Segnaliamo ai nostri lettori che a Milano presso il villaggio Barona via Ettore Ponti 21 e via Zumbini 6 dal 4 al 6 di giugno si terrà il festival letterario Scrivere Sui Margini, giunto ormai alla seconda edizione. Il sito di riferimento è http://www.scriveresuimargini.org/ Tra gli ospiti: Valerio Massimo Manfredi, Sandrone Dazieri, Silvia Avallone, Giuseppe Culicchia, Giuseppe Genna. Tempi di recupero è il filo conduttore del Festival. Entrata libera. Il festival avrà luogo anche in caso di pioggia.
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:: Scrivere Sui Margini
24 Maggio 2010:: Recensione di Sto cercando di smettere di Toni Noar Augello
21 Maggio 2010
Dalla copertina una Marlene Dietrich in bianco e nero fuma e ci osserva immobile dandoci il benvenuto in questo piccolo viaggio nella musica di un rocker di provincia che con ironia e disincanto parla di sé e del suo gruppo ormai sciolto.
Sto cercando di smettere dell’esordiente Toni Noar Augello, edito dalla casa editrice toscana Zona, è questo e molto altro. Mentre ascolto l’album Penna e corde, cd contenuto nel libro prodotto da Antonio D’Apolito, puro rock italiano, rileggo alcuni passi del libro e mi immagino l’entusiasmo, il sudore che ha animato questi ragazzi facendoli vincere ogni ostacolo per il semplice gusto di riunirsi e fare musica.
Dall’ascoltare musica a farla tante volte il passo è breve…. In ogni caso non è proprio una delle cose più semplici a questo mondo. Per giocare a calcio serve solo una palla. Per fare musica ce ne vogliono almeno due.
Tra citazioni di Allen Ginsberg, testi di canzoni, l’odore della sala prove, viaggiamo con loro in un deserto ingiallito dalla luce blanda di lampioni stile retrò. Sto cercando di smettere è uno sguardo sincero su un mondo ai margini ma vitale e pieno di speranze, un mondo in cui la libertà non è una merce in vendita, un mondo in cui si viaggia tutta la notte per raggiungere una piazza dove suonare.
Il romanzo nasce come uno scambio di mail e ironicamente considera che il rock infondo è un vizio, una malattia da cui non si guarisce ed è impossibile cercare appunto di smettere. Tutto passa e a volte gli ostacoli sono più grandi di noi ma poi infondo C’è sempre qualcosa in più un po’ più in la come diceva Jack Kerouac.
:: Intervista a Tiziana Silvestrin
21 Maggio 2010
Benvenuta Tiziana su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Parlaci innanzitutto un po’ di te, racconta ai nostri lettori dove sei nata, che studi hai fatto, qualche tuo pregio e qualche tuo difetto.
Sono nata a Mantova e mi sono laureata in lettere con indirizzo artistico, negli studi ho coltivato le mia passioni: l’arte e la storia. Pregi che posso riconoscermi senza peccare di presunzione sono la costanza e la caparbietà nel raggiungere gli obiettivi che mi prefiggo. Quanto ai difetti ne ho diversi, quello che mi danneggia di più è la timidezza.
Quando hai deciso che saresti diventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?
Mi è sempre piaciuto inventare storie, anche da bambina, storie che a volte scrivevo a volte restavano nella mia mente. Scrivere è una esigenza, ho scritto anche molti racconti solo perché sentivo di doverlo fare.
Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?
– Questo primo libro è stato molto impegnativo soprattutto per la parte relativa alle ricerche che è stata molto lunga e complessa, una volta terminato l’ho spedito ad alcune case editrici e tra quelle che mi hanno contattato ho scelto Scrittura&scritture . Un consiglio che posso dare è di leggere molto e impegnarsi a fondo se si crede in un romanzo. Una volta finito bisogna lasciarlo per qualche tempo in un cassetto per poi rivederlo dall’inizio, anche più di una volta.
Per una donna pensi sia più difficile essere presa in considerazione nel panorama letterario italiano, o quello che conta è il talento?
Credo che conti il talento, un romanzo è bello a prescindere da chi l’ha scritto.
Mantova è la tua città. Come la descriveresti a chi non ci fosse mai stato? E’una città d’arte, piena di verde, a misura d’uomo? C’ qualche sua via, piazza o giardino che ti affascinano particolarmente?
Mantova è una città d’arte di cui i laghi, attraverso i secoli hanno conservato l’antica struttura. E’ una città a misura d’uomo, si visita bene a piedi e il suo centro storico sprigiona il suo fascino soprattutto di sera.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?
Adoro i classici russi e gli scrittori sudamericani, tra i romanzi che possono avermi influenzato ci sono Il nome della Rosa di Umberto Eco La cattedrale del mare di Ildefonso Falcones.
Come è nato in te l’interesse per il thriller storico e come hai mixato in I Leoni d’Europa avvenimenti storici e fantasia?
I romanzi che leggo sono in prevalenza i romanzi storici, I leoni d’Europa sono nati collegando tra loro fatti realmente accaduti in quel preciso periodo storico.
Alle spalle del tuo romanzo c’è un grande lavoro di documentazione. Come hai preferito procedere: leggendo saggi, consultando internet, visitando archivi?
Ho letto moltissimi saggi per ricostruire il periodo cui si svolge la storia, per descrivere il modo in cui la gente viveva, cosa leggeva, come si spostava, cosa mangiava e quali paure aveva. Ho consultato documenti d’archivio e anche un manoscritto inedito sulla peste del 1576, ma non era sufficiente. Per ricostruire le ambientazioni ho visitato tutti i luoghi in cui si è svolta la storia quindi non solo i palazzi di Mantova, ma anche Venezia, Milano, Londra.
Il cinquecento, la Controriforma non è un periodo storico molto noto. Perché vi hai scelto di ambientare il tuo libro?
I fatti di cui narro sono realmente accaduti in quel periodo, il duello tra Vincenzo Gonzaga e James Chricton si è svolto il 3 luglio 1582 e di quegli anni è il complotto Throckmorton.
Biagio dell’Orso il capitano di giustizia protagonista di I Leoni d’Europa è un personaggio puramente nato dalla tua fantasia o trae origine da qualche personaggio storico realmente vissuto?
– Biagio dell’Orso era il capitano di giustizia di Mantova, ma di lui si conosce solo il nome, diciamo che è uscito dalla storia per entrare nel romanzo.
Quali sono secondo te i segreti per scrivere un buon giallo storico?
Il mio metodo è quello di creare un romanzo partendo da fatti realmente accaduti, in questo caso, come nel secondo romanzo, sono partita da un mistero già esistente e l’ho sviluppato. Direi che è molto importante avere rispetto dei lettori scrivendo storie e personaggi il più possibile aderenti alla realtà storica, anche se il lavoro di ricerca è duro.
I leoni d’Europa ti sta dando molte soddisfazioni, stai raccogliendo consensi unanimi sia a livello di pubblico che di critica. Parlaci del tuo rapporto con la critica. Leggi le recensioni, ti influenzano, quale ti ha fatto più felice leggere?
Sarà scontato ma quella che mi ha reso più orgogliosa è stata la prima sul giornale Roma di Napoli e il commento che mi è piaciuto di più è stato quello di una lettrice: Mi è dispiaciuto finirlo.
Ti hanno proposto di trasformare I leoni d’Europa in un film? Ti piacerebbere collaborare a scriverne la sceneggiatura? Mentre scrivevi il romanzo hai mai pensato che potesse diventare un film? Se sì quale attore vedresti bene nella parte del protagonista?
Ancora no, certo mi piacerebbe, nel caso dovesse succedere chiederò di collaborare alla sceneggiatura perché mi è capitato diverse volte di vedere film o di leggere libri di storia con errori madornali. Per la parte di Biagio dell’Orso, dato che secondo me un uomo con un nome del genere doveva essere bello, vedrei bene Alessandro Gassman
Ti piace la poesia ? Quali sono i tuoi poeti preferiti?
I mie poeti preferiti sono Leopardi, Ungaretti e D’Annunzio, l’Alcyone è un’opera stupenda.
Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?
Ho appena finito il secondo romanzo La spezieria dei veleni dove Biagio dell’Orso deve scoprire un segreto nascosto nel ritratto di Giulio Romano eseguito da Tiziano, un segreto che a distanza di cinquant’anni continua a uccidere
::Recensione di Green Zone di Rajiv Chandrasekaran a cura di Maurizio Landini
20 Maggio 2010
GREEN ZONE di Rajiv Chandrasekaran (traduzione di Massimo Gardella) 2010 RCS Libri Milano
Rajiv Chandrasekaran, coordinatore del team di reporter del "Washington Post" a Baghdad dal 2003 al 2004, racconta in questo libro lo sforzo americano di portare la democrazia in un Iraq messo in ginocchio dalla guerra.
Lo fa descrivendo la vita all'interno della Green Zone, sede della Cpa, la Coalition Provisional Authority, istituzione che aveva funzioni di governo di transizione dopo l'occupazione dell'Iraq da parte degli americani e dei membri della forza multinazionale. Secondo la risoluzione 1483 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU del 2003, la CPA si è investita del potere esecutivo, legislativo e giudiziario del governo iracheno, dall'aprile del 2003 fino al suo scioglimento avvenuto nel giugno del 2004.
La Green Zone è un'area che si estende per circa dieci chilometri quadrati nel centro di Baghdad. E' una sorta di "Little America" della capitale. Prima dell'occupazione, era il quartier generale del regime iracheno, pieno di ville e palazzi sontuosi. Dopo che sono arrivati gli americani, sembra un'America in miniatura, dove tutto funziona alla perfezione. Dall'interno della Green Zone la vera Baghdad – i check point, gli edifici sventrati dalle bombe, gli ingorghi che paralizzano il traffico – sembra appartenere a un'altra galassia.
La città di Smeraldo, così come è stata ribattezzata la Green Zone da alcuni funzionari della CPA, è distante anni luce dalla realtà di un paese devastato, prima da una dittatura di trent'anni e poi dalla guerra.
Trasformare l'Iraq in un modello di democrazia per il Medio Oriente, risulta un'impresa titanica. Se molti veterani specialisti nelle questioni del Medio Oriente sono addirittura scettici sul fatto che l'Iraq possa mai diventare una democrazia, la CPA sembra rifulgere dell'idealismo dei suoi funzionari ambiziosi ma si trova ben presto a dover fare i conti con le pessime condizioni in cui verte il paese in fatto di sicurezza, istruzione, fabbisogno energetico, sanità, giustizia…
Così, al di là delle mura della Green Zone, una città come Baghdad, dove i saccheggi hanno causato più danni alle infrastrutture che i bombardamenti americani, diviene lo specchio di una Red Zone fortemente piagata dalla dittatura e dalla guerra che chiede di essere aiutata a rialzarsi e a camminare con le proprie gambe.
:: Recensione di La ragazza dai piedi di vetro di Ali Shaw a cura di Nicola Fabio Vitale
20 Maggio 2010
Saper cogliere l’attimo fuggente, un’impresa, spesso, difficile. Fermare il tempo che scorre, è impossibile. L’attimo fuggente molto spesso finisce per perdersi nello scorrere del tempo, una dura condanna anche quando ci sono motivi validi che impediscono di trovarsi al punto giusto nel momento giusto. Un appuntamento mancato che potrebbe essere ampiamente giustificato perché, molto semplicemente, bisogna ritrovarsi oppure scoprirsi. È la storia di Midas Crock, un giovane fotografo solitario, e Ida McLaird, una ragazza costretta a vivere una strana e dolorosa trasformazione. A volte diventa impossibile cogliere l’attimo fuggente perché il tempo, nel suo scorrere, trasforma ciò che ci circonda in un qualcosa che non ci appartiene più e, pur cercandola, non esiste una soluzione. È sufficiente scoprire questa sensazione per rendersi conto che non siamo padroni del nostro destino, o non la siamo quanto lo vorremmo perché, molto spesso, di fronte alle emozioni siamo fragili come il vetro e finiamo per essere vittime di noi stessi. La ragazza dai piedi di vetro è una favola triste che si sviluppa in un luogo immaginario, l’arcipelago di St. Hauda Land, svelando la storia di due giovani vite sullo sfondo di quelle di chi li ha preceduti. A volte per realizzare i propri sogni sarebbe necessario cogliere l’attimo, a volte verrebbe voglia di terminare con una frase ispirata dal titolo di una canzone dei Nirvana: Vieni come sei, sarò come mi vuoi, sarò come ero, sarò come sono.
Titolo: La ragazza dai piedi di vetro
Autore: Ali Shaw
Editore: Fazi Editore
Pagine: 352
Anno: 2010
Prezzo: 18,50 euro
:: Intervista a Renato Di Lorenzo
19 Maggio 2010
Benvenuto Renato su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci di te, dove sei nato, i tuoi studi, la tua infanzia, i tuoi hobby.
Sono nato a Borgonovo Val Tidone, ai piedi dei colli piacentini, dove incomincia la più bella pianura del mondo; almeno lo era quando sono nato io, coi pioppi e i campi e l’odore della terra. C’erano le truppe tedesche in ritirata e i mongoli che violentavano donne e bambini al passaggio; ma nell’ospedale c’era pace; sono nato a mezzogiorno con le campane che suonavano. Poi Genova, in un appartamento molto decoroso ma ancora senza riscaldamento, con una grande stufa di maiolica a carbone. Papà, ferroviere, al pomeriggio copiava libri universitari a macchina come secondo lavoro. Ricordo con piacere il Liceo Scientifico e la Facoltà di Ingegneria elettronica: le equazioni della matematica che disvelavano la struttura del mondo a me estasiato.
Come ti seri avvicinato alla scrittura? C’è stato qualcuno all’inizio che ti ha particolarmente aiutato e indirizzato e che vorresti ringraziare?
Ho sempre letto; ero un ragazzino quando ho scoperto Hemingway, poi Steinback… anni dopo scrivevo manuali con tanta matematica per Il Sole 24 ORE e la mia editor, Angela Di Luciano, mi ha detto: “scrivi bene, perché non un romanzo?”; così è nato “L’Assalto”; ad Angela non piacque e non lo volle pubblicare però piacque a Stefano Magagnoli e lo comperò Mondadori.
Parlando del tuo esordio come è avvenuto il tuo percorso che ti ha portato alla pubblicazione? E’stato difficile trovare un editore?
Sono stato fortunato. “L’Assalto” è finito nelle mani di Magagnoli per caso e gli è piaciuto, però quasi sempre è molto difficile trovare un editore. Gli editori sono in genere personaggi abbastanza grigi, senza molta fantasia, preoccupati delle loro flatulenze e della retta dell’asilo e di tutto il resto: non sono personaggi straordinari. Giulio Einaudi e i suoi editors (Pavese, Vittorini…) sono morti da un pezzo.
Scrittore e giornalista, una vita dedicata alla scrittura. Parlaci del tuo lavoro di giornalista. Per quali giornali scrivi, di che ti occupi, più una passione o un lavoro?
Scrivo per lo più per giornali finanziari, italiani e statunitensi, ma non è la mia attività principale anche se appassionante. Scrivere sulle riviste ti dà una grossa soddisfazione se sai smascherare le stupidaggini che dicono ogni giorno i governanti e i potenti incompetenti in TV. E non c’è che da scegliere.
Quali sono i tuoi maestri letterarari, gli autori che ami di più?
Fra i “vecchi” i grandi americani: Steinback, Sherwood Anderson…; fra i contemporanei i grandi americani: Eugenides, DeLillo… e poi i superclassici: Proust, Joyce…
Parlaci della tua città, Genova. Cosa ami, cosa odi?
Ci ho passato quasi tutta la vita, a Genova, anche se non sono di famiglia genovese. Come faccio a non sentirmici a casa? E se in un posto ti ci senti a casa, quello è il “tuo” posto. E’ “superba”, Genova, nel senso che è bellissima (via Garibaldi merita da sola un viaggio). Ai genovesi voglio bene, ma sono di una prudenza folle. Brava gente però. Buona.
Insegni scrittura creativa e hai scritto un manuale di scrittura creativa: Smettetela di Piangervi Addosso: Scrivete un Bestseller (Gribaudo 2006). Quali sono in breve le regole per scrivere un libro di successo?
E’ una cosa molto complicata: questa è la prima regola. Se non hai fatto un sacco di fatica probabilmente hai scritto una porcheria. Occorre avere una grande idea e meditarci sopra finché non sei convinto che può reggere conflitti sovrumani e personaggi straordinari che facciano innamorare te prima che i lettori. Tennesse Williams diceva che non avebbe mai potuto scrivere di un protagonista che non lo eccitasse sessualmente. La seconda regola è non arrendersi mai quando dieci o più editori rifiutano il tuo manoscritto: riprova e nel frattempo scrivine uno migliore!
Che consigli daresti ad un autore esordiente? Rivolgersi agli editori a pagamento è un errore o una scelta vincente?
Solo i grandi editori che pagano te (non che sono pagati da te) mettono il tuo libro in bella evidenza nelle grandi librerie, e solo quello conta. D’altra parte nessun grande editore lo farà se il tuo libro non è un grande libro. Quindi il segreto è scrivere un grande libro.
Hai scritto una lunga serie di saggi di economia e finanza di grande successo per Il Sole 24 ORE che hanno venduto oltre 170.000 copie. Che bilancio hai tratto da questa esperienza?
Che si vende molto solo quello che si scrive avendo costruito una grande competenza. I miei manuali pieni di formule astruse vendono di più del 95% dei romanzi che entrano in libreria. Capita che una porcheria venda tanto; spesso i libri che hanno vinto un premio di grido lo sono; ma non ti puoi affidare al sedere: devi essere competente in ciò che scrivi, siano saggi sia letteratura. Studiare, studiare, studiare.
Tra i libri che hai scritto quale è quello a cui sei più affezionato?
Il primo saggio, ovviamente: “Come Guadagnare in Borsa” e poi fra i romanzi “Katarina e il Pericolo della Neve” che ha pubblicato il mio amico Foschi; già lì, con anni di anticipo rispetto alla cornaca, narravo di ONLUS che riciclano denaro sporco; e Katarina è un personaggio straordinario (in my view), assolutemente affascinante (in my view).
Ci sono errori che hai commesso nella tua carrira, scelte difficili che oggi grazie all’esperienza ti spingerebbero ad agire diversamente?
Snobbare gli editori, non far parte di nessun circolo, non aver preso la tessera di un Partito che sa piazzarti immediatamente sia con l’editore giusto sia farti andare in TV per presentare il tuo libro… sono tutti errori che ho commesso… ma che rifarei comunque.
Che rapporto hai con la critica? Quale recensione ti ha fatto più felice?
Ho un buon rapporto con la critica. Mi hanno fatto piacere le recensioni che non mi aspettavo, quelle spontanee, che nessuno ha so
llecitato, come quella di Bigazzi su Repubblica. Però è falso il mito che la critica ti fa vendere: la critica in sé non basta. Come non basta la pubblicità. Il segreto, come ho detto, è scrivere un grande libro. Questo è il problema.
Attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?
Sto scrivendo un nuovo saggio finanziario importante e – spero: attendo una risposta – un altro saggio che mi appassiona, questa volta sulla struttura matematica del mondo. Inoltre… ebbene sì: sto scrivendo anche un nuovo romanzo, ma ho deciso di battere strade insieme vecchie e nuove: di darlo cioè in pasto a puntate (come faceva Dumas) direttamente al popolo di internet, scaricabile gratuitamente da chi ne sia incuriosito e se lo voglia leggere. Racconta di una ragazzina delle medie, Milla, che incontra un ragazzo più grande di lei. Entrambi in una certa misura sono “feriti”: Milla non si sa adattare alla disinvoltura – anche sessuale – delle sue coetanee, quindi è una bambina sola, e lui ha vissuto la sua infanzia in collegio ed ha conosciuto l’omosessualità claustrofobica che vige sovrana negli ambienti religiosi. Entrambi decidono di unire le loro “ferite” e di partire con solo un paio di mutande nelle loro sacche o poco più, con la 500 C color blu quasi nero di lui, e… il resto non lo so ancora (Sorride).
Il romanzo si trova su:
http://www.scribd.com/documents#all?sort=reads&sort_direction=descending&display_format=mix
Fammi gli auguri!
Recensione di Tutto da rifare di Giorgia Wurth a cura di Nicola Fabio Vitale
18 Maggio 2010
Il libro tratta un argomento molto attuale e delicato, quello di giovani ragazze che non si accettano fisicamente e decidono di ricorrere alla chirurgia estetica. Chi inizia la lettura di questo libro immagina e spera di poter capire almeno un po’ delle sensazioni e dei motivi che vanno oltre la semplice vanità. Perché molte ragazze non si accettano fisicamente e decidono di ricorrere a un intervento chirurgico? La loro malattia è l’aspetto esteriore o qualcos’altro? Procedendo nella lettura delle pagine di “Tutta da rifare”, il primo libro di Giorgia Wurth, si avverte, però, una sensazione strana, sembra di avere tra le mani un libro scritto da un maschio per i maschi. Un’opera che potrebbe essere intitolato “ Il diario di uno zerbino” oppure “Le cronache di uno sfigato”. La storia di un ragazzo che osserva le vicende della sua amica ma che descrive in maniera molto semplice e lineare le sue sensazioni, quelle di un bambino che non riesce a liberarsi dall’ossessione del suo primo amore. Una persona innamorata disperatamente, che farebbe di tutto per essere ricambiato ma tutto è inutile. Rimane fino alla fine il mistero principale, perché Sole è ossessionata dalla chirurgia estetica? La risposta arriva in modo drammatico e molto emozionante alla fine, quando la protagonista femminile decide di svuotarsi definitivamente di tutti i tormenti che la perseguitavano fin da piccolissima, quando cerca di prendere per mano quella bambina che, in riva al mare, piange e sorride. Quando capisce che in quel momento c’è il tutto e il niente che hanno caratterizzato la sua esistenza sciagurata, quando l’unica persona in grado di salvarla è arrivato, suo malgrado, in ritardo.
Titolo: Tutta da rifare.
Autore: Giorgia Wurth
Editore: Fazi Editore
Anno: 2010
Prezzo: 16,00
Pagine: 176
:: Acquaragia di Stefano Domenichini
17 Maggio 2010
Dal 19 maggio in Libreria
A volte, le cose che sembrano complicate sono in realtà semplici e una buona organizzazione permette di raggiungere risultati insperati.
Luigi Bernardi, Amore e altre passioni
Perché i piccioni si appoggiano sul davanzale e guardano in casa? E cosa succederebbe se, per una volta, a Pasqua, Cristo decidesse di non risorgere? E se mettessimo una zolletta di LSD nel tè del Presidente degli Stati Uniti d'America?
Divisa in tre parti, quasi a segnare altrettante tappe della crescita che vanno dall'infanzia alla maturità, la raccolta di racconti offre una serie di vicende e personaggi irresistibili: c'è un certo Orlando che, tra nevrosi e farmaci, non si è ancora rassegnato ad aver perso la sua Angelica; c'è una «biografia non autorizzata del dottor Gibaud» che mette in relazione quest'ultimo con la crisi economica; c'è una storia d'amore tra bambini, una partita a calcio organizzata da Dio, un'improbabile detective-story con un investigatore ingaggiato per tener d'occhio dei cartelli in autostrada.
Stefano Domenichini si dimostra capace di spaziare dalla descrizione sarcastica della realtà al racconto più surreale, scegliendo una scrittura pregna di umorismo, spavalda, vivace e leggera, con immagini brillanti e scatti di pura ilarità. Con questo, non rinuncia però a momenti suggestivi, episodi toccanti e passaggi nei quali è il divertimento stesso a rivelare una profondità inaspettata.
Un libro ricco di trovate, in cui gioco e piacere della narrazione raggiungono una felice sintesi: a rappresentare la voce dell'autore è infatti anche l'abilità con cui le pagine riescono a far convivere fantasia e ricordo, invenzione grottesca e verosimiglianza, all'insegna di un'ironia sempre elegante, con guizzi che ricordano da vicinol'umorismo anglosassone o quello ebraico, tra irrequietezza, nostalgia, scetticismo e gusto per l'assurdo.
Stefano Domenichiniè nato a Reggio Emilia nel 1964. È avvocato, mestiere che lo ha portato a lavorare e abitare a Milano, Roma e Bologna. Dal 2004 è tornato a vivere a Reggio Emilia, dove cresce due figli. Ha iniziato a scrivere pochi anni fa. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Amore e altre passioni (Zona, 2005) e Lama e Trama 3 (Zona, 2006). Acquaragia è la sua prima raccolta.
Stefano Domenichini ACQUARAGIACollana Corsari // Perdisa Pop //euro 14,0 0 // pagine 208 //
:: Intervista ad Augusto Grandi
17 Maggio 2010
Benvenuto Augusto su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Allora sei nato a Torino nel 1956, sei un giornalista, uno scrittore, ami la montagna; vuoi aggiungere qualcosa? Parlaci dei tuoi studi, del tuo background, della tua infanzia.
Grazie a voi, innanzi tutto. Vista l’età devo fare un notevole sforzo di memoria.. Un’infanzia tipicamente borghese e subalpina. Con una scuola che era identica a quella di fine ‘800: leggevamo libri e racconti relativi agli studenti del secolo precedente e scoprivamo che non era cambiato nulla. Banchi con il calamaio incorporato, medaglie e premi, rispetto ed educazione. Anche l’educazione alla lettura, con libri come Cuore, ma anche tanta avventura, a partire da Salgari e poi Verne, passando per libri come Piccolo Alpino. Dalla Malesia alle nostre montagne. E poi le vacanze tipiche da bravo ragazzo torinese, tra il mare a Finale Ligure e la montagna in Valle d’Aosta, con le puntate in campagna, nel Delta del Po. A seguire liceo classico e una laurea in Lettere con indirizzo storico contemporaneo. Nel frattempo letture nuove, con un’attenzione particolare ai francesi. Da Maupassant a Sue, da Dumas a Hugo, poi Simenon, Céline, Sorel.
Prima di tutto sei un giornalista, sei redattore del quotidinao il Sole 24 ore come corrispondente per Torino, Piemonte e Valle d’Aosta. Quando hai iniziato a fare il giornalista? Più una passione o un lavoro? Cosa è cambiato dagli anni 70 ad oggi?
Ho iniziato per caso, all’inizio degli Anni 80. Un amico che lavorava a Radio Manila mi ha proposto di realizzare il giornale radio due mattine alla settimana. In quel periodo vivevo soprattutto in montagna, ad Ayas, dove lavoravo di sera come buttafuori in discoteca e di giorno sulle piste per le gare di sci. Ma in discoteca eravamo diventati esperti di pettegolezzo, quello che successivamente sarebbe diventato “giornalismo” da gossip. Indubbiamente all’inizio il giornalismo è stato accompagnato da grande passione: finalmente potevo raccontare la verità invece di limitarmi a leggere montagne di menzogne. Ora la passione si è trasformata in lavoro. Anche perché, negli anni, la professione è cambiata radicalmente, e non in meglio. C’era più voglia di scoprire la realtà, i retroscena. Più voglia di raccontare, di partecipare, di coinvolgere e di farsi coinvolgere. Molta più ideologia, indubbiamente, ma anche molti meno interessi economici a condizionare il lavoro.
Pensi che il giornalismo televisivo con il suo impatto diciamo sensazionalistico, il suo linguaggio colloquiale, abbia cambiato anche quello della carta stampata?
Purtroppo sì. I giornali si riempiono di pagine sulle vicende sentimentali e private di attori, di cantanti, di comparse di un mondo irreale. I lettori, giustamente, puniscono questa informazione-immondizia e comprano sempre meno quotidiani. Ma editori e direttori se ne fregano, vanno avanti a passo di corsa verso il baratro. Quanto al linguaggio, è peggiorato e di molto. Ma forse è colpa soprattutto della scuola. “Te cosa fai?” dovrebbe essere inaccettabile in prima elementare, non solo nell’informazione telesiva. “Di questo se n’è parlato”, è da matita rossa in quinta elementare, invece lo ritroviamo tutti i giorni su quotidiani nazionali.
C’è stato qualche maestro da cui hai imparato molto, faccio dei nomi Indro Montanelli, Enzo Biagi, Oriana Fallaci?
Nessuno di loro. Giorgio Bocca, invece. Sia come giornalista sia come scrittore. Ovviamente non l’ultimo Bocca, livoroso e rancoroso, ma quello che è stato grande sino ad una quindicina di anni or sono. E poi, sicuramente, è stato importante il mio professore di italiano alle medie: è lui che mi ha insegnato a scrivere. Ma, professionalmente, devo molto anche al mio capo al Sole di Torino che mi ha spiegato i trucchi del mestiere.
Raccontami un episodio bizzarro o divertente dei tuoi esordi, i primi tempi che frequentavi le redazioni dei giornali?
Più che divertente, preoccupante ma anche significativo. La prima volta che ho partecipato ad un importante convegno, per il Sole, non conoscevo nessuno. Eppure, appena entrato e prima ancora di presentarmi, il capo ufficio stampa di un grande gruppo mi ha salutato con un cordiale “Ciao Augusto”. Ho poi scoperto che quando un giornalista cominciava a lavorare per un quotidiano importante, veniva immediatamente schedato da appositi uffici. Con tutte le informazioni su curriculum, opinioni, provenienza e persino foto. Tanto per chiarire i livelli di controllo che esistevano in questo Paese.
Oltre che giornalista sei anche scrittore. Un mestiere apparentemente simile ma implica anche una struttura mentale molto diversa. Il giornalista innanzi tutto deve avere il culto della verità, dell’aderenza ai fatti, della testimonianza diretta, lo scrittore può creare, dare spazio alla fantasia. Ti senti più giornalista o scrittore?
Il primo libro è del 2000, dunque mi dovrei sentire molto più giornalista. Ma, ormai, è proprio nei libri che si ha la maggior possibilità di raccontare la verità, più diretta nei saggi e solo poco trasformata dalla fantasia nei romanzi. Per cui preferisco l’attività di scrittore.
Quali libri leggevi da ragazzo? Quali sono stati i tuoi maestri letterari?
A parte gli autori francesi, di cui abbiamo parlato prima, da ragazzo ho letto di tutto, spesso a caso, senza un filone preciso. Dai classici europei sino a romanzacci americani di pessimo livello. Come formazione per la scrittura, comunque, i francesi hanno inciso di più. Per la formazione culturale e politica (sono un figlio del ’68) hanno avuto più peso altri autori, da Evola a Guenon, da Adriano Romualdi a Codreanu. Ma forse il libro che ha inciso di più è stato “La disintegrazione del sistema”, di Franco Freda.
Parlaci della tua Torino, che luoghi ami frequentare? E’ ancora una città industriale o la crisi la sta penalizzando cambiandone il suo volto?
Torino è indubbiamente cambiata, e molto. Ma francamente non impazzisco di fronte alle legioni di turisti che sciamano per il centro per andare a vedere la Sindone o che affollano il Salone del Gusto. La mia Torino è quella che dall’asse di corso Francia – dove sono nato, cresciuto e dove abito tutt’ora, con spostamenti di poche centinaia di metri in oltre 50 anni – arriva al Po passando per via Garibaldi. Mi piace cammianre su queste strade, possibilmente al mattino, prima che arrivi la folla. Amo il Po, soprattutto quando fa freddo e non c’è nessuno. Non frequento locali notturni. Mi piace mangiar bene e bere meglio, e in questo Torino è cresciuta molto. Vintage, Cambio, Marco Polo, c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i locali più noti. E tra quelli meno famosi mi piace il Parlapà.
Ci sono errori che hai commesso nella tua carrira, scelte difficili che oggi grazie all’esperienza ti spingerebbero ad agire diveramente?
Errori? Sicuramente. Ma francamente non ne correggerei neppure uno, a parte quelli di un nome sbagliato o di una frase da agg
iungere o da togliere. Ho vissuto benissimo la mia carriera da giornalista, meglio di quanto mi aspettassi. Va bene così. Non cambio nulla.
Definiscimi il concetto di libertà. Pensi che in Italia la tanto dibattuta libertà di stampa esista o c’è molto opportunismo, asservimento ai poteri forti?
Innanzi tutto non credo alla verità oggettiva, tantomeno nell’informazione. Ciascuno ha esperienze che formano una sorta di lente deformante nella percezione della realtà. E questo a prescindere da una eventuale malafede. Si è spesso convinti di una realtà che il vicino vede in modo opposto. Libertà sarebbe comunque la possibilità di raccontare ciò che si è creduto di vedere. E raramente accade. In Italia la libertà di stampa è estremamente ridotta, ma non a causa dell’intervento dei poteri forti. Molto più semplicemente per vigliaccheria, per opportunismo. Si ha paura del potente di turno a cui, in genere, non frega assolutamente nulla di quello che viene scritto. È un’autocensura, non una censura. Si è più realisti del re. Ma indubbiamente, serve per la carriera interna.
L’ultimo tuo libro Razz. Politici d’azzardo è un fortissimo atto d’accusa contro la classe politica italiana.Vuoi parlarcene? Quanta verità contiene?
Contiene solo verità, purtroppo. Il libro è stato ispirato da personaggi veri, da storie vere. Ambientato a Torino, ma avrei potuto collocarlo ovunque in Italia. In realtà l’atto di accusa non è solo nei confronti di una classe politica squallida più ancora che disonesta, ignorante, arrogante, priva di ideali. È la società italiana nel suo complesso che è così. Giornalisti, magistrati, imprenditori. I politici non nascono dal nulla ma sono espressione di un’Italia moralmente allo sfascio.
Quanto incide il coraggio nella vita di un giornalista o di uno scrittore? Pensi di aver detto o fatto cose che in un certo senso ti hanno penalizzato. La diplomazia e l’opportunismo in senso buono sono doti da tener presente al giorno d’oggi?
Il coraggio dovrebbe essere la prima dote di un giornalista. Purtroppo è una merce sempre più rara. Indubbiamente ho pagato per certe scelte, per certe posizioni, per certe inchieste. Ma non rinnego nulla e non rimpiango nulla. E non vedo nessun senso buono per l’opportunismo. Credo che la società, non il giornalismo, avrebbe bisogno di maggior educazione, anche di quella sana ipocrisia piccolo borghese molto subalpina. Un sorriso, quando si tiene aperta la porta per far passare una persona più anziana o una signora, non costa nulla e migliora la qualità della vita di tutti. Ma nel giornalismo nessuna cortesia, solo la realtà.
Ho letto un’ intervista che hai rilasciato a Giorgio Ballario in cui ti chiede il motivo per cui hai utilizzato un linguaggio così sgradevole e diciamolo pure volgare che ha scosso anche molti lettori. Pensi che se avessi usato un linguaggio più “castigato” avresti tradito il tuo intento di denuncia? O meglio esiste un intento di denuncia?
Esiste il disgusto, più ancora che la denuncia. E un linguaggio edulcorato non avrebbe reso bene lo squallore generale. Maleducazione, mancanza di fantasia, assenza di cultura sono le caratteristiche di questi personaggi. Assurdo trasformarla in un linguaggio castigato. Anche i termini volgari si ripetono, perché i personaggi non hanno neppure la vivacità che caratterizza un giornale come Il Vernacoliere. I protagonosti di Razz hanno un vocabolario estremamente limitato, sia che si tratti di parlare un italiano corretto sia quando si tratta di imprecare.
Che rapporto hai con la critica? Quale recensione ti ha fatto più felice?
Ritengo che la critica sia fondamentale. E che debba essere totalmente libera di esprimersi, di attaccare, di guidicare anche negativamente. Solo che quando si tratta di un collega giornalista, spesso le critiche sono più benevole, per una sorta di solidarietà quando non di pura amicizia. Ci si conosce e ci si promuove a vicenda. Per questo la recensione che mi ha fatto più piacere è stata quella dedicata dal Corriere della Sera a “Baci e Bastonate”, uno dei miei libri precedenti. Perché non conoscevo il collega che l’ha scritta e perché, quando gli ho scritto per ringraziarlo, mi ha assicurato che gli era piaciuto davvero e che l’aveva fatto leggere a suo figlio perché capisse cosa erano stati gli anni di piombo.
Che consigli daresti ai giovani che volessero intraprendere la carriera di giornalista o di scrittore?
Di essere onesto innanzi tutto con se stesso. Di leggere molto, di non aver paura di nulla e di nessuno. Di non inchinarsi mai di fronte ad un potente. E di non mollare.
Quale libro stai leggendo adesso, quello aperto sul classico comodino?
Inevitabilmente un francese, Claude Izner, L’assassino del Marais. Sto finendolo e dopo sarà il turno di Claude Izzo, Casino totale.
A quali progetti stai lavorando in questo momento?
Sto scrivendo un saggio, molto faticoso, sulla storia dell’economia italiana dall’Unità ad oggi. E due racconti da inserire in altrettante raccolte, una di gialli e l’altra di storia.
:: Recensione di Imbuti di Cristallo di Lucia Boni a cura di Barbara Pizzo
15 Maggio 2010
Un volumetto, minimo per dimensioni, atmosfere e sommovimenti, di parola e gesto elementari (si badi: non banali), minimali cromatismi. In bianco e nero sin dalla copertina, tra le pagine qua e là punteggiato ora dal rosso scarlatto e vivo del chicco di melagrana, dal verde-azzurro di un divano, appena accennati i gialli, Imbuti di cristallo consegna nella minuzia formale lo sguardo ampio di Lucia Boni, un sentire capace del piccolo ogni riverbero, di renderli nella scrittura, nuovamente concederli al lettore con quella delicatezza che trova la propria potenza nell’accordare lo spazio del respiro e di quello vivere. E lo dichiara:
foglietti
epistolario
pensieri di ogni giorno
minimi scrivo
Il piccolo su cui Lucia Boni si sofferma è quello della quotidianità condivisa, tra la dimensione più personale e quella domestica, familiare, in cui l’«io» si ritrae sempre in relazione a un «tu», anche eventualmente nella sua assenza, spesso a quello fondendosi, minuscoli entrambi, in un sentimento plurale e intimo [«la folla // noi siamo in due // – è “stolida infinità” / gorgo nel buco di un imbuto – // al cospetto con i suoi rumori / lei sorda muraglia (…)»]. E di questa prospettiva pare voler subito fornire la chiave una delle prime tra le numerose soglie che segnano la pubblicazione:
sole nell’ombra
due figure chiare
parlano fitto
Un succedersi di brani esili che non è una frantumaglia. Serbate tra la nota editoriale, la postfazione di Monica Pavani e i diversi eserghi, più che schegge (pur presenti, citate, come altrui, ma «di vuoto»), a parlare sono gocce di realtà colate (non filtrate, piuttosto lentamente fatte scorrere attraverso imbuti, appunto) e conservate in un volume come in uno di quei tanti barattoli di vetro o cristallo in cui ci si imbatte nello sfogliarlo. Un libro che come quei vasetti gioca con il proprio contenuto restituendone a chi lo guarda da fuori un’immagine parziale e tuttavia in grado di lasciare intuire ciò che si pone al di là del sensibile.
Trasparenze, riverberi, perfino un tintinnare che si fa musica ci arriva, di quei contenitori. L’autrice si sofferma e interroga sul loro pieno e vuoto, mutuandoli, entro la dimensione relazionale, nell’eterna dinamica tra presenza e assenza.
Barattoli, bottiglie (più in generale, anche, stoviglie), calici, clessidre, vasi, ampolle e alambicchi, addirittura lampi, di vetro. L’intera raccolta è segnata da una consistenza che si avvicina all’effimero, pur nutrendosi di una concretezza scaturita dalla registrazione di oggetti e dalle imprescindibili percezioni fisiche. Racconta di una realtà doppia, in cui fragilità potenziale e saldezza si fondono e si confondono, dove vitale è la capacità, nell’accezione dell’attitudine, materiale ed emotiva, al contenere liquidi e solidi, così come ciò che è l’altro da sé, l’esistere.
È forse il secondo dei componimenti dedicati al «fine pasto» che racchiude e più immediatamente restituisce l’essenza di questa raccolta in cui sull’aspetto più strettamente tecnico vince la bellezza delle immagini: «noi che siamo cristalli / su di una gamba sola / come gru trampolieri / sottile gamba / forte stabile / ferma / stiamo // brina calice / piccoli suoni tintinniamo / risate acuti / bordi appannati bevo // alla bocca di / vetro / le nostre impronte / pieghe di labbra / fragranze vaghe / di abboccate bevande / bionde di fulvi / o di rubini sensi e / là in fondo dove / inspessisce e si / riduce il cono / di trasparenze // là si rimescolano / ancora / liquidi / limpidi o fondi / e poi si rigoverna / acqua che scorre // restano i suoni / dei nostri nomi incisi / invisibili ai / più per noi indelebili // resta una storia».
Imbuti di cristallo di Lucia Boni La Carmelina edizioni, Ferrara 2009, pp79, Euro 8,00
Recensione di āFuori Fuocoā (Odoya 2008) di Maddalena Oliva a cura di Maurizio Landini
12 Maggio 2010
Nel suo saggio “Fuori Fuoco”, la scrittrice Maddalena Oliva affronta le attuali modalità di rappresentazione della guerra. Quanto attraverso i media riusciamo a sapere di un conflitto? La guerra può essere assimilata a un programma di intrattenimento da accendere e spegnere quando si vuole? Attraverso un’attenta descrizione del rapporto tra azione militare e racconto mediatico, l’autrice mette in luce gli elementi che contribuiscono alla creazione di un racconto di guerra, come la demonizzazione del nemico o la spettacolarizzazione dell’evento bellico, fino a giungere a una guerra pensata, pianificata e combattuta in base a come dovrà essere rappresentata.
Se le regole di base di un contratto di embedding (1) “riconoscono il diritto dei media di seguire azioni militari e non intendono in alcun modo censurare commenti negativi o informazioni imbarazzanti e sgradevoli”, la narrazione di guerra, in realtà, diviene parte della pianificazione militare, una co-produzione di eserciti e sistemi mediatici e per questo opportunamente filtrata.
In particolare, scrive la Oliva, “il mezzo televisivo ha imposto la propria modalità narrativa ed estetica, riuscendo a trasformare il racconto di guerra in una cronaca teatralizzata, che presenta personaggi, contrapposizioni tra l’eroe e il nemico, eventi straordinari, piuttosto che tendenze di fondo derivanti dal contesto storico e politico.”
L’azione militare sfugge alla percezione, in uno spazio bellico virtuale in cui “il cittadino in quanto tale vede ridotta progressivamente la sua capacità di stabilire una presa conoscitiva della realtà, base del suo agire politico e sociale”.
(1) un approfondimento sul giornalismo di guerra:
http://www.undicom.it/network/trieste/repository/articles/terzasessionegiornalismi05/view
Fuori fuoco. L'arte della guerra e il suo racconto. Di Maddalena Oliva. Editore Odoya. collana Odoya storia. 2008 188 pagine brossura Euro 16,00
:: Recensione di Dispacci di Michael Herr a cura di Maurizio Landini
11 Maggio 2010
Basato sull'esperienza di guerra in Vietnam, vissuta dal giornalista americano tra il 1967 e il 1969, Dispacci va ben oltre il romanzo-reportage. l'Autore non si limita semplicemente a “riportare ciò che ha visto” in quel periodo della sua vita; il suo sguardo è vita. Le pagine odorano di Golgota, di luoghi del cranio; continue salite e crocifissioni, senza mai risorgere. Dalle pagine nascono e appassiscono rapidamente fiori di giovani vite: giorni trascorsi con la purezza e con la morte, senza alcun odore di santità…
Ma il Vietnam di Herr non è un'apocalisse da intendere come rivelazione. "A Herr non interessa ricostruire una storia segreta" scrive Roberto Saviano nell'introduzione al libro. "Vuole raccontare quel che è sotto gli occhi di tutti e nessuno però riesce a descrivere." È una "fine dei tempi" reiterata ad infinitum: un’abituarsi all’inferno, giorno per giorno. E bisogna che qualcuno rechi su di sé tutto questo peso, per intero, senza lasciare nulla laggiù: quei poveri ragazzi "…sempre ti chiedevano con un'emozione di un'intensità sconvolgente di raccontare tutto, per favore, perché avevano veramente la sensazione che non lo si raccontasse affatto per loro, stavano passandone di tutti i colori e stranamente nessuno là nel mondo lo sapeva". Il resto del mondo non c'è, è fuori. Non sa o non vuol sapere. Come accade anche in tutti i Vietnam attuali, che ci vengono serviti a domicilio, si accende e si spegne la guerra a piacimento.
Nel ritorno all'America di casa e famiglia, non c'è una vera espirazione per chi ha guardato-vissuto, ma quasi invidia per i morti. "La mia vita e la mia morte si erano mescolate con le loro vite e le loro morti; scivolando dall'una all'altra nella danza del Sopravvissuto, io esaminavo le attrattive di ciascuna e non desideravo granché né dell'una né dell'altra. Una volta stavo così male per questo da arrivare a pensare che i morti si erano soltanto risparmiati un mucchio di dolore."
Dispacci di Michael Herr. Editore BUR Biblioteca Universale Rizzoli. collana 24/7 2008 pagine. 292 Traduzione di Margherita Bignardi. Euro 9,50

























