
Benvenuta, Gaja. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberidiscrivere. Traduttrice dall’inglese di narrativa e saggistica, caporedattrice in “Vibrisselibri”, due romanzi all’attivo più l’antologia di “Auroralia” (Zona, 2009), blogger su “Sinestetica.net”, romana d’origine, ma irlandese nell’anima.
Se ti dico Gaja Cenciarelli, insomma, tu cosa mi dici?
Benvenuta a te, e grazie per la presentazione più che lusinghiera. Sono romana d’origine, di sangue e d’amore. Sono irlandese per scelta, perché lì mi riconosco e perché Roma e l’Irlanda hanno uno spirito molto affine.
Quanto alla tua domanda, rispondo che sono una persona piena di dubbi. Che non ho nemmeno iniziato a imparare e che l’unica cosa di cui sono sicura, l’unica certezza che ho nella vita è la scrittura.
Sia come lettrice che come traduttrice hai sempre mostrato uno spiccato interesse per le scritture femminili. Cosa ti piace trovare in una scrittrice?
Mi sono occupata di letteratura femminile per anni e sono arrivata alla conclusione che, leggendo una scrittrice, mi aspetto di toccare il corpo delle parole. Voglio fisicità e plasticità. Sia nella scrittura che nella storia. In effetti sono le stesse caratteristiche che spero di trovare ogni volta che apro un libro, a prescindere dal sesso dell’autore.
Quali sono state le scrittrici che più hanno influenzato la tua formazione?
Margaret Atwood [per i motivi di cui sopra consiglio caldamente a tutti «Il racconto dell’ancella», tradotto da Camillo Pennati], Sylvia Plath, Alice Munro, Marguerite Yourcenar, Ingeborg Bachmann, Marguerite Duras, Doris Lessing, Jane Austen, Emily Dickinson, Anna Maria Ortese, Amelia Rosselli, Charlotte Brontë.
E scrittori? C’è stato qualche uomo degno di essere ricordato in questa sede?
Naturalmente, moltissimi. Lady Morgan diceva che il genio e l’anima non hanno sesso.
James Joyce, Samuel Beckett, tutti i russi, l’opera omnia di Shakespeare [il mio faro], Dante, Cervantes. Thomas Mann. Franz Kafka. Tutti gli italiani che ho letto e che leggo ogni giorno, anche coloro che durante la lettura mi accorgo di non apprezzare molto e che sento meno nelle mie corde, perché imparo a capirne i motivi, a vedere le cose da un’altra prospettiva. Amo moltissimo gli scrittori americani, moderni e contemporanei. Paul Auster, Don DeLillo, David Foster Wallace, Cormac McCarthy. Naturalmente li amo attraverso le parole delle loro traduttrici/traduttori. Eccelsi professionisti. Una citazione a parte la riservo per un grandissimo romanzo di cui si parla troppo poco: «Il conte di Montecristo», di Alexandre Dumas. Per me, indimenticabile.
Se ti dico “Irlanda”? Pensieri random, hai carta bianca.
Tornare a casa.
Tu sei una traduttrice, Gaja. Seppur bistrattato, mal pagato, poco considerato, il traduttore riveste un ruolo fondamentale come mediatore della parola scritta.
Ma adesso lo chiedo a te, chi è il traduttore? E com’è Gaja traduttrice?
La traduttrice, parlo al femminile perché femmina sono J, riscrive il testo originale. Interpreta l’autore, ne coglie lo spirito, l’humus culturale da cui proviene. Ha un’ottima conoscenza della lingua italiana, prima ancora che della lingua da cui traduce. La traduttrice è autrice a tutti gli effetti. La scelta delle parole è sua, appartiene alla sua sensibilità, alla sua capacità di comprendere le sfumature. La traduttrice è una persona puntigliosa fino all’esasperazione. Fa un lavoro di artigianato spesso sconosciuto e invisibile. Ingiustamente invisibile. Sprofonda corpo e mente nel testo che traduce, diventa – in un certo senso – il testo che traduce. Ama il testo, pur odiandolo. Lo odia ma, alla fine della traduzione, si rende conto di averlo amato comunque. La traduttrice è l’esempio vivente del dantesco amor che move il sole e l’altre stelle. L’amore per la parola scritta vince su tutto, anche sulle condizioni lavorative spesso avverse.
C’è stato un libro che ti è piaciuto particolarmente tradurre? Perché?
Più di uno. I motivi sono legati alla qualità del romanzo, naturalmente.
I libri più belli che abbia mai tradotto sono: «Il prezzo della bellezza» di John Bemrose [E/O], «Hangover Square» di Patrick Hamilton [E/O], «Il piacere della virtù» di Tom Murphy [Le Lettere], «Diario di una casalinga disperata» di Sue Kaufman [Einaudi Stile Libero], «L’alfabeto di Freud», di Jonathan Tel [Sartorio], «La verità a proposito di Celia», di Kevin Brockmeier [Terre di Mezzo].
In quanto caporedattrice editoriale, ti scontri ogni giorno con i problemi del settore.
Quali sono le caratteristiche che più apprezzi in un inedito? E quali le cose che non riesci proprio a sopportare?
Le caratteristiche imprescindibili sono la voce letteraria, che deve essere assolutamente personale e dar vita a personaggi tridimensionali, e l’esistenza di una storia. Se ne intuisce l’esistenza anche in un esordiente – a patto che abbia talento. La scrittura senza storia, e viceversa, non si dà. Non sopporto le storie ombelicali, non sopporto i personaggi che sembrano tagliati con l’accetta, non sopporto la convinzione di chi si reputa “scrittore” e non ha nemmeno le capacità di tenere metaforicamente in mano una penna. Non sopporto che le persone che tanto ambiscono a pubblicare blaterino di editoria senza neanche sapere di cosa stanno parlando, né di chi. Non sopporto chi scrive senza prima aver letto, e tanto. Perché si capisce, altroché se si capisce. Il che, ovviamente, non vuol dire che i lettori forti sappiano tutti scrivere, ma che chi intende farlo non può prescindere dall’essere un lettore forte.
Nella scena editoriale attuale ci sono autori, anche esordienti, che pensi abbiano una marcia in più?
Certo. È appena uscito il libro di Elisa Ruotolo, «Ho rubato la pioggia» [Nottetempo]. Splendido, intenso, da leggere assolutamente.
I libri sul comodino adesso.
Tu intendi sullo scaffale della libreria, sull’armadio, sulla cassapanca, e sulla sedia, vero? Il comodino non basta, sono circondata dal caos primordiale!
Te ne dico uno solo, altrimenti mi perdo. Si tratta di una rilettura fondamentale per me: «L’arte della gioia», di Goliarda Sapienza.
Da tempo gestisci un blog, “Sinestetica.net”. Prima di tutto, spiegaci la scelta del nome.
Mi piace pensare che i sogni abbiano un sapore, che la musica si possa toccare, che ciò che vediamo profumi. Mente e corpo non sono organi di percezione distinti e separati. Per me leggere significa nutrirmi. Scrivere equivale a bere. Ascoltare è vedere. In questo senso, la sinestesia è stata una s
orta di scelta obbligata.
Che peso dai al blog o ai social networks in generale nel rapporto tra editori, lettori e recensori?
Ritengo sia necessario saperli usare con un certo discernimento. Il che vuol dire in modo creativo e funzionale. Possono essere utili, ma anche deleteri. Faccio un esempio: internet ha dato la possibilità a chiunque abbia un blog di pubblicare ciò che teneva chiuso nel cassetto. Fin qui niente di male, anzi. C’è posto per tutti e la rete è [e speriamo lo resti ancora e sempre] uno spazio democratico e libero. Il problema è sorto in un secondo momento: la stragrande maggioranza di queste persone si è messa in testa di saper scrivere, o meglio, di essere scrittrice/scrittore solo perché i commentatori si mostravano entusiasti di quanto avevano letto. Credo che certa gente [o meglio, lo stratosferico ego di certa gente, pari soltanto alla loro stratosferica idiozia] non faccia che alimentare il mostruoso fenomeno dell’editoria a pagamento. Dei social network penso più o meno la stessa cosa. C’è da dire che, ad esempio nel caso di Facebook, il rapporto tra utenti è più immediato, anche se sempre virtuale. È un sistema orizzontale, se mi passi la definizione. Non soffre di gerarchie [o, quantomeno, non dovrebbe]. Si può entrare in contatto con persone interessanti e imparare, o instaurare comunque un rapporto che, nella vita quotidiana, spesso potrebbe risultare complicato a causa della distanza e degli impegni. In conclusione, e chiedo scusa in anticipo per la scontatezza dell’affermazione che segue, credo che certi strumenti siano neutri: dipende sempre dall’uso che se ne fa, e l’uso che se ne fa è sempre mediato dall’intelligenza e dalla passione.
Nel 2003 pubblichi il tuo primo romanzo, “Il cerchio” (Ass. Edizioni Empiria), tre anni dopo “L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi” (Zona). E’ stato difficile per te arrivare alla pubblicazione?
È stato difficile scrivere storie che convincessero me per prima. Difficile è scrivere. Anzi, difficile è (saper) raccontare. Ci sono ancora narratori in Italia?
“Il cerchio” racconta un legame tormentato attraverso le fragilità parallele di due donne, Sara e Viviana. Perché questo titolo? Cosa rappresenta il cerchio?
Il cerchio rappresentava una delle più ingenue convizioni che ho perso per la strada. E cioè che nella vita tutto torna, che i cerchi si chiudono, che i fili sospesi si riallacciano. Non è così. Panta rei. Ora credo che la vita sia una sorta di spirale infinita dove i cerchi non si chiudono mai, dove davvero tutto scorre, tutto è fluido.
Parliamo di “Auroralia”, raccolta antologica nata da una foto di Jerry Uelsmann (1987). Hai invitato cinquanta tra scrittori, giornalisti, recensori, poeti a scrivere circa tremila battute ispirate all’immagine. Perché proprio quella foto? Cosa ti trasmette?
Quella foto l’ho scelta in un momento in cui avrei voluto essere altrove. Ha rappresentato subito il mio desiderio di staccarmi letteralmente dalla terra e di guardare dall’alto il dolore per cercare di trovargli dei confini. A ogni modo era da tempo che volevo tentare un esperimento del genere con le foto di Uelsmann. E sono felice di poter dire che l’esperimento ha superato le mie più rosee aspettative. L’antologia è stata pubblicata da Zona, sono stati girati tre booktrailer, abbiamo organizzato una serie di indimenticabili presentazioni a Roma e fuori, recensioni, attenzione e apprezzamenti. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, diceva l’Homo Faber. Che mi manca terribilmente.
Cosa ami in particolare dell’arte di Uelsmann?
Amo il surrealismo in generale, e Uelsmann è stato definito il Dalì della fotografia. Ogni volta che guardo le sue foto, mi immergo con il corpo e con la mente nelle immagini che – per l’appunto – assaporo. Diventano mie, diventano ispirazione infinita per la mia scrittura.
Che progetti hai in cantiere per ora? Ci vuoi dare qualche anticipazione?
Tutti progetti di scrittura. Alcuni quasi terminati, altri a metà del guado, altri ancora appena abbozzati ma nei quali sono già dentro fino al collo. Ho messo un piede nella corrente di cui sopra per capire se l’acqua era troppo fredda per tuffarmi, e non lo era affatto. Ora nuoto. Chissà, magari arriverò da qualche parte… 😉
Ti ringrazio per la grande disponibilità, Gaja. A presto.
Grazie a te, Giulia. È stato bellissimo.
“E poi siamo cambiati troppo per rincontrarci nelle fotografie.” [Rileggendo “L’umanità”, E. Gucci] 

Per chi ama la Sicilia di Montalbano del versatile e inimitabile Camilleri vi presento un libro curioso e davvero originale, un libro che racchiude un piccolo mistero. Ma andiamo con ordine. Marineide Epopea semiseria dell’ispettore Marineo dal bronzo viso è un libro sottile che contiene al suo interno se vogliamo due racconti lunghi Omicidio sotto la rocca e il Sultano Rhomen Al Fasud, è ha per protagonista indiscusso l’ineffabile ispettore Marieneo la cui faccia di bronzo è leggendaria e suscita in me divertiti ricordi. Innazitutto mi fa venire in mente il commissario Sanantonio, direte voi che con la Sicilia centra poco ma leggetevi il classico pezzo per dire che l’opera è di fantasia: “Tutto quanto raccontato nelle mie storie è frutto puramente della mia invenzione. Tutti i lettori che dovessero riconoscersi nei personaggi descritti, se ne facciano una ragione. Quelli che dovessero riconoscersi nei panni del commissario Guccione riflettano sulla loro condizione. Quelli che dovessero riconoscersi negli autori dei delitti, si costituiscano se non sono già in galera. Se qualche lettrice dovesse riconoscersi in Stella, mi contatti. Qualora rispondesse mia moglie, faccia finta di essere un’ operatrice Telecom. Nell’ipotesi che qualcuno si riconosca i due o più personaggi contemporaneamente pensi seriamente all’eventualità di contattare un bravo specialista”. Beh ora ditemi se non c’è lo stesso gusto di scherzare con il lettore di Dard? Parlando della trama il primo racconto Omicidio sotto la rocca ci narra una storia apparentemente classica con un delitto, un indagine e un ispettore. Il corpo del dottor Giulio Trevigian un consulente finanziario viene trovato tra i filari di viti nel mezzo del feudo del cavaliere Alfano, un pezzo grosso del luogo impegnato in una campagna elettorale. L’ispettore Marineo prelevato da una scuola che ironia della sorte si chiama Liceo scientifico statale Totò Riina per una lunga storia di concittadini che hanno fatto fortuna in America e travisamenti di coloro che dovevano scrivere la targa, viene portato sul luogo del delitto con un diavolo per capello ma non privo del gusto di mangiarsi una decina di fichi d’India e inizia ad indagare sull’improvvisa e violenta dipartita. Tra ironia e giochi di parole, personaggi buffi e sfuriate del prode ispettore Marineo il mistero verrà svelato con tanto di spiegazione del movente. Nel secondo episodio il sultano Rhomen Al Fasud, che già dal nome del personaggio ci da un’ idea dell’umorismo che l’autore ci dispenserà tutto parte dalla sparizione di un diamante di proprietà del sudetto sultano in visita a Palermo con la sua corte e le sue Mercedes blindate, gli elicotteri personali, e il suo panfilo reale. L’ispettore Marineo per nulla impressionato dall’ostaentata ricchezza del visitatore si troverà ad indagare insospettito anche dalle troppo frequenti vincite al gratta e vinci avvenute a Castropietro suo paese nativo. Che dire sembra proprio che la Sicilia sia una terra congegnale al giallo, questa volta condito con dosi massicce di umorismo e divertimento. La scrittura è fluida, scorrevole, priva di momenti morti o incertezze. I personaggi sono ben caratterizzati anche dal linguaggio utilizzato per i vari personaggi, sui quali spicca senza dubbio l’ispettore Marineo, amante della buona cucina, sempre pronto alla battuta, perspicace, fortunato, irrimediabilmente attratto dalle belle donne ma single per vocazione. Prima vi parlavo di un mistero, e riguarda l’identità dell’autore. Chi è in realtà Ioan Viborg? A questa domanda forse saprebbe rispondere solo un ispettore perspicace come Marineo. Noi accontentiamoci della biografia ufficiale secondo cui nasce quarat’anni fa a Viborg in Danimarca e da questa città prende il nome, di origini siciliane, ora dovrebbe essere rinchiuso in un carcere danese a scontare la sua pena. Sarà vero? Chissà, quello che è certo è che è in arrivo un secondo volume con il terzo episodio della serie intitolato “Pax et bonum”. Segnalo la bella copertina illustrata da Mauro Maraschi.
Ad essere sincera è bene che vi dica subito che non sono un’ appassionata del giallo classico all’inglese, dove il maggiordomo è quasi sempre il maggior sospettato e gli investigatori grazie al loro acume straordinario e alla loro capacità deduttiva quasi sovrumana riescono a scoprire gli indizi più disparati, ricostruiscono i fatti, scagionano gli innocenti e fanno imprigionare i colpevoli in un tripudio di happy end e tutti vissero felici e contenti. I cosidetti “delitti della camera chiusa” di sherlockiana memoria dove grazie alla logica e alle “celluline grigie” di qualche sparuto investigatore dilettante, l’intrigo si dipana e l’enigma viene svelato, magari tra un susseguirsi di brodaglie giallastre spacciate come the delle cinque e qualche caccia alla volpe, bhe vi confesso mi annoiano a morte. E’ naturale quindi che quando mi sono trovata a leggere Uno di troppo di Marco Tiano edizione Il Filo avevo le mie serie preplessità, e soprattutto mi chiedevo quale fosse la necessità di far risorgere un genere che, seppure ha la sua fetta di estimatori non lo nego, ormai ha bene o male fatto il suo tempo. Ecco tanto per dirvi lo spirito con cui ho iniziato la lettura di questo libro che contro ogni aspettativa mi ha spiazzato e incuriosito sin dalle prime pagine e se fate attenzione la chiave di volta per la risoluzione del mistero è racchiusa proprio nella prima pagina. La storia ha inizio in Italia per la precisione a Firenze nel 1921 e viene raccontata in prima persona da Hodel Foresth un bancario inglese deciso a prendersi alcuni giorni di vacanza lontano dal traffico e dal caos di Londra. Insieme ad un piccolo gruppetto di turisti inglesi si appresta a trascorrere una serena vacanza nel Bel Paese quando un delitto funesta la serenità e la concordia. Melory Bacon una bella e chiacchierata ereditiera viene pugnalata in un castello medioevale dove il gruppo di turisti si era fermato per passare la notte. Tutti sono sospettati, tutti hanno un movente, tutti hanno un alibi. Hodel Foresth diventa così ben presto l’unico sospettato e per riuscire ad allontanare i sospetti da sé non ha altra scelta che scoprire il vero colpevole. In un susseguirsi di colpi di scena ben congegnati riuscirà infine a smascherare l’assassino che si rivelerà essere come da tradizione il più insospettabile di tutti. Punti a favore la simpatia del protagonista, l’umorismo sottile, una punta di romanticismo, la gentile satira di costume, l’ingegnosità della trama complessa ma apparentemente semplice e credibile, la scrittura pulita, il comportamento corretto dell’autore che non dissemina il libro di falsi indizi per fuorviare il lettore. Punto a sfavore continuerò a prediligere i noir e i gialli più d’azione ma non sono per nulla pentita di questa piccola parentesi classica. In conclusione un giallo elegante adatto a tutte le età, privo di violenza gratuita e volgarità, consigliato specialmente agli appassionati di Ercule Poirot, Philo Vance e Nero Wolfe.

Angeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues. Fabrizio Poggi € 15,00 2010 256 p., brossura Editore Meridiano Zero collana Mappe musicali. Prefazione di Ernesto De Pascale.


























