Il protagonista de Il declino dell’economista di György Dalos mi ha ricordato molto la figura dell’inetto creata da Italo Svevo per il romanzo Una vita, cioè colui che tenta il riscatto sociale, ma la scoperta dell’impossibilità di cambiare il proprio status sociale, portano il personaggio all’autoisolamento e alla vita ai margini della società. Il libro di György Dalos, edito da Keller è un romanzo di riflessione sul fallimento di una vita umana. Protagonista è Gábor Kolozs, un uomo che da maturo tornerà ad abitare in casa con il padre Daniel, a Budapest, dove i due sopravviveranno grazie al misero vitalizio di Kolosz senior, un superstite al campo di concentramento di Mathausen. La vita dei due scorre tra alti e bassi poi, l’anziano muore e il figlio, prima di comunicare in modo definitivo il decesso del padre, decide di prendersi del tempo e di continuare la sua esistenza utilizzando l’entrata economica del vitalizio del defunto. Tutto va bene e per un po’ Gábor trascorre le sue monotone giornate in tutta tranquillità. La situazione si complica quando una troupe televisiva comincia a tempestare di chiamate il protagonista, con lo scopo di intervistare il signor Daniel, il più anziano ungherese sopravvissuto all’Olocausto. Il personaggio di Gábor Kolosz ad una prima lettura potrebbe sembrare un figlio cinico e sfruttatore che mente sulla morte del padre per continuare a riceverne la pensione. In realtà, la presenza di vari flashback sul passato della vita di Gábor sono molto utili a chi legge per capire cosa ha determinato lo stato di profonda disillusione e delusione dell’uomo. Nella giovinezza di Gábor sono presenti contrasti accesi con il padre; la frequentazione dell’Università di economia in Russia in netto conflitto con la sua passione per la letteratura di Puskin; l’impegno nella vita politica e le imprevedibili conseguenze che esso avrà; e ancora, il matrimonio con Marta e un po’ di benestare economico. Situazioni diverse tra loro, momenti di vita pubblica e privata nei quali il protagonista dimostra sempre di sentirsi fuori luogo e inadatto a vivere quelle situazioni. Gábor si sente un perdente e un frustrato, perché ogni cosa da lui fatta ha avuto un fine fallimentare: il matrimonio con Marta si esaurisce in poco tempo; i risultati sul in campo politico e al lavoro non portano a nulla di buon e Gábor si trova disoccupato. L’entusiasmo per la ricerca di un nuovo impiego, con l’intento di dare una svolta decisiva alla sua esistenza da single dura ben poco, e dopo le prime ricerche l’uomo si richiude a riccio su se stesso, tornando all’ovile a vivere con il padre Daniel. Il declino dell’economista di György Dalos mostra un uomo maturo, che nonostante l’età avanzata – nel senso che non è più un ragazzino, ma un cinquantenne fatto- sembra non essere in grado di trovare il suo posto giusto nel mondo. Gaber è disorientato, abbattuto, sconfitto e anche in quelle situazioni dove potrebbe prendere posizione e riscattarsi, subentra in lui una sorta di atavico timore di non farcela che lo spinge a ritirarsi dalla scena e a non compiere mai il passo decisivo verso il riscatto sociale. L’unica azione che Gábor fa con decisione, e non è nemmeno tanto nobile de la si osserva dal punto di vista morale, è quella di non dichiarare subito la morte del padre, ma ben presto una serie di eventi del destino lo porteranno a dove fare i conti con la propria coscienza e con tutto il “non fatto” della sua vita. Traduzione Franco Filice.
György Dalos è nato nel 1943 a Budapest. Perse il padre nel 1945 in un campo di lavoro dove era stato internato in quanto ebreo e ha trascorso l’infanzia con i nonni. Dal 1962 al 1967 ha studiato Storia a Mosca. Ritornato a Budapest ha vissuto tutti gli eventi significativi dell’Ungheria degli ultimi quarant’anni. Nel 1977 è tra i fondatori del movimento di opposizione al regime comunista ungherese. Nel 1988 e 1989 è co-editor del foglio clandestino di opposizione «Ostkreuz» della Germania Est. Dal 1995 al 1999 Dalos è a capo dell’Istituto per la Cultura ungherese a Berlino e da allora vive lì e lavora come editor freelance e redattore. Romanziere e saggista, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui l’Adelbert von Chamisso, la Medaglia Presidenziale d’oro della Repubblica di Ungheria e nel 2010 il Leipzig Book Award for European Understanding.
Secondo volume della saga Immortal, ritroviamo nuovamente Lanny e Luke in fuga dopo che lui l’ha aiutata a scappare dall’ospedale di St. Andrew. La loro love story però dura poco. Lanny si sente in colpa per averlo allontanato dalle figlie e l’improvvisa ricomparsa di Adair le dà il coraggio di lasciarlo, l’unico modo che trova però è con un biglietto come a sua volta era stata lasciata da Jonathan.
Esiste il romanzo di formazione a fumetti? Certo! Dimentica il mio nome di Zerocalcare rientra appieno in questo genere letterario. La storia narrata dal giovane fumettista di Arezzo ha tutti gli elementi per esser definito un esempio di Bildungsroman a vignette, nel quale il protagonista affronta un tortuoso cammino che gli permetterà di diventare uomo (lui stesso lo dice nell’albo, quando si rende conto di aver raggiunto il livello massimo della sua impresa, come se la sua vita fosse un videogame). Tema della graphic-novel autobiografica, ambientata nel noto quartiere di Rebibbia, e ben consolidato anche nella tradizione della letteratura e del cinema, è la ricerca delle proprie radici. Alla morte della nonna materna, Calcare cerca di ricostruire la sua storia familiare per aver chiaro il proprio passato e scoprire qualcosa in più di quel poco che sa della nonna, della madre, del nonno mai conosciuto e delle zie e zii scomparsi in modo più o meno misterioso. Accanto a questa ricerca necessaria al giovane trentenne per capire chi è e per trovare il suo posto, più o meno definitivo, nel mondo, si innesta l’ elemento narrativo del fantastico (ed è qui che compare la famosa volpe rossa) che irrompe nella realtà rendendola più avventurosa e misteriosa, ma non irreale. Dimentica il mio nome è il quinto albo a disegni di Zerocalcare, ed è il libro nel quale entrano personaggi che appartengono al vero universo di vita dell’autore/protagonista, come la mamma e la nonna, coprotagoniste dell’enigma che Calcare cerca di risolvere. Dimentica il mio nome è un libro interessante nel quale l’autore scava a fondo nel proprio vissuto personale, mettendo a nudo non solo parte della vita della sua famiglia, ma anche rendendo note alcune sue ossessioni, preoccupazioni e timori sul futuro, tipiche di un giovane uomo in fase di crescita (Zerocalcare, alias Michele Rech è nato nel 1983) con riflessioni a ruota libera che ricordano il classico “flusso di coscienza”. Allo stesso tempo, il fumettista toscano sciorina una serie di meditazioni e richiami a oggetti (vedi il Pisolone, una sorta di sacco a pelo a forma di orsacchiotto, era un must per i ragazzini degli anni Ottanta come le erano le Nike Air max) a modi di dire e di fare, a telefilm, a personaggi (Chuck il castoro, David gnomo,il nonno di Heidi, Twin Peaks, il re Leonida del film 300, la mamma di Bambi e Freddy Krueger) e mode ben noti a chi è nato e cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Zeroclcare/Rech non si fa mancare nulla e inserisce anche riferimenti alla storia recente d’Italia vissuta da lui e dal suo alter ego fumettistico (il G8 di Genova) in prima persona. In Dimentica il mio nome ad aiutare Calcare non ci sono solo i ricordi della nonna e la madre chioccia ma, come vuole la sua produzione, a sostenere il magrolino disegnatore nella sua quotidiana impresa eroica c’è sempre lui, l’armadillo alter-ego del protagonista, che compare per dargli “man forte” nei momenti più difficili e nei quali il protagonista sembra non avere la più pallida idea di cosa fare. Dimentica il mio nome è una bella storia di formazione a fumetti, intrigante e catartica per Zerocalcare – e anche per il lettore-, perché in essa, più che nei precedenti albi, l’autore si confronta con le proprie paure nel tentativo – dire azzeccato- di spogliarsi di esse e compiere quella crescita, umana e professionale, che lo farà sentire più uomo e meno bambino.
Con questa raccolta di sette racconti dal sapore autobiografico (La signora melograno, Ed. Calabuig, traduzione dal persiano di Anna Vanzan), Goli Taraghi ci guida in un viaggio sul filo della memoria, tra Parigi e Tehran, raccontandoci storie di esilio, lontananza, straniamento: piccole vicende quotidiane, mai banali, storie di vite “sospese” tra presente e passato.
La Napoli sotterranea e la popolazione che la anima sono i protagonisti di La letteratura Tamil a Napoli, il romanzo di Alessio Arena edito da Neri Pozza. Per la precisione chi vive nel ventre di Napoli sono i membri della comunità Tamil, arrivati in Italia dallo Sri Lanka, dopo l’uccisione, da parte delle forze governative, di Velupillai Prabhakaran la loro guida nella lotta tra tamil e singalesi. Arrivati nel capoluogo partenopeo nei primi anni Novanta, in venti anni la comunità Tamil ha formato nel sottosuolo la società segreta chiamata “Accademia dei sotterranei”. Questo gruppo è attivo nella riproduzione di opere letterarie napo-tamil e di tutti quei testi che vennero bruciati nella biblioteca di Jafna, durante gli scontri tra Tamil e Singalesi. Il giovane Bibberò, -che ha origini Tamil, ma si è perfettamente integrato nella cultura napoletana- è colui che guida il lettore dentro ai meandri di questo mondo nascosto nel quale si produce cultura e dove i veri personaggi progettano di farsi saltare in aria per far conoscere al mondo la tragica causa di Tamil Eelam. Il mondo narrato da Alessio Arena sembra una dimensione visionaria, fuori dalla realtà, poi però più ci si addentra nel mondo narrativo, più ci si accorge che tutti i personaggi in lotta per la causa Tamil agiscono in difesa e in funzione della salvaguardia della loro cultura originaria. Le voci narranti in Letteratura Tamil a Napoli sono due, ma in verità i protagonisti della storia di Alessio Arena sono molti di più, perché sono un’intera comunità di una minoranza etnica che non solo vive a Napoli, ma che con la città si è quasi perfettamente fusa. La mescolanza tra mondi e culture diverse non è solo data da unioni e relazioni interpersonali. A sancire questi legami si presentano per esempio i volantini attaccati ai muri dove il napoletano si mescola alla lingua Tamil, o ancora, seguendo i diversi personaggi tra le viuzze di Napoli ci si accorge di come le tipiche immagini religiose cristiane si siano fuse con quelle della religione indù per dare vita a madonne con proboscidi e code di elefante, patroni nati dalla fusione di Buddha e San Gennaro. Ogni capitolo è introdotto da una delle diverse reincarnazioni di Visnu alle quali i personaggi della storia sento di appartenere nel momento narrativo in cui agiscono, e ognuna di essa rappresenta i miti e i temi legati alla divinità che assumono il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. Letteratura Tamil a Napoli di Alessio Arena è un vero e proprio romanzo corale nel quale i personaggi si muovono tra il profondo attaccamento alle proprie radici culturali e la voglia di confrontarsi e fondersi con una cultura nuova (quella napoletana), per certi aspetti diversa, ma per molti altri (in particolare la sofferenza e la voglia di riscatto) uguale.
La letteratura per ragazzi è uno dei settori più stimolanti e interessanti, con alcune sorprese e non solo mode da seguire e nuovi nomi che si affacciano con proposte. Come la Runa editrice di Villafranca Padovana, che inaugura la collana in tema Apprendisti lettori con Nero di Angela di Bartolo, illustrato da Gianmaria Bozzolan.
Nella New York dove giungono gli echi della Guerra civile americana (1861-1865) e della conquista dell’Ovest vive nei bassifondi la piccola Annie, di origini irlandese, una delle tante quasi orfane con famiglie allo sbando. Ma un destino diverso è in agguato per lei: dopo varie peripezie, Annie va a servizio a casa del dottore e dottoressa Evans, specializzati in medicina per le donne, e impara il mestiere di ostetrica, che eserciterà arricchendosi ma scontrandosi anche con pregiudizi e limitazioni di leggi che, ancora più di oggi, erano fatte dagli uomini contro le donne.
John e Abigail sono i simpatici gemelli Templeton, figli di un padre inventore, neoassunto dalla Tapas (Teatral Accademia di palcoscenico e altre scienze) per inventare un marchingegno geniale in grado di salvare la scuola dal fallimento. John è un geniale batterista, Abigail invece è un asso nella risoluzione di cruciverba con definizioni fatte da crittogrammi. La loro vita sembra trascorrere al meglio tra compiti; incontri con simpatici e strampalati baby sitter che non leggono libri, perché non hanno occhiali adatti; fascinose insegnanti di teatro e le prove dello spettacolo teatrale orchestrato per salvare l’accademia. Tutto si complica quando sulla scena irrompono altri due gemelli – i guastafeste Dan D. Dan e Don D. Dann -, che non solo tenteranno di rapire Cassie, la cagnolina dei gemelli Templeton, ma cercheranno di derubare il professor Templeton della sua geniale invenzione per rovinare lui e la scuola. Abigail e John, scoperto l’imminente pericolo, daranno sfoggio a tutta la loro estrosa intelligenza e furbizia per fermare gli squattrinati gemelli D. Dann. I gemelli Templeton danno spettacolo è un avventuroso libro per ragazzi, ricco di suspense e di colpi di scena, poi c’è quell’intrigante narratore che appena può si rivolge direttamente al piccolo lettore per renderlo partecipe delle mirabolanti avventure dei gemelli Templeton. Dai 10 anni in su.
Tra gli autori di teatro di tutti i tempi, William Shakespeare ha senz’altro una posizione predominante di interesse, ed è stato celebrato in film e romanzi, raccontando la storia della sua vita di cui si sa molto poco e infatti c’è chi ha messo anche in dubbio la sua esistenza, creando un suo alter ego possibile e reale in una delle tante possibilità offerte da un personaggio di cui si conoscono benissimo le opere ma poco il vissuto reale.
Mio padre si chiamava Nicola Quartullo.
Libro inchiesta che riporta un’attenta analisi fin troppo realistica del futuro del nostro pianeta.
Il mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un viaggio nella vita di una giovane donna turca emigrata in Svizzera. Qui, la ragazza, lasciata sola dal fidanzato, trascorre le sue serate nei caffè che animano la Città Vecchia di Ginevra. Il pellegrinare tra le viuzze del centro abitato e il frequentare i locali del posto, permetteranno alla giovane protagonista di scrivere memorie della propria vita. Allo stesso tempo, la sua mente e il suo animo saranno portati a compiere una riflessione sulla gioventù che la circonda, traendo conclusioni dolorose. Accanto alla storia della protagonista principale, si innestano altri brevi racconti che, come cartoline arrivate da lontano, narrano vicende di donne e uomini che non hanno avuto una facile esistenza. Gli esseri umani descritti dalla Erdoğan sono persone afflitte dal dolore, più che fisico, emotivo; da menomazioni e incompatibilità caratteriali e culturali che hanno ostacolato, e ostacolano, le relazioni interpersonali dei diversi protagonisti. La protagonista del primo racconto (Nel vuoto dell’occhio perduto) è una ragazza di nazionalità turca, con un occhio solo, che vive a Ginevra e le sue origini etniche, unite all’imperfezione fisica, pregiudicano l’approccio che gli altri hanno nei suoi confronti. Altro personaggio interessante è l’uomo originario della Turchia che dopo anni di lontananza torna nel suo paese d’origine dove, vedendo i luoghi di un tempo, ripensa allo sfacelo del proprio matrimonio. Tante sono le storie presenti ne Il mandarino meraviglioso, come tanti sono i personaggi che in esso vivono, messi a dura prova dalle esperienze della vita quotidiana. Ciò che accumuna queste donne e uomini, più e meno giovani, è il continuo pellegrinare fisico e psicologico dell’io, sempre alla ricerca di traguardi e mete da raggiungere, anche quando l’obiettivo a cui arrivare non è ben chiaro. Il libro della Erdoğan è una romanzo sulla forza del ricordo, sull’importanza che ha il mantenere vivo l’attaccamento alle proprie origini. Queste ultime sono le radici che hanno dato la vita ai protagonisti di questa storia e sono, in un certo senso e per alcuni di loro, la linfa vitale che li spinge ad affrontare ogni imprevisto della quotidianità e del destino. Altri temi trattati dall’autrice sono l’emigrazione e il senso di spaesamento che spesso da essa ne deriva. Una sensazione che ostacola i personaggi nel loro tentativo di farsi accettare dalla nuova società nella quale sono andati a vivere. Il fatto è che la difficoltà di farsi accogliere dagli altri non sembra essere un tratto comune solo a coloro che arrivano in una terra nuova. Il sentirsi fuori posto e inadatti ad un ambiente, a volte, travolge anche coloro che tornano nel posto dove sono nati, proprio come avviene nel racconto di chiusura Un visitatore dal paese del passato. Il mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un insieme di storie di emigrazione, di identità perse e ritrovate e di chi, come l’autrice stessa, ha vissuto e conosciuto città e culture diverse. Traduzione di Giulia Ansaldo.
























