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:: Giulia Guida intervista Gaja Cenciarelli

1 Maggio 2010

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Benvenuta, Gaja. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberidiscrivere. Traduttrice dall’inglese di narrativa e saggistica, caporedattrice in “Vibrisselibri”, due romanzi all’attivo più l’antologia di “Auroralia” (Zona, 2009), blogger su “Sinestetica.net”, romana d’origine, ma irlandese nell’anima.
Se ti dico Gaja Cenciarelli, insomma, tu cosa mi dici?

Benvenuta a te, e grazie per la presentazione più che lusinghiera. Sono romana d’origine, di sangue e d’amore. Sono irlandese per scelta, perché lì mi riconosco e perché Roma e l’Irlanda hanno uno spirito molto affine.
Quanto alla tua domanda, rispondo che sono una persona piena di dubbi. Che non ho nemmeno iniziato a imparare e che l’unica cosa di cui sono sicura, l’unica certezza che ho nella vita è la scrittura.

Sia come lettrice che come traduttrice hai sempre mostrato uno spiccato interesse per le scritture femminili. Cosa ti piace trovare in una scrittrice?

Mi sono occupata di letteratura femminile per anni e sono arrivata alla conclusione che, leggendo una scrittrice, mi aspetto di toccare il corpo delle parole. Voglio fisicità e plasticità. Sia nella scrittura che nella storia. In effetti sono le stesse caratteristiche che spero di trovare ogni volta che apro un libro, a prescindere dal sesso dell’autore.

Quali sono state le scrittrici che più hanno influenzato la tua formazione?

Margaret Atwood [per i motivi di cui sopra consiglio caldamente a tutti «Il racconto dell’ancella», tradotto da Camillo Pennati], Sylvia Plath, Alice Munro, Marguerite Yourcenar, Ingeborg Bachmann, Marguerite Duras, Doris Lessing, Jane Austen, Emily Dickinson, Anna Maria Ortese, Amelia Rosselli, Charlotte Brontë.

E scrittori? C’è stato qualche uomo degno di essere ricordato in questa sede?

Naturalmente, moltissimi. Lady Morgan diceva che il genio e l’anima non hanno sesso.
James Joyce, Samuel Beckett, tutti i russi, l’opera omnia di Shakespeare [il mio faro], Dante, Cervantes. Thomas Mann. Franz Kafka. Tutti gli italiani che ho letto e che leggo ogni giorno, anche coloro che durante la lettura mi accorgo di non apprezzare molto e che sento meno nelle mie corde, perché imparo a capirne i motivi, a vedere le cose da un’altra prospettiva. Amo moltissimo gli scrittori americani, moderni e contemporanei. Paul Auster, Don DeLillo, David Foster Wallace, Cormac McCarthy. Naturalmente li amo attraverso le parole delle loro traduttrici/traduttori. Eccelsi professionisti. Una citazione a parte la riservo per un grandissimo romanzo di cui si parla troppo poco: «Il conte di Montecristo», di Alexandre Dumas. Per me, indimenticabile.

Se ti dico “Irlanda”? Pensieri random, hai carta bianca.

Tornare a casa.

Tu sei una traduttrice, Gaja. Seppur bistrattato, mal pagato, poco considerato, il traduttore riveste un ruolo fondamentale come mediatore della parola scritta.
Ma adesso lo chiedo a te, chi è il traduttore? E com’è Gaja traduttrice?

La traduttrice, parlo al femminile perché femmina sono J, riscrive il testo originale. Interpreta l’autore, ne coglie lo spirito, l’humus culturale da cui proviene. Ha un’ottima conoscenza della lingua italiana, prima ancora che della lingua da cui traduce. La traduttrice è autrice a tutti gli effetti. La scelta delle parole è sua, appartiene alla sua sensibilità, alla sua capacità di comprendere le sfumature. La traduttrice è una persona puntigliosa fino all’esasperazione. Fa un lavoro di artigianato spesso sconosciuto e invisibile. Ingiustamente invisibile. Sprofonda corpo e mente nel testo che traduce, diventa – in un certo senso – il testo che traduce. Ama il testo, pur odiandolo. Lo odia ma, alla fine della traduzione, si rende conto di averlo amato comunque. La traduttrice è l’esempio vivente del dantesco amor che move il sole e l’altre stelle. L’amore per la parola scritta vince su tutto, anche sulle condizioni lavorative spesso avverse.

C’è stato un libro che ti è piaciuto particolarmente tradurre? Perché?

Più di uno. I motivi sono legati alla qualità del romanzo, naturalmente.
I libri più belli che abbia mai tradotto sono: «Il prezzo della bellezza» di John Bemrose [E/O], «Hangover Square» di Patrick Hamilton [E/O], «Il piacere della virtù» di Tom Murphy [Le Lettere], «Diario di una casalinga disperata» di Sue Kaufman [Einaudi Stile Libero], «L’alfabeto di Freud», di Jonathan Tel [Sartorio], «La verità a proposito di Celia», di Kevin Brockmeier [Terre di Mezzo].

In quanto caporedattrice editoriale, ti scontri ogni giorno con i problemi del settore.
Quali sono le caratteristiche che più apprezzi in un inedito? E quali le cose che non riesci proprio a sopportare?

Le caratteristiche imprescindibili sono la voce letteraria, che deve essere assolutamente personale e dar vita a personaggi tridimensionali, e l’esistenza di una storia. Se ne intuisce l’esistenza anche in un esordiente – a patto che abbia talento. La scrittura senza storia, e viceversa, non si dà. Non sopporto le storie ombelicali, non sopporto i personaggi che sembrano tagliati con l’accetta, non sopporto la convinzione di chi si reputa “scrittore” e non ha nemmeno le capacità di tenere metaforicamente in mano una penna. Non sopporto che le persone che tanto ambiscono a pubblicare blaterino di editoria senza neanche sapere di cosa stanno parlando, né di chi. Non sopporto chi scrive senza prima aver letto, e tanto. Perché si capisce, altroché se si capisce. Il che, ovviamente, non vuol dire che i lettori forti sappiano tutti scrivere, ma che chi intende farlo non può prescindere dall’essere un lettore forte.

Nella scena editoriale attuale ci sono autori, anche esordienti, che pensi abbiano una marcia in più?

Certo. È appena uscito il libro di Elisa Ruotolo, «Ho rubato la pioggia» [Nottetempo]. Splendido, intenso, da leggere assolutamente.

I libri sul comodino adesso.

Tu intendi sullo scaffale della libreria, sull’armadio, sulla cassapanca, e sulla sedia, vero? Il comodino non basta, sono circondata dal caos primordiale!
Te ne dico uno solo, altrimenti mi perdo. Si tratta di una rilettura fondamentale per me: «L’arte della gioia», di Goliarda Sapienza.

Da tempo gestisci un blog, “Sinestetica.net”.  Prima di tutto, spiegaci la scelta del nome.

Mi piace pensare che i sogni abbiano un sapore, che la musica si possa toccare, che ciò che vediamo profumi. Mente e corpo non sono organi di percezione distinti e separati. Per me leggere significa nutrirmi. Scrivere equivale a bere. Ascoltare è vedere. In questo senso, la sinestesia è stata una s
orta di scelta obbligata.

Che peso dai al blog o ai social networks in generale nel rapporto tra editori, lettori e recensori? 

Ritengo sia necessario saperli usare con un certo discernimento. Il che vuol dire in modo creativo e funzionale. Possono essere utili, ma anche deleteri. Faccio un esempio: internet ha dato la possibilità a chiunque abbia un blog di pubblicare ciò che teneva chiuso nel cassetto. Fin qui niente di male, anzi. C’è posto per tutti e la rete è [e speriamo lo resti ancora e sempre] uno spazio democratico e libero. Il problema è sorto in un secondo momento: la stragrande maggioranza di queste persone si è messa in testa di saper scrivere, o meglio, di essere scrittrice/scrittore solo perché i commentatori si mostravano entusiasti di quanto avevano letto. Credo che certa gente [o meglio, lo stratosferico ego di certa gente, pari soltanto alla loro stratosferica idiozia] non faccia che alimentare il mostruoso fenomeno dell’editoria a pagamento. Dei social network penso più o meno la stessa cosa. C’è da dire che, ad esempio nel caso di Facebook, il rapporto tra utenti è più immediato, anche se sempre virtuale. È un sistema orizzontale, se mi passi la definizione. Non soffre di gerarchie [o, quantomeno, non dovrebbe]. Si può entrare in contatto con persone interessanti e imparare, o instaurare comunque un rapporto che, nella vita quotidiana, spesso potrebbe risultare complicato a causa della distanza e degli impegni. In conclusione, e chiedo scusa in anticipo per la scontatezza dell’affermazione che segue, credo che certi strumenti siano neutri: dipende sempre dall’uso che se ne fa, e l’uso che se ne fa è sempre mediato dall’intelligenza e dalla passione.

Nel 2003 pubblichi il tuo primo romanzo, “Il cerchio” (Ass. Edizioni Empiria), tre anni dopo “L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi” (Zona). E’ stato difficile per te arrivare alla pubblicazione?

È stato difficile scrivere storie che convincessero me per prima. Difficile è scrivere. Anzi, difficile è (saper) raccontare. Ci sono ancora narratori in Italia?

“Il cerchio” racconta un legame tormentato attraverso le fragilità parallele di due donne, Sara e Viviana. Perché questo titolo? Cosa rappresenta il cerchio?

Il cerchio rappresentava una delle più ingenue convizioni che ho perso per la strada. E cioè che nella vita tutto torna, che i cerchi si chiudono, che i fili sospesi si riallacciano. Non è così. Panta rei. Ora credo che la vita sia una sorta di spirale infinita dove i cerchi non si chiudono mai, dove davvero tutto scorre, tutto è fluido.

Parliamo di “Auroralia”, raccolta antologica nata da una foto di Jerry Uelsmann (1987).  Hai invitato cinquanta tra scrittori, giornalisti, recensori, poeti a scrivere circa tremila battute ispirate all’immagine. Perché proprio quella foto? Cosa ti trasmette?

Quella foto l’ho scelta in un momento in cui avrei voluto essere altrove. Ha rappresentato subito il mio desiderio di staccarmi letteralmente dalla terra e di guardare dall’alto il dolore per cercare di trovargli dei confini. A ogni modo era da tempo che volevo tentare un esperimento del genere con le foto di Uelsmann. E sono felice di poter dire che l’esperimento ha superato le mie più rosee aspettative. L’antologia è stata pubblicata da Zona, sono stati girati tre booktrailer, abbiamo organizzato una serie di indimenticabili presentazioni a Roma e fuori, recensioni, attenzione e apprezzamenti. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, diceva l’Homo Faber. Che mi manca terribilmente.

Cosa ami in particolare dell’arte di Uelsmann?

Amo il surrealismo in generale, e Uelsmann è stato definito il Dalì della fotografia. Ogni volta che guardo le sue foto, mi immergo con il corpo e con la mente nelle immagini che – per l’appunto – assaporo. Diventano mie, diventano ispirazione infinita per la mia scrittura.

Che progetti hai in cantiere per ora? Ci vuoi dare qualche anticipazione?

Tutti progetti di scrittura. Alcuni quasi terminati, altri a metà del guado, altri ancora appena abbozzati ma nei quali sono già dentro fino al collo. Ho messo un piede nella corrente di cui sopra per capire se l’acqua era troppo fredda per tuffarmi, e non lo era affatto. Ora nuoto. Chissà, magari arriverò da qualche parte… 😉

Ti ringrazio per la grande disponibilità, Gaja. A presto.

Grazie a te, Giulia. È stato bellissimo.

:: Recensione di Giulia Guida: L'umanità di Emiliano Gucci

29 aprile 2010

umanità“E poi siamo cambiati troppo per rincontrarci nelle fotografie.” [Rileggendo “L’umanità”, E. Gucci] 

Le sue mani annodate di ricordi ricalcano le cicatrici sul suo corpo nudo.Cercano la sua deformità  scolpita contro la pelle, i suoi polsi tutti grinze, le macchie di fuoco vivo che le stropicciano il viso, le smagliature che le si allargano tra le cosce, come pagine bianche su cui nessuno ha più scarabocchiato altro che giornate interrotte e notti senza fine. Angela otto anni fa. Angela adesso. Un cumulo di macerie e di sogni spezzati, che non arrivano da nessuna parte. Ogni cicatrice accarezzata è un senso di colpa che viene anestetizzato. Socchiude gli occhi, segue il contorno di quegli otto anni, sfiorando i confini di Angela, quei confini senza più forma, quei confini alla deriva. Rilegge il codice di tutto il dolore che Angela si porta scritto sul corpo, un bassorilievo di presagi tristi, di primavere bruciate, di imperfezioni strappate dai vecchi album di fotografie. Quando non erano ancora così diversi da non riconoscersi più. Quando non avevano lasciato le  loro vite a invecchiare al posto loro nei cassetti. E tutte le lettere, le fotografie, le buste colorate. I loro nomi uniti in un esperimento d'amore a tempo indeterminato. Quando c'erano ancora solo i vecchi difetti, quelli che nessuno vedeva, che non ti lasciavano mangiucchiato, coi buchi nella carne e tutta l'aria a passarci attraverso e a grattare contro il vuoto. Quando ancora non era arrivato il fuoco. Angela è lì, i seni che le cadono attraverso la vestaglia trasparente, le labbra che cercano la sua bocca. Lui che non ricorda più- che non vuole ricordare cosa si provi a toccare una donna, a stringerle i capelli contro il petto. Lui che da otto anni zoppica sul dirupo di una vita col contachilometri fermo e mettere un piede dietro all'altro sembra già uno sforzo immenso. Trascina le gambe come pezzi difettosi di una catena di montaggio, si morde la voce in gola tra le pareti grigiosangue di una fabbrica, mentre sotto di lui la pressa infuria tra i cigolii del piombo disperato. Eppure non c'era sempre stato il fuoco, quando ancora non era accaduto il destino. Aveva finalmente lasciato un ricordo di sè, il segno perfetto, l'unico che avrebbe potuto dare un senso alle loro solitudini incrociate. Nel ventre di Angela, l'aveva lasciato. E dopo non era rimasto che un mucchio di vita divisa a metà chiusa in un baule di legno marcio, senza saper che farsene. L'andava a trovare ogni terza domenica del mese, dopo l’incidente. Le lasciava una busta bianca sul tavolo, metà del suo stipendio. I suoi occhi da bambino, sporchi di desolazione, erano ancora ammanettati alla gabbia di rancore che la teneva prigioniera, che non le permetteva di ricominciare. Lui che un giorno, uno come tanti col marchio di fabbrica storto, riceve una mail da Gianluca, che vuole intervistarlo sul suo libro. Il suo primo e unico libro. Da otto anni non prendeva più  una penna tra le mani, ma non aveva mai smesso di osservare, registrare, elaborare, cancellarsi e riscriversi sopra ai pensieri, tirando righe nere su quelle ultime immagini scattate ad una felicità provvisoria, istantanee del proprio rimorso, accartocciate a domino una dietro l'altra. Lui che passa per il parco e la vede, quasi ogni giorno. Valentina, le spalle al piccolo lago, contro la staccionata di legno. Le gambe immobili, ingranaggi in estinzione, su una sedia a rotelle. La vede e vorrebbe conoscerla di più, frugare nella sua storia, regalarle le sue pagine stracciate e smettere di ricordare, non pensare più ad Angela, alla sua pelle cubista, al destino che gli ha attraversato la strada. "L'umanità" di Emiliano Gucci scorre tra parole che sono sensazioni, macchie leggere sulla carta che raccontano di due gambe che zoppicano con la paura di toccare la vita sopra alla terra, di un cuore che sbiadisce, di un amore che muore, di mani coi cerotti che lasciano asciugare le ferite sotto un sole nuovo. Vogliono raccontare l'umanità  di un uomo perso. E sono sulla buona strada per riuscirci

:: Recensione de La ballata del tocororo di Enrico Astolfi e Lorenzo Mazzoni

26 aprile 2010

copertina_tocororo-257x400Eccoli Pasquino, Brunello, il partigiano Saverio e Federico, eccoli inciam­pare bruscamente sulla fine del vecchio mondo, eccoli rantolare sgomenti sul ciglio di una nuova vita. Vuoti, collerici, dannati, illusi sognatori attanagliati dall’aria tersa, dalla consapevolezza che il sipario si sta chiudendo rapida­mente. Senza sole, ebbri d’aria bruciata, rimasti senza spettacolo, sballottati al suolo, sporchi di sangue, si leccano le ferite piagnucolando.
E adesso?
Adesso il vecchio mondo si è sgretolato, è arrivato al capolinea.
Che un giorno sarebbe successo lo sapevamo tutti.
 
Immaginatevi la fine del mondo. Immaginatevi che arrivi portando con sè cascate d’acqua che sommergono tutto, lasciando emergere come isole solo alcune città come Bologna e Ferrara, poche terre emerse popolate da sparuti soparvvissuti. Questo è lo scenario e non di un libro di fantascienza più che altro è l’inizio di una favola colorata, scanzonata, irriverente che ha per protagonista assoluto non un personaggio umano ma un misterioso uccello, il Tocororo, un uccello sacro, simbolo di Cuba che per uno strano accadimento si trova a volteggiare nei cieli di Ferrara.  Il vecchio mondo con tutti i suoi errori e orrori ormai è finito e sfolgorante inizia l’alba di un nuovo mondo e cosa meglio di una missione, di un’ odissea moderna ci può portare da Ferrara a Cuba a bordo di una zattera guidata da Federico e Pasquino  per riportare il misterioso Tocororo nel suo abitat naturale in un simbolico abbraccio che riunisce i popoli, che riunisce il nord e il sud del mondo non più divisi dalle barriere dell’ingiustizia, dello sfruttamento. Nel loro avventuroso viaggio Federico e Pasquino novelli Ulisse incontreranno personaggi bizzarri, pirati, mercenari, amazzoni guerriere, cannibali, tutti seriamente decisi a combattere per sopravvivere, e porteranno a termine la loro missione scoprendo anche il mistero legato al variopinto pennuto. La ballata del Tocororo è un libro divertente, sguaiato, allegro che contiene un messaggio di libertà, di speranza, di pace e di amore. Più che un romanzo dicevo è una favola, in cui la fantasia degli autori spazia senza confini, portandoci in luoghi inesplorati, in dimensioni oniriche estreme e buffe dandoci la netta sensazione che un mondo diverso si può concepire, si può idealizzare, perché i confini angusti in cui viviamo si sgretolano e si dissolvono se lasciamo che la fantasia vada al potere. Il bene e il male saranno sempre destinati a scontrarsi ma il bene ha una carta in più e la scoprirete leggendo questo bizzarro e anarchico libro.      

:: Recensione di Giulia Guida: I cariolanti di Sacha Naspini

18 aprile 2010

i%20cariolanti“ E tutte le nostre parole, azzannate dalla terra.” [Rileggendo “I Cariolanti”, S. Naspini]

Un paio d’occhi neri di sangue, rossi di fame, gialli di disperazione.
Vorrebbero sfondare le pareti della terra- una terra di polvere e di roccia, una terra senz’acqua né carne da ingoiare, ancora con le urla delle bestie attaccate ai nervi.
Vorrebbero vedere attraverso il buio per più di qualche istante al giorno, non sentirla così  nemica quella luce bianca che cade giù  e illumina la polvere e il suo valzer incantato che nessuno vede mai, perchè il buio c’è da sempre così come il silenzio.
E quegli occhi non hanno mai parlato altro che una lingua randagia, senza casa, affamata dalla miseria. A Bastiano la bocca si impasta di tutte le parole che non è mai riuscito a dire, perchè la bocca serve a mordere, ad azzannare, a masticare e ingoiare giù.
Le parole stentano ad arrivare bene alle labbra, i suoni escono male, come un ringhio che raschia contro il diaframma.
Quelle parole da lupi con le costole in fuori e gli occhi socchiusi che sgocciolano lacrime cattive, perché non ci cresce niente su questa terra maledetta, niente che t’accarezzi lo stomaco e sciolga un po’ il gomitolo duro che ti morde la pancia.
Solo la guerra ci cresce in mezzo alla gente, sotto quella luce che anche a sfiorarla per sbaglio, finisce sempre che ti ritrovi nel tuo buio.
E un paio di mani che scavano in quel buco nella terra, in mezzo al bosco.
Rincorrono avide qualche verme solitario che non se l’aspettava mica d’esser mangiato da un bambino, con quegli occhi neri, che hanno preso spavento quando sono usciti dalla tana- quegli occhi attaccati alla disgrazia di chi nasce storto e un destino rapace ce l'ha cucito addosso. Una storia da animale in fuga, coi denti affilati dalla vita, da anni murati vivi nella terra, da mani che ti tappano la bocca per non farsi scoprire dai nemici, dalla carne dei soldati fucilati buttata nella zuppa, dalle ali delle mosche piombate sui cadaveri e schiacciate contro la lingua, per ruminare il sapore di una libertà nuova che non si sogna neanche, perchè è roba da ricchi e di chi un nome e delle radici ce l'ha per davvero.
Bastiano ha nove anni nel primo dei tredici scatti con cui Naspini apre "I Cariolanti".
Deve stare zitto, attento a incastrarsi tutte le parole tra i denti e a non buttarle fuori, di là dalle assi di legno che lo separano da quelli che camminano coi piedi sulla terra e non sottosopra come lui. E' chiuso in un buco nero, Bastiano, un buco in mezzo al bosco, in Toscana, mentre pochi metri sopra i suoi occhi irrequieti da animale da caccia ascoltano la grande guerra, che fa quello che deve fare.
Suo padre è un disertore, non ci vuole morire ammazzato in trincea per una guerra che non è  la sua. Ha già le sue battaglie da combattere, ha la miseria e una furia antica che lo tiene in vita. Preferisce viverci in un buco, piuttosto che morirci.
E' stato lui a volere tutto questo, a segnargli gli occhi di una smania barbara a Bastiano, a volerlo crescer su come una bestia da combattimento, perchè nient'altro avrebbe avuto dalla vita.
Un codice di istruzioni per la sopravvivenza e azzannare i sentimenti, che non servono a portare il pane alla baracca, che sono troppo stoppacciosi e pieni di filetti duri e poi di carne per combattere i crampi non te ne rimane quasi niente.
Ma c'era stato un amore che gli aveva accarezzato la pancia, a Bastiano, gli aveva lavato via il nero dagli occhi per un pò. Sara, che bella Sara, una bambina che zoppicava lungo la vita, tra pareti d'ovatta.
Erano gemelli di silenzio, Sara e Bastiano. Legati per la pancia da tutta quella fame di vivere. Lui che la voleva tutta per sè come una tana, un rifugio in cui sfogare la sua rabbia e seppellirla sotto terra, un sepolcro bianco- quella pelle, la pelle di Sara, un campo minato di luce, lui che alla luce non ci si abituava mai. E lei che lo voleva come il suo strappo ad una quiete artificiale, perchè lui era la vita che non le aveva mai macchiato il sangue, la libertà che non poteva correre, l'odore della notte che non era mai riuscita a respirare.
Ma è l'amore randagio, quello delle strade sterrate, che Bastiano conosce.
L'amore di una madre, una "mammaccia infame" che gli aveva promesso che le loro anime si sarebbe salvate, sarebbero rimaste bianche, mica come i loro stracci sporchi, mica come l'anima di un padre che se l'era mangiata già il diavolo. Ma qualcuno il male se lo doveva prendere, qualcuno il male lo doveva fare, perchè è così funziona. Ti devi sporcare, faccia nella terra e nel letame per non farti sparare dal primo che passa. Ti ci devi attaccare con le unghie a questa crosta fredda, un ventre di madre con le braccia di filo spinato- abbracciarla e lasciare il calco dei tuoi denti come se i tuoi morsi fossero impronte digitali.
La storia di cui ci parla Naspini ne "I Cariolanti" è di una bellezza agghiacciante perchè non lascia nessun appiglio alla redenzione.
Racconta una solitudine disumana, descrive l'abbattimento forzato e violento di ogni certezza del vivere sociale convenzionale. Ogni schema di vita familiare viene distrutto, il sacro viene dissacrato, la morale prestabilita diventa un intralcio alla sopravvivenza e si rende disvalore.
Non ci si lava dal sangue, in nessun modo, neanche la morte può essere la grande consolatrice di sempre. Non ci sono punti di fuga, l'immagine è la stessa, ripetuta fino all'ossessione. Alcuni elementi fanno come parte di un substrato mitico, si ricoprono di significati simbolici e rimandano alla dimensione del primitivo, privo di coordinate spazio-temporali ben definite. Il percorso che compie Bastiano lungo l'arco della sua vita può essere letto come un rito di passaggio attraverso il buio, il bosco, il silenzio, la terra madre che protegge e che divora ed un eterno ritorno a un destino da nati di traverso.
E in primo piano un paio d'occhi selvatici, gialli di disperazione, che non si chiudono mai.

:: Recensione di Marineide Omicidio sotto la rocca – Il sultano Rhomen Al Fasud di Ioan Viborg

17 aprile 2010

marineidePer chi ama la Sicilia di Montalbano del versatile e inimitabile Camilleri vi presento un libro curioso e davvero originale, un libro che racchiude un piccolo mistero. Ma andiamo con ordine. Marineide Epopea semiseria dell’ispettore Marineo dal bronzo viso è un libro sottile che contiene al suo interno se vogliamo due racconti lunghi Omicidio sotto la rocca e il Sultano Rhomen Al Fasud, è ha per protagonista indiscusso l’ineffabile ispettore Marieneo la cui faccia di bronzo è leggendaria e suscita in me divertiti ricordi. Innazitutto mi fa venire in mente il commissario Sanantonio, direte voi che con la Sicilia centra poco ma leggetevi il classico pezzo per dire che l’opera è di fantasia: “Tutto quanto raccontato nelle mie storie è frutto puramente della mia invenzione. Tutti i lettori che dovessero riconoscersi nei personaggi descritti, se ne facciano una ragione. Quelli che dovessero riconoscersi nei panni del commissario Guccione riflettano sulla loro condizione. Quelli che dovessero riconoscersi negli autori dei delitti, si costituiscano se non sono già in galera. Se qualche lettrice dovesse riconoscersi in Stella, mi contatti. Qualora rispondesse mia moglie, faccia finta di essere un’ operatrice Telecom. Nell’ipotesi che qualcuno si riconosca i due o più personaggi contemporaneamente pensi seriamente all’eventualità di contattare un bravo specialista”.  Beh ora ditemi se non c’è lo stesso gusto di scherzare con il lettore di Dard? Parlando della trama il primo racconto Omicidio sotto la rocca ci narra una storia apparentemente classica con un delitto, un indagine e un ispettore. Il corpo del dottor Giulio Trevigian un consulente finanziario viene trovato tra i filari di viti nel mezzo del feudo del cavaliere Alfano, un pezzo grosso del luogo impegnato in una campagna elettorale. L’ispettore Marineo prelevato da una scuola che ironia della sorte si chiama Liceo scientifico statale Totò Riina per una lunga storia di concittadini che hanno fatto fortuna in America e travisamenti di coloro che dovevano scrivere la targa, viene portato sul luogo del delitto con un diavolo per capello ma non privo del gusto di mangiarsi una decina di fichi d’India e inizia ad indagare sull’improvvisa e violenta dipartita. Tra ironia e giochi di parole, personaggi buffi e sfuriate del prode ispettore Marineo il mistero verrà svelato con tanto di spiegazione del movente. Nel secondo episodio il sultano Rhomen Al Fasud, che già dal nome del personaggio ci da un’ idea dell’umorismo che l’autore ci dispenserà tutto parte dalla sparizione di un diamante di proprietà del sudetto sultano in visita a Palermo con la sua corte e le sue Mercedes blindate, gli elicotteri personali, e il suo panfilo reale. L’ispettore Marineo per nulla impressionato dall’ostaentata ricchezza del visitatore si troverà ad indagare insospettito anche dalle troppo frequenti vincite al gratta e vinci avvenute a Castropietro suo paese nativo. Che dire sembra proprio che la Sicilia sia una terra congegnale al giallo, questa volta condito con dosi massicce di umorismo e divertimento. La scrittura è fluida, scorrevole, priva di momenti morti o incertezze. I personaggi sono ben caratterizzati anche dal linguaggio utilizzato per i vari personaggi, sui quali spicca senza dubbio l’ispettore Marineo, amante della buona cucina, sempre pronto alla battuta, perspicace, fortunato, irrimediabilmente attratto dalle belle donne ma single per vocazione. Prima vi parlavo di un mistero, e riguarda l’identità dell’autore. Chi è in realtà Ioan Viborg? A questa domanda forse saprebbe rispondere solo un ispettore perspicace come Marineo. Noi accontentiamoci della biografia ufficiale secondo cui nasce quarat’anni fa a Viborg in Danimarca e da questa città prende il nome, di origini siciliane, ora dovrebbe essere rinchiuso in un carcere danese a scontare la sua pena. Sarà vero? Chissà, quello che è certo è che è in arrivo un secondo volume con il terzo episodio della serie intitolato “Pax et bonum”. Segnalo la bella copertina illustrata da Mauro Maraschi.
Marineide Omicidio sotto la rocca, Il sultano Rhomen Al Fasud, Navarra Editore, 2009, pagine 138 Euro 10,00.  

:: Recensione di Uno di troppo di Marco Tiano

15 aprile 2010

Home4Ad essere sincera è bene che vi dica subito che non sono un’ appassionata del giallo classico all’inglese, dove il maggiordomo è quasi sempre il maggior sospettato e gli investigatori grazie al loro acume straordinario e alla loro capacità deduttiva quasi sovrumana riescono a scoprire gli indizi più disparati, ricostruiscono i fatti, scagionano gli innocenti e fanno imprigionare i colpevoli in un tripudio di happy end e tutti vissero felici e contenti. I cosidetti “delitti della camera chiusa” di sherlockiana memoria dove grazie alla logica e alle “celluline grigie” di qualche sparuto investigatore dilettante, l’intrigo si dipana e l’enigma viene svelato, magari tra un susseguirsi di brodaglie giallastre spacciate come the delle cinque e qualche caccia alla volpe, bhe vi confesso mi annoiano a morte. E’ naturale quindi che quando mi sono trovata a leggere Uno di troppo di Marco Tiano edizione Il Filo avevo le mie serie preplessità, e soprattutto mi chiedevo quale fosse la necessità di far risorgere un genere che, seppure ha la sua fetta di estimatori non lo nego, ormai ha bene o male fatto il suo tempo. Ecco tanto per dirvi lo spirito con cui ho iniziato la lettura di questo libro che contro ogni aspettativa mi ha spiazzato e incuriosito sin dalle prime pagine e se fate attenzione la chiave di volta per la risoluzione del mistero è racchiusa proprio nella prima pagina. La storia ha inizio in Italia per la precisione a Firenze nel 1921 e viene raccontata in prima persona da Hodel Foresth un bancario inglese deciso a prendersi alcuni giorni di vacanza lontano dal traffico e dal caos di Londra. Insieme ad un piccolo gruppetto di turisti inglesi si appresta a trascorrere una serena vacanza nel Bel Paese quando un delitto funesta la serenità e la concordia. Melory Bacon una bella e chiacchierata ereditiera viene pugnalata in un castello medioevale dove il gruppo di turisti si era fermato per passare la notte. Tutti sono sospettati, tutti hanno un movente, tutti hanno un alibi. Hodel Foresth diventa così ben presto l’unico sospettato e per riuscire ad allontanare i sospetti da sé non ha altra scelta che scoprire il vero colpevole. In un susseguirsi di colpi di scena ben congegnati riuscirà infine a smascherare l’assassino che si rivelerà essere come da tradizione il più insospettabile di tutti. Punti a favore la simpatia del protagonista, l’umorismo sottile, una punta di romanticismo, la gentile satira di costume, l’ingegnosità della trama complessa ma apparentemente semplice e credibile, la scrittura pulita, il comportamento corretto dell’autore che non dissemina il libro di falsi indizi per fuorviare il lettore. Punto a sfavore continuerò a prediligere i noir e i gialli più d’azione ma non sono per nulla pentita di questa piccola parentesi classica. In conclusione un giallo elegante adatto a tutte le età, privo di violenza gratuita e volgarità, consigliato specialmente agli appassionati di Ercule Poirot, Philo Vance e Nero Wolfe.
Uno di troppo, Marco Tiano,  Editore Il Filo,  Tracce Nuove voci,  2007,  260 pagine,  Euro 16,00

:: Recensione di “Monza delle delizie” di Sergio Paoli

13 aprile 2010

monza deliziePer alcuni il fatturato è un dio, simile a quelle oscure divinità azteche alle quali si credeva si dovessero tributare sacrifici umani, e infatti gli si sacrifica tutto etica, integrità, onestà, perché il mondo degli affari, il business, è sempre più una giungla in cui managers, dirigenti, quadri con i loro bei completi di alta sartoria, i rolex d’oro, le auto di lusso non hanno più moralità delle belve assetate di sangue e privi della minima compassione o umanità vogliono tutto, vogliono distruggere i concorrenti, vogliono guadagnare soldi, rispetto, potere e non si accontentano dei metodi leciti. No signore, le nuove regole del gioco impongono di fregarsene altamente degli scrupoli morali, di danzare con il diavolo, di unire affari e malaffare, di approfittare dei favori dei politici corrotti, di collaborare con i criminali veri, quelli per cui la vita umana non conta niente, quelli per cui i traffici illeciti sono il pane quotidiano e quando succede è inevitabile che qualcuno ci rimetta la vita. E’ quello che succede in Monza delle delizie di Sergio Paoli un sindacalista scomodo nato a Viareggio e trasferitosi a Lecco che ha imbracciato la penna come un rivoluzionario imbraccerebbe il fucile e dopo molti racconti per il web e la raccolta di mini-racconti Rumori di fondo e il noir Ladro di sogni ci presenta una storia di managers e sangue, una vicenda inquietante perché ha tutti i connotati della realtà, del possibile anzi del molto probabile. Dietro le facciate dei palazzi in cui risiedono le sedi delle multinazionali, delle corporations pulsa un cuore nero e non facciamoci ingannare dalle profusioni di luci e faretti, dai km di moquette come velluto, dalle segretarie sorridenti in tacchi a spillo e troppo trucco che vegliano come vestali davanti agli uffici di questi managers rampanti figli della Milano da bere degli anni ’80, ora sono più cattivi, vendicativi, spietati c’è la crisi a giustrificare tutto, il falso in bilancio non è più un crimine di rilevanza penale, nascondere capitali nelle banche compiacenti del Lichtenstein o che so dei paradisi fiscali delle isole caraibiche è un gioco da ragazzi tanto poi chi indaga sugli illeciti ha le mani legate dai vincoli alle procedure di rogatoria internazionale. La si può far franca sempre a meno che non si presenti una variabile impazzita, un uomo onesto. E già perché a volte basta questo per far crollare come castelli di carte i piani più ben congegnati basta che un certo vicecommissario Federico Marini, metodico, abitudinario, inflessibile, idealista, coscienzioso, un uomo d’altri tempi se vogliamo, troppo bello per essere vero direbbero alcuni, si trovi ad indagare a mettersi in mezzo anche se non è detto che a punire i colpevoli ci si riesca proprio sempre.       
“Monza delle delizie”, Sergio Paoli, Euro 12,00, pagine 297, 2010, Fratelli Frilli Editore, collana Tascabili Noir

:: Recensione di Italian Sharia di Paolo Grugni

12 aprile 2010

paolo grugniNella più pura tradizione del romanzo di denuncia Paolo Grugni infrange il velo del perbenismo e dell’indifferenza con Italian Sharia un viaggio agghiacciante nel mondo dell’immigrazione musulmana in Italia. Diciamo subito che Paolo Grugni è uno scrittore scomodo, uno scrittore che non ha paura di sporcarsi le mani con temi forti, di dare fastidio, uno scrittore che usa la letteratura non per farci passare qualche ora di evasione ma per sbatterci in faccia le nostre colpe, la nostra indifferenza, la nostra incapacità di indignarci veramente davanti alle ingiustizie tanto da spingerci ad agire, ad uscire dal nostro letargo. Paolo Grugni scuote le coscienze, ci graffia via dalle facce quella smorfia di supponenza che ci fa guardare lo straniero come altro da noi, come alieno. Innanzi tutto questo libro non è frutto di improvvisazione, Grugni si è documentato per anni, ha sviscerato il problema dell’integrazione, ha studiato fatti di cronaca, ha raccolto testimonianze, poi ha deciso che la formula del romanzo poteva avere lo stesso impatto del reportage giornalistico e ci ha posto davanti un libro che è nello stesso tempo un dilemma morale. Ci frega davvero qualcosa di tutte quelle ragazzine musulmane che vengono in Italia o ci nascono, conoscono il nostro stile di vita, magari si innamorano di un ragazzo italiano e vengono per ciò rifiutate e uccise dai loro familiari perché giudicate non delle brave musulmane? Al protagonista di Italian Sharia importa sì, tanto da decidere che è ora di agire, che chi salva una vita salva il mondo intero e ci mostra come dovremmo comportarci se fossimo anche solo borghesissime “brave persone”.
Italian Sharia, Paolo Grugni, Euro 14,00 , Anno 2010, pagine 203, brossura, Perdisa Pop, Collana Corsari.

:: Recensione di Angeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues.

8 aprile 2010

imagesAngeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues. Fabrizio Poggi  € 15,00  2010  256 p., brossura Editore Meridiano Zero collana Mappe musicali. Prefazione di Ernesto De Pascale.

Mi sono avvicinata a questo libro con una sorta di reverenza mista a timore, poiché devo ammettere in tutta sincerità che sono una profana del blues giusto sapevo che si suona a New Orleans, che Billy Holiday  è una delle sue voci più evocative, che è una musica nata nel cuore delle piantagioni nelle comunità afroamericane degli schiavi del cotone.
Non sono una musicista ne un’ esperta di musicologia per cui mi sono detta magari è un libro noioso pieno di gerghi tecnici, di eccentricità per addetti ai lavori comprensibile solo da chi ha un bagaglio di conoscenze specifiche nel campo.
Ho dovuto ricredermi perché Angeli perduti del Mississippi, sotto le mentite spoglie di un dizionario del Blues, è un viaggio, un viaggio avventuroso nell’anima e nel cuore di un popolo che disperatamente cerca ancora un’ identità, una scoperta continua di ritmi, cadenze, aneddoti, slangs.
Ogni voce di questo dizionario è un piccolo tesoro da conservare con cura, da assaporare con gratitudine e più leggi e più ti incuriosisci, più sorridi toccandoti la fronte e dicendoti ecco cosa significava questa frase apparentemente banale colta un giorno in una canzone che so io di Jim Morrison o Bob Dylan.
Perché il Blues è un codice per iniziati, la voce gutturale e stonata delle guardie carcerarie o dei prigionieri che spaccano pietre sotto il sole impietoso della Luoisiana, è la voce dei balordi, dei giocatori d’azzardo, dei vagabondi che girano l’America sui treni della Grande Depressione. Il Blues è sporco, malinconico, triste, cola come una giornata di pioggia umida di palude, ti strappa l’anima. E’ la musica delle feste da ballo campestri della Louisiana dove il barbecue regna sovrano e la birra scorreva a litri. E’ la musica che accompagna le danze sensuali degli afroamericani -lo slow drag- il sabato sera nei juke joints, le bettole per neri del sud degli States.
Poggi ha il cuore del bluesman e la leggerezza narrativa del raccontatore di favole irlandese seduto accanto al fuoco di torba e grazie a lui impariamo a conoscere Robert Johnson il più famoso esecutore di Delta blues di tutti i tempi, divenuto leggendario per aver venduto l’anima al diavolo ad un incrocio in cambio di una superlativa tecnica chitarristica, leggenda alimentata anche dall’oscurità dell’artista di cui per decenni non si sono viste immagini e dai testi delle sue canzoni colmi di riferimenti erotici e peccaminosi.
O scopriamo che Mojo è il nome del più famoso talisamano portafortuna del mondo del Blues e che proprio New Orleans e la Louisiana sono i luoghi dove esercitavano le migliori fattucchiere di magia nera.
Lunghissima la voce dedicata a Bob Dylan.
Al termine di quasi ogni voce un disco consigliato e se abbiamo la pazienza di raccogliere ogni suggerimento ci darà uno spunto davvero prezioso per rinfoltire la nostra collezione di Blues. Che dire ancora leggetelo, imparerete cose che di solito non si leggono sui libri.

Recensione di Giulia Guida: Corpi estranei di Paola Ronco

8 aprile 2010
cop_paola-ronco"Casi difficili, residui complicati di infauste ideologie". [Rileggendo "Corpi Estranei", P. Ronco]
Una gamba zoppa, cattiva, malata, trascinata sulla pagina bianca come l'unico ricordo di un dolore che non ha memoria. Una gamba che scatta nervosa, un grumo nodoso di speranze infrante, di vite interrotte, di spari che risucchiano l'aria. Una gamba che si inghiotte le urla di una giornata andata di traverso, come mai sarebbe dovuta andare- e ogni muscolo strappato si fa lastra di vetro, ogni tendine tagliato cade in un mucchio  di cocci che scorrono veloci, tasselli a incastro di vite al rallentatore, sotto una pioggia insonorizzata che non riesce a lavar via le macchie calde di sangue dalla strada.
Tutto quel sangue, due anni prima.
Una sequenza di piccole crepe che si aprono nella gamba dell'agente Cabras, spine pungenti che lo aiutano a non dimenticare mai del tutto.
Che dell'uomo che era è  rimasto ben poco.
Violento Cabras, puttaniere Cabras, un odio armato, il suo. Quello di un tempo.
E poi la manifestazione, due anni prima.
Una pistola nella sua mano, una traiettoria forzata, precisa, senza errori.
Un ragazzo che cade come un pupazzo di pezza ai suoi pedi, ancora un sorriso rosso di rabbia a solleticargli le labbra, beffardo.
Gli occhi di una ragazza davanti a lui, fissi sul suo corpo in caduta libera, invecchiati d'improvviso d'un vuoto bianco, che non si riscrive.
E tutta quella gentilezza- quell'affannata gentilezza dei suoi colleghi d'ufficio- gli scolpisce dentro piccole gocce di veleno che restano lì, sospese per tempi peggiori.
Sono sempre tutti così  gentili con Cabras.
Olcese, che ogni mattina nel suo ufficio gli fa la telecronaca di tutte le ultime notizie, come se lui fosse ormai fuori dal giro e non potesse più neanche prender in mano un giornale senza sentirsi male. Senza iniziare a ricordare quello che il suo respiro strangolato gli sibila ogni notte. Le sente, le pareti d'ovatta che gli si sono arrampicate addosso, dopo due anni di giorni artificiali, senza fughe in volata, in un coma forzato di sensazioni sedimentate in endovena. E Mongardi con le sue premure agitate, da amico di sempre, che non vuole accorgersi della tempesta elettrica che gli attraversa gli occhi, a quel povero diavolo di Cabras, vuole solo che rimandi, che non prenda coscienza di quel che è accaduto a cambiare per sempre le carte in tavola, a portarlo controvento.
Solo solo brutte storie e sono tutte puttanate, maurìn. Non c'è  niente di vero. Tutti ci saremmo comportati così, se fossimo stati al tuo posto. E dai che non ti fa bene legger quelle cosacce su di te, dopo tutti gli sforzi che hai fatto per metterti un pò a posto. Certo a capitare proprio a uno come te, che cose ingiuste nella vita.
Lo fanno per il suo bene, per non farlo sentire a disagio, in imbarazzo, ai margini. Come se giorno dopo giorno non ci si buttasse lui sempre più a bordo pagina.
Cabras è il corpo estraneo, è l'uomo mangiato dalla furia di pochi attimi, e dopo non rimane che il vuoto. Un vuoto immenso, cercato, non richiesto, invocato più  della morte e della vita.
Diventa l'assenza che non si riempie con niente, il buco di memoria che non si richiude, la perdita che cerca solo altre mancanze simmetriche, la luce spenta che non vuole penombre, il desiderio di disintegrare ogni confine del proprio corpo e trovare il modo di scomparire completamente.
Ma Paola Ronco parte da qua, da questa solitudine atrofizzata, per raccontare gli spazi pieni di altri vuoti, quelli che nessuno vede, le parole scure nel silenzio di piombo.
Silvia, un'addetta stampa precaria, voce che trema e occhi insicuri, un paio di gambe che sentono di star sempre nel posto sbagliato ovunque si trovino.
Silvia che si sente addosso tutte le pressioni del mondo. Silvia che deve consegnare tutti i lavori in tempi record, non mancare agli appuntamenti, essere una ragazza ideale, rispondere a tutte le chiamate.
Non assentarsi mai. Nessuna distrazione, nessun lapsus, nessuna dimenticanza.
Silvia che si sente tirata da una parte all'altra, senza una direzione sua. Silvia che si chiede se tutte le sue scelte fino a quel momento non le abbia fatte qualcun altro al posto suo. Silvia che non si sente più e non si riconosce. Silvia che si distacca per qualche istante dal mondo intorno a sè e tutti sono pronti a puntarle il dito contro. Perchè lei non ama abbastanza o lo fa distrattamente, non dimostra i sentimenti quanto dovrebbe, non è presente quanto potrebbe. Silvia che si infila tra le labbra tutta l'insoddisfazione del mondo e si muove pesante, tra le cose, eppure è inconsistente, invisibile, respira in automatico. E intanto mastica righe piene di incisi non detti, di parentesi al margine che nessuno riesce a leggere mai, di commenti a piè di pagina che tutti saltano senza interesse. Perchè Silvia è lì, quella che vedono, non ci può star niente di più sotto.
E Alessia, studentessa universitaria che arranca tra un esame e l'altro, tra corsi da frequentare e professori così stronzi che ti domandi perchè mai in una società  del cazzo, con la vita sotto contratto a progetto, ci hai anche pagato le tasse per svariati anni all'università, che a leggerti da sola quel manuale in sanscrito del quindicesimo secolo avanti cristo avresti fatto prima.
Alessia che è un'ex attivista politica, una ragazzina con le palle che un tempo correva forte, una grinta insofferente che le montava negli occhi lucidi, le innervosiva le mani, le pizzicava le gambe.
Alessia che adesso vive fuori tempo massimo e a volte si sente persa nella notte, spezzata da un dolore a cui non riesce a dare un nome.
Alessia che è innamorata di Silvestro a modo suo, di un amore rapace da terapia, che le faccia da tranquillante per gli incubi e le macchie nere di un passato che non perde colore.
I vuoti di queste due donne che valicano il limite, destinati a scontrarsi inesorabilmente nel circuito chiuso di disperazione di Cabras. Mentre in primo piano una Torino splendida vive e respira sotto i piedi dei suoi personaggi e il misterioso caso della banda dei giustizieri continua a seminare l'aria di un panico sospetto.
Con questo suo primo romanzo, in cui si fa cantastorie del non detto, Paola Ronco ha dato un'enorme prova di talento, lasciando che ogni personaggio riscriva sotto le righe la sua versione ufficiale dei fatti, riempia le pagine di tutti i suoi desideri andati a perdere, scarabocchi il foglio bianco delle pause giuste, quelle dei suoi vuoti d'aria- e lo ha fatto tirando fuori il nero da quel perverso gioco a incastro di vite portate all’estremo, che rimane sul fondo e che non si può dire. Perchè nessuno, quasi mai, lo capirebbe. 

Petizione online per Munir Mezyed premio nobel per la letteratura

7 aprile 2010


Online petition – Nominate Palestinian Poet & Novelist MUNIR MEZYED for Nobel Prize in Literature
ترشيح منير مزيد لجائزة نوبل للآداب

:: Recensione di "I segreti di Degas" di Elio Capriati

6 aprile 2010

showpic“I segreti di Degas” dello scrittore napoletano Elio Capriati, già noto al pubblico per il suo libro d’esordio “Ritratto di famiglia. I Meuricoffre” che partecipò nel 2004 alla selezione del premio Campiello,  è senz’altro una piccola perla nel panorama letterario italiano, un piacevole e delicato omaggio alla città di Napoli e all’arte. Certo tutti conoscono le celeberrime ballerine di Degas ma forse non tutti sanno che è esistito un ramo napoletano della famiglia Degas e in questo gradevolissimo libro impariamo a farne la conoscenza. Tutto inizia a Parigi un mattino dei primi del novecento quando il giovane poeta Paul Valery si recò in visita all’atelier dell’ormai anziano Edgar Degas ed ebbe modo di sentire così raccontare dal Maestro l’avventurosa vita del nonno Renè-Hilaire Degas e della sua turbolenta famiglia. Capriati ci porta con mano lieve nel passato fino al tempo della grande rivoluzione del 1789 quando il nonno di Degas ebbe parole di tenero conforto per Maria Antonietta diretta al patibolo e per questo dovette scappare lasciando la Francia per rifugiarsi a Napoli e da questo episodio prende l’avvio la storia, una storia ricca di rocambolesche fughe, personaggi pittoreschi, aneddoti curiosi in cui la realtà documentata da un attenta analisi di documenti d’epoca si intreccia con la fantasia dell’autore, così partecipe dei fatti raccontati da risultare mai sopra le righe o inopportuno. Un velo di malinconia ricopre tutta la narrazione e si accresce nell’epilogo quando un Paul Valery ormai maturo ricorda un lontano giorno di fine settembre del 17 quando gli annunciarono la morte di Edgar Degas. I protagonisti delle vicende che gli aveva raccontato ormai erano tutti morti restavano di loro solo i quadri di famiglia a custodire i loro segreti.