 dicembre 2012

3 novembre 2012

Siamo infine giunti alla XII edizione del Premio Scerbanenco per il migiore romanzo noir italiano edito nell’anno e con una certa curiosità sono andata a leggere l’elenco dei 15 noir da cui verrà tratta la cinquina dei finalisti. Che dire alcuni li ho letti, altri no, alcuni che avrei inserito io mancano, comunque è una rassegna che seguo e per cui voto ogni anno. Eccoli:

Massimo Carlotto, RESPIRO CORTO, Einaudi
Gian Mauro Costa, FESTA DI PIAZZA, Sellerio
Maurizio De Giovanni, IL METODO DEL COCCODRILLO, Mondadori
Massimo Gardella, IL MALE QUOTIDIANO, Guanda
Alberto Garlini, LA LEGGE DELL’ODIO, Einaudi
Alessia Gazzola, UN SEGRETO NON È PER SEMPRE, Longanesi
Biagio Goldstein Bolocan, IL LATO OSCURO DELLA LUNA, Cairo
Michael Gregorio, BOSCHI & BOSSOLI, Verdenero
Marilù Oliva, MALA SUERTE, Elliot
Enrico Pandiani, PESSIME SCUSE PER UN MASSACRO, Rizzoli
Luca Poldelmengo, L’UOMO NERO, Piemme
Piergiorgio Pulixi, UNA BRUTTA STORIA, E/O
Francesco Recami, GLI SCHELETRI NELL’ARMADIO, Sellerio
Patrizia Rinaldi, TRE, NUMERO IMPERFETTO, E/O
Massimiliano Smeriglio, SUK-OVEST, Fazi

Per votare c’è tempo fino al 20 Novembre: http://www.noirfest.com/scerbanenco.asp.

La cinquina dei finalisti sarà determinata dalla somma ponderata dei voti dei lettori e della Giuria Letteraria, composta da Cecilia Scerbanenco (Presidente), Valerio Calzolaio, Luca Crovi, Loredana Lipperini, Cesare Martinetti, Sergio Pent, Sebastiano Triulzi, John Vignola, Lia Volpatti.
Il 12 dicembre la Giuria Letteraria decreterà il vincitore del “Premio Giorgio Scerbanenco 2012”.

I FINALISTI DEL PREMIO GIORGIO SCERBANENCO 2012

Maurizio De Giovanni, Il metodo del coccodrillo, Mondadori
Voti del pubblico: 170, voti della giuria: 992. Totale 1.162

Luca Poldelmengo, L´uomo nero, Piemme
Voti del pubblico: 27, voti della giuria: 620. Totale 647
Massimo Carlotto, Respiro corto, Einaudi
Voti del pubblico: 12, voti della giuria: 620. Totale 632
Massimo Gardella, Il male quotidiano, Guanda
Voti del pubblico: 22, voti della giuria: 496. Totale 518
Gian Mauro Costa, Festa di piazza, Sellerio
Voti del pubblico: 65, voti della giuria: 372. Totale 437

:: Dal 9 all’11 novembre al via la rassegna della Microeditoria di Chiari a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2012

Leggere, leggere, leggere e ancora leggere per cibare la mente, lo spirito e perché no anche il corpo! Torna  a  Chiari,  in provincia di  Brescia,  da venerdì 9 a domenica 11  novembre  la X  edizione della Microeditoria, l’interessante appuntamento con protagoniste più di 100 tra le  piccole e medie case editrici  italiane che animano il panorama editoriale indipendente. La rassegna si terrà, come vuole la tradizione, nell’affascinate cornice liberty di Villa Mazzotti Biancinelli. Il  tema portante delle tre giornate sarà Il  Vento  dello  Spirito.  Ripartiamo  dall’Uomo, che pone al centro  l’essere umano  e  il suo rinnovarsi partendo dalla  dimensione interiore e  spirituale dell’ego, in quanto  la creazione del proprio io da parte dell’individuo  si riconferma il terreno fertile, dove trovano spazio il gioco, l’ avventura e il confronto. Tutto questo offrirà ai visitatori un’ampia varietà di percorsi possibili di rinnovamento, che hanno nelle diverse forme culturali le loro modalità espressive  e  di indagine delle complessa e problematica realtà, dove l’uomo contemporaneo vive oggi. Attorno a questo argomento ruoteranno gli incontri con gli autori, i laboratori per bambini, gli interessanti readings e gli eventi collaterali come gli spettacoli teatrali, i concerti e le mostre d’arte. Fede, solidarietà,  cooperazione condivisione ed economia solidale animeranno la serie di appuntamenti della Microeditoria con il fine di far comprendere ai visitatori la vasta gamma di ambiti nei quali l’uomo può agire. Il calendario delle tre giornate della Microeditoria è ricco e intenso  (http://www.microeditoria.it/il-programma-microeditoria/) e  tra i vari appuntamenti da segnalare c’è  quello con Oliviero Beha, fissato sabato 10 novembre alle 17.00, per la presentazione del  suo ultimo libro Il culo e lo stivale, pubblicato con  l’editore Chiarelettere. Domenica  alle 16 nella Sala dello Zodiaco Daniele Bossari, noto conduttore tv, presenterà il libro per bambini, Fiammetta la strega imperfetta delle edizioni Piuma e, sempre nella stessa giornata, alle 18.30  don Antonio i Mazzi parlerà del libro La Bibbia psicologica di Denise Micaela Spinelli (Excogita).
La manifestazione è diretta dal 2003 da Daniela Mena e ogni anno è visitata da migliaia e migliaia di persone appassionate di libri, arte e spettacolo, in pellegrinaggio letterario alla scoperta della vita e delle perle letterarie dei piccoli editori nazionali. La manifestazione  è  curata  dall’Associazione  Culturale  l’Impronta,  in  collaborazione  con  il  Comune  di  Chiari,  con  il   patrocinio  della   Provincia  di  Brescia e della  Regione  Lombardia, del  Consiglio  Regionale  della  Lombardia e della Consigliera Provinciale di Parità.
Per seguire la  Microeditoria si deve raggiungere Villa Mazzotti   a  Chiari ,  in Viale Mazzini, 39 (http://www.microeditoria.it/come-arrivare/). La fiera editoriale resterà aperta durante tutti i tre giorni  rispettando i seguenti orari:  venerdì 9 novembre dalle 17.30 alle 22.00 ,  sabato 10 dalle 10.00 alle 22.00  e  domenica 12 novembre dalle 10.00 alle 20.00.
L’ingresso è gratuito e aperto a tutti.   Ulteriori  informazioni  sul  programma si trovano sul sito: http://www.microeditoria.it/.

:: Recensione di La stella nera di New York di Libba Bray (Fazi, 2012) a cura di Elena Romanello

31 ottobre 2012

Alcuni anni fa la sua trilogia di Gemma Doyle, romanzi fantagotici di ispirazione vittoriana, avevano stupito positivamente per l’originalità in un settore, quello della narrativa fantastica per adolescenti, che spesso pecca in ripetitività e banalità.
Adesso, dopo alcune prove rimaste inedite in italiano, Libba Bray è tornata nelle nostre librerie per un altro editore, Fazi invece che Elliott, con La stella nera di New York, romanzo horror gotico che conferma il suo talento nello scrivere storie insolite e affascinanti, non solo ascrivibili ad un genere ma ricche di spunti.
Siamo negli Stati Uniti negli anni Venti, subito dopo la carneficina della Prima guerra mondiale, tra proibizionismo, feste, voglia di vivere, maschiette, giovani che contestano gli adulti, con sull’ombra il crack di Wall Street del 1929 e l’avvento dei fascismi in Europa che porteranno ad un altro conflitto. Evie O’Neill, ragazza di 17 anni, con il ricordo del fratello morto nelle trincee quando lei era bambina, viene esiliata dai genitori dalla sua città natale in Ohio dopo l’ennesima bravata durante una festa, e va a vivere a New York dallo zio Will, curatore del Museo dell’Occulto. Nella Grande Mela, tra riviste di Ziegfield, spacci di alcolici, film di Rodolfo Valentino e nuove frequentazioni, Evie sentirà l’arrivo di un potere arcano e spaventoso, che si è reincarnato in un assassino morto cinquant’anni prima, ricominciando a seminare morte e distruzione. Un potere che forse ha contribuito lei stessa ad evocare e che forse solo lei può fermare.
La stella nera di New York è un romanzo horror e gotico, quindi, tra fantasmi e maledizioni del passato che tornano, con una prescelta a combattere il male recalcitrante, secondo uno schema forse già visto, già anche solo nella trilogia di Gemma Doyle, ma che Libba Bray sa padroneggiare molto bene,  costruendo un intreccio intrigante e appassionante, capace davvero di tenere, fin dalle prime pagine, il lettore con il fiato sospeso. Ma quello che colpisce ancora di più, più della storia raccontata, è l’atmosfera, quell’America maledetta degli anni Venti, tra oppressione e nuovi fermenti, dove i giovani volevano lasciarsi dietro i drammi della generazione che li aveva preceduti, divertendosi tra feste e eccessi, appassionandosi ad un immaginario come quello del cinema e della canzone che non li avrebbe più lasciati, influenzando poi le future generazioni, sia pure con altri personaggi e modelli.
Un’America in cui vigeva ancora la segregazione razziale, crogiolo di tante culture e di tante storie di ricerca di un mondo migliore, dove era reato consumare alcolici ma dove si sfidava la legge in continuazione, e dove per la prima volta le donne più giovani prendevano atteggiamenti anticonformisti sia nell’abbigliamento che nei rapporti con l’altro sesso e nella scelta di divertimenti e aspirazioni, creando scandalo ma aprendo anche la strada ad una vita più moderna e libera per le loro simili.
Un’epoca tra l’altro che non appare spesso nei romanzi di vario genere, che preferiscono o pescare decisamente più nel passato o andare in tempi recenti, e che hanno dimenticato un momento storico struggente e tragico, in cui si trovano, nel bene e nel male, molti semi della modernità di oggi.
Interessante e intrigante come romanzo horror e gotico dalle venature thriller, La stella nera di New York può piacere anche a chi ama le atmosfere del passato più o meno remoto, restituite con vivacità di particolari, tanto da sembrare davvero di essere là, con queste ragazze spregiudicate ma con in realtà solo tanta voglia di vivere.

:: Recensione di Il diario proibito di Maria Antonietta (Newton Compton, 2011) e I segreti di una regina (Newton Compton, 2012) di Juliet Grey a cura di Elena Romanello

31 ottobre 2012

C’erano una volta i romanzi storici, vicende spesso inventate sullo sfondo di fatti reali, e le biografie, saggi che raccontavano le vite di uomini e donne famosi. Da alcuni anni, grazie all’apporto di autori come Philippa Gregory, con le donne di casa Tudor e York, e di Franco Forte, alle prese con le vere storie di Alberto da Giussano e Nerone, i confini tra i due generi, appartenenti a narrativa e saggistica, si sono confusi, e non è raro trovare romanzi che raccontano, in maniera spesso molto fedele alla realtà, vite di uomini e donne famosi.
Uno degli ultimi esempi è la trilogia, in corso di pubblicazione, che l’autrice Juliet Grey ha deciso di dedicare alla regina Maria Antonietta, ultima sovrana di Francia: in italiano è stata pubblicata da Newton Compton, nei due titoli Il diario proibito di Maria Antonietta e I segreti di una regina, in attesa del terzo e ultimo titolo, ancora inedito in inglese, ma sul quale Juliet sta lavorando alacremente.
Occuparsi di Maria Antonietta vuol dire confrontarsi con un’icona della cultura popolare: criticata e insultata in vita, oltre le sue colpe (non disse mai la famosa frase, sul popolo senza pane, “che mangi brioches”), morta quasi da martire sulla ghigliottina durante la Rivoluzione francese, è stata poi rivalutata a partire da Stephan Zweig con la sua famosa biografia negli anni Trenta, e fatta oggetto di studi, mostre, convegni, fumetti, film, altre biografie (come quella recente ed esaustiva di Antonia Fraser) e anche romanzi.
Prima di Juliet Grey avevano provato a scrivere un romanzo biografico su Maria Antonietta Victoria Holt con The queen’s confession, scritto all’inizio degli anni Settanta e e introvabile in italiano, e Carolly Erickson con Il diario segreto di Maria Antonietta, tentativo veramente poco riuscito. Invece Juliet Grey sa unire una cura scrupolosa per la ricerca storica alla capacità di raccontare una vicenda appassionante, quella di una bambina che diventa donna ritrovandosi regina e crollando nell’abisso non senza suscitare simpatia e empatia.
Il primo romanzo, Il diario proibito di Maria Antonietta parte dal fidanzamento della giovanissima arciduchessa con il delfino di Francia e si chiude con la sua ascesa al trono, il secondo libro, I segreti di una regina, ci porta nei fasti della corte, seguendo gli eccessi di Maria Antonietta, il suo amore per Axel di Fersen, lo scandalo della collana, fino alla presa della Bastiglia. Si sa come andrà a finire, ma l’autrice sa creare aspettative e interesse intorno ad una principessa che era comunque figlia dei suoi tempi e, pur non avendo l’impegno sociale di una Lady Diana (ma allora non si usava) non era certo il mostro che è stato dipinto per secoli.
Mentre la Ericksson, storica di professione, nel suo romanzo biografico si inventava di sana pianta particolari e eventi, la Grey resta fedele alla realtà storica, immedesimandosi sempre in Maria Antonietta, tranne che in alcuni brani nel secondo libro, dove racconta l’intrigo della collana di Jeanne de La Motte e si stacca dalla sua protagonista. Il risultato sono due libri che immergono nel mondo fatuo ma rigido di Versailles, raccontando le passioni di una donna amante della vita e dei suoi piaceri, ma desiderosa di trovare la felicità basandosi sugli affetti, i figli, le amiche. Una donna che continua ad appassionare ancora oggi, restituita tra debolezze e pregi nelle pagine di due libri che si leggono tutti d’un fiato. In attesa del terzo volume, con la conclusione inevitabile della vicenda.

:: Recensione di L’ultimo amico di Tahar Ben Jelloun (Bompiani, 2006) a cura di Michela Bortoletto

29 ottobre 2012

Per quelli che, come me, provano un amore incondizionato per i libri girare tra le bancarelle di libri usati è un’esperienza triste e affascinante allo stesso tempo. Triste perché si trovano i libri che qualcuno non vuole più: libri nuovi, vecchi, libri che sono stati letti oppure messi da parte dopo qualche pagina, libri amati ma più spesso odiati, ritenuti un inutile spreco di carta oppure una scomoda eredità. Affascinante perché ogni libro nasconde una propria storia fatta di amore, odio, affetti e ricordi.
Affascinante anche perché spesso tra quei mucchi di libri che qualcuno non ha più voluto si fanno delle vere e proprie scoperte. Ci si può trovare di fronte a vecchie edizioni di grandi classici  ma anche agli ultimi titoli usciti in libreria, regali non apprezzati e subito buttati via.
Ieri, curiosando tra i titoli esposti in una di queste bancarelle mi sono imbattuta ne L’ultimo amico di Tahar Ben Jelloun, un libro abbastanza recente, del 2004, che si trova ancora tranquillamente in commercio. L’ho notato non per la sua copertina, che sgargiante non è, e nemmeno per il titolo. Semplicemente l’ho preso tra le mani per curiosità, l’ho voltato e ho letto la quarta di copertina.
Stamattina ho ricevuto una lettera. Una busta di carta riciclata. Sopra la testa di Hassan II con la djellaba bianca, un timbro, su cui data e luogo sono difficilmente leggibili. Una lettera destinata a distruggermi. La firma è proprio quella del mio amico Mamed. Non ci sono dubbi. Mamed, il mio ultimo amico.”
Non so spiegare il motivo, ma queste brevi frasi mi hanno convinto: quel libro doveva essere mio!
L’ho preso, portato a casa e letto d’un fiato. Dentro di me qualcosa mi diceva che non mi avrebbe deluso. E così è stato.
La storia è semplice: Mamed è Ali sono amici d’infanzia. Si sono conosciuti tra i banchi di scuola. Tahar Ben Jelloun ci racconta di questa amicizia dai punti di vista di entrambi. Le versioni sono simili ma non coincidono del tutto: la scuola, le prime esperienze sessuali, la prigionia, il matrimonio e i figli. Finché qualcosa si interpone tra loro e il forte legame che li unisce sembra spezzarsi definitivamente. Mamed all’improvviso diventa astioso e rinfaccia ad Ali di averlo ingannato. Ali non capisce il perché di tanto odio, ma sa che non possono essere i soldi il vero motivo dell’allontanamento di Mamed. Ci deve essere sotto dell’altro. E infatti è così. Mamed è malato, sta per morire e decide di allontanare Ali. Non vuole averlo accanto, vedere negli occhi del suo amico la sofferenza, la pietà e la compassione per la sua inevitabile fine. Vuole risparmiarlo.
Quello di Mamed è per lui un gesto di generosità. Ma quello che ha fatto Mamed è giusto? È corretto mentire all’unico vero amico di una vita, allontanarlo, fargli credere di essere in collera con lui e impedirgli di starci accanto e dirci addio come si deve?
La storia di Mamed e Ali fa riflettere. Leggendo il racconto di questa grande amicizia mi sono chiesta più volte cosa avrei fatto io al posto di Mamed. Avrei allontanato da me Ali? O forse gli avrei detto tutta la verità chiedendogli di rimanermi accanto? O piuttosto, avrei fatto scegliere a lui se rimanere o scappare?
Quello che ci offre Ben Jelloun è solo una delle tante soluzioni possibili. Ci racconta la scelta di Mamed, che forse è la stessa che avrebbe fatto lo stesso autore o forse no. Ma con il suo racconto ci dona anche l’occasione di riflettere sull’amicizia, sulla malattia, sulla morte e sulle innumerevoli scelte e possibilità che ci troviamo davanti tutti i giorni. I libri migliori sono quelli che non finiscono con l’ultima pagina ma vanno avanti dentro di noi, ci spingono a riflettere, a immaginare, a cercare di capire quali potrebbero essere la nostra versione e le nostre idee e opinioni su quel determinato argomento, arrivando anche a contestare le scelte dell’autore. Perché ogni libro è un universo a sé che apre la porta a un’infinità di altri universi.

Tahar Ben Jelloun, nato a Fès (Marocco) nel 1944, vive a Parigi. Poeta, romanziere e giornalista,ha vinto il Premio Goncourt nel 1987. È noto in Italia per i suoi numerosi libri, tra cui Creatura di sabbia, 1987; L’amicizia, 1994; Corrotto, 1994; L’ultimo amore è sempre il primo?, 1995; Nadia, 1996; Il razzismo spiegato a mia figlia, 1998, giunto alla quarantottesima edizione (e ripubblicato nel 2010 in una nuova edizione accresciuta); L’estrema solitudine, 1999; L’albergo dei poveri, 1999; La scuola o la scarpa, 2000; Il libro del buio, 2001 (International IMPAC Dublin Literary Award 2004); L’Islam spiegato ai nostri figli, 2001 (ripubblicato nel 2010 in una nuova edizione accresciuta); Jenin, 2002; Amori stregati, 2003; L’ultimo amico, 2004; “La fatalità della bellezza”, in Amin Maalouf, Tahar Ben Jelloun, Hanif Kureishi, Notte senza fine, 2004; Non capisco il mondo arabo, 2006; Partire, 2007; L’uomo che amava troppo le donne, 2010.

:: Recensione di Il diario di velluto cremisi di Sarah Jio (Nord, 2012) a cura di Viviana Filippini

29 ottobre 2012

Cosa può fare una giovane scrittrice – Emily Watson- fresca fresca di divorzio per risollevarsi un po’ il morale? Semplice! Andare a trascorrere una rilassante vacanza da un’anziana zia – Bee- che non vede da tempo. Dove? A Bainbridge Island, località delle vacanze estive d’infanzia, dove l’accogliente atmosfera di tranquillità è un rifugio per i cuori tormentati. Ok! Tutto sembra andare liscio come l’olio, ma cosa potrebbe scatenare la scoperta di un misterioso diario di velluto cremisi e della storia che esso contiene? Emily incuriosita dall’enigmatico quadernetto apparso per magia nel cassetto del suo comodino, comincerà a leggerlo scoprendo una storia, delle persone e degli eventi che cambieranno per sempre la sua vita di acciaccata neodivorziata e romanziera di successo afflitta dal blocco dello scrittore. Il diario di velluto cremisi è il primo romanzo di Sara Jio ed  ha al centro l’amore nel corso del tempo, nel passato e nel presente, con la particolarità che gli esseri umani travolti da questo folle e piacevole sentimento amano e lo fanno seguendo quell’ istintiva passionalità che creerà loro non pochi problemi. La protagonista, travolta dalla lettura del diario di velluto cremisi e del suo libro preferito Year of Grace, imparerà a seguire le leggi del cuore lasciandosi trasportate dai sentimenti d’amore, cercando di non compiere più gli errori che hanno portato al fallimento della sua vita sentimentale e ascoltando i consigli di chi le ha sempre voluto bene, nonostante non l’abbia mai conosciuta. Il ritmo de Il diario di velluto cremisi è avvincente a tal punto da creare una forte suspense nell’attesa che la verità su chi ha scritto il diario e perché, venga a galla. In questa sospensione spasmodica noi lettori siamo portati sullo stesso piano emotivo della protagonista. Noi come Emily ci facciamo domande su Esther, ci chiediamo chi è,  se è ancora viva, cerchiamo di capire se esistono dei legami di sangue tra i diversi personaggi che interagiscono con Emily e che ruolo hanno avuto nella vicenda della misteriosa donna autrice del diario. Il lettore non si pone solo questi interrogativi, ma a livello emotivo è animato dalle stesse sensazioni, paure e timori che ci sono nel cuore della protagonista che non sa, e lo scoprirà strada facendo, di avere legami con tutte le persone che incontra a Bainbridge Island. Emily vuole vederci chiaro in tutta questa complicata storia e ricercherà la verità in modo ossessivo, scoprendo eventi passati molto dolorosi che toccano da vicino sua zia Bee, Henry, Esther e Eliott e che costringeranno tutti gli appartenenti alla generazioni precedenti, e pure alla sua, a fare i conti con i propri spettri del passato. Emily ed Esther sono lontane nel tempo, ma le esperienze vissute e il modo di affrontare con coraggio e impetuosità la vita evidenziano un parallelismo tra loro che va ben oltre la semplice somiglianza fisica. Le protagoniste femminili di questo libro hanno in comune l’ostinata tenacia nell’amare, ed essa è così perseverante, che nulla riuscirà a fermare Emily e Esther nell’impresa di coltivare nel tempo il sentimento dell’amore. Il diario di velluto cremisi è un romanzo d’esordio coinvolgente, attraverso il quale Sarah Jio avvolge e appassiona noi lettori dimostrando che l’amore vero, cioè quel sentimento eterno che lega due corpi e due anime, esiste e dura nel tempo in barba alle difficoltà e agli eventi che cercano di ostacolarlo.

Sarah Jio è nata e cresciuta a Seattle, dove vive tuttora con il marito e i tre figli. Laureata in Giornalismo,  ha scritto per numerose testate, tra cui Marie Claire, the Seattle Times, Health, e The Ophra Magazine. Attualmente è blogger ufficiale della sezione salute e benessere di Glamour.com. il suo primo romanzo, Il diario di velluto cremisi, è stato un grande successo di pubblico e critica, al punto che il Library Journal lo ha eletto miglior libro dell’anno. Il suo sito internet è www.sarahjio.com.