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:: Un’ intervista con Matteo Strukul

7 Maggio 2013

milaBentornato Matteo su Liberi di Scrivere. Dalla nostra ultima intervista è passato più di un anno e la tua Mila è diventata un fumetto, poi è uscito il secondo episodio della serie, Regina nera e intanto è notizia di pochi giorni fa che hai venduto i diritti per la pubblicazione in Usa, Gran Bretagna e Australia. Un bilancio più che positivo. Cosa hai provato quando hai saputo la notizia?

Be’ è stata una soddisfazione enorme, anche perché non sono moltissimi gli autori italiani tradotti in quei Paesi ma Mila era il personaggio perfetto per Exhibit A, il nuovo marchio editoriale di Angry Robot – casa editrice distribuita in USA (Random House) e UK (Osprey) oltre che in Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica – che fa dello stile cinematografico dei romanzi pubblicati il proprio marchio di fabbrica. Emlyn Reese, editor in chief di Exhibit A, si è appassionato da subito al personaggio di Mila e alla questione della mafia cinese in Veneto oltre che al dramma della sopraffazione della donna nel nostro Paese e così ha deciso di acquistare i diritti di entrambi i romanzi opzionando già il terzo. Per questo ringrazio Allan Guthrie, il mio agente per i diritti di lingua inglese che ha creduto fermamente nel progetto. Tanto più che adesso, a seguito della notizia della pubblicazione a partire da giugno 2014, hanno cominciato a muoversi anche i produttori americani e quindi la speranza per una trasposizione cinematografica è sempre più concreta.

Sai già chi si occuperà della traduzione, chi porterà Mila a parlare inglese?

Non poteva che essere Marco Piva Dittrich, uno dei migliori traduttori da inglese a italiano e da italiano a inglese in circolazione. Quello che sto portando avanti con Marco è un vero tandem creativo e non escludo che più avanti possano esserci molti altri progetti che ci vedano coinvolti. Poi ci saranno gli editor di Exhibit A quindi credo che la versione anglo-americana sarà una bomba. Se a questo aggiungi che la miniserie a fumetti disegnata da Ale Vitti sta giungendo a conclusione, ecco che l’ipotesi “Mila fumetto all’estero” si fa sempre più concreta. Insomma, l’idea è, per una volta, di esportare qualcosa dall’Italia verso gli Stati Uniti e il Regno Unito. Trovo divertente che il pulp sia diventato Sugarpulp e ora, adulterato con lo zucchero di barbabietola della Bassa, diventi una cosa diversa e legata all’Italia, tornando in una veste nuova e differente negli States e nel Regno Unito, e del resto senza lanciarmi in paragoni azzardati (non ci penso nemmeno) Quentin Tarantino non era un ammiratore di Umberto Lenzi e Sergio Castellari? E giustamente per di più? Ecco, mantenendo un senso della decenza e quindi senza riconoscermi nulla, però confesso che è bello che un autore italiano, con la a minuscola e fortunato come sono io, torni a proporre un genere che riesce a ritagliarsi un’esportabilità anglo-americana. Credo sia davvero bello perché – se ci pensi – noi arriviamo da Sergio Leone, Sergio Corbucci, Dario Argento, Umberto Lenzi, Michele Soavi, insomma maestri assoluti che hanno reso il cinema italiano di genere fra i più apprezzati al mondo e oggi, sulla scia di un grande come Massimo Carlotto che ha fatto lo stesso per il romanzo di genere italiano, portandosi a casa una nomination all’Edgar, ebbene senti che hai centrato qualcosa di buono e vedere Mila che prova a conquistarsi un posto al sole in USA e UK come nuova eroina pulp anzi sugarpulp italiana, be’ è proprio una figata.

A questo punto la domanda è d’obbligo: ci sono progetti cinematografici in vista? Vedremo Mila sul grande schermo?

Guarda, c’è una trattativa sul piatto che, al solo pensiero, mi manda fuori di testa ma taccio perché nel momento in cui lo dico so che non si avvererà, ergo mi zittisco e incrocio le dita, ma come dicevo prima la pubblicazione anglo-americana ha destato grande attenzione.

Dunque da poco è uscito Regina nera. Un romanzo decisamente femminista. Parli di una donna candidata premier, la tua eroina incarna un personaggio femminile forte, determinato, capace di difendersi e di perseguire la sua giustizia. Pensi che un romanzo come il tuo possa avere un ruolo sociale, possa aiutare le donne a prendere coscienza della loro vera forza ?

Onestamente non lo so, insomma quello che voglio non è incidere le coscienze, non sono in grado di farlo e solo l’idea di pensarlo mi fa dire “Matteo Strukul ma quanto coglione sei?” invece quello che spero di poter fare è contribuire a far sì che le donne si sentano meno sole, insomma non è solo una loro battaglia, deve anche essere nostra, degli uomini, che devono svegliarsi e – citando una frase disgustosamente in voga oggi e usata a sproposito – assumersi le proprie responsabilità. Credo che Mila sia un personaggio che urla, questo sì. Victor Gischler ha detto che Mila è uno splendido esempio di un archetipo: prendi una donna, rovesciale il mondo addosso, dalle una spada e una pistola e fai un passo indietro e resta a guardare. Mi sembra una definizione bellissima che coglie in pieno il senso del personaggio. Mila non è nata così, qualcuno l’ha fatta così. Sono stati quattro uomini vigliacchi, quattro rifiuti umani. Mi viene da ridere quando mi chiedono se c’è misandria in lei o odio per gli uomini. Ma che domanda è? Credo che nessuno di noi uomini sappia che cosa significhi essere stuprati, fisicamente intendo. Penso però che sia una di quelle tragedie che ti taglia l’anima, che ti spezza dentro. Credo che il verbo profanare sia davvero il più corretto per una cosa del genere. Mila è una donna spezzata che decide di non subire più e in questo opporsi al male assoluto, che ha subito, smarrisce la misura, ma ne esiste forse una per una cosa come lo stupro? Senza contare che non c’è nessun piacere nel non riuscire a perdonare gli uomini, nel restarne marchiate e nel cercare di tornare ad innamorarsi di loro, nonostante tutto, senza peraltro riuscirci. Ecco, nella Mila di Regina Nera c’è tutto questo, ma come giustamente dicevi tu, c’è molto dolore e orgoglio femminile anche in Laura Giozzet o in sua figlia Giulia o in Edith. Io spero che questo romanzo sia letto da più donne e uomini possibili, per sapere cosa ne pensano, punto. Se poi ci troviamo un giorno a qualche presentazione e a parlarne, be’ allora ne sarò felice. E in effetti questo è proprio quello che mi capita. Ed è fantastico.

Parlaci un po’ della trama, quali sono i temi più importanti del romanzo?

Molti li abbiamo detti: la sopraffazione dell’uomo nei confronti della donna anzitutto, le sette e i meccanismi di manipolazione e condizionamento, la teoria del complotto, una rilettura pop della letteratura gotico – romantica tedesca, penso ad autori come Friedrich Schiller, Ernst Theodor Amadeus Hoffman, Theodor Storm, Novalis, per non parlare del mio sfrenato amore per il Nibelungenlied, le saghe dell’Edda, e certi temi mitologici e del folclore europeo come la Caccia Selvaggia.

Hai il romanzo pianificato in mente prima di iniziare a scrivere?

Dipende. Con Mila non è possibile, perché lei è molto istinto; non solo, certo, però è una creatura istintiva, sensibile, impulsiva, estrema, fragile, contraddittoria, violenta, disperata, dolce e quando hai un personaggio così non ce n’è, non puoi preparare una scaletta oppure se la fai, be’ te la manderà in fumo dopo tre pagine. Mila non può essere controllata, non è proprio possibile, è fuori controllo per definizione. Il che crea un bel problema se qualcuno mi chiede una sinossi. Fortuna che Colomba e Massimo (Carlotto) sono comprensivi da questo punto di vista. Direi che una storia di Mila nasce attraverso strappi progressivi. Vedo le sue idee che frullano nell’aria e provo a pescarle tenendomi a debita distanza, eh eh. Ma è il bello di Mila no? L’istinto è fondamentale e la fedeltà alle storie che lei vuole raccontare pure. Temevo che i lettori non capissero, ad esempio, questa storia così cupa e crudele invece non solo l’hanno capita ma la stanno amando, perché il personaggio ti dice in faccia quello che è. Adoro i lettori di Mila, siete i migliori, ragazzi! E RAGAZZE! Invece, nel caso del prossimo personaggio, che sarà protagonista di un romanzo in arrivo a inizio 2014, ebbene in quel caso la “costruzione” è stata fondamentale, ma questo perché quel personaggio, maschile, è assolutamente razionale, anche se poi anche lui ha la sua bella carica umana. Ma la professione che svolge, il metodo che adotta, le scelte e la ponderazione, l’analisi e la cura sono chiavi di percezione e comprensione che certamente lo aiutano a superare i drammi, anche se poi, come dicevo, anche questo personaggio avrà le sue difficoltà esistenziali, i suoi abissi, i suoi sipari interiori, ma è un uomo ed è un alienista, quindi qualcuno che per certi aspetti è agli antipodi rispetto a Mila. Il che lo rende altrettanto affascinante, peraltro, ma in modo diverso. Ecco, dal mio punto di vista, l’immersione nel personaggio, nel mare profondo del suo carattere, è fondamentale: solo così posso sperare di raccontare qualcosa di credibile e la storia che ne esce dev’essere profondamente sua, non mia, per certi aspetti è come se traducessi in segni quello che lui vive. In questo senso, se vuoi, c’è un metodo nel delirio che provo a mettere su carta.

Quali sono le parti del libro che ami di più? Le scene che hai scritto di cui sei più soddisfatto?

Guarda non saprei, lascio che siano i lettori a giudicare. Certo, posso dirti che la parte onirica, quella degli incubi di Mila è stata quella che mi ha fatto penare, ma anche le sequenze d’azione, portate davvero all’estremo in questo secondo capitolo, hanno richiesto una preparazione e un’attenzione, un controllo e una cura assoluti, per cui ho dovuto pensarle e ripensarle prima di rappresentarle. Il tentativo è stato quello di usare la penna come una telecamera, lavorare sulle inquadrature, sul montaggio, sul ritmo, insomma è stata una bella sfida anche quella.

Il personaggio di Mila in questo romanzo è più avvolto da ombre che da luci. Il suo doloroso passato in un certo senso condiziona il suo presente. Perché hai deciso di dare al personaggio queste connotazioni dark?

Per quello che Mila è diventata dopo quello che le è successo. E quello che le è successo è davvero devastante. E non è qualcosa che può essere liquidato con un romanzo o un duello. Proprio per niente. Considera questi due romanzi come altrettanti capitoli di una grande saga. Mila ha molto altro da raccontare, basta volerla ascoltare. Proprio come le donne con cui viviamo. Proviamo a stare zitti un attimo. La voce di Mila è la litania della violenza subita e risputata addosso. Occhio per occhio. E non migliorerà, credimi.

C’è molta azione nel tuo romanzo. Scrivere buone scene di combattimento è tutt’altro che facile, bisogna avere nozioni di balistica, conoscere le arti marziali, i tempi di reazione di un vero combattimento. Ci vuole intuito, preparazione, senso dello spazio. E’ quasi una coreografia da realizzare semplicemente con le parole. Anche autori con molta esperienza ne avvertono la difficoltà. Come ti sei documentato?

Le scene d’azione arrivano da molte letture e dal costante bombardamento di film con cui mi mando definitivamente in acqua il cervello eh eh. Robert Louis Stevenson studiava le pagine degli autori che amava e le riscriveva a memoria sul foglio. Credo che sia chiaro quali sono gli autori che amo a livello di sequenze action e li studio costantemente. Ho riscritto le loro pagine, filtrandole con il mio gusto personale e alla fine mi sono impadronito di una tecnica che ho arricchito con la mia sensibilità. Adoro leggere e scoprire nuovi modi di rendere le cose, adoro guardare i film e scoprire soluzioni differenti, punti di vista sorprendenti. Chi dice che non si ispira a nessuno mente e se per una qualche ragione dovesse essere come dice lui molto probabilmente scriverà delle cose noiosissime. Gli scrittori che non leggono sono pessimi scrittori, io ho avuto la fortuna di conoscere grandissimi autori e, credimi, leggevano tutti molto più di me. E io leggo veramente tanto. Poi, certo, internet, le riviste specializzate, il poligono di tiro… ma alla fine quello che cerchi di fare è montare lo show e niente monta lo show come una sparatoria raccontata bene o come un duello spettacolare, insomma se scrivi un certo tipo di storie, è chiaro.

La tua interpretazione della mitologia germanica mi ha ricordato in un certo senso Derek Nikitas e il suo interesse per la mitologia norrena, presente nel suo romanzo I fuochi del nord. Pensi di essere in debito con questo autore?

Certo, è un autore pazzesco ma allo stesso tempo sono in debito con Ernst Theodor Amadeus Hoffman e il suo La donna vampiro e con I masnadieri di Friedrich Schiller e con Gli inni alla notte di Novalis e con Billy Morgan di Joolz Denby e una marea di altre storie. Però, certo, Nikitas è uno scrittore che ho amato tantissimo, non a caso ho rotto l’anima ai ragazzi di Edizioni BD per pubblicarlo fino a sfinirli… e poi uno che diventa il pupillo di Joyce Carol Oates dev’essere bravo per forza, credo.

C’è molta musica nel tuo romanzo, Heavy Metal per la precisione. Una musica carica di energia, energia buona, una musica a torto demonizzata. Ricordo che da ragazzina ne ascoltavo parecchia, poi crescendo sono passata al jazz, al blues. Se dovessi ideare una colonna sonora ideale per il romanzo, quali canzoni heavy sceglieresti?

Be’ c’è pure molto hard rock, dunque vediamo ti dico cosa ho ascoltato io in heavy rotation: Keep on Swinging dei Rival Sons; Candele di Simone Piva & I Viola Velluto; Mama I’m Coming Home di Ozzy Osbourne; Ace of Spades dei Motörhead; A Conspiracy, Black Crowes; Enter Sandman, Metallica; Rasputin, Turisas; Rock me like the Devil, Crucified Barbara; Fire it up, Black Label Society; War Pigs, Black Sabbath.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Non credo, però è chiaro che le critiche davvero positive che sono arrivate ai due romanzi di Mila mi hanno fatto molto piacere, se ti dicessi il contrario sarei falso come Giuda. Ma non cerco il plauso dei critici, quello che mi ha colpito è che pur scegliendo le storie che volevo scrivere, cercando di essere fedele alla volontà dei personaggi, siano arrivate tutte le recensioni e le interviste e gli articoli che sono arrivati, a dimostrazione della grande apertura e intelligenza che ha la critica italiana. Poi, certo, qualcosa di buono devono averci letto, nei romanzi, immagino. Da parte mia li ringrazio, e tanto, e spero di continuare a far bene, questo sì.

Parliamo adesso della tua collana Revolver, per Edizioni BD. Quali sono le prossime novità?

“Notte sanguinaria” di Allan Guthrie, un romanzo pazzesco e “Il gioco del suicidio” di Victor Gischler… ci siamo capiti? State in campana, eh eh.

Ci sarai alla Fiera del libro di Torino a Maggio? Quali autori porterai?

Sì, sarò allo stand E/O sabato e domenica, mentre venerdì presenterò insieme a Luca Crovi, Tullio Avoledo, Simone Sarasso, Paolo Roversi e altri autori la bellissima antologia, edita da Multiplayer, Le realtà in gioco, cui ho partecipato con un racconto decisamente urban fantasy. Si tratta di un progetto splendido che approfondisce il tema della narrativa videoludica tenendo una linea sottile fra realtà virtuale e quotidiano, utilizzando il mondo e la dimensione del videogame come cardine narrativo. Esce per una delle case editrici più attente, stimolanti, vivaci e attive degli ultimi anni e sono davvero felice che mi abbiano voluto a bordo per il progetto. Sabato e domenica invece con Mila allo stand E/O inoltre sempre domenica sarò fra i relatori a una presentazione organizzata da LA CASE BOOKS di Giacomo Brunoro che proverà a raccontare la nuova narrativa fra digitale e carta, un incontro che si preannuncia molto interessante. Dal dieci al diciassette maggio sarò in tour per l’Italia con Ray Banks e Allan Guthrie, direi non male.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho finito da poco lo splendido romanzo di Pierluigi Porazzi “Nemmeno il tempo di sognare”, sto leggendo contemporaneamente il sorprendente e bellissimo “Il flagello di Roma” di Michele Gazo per la collana Rizzoli Max che sto trovando sempre più interessante con titoli come “Invictus” e “Absedium”, poi “La morte di Dracula” fumetto di Victor Gischler e Giuseppe “Cammo” Camuncoli e “I resti di Jacinto” di Karen Traviss, romanzo della saga di Gears of War edito da Multiplayer. Ho appena terminato anche “12 Children of Paris”, nuovo romanzo di Tim Willocks, in uscita questo maggio per Jonathan Cape, e l’affresco epico fantasy incredibile di Joe Abercrombie “The Heroes” per quei geniacci di Gargoyle Books.
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente successo durante questi incontri.

Adoro fare tour promozionali. Be’ molto divertente è stato quando Victor Gischler ha voluto comprare le Winx per le nipotine e siamo andati al supermercato del giocattolo a Piacenza. Ho visto l’uomo di Baton Rouge svaligiare un’intera corsia e poi carico di bambole e scettri fatati andare in cassa a pagare, un momento di puro delirio: quell’uomo è un pazzo.

Oltre che scrittore sei anche traduttore. Quali sono i tuoi prossimi lavori di traduzione?

Dunque ho appena finito di tradurre Money Shot di Christa Faust, romanzo finalista all’Edgar Award che uscirà quest’autunno per Revolver, ho tradotto la miniserie a fumetti di Spike, firmata da Victor Gischler e un paio di fumetti di Joe R. Lansdale, tanto per stare in allenamento. Entrambi questi lavori usciranno in estate per Edizioni BD. Fra poco dovrei partire con la serie dei G I JOE.

Progetti per il futuro?  

Un thriller storico virato al gotico, una trilogia di romanzi urban fantasy con vampiri su cui sto lavorando, il terzo romanzo di Mila, una commedia pulp, parecchi fumetti in forno.

:: Segnalazione di Destini di sangue. Un’indagine dell’ispettore Sangermano di Marco Di Tillo (Arkadia Editore, 2013).

7 Maggio 2013

Invito Aperitivo in gialloUna Roma gelida e piovosa. Il Natale alle porte. Per Marcello Sangermano, ispettore dell’Unità Operativa per i Crimini Seriali, laico consacrato e uomo di profonda umanità che nella vita privata si occupa del reinserimento di giovani ex tossicodipendenti, non può esserci fine anno peggiore. Da qualche mese si aggira per Roma un assassino sadico e spietato i cui obiettivi sono innocui anziani trucidati senza alcuna pietà e poi fatti a pezzi. Nonostante le indagini frenetiche, la pressione dell’opinione pubblica spaventata e delle autorità che chiedono con decisione una soluzione al problema, la ricerca del colpevole è a un punto morto. A soccorrere Sangermano sarà un indizio fortuito che lo porterà sulla giusta strada, segnata dagli incroci coi vicoli di un passato torbido e squallido.

Marco Di Tillo ha scritto per più di vent’anni programmi televisivi e radiofonici per la Rai, insieme a Serena Dandini, Piero Chiambretti, Nanni Loy, Enza Sampò. Ha scritto e diretto per il cinema la commedia “Un anno in campagna” e ha diretto, sempre per il cinema, il giallo per bambini “Operazione Pappagallo”, scritto insieme a Piero Chiambretti e Claudio Delle Fratte. È autore dei romanzi d’avventura Il giovane cavaliere (Einaudi) e Tre ragazzi ed il sultano (Mursia). È inoltre autore delle favole illustrate Mamma Natale e Mamma Natale e i Pirati (entrambi editi da Mursia). Come autore di fumetti ha scritto tra l’altro per “Il Giornalino” i testi per le serie “I grandi del cinema”, “I grandi del jazz”, “I grandi del calcio” insieme ai migliori disegnatori italiani. È stato vincitore del premio “Nuova Strip italiana” con la striscia Piero (disegni di Fabio Petrassi) e premiato al Salone dei Comics di Lucca. È autore insieme allo scrittore americano Augustine Campana del thriller “The Other  Eisenhower” pubblicato di recente negli Stati Uniti dalla Webster House Publishing.

:: Recensione di Il labirinto occulto, Luca Filippi, Leone editore 2013 a cura di Viviana Filippini

7 Maggio 2013

il-labirinto-occulto_LRGMistero, frasi da interpretare e segni da decodificare uniti ad un buona dose di azione e suspense ad alta tensione sono gli ingredienti della nuova avventura con protagonista Tiberio Di Castro, l’esperto di necroscopia uscito dalla penna di Luca Filippi. Di Castro è uno speziale nella Gorizia del 1503. Qui, si è trasferito dopo essersi lasciato alle spalle – per cause di forza maggiore – il soggiorno romano di lavoro e studi. Il cerusico è  un uomo compatto, tutto razionalità, scienza e poco interesse per le scartoffie di magia, ma il bruto e inspiegabile assassinio del mercante di libri De Visser, porterà Tiberio a lasciarsi coinvolgere in un’ intricata indagine per capire chi ha ucciso il mercante e soprattutto cosa stava cercando di tanto importante. E sarà proprio la scoperta di un antico manoscritto appartenente ad una civiltà scomparsa a calamitare gli interessi di Tiberio e di meschini esponenti del clero pronti a tutto – compreso il commissionare omicidi-  pur di impossessarsi dell’importante reperto.  Il labirinto occulto è ambientato tra Gorizia, Venezia, Capodistria, Ravenna e la Roma del Cinquecento italiano, luoghi nei quali Tiberio dovrà affrontare invasioni dei popoli Turchi, oscure creature e il pregiudizio popolare, mantenendo una particolare attenzione a quello che accade nell’Urbe, dove papa Alessandro VI muore dando il via ad una oscura maledizione. Nell’indagine Tiberio non è solo, accanto a lui compaiono alcuni interessanti personaggi che nel corso della narrazione dimostreranno di essere astuti, geniali e perspicaci nel sostenere lo speziale nella sua ricerca. Isabella De Visser, il guerriero Vilko, il suo signore Lovro Ilko, Bona Almerigonga e anche l’ambiguo – in tutti i sensi – chierico Jean Christophe sembrano gli uni distanti dagli altri, ma in realtà a legarli ci sono piccoli frammenti di vita vissuta che emergeranno pagina dopo pagina nella trama creata da Filippi. Questi personaggi non sono dei semplici comprimari che hanno il compito di sostenere Tiberio nell’indagine e di far incedere la narrazione del Labirinto occulto. Loro sono attori importanti che hanno tanto da dire e da fare, per imparare e tramandare nel tempo conoscenze importanti necessarie alla salvaguardia del genere umano. Tutti i protagonisti di questa avventurosa caccia all’antico reperto e all’assassino sono dotati di una molteplicità di sentimenti ed emozioni che li rendono ambigui, fragili e umani, perché nonostante cerchino di mantenere il sangue freddo e il controllo su ogni cosa che li travolge, il loro animo e cuore dimostreranno una sensibilità che va oltre la dimensione letteraria che li rende persone dotate di una fine psicologia. Anche in questo nuovo libro edito da Leone, Luca Filippi dimostra tutta la sua passione per la storia passata mescolando elementi e persone realmente esistiti con personaggi ed accadimenti concepiti dalla fantasia, in un impianto narrativo solido dove i colpi di scena arrivano all’improvviso spiazzando chi legge. Il ritmo è così intenso e costante da spingere il lettore ad incedere pagina dopo pagina alla scoperta dell’epilogo di questa intricata indagine nella quale Tiberio di Castro è coinvolto. Curiose sono anche le descrizioni delle operazioni chirurgiche compiute dal cerusico  nel Cinquecento, che fanno capire a chi legge quanto i mezzi a disposizione fossero minimi e quanto fosse importante per chi faceva il medico riuscire a salvare e guarire una vita. Interessante – e molto utile direi per i rimandi alle fonti –  la nota finale nella quale Filippi ci spiega tutti i riferimenti espliciti alla realtà passata con nomi e documenti presenti all’interno della narrazione sotto spoglie letterarie.

Luca Filippi, romano, è nato nel 1976 sotto il segno del Leone. Dopo gli studi classici ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia. Attualmente lavora come medico ospedaliero. È sposato con Antonella ed è padre di Lucilla e Alessandro. Ama leggere, soprattutto noir e romanzi storici. Nella scrittura cerca di coniugare la passione per il passato con quella per l’indagine scientifica. Per Leone Editore ha pubblicato L’arcano della Papessa – Intrigo alla corte dei Borgia, I diavoli della Zisa e Sangue giudeo; inoltre, ha scritto i racconti «Il marchio della strega» per l’antologia La superbia(Giulio Perrone Editore) e «La neve a Trieste» per l’antologia Leon Battista Alberti (Albus Edizioni). Scambia opinioni su storia e letteratura attraverso il blog lavibrazionenera.blogspot.com.

:: Un’ intervista con Eleonora C. Caruso a cura di Elena Romanello

7 Maggio 2013

comunque vada non importaOggi si parla spesso di disagio giovanile, che non si esprime più solo con droga e sballi di vario tipo, ma anche con il rinchiudersi in se stessi e in passioni autoreferenziali, una tendenza che è stata individuata e studiata in Giappone, il Paese da cui arrivano manga ed anime, con gli otaku, i patiti di fumetti e di animazione, e gli hikikomori, le persone soprattutto giovani che si chiudono in casa tra videogames e manga.
Eleonora C. Caruso, nota con lo pseudonimo di CaskaLangley, ha raccontato una storia di hikikomori italiani in Comunque vada non importa, edito da Indiana, un libro di debutto interessante che rivela un mondo che interessa giovani e meno giovani, attraverso la storia di Darla, ragazza milanese che passa le sue giornate davanti al computer e attaccata ai manga, e che esce di casa solo per andare in fumetteria, finché un evento non la porterà a rivedere le sue priorità.

Questo libro è il tuo esordio in libreria, ma tu sei già nota come autrice di fanfic, le storie ispirate a fumetti, cartoni animati, film e telefilm.

Io do per scontato che prima di pubblicare un libro si è già scritto altro. Ho iniziato una decina d’anni fa a pubblicare fanfiction, e facendo così ho capito ad un certo punto che mi sarebbe piaciuto pubblicare qualcosa di mio. Ho iniziato questa mia attività nel 2000, quando Internet era all’inizio, vedendo che venivano lette e commentate, e anche apprezzate. Ho iniziato con storie su Neon Genesis Evangelion, poi sono passata anche a Final Fantasy, Full metal alchemist, Sailormoon, Sherlock e X-men, ne scrivo tuttora e sono nel sito di EFP Fanfiction.

Come hai immaginato il personaggio di Darla e gli altri comprimari del libro?

Mi rendo conto che i miei personaggi sono un po’ angoscianti per come vivono e si comportano. Mi sono chiesta come punto di partenza che protagonisti avrei voluto, e ho pensato ad una ragazza che sarebbe potuta essere una mia amica, piena di difetti, a tratti da prendere a schiaffi e indisponente.

Come sei arrivata a pubblicare?

Tramite i contatti che ho preso alla rassegna Pordenone legge, una mia fanfiction era stata letta da Loredana Lipperini che mi aveva consigliato di propormi. Ho scelto Indiana perché è stata la prima casa editrice a rispondermi e perché comunque è una piccola casa editrice presente e che fa girare i suoi titoli.

Il tuo pubblico di Internet è passato in libreria a comprare il libro?

Sì, e ne sono stata molto contenta, perché ero preoccupata che non piacesse ai miei lettori, che hanno letto tante mie cose, ma diverse da questo libro.

Quali sono i tuoi must come libri, cinema, serie tv,  fumetti e simili?

Sono arrivata a leggere tardi, in casa mia non c’erano molti libri, comunque adoro classici come Cime tempestose, e anche autori di oggi come Michael Cunningham e Richard Yates. Ovviamente mi piacciono molto manga ed anime, per quello che riguarda le serie tv nomino un classico di sempre come Buffy the vampire slayer e il recente Breaking bad, decisamente fuori dalle righe e politicamente scorretto.

Ma in definitiva di cosa parla il tuo libro?

Parla di una solitudine autoimposta, quella di Darla, emblematica di un problema di oggi, quello di tagliare fuori gli altri dalla propria vita e di arrivare a non uscire più di casa, una cosa che per lei è una necessità. Bisogna dire che questa forma di isolamento colpisce soprattutto nei centri piccoli, chi vive lì e non si riconosce nel branco ha come unica alternativa quella di isolarsi. Sono partita comunque da cose che conosco bene, il mondo dei vari fandom, che è il mio ambiente di riferimento.

Prossimi progetti?

Al momento sono alle prese con una fanfiction di Full metal alchemist ambientata in un universo parallelo e poi vedrò a cosa lavorare.

:: Recensione di La stagione dei ricordi perduti, Ellen Marie Wiseman, Newton Compton, 2013 a cura di Viviana Filippini

5 Maggio 2013

ricordiSono una miriade i romanzi che si occupano della Seconda guerra mondiale, ma quelli che ho letto fino a questo momento di solito si sono sempre sviluppati sul campo di battaglia, dentro a quelli di concentramento o sulle montagne dove agivano i partigiani. In questi mesi mi sono capitate tra le mani storie belliche ambientate nel mondo civile, in particolare nella Germania degli anni Trenta e Quaranta del Novecento. L’ultimo libro di questo tipo letto è La stagione dei ricordi perduti di Ellen M. Wiseman, autrice americana di origine europea, la quale sviluppa la sua storia nel mondo sociale tedesco in un piccolo paesino della Germania del Sud. Qui vive Christine, una ragazza che con la madre lavora dai Bauerman, un’importante famiglia di origine ebraica dove è nato il giovane Isaac. Tra i due nasce una rapida intesa e in breve tempo l’amicizia si trasforma in amore reciproco, rispettoso, fino a quando l’imporsi sempre più effettivo del regime hitleriano metterà a repentaglio l’incolumità della coppia. Povertà, rappresaglie compiute da parte della Gestapo verso i tedeschi sospettati di aver aiutato gli ebrei, deportazioni, violenza e la fame dentro e fuori i campi di concentramento sono i temi riguardanti l’umanità europea tra il 1939 e il 1945. Su di essi si innesta la storia della famiglia di Christine con i drammi interni derivanti dal degrado esistenziale causato dal conflitto bellico. Christine e Isaac vengo da due mondi diversi – lei cattolica, lui ebreo – ma indipendentemente dalle origini la brutalità della guerra non risparmierà a nessuno dei due violenze e ritorsioni, i cui effetti non sempre calcolabili si rifletteranno sul vissuto privato di entrambi. Le pagine di  La stagione dei ricordi perduti corrono via veloci e nonostante il tanto male presente in esse, la speranza e l’amore si dimostrano essere alcuni tra gli antidoti  presi ad uso dai personaggi per rialzarsi e tentare di continuare a vivere. I personaggi principali sono la coppia di giovani che con la forza dell’amore sfidano un regime autoritario per cercare la salvezza. Allo stesso tempo i tanti comprimari che agiscono accanto a loro – sorelle, fratelli, amici – sono coinvolti in situazioni che evidenziano l’espansione ramificata di un dramma comune a molti. Un esempio toccante di questa drammatica realtà è la vicenda riguardante Maria, sorella di Christine, anche lei sopravvissuta alla guerra, purtroppo vittima di una violenza derivante dai disordini post liberazione che segneranno per sempre la vita e il suo destino. La stagione dei ricordi perduti è una narrazione dal ritmo incalzante, ricca di sentimenti ed emozioni che aiutano il lettore  a conoscere la dimensione del vissuto civile della popolazione tedesca durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale. L’autrice dichiara che i protagonisti della vicenda non sono suoi parenti diretti, ma conferma che quello che i suoi nonni e genitori vissero in Germania in quegli anni è sicuramente stato una fonte importante di ispirazione.  La stagione dei ricordi perduti è un romanzo dove amore, terrore, coraggio, speranza e bisogno di giustizia convivono, restituendo a noi lettori il quadro del dramma – da non dimenticare per non ripetere gli errori del passato- che colpì l’intera umanità della Germania e dell’Europa. Traduzione dall’inglese di Maria Grazie Perugini.

Ellen Marie Wiseman è nata e cresciuta in un piccolo paesino della Stato di New York. La stagione dei ricordi perduti, il suo primo romanzo, si ispira alle storie dei suoi nonni e dei suoi genitori, arrivati negli Stati Uniti dopo aver conosciuto gli orrori della Seconda guerra mondiale e dello sterminio. La Wiseman vive con il marito sulle rive del lago Ontario. Per saperne di più su di lei: ellenmariewiseman.com.

:: Recensione di Il buon informatore di John Banville (Guanda, 2013) a cura di Michela Bortoletto

5 Maggio 2013

john-banville-il-buon-informatoreJohn Glass è un giornalista irlandese da poco trasferitosi a New York. Nel passato è stato un corrispondente di prima linea: l’Intifada, il conflitto nordirlandese, Piazza Tienanmen. Abituato a trovarsi in mezzo a conflitti, guerre e rivoluzioni, Glass fatica ora ad abituarsi alla vita tranquilla e agiata di New York. Ha una moglie troppo impegnata per un’organizzazione benefica per dedicar a lui del tempo, un figliastro che lo odia e una pittrice  come amante.
La noia, la voglia di riscatto, la monotonia e soprattutto il ghiotto compenso economico offertogli sono alla base della decisione di Glass di accettare di scrivere la biografia di William “Big Bill” Mulholland: ex agente della Cia, magnate delle telecomunicazioni e suocero di John Glass.
Scrivere la biografia di Big Bill non è semplice. Con il suo passato di agente della Cia Big Bill ha parecchie informazioni che sono state nascoste e che devono rimanere tali. Inoltre è pur sempre il suocero di Glass e far emergere un passato non troppo immacolato significherebbe probabilmente mettere nei guai il suocero e rovinare la reputazione della moglie.
Preso da mille dubbi, John Glass decide di contattare Dylan Riley,  un giovane cacciatore di informazioni. Riley verrà incaricato da Glass di scoprire quante più cose possibili sul conto di William Mulholland.
Ma presto Riley verrà trovato morto: ucciso da un colpo di Beretta. Che abbia scoperto fin troppe cose?
Chi lo ha messo a tacere? Per quale motivo? Cos’aveva scoperto? E perché Riley nella sua ultima telefonata prima di morire ha detto a Glass di avere qualcosa di compromettente sul suo conto?
John Glass, preso ora da infiniti dubbi, comincia così una propria indagine per scoprire la verità sulla morte di Dylan Riley ma soprattutto su ciò che il povero informatore aveva scoperto di così scottante e compromettente da costargli la vita.
Il maggiore sospettato è ovviamente Big Bill ma il destino avrà in serbo sorprese ben peggiori per John Glass che si ritroverà presto a dover scegliere tra la verità e la famiglia. D’altra parte Glass era stato avvertito  “Siamo tutti colpevoli, tutti noi… te compreso!” Ora starà a lui scegliere fino a che punto essere colpevole.
Il buon informatore è essenziale e tagliente. Banville in poche pagine riesce a delineare perfettamente i dubbi, le certezze e le difficoltà di John Glass. Non si perde in ridondanti descrizioni ma va subito ai fatti, all’essenziale delle cose. Il buon informatore è, dal mio punto di vista,  una lettura ideale per un pomeriggio al mare. Trad. di Irene Abigail Piccinini.

John Banville è nato a Wexford, in Irlanda, l’8 dicembre del 1945. Romanziere e giornalista, scrive anche con lo pseudonimo di Benjamin Black. Banville ha studiato alla Christian Brothers’ School e al St Peter’s College a Wexford, ma non ha frequentato l’università. Alla fine degli anni Sessanta divenne redattore dell’Irish Press, per poi essere promosso capo redattore. Dopo il fallimento dell’Irish Press divenne redattore dellIrish Times. Venne nominato redattore letterario nel 1998 ma infine decise di andarsene. Banville scrive nel The New York Review of Books fin dal 1990. Banville ha un grande interesse per la vivisezione e i diritti degli animali e spesso rilascia dichiarazioni contro l’utilizzo della vivisezione a scopo di ricerca nelle università irlandesi.

:: Segnalazione di Notte sanguinaria di Allan Guthrie (Revolver, 2013)

4 Maggio 2013

Allan Guthrie -  Notte SanguinariaDopo Dietro le sbarre, la collana noir- crime Revolver delle edizioni BD riporta in Italia il maestro del tartan noir scozzese Allan Guthrie con il suo Notte sanguinaria, titolo originale Savage Night, tradotto da Marco Piva Dittrich. Diamo un’occhiata alla trama decisamente pulp. Due famiglie di psicopatici: i Savage da una parte e i Park dall’altra. Una vendetta incrociata che minaccia di tritare nell’ingranaggio tutto quello che incontra sul proprio cammino. Un maniaco con una maschera da sci e una katana, una vecchia signora bisognosa di cure, una resa dei conti al cimitero: tutto nel nuovo romanzo di Allan Guthrie è al di là del bene e del male. Dal bagno di sangue iniziale in poi Notte sanguinaria è un unico infinito colpo di scena. Tanto black humour e una storia folle ma costruita in modo ineccepibile, montata a flashback come nel migliore cinema di genere, per un romanzo che tiene incollati fino alla fine. In libreria dal 9 maggio.

Allan Guthrie vive ad Edimburgo. Autore di cinque romanzi e tre novelle ha vinto nel 2007 il Theakstons Old Peculier Crime Novel of The Year ed è stato finalista all’ Edgar , all Antony, e al Gumshoe Award. I suoi romanzi sono stati tradotti in dodici lingue fra cui italiano, francese, tedesco, turco, danese, spagnolo e finlandese. Allan Guthrie è stato paragonato a Irvine Welsh e Ian Rankin.

:: Recensione e intervista di Delitti politici di Fabio Giovannini (Stampa Alternativa, 2013) a cura di Marco Minicangeli

4 Maggio 2013

Delitti politiciSarei tentato di dire che Delitti politici di Fabio Giovannini è un libro necessario e questo per tanti motivi. Il primo è una necessità “cronachistica”, nel senso che in molti dei quindici casi trattati ci sono notizie che i media non hanno adeguatamente trattato a favore di una verità ufficiale. Effettivamente, come dichiara lo stesso scrittore, non troviamo nuovi indizi o nuove prove, ma il tentativo di leggere con spirito critico quello che è uscito. Per esempio sulla morte di Papa Luciani (“Veleni ecclesiastici”) siete proprio sicuri di sapere tutto? Ma Delitti politici è un libro necessario soprattutto perché ci insegna a fare domande su uno Stato che molte volte ha agito da protagonista, ha occultato, depistato. Talvolta ucciso.
Dei quindici casi che Giovannini ha scelto, ci sono vicende molto note — come quella già accennata di Papa Luciani, oppure il caso Calvi o quello Mattei — ed altre invece che personalmente scopriamo tra le pagine di questo breve saggio. Uno è il caso Petrone avvenuto nel 1977 e che è stato archiviato come l’ennesima vittima di quella battaglia politica avvenuta negli anni di piombo. La morte di questo militante di sinistra causò un clima di guerra civile strisciante a Bari e ad esser invischiati c’era poi anche nomi che poi avremmo ritrovato negli anni successivi in Parlamento. Insomma politica ed assassinio, un connubio che viene pubblicamente sempre disconosciuto in nome della democrazia e della non-violenza. Fermo restando poi che i fautori di una via “pacifica” al potere sono poi sempre pronti a girarsi dall’altra parte, quando non ad agire direttamente.
L’approccio di Giovannini a questa materia è molto narrativo: le quindici storie si leggono d’un fiato ed appassionano dalla prima all’ultima riga. Come appassionante è l’appendice dove l’autore riporta il famoso articolo di Pier Paolo Pasolini “Io so” pubblicato sul Corriera della sera trent’anni fa, ma drammaticamente moderno. Unico difetto del libro, il prezzo: 14,00 euro. Ma Stampa Alternativa non era quella dei Millelire?

Intervista all’ autore

Proviamo ad immaginare una nuova categoria, la “criminologia politica”. Se inquadrassimo la storia d’Italia degli ultimi 30 anni con questa lente avremmo qualcosa di diverso?

Una criminologia politica permetterebbe di capire i veri centri del potere, perché ogni delitto politico (escludendo il terrorismo e la lotta armata che hanno caratteristiche specifiche) avviene con una serie di coperture, mandanti, depistaggi e manipolazioni che, se indagati e individuati, indicherebbero chi davvero comanda o ha comandato in questo paese: quali organizzazioni, lobby, centri di potere, sodalizi hanno gestito nei fatti e non nell’apparenza la politica della Repubblica. Quindi una criminologia politica sarebbe di grande aiuto anche per analizzare i fondamenti della crisi attuale, più di altri punti di vista.

Dopo anni di militanza culturale, come definiresti la situazione odierna?

In Italia, pessima. Le concentrazioni editoriali stanno portando all’estinzione delle librerie e delle case editrici indipendenti (di grandezza media, mentre le piccolissime sopravvivono e si moltiplicano nella loro nicchia). Il complessivo declino della politica, poi, si riflette sul piano culturale (o forse l’una è lo specchio dell’altro) con un panorama della narrativa italiana spento e privo di qualsiasi eccezione. Non mi sento motivato a leggere autori italiani da anni, a parte qualche raro esempio nella letteratura di genere. C’è un Pasolini dei nostri tempi? o un’Elsa Morante? Li cito a caso tra i tanti e non per nostalgia, ma perché con le loro opere erano capaci di innescare discussioni e riflessioni di grande rilievo. Io non vedo niente di simile ai nostri giorni. Anche gli scrittori più venduti scrivono libri transeunti che restano nella memoria per pochi mesi e poi svaniscono nell’affollamento del marketing.

Carta o ebook?

Per ora resto affezionato alla carta, ma l’ebook è un utile strumento, soprattutto per la saggistica perché permette di “navigare” in un testo con facilità (ad esempio per trovare parole chiave, nomi, per annotare, ecc.). Attualmente mi sembra che la spinta all’ebook sia più una necessità del mercato e meno un’esigenza sentita dai lettori. L’ebook ha comunque il vantaggio di non occupare spazio e di essere facilmente riproducibile (anche attraverso quella che viene definita “pirateria”, anche se a volte è in realtà utile allargamento e distribuzione di conoscenza).

Veniamo al libro. Partiamo dalla sua appendice, l’ “Io so” di Pasolini. Possibile che non sia cambiato nulla?

Forse la situazione è ulteriormente peggiorata. Innanzitutto perché non c’è più quella sinistra politica che lo stesso Pasolini richiamava nel suo testo (pur sottolineandone le contraddizioni) e che era spesso uno sprone per arrivare alla verità sui misteri insoluti della Repubblica. Non solo Pasolini, ma tanti scrittori, saggisti, giornalisti non omologati hanno “saputo” in questi anni, e lo hanno scritto e detto. Nessuno è riuscito, però, a trovare le prove che Pasolini stesso diceva di non avere. In questo anche la magistratura ha le sue colpe. Oggi si parla tanto di “toghe rosse”, ma ribaltando la realtà: in Italia c’è stata un’egemonia della magistratura conservatrice, collusa con le forze politiche dominanti e pronta a insabbiare quando necessario o a orientare le sue energie in direzioni di comodo.

Perché hai scelto questi casi? E pensi che sarà mai possibile far completamente luce su queste vicende?

Ho scelto casi che sono molto noti e altri che pochissimi ricordano. Tutti però sono unificati dall’assenza di “soluzione”. Sembra che il dato caratterizzante dei delitti politici italiani sia l’impossibilità di fare chiarezza e individuare responsabili e mandanti. Il tempo potrebbe aiutare ad andare a fondo su alcuni delitti e svelare le vere responsabilità. Ma solo una rivoluzione politica potrebbe consentirlo davvero.

:: L’edizione 2013 del Premio Calvino a cura di Elena Romanello

4 Maggio 2013

calvino_pericoliSi è svolta a Torino, al Circolo dei lettori, la premiazione dell’edizione 2013 del Premio Calvino, dedicata agli scrittori esordienti, e giunto alla ventiseiesima edizione, per promuovere i talenti nuovi in collaborazione con la casa editrice Einaudi.
La Giuria, formata da Irene Bignardi, Maria Teresa Carbone, Matteo Di Gesù, Ernesto Ferrero, Evelina Santangelo, ha premiato Cartongesso di Francesco Maino, un misto tra un romanzo, un saggio e un pamphlet, incentrato su un’invettiva contro il disfacimento della società italiana, tra consumismo, omologazione, cementificazione, partendo dal Veneto, dove il paesaggio naturale è stato rovinato dai capannoni di un boom industriale finito sotto i colpi della crisi di questi ultimi anni. Francesco Maino, classe 1972, di Livenza, avvocato a Vicenza, oltre a scrivere e a seguire cause legali si occupa di insegnare diritto in una scuola professionale e in passato ha fatto l’aiuto necroforo in una ditta di onoranze funebri.
Le due menzioni speciali della Giuria sono andate a I costruttori di ponti, di Simona Rondolini, storia familliare tra musica classica e vita in fabbrica in un mattatoio, e Come fossi solo di Mario Magini, che ricorda una pagina rimossa della recente Storia recente, il massacro di Srebrenica, attraverso il racconto di tre personaggi, un giudice internazionale, un soldato delle forze di interposizione Nato e un miliziano serbo bosniaco.
Negli anni scorsi dal Premio Calvino sono emersi importanti talenti e successi, a cominciare da Maria Pia Veladiano, vincitrice nel 2010, con La vita accanto. Il Premio Calvino fa emergere autori di storie interessanti e spesso scomode, controcorrenti e non banali. Vedremo nei prossimi mesi come si muoveranno nell’editoria italiana i libri di questi nuovi autori.

:: Recensione di Il libro segreto di Sherlock Holmes di John Underwood (Newton Compton, 2013) a cura di Micol Borzatta

4 Maggio 2013

Il libro segreto di Sherlock HolmesJacob Fleming, chiamato da tutti Jake, è un giornalista del San Francisco Tribune con la passione di indagare sui casi impossibili, come quello di qualche anno prima in cui sosteneva che William Shakespeare non avesse scritto di suo pugno le sue opere.
A causa di tagli al personale Jake viene licenziato dal Tribune, ma proprio in quei giorni un serial killer inizia a seminare vittime in giro dando l’impressione di seguire le tracce di un altro famosissimo serial killer: Jack lo squartatore.
Jake inizia a indagare e viene riassunto come freelance dal Tribune per far luce su questi crimini e trovare il collegamento che li accomuna al loro precursore di due secoli prima.
Jake inizia a indagare e scopre che alla base dei crimini ci sono prove che li collegano agli Illuministi, ai Massoni e ai Rosacroce e tutto questo lo porta a indagare anche su Arthur Conan Doyle, invento re di Sherlock Holmes che ebbe successo proprio negli anni in cui Jack lo squartatore mieteva vittime.
Una storia davvero intrigante che unisce fatti realmente accaduti a fatti romanzati con una maestria impressionante che porta il lettore a pensare per tutta la durata della lettura che sia tutto reale e non un’opera di fantasia.
Strutturato in maniera ottimale sa tenere il lettore coinvolto nella lettura fino alla fine invitandolo a cercare di risolvere i misteri in prima persona.
Lo stile di narrazione è molto semplice e scorrevole, pur essendo la scrittura molto precisa e approfondita. Il romanzo non risulta minimamente noioso o pesante in nessuna delle sue parti.
Coinvolgente e appassionante è adatto a tutti gli amanti del thriller e ai nuovi che si vogliono avvicinare al genere.
Traduzione di Lucilla Rodinò fino al capitolo 17 e Stefania Di Natale dal capitolo 18 alla fine.

John Underwood, pseudonimo dello scrittore Gene Ayres con il quale ha firmato sia questo libro che la sua precedente pubblicazione Il libro segreto di Shakespeare. Prima di diventare scrittore ha collaborato con diverse testate americane tra cui Harper’s Magazine, Running Times, Worldwatch Magazine, e con alcune case cinematografiche come la Universal Studios e la Warner Brothers. Attualmente vive a Seattle con la moglie e la figlia.

:: Recensione di Nei sogni cominciano le responsabilità, Delmore Schwartz, Neri Pozza editore, 2013 a cura di Viviana Filippini

19 aprile 2013

nei_sogni_cominciano_02Lou Reed, che lo ebbe come insegnate universitario, ha scritto l’introduzione a questa raccolta e gli ha dedicato la canzone European Son e Saul Bellow lo prese a modello per il protagonista del suo romanzo Il dono di Humboldt, così incuriosita dalla figura di  Delmore Schwartz mi sono addentrata nei racconti raccolti nel volume Ne i sogni cominciano le responsabilità e devo dire che le storie create da questo leggendario scrittore per il suo stile e arte narrativa sono un assaggio ironico, lucido e in certe pagine pure cinico, della società borghese americana. Questo libro – che in una ideale sezione dedicata alla letteratura americana metterei a fianco di Salinger – è una stuzzicante raccolta pubblicata nel 1948 e racchiude in sé una serie di racconti che hanno per protagonisti le diverse tipologie di umanità presenti nella società americana tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Ci sono giovani americani, immigrati europei approdati nel Nuovo Mondo per trovare la fortuna e ricrearsi una vita, studenti e intellettuali. Uomini e donne di diverse generazioni con differenti bisogni. Necessità più o meno effettive che scatenano spesso e volentieri conflitti tra genitori e figli. Ci sono gli adulti (madri e padri) come quelli presenti nel racconto I figli e il senso della vita che hanno lottato e faticato per crearsi una esistenza socio-economica stabile ed equilibrata con il fine di garantire alla propria prole quel benessere che loro non mai avuto in passato. In opposizione, Schwartz presenta dei giovani che agiscono in modo tale da mettere in crisi e a repentaglio tutto il compiuto genitoriale, causando una profonda delusione in chi li ha messi al mondo e danneggiando spesso in maniera irreparabile il proprio futuro personale, compreso il ruolo all’interno della società nella quale sono nati e cresciuti. Se ci addentriamo nella vicenda dell’episodio Capondanno ci accorgeremo come alla festa dell’ultimo giorno del 1937 siano presenti dei giovani borghesi all’apparenza tutti amici, ma basteranno poche parole e gesti per far sì che questo insieme di persone si lasci la mattina dell’1 gennaio 1938 come dei perfetti sconosciuti. L’umanità protagonista di questi episodi di vita quotidiana non è molto eroica, anzi conoscendo le vicende di questi uomini ci si accorge come in alcuni casi siano minati di una inettitudine naturale inscritta nel loro DNA, mentre in altri, essa è indotta dalla grave crisi economica che colpì gli Stati Uniti d’America tra il 1929 e primi anni’ 30. Una testimonianza di questo fatto è  il gruppetto di  strampalati intellettuali  de Il mondo è un matrimonio che nato nel mezzo della Grande Depressione affonda il suo esistere su pensieri e ottiche di visione della vita del tutto oniriche e utopistiche. I racconti si Schwartz sono uno spaccato di vita borghese americana sempre in bilico tra il fare e il non volere e poter compiere azioni e gesti. Che dire poi della riflessione acuta sul ruolo giocato nei media nella società di massa nell’episodio Le statue, nel quale l’attenzione degli abitanti di New York e degli organi di stampa è calamitata sulle statue di neve che presenziano nella città. Non hanno vita, ma la curiosità e l’interesse che c’è attorno ad esse le rende le protagoniste dei discorsi della popolazione, fino a quando una lieve pioggerella le farà dissolvere e cadere nel dimenticatoio, spingendo gli abitanti della Grande Mela a direzionare i loro interessi verso altri argomenti. Nei sogni cominciano le responsabilità è un insieme compatto di episodi di vita di ogni giorno, dai quali emerge il dato di fatto che per alcuni personaggi le responsabilità sono dei veri e propri miraggi – ne sono un esempio i giovani protagonisti di America America– che rimangono tali e lontani. Per altri, invece, le responsabilità sono degli obblighi da assumere e portare a compimento – vedi il ragazzo dell’omonimo racconto che da’ il titolo alla raccolta, seduto in un sala cinematografica  a vedere un film che racconta la vita dei suoi genitori e pronto ad entrare nella pellicola per redarguire la coppia-  e sono così cementati in alcuni dei personaggi che le responsabilità verso gli altri e la vita cominciano a mettere le radici nella dimensione onirica per affermarsi – anche se non sempre ci riescono- nella realtà di ogni giorno.

Delmore Schwartz nacque a Brooklin nel 1913 da genitori ebrei immigrati dalla Romania. Schwartz pubblicò il suo primo libro a soli 24 anni, dove oltre ad un serie di poesie compariva il racconto Nei sogni cominciano le responsabilità. I testi s’imposero da subito all’attenzione della critica per il loro virtuosismo tecnico e per la forte carica emotiva. Seguirono opere poetiche, tra cui Genesis (1943), Vaudeville for a Princess (1950) e Summer Knowledge (1959). La raccolta Il mondo è un matrimonio è del 1948 ed è riproposta oggi da Neri Pozza con il titolo del primo racconto pubblicato dall’autore americano, che insegnò scrittura creativa in varie università americane, ma a causa del proprio carattere autodistruttivo, Schwartz si ritirò nell’isolamento e morì nel 1966 a soli 53 anni.

:: Un’ intervista con Graeme Simsion

17 aprile 2013

Simsion_L'amore è un difetto meravigliosoGrazie Graeme per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Autore, sceneggiatore, drammaturgo e informatico. Chi è Graeme Simsion? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per l’opportunità di parlare di L’amore è un difetto meraviglioso. Credo che mi piacerebbe descrivere me stesso, in ordine cronologico, come un nerd, nerd del computer, professionista del computer, business manager, ricercatore, studente di sceneggiatura, scrittore! Chiunque io sia (per lo più) sono un “nerd”. Sto meglio con le cose che con la gente, meglio con le parole che con le emozioni. Un po ‘come Don Tillman e un po’ come molti uomini. La mia carriera mi ha insegnato che non si può pretendere di avere successo senza lavorare duramente, in modo che da quando ho deciso di diventare uno scrittore, a metà della vita, mi sono reso conto che ci vuole tempo e non è facile. Quindi mi sono concentrato come Don Tillman a imparare a fare i cocktail! Sono sposato con Anne (che scrive narrativa erotica con il nome di Simone Sinna) da 24 anni, e abbiamo due figli adulti. Non sarei stato in grado di fare questo cambiamento di carriera senza il loro sostegno.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Auckland, in Nuova Zelanda, e mi sono trasferito in Australia con la mia famiglia quando avevo dodici anni. Andavo bene a scuola e quando ho finito i miei studi “intermedi”, a dodici anni, ero il miglior studente in una grande scuola. Il preside mi ha chiamato e mi ha detto che avevo buone capacità sia in scienze che nella scrittura – e che avrei dovuto fare una scelta difficile tra le due. Ma per me è stata una scelta semplice – Sono sempre stato interessato alla scienza, era il 1960, c’era un sacco di entusiasmo per tutto il programma spaziale e la scienza in generale. Ho studiato fisica all’Università, poi sono stato assunto nel settore informatico. Più tardi ho fatto studi part-time nel settore informatico e nella gestione (MBA), e, dopo aver venduto la mia azienda, circa a 40 anni, ho fatto un dottorato di ricerca in sistemi informatici.

Io amo molto l’Australia. Parlami del tuo paese.

Anche mia moglie ed io amiamo l’Australia – anche se viaggiamo molto. Melbourne è una città fantastica per viverci – molto multiculturale- e c’è una grande comunità italiana. Ovunque  potevamo prendere un caffè espresso molto prima che nel Regno Unito o negli Stati Uniti d’America! E ‘una grande città per uno scrittore – festival, librerie, buone università. Abbiamo viaggiato anche nell’entroterra – Ho girato l’Australia a 20 anni con un “mate” (un amico) in un vecchio furgone Kombi, e quando i nostri figli erano piccoli abbiamo fatto un grande viaggio in campeggio nel deserto.

Quali lavori hai svolto in passato, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno?

Ho iniziato come operatore informatico, poi mi sono laureato come programmatore e specialista di database. Nel 1982 ho lasciato il mio lavoro per diventare un consulente indipendente, e dopo aver lavorato per sei mesi a Londra ho aperto un’ azienda a Melbourne. Nel 1999 avevamo uffici in tre città e circa sessanta dipendenti. A quel punto ho venduto l’azienda, e ho continuato come consulente indipendente, tenendo seminari su argomenti tecnici e sulle competenze di consulenza.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

Ho sognato – ma solo sognato – di essere uno scrittore da quando avevo 20 anni. Ho provato, e il mio lavoro era piuttosto mediocre quasi imbarazzante. Allora ho rinunciato fino al 1998 (ero all’inizio dei 40 anni), quando ho letto un libro di Joe Queenan su come fare un film a basso budget. Ho deciso di emularlo e nove mesi più tardi feci un film di 90 minuti, con amici come attori. Era abbastanza terribile, ma un noto produttore australiano l’ha visto e mi ha detto che la sceneggiatura, che avevo tratto da un testo scritto da mia moglie, era di qualità professionale. Così ebbi modo di diventare uno scrittore – non un romanziere, ma uno sceneggiatore. Ed è stato per questo che ho venduto la mia attività.

Quale è il tuo scrittore debuttante preferito?

Scrittore debuttante? Quindi devo pensare ad opere prime! Permettimi prima di rispondere alla domanda in modo più ampio: è davvero difficile farti il nome di un mio scrittore preferito, ma John Irving è certamente uno del breve elenco. Scrive con un senso leggermente intensificato della realtà – i suoi personaggi e le scene sono un po’ iper-reali. Ma quello che ammiro molto è la sua capacità di scrivere facendo ridere, mettendo elementi della commedia nel contesto di un romanzo più drammatico – una delle cose più difficili da fare. Un grande libro (o film) vi farà ridere, piangere e pensare, e Irving lo fa con i suoi libri più belli, ce ne è in particolare un paio circa dello stesso periodo  – The World According to Garp, A Prayer for Owen Meany, Hotel New Hampshire. Ma hai chiesto un debutto e il debutto di Irving non è stato così stellare. Alcuni dei più grandi romanzi di maggior successo sono stati debutti – da Il buio oltre la siepe a Harry Potter e la pietra filosofale alle Cinquanta sfumature di grigio. Ma ho intenzione di fare una scelta geniale: Gödel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter. E ‘stato un libro di culto nella comunità dei nerd anni fa – e, rispettabile, ha anche vinto il Premio Pulitzer. Perspicace creativo, intelligente non-fiction con un pizzico di fantasia. Ed elegantemente scritto.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro pubblicato è stato un non-fiction – molti articoli sui giornali e due libri sulla raccolta dei dati. Il primo libro, pubblicato nel 1994, ora alla sua quarta edizione, mi ha insegnato molto su come affrontare un grande progetto, scrivendo chiaramente e lavorando con gli editori e i redattori. Ma la mia prima pubblicazione di narrativa è stata  un racconto che ho scritto quando ho iniziato il mio corso di sceneggiatura – il mio primo compito in classe. Ho voluto sviluppare un personaggio, e ho scritto la storia di un professore chiamato Don Tillman che indossa il tipo sbagliato di giacca in un ristorante. Ero convinto di andare in concorso, e arrivare secondo o terzo – così fu pubblicata nel 2008. Quella storia è sopravvissuta quasi intatta in L’amore è un difetto meraviglioso,

Com’è stato vincere il 2012 Victorian Premier’s Unpublished Manuscript Award?

In realtà era tra le opere preselezionate – essendo un finalista – che era la cosa più importante per me. Vincere è stato poi un vantaggio. Mi ha dato la certezza che avevo scritto qualcosa che era ben considerato dalla comunità letteraria, e ha attirato le offerte editoriali. Non mi aspettavo questo, così mi ha sorpreso, stupito, reso felice – e improvvisamente sono diventato ottimista sul fatto che il mio libro sarebbe stato pubblicato.

The Rosie Project, ora pubblicato in Italia con il titolo L’amore è un difetto meraviglioso, è una sorta di storia d’amore molto particolare. Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Don Tillman è un professore di genetica di 39 anni molto maldestro socialmente – anche se non l’ho mai detto questo, la maggior parte delle persone pensa che lui abbia la sindrome di Asperger o qualche forma di autismo. Vive una vita molto irreggimentata, pianifica ogni minuto della giornata, mangia in base al suo sistema standardizzato di nutrizione, concentrandosi sul suo lavoro. Ha solo due amici. Ma decide che vuole sposarsi e si propone di trovare scientificamente una moglie. Stila un questionario complesso per evitare di perdere tempo con gli appuntamenti. In un primo momento non ha successo, ma poi incontra Rosie, una grintosa barista che non soddisfa nessuno dei suoi criteri di selezione. Ma ha bisogno del suo aiuto per trovare il suo padre biologico – con un test clandestino del DNA. Insieme si danno da fare ​​per ottenere un campione di DNA da ogni uomo nella classe di laurea di medicina di sua madre – e lungo la strada comincia a fiorire tra loro un rapporto…

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Assolutamente. Quando ero più giovane, ero un po’ un geek, e, come molti adolescenti, socialmente maldestro. Mi sono ricordato quelle sensazioni quando ho scritto la storia di Don. E ci sono alcuni episodi del libro basati su storie di vita reale: l’avvenimento della giacca, l’ acquisto della sciarpa, il litigio con l’insegnante di religione. La maggior parte delle mie storie iniziano con un’ esperienza personale che poi prende un’altra direzione. Sono arrivato secondo quest’anno al The Age Short Story Award con una storia vera sulla mia esperienza di corsa in una maratona.

Il primo capitolo presenta il protagonista, Don Tillman. Potresti dire al pubblico che cosa succede?

L’inaffidabile amico di Don, Gene, gli chiede di tenere una lezione serale sulla Sindrome di Asperger al suo posto, in modo che Gene possa tradire la moglie. Gene pensa anche che sarebbe una buona idea per Don imparare qualcosa sulla sindrome di Asperger, sospettando che Don probabilmente ne soffra lui stesso. Don tiene la lezione per i bambini con la sindrome di Asperger, e i loro genitori, e provoca il caos quando sostiene che la sindrome non è un difetto, ma un vantaggio. Alla fine i ragazzi in piedi sui banchi cantano “Aspies Rule!”.

Una mia amica ha pensato che il protagonista soffra della sindrome di Asperger. E ‘vero?

Non sono uno psicologo, e mi sono basato per  Don su persone che ho incontrato nel mio lavoro o all’ università, non su un libro di testo. Detto questo, i lettori con la Sindrome di Asperger si identificano con Don, e ho ricevuto molte email che dicevano, in modo efficace “Don è proprio come mio figlio / mio suocero / mio fratello / etc che hanno la sindrome di Asperger. Quindi, la risposta è probabilmente sì, ma se, durante la lettura, pensate che Don faccia cose che non sono tipiche della sindrome di Asperger (es. bere molto, fare arti marziali, essere un po ‘ gourmet), allora sentitevi liberi di considerarlo solo ” atipico “o” diverso “o” strano “.

Cosa ti ha divertito di più mentre scrivevi il libro?

Quello che ho apprezzato di più è stato il modo in cui Don ha reso divertente qualunque scena stessi scrivendo. Non ho dovuto lavorarci sopra – mi sono solo chiesto che cosa Don avrebbe davvero fatto, e la maggior parte del tempo era sempre l’inizio di qualcosa di divertente. Don è un dono – una volta ne ho avuto la certezza, ha scritto la storia per me.

Quale è la tua scena preferita?

Mi piace la scena con i bambini che cantano“Aspies Rule!” . Presenta il personaggio di Don, mette l’idea della sindrome di Asperger nella nostra mente, mostra le debolezze e i punti di forza di Don, e ci fa  fare pure una risata. Originariamente la scena era posta più avanti nella storia, ma gli sceneggiatori Steve Kaplan e Michael Hauge mi hanno suggerito di spostarla  più vicino, all’inizio. Mi piace anche la lotta tra Rosie e il patrigno Phil – c’è un sacco di sottotesto lì.

Potresti dirci qualcosa sui tuoi protagonisti?

Ho inventato Rosie dopo aver buttato via una bozza precedente intitolata “The Klara Project”. Klara era un fisico ungherese geek – la partner ovvia per Don. Volevo qualcuno di più impegnativo, e Rosie è esattamente questo – tutto ciò che Don non vuole, ma gran parte di ciò che gli serve. Il suo amico Gene, è ciò che Don sarebbe stato se avesse appreso in precedenza le sue abilità sociali. Vedo anche Gene un po ‘autistico – il tipo di ragazzo che fa una mappa per segnare le sue conquiste con le donne. Ma, a differenza di Don, ha imparato a nasconderlo.

Eventuali progetti di film dal tuo libro?

Assolutamente. Il libro è stato infatti ” adattato” da una sceneggiatura che avevo scritto. Quindi, per la maggior parte della sua vita, la storia era una sceneggiatura, ed è lì che ho sviluppato la trama, i personaggi e molti dialoghi. Ora, il successo del libro ha fatto sì che ci fosse un interesse internazionale per la sceneggiatura, e mi auguro vivamente che diventi un film. E no, non ho intenzione di dirvi chi voglio che reciti la parte di Don. Preferirei che il lettore lo immagini da solo, senza associarlo io ad un particolare attore.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi ti abbia influenzato maggiormente?

Ho letto moltissimo, ma non molta narrativa mentre stavo scrivendo. Quindi, a dire il vero, non ho letto molta narrativa, negli ultimi cinque anni, mentre lavoravo alla mia sceneggiatura e poi al romanzo. In particolare volutamente non ho letto The Curious Incident of the Dog in the Night Time di Mark Haddon e non ho guardato Big Bang Theory, perché non volevo essere influenzato da altri ritratti di Asperger. In passato, ho letto un sacco. Mi piace John Irving, John Fowles, Philip Roth, Rose Tremain, Joanne Harris, Tim Winton … E anni fa ho letto anche thriller – Ludlum, Clavell, Trevanian …
Ho letto tutto Hemingway a vent’anni, e credo che fosse molto abile a insegnare il valore della semplicità e del sottotesto – dice senza dire. Libri come They’re a Weird Mob di John O’Grady (un romanzo ambientato nel 1950 di un italiano che cerca di capire la cultura australiana, che ho letto da adolescente) mi ha mostrato come gestire la storia di un “pesce fuor d’acqua”. Il Diario di Bridget Jones di Helen Fielding è un bel esempio di utilizzo di un narratore inaffidabile per generare una commedia, che è quello che faccio con Don.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Mi è stato chiesto di recensire Goodbye for Now di Laurie Frankel – “costretto” a leggere un po ‘di fiction! L’ho appena finito – e mi è piaciuto. Ho anche letto l’ eccellente Addition di Toni Jordan, che ha temi simili a L’amore è un difetto meraviglioso, e siccome lei è una dei miei insegnanti – sto ancora studiando – sto leggendo Waiting for the Barbarians di JM Coetzee, perché si tratta di un ‘testo scolastico ‘.

Come immagini in questo momento il tuo futuro?

Per cinque anni ho sognato di essere uno sceneggiatore e di essere in grado di lasciare il mio lavoro di consulente, per essere soprattutto uno scrittore. Sono molto contento di questo, e mi vedo dividere il mio tempo tra la scrittura e la promozione.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Nel complesso, mi piace molto. Sono un estroverso, e la scrittura è un’attività un po’ solitaria, quindi è bello uscire e incontrare persone. Per molti anni ho fatto seminari tecnici in tutto il mondo, quindi questo è molto simile, se non con contenuti diversi e migliori ristoranti.

Qual è il tuo rapporto come con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Sono su Twitter @ graemesimsion e anche il mio protagonista Don Tillman @ dontillman. Questo è il secondo modo migliore per comunicare con i miei lettori – il modo migliore è faccia a faccia in occasione delle presentazioni.

Verrai in Italia a presentare il tuo romanzo?

Se Longanesi mi paga…  Scherzi a parte, sia io che mia moglie amiamo l’Italia, e prenderemo ogni scusa per visitarla. Quindi sì, assolutamente. In realtà sono in viaggio verso l’Italia attraverso la Francia in questo momento.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Per molto tempo, ho detto che non ci sarebbe stato alcun sequel di L’amore è un difetto meraviglioso, le storie d’amore sono destinate a terminare in modo che la coppia viva felice e contenta, o dovendo accettare che non potranno mai stare insieme. Non dico ai tuoi lettori in che modo finisce la storia di Don e Rosie. Ma mi sono reso conto che Don ha avuto una vita al di là di questo primo libro e che potrebbe avere altre avventure altrettanto divertenti, commoventi e stimolanti. Così, dopo aver redatto il mio secondo e terzo romanzo, che non avevano nulla a che fare con Don, li ho messi da parte e ora sto lavorando a un sequel. Ci potrà anche essere una trilogia. E naturalmente mi aspetto di perfezionare la sceneggiatura quando finalizzerò un accordo per i diritti cinematografici.