Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Intervista a Luca Rinarelli

4 febbraio 2010

inperfettoorarioBenvenuto Luca su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori.

Trentaquattrenne nato a Torino, città in cui vivo solo dal 1995. Questo per il libro è importante, credo. Impiegato in una ditta di rappresentanze industriali, studi in Scienze Politiche. Appassionato di tante cose, ma soprattutto di storia del novecento e di politica internazionale. 

Raccontaci alcuni tuoi pregi e alcuni tuoi difetti.

Difetti: testardo, irascibile, egocentrico. Potrei continuare all’infinito… Pregi: curioso, empatico, intuitivo, burlone. 

Fotografo e poi scrittore definiscimi cos’è un artista per te.

E’ difficile definire un artista. Non so nemmeno se lo sono. Io penso che sia semplicemente uno che ha delle cose da dire e cerca di dirle, ma ha anche due qualità che rendono ciò che vuol comunicare “esportabile”, entrando nell’anima degli altri. La prima di queste due abilità credo sia il dono della sintesi: devi saper comunicare molto con poco (con poche parole, pochi colpi di pennello, in poco tempo, etc.), altrimenti nessuno ti ascolterà. Per me è così da sempre: un grande quadro comunica molte cose importanti, ma sta tutto dentro qualche metro quadrato al massimo. Mi piacciono gli scrittori che hanno questo dono, e che “pennellano” o “fotografano” le cose che vogliono trasmetterci, senza tirarla troppo per le lunghe, ma facendoci “entrare” nella situazione. La seconda qualità necessaria ad un artista è per me un certo tipo di empatia: se non si “sentono” i dolori e le gioie di chi ci circonda, alla fine si ha poco da comunicare. 

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

Non ho fatto fatica. Ci ho messo molto tempo. Ho deciso di spedire il manoscritto ad almeno una trentina di case editrici interessate alla narrativa, quelle che conoscevo. Ho predisposto un formato piccolo, in modo che costasse poco sia come carta che come spedizione. Robin è il primo editore che mi ha risposto positivamente.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Devo ringraziare innanzitutto i miei genitori, che mi hanno sostenuto con entusiasmo. Poi vorrei ringraziare Natascia Pane dell’Agenzia Letteraria Contrappunto, perché pur sapendo che non avrei potuto darle migliaia di Euro, mi ha aiutato fornendomi consigli preziosi. Un ringraziamento particolare va a quegli amici che mi hanno aiutato rendendo possibili tutte le serate di reading che abbiamo fatto in giro per promuovere e presentare il libro: Silvia Lorenzo ed Emanuele Buganza, che hanno prestato le loro voci e la loro abilità di attori per le letture, Andrea Quaglino che li ha accompagnati con la sua chitarra, Loredana Colloca, Fabrizio Fulio-Bragoni, Luisella Francios e tutti gli altri che si sono prestati a presentare il libro. Ovviamente devo ringraziare anche tutte le librerie e i locali che ci hanno ospitato. Sono davvero tanti. 

Immagine“In perfetto orario” è un libro bellissimo che ho letto stupendomi quasi che fosse scritto da un italiano. Da dove deriva la tua internazionalità?

Ti ringrazio per l’apprezzamento. Quel che ti dicevo prima sul mio interesse per la storia contemporanea e la politica internazionale si è riversato nel romanzo, nella scelta dei personaggi e dei loro “passati”. Un killer che viene dalla Germania Est che ormai non esiste più e una giovane prostituta russa erano perfetti per me. Non riesco a immaginare una storia del novecento senza Russia e Germania. Si tratta di due paesi che mi hanno sempre affascinato perché, nonostante degli altissimi picchi culturali raggiunti, hanno anche un passato tragico, spesso autoprocurato. Siccome l’umanità è per me piuttosto autolesionista, il collegamento metaforico mi è venuto immediato. Alla fine tutto il libro è una metafora a scatole cinesi, dal particolare al generale. Un uomo che arriva da un paese che non esiste più, in una città che cerca di reinventarsi dopo la crisi industriale, che fa parte di un paese che non sa dove sta andando in un mondo, quello occidentale di oggi, che ha molte più incognite che certezze. L’attuale crisi economica internazionale ha messo a nudo tutta la debolezza di certi assiomi.

Torino è una città industriale e nello stesso tempo piena di storia. Cosa ti affascina di più? Da fotografo quali sono le zone che ti danno più vibrazioni? 

Come ho accennato prima, io a Torino ci sto solo dal 1995, e sono stato fortunato, perché sono capitato nel decennio in cui la città è cambiata maggiormente, allontanandosi progressivamente, e anche dolorosamente, dalla sua vocazione industriale. Certo l’industria è rimasta, ma con molti meno occupati rispetto a vent’anni prima. Se si vuole guardare il lato positivo, la città è stata costretta a reinventarsi, sperimentando nuove vie, come la cultura e il turismo. Trovo che i luoghi in mutamento sprigionino un’energia particolare, sopratutto in campo culturale. Da questo punto di vista Torino è sicuramente una città molto viva. Da fotografo sono rimasto affascinato dalle fabbriche in dismissione che avevo fotografato nel 2003, e che sono diventate il lavoro “La sconfitta dell’uomo meccanico. Scatti dall’ex capitale industriale”. Quei capannoni mezzi distrutti, pieni di macerie e vetri rotti, a volte abitati da disperati senza casa, mi hanno ricordato il paesaggio lunare della Stalingrado ricreata da Jean Jacques Annaud ne “Il nemico alle porte”, che avevo appena visto. Allora, perché non rendere questi luoghi “post-bellici” di Torino l’habitat per un assassino? 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può  vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?

Non saprei cosa consigliare, esattamente. Ti ho detto prima come ho fatto io a trovare il mio editore. Quello può essere un metodo. La seconda domanda ha una risposta scontata, ahimè. No, non si può vivere oggi solo di letteratura, a meno che non si abbia dietro una macchina promozionale molto potente e capillare. Si scrive e si cerca di pubblicare ciò che si è scritto per passione. Sapere che hai trasmesso qualcosa agli altri, che questo qualcosa è piaciuto e che stimola le persone a parlarne con te, è la soddisfazione più grande.  

Ti occupi di volontariato, assisti persone senza fissa dimora e questo in un certo senso ti pone in una posizione privilegiata per conoscere le vite dei cosidetti più sfortunati. E poi così  difficil
e al giorno d’oggi finire a dormire in strada?

Guarda, ormai sono dieci anni che svolgo questa attività. Mi piace molto, perché  conosco molte persone che hanno delle esperienze pazzesche alle spalle. Non so se possiamo essere veramente d’aiuto, ma a volte basta semplicemente “esserci”. Quello che ti posso dire è che la tipologia di persone che cade nel disagio è molto cambiata rispetto agli anni 90. Ci sono le categorie che potremmo definire “classiche”, vale a dire i vecchi clochard, coloro che abusano di sostanze stupefacenti e chi ha patologie psichiatriche e che per una ragione o per l’altra non viene preso in carico dal sistema sanitario nazionale. Negli ultimi anni hanno cominciato a chiedere aiuto anche famiglie normalissime che non ce la fanno economicamente, molte persone di mezza età licenziate prima di arrivare alla pensione, che a causa di ciò cominciano a bere, perdono casa e famiglia. Sì, è  veramente facile al giorno d’oggi finire in strada. 

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

A me è piaciuto molto “Il mondo in un piazza”, primo romanzo del giovane torinese Fiorenzo Oliva. E’ un romanzo che parla della zona di Porta Palazzo, e di tutta la sua ricchezza e problematicità umana. Divertente e commovente allo stesso tempo. 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

E’ difficile dirlo. Ho dei libri preferiti: “La variante di Lüneburg” di Paolo Maurensig e “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde” di Stevenson. Ma anche molti altri.

2ewqTi piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

All’inizio ho pensato che fosse necessario fare tante presentazioni, per far conoscere il romanzo. Sai, io sono un esordiente che non ha alle spalle una casa editoriale di grandi dimensioni e potenza. Poi ho cominciato a trovare interessante e divertente questa formula del reading-presentazione con accompagnamento musicale, per cui ringrazio ancora una volta gli amici che mi hanno aiutato a realizzare il tutto. Siccome sono molto bravi, il pubblico partecipante è sempre rimasto molto interessato, e sono riuscito a vendere un buon numero di copie, anche fuori dal circuito delle librerie. 

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Vi scambiate mails, lettere, molti sono diventati amici?

Con molti di loro sono rimasto in contatto, anche grazie al web. Con alcuni siamo diventati anche amici. Dirò una banalità, ma il romanzo mi ha fatto conoscere moltissime persone, alcune delle quali davvero valide. Questo è bellissimo. 

C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere?

La tua, e non per piaggeria. Ma anche quella Di Fabrizio Fulio-Bragoni su Nonsolonoir, quella di Luca Giudici sul Recensore.com e la divertentissima intervista immaginaria di Chiara Bertazzoni a Werner, il protagonista della storia, per Thriller Magazine. Ma in realtà tutte le recensioni mi sono piaciute, ed è bello vedere come ogni critico legga il libro con i suoi occhi, dando importanza ad aspetti differenti. 

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto lavorando ad una seconda storia, che ha sempre per protagonista Werner Hartenstein. Solo che non voglio che rimanga uguale a se stesso, come molti personaggi del noir o del poliziesco. Voglio che si evolva, infatti ti anticipo che non farà più il sicario, ma un onestissimo lavoro precario. Solo che un personaggio del suo passato tornerà a scombinargli i piani…

:: Nicola Fabio Vitale recensisce Fiore Crudo di Paolo Alvino

3 febbraio 2010

fiore crudoTitolo: Fiore Crudo

Autore: Paolo Alvino

Anno: 2009

Pagine: 136

Prezzo: € 12,50

Editore: Giulio Perrone

Celebrare la vita dopo la morte, non prendersi cura di chi ti sta vicino – un essere che avrebbe solo bisogno d’amore – condannare una persona per il semplice fatto di essere nata. Sono alcuni dei misteri che caratterizzano l’animo umano, alcune fra le più evidenti contraddizioni della nostra natura. I protagonisti di queste strane vicende, spesso, sono coloro che esaltano il valore del martirio e della sofferenza nel corso del nostro breve passaggio terreno accampando motivazioni di ogni genere. Anche per loro, però, arriva il momento in cui percepiscono la follia di queste contraddizioni, succede quando il dolore tocca la loro esistenza in prima persona. Le pagine di Fiore crudo raccontano la storia di un’esistenza sventurata destinata, condannata, a svelare queste tristi e folli verità. Rivelazioni che avvengono in maniera violenta e brutale, come il destino che è toccato alla protagonista. Fiore Crudo, il primo romanzo di Paolo Alvino, vincitore della II edizione del premio letterario “Fili di parole” bandito da Giulio Perrone editore, conduce, inevitabilmente, a questa conclusione. L’inizio del libro scorre veloce, una serie di telegrammi che sembrano spediti direttamente dall’inferno scandiscono i passaggi fondamentali che caratterizzano la vita della protagonista, Maura. Messaggi che avvelenano l’anima, una sequenza infinita, di cui, inizialmente, è difficile capirne il senso. Maura, al centro di una trasformazione drammatica, se mai nel corso della sua esistenza sventurata c’è stato un tempo migliore per poter parlare di trasformazione, quella di chi vive senza amore e trova il modo di dimostrare il suo malessere uccidendo. La brutalità della vita che trasforma la protagonista, a sua volta, in un essere brutale, talmente brutale che, nonostante numerosi motivi che potrebbero far cedere alla tentazione della comprensione nei suoi confronti, non lasciano spazio alla compassione. Poi, quando tutto è compiuto, dopo la celebrazione di un’esistenza votata a esaltare la follia dell’abbandono e della mancanza di amore tutto è chiaro. Un’esistenza, quella di Maura, destinata a svelare verità che spesso non vogliamo o non sappiamo percepire perché molti di noi cercano comode risposte in situazioni capaci di dare conforto a interrogativi che in altro modo ci tormenterebbero, risposte talmente comode che spesso ci dimentichiamo di noi stessi, ci dimentichiamo di chi ci sta al nostro fianco e di quel che potremmo essere, diversi e, sicuramente, migliori. Come spesso succede nella vita bisogna arrivare fino in fondo, è necessario farlo anche per comprendere al meglio questo libro.

:: Intervista con Tess Gerritsen

2 febbraio 2010

tessCiao Tess. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tess Gerritsen?

Sono una viaggiatrice, un’ esploratrice, e una persona curiosa che ama esplorare ogni sorta di argomenti nei suoi  romanzi.

Tu sei un medico. Perché sei diventata una scrittrice? Quando hai iniziato a scrivere?

Sono stata una scrittrice prima di diventare un medico. Ho scritto il mio primo romanzo quando avevo sette anni, e da sempre ho voluto essere un narratrice di storie. Ma mio padre mi ha detto che non avrei mai potuto mantenermi  se avessi fatto la scrittrice  e  mi consigliò di andare a medicina, dove almeno almeno avrei  potuto costruirmi una vita. L’ho fatto, sono diventata un medico, ma la mia passione di raccontare storie non mi ha lasciato. Così, quando ho avuto il mio primo figlio, ho preso una pausa per il congedo di maternità e  ho cominciato a scrivere di nuovo. Dopo diversi libri pubblicati, ho lasciato la medicina, e mi sono dedicata a tempo pieno ad essere una scrittrice. La carriera che  ho sempre voluto avere!

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Eroine può significare qualsiasi cosa, proprio come le donne possono essere qualsiasi cosa – eroine, cattive, vittime, o conquistatrici. Oggi non ci sono limiti a ciò che una donna immaginaria può compiere. Ho notato, però, che i libri con le vittime di sesso femminile tendono a vendere meglio che i libri con vittime maschili. Questo perché la stragrande maggioranza dei lettori sono donne. La mia teoria è che ogni lettore – uomo, donna o bambino – si identifica più profondamente con la vittima. Se pensiamo che potremmo essere attaccati e uccisi, ci sentiamo più coinvolti nella storia.

tess1Sei femminista? Potresti dirmi qualcosa sulla condizione della donna nella letteratura?

Sì, mi considero una femminista. Anche se forse non consapevolmente trasmetto questo nelle mie storie, ma alle mie  eroine capita spesso di essere realizzate e di successo, perché questo è il mondo che vedo intorno a me. In medicina, per esempio, la maggior parte degli studenti di medicina sono donne. Ho sempre avuto vicino donne molto intelligenti e di successo, che è il tipo di eroina che amo ritrarre.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Sono cresciuta in California, nella città di San Diego, con genitori etnicamente cinesi. Ora vivo, nello stato del Maine, nel nord-est, vicino al Canada. E’ un bel posto, con un litorale molto roccioso, e numerose foreste. E ‘molto tranquillo qui, e la mia città ha solo circa 5.000 persone. Bisogna essere in grado di affrontare inverni molto freddi, e le persone qui sono molto indipendenti e autosufficienti.

Quando non stai scrivendo, quali sono i tuoi modi preferiti di rilassarti?

Amo viaggiare! Non c’è niente di meglio che prendere la valigia e volare in un posto nuovo. Amo anche suonare il violino, e molti miei amici sono musicisti. Una volta al mese, ci ritroviamo per una "jam session", in cui suoniamo insieme.

Come hai preso l’idea per il tuo primo libro?

HARVEST è stato il mio primo thriller, e aveva per tema il mercato nero degli organi umani. Ho avuto l’idea da un agente di polizia, che era stato in viaggio in Russia. Ha sentito dire che prendevano gli orfani per le strade di Mosca, e li spedivano in altri paesi, come donatori di organi. Ero così terrorizzata dall’idea che ho deciso di trasformarla in un romanzo poliziesco, che è diventato il mio primo grande bestseller.

tess2Quali sono state le tue prime influenze?

I libri per bambini. Sono cresciuta amando i romanzi gialli per ragazzi di Nancy Drew , così come gli scrittori di fantascienza come Isaac Asimov e Ray Bradbury. Ma devo a  mia madre il mio amore per la lettura,  ha sempre letto con me, ogni sera prima di andare a dormire.

Raccontaci qualcosa del tuo esordio. La tua strada verso la pubblicazione.

Ho cominciato scrivendo romanzi d’amore, perché è un genere che amavo leggere. Dopo due romanzi inediti, ho venduto il mio terzo romanzo a Harlequin Intrigue: CALL AFTER MIDNIGHT, in cui una donna scopre che  il marito morto aveva una vita segreta come spia. Ho scritto un totale di nove romanzi d’amore, e poi mi è venuta l’idea per il mio primo thriller medico, HARVEST. Che è stato il mio primo grande bestseller, e da allora ho scritto sempre thriller.

Puoi dirci qualcosa sui tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

Questa è una domanda davvero difficile, perché amo ognuno dei miei libri. Direi che personalmente i miei favoriti sono THE BONE GARDEN e GRAVITY.Ma i miei fans sembrano amare di più THE SURGEON e VANISH.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

Barbara Kingsolver e Stephen King.

I tuoi personaggi di fantasia sono spesso molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

Maura Isles è più simile a me. Siamo entrambe riservate, tranquille, e crediamo nella scienza. Altri piccoli dettagli della sua vita, da quale auto guida a quali vini preferisce, sono anche presi dalla mia vita. Lei è andata anche alla mia stessa università e alla mia scuola di medicina!

Mi piacerebbe parlare di “ The Surgeon “. Che tipo di ricerche hai fatto sui serial killer?

Ho letto diversi libri di testo sulla psicologia dei serial killer, ma non ho consultato esperti in particolare. Ho sentito che la parte più importante per capire il personaggio è semplicemente quella di immaginare il mondo attraverso i suoi occhi. Se io sono un predatore, come faccio a guardare le altre persone? Come faccio ad analizzare una vittima? Come faccio a scegliere la mia preda? È tutta una questione di essere in grado di immergersi completamente nella personalità di qualcun altro. E ‘stata un’esperienza sconvolgente, ma penso davvero di essere andata al cuore di chi "The surgeon".

Jane Rizzoli è un personaggio interessante. Può raccontarci qualcosa su di lei?

Lei è un po’ la somma di un certo numero di donne agenti di polizia che ho incontrato. Lavorano in una professione molto maschile, e devono essere molto forti e molto brave in quello che fanno per essere accettate. Mi sono d
ivertita un sacco a creare Jane perché è così diversa da me. Lei è impulsiva, irascibile, e incredibilmente coraggiosa. Io non sono nessuna di queste cose. Così, quando scrivo dal punto di vista di Jane, devo far finta di essere qualcun altro.

tess3Raccontami qualcosa del tuo ultimo romanzo.

ICE COLD (che sarà pubblicato negli Stati Uniti questa estate) è un libro di Jane e Maura. Durante un viaggio in Wyoming (nella zona occidentale degli Stati Uniti), lei e alcuni amici nel corso di una tempesta di neve devono mettersi al riparo in una città deserta dove tutta la gente è svanita. Ci sono ancora i pasti sui tavoli, e gli animali sono stati lasciati a morire di fame. Dove sono tutti? Maura si rende conto ben presto che qualcosa di terribile è accaduto agli abitanti.

Ti  piaciono i  giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Ho  solo familiarità con Stieg Larsson, così non posso davvero dire troppo sui giallisti scandinavi. Ma mi piace il fatto che il genere crime è diventato internazionale, e si ha la possibilità di vedere punti di vista che sono nuovi per noi negli Stati Uniti

Raccontami qualcosa di divertente su di te.

Quando ero più giovane, amavo andare alle convention di Star Trek. Ho anche avuto un paio di orecchie di Vulcan!

Ti piace la poesia? Chi è il tuo poeta preferito?

Temo di non essere proprio una fan della poesia. Dico alle persone non sono abbastanza intelligente per capirla!

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo diversi altri autori, i cui libri saranno in uscita quest’anno.

Hai molti fan. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Rispondo a tutte le e-mail che  mi mandano. Amo incontrare i miei fan. E regalo un numero infinito di segnalibri ad ogni lettore che mi manda una busta affrancata!

Eventuali consigli per gli aspiranti scrittori?

Leggere, leggere, leggere. La  migliore cosa per uno scrittore, è vedere ciò che gli altri autori hanno prodotto. E quando si inizia a scrivere, non bisogna scoraggiarsi troppo facilmente. Non ho mai imparato a fermarmi e rivedere quanto ho scritto, ma è importante  per scrivere tutto il percorso fino alla fine della storia. E ‘impossibile sapere esattamente dove hai intenzione di andare fino a quando non hai scritto la prima bozza. Una vicenda può cambiare mentre si sta scrivendo la storia, e basta sentire la tua strada attraverso le tenebre.

Il_club_mefistofele2486_imgNuovi progetti per versioni italiane dei tuoi libri?

Io credo che i diritti italiani sono stati acquistati per tutti i miei thriller, e mi auguro solo di fare bene in Italia!

Il tuo esordiente preferito?

Di recente ho letto un romanzo crime meraviglioso dell’esordiente John Verdon intitolato THINK OF A NUMBER. Sarà pubblicato entro la fine dell’anno.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Una serie TV con Rizzoli e Isles che inizieranno a trasmettere questa estate, sul canale TNT negli Stati Uniti, mi auguro che anche le emittenti straniere ne acquistino i diritti, in modo che i miei lettori in tutto il mondo possano vedere lo spettacolo! La star Angie Harmon, interpreterà Jane, e Sasha Alexander (la nuora di Sophia Loren) farà Maura.

Che cosa è la libertà per te?

Essere in grado di cancellare tutti i miei impegni e prendere la valigia, e viaggiare in qualche luogo esotico. Sono stata in tutto il mondo, ma ci sono molti posti che ho ancora nella mia lista dei luoghi che ho bisogno di vedere.

Stai scrivendo adesso? Può dirci qualcosa sul tuo nuovo romanzo?

Ho appena finito il libro ICE COLD, e ho iniziato una nuova storia che ha a che fare con un assassinio di massa nella Chinatown di Boston. E ‘un altro libro di Jane e Maura, ed esplora antichi racconti popolari cinesi e le arti marziali. Mi sto divertendo moltissimo!

:: Intervista con Dana Cameron

30 gennaio 2010
DanaCameronHeadShotCiao Dana, benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dana Cameron?

Grazie per avermi invitato, Giulia! Sono una scrittrice di romanzi polizieschi e di racconti di ogni genere, compresi detective dilettanti, storici, noir, hurban  fantasy , e thriller. Il mio lavoro ha vinto il Premio Anthony (per la miglior brossura originale per "ASHES AND BONES") e il Premio Agatha (per il miglior racconto breve per "The Things Night Changed", che è stato anche nominato per un Anthony Award e un Macavity).

Qual è il tuo background? Dove sei nata?

Sono nata e cresciuta in Massachusetts, dove ho vissuto tutta la mia vita (a parte per brevi periodi all’estero, a Londra e in New Jersey). La mia professione originaria era l’archeologia, e mi sono concentrata sulla archeologia storica del New England coloniale. Ho trascorso 20 anni felici in biblioteche, musei, aule, e in campo, studiando il modo di comportarsi degli antichi  attraverso  gli artefatti che si sono lasciati alle spalle. Tutto ciò che ho fatto sia la ricerca, le letture e la scrittura in campo accademico è stata un’ ottima formazione anche per la scrittura narrativa.

Quando hai iniziato a scrivere? Raccontaci qualcosa del tuo debutto.

Ho cominciato a scrivere narrativa, dopo che un rapinatore ha minacciato me e alcuni amici con una pistola. E’ stato spaventoso, ma grazie  a Dio nessuno è rimasto ferito. Diversi mesi dopo, stavo raccontando ad un amico questo incidente, e altri aneddoti sulla vita nel campo archeologico, e lui mi ha detto "hai bisogno di scrivere questo". Ho cominciato a scrivere un mistey, perché avevo letto misteri tutta la mia vita. Tutto questo ha portato al  mio primo romanzo, SITE UNSEEN, che ha per protagonista Emma Fielding, un’ archeologa del New England. Sono seguiti  cinque libri su Emma Fielding, tra cui uno, che è stato tradotto in italiano (come "La Verità Perduta") che ho poi proseguito con una serie di racconti.

Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

In un primo momento, ho scritto in segreto, per vedere se riuscivo a finire un romanzo. Poi mi sono iscritta ad un corso di scrittura e quindi ad un gruppo di scrittura, per tutto il tempo della formazione ho cercato di modificare il mio lavoro e migliorarlo. Alla fine, ho frequentato il Pane Loaf Writers Conference at Middlebury College, dove ho trovato il mio primo agente, che ha venduto Site Unseen ad Avon. Scrivere una serie è stato un grande esercizio, mi ha isegnato tutto quello che so sull’ editoria, dalla disciplina della scrittura all’ editing, fino alla promozione dei miei libri.

Che tipo di ricerche hai fatto per i tuoi libri?

La maggior parte delle ricerche che ho fatto per i miei libri – entrambi pubblicati e non ancora venduti – è stato per gli altri personaggi. Sapevo già come doveva essere un archeologo, così quando ho scritto il mio romanzo di spionaggio, ho dovuto fare un sacco di ricerche sugli agenti dei servizi segreti e i giornalisti. I libri e le interviste che ho fatto hanno riempito il mio ufficio! D’altra parte, il mio racconto, " The Night Things Changed", narra di lupi mannari e vampiri eroici che vivono vicino a me a Salem, nel Massachusetts. La loro famiglia, i Fangborn, non è basata sui racconti tradizionali dei mostri, così ho creare la loro storia dall’inizio.

Raccontaci  qualcosa su Emma Fielding e i suoi  misteri archeologici. Emma è simile a te?

Molti dei miei lettori mi dicono che ci sono delle analogie tra di noi. Siamo entrambe felicemente sposate e ho certamente tratto dalla mia esperienza professionale per dare forma al suo personaggio, ma molto di più l’ho aggiunto, tutto quello che riguarda il pericolo e l’eccitazione! Gli archeologi e gli investigatori hanno posti di lavoro molto simili, esaminanano gli indizi materiali per trovare le prove su qualcosa che è accaduto in passato. Ho sempre pensato Emma, molto più coraggiosa di me.

Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti , e quelli che ti hanno influenzato?

Credo che per la mia scrittura le più grandi influenze sono state Shakespeare, Edith Wharton, e Dorothy Sayers, i quali sono stati tutti autori brillanti capaci di dar vita ai personaggi che creavano. Ho sempre amato le storie d’avventura, e i libri di Robert Heinlein e Alexandre Dumas ancora affollano la mia libreria. I miei scrittori contemporanei preferiti? Per quanto riguarda la letteratura poliziesca, amo leggere Charlaine Harris, Chuck Hogan, Tess Gerritsen, Lee Child, Denise Mina, e, naturalmente, Elizabeth Peters. Per gli altri tipi di fiction, sono una grande fan di Sherman Alexie, Roddy Doyle, Nick Hornby, e Tim Moore.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Vorrei raccomandare di lavorare sul proprio libro il più possibile prima di cercare un agente letterario. Credo anche che sia importante trovare persone che vi dicano sinceramente cosa pensano dei vostri scritti  ma che anche vi trattino con rispetto, si è estremamente importante a mio avviso. 

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Il mio thriller di spionaggio ha suscitato un grande interesse.

Che cos’è il "coraggio" per te? Sei un’ archeologa professionista. Sei una sorta di Indiana Jones donna?

Credo di essere l’opposto di Indiana Jones! Il vero coraggio per me è fare ciò che si pensa sia giusto. Che più spesso significa lavorare sodo ed essere pazienti, che è molto meno interessante delle risse da bar, delle sparatorie, e dei  tesori d’oro!

Ti piace l’Italia? Quando vieni a trovarci?

Sono stata in Italia due volte ed è stata sempre un ‘esperienza meravigliosa – l’archeologia, l’arte, il cibo e il vino! Ero solo a Venezia, una delle mie città preferite, questa primavera. E ‘così storicamente importante e terribilmente evocativa per uno scrittore! Mi piacerebbe andare al distretto dei laghi il prossimo anno, o forse in Sicilia.

Stai scrivendo in questo momento? Puoi dirci qualcosa sul tuo prossimo romanzo?

Certamente! Sto lavorando a diversi progetti in questo momento. Uno è un romanzo di spionaggio, in cui una spia e un giornalista, poli opposti, devono lavorare per sconfiggere un commerciante di armi. Un altro è un hurban fantasy, una romanzo, basato sui personaggi tratti da "The Things Night Changed". E sto anche lavorando ad un thriller archeologico, di cui una parte si svolgerà in Italia. L’eroina &egrav
e; una cattiva ragazza, e non potrebbe essere più diversa da Emma Fielding!

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Ho letto e apprezzato il lavoro di Italo Calvino, ma mi sono molto più familiari gli scrittori antichi – Giulio Cesare, Augusto, Tacito; più romani che italiani.

Come i lettori possono mettersi in contatto con te?

I lettori possono raggiungermi attraverso il mio sito: http://www.danacameron.com <http://www.danacameron.com/&gt;. Essi possono anche seguire il mio blog. La ringrazio per la possibilità che mi avete dato di farmi conoscere con questa intervista al pubblico italiano – Molte grazie!

:: Intervista a Julie Reece Deaver a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2010
Julie Reece DeaverJulie grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi. Ho sempre scritto, da quando ero bambina. Ho iniziato a scrivere inviando storie alle riviste e case editrici quando ero un adolescente, ma, naturalmente, ci sono voluti molti anni (e molti rifiuti) prima che il mio primo libro fosse accettato per la pubblicazione.

PerchĆØ seidiventata una scrittrice? Era un tuo sogno giĆ  da bambina?

Sono cresciuta in una famiglia molto creativa. Mia madre era un’ artista, mio padre era uno scrittore di pubblicitĆ , e mio fratello, Jeffery Deaver, ĆØ anche uno scrittore. Scrive i bestseller diĀ  Lincoln Rhyme, una serie di romanzi gialli, tutti pubblicati in Italia.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Alcuni degli scrittori che mi hanno influenzato sono MJ Amft, William Wharton, Truman Capote, Carson McCullers, Neil Simon, Garry Marshall, Bill Persky, Saul Turteltaub, Bernie Orenstein, Treva Silverman, James L. Brooks. Questi ultimi scrittori non sono romanzieri, ma drammaturghi, sceneggiatori per la televisione, per il teatro e il cinema.

Qual ĆØ stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro pubblicato ĆØ una poesia per il Jack and Jill Magazine (una rivista per bambini) che ĆØ stata pubblicata quando avevo sei anni! E ‘stata intitolata “Il gatto di mia nonna,” e non ci crederai ma si trattava proprio del gatto di mia nonna!

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Anche se il mio ultimo libro, “Quella notte Sono Scomparsa” ĆØ un thriller, generalmente i miei lavori non sono thriller. Naturalmente, io sono una grande fan delle eroine dei romanzi di mio fratello. I suoi personaggi femminili sono intelligenti e forti.

Sei femminista?

Femminista significa cose diverse per persone diverse. Credo che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini.

Quali sono le tue scrittrici preferiti, europee o americane?

Tre scrittori attuali mi piacciono molto e sono Halse Laurie Anderson e Meg Cabot e Francesca Lia Block.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Questa è una buona domanda. Io non sono una persona molto politica, e perché questo è il paese dove sono cresciuto, non posso paragonarlo ad un altro paese.

Dimmi qualcosa di divertente su tuo fratello.

Mio fratello è di tre anni più vecchio di me, e quando sono nata, non riusciva a ricordare il mio nome, così ha chiesto ai miei genitori di mandarmi indietro per avere un bambino con un nome che sarebbe stato più facile da ricordare!

Dove sei nata? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Mio fratello e io siamo cresciuti in un sobborgo di Chicago negli anni ’50 e ’60. Quando non eravamoĀ  a scuola, abbiamo passato gran parte del nostro tempo libero scrivendo, solo per divertimento. Mio fratello oltre che scrittore ĆØ anche un musicista , e ho trascorso un sacco di tempo quando eravamo bambini e ragazzi andando con lui per i club di musica. Ha scritto ed eseguito le sue canzoni.

Ti piacciono i giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo NesbĆø?

Devo confessarti che non ho mai letto questi scrittori. Li leggerò certamente adesso, però.

Raccontaci qualcosa sulla trama di “La notte che sono scomparsa” in poche parole. ƈ il tuo libro preferito?

“La notte che sono scomparsa” ĆØ un thriller psicologico. Il personaggio principale, Jamie, ĆØ una ragazza di diciassette anni, che scopre che non può più controllare i suoi sogni a occhi aperti. Si ritrova a visitare il suo amico Webb, ma solo nella sua mente. Ci vuole il lavoro di uno psichiatra di talento per scoprire il segreto Jamie. ƈ il mio libro preferito? Bene, ĆØ il sequel del mio primo romanzo, “Say Goodnight, Gracie”. Che sarĆ  sempre il mio libro preferito, credo, perchĆ© era il mio primo romanzo.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Mi piacerebbe che anche altri miei libri fossero pubblicati in Italia perchĆ© ho davveroĀ  avuto una buona accoglienza dai miei lettori italiani. E ‘davvero tutto dipende dalle decisioni del mio editore se pubblicare o meno i miei libri in Italia, e finora nessuna decisione ĆØ stata presa.

C’ĆØ uno scrittore esordiente che ti piace?

Vuoi dire se c’ ĆØ un nuovo scrittore che mi piace? Mi piace Alice Sebold, autrice del libro ” The Lovely Bones”. Credo che il suo stile sia nuovo e interessante.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Al momento nessuno studios cinematografico ha voluto fare versioni filmate dei miei romanzi, ma mi auguro che cambino idea, un giorno, naturalmente.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena finito di scrivere una sceneggiatura originale e speriamo che uno studio cinematografico si interessi. Si tratta di un dramma con sfumature comiche.

Ti piace l’Italia?

Non sono mai stata in Italia, ma spero di visitarlaĀ  un giorno. Per la veritĆ  mi hanno scritto moltiĀ  miei lettori italiani e mi piace avere loro notizie, sono intelligenti e piacevoli!

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Qualcosa di divertente su di me ĆØ che ho una memoria insolita per le date. Mi ricordo le date di specifici compiti di scuola di quando ero bambina.

:: Michele Ciardelli intervista Nicola Fabio Vitale

26 gennaio 2010

Caro Nicola, innanzitutto ti ringrazio per avermi concesso questa intervista a me che intervistatore non sono. Prima di iniziare ti volevo chiedere di essere più sincero possibile.

Ok, veramente sono io che ringrazio te, per il resto farò il possibile. Considerati “fortunato”, la scrittura è il modo che preferisco in assoluto per comunicare e, anche se ogni tanto devo essere interpretato, credo sia quello più vero.

Immagina di essere davanti ad un tramonto con mille colori che cangiano ad ogni istante ed il sole, lentamente, si immerge in un mare in tempesta. Che emozioni casuali ti susciterebbe?    

Rabbia, forza, energia distruttiva e generatrice al tempo stesso, imprevedibilità, determinazione. Il mare in burrasca che travolge in modo rabbioso, con tutta la sua forza, imprevedibilità, energia, determinazione quel che è stato, il sole che tramonta, e che prova lasciare nel cielo il ricordo delle sfumature del suo passaggio. È tutto inutile. Il sole è condannato ad essere inghiottito dal mare in tempesta, arriverà la notte, porterà la calma preparando l’alba per un nuovo giorno che nascerà dal mare il quale, dopo aver metabolizzato, quel che è stato restituirà la luce di un nuovo sole. Il nuovo giorno, tutto sembra uguale in realtà niente è più come prima. Il mare in tempesta, un’immagine che mi fa paura perché mi ricorda la mia infanzia, la mia voglia di distruggere tutto. Il mare calmo, quello che dona il sole pronto a illuminare e scaldare un nuovo giorno, un’immagine amica, quella del mio migliore amico, appunto il mare, mi rilassa e mi ricorda la quieta dopo la tempesta, quella dei miei percorsi interiori.

Ho voluto introdurre con una domanda un tuo libro, “Emozioni per caso…”, vuoi parlarmene?

Volentieri. È un libro cui sono molto legato, con il quale ho provato a raccontare, nel bene e nel male, molte delle mie emozioni, delle mie sensazioni, dei miei desideri, dei miei pensieri e delle mie riflessioni. Mi piace, inoltre, l’idea di aver provato a raccontare, attraverso le parole di “Emozioni per caso…”, una parte importante di quello che si muoveva nel mio animo e nel mio cuore. Io che, attraverso la scrittura, ho provato anche a rompere un muro di silenzio, solitudine, nel quale ero finito e nel quale mi sono voluto rinchiudere per un lungo periodo.

Come nascono le tue poesie? Cosa ti ispira di più?

Fondamentalmente potrei dividere le mie poesie in due categorie. Ci sono quelle in cui l’istinto regna sovrano, basta una qualunque scintilla, una parola, un pensiero, uno sguardo, io che mi sono alzato con il piede sbagliato e la poesia è fatta. Le parole nascono spontanee, mi serve solo il tempo necessario per perfezionarle. Con riferimento a “Emozioni per caso…” mi vengono in mente un paio di titoli, “Urlo ribelle” e “Loro non possono capire”. Poi ci sono quelle più “elaborate”, in questo caso lavoro molto con le immagini, fotografie che cerco nel web, oppure prendo spunto dalla lettura di brani, testi di canzoni o altre poesie. Al momento le prime sono quelle che sento più vere e che mi emozionano di più. Ti faccio un esempio, ho scritto una poesia ancora inedita  dedicata alla sorella di un mio amico morta prematuramente che non riesco a leggere. Ogni tanto mi faccio prendere dai dubbi e non so neanche se ho fatto bene a scriverla!

Quando scrivi?

Preferisco scrivere di mattina, poco dopo aver fatto colazione. Per fortuna ho ricominciato a lavorare ma, purtroppo, devo cambiare i miei ritmi per quanto riguarda la scrittura. Spero di riuscirci al più presto perché ho molta voglia di scrivere, anzi sono già in crisi di astinenza, ho diversi progetti in sospeso e tante idee che si accendono nella mente ma che, al momento, non riesco a catturare.

Hai scritto un libro dissacrante che parla delle difficoltà  che i giovani di oggi incontrano quando cercano di entrare nel mondo del lavoro. Di tu il titolo e perché proprio quello. Oltre a dirci come ti è nata questa idea.

Mi è  venuta in mente poco più di un anno fa. Dopo aver fatto diversi concorsi pubblici, 14/15 per la cronaca, averne vinto uno ed essere risultato idoneo in altri ero ancora a casa, nonostante tutti i sacrifici e le rinunce che comporta quel tipo di attività. Ho iniziato a ripensare alle mie esperienze lavorative, ho fatto un po’ di tutto, dal cameriere, al venditore di assicurazioni, co.co.co etc.etc., e, al pensiero della parola “Bamboccione”, mi sono sentito preso in giro. Confortato, purtroppo, dalle parole di altre persone che hanno vissute esperienze lavorative simili alle mie conosciute nel corso delle mie “avventure” ho deciso di rispondere in maniera divertente e dissacrante a quelli che definiscono la mia generazione quella dei bamboccioni. 

Come descriveresti Nicola Fabio Vitale?

Una persona con i pregi e i difetti di tutte le altre persone. Va bene, ma solo perché sei tu, ti dirò di più. Mi piace fare sport, leggere, scrivere, mangiare cioccolata e guardare le belle ragazze. Mi sono specializzato ad osservarle con la coda dell’occhio così evito problemi… Poi mi piace mostrarmi un po’ come un camaleonte, difficilmente trovo qualcuno a cui mi vien voglia di raccontarmi e mostrarmi fino in fondo. Forse ci riesco solo scrivendo. Ogni tanto, forse anche per questo, mi perdo, però non è detto che sia un male, posso sperimentare diversi modi di essere e potrebbe aiutare ad aprire la mente.

Ti faccio una domanda che spesso pongono a me, perché serve a spiegare una parte del carattere di una persona, di uno scrittore: che cosa significa per te scrivere?

Per me scrivere significa tante cose, a un certo punto, anche se scrivo da poco, significava tutto e ora che ho poco tempo per farlo mi sento incompleto. Scrivere è stata, in primo luogo, una scoperta per me stesso fatta in un momento difficile, un abisso di profonda solitudine e rabbia,  la prima poesia che ho scritto in assoluto, ancora inedita, si intitola “L’odio e la rabbia”. Poi, un giorno, ho deciso di fare un bilancio della mia esistenza e, in quel momento, è nata e ho sviluppato l’idea del mio primo libro in assoluto, “Lucifero, la storia di un angelo caduto dal cielo”. Un libro che spero di riuscire a pubblicare al più presto. Scrivere, oggi, significa cercarmi, confrontarmi con me stesso e mettermi alla prova, comunicare con gli altri e soddisfare un po’ della mia vanità di aspirante scrittore. Concludo con una considerazione per me molto importante, scrivere significa sentirmi libero. Poche volte in vita mia mi sento libero come quando scrivo. Scrivo quello che mi pare, quando mi pare, come mi pare. Libero rendo di più, se poi aggiungi che è una delle cose che preferisco
in assoluto…

Com’è nata la voglia di scrivere un libro come quello che hai scritto?

Per rispondere per le rime a chi pensa che la mia generazione sia fatta da buoni a nulla e non prova a capire le difficoltà che si incontrano ad entrare nel mondo nel lavoro, o, meglio, per trovare un’occupazione decente. Purtroppo se non lavori si blocca tutto il resto della vita.

Come mai hai scelto quella foto per rappresentarti nel tuo blog? Non tenere conto che io mi nascondo dietro la mia Chopy e quindi rispondermi sinceramente…

Se ti riferisci alla foto del nuovo template la risposta è molto semplice. La scelta nasce dal nome del mio blog “Freddo Angelo di Fuoco”. Il nome del mio blog è ispirato dal titolo del libro di cui ti ho parlato in precedenza – “Lucifero, la storia di un angelo caduto dal cielo” – e da quello di una poesia, anche questa inedita, che credo mi rappresenti, soprattutto in alcune circostanze, piuttosto bene, “Ghiaccio bollente”. Approfitto dell’occasione per fare ancora una volta i complimenti a chi ha realizzato il template, Runa74.

Per lavoro hai lasciato la tua bella Puglia, per andare alla conquista di Roma. Cosa ha significato per te lasciare la tua terra? E cosa ti porti nel cuore?

Lasciare la Puglia ha rappresentato una liberazione, non tanto per la mia regione e i posti dove ho vissuto fino a qualche giorno fa, quanto per la mia storia personale e familiare. Andando via mi sono tolto un grosso peso psicologico. Sapevo che per ritrovare la mia serenità avrei dovuto cambiare aria e ne ho avuto conferma in questi giorni, spero continui così. Della mia terra porto con me il ricordo del mio migliore amico, il mare.

Hai pubblicato entrambi i libri con la casa editrice “Tutti Autori”. Com’è nata questa scelta? Hai cercato qualche casa editrice e poi hai deciso di darti una possibilità con questa forma di pubblicazione?

Si è  trattata di una scelta, per così dire, da incosciente. Completamente allo scuro delle regole che governano il mondo editoriale avevo chiesto un preventivo per “Io, me, medesimo, sottoscritto, scrivente… uno della Bamboccione generation” a un’altra casa editrice. Ho ricevuto la proposta editoriale, mi è sembrata esagerata per un perfetto sconosciuto e ho scelto una delle vie più semplici ed economiche per pubblicare un libro, quella della stampa su richiesta. Diciamo che mi sono voluto togliere la curiosità di pubblicare un paio di libri. Oggi il mio desiderio sarebbe quello di trovare un editore onesto che mi dice: “Mi piace quello che scrivi proviamo a pubblicarlo facendo un lavoro come si deve”.

Leggi e recensisci. Quale libro ti è  rimasto nel cuore e che consiglieresti?

Libri che mi sono rimasti dentro ce ne sono diversi, cito dei titoli a caso. “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello, “La metamorfosi” di Kafka, “Alcatraz un D.J. nel braccio della morte di Diego Cugia. Di quelli che ho recensito per “Liberidiscrivere” mi è rimasto dentro “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa perché, a mio avviso, trasmette molto bene la sensazione di angoscia che ti inghiotte quando vivi certe circostanze e “Il purtroppo delle cose” di Dimitri Verhulst, stile di scritture molto bello che dipinge quadri di emarginazione in maniera molto realistica. Consiglierei “Alcatraz, un d.j. nel braccio della morte” perché le sue provocazioni ti obbligano a riflettere e “Il purtroppo delle cose”.

Ti ha in qualche modo condizionato?

Tutti i libri che mi sono rimasti e mi restano dentro in qualche modo mi hanno condizionato e mi condizionano, partecipando e contribuendo al mio percorso di evoluzione interiore perché, in un modo o nell’altro, mi offrono degli spunti per riflettere, per conoscermi, per sperimentarmi.

Delle tue poesie, quale ritieni che ti appartenga di più? Che rispecchi maggiormente il tuo carattere?

Credo, come ti ho anticipato in precedenza, che la poesie che mi rappresentano al meglio siano quelle più istintive, dettate da quell’istante che ti brucia dentro e che ti fa pensare “Ecco, questa, in questo momento, è la mia verità”. Non posso dirti il titolo di una sola poesia perché la risposta cambierebbe a seconda del momento. Facciamo così, ti dico qualche titolo di poesia che ho pubblicato, provando a immaginare qualche momento. Amore: Ostaggi di uno sguardo; Immortale. Rabbia: Joker; Urlo ribelle; Loro non possono capire. Riflessioni: I miei pensieri.

Adesso parliamo di futuro. Quali progetti hai in mente? Quali altri Nicola impareremo a conoscere a livello artistico?

Spero di riuscire a pubblicare un paio di libri inediti. Ti anticipo i titoli, il primo, per la verità, lo conosci già “Lucifero, la storia di un angelo caduto dal cielo” il secondo si intitola “Il vortice”. Poi, forse, pubblicherò un nuovo libro di poesie, credo di averne scritte a sufficienza.

Hai nuovi lavori in vista?

Si, ho buttato giù la bozza di un altro libro, l’idea è completa devo trovare il tempo per scriverlo. Inoltre sto maturando l’idea di almeno un altro paio di libri. Le poesie, invece seguono l’istinto, vengono quando vengono.

Posso chiederti quando scriverai il continuo di “Io, me, medesimo, sottoscritto scrivente… uno della Bamboccione generation”?

Non lo so, forse non lo scriverò mai o forse si. Questo libro lo considero, per il momento, un esperimento. Temo che il tono ironico, demenziale, dissacrante possa, in qualche modo, togliere spazio a un elemento importante, quello del contenuto. Nel caso specifico quello relativo all’ingresso nel mondo del lavoro. Però, almeno sotto questo punto di vista, mai dire mai, magari mi sveglio una mattina e scrivo “Bamboccione generation 2, la vendetta”. Solo il tempo dirà cosa avrò voglia e cosa potrò fare.

Dopo aver risposto, spero sinceramente, a tutte le domande, ce n’è una che non ti ho fatto, ma che avresti voluto sentire? Un po’ alla Marzullo… Fatti una domanda e datti una risposta, almeno non ho bisogno di lavorare.

Giuro, sono stato sincero al massimo, considerando poi che da queste parti lavoriamo tutti gratis… Eccoti accontentato, domanda: “Caro Nicola, ma ogni tanto non ti vergogni un po’? Dico ma lo sai che, almeno un po’, scrivi anche per soddisfare la tua vanità di aspirante scrittore?”. Risposta: “È vero mi vergogno un po’, perché la storia della vanità dell’aspirante scrittore è vera, però è più forte della vergogna…”.

Ringrazio l’amico virtuale Nicola che spero un giorno di incontrare e di stringere la mano perché sa sorridere alla vita che lo ha messo spesso di fronte ai reali problemi della vita. Il mio personalissimo plauso a te, caro Nicola. Che Dio ti mantenga così!

Grazie a te caro Michele per l’intervista e lo spazio che mi hai dedicato, e ringrazio anche Giulia (per lo spazio che mi ha dedicato sul suo blog). Spero, un giorno, di poterti incontrare di persona e stringere la mano. Mi raccomando, quando vieni a Roma, avvisami, farò il possibile per esserci. Chissà, proprio tu potresti essere il primo in assoluto che conosco da quando sono nel mondo dei blog! Un desiderio che mi piacerebbe realizzare con un po’ tutte
le persone che ho conosciuto da queste parti. E, infine, grazie per l’augurio, magari mi metto in congelatore, così, forse, avrò più speranze di mantenermi fresco…

Il giorno della memoria: La strada di Levi

24 gennaio 2010

la strada di levi

LA STRADA DI LEVI   dvd&libro  di Marco Belpoliti, Andrea Cortellessa, Davide Ferrario  LA STRADA DI LEVI Da Auschwitz al postcomunismo Viaggio alla scoperta di un’Europa sconosciuta  di Davide Ferrario e Marco Belpoliti .

Presentazioni: 23.01, ore 17.00 Torino, Libreria Coop Piazza Castello 113: Marco Belpoliti, Davide Ferrario e Cesare Martinetti  27.01, ore 18.00 Milano, Teatro Franco Parenti Via Pier Lombardo 14: Marco Belpoliti, Andrea Cortellessa, Davide Ferrario con Anna Bravo e Stefano Jesurum.

Trailer: http://www.chiarelettere.it/gw/producer/producer.aspx?t=/documenti/multimedia.htm

:: Michele Ciardelli intervista Rossella Drudi

22 gennaio 2010

Cara Rossella, innanzitutto ti ringrazio per aver rilasciato questa intervista a me che intervistatore non sono. Per prima cosa volevo chiederti: nella vita reale, credi che ci sia veramente un bisogno d’amore così forte, così impellente, come dici nel tuo libro?

Ho sempre pensato che l’amore in senso lato sia il motore di tutto, della vita, della morte, dell’anima del nostro passato, presente e futuro. Non mi riferisco solo all’amore tra un uomo e una donna, o a quello tra madre e figlio, fratello e sorella etc, ma all’amore universale senza il quale tutto sfiorisce appassendo o cristallizzandosi nell’apatia nichilista del non vivere e nel compiacersi di tale situazione. L’amore fa paura a chi non crede nell’amore, a chi non sa amare e non riesce a provare nessun tipo di sentimento se non  vanità narcisistica sul suo sé, e sul suo io. A chi è così fragile da negarsi l’amore per paura di dover soffrire poi. Tutto questo provoca autodistruzione interiore in alcuni, piacere nel distruggere chi appare felice o sereno in altri, o semplicemente farsi del male per sentirsi vivi. La crudeltà nasce in chi non ha mai avuto amore, sono creature bisognose più di chiunque altro. Se si riesce ad aprire la loro corazza fatta di sfiducia e rassegnazione, tutto cambia come l’asse terrestre, che rallentando  un poco alla volta l’abituale velocità, arriverà a girare nel senso inverso. (2012) 

So che per scrivere il libro hai studiato e hai fatto moltissime ricerche. Hai letto i referti psichiatrici dei serial killer citati nel tuo libro, realmente vissuti: come la madre dei nove figli, la signora Tinning, che li ha tutti sotterrati. Come sono partite le ricerche? Ogni volta ti fermavi per cercare qualcosa, oppure prima hai studiato tutto quello che sapevi che avresti scritto? 

Sono partita proprio dalla fame d’amore (che non è quella della cena mancata citando il mio libro) da quanto questa vitale componente per noi umani, possa sviluppare devianze di vario tipo, la più comune è l’anaffettività, patologia riscontrata in quasi tutti i casi di serial killer studiati. L’idea della storia c’era già, ma andava condita per bene e quindi ho saccheggiato varie biblioteche nell’ambito della criminologia, contattato agenti specializzati della squadra anti mostro, letto testi del FBI e principalmente tutta la storia del primo cacciatore di menti della storia, Jhon Douglas , se oggi esiste Quantico lo dobbiamo a lui. E’ stato il primo a capire che bisognava interagire con la mente del serial killer, pensare come lui, sentirlo, entrando nella sua testa ed anima, per tentare di prevenirne le mosse. Non è cosa facile e non tutti la possono fare. Serve una forte dose d’empatia, intuizione e sensibilità oltre alla preparazione ed esperienza specifica.  Poi ho selezionato i serial killer che più facevano al mio caso per la storia che avevo in mente, creando il mio serial killer. Ho fatto delle schede piene di appunti e poi ho iniziato a scrivere senza fermarmi. Quindi ho studiato tutto prima.

Ti faccio una domanda che presumo ti abbiano fatto in molti. Tu sei prevalentemente una sceneggiatrice ormai affermata da oltre vent’anni: come hai fatto a discernere i due modi di scrivere? Considerando che la sceneggiatura vive tutto al presente e descrive le scene, mentre in un romanzo, il tempo spesso è tutto al passato e i fatti e le scene vanno tutte descritte per farle “vivere” al lettore. Come hai fatto a rendere le tue parole la cinepresa della tua mente? 

Si infatti me l’hanno fatta in molti, ma la risposta è semplice. In sceneggiatura esiste un solo tempo, il presente, mentre nel libro si gioca con i tempi cambiandoli sempre per rendere mossa la scrittura. Per il resto però non c’è differenza almeno per me. Le mie sceneggiature sono dei romanzi divisi per scene, nel senso che, nonostante i tempi siano diversi, le descrizioni di ogni azione, cosa, ambiente, abbigliamento, psicologie e pensieri dei personaggi, suoni, rumori e musiche e tutto quanto accade nella sceneggiatura, è descritto in modo visivo come in un libro. Inoltre non amo in sceneggiatura usare termini tecnici come MDP (macchina da presa) o altri simili, cerco di rendere visibile con le parole anche il movimento di macchina che immagino in quella scena, le parole esistono anche per descrivere un dolly senza nominarlo e tante altre cose. L’unico vero intoppo è con i flash Bach, nel libro non puoi metterli, serve l’espediente della persona che racconta l’antefatto, mentre io volevo renderlo vivo in diretta, ma l’editor mi ha detto di no. Temevo che il racconto non visivo fosse noioso (mi riferisco a quello che fa la suora in chiesa a Valeria e Stefano), non ne ero affatto convinta, poi però ho trovato il modo di descriverlo come volevo io facendolo raccontare a lei, ma in modo diverso. Per me visualizzare è tutto, immagino nella mia mente e vedo sempre delle scene girate come fosse già un film, questo accade qualunque cosa scriva. Poi non faccio altro che “copiare” quanto ho visto. Mi considero una sceneggiatrice atipica, perché faccio ricerche, studi approfonditi, indagini a volte anche rischiose ed interviste, prima di scrivere una storia di assoluta fantasia. Perché non so essere schematica pur restando fluida, io voglio leggere il film completo e finito in una sceneggiatura, per questo le mie pesano tanto e non sono mai inferiori alle 300 pagine. Nello scrivere un libro la differenza maggiore, a parte quelle tecniche sopra descritte, sta nell’assoluta libertà di pensiero e intenzioni. Puoi scrivere tutto quello che vuoi senza preoccuparti di quanto costa il film, se quella determinata scena poi è fattibile cinematograficamente e mille altre cose ancora. Per questo amo leggere e scrivere libri, anche se a oggi ne ho pubblicato solo uno per mancanza di tempo, ne ho svariati in semibozze nel cassetto e prima o poi riuscirò a terminarli. Un’altra differenza enorme sta nell’energia creativa che si sprigiona quando scrivi e tra la scrittura di un libro e quella di una sceneggiatura c’è una differenza enorme, quando scrivo un romanzo riesco a volare, non ho bisogno di mangiare ne di dormire, non mi stanco mai e sono felice e carica come una centrale elettrica. Quando scrivo una sceneggiatura, mi scoppia la testa, soffro, mi viene la fame nervosa, non riesco a fare altro, mi commuovo, recito le battute di tutti i personaggi e le cambio mille volte prima di metterle sulla pagina, studio le intonazioni, gli stati d’animo, la ritmicità della battuta che è matematica pura, come i tempi di recitazione 
… E’ diverso e logorante, amo tutte e due le cose ma il romanzo di più. 

Generalmente i serial killer sono tutti dei geni, sia quelli descritti nei libri, sia quelli purtroppo reali. Secondo te, cos’è che distingue un genio da un pazzo? 

Per nostra fortuna i serial killer non sono tutti dei geni. I veri geni del male sono infallibili e vengono presi solo quando loro decidono di farla finita. Non sono in grado di darti una risposta su cosa distingue un genio da un pazzo, per il semplice motivo che la follia è del tutto incompresa ancora oggi. Del nostro cervello si sa talmente poco, e poi ne usiamo ancora la minima parte. Credo che la follia sia una stato mentale a noi sconosciuto tutto da studiare nell’animo delle persone. La genialità è nel dna di chi la possiede in un campo o nell’altro, ci si nasce, ma anche qui è sempre nel cervello la soluzione, in quella massa grigia ancora inesplorata dalla scienza. Si dice “E’ un pazzo geniale”, dando per scontato che chi è un genio è anche pazzo, ma questo non è affatto vero, una semplice affermazione per chiudere ciò a cui non si può ancora dare una risposta, una semplificazione dell’ignoto. Comunque credo che un genio ami mettere al servizio altrui la sua genialità attraverso l’arte e le scienze, mentre un folle assassino, pone se stesso al centro del mondo disinteressandosi degli altri, non li vede proprio, se non come strumenti per i suoi percorsi e fini. 

In questo libro, Prendimi e uccidimi, metti in evidenza una parte della gioventù  di oggi molto malata. Che per vivere ha bisogno di emozioni forti. Come nel Fight club dove si consuma ogni sorta di droga e si vive l’amore in senso spesso deviato, come il fetish e il sadomaso. La gioventù di oggi è realmente così? 

No, la gioventù di oggi è così in minima parte, mentre nel mondo degli adulti, il livello sale di percentuale e molto anche. Con delle differenze sostanziali. I giovani che praticano queste emozioni deviate, sono rinunciatari in partenza, non sognano, non desiderano, non amano, si lasciano vivere e come dicevo prima, si fanno del male per sentirsi vivi. Negli adulti invece, che hanno sognato, desiderato e  amato, l’appiattimento emotivo e la paura di morire, li porta a provare emozioni sempre più forti per ricevere quell’adrenalina che non sono più in grado di far scaturire se non annullandosi in senso negativo. Lo scopo è lo stesso ma le modalità sono totalmente diverse. 

Tutta la storia parte da un orfanotrofio. Come mai? Forse perché  il carattere delle persone nasce proprio dall’infanzia ed è condizionante per il resto della vita? 

Hai centrato il punto. La nostra sfera emotiva e la futura personalità, si forma da zero a tre anni condizionandoci tutta la vita. Quindi tornando alla mancanza di una semplice carezza all’amore di una mamma è più facile in alcuni individui che questa grave mancanza, se non contestualizzata, si trasformi in varie forme di patologie gravi, ma non è così per tutti e per fortuna.

Nel mio racconto ogni personaggio ha un lato caratteriale che mi appartiene. Anche nel tuo?

E’ inevitabile dare qualcosa di te ad ogni personaggio, quindi si. 

Nel tuo libro c’è una frase che mi ha molto colpito e che ho voluto usare come porta ideale per introdurre la mia recensione che posterò nel blog infiniti sogni: «L’amore uccide, trasforma, distrugge! Io odio l’amore!» Vorrei una tua opinione. 

E’ la risposta alla mancanza d’amore di cui sopra. Chi non vuole soffrire crescendo e mutando, non amerà mai. Prova ad analizzare la frase e vedrai che è così, odio e amore sono speculari in ogni fattore, se non si soffre non si gioisce e viceversa, amare significa mettersi a nudo donandosi senza riserve all’altro, rinunciando ad una parte consistente di sé, ma se si ama solo se stessi questo non accadrà mai. 

Come mai l’hai voluto ambientare a Torino? Forse perché era il vestito ideale per le scene che avevi in mente? 

Volevo scrivere un thriller ambientato in Italia e non all’estero come fanno tutti. Quindi poi ho scelto la città più gotica dello stivale, Torino. 

Generalmente in un libro ci sono i buoni e i cattivi e sono molto ben delineati, ma tu misceli il tutto. In sostanza molti personaggi diventano vittime e carnefici nel corso di tutto il libro. Pensi che anche nella vita reale, ci troviamo spesso a miscelare questo dualismo antitetico? 

Si, ti sei risposto da solo. Niente è solo tutto bianco o tutto nero, noi siamo la miscela del tutto, poi le sfumature di ogni individuo stanno a renderci unici ed irripetibili. Tutti soffriamo di solitudine, abbiamo mille paure, non possiamo vivere senza emozioni, senza amare. La solitudine unisce tutti i personaggi legati alla mancanza d’amore in tutte le sue sfaccettature, per questo vittime e carnefici alla fine si equivalgono anche se in modi del tutto diversi, ma legati dal comun denominatore … mancanza d’amore = solitudine interiore e reale. 

Quanto ti senti libera di gestire il tuo estro e quanto invece ingabbiato dalle scadenze?

Nelle sceneggiature le scadenze di consegna contano, ma sono brava a rimandare se non convinta del lavoro, nei libri non ci sono scadenze e quindi sei sempre più libero. 

Un’ultima domanda: perché una persona dovrebbe acquistare il libro Prendimi e uccidimi? 

Forse per leggere quanto non abbiamo già raccontato in questa intervista ahahahah, scherzo. Sai bene che in un giallo bisogna incuriosire il lettore e mai raccontare la trama altrimenti è finita. Direi che se c’è qualcuno che ama i gialli introspettivi e adrenalinici, Prendimi e Uccidimi  è perfetto, ma anche per chi ama le storie d’amore passionali dai risvolti inaspettati, o solo per chi vuole passare qualche ora senza annoiarsi. 

Concludo dicendo che il giallo scritto dall’amica Rossella è un libro atipico nel suo genere. Perché ci sono dei risvolti inusuali per il giallo classico. Chi prima era vittima, si ritrova a fare il carnefice e viceversa. Persone che si ritrovano catapultate in una realtà che non pensavano esistesse. Persone che iniziano a fare i conti con se stessi. Un ventaglio di personalità che l’amore in tutte le sue sfumature anche quelle a tinte forti, diventa l’anello di congiunzione. È un giallo che non ha niente di romantico, ma che vive d’amore. In tutto il libro, niente è mai banale. E fino all’ultimo l’autrice tiene in scacco il lettore. Solo l’epilogo da la risposta ai molti interrogativi che l’autrice sapientemente ha saputo intessere. Quindi faccio i miei personalissimi complimenti all’amica Rossella e concludo con una richiesta: quando uscirà il continuo? 

Quando riuscirò a trovare il tempo per finire “Centurie” ambientato a Venezia un horror gotico del tutto diverso da Prendimi e Uccidimi. Qui non ci sono serial killer, ma il sottotesto narra di cose attualissime della nostra società malata, mentre l’intreccio narrativo ci porta  lontano ai primordi della religiosità, attraverso percorsi esoterici che si collegano all’era odierna e il protagonista è un bambino.

:: Intervista a Victor Gischler

20 gennaio 2010

gischlerCiao Victor e benvenuto su Liberidiscrivere. Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di te. Chi è Victor Gischler?

Sono un tontolone, uno sciocco ragazzo che ha voluto fare della scrittura il suo mestiere per vivere. Nessuno però mi aveva detto che la scrittura è un lavoro davvero duro. Oh bene, passiamo alle cose serie. Amo la buona birra, il buon vino e le belle ragazze. Mia moglie dice che non c’è nessun problema con la birra e il vino.

Victor da Baton Rouge, Louisiana. Raccontaci qualcosa della tua città.

In Lousiana fanno un cibo così buono. Hanno messo il burro praticamente in tutto! Ho preso 30 punds da quando vivo a Baton Rouge.

Raccontaci qualcosa del tuo esordio. La tua strada per la pubblicazione.

Il mio primo romanzo si intitola Gun Monkeys ed è stato pubblicato da un editore molto cool, ma molto piccolo chiamato UglyTown. Una nomination agli Edgar Award ha salvato il romanzo dall’ oscurità e poi un editore più grande mi ha preso per i romanzi futuri. L’ editoria è un settore che non potrò mai comprendere appieno. Sembra molto che tutto dipenda dalla fortuna. I miei meravigliosi editori italiani mi trattano molto meglio rispetto al mio editore americano. Sono molto gratificanti. Per il futuro mi limiterò a continuare a scrivere i libri migliori che posso e a tenere le dita incrociate.

Scrivi a tempo pieno, adesso? Ci sono lavori che hai tenuto in passato?

Ho insegnato presso l’Università e in alcuni college, ma appena ho potuto sono tornato alla scrittura a tempo pieno. Oltre ai romanzi, scrivo anche per la Marvel Comics ed è molto divertente.

Raccontaci qualcosa circa il suo romanzo d’esordio "Gun Monkeys", pubblicato in Italia da Meridiano Zero e intitolato "La gabbia delle scimmie".

È un romanzo nella tradizione hard-boiled. Volevo scrivere qualcosa di "duro" ed è così che è nato Gun Monkeys. Ho agito molto liberamente, non preoccupandomi di offendere qualcuno.  Ho pensato che tanto non sarebbe mai stato pubblicato e che nessuno l’avrebbe visto comunque,  perché quindi preoccuparsi.  Charlie Swift è una delle scimmie  Stan’s Gun. E’  un assassino, un uomo senza paura, fedele al suo capo, all’amore per la sua
ragazza Marcie. Sì.
Un vero uomo del Rinascimento.(ride) Completa il tutto una serie di descrizioni iperrealistiche di violenza sanguinaria e con un linguaggio molto crudo. Fughe adrenaliniche, personaggi esilaranti, risate.

Ti piace Crank con Jason Statham?

Divertente. Sì, mi è piaciuto. Mi piace perché è piuttosto irriverente e non si scusa. Hooray per Crank.

Punk blues o rock n roll come colonna sonora?

Per che cosa? Gun Monkeys? Avrebbe dovuto essere un mix – Waren Zevon, Frank Sinatra e Johnny Cash!

Raccontaci qualcosa di "Go-Go Girls of the Apocalypse". L’uso del linguaggio, l’atmosfera, tutto è veloce e diretto.

Sì. Volevo cercare  per questo romanzo di camminare su una corda tesa tra azione vera e propria , avventura e satira. Ho preso amorevolmente in giro altri romanzi post-apocalittici che sono venuti prima. Ho sempre desiderato scrivere queste cose e sono quindi molto sorpreso quando gli editori in realtà vogliono pubblicarle.

Raccontaci qualcosa di "Shotgun Opera".

Il protagonista è in corsa per la sua vita con un assassino sulle sue tracce. L’idea era  di descrivere cosa succede nella testa di un tizio che uccide per vivere quando decide di andare in pensione Che cosa potrebbe fargli venir voglia di andare in pensione? E poi che cosa potrebbe farlo uscire di nuovo dal pensionamento.

"Squeeze Suicide" è il terzo romanzo, il più divertente, pieno di strani personaggi, un gangster giapponese ossessionato con l’America, una squadra di ninja letali, una ragazza chiamata Tyranny Jones, un ex agente della NSA. Un inseguimento continuo tutto  per una figurina da baseball firmata nel 1954 sia da Joe DiMaggio che da  Marilyn Monroe. Raccontaci qualcosa di più.

L ‘ "eroe" si fa per dire di questo romanzo è una sorta di perdente. Ho voluto creare tutta una sorta di strani personaggi che vanno contro di lui da ogni direzione. Che cosa farebbe un ragazzo "normale" in queste circostanze? Tutto è nato da questo.

"The Pistol poets" è un nuovo tipo di romanzo poliziesco, con un gusto anarchico che mescola la criminalità e il mondo accademico, il più nero dei tuoi libri. Puoi dirci qualcosa al riguardo.

Come accademico di recupero, ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere un libro che fosse  una specie di Elmore Leonard che incontra Kingsly Amis. Il risultato è stato "Pistol Poets." Ho un amore / odio per il mondo accademico. Lo amo, perché l’università è un luogo di libero pensiero e di creatività e di idee … ma lo odio per la pretenziosità e tutto quel darsi grande auto-importanza.

"Vampire a Go Go" è un racconto di vampiri, zombie, streghe, Ti piacciono i film horror vecchi? Erano un’ influenza?

Io amo il vecchio film horror Hammer.

Hai letto un sacco di John Macdonald. Ti ha influenzato?

Macdonald era un grande della letteratura poliziesca, e da giovane ho letto tanto di lui e in questo senso sicuramente mi ha influenzato.Ma penso che i miei personaggi ora sono molto diversi dai suoi.

Scrivi una sorta di neo noir senza bravi ragazzi. Perché hai scelto questo genere di fiction?

Io in realtà non l’ho scelto … Appena ho iniziato a scrivere è venuto fuori così, naturalmente.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un romanzo basato sul videogioco The Elder Scrolls e sono molto curioso. Io e mia moglie amiamo giocare a questo gioco, quindi voglio vedere come si traduce in una fiction.

Sei insegnare di scrittura creativa? Cos’è il talento per te? Più duro lavoro o solo un dono?

Ho insegnato scrittura creativa e lo farò ancora, se qualcuno mi farà l’offerta giusta. Non credo che si possa insegnare il talento, ma lo si può riconoscere in uno studente e alimentarlo.

Che cosa è per te la libertà ?

Essere in grado di rimanere a casa e lavorare tranquillo nel mio studio. Vivere la vita come mi piace senza che qualcuno mi dica cosa fare "per il mio bene".

C’è qualche progetto di film tratto dai tuoi libri?

Monkey Gun è opzionato e Lee Goldberg ha scritto la sceneggiatura. Abbiamo un regista e adesso una grande star di Hollywood (shhhhh segreto …) sta cercando di decidere se prendere il ruolo di protagonista. Go-Go Girls of the Apocalypse è anche opzionato, e stanno lavorando su un progetto di 2  script. Abbiamo anche un affare in sospeso per "Il Deputato", il mio romanzo poliziesco che uscirà in aprile 2010. Dita incrociate. Sono molto fiducioso.

Scrivi racconti o solo romanzi?

Se qualcuno mi chiede una storia breve, provo a scriverla.

A quali progetti stai lavorando ora?

Una sceneggiatura per un film di zombie. Inoltre, molti fumetti per la Marvel. Comincerò un nuovo romanzo il mese prossimo.

Descrivimi una tua tipica giornata passata a scrivere.Hai delle abitudini di scrittura particolari?

Non c’è un giorno tipico. E ‘sempre caos. MY LIFE IS CHAOS!

Ti piaciono i gialli scandinavi ?

Si, sono sempre aperto ai suggerimenti.

Chandler o Hammett?

Chandler.

Eventuali consigli per gli aspiranti scrittori?

Leggere leggere leggere leggere leggere.

:: Intervista a Veronica Stigger

18 gennaio 2010

vstiggerCiao Veronica è  un piacere intervistarti per Liberidiscrivere. Parlaci un po’ di te dei tuoi studi del tuo lavoro del tuo tempo libero. Racconta ai nostri lettori italiani chi è Veronica.

Per me è un grande piacere rispondere a questa intervista per Liberidiscrivere. Mi piace tantissimo l’Italia, dove ho sviluppato parte delle mie ricerche di dottorato (in 2003) e la mia ricerca di post-dottorato (in 2009). Oltre ad essere scrittrice, sono anche professoressa universitaria e critica d’arte. Vengo dal sud del Brasile, dalla capitale del Rio Grande do Sul (una provincia vicina al Uruguay e all’Argentina), che si chiama Porto Alegre. Ma vivo e lavoro a San Paolo dal 2001. Insegno storia dell’arte, più precisamente il modernismo brasiliano, presso alla Fundação Armando Álvares Penteado (FAAP), a San Paolo. Ho appena finito un’altra ricerca post-dottorale, presso il Museu de Arte Contemporânea da Universidade de São Paulo, sul concetto di esperienza nell’opera di un artista brasiliano troppo interessante e poco conosciuto fuori dal Brasile, Flávio de Carvalho.

Innanzitutto giornalista, raccontaci della tua esperienza, per quali giornali e riviste hai lavorato cosa ti ha insegnato la sala stampa.

Ho lavorato per tre anni come giornalista, in tre media: radio, TV e giornale. Tutti i tre della stessa azienda giornalistica, la RBS (Rede Brasil-Sul de Comunicações): Rádio Gaúcha, RBS TV e Zero Hora (giornale). Nella radio e nella TV, ho fatto di tutti un po’. Nel giornale, invece, ho lavorato presso la sezione culturale, scrivendo su arte, musica, letteratura ecc. Ma ho lasciato il giornalismo quando avevo 25 anni per dedicarmi esclusivamente alla ricerca universitaria. Volevo essere ricercatrice e professoressa.

Vivi a San Paolo, raccontaci qualcosa del tuo Brasile.

È difficile per me parlare del mio Brasile, perchè tutto qui cambia molto velocemente e ho sempre più il sentimento di che il mio Brasile, in verità, non esiste più. Quando ritorno a Porto Alegre, non riconosco più la città. Non è più quella città della mia infanzia, o sia, quella città della mia memoria, dei miei ricordi. Le aziende, i luoghi, le persone non sono le stesse. È tutto diverso. San Paolo è ancora peggio. Sei mesi fuori San Paolo è sufficiente per trovare la città tutta trasformata. Per questo, forse, mi piace tanto la mia Italia, che, al contrario, sembra sempre la stessa. Certo, la trasformazione, il cambiamento sono necessari, anzi imprescindibili per la vita; però, non si può, con questo, perdere il carattere di una città o di un paese, il genius loci.

Hai conseguito il dottorato di ricerca in Teoria e Critica d’Arte all’Università di San Paolo. Vuoi parlarcene?

Io e Eduardo Sterzi, mio marito, siamo andati a San Paolo per sviluppare i nostri dottorati. Lui in Teoria e Storia Letteraria all’Università di Campinas, ed io in Teoria e Critica d’Arte all’Università di San Paolo. Ho sviluppato una ricerca sul rapporto fra arte, mito e rito nella modernità. Ho studiato più profondamente le opere di quattro artisti fondamentali dell’arte novecentesca: Piet Mondrian, Kazimir Malevic, Kurt Schwitters e Marcel Duchamp.

Quali sono i tuoi scrittori brasiliani preferiti? Ci sono degli esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Mi piacciono moltissimo Machado de Assis e Carlos Drummond de Andrade. Credo che sono i più grande scrittori brasiliani. Mi piacciono anche e mi hanno particolarmente colpito e influenziato Oswald de Andrade e Flávio de Carvalho, che io ho studiato (e continuo a studiare) nelle mie ricerche accademiche. Fra i narratori contemporanei, mi piacciono Bernardo Carvalho e Jerônimo Teixeira. Mi piace anche Marcelo Mirisola, così come João Paulo Cuenca. Nel 2008, ho letto uno dei più belli libri di quell’anno, che è stato scritto da due giovani autori, Emilio Fraia e Vanessa Bárbara, e si intitolava O verão do Chibo. Gli ultimi libri di scrittori brasiliani che mi hanno colpito sono stati Golpe de ar, di Fabrício Corsaletti, e Monodrama, di Carlito Azevedo, tutti i due pubblicati nell’anno scorso. 

Raccontaci del tuo debutto nel mondo letterario. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

In 2002, un amico mi ha invitato a pubblicare alcuni racconti nel site portoghese Ciberkiosk (www.ciberkiosk.pt), che non esiste più. I pochi racconti che io avevo scritto fino a quell’anno sono stati pubblicati da questo site. Agli editori di Ciberkiosk, che erano anche i proprietari della casa editrice Angelus Novus, da Coimbra, piacquero i miei racconti e loro mi hanno richiesto il libro da cui i testi facevano parte: loro volevano pubblicarlo. Il problema era che io non avevo finito il libro. Ma non volevo lasciare passare questa opportunità. Ho richiesto alcuni mesi per concludere il libro, sviluppare alcune idee già registrate e infine inviare l’originale. Così è nato O trágico e outras comédias (Il tragico ed altre commedie). E per questo il mio primo libro è stato pubblicato prima in Portogallo, nel 2003. Solo nell’anno successivo, nel 2004, O trágico e outras comédias è uscito in Brasile, per la casa editrice 7Letras, di Rio de Janeiro. 

Sei una dei più  promettenti giovani autori brasiliani. E’ per te una responsabilità? In quale modo pensi di portare avanti la voce del Brasile nel mondo?

Sì, penso di continuare pubblicando i miei racconti fuori dal Brasile. In 2010, uscirà un’antologia di scrittore brasiliani per la casa editrice Tranan della Svezia. E il mio racconto “Olivia Palito”, che fa parte del Gran Cabaret Demenzial, sarà in quest’antologia.

Nel 2007 hai pubblicato “Gran Cabaret Demenzial” per Cosac Naify. Vuoi parlarcene.

I miei due libri, O trágico e outras comédias e Gran Cabaret Demenzial, sono stati fatti lungo la realizzazione del mio dottorato. Il primo libro, O trágico e outras comédias, è stato scritto durante la prima fase di ricerca, la fase in cui mi h
o dedicato a studiare il funzionamento, per così dire, dei miti e dei riti. Forse per questo vedo nei racconti di questo libro echi delle letture di quello periodo. Mi pare che nella struttura delle narrative si può identificare un certo carattere mitico. Nei racconti di O trágico, la narrativa è spesso centrata in uno solo personaggio, che è rappresentato deliberatamente senza profondità psicologica. Questo personaggio realizza un’ azione o una serie di azioni che solo acquistano senso se l’azione o le azioni sono compresse entro una realtà determinata – la realtà intrinseca al personaggio –, che si configura come una realtà paralela alla nostra realtà. Le azioni dei personaggi corrispondono molte volte alla logica imprevista dei miti o sembrano rispondere alle regole di uno rituale che rimane sconosciuto ai lettori – e, alcune volte, anche per me. Il Gran Cabaret Demenzial è stato scritto lungo la seconda fase della mia ricerca di dottorato, la fase in cui sono stata a Roma per studiare – forse per questo il titolo del libro proviene da un annuncio di una festa che ho visto nella capitale italiana. In questa fase, ho studiato le opere di Mondrian, Malevic, Schwitters e Duchamp e ho approfondito le letture sull’avanguardia storica. Penso che nel Gran Cabaret ci sono vestigi di queste letture. La organizzazione stessa del libro nella forma di un “cabaret” fa ricordare l’organizazione dei spettacoli di avanguardia: in una stessa serata, un numero di danza succedeva un numero di musica che succedeva una recitazione di poema che succedeva la lettura di un manifesto ecc. Nel Gran Cabaret Demenzial, ci sono testi dei più diversi generi: racconti, poemi, un testo teatrale, un annuncio pubblicitario, una notizia giornalistica, una conferenza ecc. Ma, per me, tutti i testi rispondo allo stesso principio narrativo, che è quello del racconto.

Scrivi anche racconti tra cui due pubblicati in Italia "Durante" (in Lusofonica, La Nuova Frontiera, 2006) e "Teleferica" (in Il Brasile per le strade, Azimut, 2009). Ami scrivere racconti?

Si. Mi piace moltissimo scrivere racconti. Sono amante delle storie brevi. Mi piace tantissimo lavorare con qualcosa di strano, qualcosa che causa un certa stranezza. E, per mantenere la stranezza, bisogna essere brevi, perchè se l’incontro con lo strano si estende può accadere di abbituarci allo strano e finire per considerlo famigliare. La brevità del racconto concentra e intensifica la stranezza, perché non permite che il lettore abbia il tempo per trovare lo strano qualcosa di famigliare.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sto leggendo Los detectives salvajes, di Roberto Bolaño. È un libro veramente impressionante.

Sei sposata con il poeta, saggista e critico Eduardo Sterzi raccontaci qualche episodio divertente che lo riguarda.

Eduardo è il più  grande specialista brasiliano di Dante Alighieri. Lui ha studiato la Vita Nova nella sua tesi di dottorato, proponendo una rilettura di questo testo dantesco come origine intempestiva di quello che chiamiamo lirica moderna. No so se questo è divertente, ma è curioso, no?

Sei impegnata nella stesura di un nuovo libro? Vuoi parlarcene e anticiparci qualcosa?

In maggio, uscirà  il mio terzo libro di racconti, Os anões (I nani), anche pubblicato da Cosac Naify. Sto lavorando in due altri libri. Uno dei due sarà anche di racconti e si chiamarà Sul (Sud). Saranno tre testi con formati diversi: uno racconto propriamente detto (che già è pronto e si intitola 2035), un testo teatrale (che si chiamerà Mancha [Macchia]) e forse un poema lungo. L’altro sarà una novela e avrà un titolo in polacco: Opisanie świata, che vuol dire “descrizione del mondo” e ch’è come si chiama Il Milione di Marco Polo in polacco. Il libro sarà come una descrizione del viaggio del protagonista Opalka, un polacco cinquentenne, che va dalla Polonia all’Amazonia, in Brasile, per conoscere il suo figlio chi è gravemente malato in un ospedale a Manaus.

:: Intervista a Luigi Romolo Carrino

15 gennaio 2010

carrino2grandeGrazie Luigi di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Chi è Luigi Romolo Carrino?

È informatico e scrittore. Ha quasi 42 anni spesi al massimo delle sue possibilità. Vive a Roma, è nato a Napoli, ma spesso lavora a Milano.

Scrittore per caso o per passione?

Passione. Una passione assolutamente urgente. La scrittura è un fondamentale della mia vita, sempre stata. Sono tuttavia stato sedotto anche dall’informatica, la parte di ingegneria del software (da non confondermi con gli smanettoni della tastiera o con gli architetti di prodotto), una passione anche per gli algoritmi volti a soluzioni di automazione. E poi, scrittura e informatica non sono così distanti…

Parlaci del tuo esordio. E’ stato difficile e sofferto o ti ha dato più soddisfazioni che amarezze?

Ho più di un esordio. L’esordio come autore di programmi radiofonici, avvenuto nel 1995 in una radio regionale campana. L’esordio in poesia, con Il Settimo Senso, nel 1998 per Il Laboratorio Le Edizioni. L’esordio teatrale, avvenuto nel 2002 con Ricordo di Famiglia, al Teatro Stabile del Giallo di Roma. L’esordio come curatore, per Magnum Edizioni, nel 2004. L’esordio nella narrativa, con i racconti per Mondadori, nel 2006. E poi Acqua Storta, il primo romanzo (o racconto lungo, che lo si chiami come si vuole), nel 2008. Esordio difficile? Direi di no, anzi. Ho solo e sempre aspettato il momento giusto, quando mi sentivo pronto.  

carrino1Come sei arrivato alla pubblicazione? Parlaci del tuo rapporto con il tuo editore. Marco Vicentini com’è visto da vicino? Raccontaci un aneddoto divertente o bizzarro che lo riguarda.

Mi ha cercato Daniele Scalise, per Men on Men 5, partendo da un paio di racconti che “IQuindici” avevano pubblicato sul loro portale. Qualche mese dopo, a Meridiano Zero ho inviato Esercizi sulla madre (un mio romanzo legato semanticamente a Pozzoromolo, e che verrà pubblicato presumibilmente nel 2011), perché mi piaceva la collana Gli Intemperanti. Mi chiamò lui in persona, era agosto, per dirmi che il romanzo gli era piaciuto e che intendeva pubblicarlo. A un paio di mesi dall’uscita Marco mi consigliò di rivedere la scaletta di pubblicazione, e ho esordito con Acqua Storta. Marco Vicentini è prima una  persona fantastica e poi l’editore che tutti vorrebbero avere. Rispetta il tuo lavoro, ti consiglia, ti massacra se necessario, ti evidenzia tutte le falle del testo, ne discute con te ma non si impone mai (ma se le cose per lui non funzionano non si va in stampa, questo è certo). Ho un rapporto meraviglioso con lui, anche con gli altri membri della redazione. Beh, Marco è poco fisionomista. Ci siamo dovuti vedere almeno 4 volte prima che lui, incontrandomi, mi riconoscesse a botta sicura.  

carrino2Acqua storta, il tuo primo romanzo pubblicato, è un libro breve quasi un lungo racconto in cui tratti temi difficili con naturalezza. Ti sei ispirato alla cronaca, ad avvenimenti reali?

Giovanni Acqua Storta doveva essere raccontato. Sì, certo, ho preso spunti da voci di paese su due ragazzi appartenenti a famiglie di camorra della mia zona. E poi da una storia realmente accaduta, un boss mafioso che condannò a morte la sua stessa figlia per adulterio. Ma gli spunti finiscono qua. Acqua Storta rappresenta l’impossibilità del pensiero, di pensare il pensiero. Ho utilizzato questo contesto perché l’ossimoro camorra-omosessualità – con le sue evidenti leggi di machismo e virilità, di potere e prevaricazione, di discriminazione e plagio emotivo, leggi di violenza spesso intersecate con deliri esoterico-religiosi –, suggerisse senza possibilità di fraintendimento alcuno l’estrema similitudine del modo in cui l’omosessualità, l’omosessuale, viene considerato nella società, anche nella ‘civile’ Italia. L’unica differenza, tra i due contesti, sta nel fatto che non ti ammazzano fisicamente (oddio… visti i recenti casi di omofobia, non è manco detto). Detto questo, Acqua Storta è una bella storia d’amore. Un amore totalizzante ma non onnipotente. E sebbene i protagonisti di questa storia – Giovanni, Salvatore, ma anche Mariasole – non facciano una bella fine, sono contento che abbiano intensamente vissuto le loro passioni. 

Pozzoromolo, il tuo ultimo libro, parla di follia, di amore, di morte con un linguaggio poetico e destrutturato molto difficile da creare, che libri hai letto durante la sua stesura, a che scrittore ti sei ispirato?

Pozzoromolo è sangue crudo. La lingua spazia su quattro registri narrativi, e definisce il processo che Gioia usa per catturare il ricordo che le sfugge, che le viene sottratto dalla terapia farmacologia e dal suo meccanismo di rimozione. Non mi sono risparmiato nulla. Un percorso sul riconoscimento di sé, un processo identitario, la ricerca della ragione per la quale è venuta al mondo, discendendo nel pozzo fondo della nostra mente, come mezzo di purificazione, e risalirne quindi ‘modificati’. Io vengo dalla poesia, e ne leggo tanta. Forse le ellissi della Dickinson e gli accostamenti sintattici della Gualtieri mi hanno aiutato. Sono anni che studio Lurija… Ho una fissazione sul discorso ‘memoria’. Ho letto molti testi dell’editore “Sensibili alle foglie”, testimonianze di persone internate. La mia amica, nonché coinquilina, nonché primo editor delle cose che scrivo, è una psicologa (sai quante volte le rompo le scatole nel pieno della notte?). Ho preso ispirazione dai pazienti che ho conosciuto… Ma anche da Francis Scott Fitzgerald (di Tenera è la notte ne sto facendo un remake), da Elsa Morante, da Pasolini, da Merini, da Shakespeare…. Eh, so’ tantissimi, difficile dire questa summa da dove proviene. 

carrino3Parlaci di Esercizi sulla madre è vero che avrebbe dovuto essere il tuo libro di esordio? Di che temi trattava? Verrà pubblicato?

In parte ho risposto sopra. Pozzoromolo è raccontato nell’arco di un anno, attraverso questa forma a metà tra il diario e la confessione. Gli Esercizi, si svolgono nel tempo letterario di una sola notte, la notte in cui Gioia venne abbandonata dalla madre. Come dicevo è un romanzo, ma anche qui ho voluto sperimentare forme diverse, e ho intrecciato tecniche del racconto con quelle del monologo teatrale. Sono dieci monologhi che hanno per protagonista una madre, e rappresentano in sostanza sono le inferenze di Gioia sul motivo dell’abbandono materno. Dieci madri diverse, dieci motivi diversi, quasi comandamenti della ragione. C’entra anche il Test di Rorschach (le 10 tavole usate per il test sulla personalità) sommi
nistrato a Gioia, e poi il suo stesso lungo monologo (qui, teatralmente parlando) che lega i dieci racconti della madre. La lingua è più ricca, ma i temi sono più ‘scuri’ ancora, quasi horror in certi ‘esercizi’.  

Ami la poesia? Quale poeta ti ha particolarmente influenzato dandoti preziosi insegnamenti sulla vita, l’amore, la libertà?

Emily Dickinson, una poetessa terribile, reclusa, pazza, invasata, eccezionale. Emily mi ha guidato negli anni dell’adolescenza, mi ha strattonato, mi ha fatto capire che per capirti, dirti, comprenderti, non c’è bisogno sempre di andare al limite del mondo. E poi, che si può dare tanto in termini di poesia, di messaggio, anche restando chiusi trent’anni dentro casa tua. Per questo il suo approccio alla conoscenza, le sue lettere, sono stati la mia iniziazione ‘seria’ alla scrittura e, quindi, alla vita.

L’identità sessuale è un tema che tratti con profonda sensibilità, con rispetto, con pudore, i tuoi personaggi spesso sono caratterizzati da scelte sofferte. In che modo questo tema incide sulla tua narrativa?

L’identità sessuale è solo uno degli elementi delle cose che scrivo. Un pretesto, se vuoi. Il processo identitario mi è necessario per manifestare la base della mia poetica, ovvero la ricerca/accettazione di un sé quanto più autentico possibile, privo di tutte le stravaganze da ‘terapia comportamentale’ adottate in funzione della rappresentazione di sé.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri, non tanto nei fatti, più che altro nella caratterizzazione dei personaggi?

Il 100%. Tuttavia non troverai mai un personaggio che vive un avvenimento in modo ‘uguale’ a come lo abbia potuto vivere io. A volte non c’entra niente con la realtà dei fatti. Sottopongo le mie esperienze a un processo di trasformazione e di trasfigurazione. Posso transocodificare la sensazione di paura provata facendo un bagno in piscina a 5 anni con il terrore delle cose fluide sulla pelle.  

Carrino e la critica. C’è una recensione che ti ha particolarmente colpito, facendoti esclamare finalmente mi hanno capito?

Sai, critica e recensione non sempre vanno a braccetto. Sono molto attento al parere dei lettori, di tutti i lettori che vogliono interagire con me (in questo senso, sono molto attivo sul web). Di solito – ma credo sia fisiologico – mi concentro maggiormente sulle critiche negative. Perché ce ne sono, anche se nessuno perde tempo a fare una recensione negativa (a meno che non hai venduto più centomila copie) e spesso te lo dicono a voce (magari è anche una carineria, una cortesia). Detto questo, le parole di Francesco Gnerre su Acqua Storta mi hanno quasi commosso, e anche le parole spese per il mio lavoro da Francesco Durante sono state un bel toccasana, uno sprono. E poi sì, la mail di apprezzamento che mi mandò Roberto Saviano. Ma sono cose affettive, non c’entrano molto con la frase “finalmente mi hanno capito”. Ultimamente anche le parole di Paccagnini e quelle di Serino mi hanno molto inorgoglito. 

Carrino e Pasolini. A mio avviso c’è una poetica del dolore che vi accomuna. Questo parallelismo lo condividi?

Pasolini è  un patrimonio italiano (e non solo). Amo Pasolini, ovvio che lo amo. Ma da qui a paragonarmi a lui, seppure nell’accezione della poetica che dici, direi che è quasi blasfemo. Ti ringrazio però, mi hai fatto contento con questo accostamento, solletichi la mia vanità. Tuttavia aspettiamo una ventina d’anni, vediamo cosa sono capace di fare, se ce la faccio. Anche se non credo riuscirò mai a scrivere qualcosa come Le ceneri di Gramsci, o a fare un film come Accattone

Napoli e Roma sono le tue città cosa le accomuna e cosa le differenzia? Dove ti senti veramente a casa?

La cosa in comune è la carnalità della gente. Io lavoro spesso a Milano, ti garantisco che la differenza con le città del nord  c’è e la senti sulla pelle. Non sto dicendo che una è meglio dell’altra. Mi piacerebbe trasferire a Napoli un po’ dell’efficienza dei servizi milanesi… Ma in fondo sono luoghi comuni, anche se posso affermare tranquillamente che se dovessi essere costretto a vivere in Milano mi butterei dal Duomo dopo la prima settimana. È buffo ma io spesso mi riferisco a Roma come alla mia matrigna buona. Tuttavia, è difficile che passi un mese senza che io metta piede a Napoli. Anzi: è impossibile. 

C’è qualche autore esordiente che ti ha particolarmente colpito per freschezza, talento, inventiva?

Il tempo materiale di Giorgio Vasta e L’infanzia delle cose di Alessio Arena. Li ho amati talmente tanto che ho inserito nel finale di Pozzo riferimenti ai loro rispettivi lavori. Sono due autori molto diversi, per formazione, stile, temi. Nella scrittura di Arena convivono inferni molto diversi (linguistici, territoriali) e in quella di Vasta, invece, c’è spesso genio e coraggio di tradire l’aspettativa di verosimiglianza. Arena lo conosco personalmente. Mi piacerebbe conoscere anche Vasta, spero capiti presto.

Ti piacerebbe pubblicare una tua raccolta di poesie? Ci sono progetti in merito?

Ho pubblicato finora due raccolte di poesia. La seconda (la prima l’ho citata poco sopra) è Tempo Santo – Liturgia della memoria, nel 2006, per i tipi di Liberodiscrivere Edizioni. Ne ho appena approntato una terza, Certi ragazzi, ma non sono ancora convinto, voglio farla ancora sedimentare. Io ho scritto e scrivo molte poesie, ma alla fine ci vuole distanza temporale per capire se effettivamente valgono qualcosa.

A che libro stai lavorando attualmente, puoi anticiparci qualcosa?

Principalmente due. Uno ha per titolo provvisorio Il Procuratore; si parla di omosessualità nel calcio. L’altro riguarda un gruppo di colleghi che sta per perdere il lavoro. Una cosa divertente, almeno credo, con incursioni nel mondo politico e economico. E poi il rewritten del capolavoro di Fitzgerald (spero i puristi non mi lincino…).

Le foto sono di Barbara Guazzone Barolo

Nicola Fabio Vitale recensisce Strane cose domani di Raul Montanari

10 gennaio 2010

L’idea dell’eterno ritorno, del continuo ritorno al punto di partenza contrapposta all’idea della vita che scompare per sempre, quel che è stato non significa nulla. Quale delle due affermazioni è più verosimile? La tentazione di ripartire da zero, spesso, è grande, ma non sempre è possibile, quasi mai. Quel che è stato, prima o poi, riappare. La vita si dimostra più forte della volontà e dei desideri dei protagonisti lasciandoti a una sensazione di continuo sconforto, quella di essere soli contro il resto del mondo, si rivela simile a un’ingombrante ombra che ti spinge sempre verso il punto di partenza, dal quale ripartire in maniera sempre diversa. Sei obbligato a rivivere incubi che vorresti solo dimenticare consapevole che è già stato sufficiente viverli una volta soltanto, e devi fare, inevitabilmente, i conti con il passato che ti costringe a un confronto con interrogativi cui è difficile dare una risposta, interrogativi che mettono in discussione il confine tra il giusto e lo sbagliato. In “Strane cose, domani”, l’ultimo libro di Raul Montanari (Baldini Castoldi Dalai editore, 2009, 279 pg., 17,50), il protagonista si confronta con questa drammatica sensazione, spera di poterla lasciare in un angolo insieme al suo scomodo passato mentre gli avvenimenti della sua esistenza vanno nella direzione opposta e, infine, si ritrova a essere travolto da tutto lo stato delle cose che lo hanno visto protagonista. Tutto inizia con il ritrovamento di un diario abbandonato, un evento che provoca la curiosità del protagonista spingendolo a cercare l’autrice che ha deciso di abbandonare quelle pagine piene di brani di vita dai quali emerge un profondo dolore. Il protagonista comincia la ricerca e, parallelamente, inizia a svelare la sua storia, descrive i suoi stati d’animo, racconta la consapevolezza che il suo nocciolo di uomo si è formato nelle tristi disavventure di un ragazzino con tutte le incertezze e le debolezze che ne sono scaturite. Sensazioni che si confondono con i nomi di molte donne, Eliana, Chiara, Federica, Cristiana, Livia e tante altre ancora.  Con ognuna di esse ha un rapporto diverso dal quale emerge una parte del suo modo di essere, della sua storia, quella di un uomo disonesto negli atti ma onesto nella coscienza e che, proprio per questo motivo, attira tanto la loro attenzione, la sua condanna e il suo tormento. I suoi errori, la sua sensazione di smarrimento, la sua ricerca di giustizia, la necessità di dare un senso compiuto a questa parola, a un certo punto tutto sembra chiaro, aleggia, però, un interrogativo ingombrante, può un killer essere considerato innocente? Un interrogativo senza risposta, che diventa sempre più grande accompagnato dalla consapevolezza che la vita è difficile per tutti. Il cerchio si chiude quando la storia dei protagonisti mostra tutti i suoi misteri, i suoi incroci crudeli e riporta tutto al punto di partenza, riproponendo il misterioso confine tra il giusto e lo sbagliato, in modo, però, sempre diverso. Il protagonista del libro, anni dopo, è costretto a spingersi, ancora una volta, come un equilibrista lungo quel filo sospeso nell’aria senza un motivo apparente, proteso nella storia della sua esistenza solo da una serie di sfortunate coincidenze, e il gioco si ripete in maniera sempre più crudele. Questa volta negli occhi, nelle sensazioni, nello stato d’animo e nelle azioni di suo figlio, un incrocio spietato. Il cerchio si chiude, ognuno raccoglie ciò che ha seminato e lui, il protagonista, rimane perennemente prigioniero di quella sensazione indefinibile provocata da una domanda cui, forse, è impossibile rispondere, può un killer essere considerato innocente? Nausea, arrendersi alle proprie sensazioni consapevoli di essere vittima della propria storia, del proprio modo di essere e, al tempo stesso, provare il sollievo di una scoperta, essere capace di tenere tutto per se il dolore di quel che è stato, che ha segnato anche la vita di chi gli è stato accanto. Questa è la sua risposta.