Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Segnalazione di Il canto del cielo di Sebastian Faulks (Beat, 2012)

1 febbraio 2013

il_canto_del_cielo_2_Il canto del cielo di Sebastian Faulks,
Traduzione di L. Perria

Stephen Wraysford è un ventenne inglese, orfano e senza più legami, trasferitosi in Francia per lavorare in un’industria tessile. Isabelle è una ragazza irreprensibile, che rispetta, con rassegnazione, i doveri coniugali di un matrimonio combinato. Quando si incontrano, ad Amiens, nel 1910, i due vengono travolti da una passione bruciante che non possono ignorare. Ma quando Isabelle scopre di essere incinta, la loro relazione s’interrompe bruscamente. Entrambi torneranno alla vita di tutti i giorni, ma la cicatrice di quell’amore segnerà per sempre le loro esistenze. Pochi anni dopo, la Grande Guerra sconvolge il continente. Nel 1917 Stephen è di nuovo in Francia, a lottare per la vita nel corso dei conflitti in cui si ritroverà a combattere tra le fila dell’esercito inglese, nel mezzo delle carneficine a cui dovrà assistere. Sopravvissuto, e di nuovo sui luoghi della passione, ritroverà Isabelle, profondamente segnata, nel corpo e nello spirito, dalle atrocità del conflitto; ma, per l’indecifrabile alchimia dei sentimenti, ne sposerà la sorella, Jeanne.

Sebastian Faulks ha collaborato con il Daily Telegraph, il Sunday Mirror e l’ Indipendent. Scrittore di conclamata fama e vincitore del British Book Award, è autore di biografie e di romanzi storici di successo. Vive a Londra con la moglie e i loro tre figli.

:: Recensione di L’ombra del bosco scarno di Massimo Rossi, (Scrittura e Scritture Edizioni, 2012)

30 gennaio 2013

L'ombra del boscoL’ombra del bosco scarno di Massimo Rossi, edito da Scrittura e Scritture Edizioni, titolo che vagamente echeggia Il segreto del bosco vecchio di Buzzati, è un romanzo interessante, e sebbene tratti temi che solitamente per principio evito, quando se ne accentua il carattere sensazionalistico e morboso, come la violenza su un bambino, grazie alla sensibilità e delicatezza dell’autore, che mai calca i toni alla ricerca dell’effetto o perde il rispetto necessario quando si parla di uno dei crimini più abbietti che si possano concepire, l’ho letto rimanendone decisamente colpita e provando una profonda empatia nei confronti dei personaggi. Innanzitutto l’ambientazione è suggestiva. Siamo nella immaginaria valle di Stille, un altopiano riparato sui tre lati da una corona di alte montagne. Cieli tersi e azzurrissimi, torrenti di acque limpide e fredde, ricchi pascoli, floride malghe, boschi di conifere, qualche casa sparsa con il suo piccolo orto, la chiesa bianca, i masi appoggiati sui versanti tutt’intorno, e l’unico negozio che vendeva un po’ di tutto. Un piccolo paradiso isolato dal mondo, abitato da una comunità chiusa di valligiani, riuniti quasi in una segreta congregazione che segue il Metodo del fondatore, San Mathias. Capo indiscusso della comunità, il parroco don Basilio, depositario degli antichi riti e guardiano e mediatore di ogni controversia si possa verificare. Perché la comunità è un luogo di pace, di amore e benevolenza, tutti si devono aiutare, stretti dai vincoli di familiarità e comunanza. Il male, se c’è, viene da fuori, dagli intrusi come l’eccentrico stilista svizzero che ha acquistato il maso Becker, rompendo il tacito equilibrio che dura da secoli: ci si sposa all’interno della comunità tra simili, le proprietà passano di generazione in generazione, tutto come dettano i precetti del Metodo. Proprio l’arrivo di Emerich Schuster e del suo amante Lucas, con le sue feste, il jet set internazionale che lo segue, innalza barriere di diffidenza e di sospetto e quando il piccolo Aron scompare nel bosco, e viene ritrovato con addosso i segni della violenza subita, tutti sono concordi nell’additare gli estranei, i forestieri, come colpevoli. Solo l’arrivo di Helena, ex poliziotta e psicologa sensibile e coraggiosa, capace di superare il silenzio che ha ormai inghiottito il piccolo Aron, riuscirà a far luce su quello che è davvero avvenuto, perché anche il colpevole è una vittima del male, che non sempre si trova dove immaginiamo che sia. L’ombra del bosco scarno narra questa storia con lievità e sensibilità, con uno stile semplice e lineare, quasi con familiare dolcezza, sia che tratteggi le descrizioni dei paesaggi che quelle dei personaggi. Soprattutto il rapporto tra il bambino e la psicologa è a mio avviso ricco di sfumature e di complicità, ed  è emozionante sia il tentativo di Helena di creare un legame di affetto e di fiducia con la piccola vittima, sempre con rispetto e tenerezza, sia il suo accettarne il silenzio comunicando tramite i disegni che il piccolo Aron fa, riuscendo ad interpretarli immedesimandosi nella sua sofferenza. Anche gli altri personaggi sono a mio avviso ben caratterizzati: Barnabas, su tutti, ma anche Greta, Thomas, Michael, Harald, il vecchio Dagomar. Pur essendo un thriller psicologico, è originale l’utilizzo di toni poetici e mai aggressivi, dove altri avrebbero per esempio usato descrivere la violenza in modo più manifesto, e il risultato ottenuto è sicuramente singolare e ricco di fascino. La scrittura scorre limpida, fluida, e l’apparente facilità espressiva nasconde sicuramente un lungo lavoro di limatura e perfezionamento. Tocco noir nel finale, affatto scontato e drammaticamente realistico.

:: Un’ intervista con Daniele Serra

29 gennaio 2013

Daniele SerraCiao Daniele. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Per chi non ti conoscesse sei un giovane illustratore professionista, classe 1977, fresco vincitore del prestigioso British Fantasy Awards 2012 nella categoria “Best Artist”. I tuoi lavori sono stati pubblicati in Europa, Australia e Stati Uniti, e ultimamente anche da noi. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Daniele Serra? Punti di forza e di debolezza.

Sono un ragazzo di 35 anni, vivo nella mia terra di origine che è la Sardegna, insieme a una moglie e tre gattine. Sono appassionato di fumetti, libri, musica e cinema. Difficile stabilire quali sono i punti di forza e quali quelli di debolezza, tra i primi mi viene in mente il non riuscire a smettere di disegnare, cosa che è sicuramente utile nel mio lavoro, in più credo di avere molta fantasia, anche abbastanza oscura e ricca di incubi..e questo non so se considerarlo un punto di forza o di debolezza!

Raccontaci qualcosa del tuo background, della tua infanzia.

Da piccolo mi dicono che sono stato un bambino abbastanza tranquillo, non avevo tanta voglia di studiare ma nonostante ciò ero il primo della classe, giocavo a tennis tavolo e a calcio. La mia babysitter era mia cugina, mi piaceva molto ascoltarla mentre leggeva le storie horror. Per il resto mi piaceva guardare le persone mentre disegnavano, ascoltare musica e imparare a suonare la chitarra.

Quando è iniziata la tua passione per l’arte in tutte le sue espressioni?

Fin da piccolo ho sempre disegnato, quindi non saprei quando è iniziata la passione per l’arte in generale, è una cosa che mi ha sempre accompagnato in tutta la mia vita.

Parlaci del tuo percorso formativo: che studi hai fatto, che corsi hai seguito? Indica ad un giovane che volesse intraprendere la tua carriera la tua strada.

Il mio percorso di studi si discosta molto da ciò di cui mi occupo ora. Posso dire di essere principalmente autodidatta anche se ho seguito due corsi, uno di fumetto e uno di pittura ad olio, che reputo fondamentali e hanno avuto per me una grande importanza. Prima di provare a lavorare seriamente nel campo dell’illustrazione, ho lavorato per sette anni come grafico pubblicitario. Non sono bravo a dare consigli, una cosa che posso dire è quella di sviluppare una propria professionalità, oltre a tenere duro e credere fortemente in ciò che si vuole ottenere.

Quando hai capito che eri diventato davvero un illustratore professionista? Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che questa tua passione si stava trasformando in un vero lavoro?

Non è una cosa di cui ci si renda conto all’improvviso, è un processo… inizialmente si passa molto tempo a preparare lavori da proporre, a cercare contatti e inviare disegni a varie case editrici. Quando ho iniziato ad essere pagato per i lavori che facevo, ho cominciato a capire che forse poteva diventare sul serio un lavoro; a poco a poco si inizia a collaborare con più editori, ad essere invitato alle convention e conoscere autori con cui scambiare opinioni e poter iniziare nuovi progetti.

Quali sono le doti necessarie?

Come accennavo prima, è sicuramente importante saper disegnare e avere una buona immaginazione, ma è altrettanto importante la precisione e la professionalità: saper rispettare i tempi di consegna, fare un buon lavoro dal punto di vista tecnico.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Hai iniziato collaborando con alcune piccole case editrici statunitensi. Come è iniziato tutto?

Ho iniziato preparando un portfolio e spedendo i lavori a molte case editrici in giro per il mondo. Così ho cominciato a collaborare con alcune di queste e da lì in poi è stato più semplice perché avendo dei lavori pubblicati era più facile proporsi. E’ difficile mettere un piede dentro il mercato, ma una volta che si creano un po’ di contatti e di collaborazioni è sicuramente più semplice. Una cosa che penso di aver imparato è che difficilmente la gente ti cerca ma devi essere tu a proporti continuamente cercando nuovi contatti.

Hai lavorato sia negli Stati Uniti che in Europa. Quali sono le differenze?

Non ho trovato particolari differenze. Ogni editor ha un suo modo di lavorare, in linea di massima non ho trovato differenze legate alla nazionalità, c’è da dire che per quanto riguarda l’Europa lavoro prevalentemente con l’Inghilterra che per molti versi è simile agli Stati Uniti come approccio lavorativo.

Quali  sono i tuoi artisti preferiti? Ci sono pittori, disegnatori, che ti hanno particolarmente influenzato? Faccio un nome Francis Bacon, ti senti di essergli debitore?

Sono tantissimi gli artisti da cui prendo ispirazione, sicuramente la corrente pittorica americana dei fumetti da Kent Williams, Ashley Wood, George Pratt, Dave Mckean; altri disegnatori sono Nicola Mari, Dino Battaglia e tanti altri. Ti ringrazio molto per questo paragone, anche se penso di essere lontano anni luce dal genio di Bacon.

Come si acquista uno stile personale, riconoscibile a prima vista, senza neanche bisogno di metterci la firma?

Penso sia un processo naturale, cerco sempre di lavorare in maniera istintiva non troppo ragionata e forse questo mi ha permesso di avere un segno un po’ riconoscibile.

Come realizzi i tuoi lavori? Che tecniche utilizzi? Dipingi direttamente su tela, o prima ti prepari disegnando numerosi schizzi? Che colori utilizzi con maggiore frequenza? Quali non utilizzeresti mai?

Utilizzo varie tecniche a seconda del lavoro che devo sviluppare: olio su tela, acquerello, china. Lavoro abbastanza di istinto, se fosse per me dipingerei sempre direttamente su tela ma per normali esigenze lavorative gli editor hanno bisogno di vedere un’anteprima, quindi spesso preparo degli sketch. Come colori utilizzo molto le terre, anche se ultimamente sto cercando di trovare nuovi soluzioni di colorazione. Non c’è un colore che non userei mai, più che altro ci sono colori che mi spaventa usare perché non mi sono abituali, per esempio il verde e l’arancione.

Quale è la tua cover preferita? Quella più visionaria.

Non ho una cover preferita, in linea di massima l’ultima che faccio mi sembra sempre la mia preferita, ma come passa un po’ di tempo ritorno nell’insoddisfazione e spero sempre che la prossima sia migliore. Una cover a cui sono molto affezionato è quella per il libro “Season in Carcosa”, un’antologia edita da John Pulver, perché rappresenta un passo in avanti nel mio cammino.

Raccontaci un aneddoto, bizzarro, incredibile legato al tuo lavoro?

Un avvenimento simpatico è successo proprio qualche giorno fa! Mi è stato dato da leggere un racconto del quale avrei dovuto realizzare la copertina, si trattava di disegnare una terribile vecchia protagonista del racconto. Ho passato una settimana continuando a ridisegnare il volto senza trovare una soluzione che mi soddisfacesse, sembrava quasi una maledizione… non riuscire a disegnarne il volto e sono arrivato e sognarmela di notte. Ho passato un paio di giorni durante i quali ero ossessionato, l’unico modo per uscire da questo tunnel è stato riuscire a dare un volto alla vecchia e in qualche modo esorcizzarla, dopo di che non ha più disturbato i miei sogni!

Hai realizzato illustrazioni per opere di autori come Tim Waggoner, Graham Masterton, Tim Curran, Tom Piccirilli, Lee Thompson e molti altri. Come nascono le tue cover? Incontri prima di persona gli autori dei romanzi?

Non incontro mai gli autori, lavoro direttamente con l’editor. In molti casi è capitato però che abbia stretto amicizia con gli autori, anche se a causa delle distanze raramente li ho incontrati di persona.

Il processo di lavoro è abbastanza standard: parto dalla lettura di una sinossi del libro e in linea di massima gli editor mi lasciano libero a livello interpretativo.

Collabori con DC Comics, Image Comics, Cemetery Dance, Weird Tales Magazine, PS Publishing, Dark Region Press, Delirium Books, Creation Oneiros e altre pubblicazioni. Parlaci di queste pubblicazioni. In che maniera si stanno evolvendo?

Penso che questa sia una delle parti più interessanti del mio lavoro, nel senso che ho la possibilità di variare molto collaborando con diversi editori. Ogni volta è una nuova sfida e scopro nuovi approcci al lavoro, grazie al confronto con molte case editrici. Una delle soddisfazioni maggiori è stata la collaborazione con Delirium Books per i quali ho realizzato una trentina di copertine di libri nel 2012, mi ha permesso di crescere molto dal punto di vista professionale. In definitiva con tutti ho un ottimo rapporto e spero che queste collaborazioni continuino in maniera proficua da ambo le parti. È bello perché spesso oltre al rapporto professionale si instaura un rapporto umano molto forte.

Ami leggere, quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Leggere è una delle mie passioni più grandi, gli autori che amo sono tantissimi: in questo momento mi vengono in mente ETA Hoffman, Lovecraft, Poe, Bulgakov, Barker, Matheson…

Sta cambiando qualcosa in Italia? Si sta aprendo il mercato del lavoro nel tuo campo?

Penso che ci siano delle possibilità anche in Italia, sto iniziando a collaborare con alcune case editrici italiane. Il momento storico economico che stiamo vivendo non è favorevole, ma penso che sia non legato prettamente all’Italia ma abbastanza generale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho molte idee e alcuni progetti che stanno prendendo forma in questi mesi, sia per quanto riguarda i fumetti che i libri illustrati, oltre al fatto che sta partendo “Mezzotints Ebooks, una casa editrice con cui sto collaborando che spero diventi a breve una bella realtà nel panorama italiano dell’editoria di genere.

:: Recensione di Delitto a Villa Ada di Giorgio Manacorda (Voland, 2013) a cura di Michela Bortoletto

29 gennaio 2013

Delitto-a-Villa-AdaA Villa Ada, una mattina Vasco Sprache, poeta e barbone, viene ritrovato morto. A trovare il suo corpo è stato Giorgio Manacorda, poeta e corridore. A dover indagare sull’omicidio è il commissario Antonio Marco Sperandio, aspirante poeta.
Il caso è dunque questo: un poeta ucciso, ritrovato da un altro  poeta che comincia a parlare di una leggendaria macchina da scrivere dorata, la lampada di Aladino dei poeti, colei che permetterebbe anche a chi non sa scrivere di diventare poeta. Manacorda sembrerebbe quindi il maggiore indiziato: ha trovato il cadavere, è un poeta, conosceva Sprache e sapeva che lui sarebbe potuto essere il proprietario del leggendario oggetto magico. Per Sperandio le cose sembrano essere semplici. Se non fosse che intorno a questi tre uomini c’è tutta una serie di persone che la mattina si ritrovano a correre e che in passato o ancora oggi hanno legami più o meno labili come la poesia. Perché, come dichiara Giorgio Manacorda, il personaggio: “anche se nella villa, insieme allo Sprache,  sono l’unico poeta; ce ne saranno molti altri, non si può certo escludere, ma sta a lei trovarli, in Italia tutti scrivono versi. Secondo me anche lei commissario, anche lei.”
A Sperandio non resta quindi che interrogare tutti i corridori e cercare tra di loro l’assassino. Una ricerca che non sarà facile e che avrà un esito alquanto inaspettato.
Delitto a Villa Ada è la seconda opera narrativa di Giorgio Manacorda, professore e poeta che ha esordito nell’arte del romanzo con Il corridoio di legno.
Pochi giorni fa me la sono presa con un debutto letterario di Jeet Thayil che dalla poesia è passato al romanzo. (qui) Ecco, non è questo il caso di Giorgio Manacorda. Mi aveva già colpito positivamente con Il corridoio di legno, entrato oltretutto nella rosa dei dodici finalisti al Premio Strega 2012. (qui)
La sua scrittura procede liscia senza intoppi, è scorrevole e non è appesantita da lunghe e inutili descrizioni e microscopici dettagli. La trama c’è, ha una sua sostanza pur essendo un libro molto breve. Il finale non è  affatto scontato. Di più non posso scrivere, c’è un delitto di mezzo  e ogni mia parola in più potrebbe rovinarvi la lettura!
Delitto a Villa Ada è un noir che parla di poesia, di creatività, di invidie e di tormenti della creazione. Parla di letteratura, poesia, cultura, di desideri di gloria e di fallimenti. È un romanzo piacevole che conferma il talento di Giorgio Manacorda anche in campo narrativo.

:: Il rivoluzionario, Valerio Varesi, (Frassinelli, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 gennaio 2013

rivoluz«Verrà il tempo che gli uomini da cani torneranno lupi. Liberi e padroni di sé», concluse Oscar. Quella sera andarono a letto sereni. Un monito e una speranza sono i sentimenti in questa frase di Oscar Montuschi, l’ex-partgiano protagonista de Il rivoluzionario di Valerio Varesi. Dopo La sentenza, romanzo ambientato durante la guerra partigiana, il giornalista piemontese torna in libreria con il suo personale pellegrinaggio nella Storia d’Italia con un libro ambientato nell’Italia tra l’immediato dopoguerra e i primi anni ‘80. Il romanzo è la ricostruzione della storia del movimento politico comunista attraverso lo sguardo e il vissuto di un uomo comune, Oscar Montuschi, impegnato con i compagni nella ricostruzione italiana dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Quello che colpisce in questo libro è la fede costante e continua di Oscar nell’ideologia comunista più pura, quella che vuole uguaglianza e giustizia per tutti, quella che propone un modello di società dove non ci sono padroni e le persone vengono considerate nello stesso identico modo. Questa passione politica di Oscar sarà costretta a scontrarsi con una realtà – quella italiana- i cui fatti nel corso del tempo dimostreranno il progressivo allontanamento del PCI italiano dai valori originari di parità e bene comune, dando il là ad alleanze politiche ed economiche inconcepibili e inaccettabili per un purista come Oscar. Montuschi e i suoi compagni assisteranno ad importanti trasformazioni nel territorio dello stivale (la ricostruzione, il boom economico, l’imporsi sempre maggiore del capitalismo, il terrorismo imperante tra anni Settanta e Ottanta) provando nel loro animo un’amara delusione per l’allontanamento del partito dai suoi principi d’origine. Proprio a conseguenza di questo deterioramento del PCI, Oscar accetterà di compiere missioni fuori dalla città di Bologna, alla ricerca di quelle parti del globo terrestre dove è ancor a possibile far valere gli insegnamenti di equità comune e uguaglianza. Oscar finirà prima a Milano, poi in Russia e pure in Africa. Una serie infinita di viaggi dai quali tornerà ammaccato fisicamente, ma più ferito nel morale umano e politico, per la scoperta che un po’ ovunque anche l’ideologia più pura costretta ad adattarsi alle esigenze della nuove ere storiche perde la sua natura primordiale, segnando la fine di un periodo. L’Oscar Montuschi di Varesi è rivoluzionario e allo stesso tempo –concedetemelo- eretico, perché a differenza di molti altri personaggi che incrocia sul suo cammino, lui continua a credere nei valori più puri del comunismo. Ad assistere a tutto questo accanto a Oscar, nel bene e nel male, ci sono Italina, moglie, amica, compagna fedele e confidente e il taciturno Dalmazio, il figlio della coppia. Il giovane sarà coinvolto in un introverso conflitto con il padre, una relazione costruita con sapienza da Varesi che attraverso i silenzi e le azioni del ragazzo, ci rivela quanto l’ammirazione di un figlio per il padre possa influenzare l’agire e il pensiero di un giovane nato e cresciuto nel dopoguerra. Valerio Varesi con Il rivoluzionario ci regala un excursus lucido sulla storia italiana mostrandocela dal punto di vista di un uomo comune –Oscar- che mantiene fede nei principi politici ai quali è stato educato, nonostante i fatti storici dimostreranno il cambiamento e la contaminazione del movimento nel quale lui ha sempre militato. A dispetto del disinganno provato,  il rivoluzionario Oscar e i suoi pochi amici svilupperanno nella società bolognese cooperative e progetti sociali concepiti sui valori più veri del comunismo, creando piccole realtà comunitarie dove non ci sono né servi né padroni, né manager ad imporre la loro visione lavorativa su quella degli altri colleghi. Arrivati alla fine de Il rivoluzionario non si ha solo la certezza di aver conosciuto una parte del travagliato cammino della ricostruzione d’Italia, ma si scopre che in Oscar e nella moglie Italina permane come un fuocherello eterno, la speranza che il popolo prima o poi prenderà piena coscienza di sé facendo la rivoluzione.

Valerio Varesi è nato a Torino nel 1959 da genitori parmensi. Cresciuto nella città emiliana ha studiato Filosofia a Bologna, laureandosi con una tesi su Kierkegaard. Dal 1985 fa il giornalista e lavora nella redazione de La Repubblica di Bologna. Romanziere eclettico, è il creatore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti con Luca Barbareschi (distribuite negli Stati Uniti). I romanzi con Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo e nel 2011 l’autore è stato finalista al “CWA International Dagger”, il premio internazionale della narrativa gialla. Dopo, La sentenza, romanzo sulla guerra partigiana, Varesi continua la propria personale ricognizione della Storia con il rivoluzionario. Per saperne di più www.valeriovaresi.net

:: Recensione di Mister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna (La Carmelina, 2012)

26 gennaio 2013

yodHo un ricordo nitido e piuttosto surreale della prima volta che andai a teatro. Ci portò la scuola, un pomeriggio, in un cinema trasformato in teatro, a vedere L’uomo dal fiore in bocca di Piarandello. Non so quello che capii allora, ero piuttosto piccola, ma ricordo chiaramente che il protagonista della storia era un uomo che stava morendo, e il poetico termine “fiore” nascondeva la malattia da cui era afflitto. Allora si usava, non so se si usi ancora oggi, portare ragazzi così piccoli a teatro, ma almeno per me fu l’inizio di un amore piuttosto profondo per questa arte alla quale ho sempre associato le parole “mistero” e  “scoperta”. Non fu l’unica opera teatrale che vidi naturalmente, da allora c’è stato: Euripide, Moliere, Goldoni, Shakespeare, Ibsen, Eugene O’Neill, Arthur Miller, il primo per cui decisi di provare a fare critica di un testo teatrale, recensendo, o più che altro analizzando, Morte di un commesso viaggiatore e L’orologio americano . Poi sempre a scuola potei analizzare i testi più classici del teatro dell’assurdo: testi di Samuel Beckett, Aspettando Godot senza dubbio, Harold Pinter, Ionesco, scoprendo che un testo teatrale può anche essere letto e fruito come un’ opera letteraria, separatamente dalla sua rappresentazione scenica per cui è stato creato. La recensione di un testo teatrale, badate bene del testo non della sua rappresentazione, comunque pone il recensore ad accettare dei limiti e delle vere e proprie restrizioni, superabili solo con la fantasia e l’immaginazione, e data la difficoltà, non spesso ho trovato recensiti classici, figuriamoci testi d’avanguardia di autori contemporanei, fuori dai canali consueti dedicati al teatro. Mister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna rientra a pieno titolo in quest’ultima categoria: è un testo teatrale, in tre atti, con nove personaggi, pubblicato nel 2012 da La Carmelina edizioni con prefazione di Alfonso Postiglione. Ad una prima lettura, non ho potuto fare a meno di avvertire i rimandi ai dialoghi tipici del teatro dell’assurdo: lunghi nonsense filtrati da una visione surreale e quasi parodistica o meglio paradossale della costruzione narrativa, pervasa comunque da una concreta razionalità che si poggia su una struttura (un inizio, uno svolgimento e una fine) chiaramente percepibile e consequenziale. La morte di Dio di nietzschiana memoria,  concetto non solo teologico ma anche puramente filosofico, è chiaramente percepibile in questo dramma in cui Dio, riflesso e specchio delle umane necessità, e come non pensare a Voltaire e al suo “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”, si ribella al suo destino e lui pensato immortale, e qui il paradosso si fa assoluto, vuole morire. Prima Yod cerca una via attraverso la sua assillante famiglia, (primo atto) e i consigli sono assurdi, come la sua richiesta, e vanno da uno zabaione con tanto marsala  ad un piatto di ostriche. Poi si rivolge alla magia, a  Paracelso (atto secondo) in cui si svela la sua immaterialità; e infine nel terzo atto abbiamo la risoluzione del dramma quando Don Abbondio, ovvero la religione, e l’evocato Uomo qualunque, con il suo socratico cerca te stesso, portano alla catarsi finale.

:: Un’ intervista con Queen Persefone, alias Milena Rao a cura di Elena Romanello

25 gennaio 2013

la-luna-nera-e-la-fanciulla-dagli-occhi-di-rugiadaIl vasto panorama della letteratura fantastica si arricchisce con un nuovo titolo della casa editrice specializzata nel genere Anguana, che propone La luna nera e la fanciulla dagli occhi di rugiada, di Queen Persefone, alias Milena Rao, che cura anche i disegni della copertina. In un mondo del futuro, dove una tecnologia di tipo steam punk si affianca alla magia, nuovi equilibri e nuove lotte attraversano le terre conosciute, abitate da genti che sono l’evoluzione di molte delle culture di oggi. Gli apostoli del Sacro Zodiaco, che ispirano terribili tiranni, si trovano di fronte i ribelli della Luna Nera, tra cui emergono Shin, erede delle tradizioni delle dee indiane, e la giovanissima e misteriosa Callisto.

Abbiamo chiesto a Queen Persefone, nuova voce del fantastico, di dirci qualcosa in più sul suo romanzo.

Come è nata l’idea del libro?

L’idea è nata molti anni fa e l’ho sviluppata gradualmente, attraverso un percorso fatto di studi e visioni immaginarie, un viaggio trasversale dentro e fuori di me. L’idea iniziale era quella di creare un genere di personaggi e di storia che, da lettrice, mi sarebbe piaciuto leggere: volevo ad ogni modo che la narrazione ruotasse attorno alla protagonista, Callisto (il cui nome significa “la Bellissima”); che fosse un personaggio con un certo spessore emotivo. Il cinema americano ha molto influenzato le atmosfere di ciò che ho scritto finora.

Il tuo romanzo è un fantasy con vene fantascientifiche: come mai questa scelta?

Nonostante non sia mai stata una lettrice del filone fantascientifico tradizionale, ho apprezzato molto opere come Il nuovo mondo di Huxley, V for Vendetta (sia il fumetto che la trasposizione cinematografica), e film come Matrix e, più tardi, Avatar; tutte opere ambientate in un ipotetico futuro che è in parte il riflesso delle nostre attuali paure ma anche delle nostre speranze, dei sogni dell’uomo contemporaneo. Ho pensato che sarebbe stato bello creare qualcosa del genere, un contesto immaginario ma ricco di elementi appartenenti al nostro presente e, soprattutto, al nostro passato, alla nostra storia, dove la suggestione epica si fonde col dinamismo futurista, la natura con la tecnologia, la magia con la scienza.

Nel tuo romanzo si parla di tematiche come l’integralismo religioso, il ruolo delle donne, il razzismo: cosa diresti a chi dice che la letteratura fantastica è pura evasione e letteratura di serie B?

Il livello della letteratura non è stabilito dal suo genere, bensì dal suo contenuto effettivo, dal modo in cui “l’oggetto” viene trattato: di un medesimo argomento se ne può parlare in modo mediocre oppure magistrale. Il problema, soprattutto in Italia, è dato da due principali cause: da una parte ci siamo fossilizzati troppo sul neorealismo, nel cinema come nella letteratura come nella fotografia, facendolo emergere come genere dominante su tutti gli altri, dall’altra, ci siamo rifiutati di trovare maniere diverse per parlare di qualcosa, qualsiasi cosa: tuttora la saggistica viene considerata l’unico mezzo di comunicazione per tutta una serie di tematiche; ma non è così. I mezzi sono infiniti, dal romanzo, alla poesia, alla pittura, alla musica, come sono infinite le cose di cui si può parlare. Inoltre, non bisogna sottovalutare né sminuire l’importanza dell’arte e della letteratura come forme di evasione dalla realtà, di escapismo: questo permette all’uomo di sopravvivere, di superare anche i momenti più difficili della propria vita. Anche di creare dentro di sé una sorta di “Eden”, di mondo migliore in cui rifugiarsi e coltivare quel genere di bellezza e di valori che hanno il potere di trasformare l’individuo e, in un’ottica più ampia, la società stessa. C’è una ragione ben precisa, del resto, se fede, politica ed arte esistono sin dagli albori delle prime civiltà che hanno popolato il nostro pianeta: l’essere umano ne ha bisogno in egual misura. Neppure in tempi di crisi o di guerra le varie forme artistiche hanno cessato di esistere, ed anzi, talvolta, è nei periodi più oscuri che esse sono nate o si sono rafforzate.

Quali sono i tuoi maestri nei generi del fantastico e non?

Ho iniziato da ragazzina leggendo Stephen King: mi piace specialmente il suo modo di rendere l’interiorità di un personaggio, di farlo emergere dalla carta. Sono presto passata alla letteratura gotica, leggendo H.P. Lovecraft e apprezzandone le atmosfere oniriche, surreali. Quella che ho amato maggiormente all’interno del genere è stata Anne Rice, che ha davvero un modo unico di raccontare il gotico moderno unendo carnalità e spiritualità, ma soprattutto un’estetica nello stile di scrittura che mi ha molto ispirata. E ovviamente, Tolkien: la sua opera è una pietra miliare di tutta la letteratura, non solo di quella fantastica. Un autore che non ha a che fare col genere fantastico, ma che continuo ad amare moltissimo e che è stato fondamentale nella mia formazione come scrittrice, è invece Gabriele D’Annunzio (preciso: le opere del periodo romantico/decadente, non le ultime di stampo verista). Il suo modo magistrale di scrivere della Bellezza e del Piacere, la sua poetica, la sua esaltazione della natura e dei sensi, possono considerarsi un’autentica celebrazione della Materia universale.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Senz’altro continuare a lavorare alla saga: il secondo ed il terzo volume sono già scritti, ed ho iniziato il quarto. Ci sarebbe anche, parallelamente, un saggio sugli Animali Totemici. In più ho di recente iniziato a lavorare ad un altro progetto del quale per ora non posso dire altro.

Consigli per gli esordienti?

Leggete tanto, tutto quello che vi ispira, di vecchio e di nuovo, di qualunque genere: confrontatevi con diversi autori. Andate al cinema, a teatro, alle mostre di pittura e fotografia, viaggiate. Lasciatevi ispirare da tutte le cose del mondo in grado di suscitarvi emozioni. Ascoltate tanta musica. Curate con amore e dedizione quel giardino dentro di voi, coltivate il vostro mondo interiore, concepite visioni, immagini, dialoghi: vivete tutto dentro voi stessi, prima di metterlo su carta. E soprattutto, non rinunciate mai ai vostri sogni; invece lottate per realizzarli senza farvi influenzare dal giudizio del mondo esterno.

:: Un’ intervista con Lilli Luini e Maurizio Lanteri

25 gennaio 2013

cappella_penitenti_grigiBenvenuti su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni: ognuno si descriva, anche fisicamente. 

Lilli: Sono piccola, discretamente in forma, bionda. Sono sposata da moooolto tempo, ho due figli maschi, giovani uomini che vivono uno a Madrid e l’altro a Bolzano e una gatta che invece vive in simbiosi con me. Da anno ho anche una nipotina. Abito a Taino, sul Lago Maggiore, e lavoro a Novara, pendolando un paio d’ore al giorno, che uso per leggere, la mia passione da sempre. Amo il mare, le città, e detesto cordialmente lo sport.

Maurizio: Sono alto, magro, capelli e occhi castani,. Sono sposato, ho un figlio di sedici anni che frequenta le superiori e un cane di nome Luna. Abito a Garlenda, in provincia di Savona, lavoro in quella zona come pediatra di famiglia. Pratico regolarmente vari sport. Mi piacciono  mare e i grandi spazi. Odio le metropoli.

Come vi siete conosciuti? Come avete deciso di unire le penne e di iniziare a scrivere romanzi insieme?

Ci siamo incontrati in Rete, e galeotto fu un sito per scrittori esordienti. Un giorno Lilli inviò in lettura un suo giallo, che finì casualmente in mano a Maurizio. A lui piacque, ci vide delle assonanze con il suo stesso modo di scrivere. Così concepì l’idea di un romanzo a quattro mani. All’inizio Lilli disse che no, non se ne parlava nemmeno, la scrittura era un onanismo privato. Poi si convinse. L’incontro di persona avvenne solo a fine della prima stesura del romanzo. Ci eravamo divertiti così tanto che siamo ancora qui…

Come è nato il vostro amore per la scrittura, e per la letteratura in genere?

Lilli: non lo so. Non ho mai pensato di scrivere fino a una decina di anni fa, ma fin da piccola mi sono raccontata storie da sola. Quanto a leggere, mi pare di farlo da sempre. A dieci anni avevo già letto I Promessi Sposi, a quattordici tutto Moravia. Avevo anche già rischiato l’espulsione dall’Istituto di suore in cui mi aveva iscritto mia madre, perché mi trovarono L’amante di Lady Chatterley nella cartella. Non c’è stato un giorno per me senza un libro iniziato.

Maurizio: anch’io leggo da sempre, senza particolari incidenti di percorso. Per quanto riguarda la scrittura, ho sempre saputo che prima o poi avrei scritto un romanzo, Sentivo una sorta di predestinazione, fin dagli anni del liceo. Di fatto non ho impugnato la penna (la testiera, in verità) se non dopo i quarant’anni. Probabilmente mi servivano esperienza di vita e maturità, per dominare le idee e le immagini che la fantasia mi trasmetteva.

Che tipo di lettori siete: compulsavi, selettivi, razionali, sentimentali ? Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Lilli: io sicuramente compulsiva. Leggo un libro alla volta, fino a qualche anno fa lo leggevo tutto anche se non mi piaceva. Adesso ho fatto mie le regole di Pennac e mi permetto di abbandonare quello che non mi va. Ma leggo qualsiasi genere. Dire un libro solo è veramente difficile. Preferisco concentrarmi sulla seconda parte della domanda. Mi hanno commosso, aiutato, segnato Sabato di Ian McEwann. A un certo punto, ho dovuto interrompere la lettura, guardare il lago e ritrovare la lucidità per continuare. Mi ha sconvolto Sorella mio unico amore, di Joyce Carol Oates, un capolavoro assoluto.

Maurizio: selettivo e razionale, con qualche divagazione compulsiva. Anche a me riesce difficile indicare un solo libro. Molti, in momenti diversi della vita. Fra le mie prime letture, resto affezionato a Il dottor Zivago e a Il Maestro e Margherita. Devo molto a Sephen King, dai suoi classici a On writing.

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

Lilli: ti do la mia top five. Jorge Amado, Ian McEwann, Murakami, Stephen King e al primo posto Joyce Carol Oates.

Maurizio: non mi piacciono le classifiche.

Parliamo adesso dell’ultimo libro che avete scritto La cappella dei penitenti grigi un thriller a fondo storico, di respiro internazionale, pubblicato da Nord Editore che ho avuto l’occasione di leggere in anteprima e ho apprezzato per l’originalità, il linguaggio diretto e i personaggi ben poco convenzionali. Come è nata l’idea di scriverlo? Parlatemi di come si è sviluppato il processo creativo?

Come sempre, noi partiamo da un’idea che ci colpisce. Può essere un luogo, una persona, una circostanza. I Penitenti nascono dal nostro incontro con la Camargue e con la città di Aigues-Mortes in particolare, unite a certe strane reticenze che abbiamo incontrato per visitare la famosa Cappella. (Raccontiamo la storia completa di questa nostra esperienza a questo link:

http://www.editricenord.it/editoriali/come_abbiamo_scoperto_il_mistero_dei_penitenti_grigi_2.php)

Un pizzico di trama per accontentare i più curiosi. Raccontatemi il libro ognuno dal suo punto di vista.

Lilli: le strade del caso, complicate e semplici allo stesso tempo,  riuniscono nello stesso luogo e nello stesso momento tre personalità diverse. Fabienne, che guarda solo al futuro. Daniele, fermo al passato. Al Squazzoni, l’uomo del qui e adesso, pronto a cogliere ogni occasione. La morte di una giornalista, assassinata in Camargue, vede Fabienne indagata e Daniele casualmente testimone della sua innocenza. Potrebbe finire lì, se non fosse che quel delitto è solo il primo di una serie.

A volte sono gli eventi piccolissimi che portano a scoprire i segreti più inconfessabili. E la cappella dei Penitenti Grigi di segreti ne nasconde molti, nella sua storia quasi millenaria. Tutti reclamano attenzione  e giustizia e tutti verranno appagati.

Ora parliamo dell’ambientazione. Come dicevo è un thriller di respiro internazionale: i personaggi si muovono da Parigi a Londra, da Aigues-Mortes al lago di Ginevra. Sono luoghi che conoscete? Come li avete ricostruiti, soprattutto la Camargue con la sua fauna e la sua flora molto peculiare?

Lilli: Conosciamo bene la Camargue, ci siamo stati molte volte. Abbiamo anche affittato una cabane in un mas, tra tori e cavalli, e un’altra volta una casa seicentesca nel centro di Aigues Mortes. Lo stesso vale per Londra e Parigi. Su Ginevra ci siamo affidati a… Google Map.

Maurizio: Mi piace citare anche Casa Ariore, nel cuore verde dell’Oltrepo pavese, luogo natale di mia moglie Simona e mio buen retiro quando ho bisogno di ricaricare le pile e di scrivere lontano da tutto.

Il romanzo ruota intorno ad un ordine caritatevole avvolto nel mistero “I penitenti grigi” che esiste realmente, anche tuttora. Quali sono le sue origini? Come vi siete documentati sui suoi riti, la sua storia?

Agli albori del cristianesimo, il penitente era colui che si presentava alla Chiesa chiedendo l’assoluzione dai peccati. La pena era pubblica e consisteva per lo più nell’interdizione dai luoghi di culto o dall’Eucarestia.
Il termine prese un’altra accezione nel XIII secolo, con i “Penitenti di Assisi”. Così si chiamavano i seguaci di San Francesco, prima di costituirsi in un vero e proprio ordine religioso. Erano uomini e donne comuni che senza prendere i voti si impegnavano alla povertà, all’osservanza stretta del digiuno, alla solidarietà cristiana.
Confraternite simili nacquero e si moltiplicarono fra il XIII e il XV secolo, soprattutto in Italia e in Francia. Dapprima con lo scopo di assistere i moribondi e assicurare loro sepoltura in terra consacrata. Più tardi, per curare i malati e offrire sostegno agli indigenti.
Il penitente indossava un saio, ampio e informe, uguale per tutti. Il colore del saio indicava in quale forma egli avesse deciso di espiare i peccati. Grigio era il colore del lavoro, bianco della purezza, nero della tristezza e della desolazione, blu della consolazione, rosso della carità e dell’amore. In testa portava la cagoule, un cappuccio a punta con due fori per gli occhi, che nascondeva il volto in segno di umiltà (ed evitava contatti troppo stretti con i malati, a tutela della salute). Il cordone, serrato dal triplice nodo francescano, esprimeva l’osservanza della disciplina.
La più antica confraternita di Francia fu quella dei Penitenti Blu di Montpellier, sorta intorno al 1050 con l’intento di garantire i servizi religiosi nel cimitero della città. I Penitenti Grigi di Aiguës Mortes nacquero due secoli dopo, all’ombra del convento francescano voluto da Luigi IX. Intorno al 1350 il loro numero era così cresciuto che i monaci donarono loro un appezzamento di terreno perché potessero costruirvi una cappella.
I Penitenti Grigi prosperarono, stimati e riveriti per i servizi che rendevano alla comunità. Nel 1700 la congregazione raggiunse l’apice della sua crescita: contava più di trecento adepti (fra cui ventiquattro donne) e si trovò a gestire ingenti risorse materiali.
Poi venne la Rivoluzione Francese, e con essa un furore antireligioso che azzerò ogni proprietà e iniziativa. Miracolosamente la confraternita riuscì a sopravvivere, seppure in tono minore.
Le informazioni ci vengono principalmente da un libro: Les Pénitents d’Aigues-Mortes, di cui parliamo al link indicato in precedenza.

Naturalmente i fatti che narrate nel vostro romanzo sono d’invenzione, mi riferisco alle trame all’interno dell’ordine o all’uso fatto della cripta della cappella. Quali sono i fatti reali, storici presenti nel libro? Dove dite che l’ingresso dei nobili nell’ordine fu l’inizio della sua decadenza corrisponde al vero, o è una licenza narrativa?

È vero. Così come è vero che la Torre di Costanza è stata una prigione per le donne ugonotte e che Marie Durand vi fu rinchiusa per 38 anni. Vero è anche l’episodio del Mas de Crottes di cui parliamo all’inizio, cioè l’arresto di diverse donne ugonotte nell’aprile del 1730.

Il romanzo presuppone un lungo lavoro di documentazione. Chi vi ha aiutato nelle ricerche, siete in debito con qualcuno in particolare, magari un “penitente” stesso?

Non abbiamo mai incontrato gli attuali penitenti. Abbiamo saputo che sono ancora fedeli al loro voto di riservatezza. Cogliamo qui l’occasione di scusarci, se la nostra opera creerà loro un qualsiasi disturbo. Siamo in debito con la responsabile dell’Ufficio del Turismo di Aigues-Mortes che ha aperto la Cappella solo per noi in un giorno di Ognissanti.

Oltre ai misteri legati al presente, c’è un mistero del passato legato ai personaggi di Jullian e Isabeau e al loro amore contrastato. Come sono nati questi due personaggi, come si sono sviluppati durante la stesura del libro?

In realtà la storia di Jullian e di Isabeau è stata la prima cosa che abbiamo scritto. Saputo del rituale con cui la confraternita nomina il suo Priore, le visioni immediate sono state due . La prima, un giovane che si sveglia all’alba, indossa il saio penitenziale e corre alla Cappella prima del sorgere del sole. La seconda, una ragazza dal viso arrossato e dai capelli al vento che galoppa a perdifiato nelle paludi di Camargue.

Passato e presente scorrono paralleli, e un punto in comune quasi li unisce: una faida che sembra continuare nei secoli dal 1700 ai giorni nostri, di generazione in generazione. E’ questo il filo rosso del romanzo?

Sì, decisamente. Almeno secondo noi. Poi, da lettori, sappiamo che ciascuno trova delle chiavi personali con cui muoversi all’interno dell’intreccio. .

Quale è il personaggio a cui siete più affezionati? Non vi nascondo che il mio preferito è  Maurice Mariau.

Lilli: a un certo punto della stesura mi sono accorta che il mio Virgilio, la mia guida nell’Inferno, era Maurice Mariau. Di lui so tutto, anche quello che non abbiamo scritto, e anche quello che abbiamo dovuto tagliare nell’economia del romanzo.

Maurizio: Al Squazzoni, lo Squaz. Il prototipo di come io non sarò mai (ma di come, forse, avrei voluto essere).

Il personaggio più difficile da delineare, quello per cui avete più discusso, su cui più vi siete confrontati?

Fabienne e Daniele. Fabienne, è una donna molto complicata. Daniele è forse l’antieroe, figura atipica in un romanzo d’avventure. Ci siamo confrontati molto su di loro. Entrambi siamo molto esigenti sulla quadratura psicologica dei protagonisti e ognuno vedeva le cose a modo suo. Cioè, Lilli da donna e Maurizio da uomo. I lettori ci diranno se abbiamo quadrato il cerchio. Tu che ne pensi?

Ho apprezzato molto il linguaggio diretto, attuale, che usate per nulla edulcorato. Ho notato anche una certa durezza: i personaggi “cattivi” esprimono tramite pensieri e parole la loro negatività, la loro meschinità. Come li avete ideati? Ci sono mandanti ed esecutori, c’è chi muove le fila e chi è solo uno strumento del male?

Il male prospera su tre basi – arroganza, indifferenza e stupidità – e ha una pietra angolare:  l’avidità, che può essere di soldi o di potere. I nostri personaggi li abbiamo ideati guardandoci attorno. Leggendo i giornali e in particolare i testi delle famigerate intercettazioni ambientali, ci diciamo tra noi che la nostra fantasia non arriverebbe mai a tanto. Certamente ci sono mandanti ed esecutori, ma anche questi ultimi sono mossi dall’avidità, dal bisogno disperato di avere.

Bene è tutto, grazie della vostra disponibilità. Mi piacerebbe chiudere l’intervista con un’ ultima domanda: state lavorando ad un nuovo romanzo? Rivedremo Daniele e Fabienne e il personaggio di Maurice Mariau?    

Stiamo lavorando da alcuni mesi a un nuovo progetto. Ci saranno sicuramente Daniele e Fabienne, Al Squazzoni e Patrick Delamotte. Per quanto riguarda Maurice Mariau, ancora non sappiamo.

:: Recensione di La cappella dei penitenti grigi di Maurizio Lanteri e Lilli Luini (Nord, 2013)

24 gennaio 2013

cappella_penitenti_grigiSullo sfondo della Camargue, terra di indubbio fascino sferzata dal Mistral, dove il Rodano incontra il Mediterraneo creando un particolarissimo labirinto di canali, salinai, campi e paludi, habitat naturale dei tori, dei cavalli e dei fenicotteri rosa, è ambientato il nuovo thriller storico di Lilli Luini e Maurizio Lanteri, La cappella dei penitenti grigi (Editrice Nord, 2013). Tra passato e presente, in capitoli alternati, la cittadella fortificata medioevale di Aigues-Mortes diventa centro di una storia che ruota attorno ad un antico ordine caritatevole che esiste realmente, i penitenti grigi, e alla cappella in cui erano soliti riunirsi durante le feste principali e per la proclamazione del nuovo Priore, ogni Pasqua. Un mistero del passato, legato all’amore contrastato tra Jullian e Isabeau, e a una faida tra famiglie appartenenti all’ordine dei penitenti, si intreccia ad un mistero del presente che trae le sue origini da efferate vicende accadute durante la Seconda Guerra Mondiale in un susseguirsi di complessi intrighi, non privi di colpi di scena. Quali segreti custodisce la cappella diroccata dei penitenti grigi e soprattutto la sua cripta dove venivano sepolti fino alla Rivoluzione Francese tutti i penitenti nel loro umile saio? Per rispondere a questa domanda molti perderanno la vita, prima tra tutti la giornalista Deanne Bréchet, amante di Fabienne Lacati, ricercatrice del dipartimento di storia moderna dell’Università di Parigi e protagonista del romanzo, l’unica ad avere scoperto questo oscuro segreto, assieme ad una giornalista radiofonica, segreto capace di far tremare le fondamenta di immense ricchezze accumulate da antiche famiglie forti di agganci politici e al di là di ogni sospetto. Fabianne, sospettata dell’omicidio, troverà in Daniele Ferrara, anche egli storico, seppure in disgrazia per divergenze con i baroni universitari, e assunto come consulente da Discovery Channel, un insperato e provvidenziale aiuto oltre a qualcosa di più e capirà ben presto che per salvarsi la vita dovrà scoprire lo stesso segreto che aveva scoperto Deanne e renderlo pubblico. Tra Parigi e Londra, Aigues-Mortes e il lago di Ginevra, Daniele e Fabienne aiutati dal procuratore aggiunto Maurice Mariau, incaricato delle indagini della morte di Deanne, dalle figlie di Jaques Granier, Portiere dei penitenti grigi, e da Al Squazzoni e Patrick Delamotte, rispettivamente volto di punta di Discovery Channel e giornalista di Liberation, andranno fino in fondo facendo luce su una verità che ho solo intuito un attimo prima di leggerla nei capitoli finali. La cappella dei penitenti grigi è un thriller un po’ impegnativo, ma ottimamente congegnato e soprattutto originale e ben scritto. I capitoli iniziali, in cui bisogna abituarsi all’alternarsi di passato e presente, richiedono una certa attenzione, ma poi soprattutto grazie ai personaggi, ben caratterizzati e profondamente umani nelle sfumature e negli atteggiamenti, mi sono appassionata alla storia, rendendo la lettura scorrevole e interessante. La ricostruzione storica accurata, in cui si intravede un lungo lavoro di ricerca e di documentazione, dalla contesa tra cattolici e protestanti, Marie Durand è per esempio realmente esistita ed è stata imprigionata nella Torre di Costanza per ben 38 anni, oltre al fatto che è ben fondato su documenti anche come comunicavano i prigionieri ugonotti imprigionati con i loro parenti e amici fuori dalla prigione, ai riti d’elezione legati alla confraternita dei penitenti, è sicuramente una parte fondamentale del romanzo seppure gli eventi narrati nascano fondamentalmente dalla fantasia degli autori. Ma la verosimiglianza anche dei fatti legati alla Seconda Guerra Mondiale induce a più di una riflessione e non approfondisco l’argomento per non anticiparvi il mistero principale nascosto in questo libro. La tensione narrativa è ben gestita, per tutto il romanzo ci si interroga sulla concatenazione dei fatti e sul perché un tale personaggio agisca in una tale maniera e cosa nasconda. Le risposte quando arrivano, spiegano ogni fatto non lasciando fili in sospeso. Tra i personaggi il mio preferito è senza dubbio Maurice Mariau, seppur tormentato, profondamente legato al suo lavoro al servizio della giustizia e della verità, e capace di gesti di grande tenerezza. Mi piacerebbe che diventasse personaggio principale di un prossimo romanzo della coppia Luini Lanteri. Che dire d’altro per gli appassionati di thriller storici un romanzo da non perdere e la felice dimostrazione che anche noi italiani sappiamo scrivere thriller di respiro internazionale, niente da invidiare ai vari Dan Brown e soci.

:: Recensione de La porta del paradiso di Alfredo Colitto (Piemme, 2013) a cura di Stefano Di Marino

24 gennaio 2013

colittoAlfredo Colitto affronta un ‘genere’ (senza che nulla di dispregiativo vi sia nel termine) che in Italia ha avuto e ha tuttora un’esistenza contrastata. Da una parte, abituati a romanzoni e sciocchezzuole parapsicologiche, si è sempre negato che l’Avventura sia nelle corde dei nostri scrittori. Dall’altro da Salgari in avanti la nostra produzione narrativa (sia essa romanzata, cinematografica o anche fumettistica) ha sempre regalato ore indimenticabili ai suoi lettori. L’Avventura è mistero, esotismo, eroismo, grandi sentimenti, un tutto in un mondo che assomiglia al nostro eppure, per sfumature e toni, non lo è. Dal giallo storico dei suoi precedenti fortunati lavori (prima o tra tutti Cuore di ferro) che poi erano una declinazione originale del mystery classico inserito in un ambiente perfettamente ricostruito, Alfredo approda a un universo più ampio. La porta del paradiso conserva tutta la cura nel dettaglio e l’abilità di esporre senza cadere nel didascalismo dei romanzi precedenti. Perché il romanzo storico, sia giallo o avventuroso, non è un manuale, è, appunto, un romanzo e dei materiali narrativi tipici di questa forma di intrattenimento si nutre. Altrimenti inaridisce. Colitto innaffia bene la sua pianta, però, alla soluzione del mistero sostituisce le umanissime vicissitudini di Leone Baiamonte, giocando su due elementi che sono assi portanti del romanzo d’avventura in qualsiasi epoca sia inserito. In primo luogo il protagonista si trova costretto a lottare per sottrarsi a ingiustizie e angherie e riconquistare non solo la donna amata ma anche un’esistenza serena. C’è, tra i suoi nemici maschili e femminili (Dio vi guardi dall’ira della donna rifiutata!) una tal carica di malanimo e perfidia che il nostro si vede letteralmente piovere addosso guai e disavventure che schianterebbero chiunque non avesse la sua tempra morale. Avventure, duelli, ingiustizie ma anche più umane cattiverie. Un carico di difficoltà che, intelligentemente, Alfredo costruisce in modo che il lettore moderno possa stabilire un ponte emotivo con il suo protagonista. La natura umana, purtroppo, resta sempre meschina e se cambiano i tempi è facile immedesimarsi nelle difficoltà di Leone e trovare appagamento nel suo spirito che gli consente di superare le difficoltà pur conservando la sua integrità. Il secondo elemento, altrettanto importante, è il viaggio, irrinunciabile percorso non solo materiale (dal Vecchio al Nuovo Mondo) ma anche interiore. Il viaggio, qui come in ogni buon romanzo di avventura, è un percorso di formazione attraverso le difficoltà e le scoperte di luoghi nuovi e fino allora solo fantasticati. Alfredo, che in altri momenti della sua esistenza, è stato viaggiatore e uomo d’azione prima di esserlo di lettere (grande traduttore, tra l’altro ,e ciò giova sicuramente alla fluidità della scrittura) ha conosciuto il Messico e il Mesoamerica e ce ne offre una versione affascinante che mescola la ricostruzione a emozioni vere. Ma il suo cuore, come quello di Leone resta fedele all’amata Lisa, è sempre rivolto all’Italia, a quella Napoli affascinante e  fustigata che sfocia nella rivolta di Masaniello. Un romanzo per  tutti, dunque, proposto, occorre sottolinearlo, a un prezzo più che allettante in un’epoca in cui veramente è necessario fare attenzione anche a questi dettagli. Avventure, vicissitudini, duelli e battaglia ma soprattutto intrighi, tradimenti, vendette. Sentimenti veri, a volte esacerbati, catartici come diceva un saggio, perché il piacere della lettura è questo. Infilarsi nei guai degli altri e dimenticare i propri.

LA PORTA DEL PARADISO- di Alfredo Colitto-PIEMME .euro 9,90

:: Segnalazione ebook Collana Imperium di Diego Bortolozzo a cura di Barbara De Carolis

23 gennaio 2013

FuoriFuoriFuori2_ebookSegnaliamo alcuni ebook appartenenti alla Collana Imperium curata da Diego Bortolozzo. Storie di fantascienza o comunque lontane dall’ordinario, storie di mondi ancora non sorti, costituiti da dimensioni spaventose e da creature in cerca del proprio ruolo nel grande palcoscenico dell’esistenza… artificiale, malsana, onirica o reale che sia.

Fuori! Fuori! Fuori! di Diego Bortolozzo

“…la ragazza, la mia ala, è stata colpita da una delle loro armi al plasma. La sua corazza, il suo corpo, la mano del soldato vicino, sono stati fusi come la crema che ci propinano a colazione.”

Fantascienza e guerra raccontate da un autore che continua a regalare ai lettori avventure emozionanti, fugaci e al di là del reale. Fuori! Fuori! Fuori! scorre rapido come il destino del protagonista, un soldato malato che sceglie di arruolarsi per garantire alla propria famiglia un futuro migliore, ma il futuro in questa storia è già scritto e in un contesto di armi e lotta per la sopravvivenza della specie umana, nessun sacrificio viene ripagato onorevolmente. Un mondo da lasciare, nuovi mondi da conquistare, guerre galattiche viste con gli occhi di un uomo che scopre di non avere più nulla per cui valga la pena vivere.  Scritto con coerente attenzione al genere e una buona dose di sentimenti.

Ludosfera – la saga di Claudio Cordella

“In seguito, per qualche strana bizzarria del caso, quella stessa regione del cosmo divenne nota come Ludosfera. Da luogo di conflitti e di dolore, dove gli Antichi Umani vivevano e morivano realmente, esso divenne una sorta di luna-park su scala galattica. Un parco divertimenti per chi avesse voluto provare l’emozione di vivere nel passato…”

La Ludosfera è il luogo che riproduce alla perfezione un tempo lontano nel quale gli umani, ormai estinti ed evoluti in nuove e sofisticate forme, consumavano la loro esistenza. Gli esoscheletri, le AI, i post-umani dominano questa dimensione artificiale, là dove l’artifizio è rappresentato paradossalmente proprio dalla volontà di far rivivere una storia superata,  combattuta e vinta in nome di un più alto significato attribuibile alla vita. La Ludosfera diviene in molti casi la rappresentazione della miseria umana e i visitatori scelgono cosa e come viverlo. Bravo l’autore a immaginare un universo nell’universo, mescolando sogni, realtà, visioni e inserendo elementi mistici… come angeli di pietra dal cuore pulsante.

Carriera di un criminale di Maria Teresa de Carolis

“Provai piacere, ma il vero piacere venne quando una volta consumata la mia intenzione ebbe inizio il mio rito, quello per cui l’appetito di possesso doveva consumarsi nel sangue.”

Può bastare uno sguardo per trasformare un uomo in un assassino?
Ovviamente si. L’oggetto dell’incessante interesse scuote un animo malato e ben presto le attenzioni del protagonista verso l’ignara vittima si tramutano in morbosi e insani desideri. Spinto da un’inarrestabile follia, l’uomo riverserà tutta la sua frustrazione in un atto di sublime e necessario sacrificio, un soave appagamento di smanie primordiali. Denso di descrizioni forti, l’autrice si diverte a offrire un finale straziante degno di merito.

Arcanave Flying di Simone Messeri

“L’umanità vittima della propria irruenza viveva un momento spaventoso in cui la sopravvivenza quotidiana era la sola realtà possibile. Un periodo durissimo che condannò i superstiti ad accettare una vita senza futuro fino a quando un avvenimento incomprensibile cambiò il loro destino. Gli uomini ricominciarono a credere nel valore dell’esistenza…”

Il mondo di Simone Messeri è lo stesso rappresentato dai nostri incubi… finito, morto, privo di aria e senza alcuna speranza se non quella riposta in un puntino immerso nel lontano universo, dove qualcuno o qualcosa può modificare il destino della terra.
I salti temporali nel racconto mostrano il percorso dell’uomo, le sue miserie come la sua rivalsa fino al raggiungimento di un equilibrio completo, bramato dai pensatori illuminati di ogni epoca: l’equilibrio con il proprio pianeta, basato sul principio dell’empatia che può unire ogni cosa e che nasce da origini incerte e lontane, come quel puntino nello spazio profondo del quale in molti ancora cercano di scoprire l’origine…

Di seguito il link della Collana

http://www.diegobortolozzo.com/collana-imperium/

:: Recensione di L’ultimo scoop di Silvano Villani, Pia Di Marco, Tempesta editore 2012 a cura di Viviana Filippini

19 gennaio 2013

lultimoscoop-webQuanto sono lunghi i tempi della giustizia italiana? Una domanda che molti di noi si saranno fatti almeno una volta nella vita. La risposta è semplice: lunghi. Anzi troppo lunghi. A mettere in luce questa amara verità è il romanzo L’ultimo scoop di Silvano Villani di Pia Di Marco, pubblicato dal piccolo editore Tempesta. Il libro prende vita dalla vicenda giudiziaria derivante da un incidente stradale subìto da Villani nel 2004 e caratterizzata da ricorsi compiuti dal giornalista per vedere emergere la verità dei fatti. Purtroppo, Villani inviato speciale del «Corriere della Sera», è deceduto nel 2011 senza portare a compimento il suo progetto letterario, che però ha preso vita grazie all’impegno della sua ultima compagna di vita Pia di Marco. Nel romanzo verità la Di Marco ci rivela una doppia identità di Villani , quella di esperto giornalista e quella di uomo cittadino in cerca di giustizia. Nel libro c’è tutta la vicenda giuridica con protagonista Villani. Un percorso che ha permesso a Villani stesso di sperimentare le lungaggini della giustizia italiana e dei caotici meccanismi che non fanno altro che limitare la possibilità di agire dei giudici e di ottenere giustizia per i cittadini. Accanto ad essa c’è il piano di Silvano Villani uomo. Di colui che arrivato alla soglia degli 80 anni è stato costretto da cause di forza maggiore – le conseguenze dell’incidente – a cambiare in modo radicale il suo stile di vita, scoprendo che compiere le cose più semplici della vita quotidiana (recuperare i libri nell’ultimo piano della libreria o preparare il caffè) poteva  trasformarsi in vera impresa titanica. Il Villani che la Di Marco ci racconta è il ritratto di una persona combattiva che vuole giustizia e per questo decide di usare la propria capacità giornalistica per raccontare agli altri la sfortunata vicenda che lo ha travolto. Nel libro, Pia di Marco ripercorre attraverso Villani la vicenda giudiziaria che lo ha visto protagonista, ma allo stesso tempo – sempre grazie all’alter ego letterario – la scrittrice ci riferisce il Villani nella vita di ogni giorno, evidenziando la forza d’animo, la costante venatura ironica e il selfcontrol con i quali il giornalista affrontava le difficoltà. Questa narrazione ci restituisce il ritratto di un uomo dal carattere duro e forte, capace di amare in modo profondo, ma in difficoltà a manifestare apertamente i sentimenti che provava. L’ultimo scoop di Silvano Villani mi ha colpito per la perfetta abilità di immedesimazione di Pia di Marco nei panni di Silvano Villani, qualità che le ha permesso di costruire un romanzo solido, tagliente, vero che con impressionate lucidità restituisce al lettore la dimensione esistenziale di un uomo e di un cittadino italiano alle prese con la macchinosa giustizia italiana. Pia di Marco ha dato forma concreta – e Villani ne sarebbe contento – ad un progetto incompiuto (lui è morto nel 2011), permettendo a questo io singolo di rivelare pubblicamente tutto lo sconforto e il malumore per le lentezze della nostra autorità giudiziaria. L’ultimo scoop di Silvano Villani è una riflessione intensa su una delle realtà dell’Italia di oggi, dalla quale emerge l’ amara consapevolezza del giornalista di essere protagonista di un caso di giustizia negata. Prefazione di Enzo Antonio Cicchino.

Silvano Villani (Trieste, 22 ottobre 1923 – Roma, 6 giugno 2011), triestino, di professione giornalista, si trasferisce a Londra nei primi anni Cinquanta. Dalla capitale britannica collabora col «Mondo» di Pannunzio e ai primi numeri de «L’Espresso». Quindi passa al «Corriere della Sera» di cui è corrispondente da Stoccolma e da Ginevra. Rientrato in Italia, opera come inviato speciale per il medesimo quotidiano particolarmente nel Medio Oriente e in Africa. Nel 1964 vince il “Premiolino”, nel1965 il “Premio Saint Vincent”.

Pia Di Marco (Maria Pia Di Marco) è nata e vive a Roma. Laureata in Lettere con indirizzo storico artistico all’Università di Roma La Sapienza, diplomata in Grafi ca all’Istituto Europeo
del Design di Roma, ha collaborato con la Cattedra di Iconografia e Iconologia all’Università di Roma La Sapienza e con il Departamento de Arte, Universidad de Navarra (Pamplona).
Si dedica al Cinquecento, con particolare riguardo alla pittura dell’età della Controriforma. Ha pubblicato per Giunti, per l’Universidad de Navarra, per Fabrizio Serra Editore. Della sua produzione grafica si segnalano, fra l’altro, la copertina e le illustrazioni per Il Mistero della Stanza n. 5 di Silvano Villani, Iter, Roma 1991 (catalogo L’Erma di Bretschneider); le illustrazioni per La vita segreta dei piccoli abitanti del mare di Mirella Delfini, Franco Muzzio Editore, Padova, 2000; le illustrazioni per Bambino sarai tu, Marguerite Editrice.
Ha collaborato alla composizione dell’autobiografi a di Mirella Delfini, Andrà tutto bene, Abel books, 2012, e ne ha realizzato la copertina. Ha composto i testi e realizzato le illustrazioni
de La Donna Ragno e altre storie raccontate al piccolo Charles Darwin di prossima pubblicazione per I tipi di Anicia. Attualmente collabora con l’autore televisivo Enzo Antonio Cicchino.

Enzo Antonio Cicchino. Autore televisivo di argomenti storici. Ultimi libri pubblicati: Il Duce attraverso il Luce, Mursia Editore. La fonte di Mazzacane, Laruffa Editore. Vive a Roma.