E’ recentemente uscita per Aletti editore Anime assassine- I casi dell’ispettore Quetti opera prima di Diego Collaveri, sceneggiatore e regista livornese, classe 1976. Il libro contiene una raccolta di sette racconti che passano dal poliziesco più tradizionale al noir con venature esistenzialiste ed hanno come protagonista uno strano ispettore, cinico e scontroso, con un passato misterioso e molti conti ancora in sospeso da regolare. I racconti di per sé apparentemente slegati e autonomi, con cui Collaveri ha potuto avere importanti premi e riconoscimenti riscuotendo un notevole successo di critica, sono stati scritti nell’arco di una decina d’ anni e solo ora per la prima volta sono raccolti in un unico volume che permette di vedere i vari stadi di crescita del personaggio principale e dei comprimari anch’essi ben amalgamati nel contesto narrativo. I racconti caratterizzati da un grande varietà espressiva, coniugano una felice sintesi del genere apportando elementi innovativi e originali che danno alla narrazione vivacità e dinamismo. La ricerca della verità, il perseguimento del colpevole sono le leve che determinano l’azione e la suspance è accresciuta da un paziente gioco investigativo in cui grazie all’abilità e all’acume dell’ispettore Quetti, con giuste e illuminate intuizioni, vengono risolti anche i casi più intricati. Un po’ anarchico, un po’antieroe, l’ispettore Quetti, pur mantenendo la sua spiccata individualità, è tuttavia debitore di tutta quella scuola specialmente cinematografica che ha fatto grande il noir statunitense e il polar francese. Ricchi di suggestioni gli intrecci dei vari racconti, in cui Collaveri dissemina abilmente indizi e tracce, danno una visione a più ampio respiro della personalità del protagonista che nell’episodio finale raggiunge quasi una catarsi liberatoria dando un senso compiuto all’ intera narrazione.Archive for the ‘Uncategorized’ Category
:: Recensione di Anime assassine – I casi dell’ispettore Quetti di Diego Collaveri
8 giugno 2010
E’ recentemente uscita per Aletti editore Anime assassine- I casi dell’ispettore Quetti opera prima di Diego Collaveri, sceneggiatore e regista livornese, classe 1976. Il libro contiene una raccolta di sette racconti che passano dal poliziesco più tradizionale al noir con venature esistenzialiste ed hanno come protagonista uno strano ispettore, cinico e scontroso, con un passato misterioso e molti conti ancora in sospeso da regolare. I racconti di per sé apparentemente slegati e autonomi, con cui Collaveri ha potuto avere importanti premi e riconoscimenti riscuotendo un notevole successo di critica, sono stati scritti nell’arco di una decina d’ anni e solo ora per la prima volta sono raccolti in un unico volume che permette di vedere i vari stadi di crescita del personaggio principale e dei comprimari anch’essi ben amalgamati nel contesto narrativo. I racconti caratterizzati da un grande varietà espressiva, coniugano una felice sintesi del genere apportando elementi innovativi e originali che danno alla narrazione vivacità e dinamismo. La ricerca della verità, il perseguimento del colpevole sono le leve che determinano l’azione e la suspance è accresciuta da un paziente gioco investigativo in cui grazie all’abilità e all’acume dell’ispettore Quetti, con giuste e illuminate intuizioni, vengono risolti anche i casi più intricati. Un po’ anarchico, un po’antieroe, l’ispettore Quetti, pur mantenendo la sua spiccata individualità, è tuttavia debitore di tutta quella scuola specialmente cinematografica che ha fatto grande il noir statunitense e il polar francese. Ricchi di suggestioni gli intrecci dei vari racconti, in cui Collaveri dissemina abilmente indizi e tracce, danno una visione a più ampio respiro della personalità del protagonista che nell’episodio finale raggiunge quasi una catarsi liberatoria dando un senso compiuto all’ intera narrazione.:: Recensione di Operazione Atlanta di Hugues Pagan
8 giugno 2010
“Ci sono i morti e ci sono i vivi. E poi ci sono gli altri, quelli che sono provvisoriamente ancora in vita, ma hanno già oltrepassato il confine.”
Friedrich Bergmann detto Berg è un ex terrorista internazionale, pericoloso, addestrato a sfuggire ad ogni controllo, una bomba ad orologeria di immensa potenza, imprevedibile, pronta ad esplodere in qualsiasi momento. Per catturarlo o meglio per organizzare la sua defezione esiste un piano denominato “Operazione Atlanta”, un piano teorico ma studiato nei minimi dettagli da chi era stato il responsabile della sua formazione negli anni Sessanta, prima che Berg tradisse. Ora Berg è pronto a costituirsi, a tornare all’ovile, in cambio di protezione e di una “contropartita” ma non tutto andrà secondo i piani. Tre uomini per ragioni diverse sono sulle sue tracce: il commissario capo Château, il detective Milard, il mercenario Mauber con un passato nei corpi speciali. Mentre loro consumano le loro alleanze e si dipiegano in una caccia senza tregua lasciando dietro di sé un’ inevitabile scia di sangue, Berg come un’ ombra inquietante, come un fantasma sfugge ad ogni trappola, e si prepara ad attuare la sua atroce vendetta.
Per gli amanti del noir ormai Hugues Pagan è una garanzia, un’ icona indiscussa del polar francese capace di sfornare capolavori ogni volta che da alle stampe un libro. Operazione Atlanta è un libro semplicemente straordinario, scritto a mio avviso in modo perfetto. Sullo sfondo una Parigi stanca e malinconica, sporcata di pioggia , che ben rispecchia l’umore dei personaggi ombre consapevoli della propria debolezza e fragilità schiacciate da un destino ineluttabile che pesa come una maledizione come nel caso di Milard condannato da un male incurabile. Lo stile è essenziale, caratterizzato da dialoghi secchi e decisi, e da un contenuto romanticismo decadente molto chandleriano che da ai personaggi soprattutto quelli femminili una spiccata valenza mitica. La scrittura è serrata, quasi asfissiante, la narrazione caustica bilanciata dal realismo con cui descrive gli ambienti e le atmosfere a cui alterna uno scavo psicologico dei personaggi impietoso e spiazzante. Sprazzi improvvisi di lirismo struggente colorano la prosa tersa e sincopata dai toni cupi e crepuscolari. L’intensità a tratti poetica, il fascino struggente, il dolore vero che affiora portando con sé un magma di disillusione e disincanto lasciano nel lettore un retrogusto amaro. Splendido e nello stesso tempo tragico il finale che dopo un crescendo drammatico e incalzante, in un vero gioco al massacro, non lascia vincitori. Ottima la traduzione di Peppino Campo e suggestiva la copertina illustrata da Jean-Claude Claeys.
Operazione Atlanta di Hugues Pagan Meridiano Zero 2010 253 pagine brossura, titolo originale Last affair Euro 14, 50
Recensione di Carlo Vidua e l’Egitto di Roberto Coaloa
7 giugno 2010
Le avventure salgariane di Carlo Vidua
Agli inizi dell’Ottocento erano pochi gli europei in viaggio in Egitto che, risalendo il Nilo, avevano superato l’isola di File. Nessuno si era mai avventurato più in là di Derr, allora capitale della Bassa Nubia. Carlo Vidua (1785-1830), il viaggiatore più intrepido dell’Ottocento, compì quell’impresa: il suo viaggio in Egitto è un capolavoro. Vidua arrivò ad Alessandria il 27 dicembre 1819 e ripartì dall’Egitto il 12 agosto 1820. Viaggiò sul Nilo in battello. Visitò il tempio di Abu Simbel, facendo accurate esplorazioni, sfidando i coccodrilli, armandosi fino ai denti per contrastare gli attacchi di pericolosi banditi. Visitò i templi, facendone per primo una puntuale descrizione degli esterni e soprattutto degli interni. I suoi taccuini di viaggio conservati all’Accademia delle Scienze di Torino, inediti, raccontano quell’incredibile avventura ad Abu Simbel, iniziata all’inizio del marzo 1820 e proseguita in quattro intensi e proficui giorni tra il 24 e il 27 marzo 1820. Vidua eseguì disegni esterni di notte, alla luce della luna, per difendersi dal caldo e fece lunghe visite all’interno del tempio. Nel suo Carlo Vidua e l’Egitto (edito da LineaBN Edizioni) Roberto Coaloa racconta questa straordinaria avventura, in un formato molto e in un’ edizione in copie numerate. Carlo Vidua e l'Egitto è stato composto con ogni cura, scegliendo una raffinatissima carta. Tutto questo grazie al mitico direttore editoriale Roberto Meschini, che ha sposato subito il progetto di fare lo snello libro sul conte Vidua.
Roberto Coaloa, giornalista del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore è nato a Casale Monferrato nel 1971, studioso di storia dell’Ottocento e del Risorgimento, ha compiuto i propri studi nelle università di Milano, Heidelberg, Città del Messico e Aix-en-Provence. Ha pubblicato, fra l’altro, Da Plombières alla Seconda guerra d'indipendenza. Il rapporto tra Napoleone III e Vittorio Emanuele II, corrispondenze e antagonismi (2009), Carlo Vidua, un romantico atipico (2003), Carlo Vidua e Alexis de Tocqueville. Il viaggio nell'America della democrazia (2002). Insegna all'Università Statale di Milano, alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Milano, nel corso di Laurea in Scienze umanistiche per la comunicazione.
CARLO VIDUA E L’EGITTO, DI ROBERTO COALOA
LINEABN EDIZIONI
EURO 8,00
ISBN: 9788896437056
:: Lorenzo Mazzoni intervista Sonia Cosco
7 giugno 2010
Con sottofondo di "Contact", di Brigitte Bardot
-Hai voglia di parlarci del tuo romanzo "La legge di Omos" (Edizioni Montag)?
Il mio romanzo è un fantasy all'insegna dell'eros. In un futuro non meglio precisato, in un'isola del Mediterraneo, un gruppo di persone ha deciso di creare una nuova civiltà autarchica, basata sull'esasperazione del principio dell'uguaglianza e di cultura. I rapporti eterosessuali sono aboliti in quanto fonte di disordini e ingiustizie. Omos è il profeta che ha creato la nuova civiltà, imponendo una legge che formalmente si richiama all'antica cultura greca ma di fatto è un dittatura dei sentimenti. Attraverso la voce e i sogni della protagonista Calipso, scultrice, viviamo il viaggio personale che la porterà a mettere in discussione non solo il proprio modo di essere e la relazione con la compagna, ma l'intero sistema in cui è nata. Lacerare il velo di Maya è sempre doloroso e infatti Calipso pagherà la sua consapevolezza a caro prezzo.
-E' stato difficile, come processo creativo, giocare con parole chiave della mitologia greca e della sessualità per fare un'analisi critica della società attuale?
L'ambientazione futura del romanzo è stata per me solo un pretesto per riflettere sul presente, sulle implicazioni dei pregiudizi di ogni tipo. Il mondo dell'antica Grecia ha sempre esercitato su di me un fascino particolare, i personaggi e le atmosfere dei miti, delle tragedie o dei poemi epici si sono sedimentati nel mio immaginario e sono diventati simboli utili per parlare anche del presente. Utilizzare l'affascinante contenitore della mitologia classica, ha significato impegnarsi in ricerche, per lasciare tracce, suggestioni e riferimenti ben precisi, senza però esagerare. Anche con l'eros ho cercato di alludere, più che descrivere. È sempre una sfida per me riuscire a raccontare l'erotismo rimanendo in equilibrio tra eccessi di realismo alla Bukowski e inadeguati pudori che rischiano l'effetto “ridicolo”. La mia storia ha già nell'idea di partenza una carica trasgressiva, e volevo condurla con eleganza, fino alla fine, anche nelle scene più esplicite. Questi ingredienti, mito ed eros, si sono legati a una riflessione molto attuale: cosa accadrebbe se le poche certezze che abbiamo venissero considerate eresie? Il risultato purtroppo è sempre lo stesso. Nel momento in cui qualcuno impone delle regole, ne diventiamo schiavi e vittime e quando il nostro cuore si ribella rimaniamo soli contro tutti.
-Com'è stata l'esperienza dell'antologia "Femmine" (edito da Delos Book) dove è apparso il tuo racconto "Cloe"?
Sono molto legata a “Cloe”. La casa editrice aveva indetto un concorso letterario a tema: donne che parlano di eros. Io non mi ero mai cimentata nel genere e quando il racconto è stato selezionato, nonché alcuni passi scelti per la quarta di copertina, è stata un 'emozione. Mi ha fatto crescere molto inoltre il rapporto che si era creato con le altre scrittrici, sono stati mesi di scambi di opinioni, di revisioni, di letture, di confronto anche attraverso il forum della casa editrice, spazio virtuale dove abbiamo vissuto e rielaborato l'esperienza della scrittura e abbiamo visto prendere forma il nostro libro. L'antologia è stata poi presentata in diverse occasioni.
-Oltre che scrittrice sei anche critico letterario e giornalista. Quale forma "creativa" prediligi?
Si tratta di diversi modi di vivere la scrittura. Il giornalismo per esempio mi ha insegnato a essere asciutta, rigorosa, essenziale. Quindi “la giornalista” dialoga spesso e volentieri con “la scrittrice” e la mette in guardia dagli eccessi e dai voli pindarici. Tornando alla tua domanda comunque costruire una storia per un romanzo o un racconto è sicuramente la soddisfazione più grande, perché costa fatica, attese di ispirazione, rigore e concentrazione, soprattutto è un bisogno, quasi fisiologico e se ci riesci ti senti più leggera.
-Fai parte dell'associazione, "DietroLeQuinteSavona", che realizza video, inchieste e cortometraggi. Che importanza ha il mezzo video nella tua opera?
Il passaggio dalla scrittura al video è una transizione da un linguaggio a un altro e noi, attraverso i video e i cortometraggi realizzati, sperimentiamo spesso questo percorso.
Per farti un esempio da un mio racconto “La conchiglia” , che parla degli ultimi giorni di vita del poeta Federico Garcìa Lorca, il regista Enrico Bonino ha tratto il cortometraggio “Garcìa” che ci ha dato molte soddisfazioni, ultima delle quali, la selezione allo Short Film Corner del Festival di Cannes 2010.
Quando ho visto il mio racconto trasformarsi in un cortometraggio mi sono resa conto che era mio, ma che non era più mio e questa sensazione mi accompagna a ogni visione.
-Quali sono i tuoi cattivi maestri?
Anais Nin, Amélie Nothomb, Michel Faber.
-C'è qualche nuovo autore della narrativa italiana che apprezzi?
Roberto Saviano.
-Erotismo e sensualità possono essere considerati fra i fattori predominanti della tua opera narrativa?
In parte sì, ma non c'è solo questo. Altri miei racconti
sono fiabe o storie in cui rielaboro figure del passato o del presente. Mi affascina sicuramente parlare dell'uomo, a 360 gradi, nella sua solitudine, nella sua dimensione erotica, nella sua dimensione sociale.
-Pensi che in Italia ci sia una reale crisi di lettori e di buoni autori?
Sicuramente gli italiani non leggono molto e questo non aiuta le case editrici a investire nei giovani e aspiranti autori promettenti. Oggi la cultura non paga.
-Stai lavorando a qualche nuovo romanzo?
Ho una raccolta di racconti e un romanzo nel cassetto che stanno solo aspettando un'ultima revisione e di prendere il volo.
Grazie e buona giornata
Grazie a te
:: Recensione di La conta di Luigi Bernardi a cura di Giulia Guida
5 giugno 2010
"E l'ossessione per la morte in una provetta numerata." [Rileggendo "La conta", L. Bernardi.]
C'è un uomo al centro esatto del palcoscenico. In mano stringe la copia di un giornale. Mani annodate, faccia tirata dalla rabbia, denti nervosi, gambe che scattano frenetiche. Dice che ne hanno ammazzata un'altra. Un'altra donna, l'ennesima. Sul giornale c'è scritto tutto, con tanto di interviste e testimoni: un perfetto profilo identificativo usa e getta della vittima, un'autopsia della sua vita anonima dalla culla alla bara, un'asettica biografia post mortem, un referto medico cosparso da tutte le lacrime del parentado e dall'incredulità dei vicini di casa, finalmente in televisione. Finalmente loro i vicini di casa sul luogo del delitto. Il giorno prima era una donna trasparente, una sconosciuta per i più. Basta un giorno, un solo giorno, basta solo la morte alle volte, per poter diventare una stella mediatica, portata alla fama dal proprio assassino. Peccato che spesso la vittima non sia qui per godersi il successo. Non sempre quando si muore si hanno privilegi del genere, d'altra parte. Bisogna essere capaci di accontentarsi per quanto si può. L'uomo lo sa bene, nessuno lo sa meglio di lui, che da cinque anni tiene la conta. Ogni giorno, ogni delitto, ogni morte ben sigillata in una provetta numerata. Sangue e acido cinico che battono contro la lingua. L'uomo vuole sapere, soffre di una curiosità sfrenata che sconfina nell'ossessione, nella morbosità della patologia, nell'allucinazione visiva. Vuole conoscere a memoria le vittime e i loro assassini, marchiare la sua pelle con le loro impronte digitali, codici da decriptare nel tempo fino alla soluzione finale, allo scioglimento dell'enigma, al crittogramma di svolta, quello che permetterà di tradurre la morte violenta anche ai vivi, di darle un movente, di catalogarla finalmente, trovarle un posto in una scatola impolverata per poi chiudere il caso. E ricominciare a contare. La conta non si azzera mai da cinque anni. L'uomo tiene a mente tutte le informazioni necessarie su ogni omicidio, studia le storie delle vittime come dati statistici, scavando fino a trovare il punto di contatto che gli possa far capire il momento in cui è avvenuto lo scarto. In cui si è valicato il limite e si è compiuto quel passaggio irreversibile da una realtà regolata da convenzioni sociali prestabilite a una dimensione diversa, priva di punti di riferimento, di norme e di codici a cui attenersi, di un'etica da rispettare. E' la dimensione in cui l'omicidio diventa reale mentre la realtà esterna si sfalda a poco a poco, diventa invisibile, inconsistente al tatto, resta solo il gesto in primo piano.
La mano che dà la morte, la lama nella carne, l'ultimo sguardo della vittima. Il suo non è lavoro, non è un reportage, non è materiale da documentario noir. L'uomo è ossessionato da un pensiero fisso, a cui deve trovare risposta o non avrà pace. Perchè si uccide? Questo è l'interrogativo ricorrente. Quali e quanti possono essere i moventi di un omicidio? Si può uccidere per soldi, per amore, per gelosia. Si può uccidere per vendetta o perché si è perso il senno. E si iniziano a sentire le voci, ad assecondare gesù cristo o il demonio. Potrebbero anche dare delle informazioni sbagliate, è chiaro. E' una questione di fede, sia in un caso che nell'altro. Lui non sente le voci, ma vede le facce, le scompone contro le palpebre da ogni prospettiva. Le facce no, quelle non gli danno tregua. Sono un punto fermo nella sua visuale. All'inizio l'uomo dimostra una rabbia sprezzante nei confronti degli assassini. Non è ancora arrivato allo scarto, è ancora lontano dal confine. Non riesce a comprendere la chiave di volta. Dove trovare la forza, la passione, l'odio sufficienti. Quanto si deve avere amato o odiato per lasciarsi andare senza incertezze né rimorsi. Poi, improvvisamente, dopo cinque anni, capisce. Il suo punto di svolta, il suo crittogramma decifrato, il suo movente: per conoscere tutto delle persone che mi interessano, mi basta ammazzarle. Nelle battute finali de "La conta" l'uomo diventa egli stesso un assassino. Le sue vittime abitano in luoghi diversi, fanno lavori diversi, non sono collegate in alcun modo le une alle altre. Vuole scongiurare l'ipotesi di una serialità d'omicidi. Non sa di niente loro, conosce soltanto la loro faccia. Solo le facce a chiamarlo a loro. Sempre le facce, non smettono mai di fissarlo. Il resto glielo sveleranno i giornali nei giorni successivi, così che possa accumulare nuove informazioni e iniziare la conta. Questa volta solo sua.
"La conta" è un lavoro teatrale di Luigi Bernardi ispirato da un effettivo studio sui delitti in Italia, portato avanti dall'autore per cinque anni dal 1999 al 2003. Si configura come la chiusura ideale di una serie di cinque di libri in cui la realtà criminale in Italia viene scomposta, analizzata e riordinata alla ricerca dei meccanismi psicologici e delle dinamiche sociali alla base dell'azione criminale. Il quinto libro, "Il male stanco", come il titolo stesso suggerisce, chiude questo ciclo di indagini, completa il cerchio, ultima l'analisi. Sarebbe stato inutile e anche dannoso proseguire.
"La conta", che presenta struttura monologica, è già stato rappresentato in teatro dall'attore Fabio Scaramucci, richiesto in prima persona da Bernardi come interprete della sua riflessione a voce alta, come lui stesso l'ha definita. E' stato presentato in prima nazionale al festival di Sarzana, in seguito replicato a Pordenone in occasione del Festival del Teatro Indipendente. Scaramucci non è stato solo interprete, ma anche regista del monologo, che ha visto l'importante contributo delle musiche composte ed eseguite da Fabio Mazza.
L'autore vi invita a portarlo in teatro nelle vostre città.
Se rifiutate, minaccia di riniziare la conta. E di esperienza ne ha parecchia, lui. Non so quanto vi convenga.
:: Lorenzo Mazzoni intervista Ju Amoruso
4 giugno 2010
con sottofondo di "I Want to Take You Higher", di Sly and The Family Stone
Hai voglia di parlarci della tua opera prima "Mi chiamo Scrivo" (Elliot Edizioni)?
"Mi chiamo Scrivo" è una storia nata per caso, ogni capitolo è un incubo che ho fatto, scritto, risistemato e romanzato. Dodici incubi che alla fine, formano una storia. Quando mi chiedono di cosa si tratta, la risposta è difficile da trovare, credo che questo libro parli di tante cose, a partire dalla difficoltà di comunicare con se stessi. Scrivo ha perso la memoria, la recupera solo esplorando i meandri più nascosti della sua interiorità, guidata da uno psichiatra apparentemente marginale e da una schiera di dodici folli. E poi c'è la morale. Alla fine, non sempre esiste un lieto fine. Non sempre le cose finiscono come speriamo. Per questo il libro comincia con l'ultima pagina: non voglio creare speranze o aspettative nel lettore. L'aspetto interessante è che il libro inizia male. La fine che si legge all'inizio sembra tragica, è scoraggiante. Alla fine però, dopo un viaggio che dura dodici storie, quello stesso finale assume un significato diverso, quasi positivo. La follia che viene raccontata in queste pagine, in realtà, la conoscono tutti. Essere 'pazzi', come lo è Scrivo, a volte…può essere illuminante.
Possiamo dire che, al di là del tono surreale e a volte scanzonato del libro, quello che aleggia fra le pagine è una sorta di dolore interiore?
Certamente. Il dolore interiore è una componente fondamentale della storia. E' un punto di partenza. Da lì nasce tutto: il dolore interiore porta spesso alla volontà di liberarsene. La sofferenza più grande di Scrivo è legata alla perdita della memoria. La sofferenza più grande dei dodici scagnozzi, invece, è quella di non essere capiti, compresi. Tutti loro cercano una via d'uscita, una strada per la salvezza, delle risposte. Si sentono incompleti, a metà. E' questa la loro sofferenza.
Che importanza ha avuto l'esperienza autobiografica nella stesura del libro?
La storia di Scrivo parte da un disagio personale, dovuto ad attacchi di panico e momenti di 'buio'. Quando ho scritto questa storia, avevo diciassette anni. Alcuni dicono che durante l'adolescenza nessun giovane sarà mai soddisfatto, felice. Quindi il mio racconto può sembrare un banale grido d'allarme da parte di una generazione infelice. Nessun uomo sarà mai soddisfatto o completamente felice, rispondo io. Il disagio che ho provato sulla mia pelle lo conoscono in molti. Se non fosse stato per le mie esperienze personali sicuramente Scrivo non avrebbe preso vita.
Sei influenzata dalla musica o dal cinema mentre scrivi? Le altre arti ti stimolano nel tuo percorso creativo?
Sì, soprattutto dalla musica. Non ascolto un genere particolare, mi piace tutta la musica. Quando scrivo faccio scorrere brani causali, quando poi arriva quello giusto, lo riascolto più volte. Da una canzone possono nascere tantissime idee. Lo stesso vale per il cinema. Quando scrivo, è importante per me riuscire ad evocare un'ambientazione precisa, almeno nella mia testa, per riuscire a raccontare. Quando leggo un libro, voglio immergermi in un mondo a parte, riuscire ad immaginare la scena, come in un film. Vorrei imparare per riuscire a dare questo tipo di sensazione ai lettori, la sensazione di essere lì, nella storia. Spesso, quando scrivo, mi capita anche di disegnare, fare scarabocchi in giro per il foglio. Questo accade soprattutto per i personaggi, per trovare il loro volto. Gli stimoli per la scrittura li trovo in qualsiasi cosa: fotografie, disegni, canzoni, film, altri libri.
Stai pianificando/organizzando eventi legati alla promozione del romanzo?
Poche settimane fa il libro è stato presentato per la prima volta al Boscolo Hotel di Milano. Probabilmente ci sarà una seconda presentazione presso la NABA (nuova accademia di belle arti di Milano), la mia università, ma è ancora tutto da definire. Ci sono altri progetti legati alla promozione. Per il momento, però, sono solo idee.
Com'è stata l'esperienza di pubblicare così giovane?
Straordinaria. Non pensavo di riuscire a pubblicare. Non l'avevo proprio messo in conto. Scrivere è sempre stato per me l'unico modo di sfogarmi completamente. Quando sono andata a Roma per incontrare il mio editor Massimiliano Governi e gli altri componenti della casa editrice e ho visto il libro per la prima volta non riuscivo a crederci. Ancora oggi, con il mio libro sulla scrivania, mi domando se sia vero. Sono molto soddisfatta del percorso che ho fatto, e spero davvero sia solo l'inizio.
Chi sono i tuoi cattivi maestri?
Devo ammetterlo, non sono una grandissima lettrice. Amo leggere i classici della letteratura inglese, è una passione che mi è stata trasmessa da una professoressa del liceo. Poi ci sono scrittori come Palahniuk, che mi trascinano nelle storie. Poi c'è Ammaniti ('Io non ho paura' è uno dei miei libri preferiti). E poi libri vecchi, che trovo nella libreria dei miei genitori. Mi piace leggere di tutto, ma proprio non riesco a leggere romanzi storici, ci ho provato, ma con scarsi risultati. Dopo due righe di lettura, devo tornare indietro e rileggere da capo. Mi perdo.
Ah e poi non ho mai letto Harry Potter. L'unica volta che ho provato a leggerlo, mi sono addormentata dopo due pagine. Di cattivi maestri ne ho avuto qualcuno in carne ed ossa. Uno di loro mi ha insegnato a scrivere.
Poi però, io ho fatto tutto il contrario di quello che mi aveva insegnato. Ed eccomi qui. Chissà cosa ne pensa adesso, avrà corretto a penna rossa tutto il libro?
Ci sono altri autori esordienti che ti piaccion?
Ultimamente sto leggendo Banana Yoshimoto, un libro dietro l'altro. Quindi non ho ancora avuto modo di dedicarmi ad 'altri esordienti', anche se 'La casa' di Angela Bubba, vorrei leggerlo al più presto (non perché si tratti della mia stessa casa editrice!), se ne parla tantissimo.
Hai un metodo di lavoro?
Sì, ce l'ho. Sedermi a scrivere solo quando ne sento davvero il bisogno, e farlo solo quando ho un'idea. Avere una canzone di riferimento, una sorta di colonna sonora della storia che voglio raccontare. La cosa più importante è non forzare la storia. L'avevo scritto, una volta, i personaggi hanno una vita propria. Fanno tutto da soli. Io mi limito semplicemente a seguire il 'flusso', a raccontarlo. Ogni volta che scrivo qualcosa, lo leggo ad un'amica, sempre la stessa. E' diventata una tradizione, ormai. La chi
amo al telefono, e leggo. Lei ascolta. Leggere ad alta voce serve, capisci dove hai sbagliato. A seconda delle risate, dei sospiri e dei commenti, capisci cosa sistemare, cosa tenere, cosa togliere.
Progetti per il futuro?
Tantissimi. Ho cinque storie nel cassetto, mi piacerebbe tirarle fuori tutte quante. Sono tutte molto diverse tra loro, un po' troppo complicate, forse. Ho fatto una scommessa con me stessa: riuscire a pubblicarne almeno 3 entro i trent'anni. Un sogno, più che un progetto. Però mi piacerebbe, si farebbero compagnia a vicenda sulla mensola della libreria.
Foto di Paola Colleoni
:: Inside out di Barry Eisler
3 giugno 2010:: Antonio Paolacci Salto d'ottava dal 9 giugno in libreria
3 giugno 2010
Antonio Paolacci
euro 10,00 // pagine 128
Una scrittura solo apparentemente descrittiva, invece pensosa, cogitabonda e densa. Paolacci dimostra una capacità di scrittura che strappa continuamente la giacca troppo stretta del genere.
Potente, puntellata su un realismo che lascia spazio a elementi di visionarietà, Salto d'ottava, oltre a essere una storia che si divora tutta d'un fiato anche grazie all'alternanza delle situazioni, è un apologo duro sull'indifferenza, l'apatia e il disorientamento di giovani e adulti, in un mondo che sembra premiare l'egocentrismo del singolo, ma contemporaneamente lo castiga attraverso il timore delle possibili reazioni all'eccesso di individualismo.
Fra pubblico e privato, sofferenza e narcisismo, suspense e affresco del sottobosco urbano, il secondo libro di Antonio Paolacci è una novella esemplare, illuminata da una scrittura attenta e consapevole: la conferma di un talento della nuova narrativa italiana.
Antonio Paolacci è nato nel 1974. È originario del Cilento ma vive a Bologna. Laureato in Discipline dello Spettacolo, si è occupato di psicanalisi e cinema, scrivendo articoli e tenendo lezioni all'università. Attualmente è editor e consulente editoriale. Dal 2008 coordina le giurie del premio letterario Lama e trama. Ha pubblicato racconti su rivista e antologia. Nel 2007 ha esordito con il romanzo Flemma (Perdisa Pop).
Lorenzo Mazzoni intervista Alessandra Del Prete
3 giugno 2010
Con sottofondo di "Son Of Suzy Creamcheese", di The Mothers of Invention
Hai voglia di parlarci del tuo ultimo romanzo "Ridatemi il tempo delle mele" (Newton Compton)?
E’ la storia di Lavinia, una quasi trentenne, gran sognatrice, che vive ancora con una surreale mamma-carceriere, non ha un lavoro e neppure un fidanzato degno di questo nome. Un giorno, per caso, tutto si sblocca: un piccolo quotidiano cittadino le offre un posto da redattore con tanto di mini-stipendio. Andare a vivere con Giorgia, l'amica di sempre, è la scelta più ovvia; meno scontato, invece, è l'incontro con un ex professore di filosofia finito sulla strada dopo aver perso moglie e figlio in un incidente. Ma si tratta davvero di un incidente, o piuttosto di un omicidio commesso proprio da quel barbone che ha scelto di rinnegare l'uomo intelligente e affascinante che era? Forse "L'uomo del tempo" è solo un inguaribile sognatore, la variabile straniante che indurrà Lavinia a intraprendere una ricerca che vale una vita, legando i suoi giorni e le sue speranze a quelli di un uomo dall'oscuro passato.
Savio, il misterioso "uomo del tempo" descritto nel libro, è preso da una figura reale o è frutto della tua fantasia?
Ogni personaggio dei mie libri è la somma delle caratteristiche di più persone osservate con l’aggiunta di un pizzico di fantasia. Non è mai né vero, né inventato dall’inizio alla fine.
Che importanza ha avuto la musica nella stesura di "Facciamo (un) casino?" (Aliberti Editore)?
Be’, “Facciamo (un) casino?” è ambientato nel backstage del mondo della musica e proprio per questo raccoglie tutti i paradossi del settore. Laddove le note quasi non hanno più significato.
Oltre ai divertenti paradossi che accompagnano il romanzo, possiamo leggere nell'idea di mettere su una casa d'appuntamenti on line una critica satirica al Sistema?
Assolutamente sì. La parentesi nel titolo lo trasforma anche in “Facciamo casino?”, un modo per dire che bisogna ribellarsi quando il mondo sembra andare alla rovescia. E poi è anche una critica leggera al falso perbenismo che spesso dilaga. A coloro che predicano bene e razzolano male.
Come reputi la tua opera prima "Dimmi di no" (Graus Editore)?
E’ un libro pieno di cuore, anche se presenta alcune ingenuità tipiche di un’opera prima. E’’ la storia di una donna, Alice che, di fronte a un abbandono, non si perde tra scenari sanguinolenti, mazze da baseball o coltelli, che rappresentano solo palliativi onirici. Sceglie la tastiera di un computer e uno schermo. La storia di Alice e Alberto diventa così un romanzo che regala all’autrice un successo inaspettato, lanciandola verso l'ultimo duello con se stessa e con quella presenza che non vuol saperne di sparire per sempre. Dopo varie peripezie Alice approccia il mondo delle chat, cercando, perdendosi e ritrovandosi irresistibilmente attratta da un utente il cui nick-name è dimmidino.
Il mondo virtuale (chat e ammenicoli vari) in qualche modo ispira i tuoi romanzi?
Sono una donna iper-tecnologica e questa mia caratteristica non può che influenzare tutti i mie scritti.
Quali sono i tuoi cattivi maestri?
Non ho cattivi maestri.
C'è qualche nuovo autore nostrano che ti piace particolarmente?
Mi piace molto Ivan Cotroneo, anche se non è proprio un esordiente…
Hai una giornata creativa tipo? Modalità di lavoro?
Vorrei, dovrei essere più disciplinata, ma purtroppo non lo sono. Cerco di mantenere una certa continuità, ma spesso accade che scrivo dieci pagine e magari, poi, per due giorni, non tocco la tastiera. Oppure mi lascio sedurre da un momento creativo, magari in un bar, e allora comincio a imbrattare tovaglioli, tovagliette o tutto ciò su cui si può scrivere. Se il genio va di pari passo con la sregolatezza, allora sono un GENIO! (ahahahha)
Stai lavorando a qualche nuovo progetto letterario?
Ho da poco consegnato un nuovo romanzo, ma non conosco ancora i tempi di pubblicazione. Questa volta si tratta di una vera storia d’amore dall’inizio alla fine, con tutti i crismi. Visto che gli amici mi rimproveravano sempre di essere l’antiromantica per eccellenza. Speriamo di aver fatto un buon lavoro!
:: Novità in uscita per Marcos y Marcos in libreria da giugno
1 giugno 2010Controvento, romanzo vincitore del prestigioso Premio Planeta 2009 che ha portato la scrittrice Ángeles Caso in vetta a tutte le classifiche spagnole con più di 225.000 copie vendute.La storia di una donna capoverdiana che lascia il suo paese per cercare una vita migliore in Europa.Il romanzo di un'eroina contemporanea. Una storia vera.
L'autrice sarà ospite del Festival Le corde dell'anima dal 4 al 6 giugno
In libreria dal 17 giugno
Buttarsi, il nuovo romanzo di Dan Fante. Torna Bruno Dante alle prese con un service di limousine per VIP ed esibizionisti assortiti nell'infernale paradiso Hollywoodiano.Come sempre intrappolato tra due anime, quella brillante creativa che gli regala pagine grandiose e l'idea di un futuro da scrittore e quella disperata, autodistruttiva che lo riporta nella più bassa depravazione.
Dan Fante sarà in tour in Italia dal 4 al 13 giugno:
Lorenzo Mazzoni intervista Angela Barbieri
1 giugno 2010
con sottofondo di "Talk Talk Talk ", di The Psychedelic Furs .
Hai voglia di parlarci del tuo romanzo "Fuori di cuore" (Enrico Folci Editore)?
Parlare di “Fuori di cuore” per me, non è facile: è un libro in cui credo tantissimo e molto profondo, ma ogni volta che mi chiedono di parlarne, non so mai come iniziare. Forse perché racchiude così tanto, tocca argomenti così diversi e quotidiani, che il loro peso lo conosci solo quando non l’hai più. E’ nato come una trilogia di cui “Fuori di cuore” è solo il primo capitolo: è principalmente una storia d’amore, i cui protagonisti, Simone e Francesca vivono e al culmine non riescono più a gestire; chiudono i loro cuori, scegliendo la via della fuga a quella più difficile di un confronto sulla incapacità di vivere il loro amore. Scegliendo per non soffrire, di vivere fuori di cuore. Ma mentre Simone vive questo momento come qualcosa da cui ripartire, Francesca si chiude in situazioni ancora più difficili; per caso si rincontreranno e capiranno quanto è vivo ancora il sentimento che li lega, sciogliendo insieme quel nodo irrisolto che nella vita di Francesca ha causato le radici del suo cuore andato fuori, grazie all’aiuto inaspettato di qualcuno che aiuterà Simone a rimetterà quel cuore sui binari giusti, perché lui e solo lui ha iniziato il suo deragliamento. L’ho scritto e riscritto più volte, scegliendo con cura l’Editore, perché un libro d’amore è sempre una scommessa, non sai mai il riscontro che avrà su chi lo legge. Enrico Folci è un Editore che pubblica solo storie d’amore: chi meglio di lui? La sua uscita è prevista per il 13 luglio … e ne sono molto fiera.
In passato hai scritto e pubblicato poesie (tra cui la silloge "Quello che non so di te" (Il Filo Edizioni) e racconti apparsi su antologie della Giulio Perrone Edizioni e Aletti Editore. Quale forma di scrittura prediligi?
Ho iniziato componendo poesie e il mio primo libro è stata proprio una silloge di poesie; pur continuando a scriverne, ho scoperto la magia di un racconto che prende forme su di un foglio bianco. Devo dire che non ho modelli a cui mi ispiro: posso solo dire che i miei personaggi sono senz’altro dinamici, vivono le loro difficoltà e momenti di impasse come una spinta per riprendere. Difficilmente un mio protagonista resta quello che è, ha una sua evoluzione e una sua crescita.
Puoi parlarci di "Io vado scalza" con cui hai vinto la I edizione del Concorso Nazionale Letterario "Un Fiorino"?
“Io vado scalza” è stato un sogno realizzato: ha vinto un premio e nell’ultima edizione del Premio Internazionale Penna d’Autore di Torino è stato semifinalista. E’ alla seconda ristampa e ha avuto un buon impatto col pubblico. Rispetto a Fuori di cuore, è senz’altro più introspettivo e personale, seppur non autobiografico nell’accettazione del termine, ci sono spunti del mio vissuto, ma non è la mia vita quella che racconto attraverso le tre protagoniste, Angela, Lory e Miriam, tre donne con tre identità diverse e una sofferenza nell’anima che le porta inevitabilmente a chiudersi in un circolo vizioso da cui non riescono a uscire. Per ognuna, l’unico bagaglio è rappresentato dalla propria forza interiore, l’unico vero sogno è essere amate per quello che si è. Ma a volte quello che si rincorre è quello che se non lo raggiungi ti fa cadere senza avere più la forza di rialzarti. La vita le metterà a confronto e sapranno cogliere quel gancio che unite, le porterà a una rinascita, a un catarsi … ad andar scalza.
Pensi che il romanzo "D'Amore" possa avere un futuro in un mercato "malato" come quello italiano?
Si può scrivere di tutto, si può leggere di tutto: ma a mio avviso, l’amore è e resta il motore principale che muove ogni cosa. Anche in un mercato claudicante come il nostro, il romanzo d’amore troverà sempre il suo spazio.
La componente erotica e/o sensuale ha un peso nel tracciare una storia come quella descritta in "Fuori di cuore" o "Io vado scalza"?
Erotismo e sensualità: non so. Forse nella scrittura sono innati, appartengono a un libro come a una donna. Si ha o non si ha.
Come ti sei avvicinata alla scrittura?
Scrivo da sempre, porto a termine da mai. Ma poi un giorno qualcuno ha avuto più fiducia di me in me e mi ha spinto a portare a termine. Ringrazio di cuore chi l’ha fatto e ringrazio me per averle dato retta.
Quali sono i tuoi maestri letterari?
Adoro Verga, la Mazzantini, Camilleri, Ammaniti, Coelhio e Nicholas Spark.
Qual'è il tuo rapporto con i booktrailer? Li usi per pubblicizzare i tuoi libri?
Adoro realizzare booktrailer e li utilizzo tantissimo per pubblicizzare i miei libri: l’unione di immagini, musica e parole, è un bellissimo lavoro da realizzare che, se ben fatto, ha un impatto immediato e coinvolgente da parte del lettore. E anche su di me.
Hai fiducia nell'evoluzione tecnologica dell'editoria?
Probabilmente la tecnologia avrà il suo spazio anche nel campo dell’editoria: ma per quanto ormai non posso fare a meno di un pc, ancora scrivo su carta e se leggo un libro, preferisco il profumo della carta e l’emozione di aprire una nuova storia con un semplice voltar pagina.
Stai lavorando a qualche nuovo romanzo?
Si, sto lavorando al seguito di “Fuori di cuore”: è nato come una trilogia e sto scrivendo il secondo capitolo. Ho un altro paio di manoscritti a cui sto dando forma, ma altri sono già pronti nel cassetto dei sogni.
Novità in uscita per Fanucci in libreria da giugno
31 Maggio 2010– Loredana Frescura Scrivimi solo parole d’amore
– Alison Noël Segreti & sorelle
– Valentina Pattavina La libraia di Orvieto
– Jason Buhrmester La grande rapina ai Led Zeppelin
– Andrew Vachss L’uomo in fuga
– Richard Matheson The box e altri racconti
– Ted Dekker Black
– Robert Jordan La lama dei sogni La ruota del tempo vol. 11
– Robert Jordan Il sentiero dei pugnali La ruota del tempo vol. 8
– Karen ChangeTouch the Dark


























