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:: Il lato oscuro del cuore, Corrado Augias (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

24 novembre 2014

_il-lato-oscuro-del-cuore-1406216177Si può scambiare con estrema facilità la sanità per follia e viceversa, anche perché non sono infrequenti le distorsioni nell’occhio clinico che indaga il fenomeno. La psicologia, la psichiatria, la psicoanalisi esplorano gli estremi confini di territori proibiti, quelli di cui la borghesia avverte il fascino e il terrore, essendone nello stesso tempo sedotta e respinta.
Clara studia Storia della psicanalisi. Wanda è una donna vinta, sopraffatta dalla vita e dai suoi aspetti più violenti e dolorosi. Due esistenze lontane ma necessariamente complementari nella ricerca della verità.
L’occasione dell’incontro è un omicidio: il marito di Wanda viene crivellato di colpi e sua moglie è sospettata di complicità. Clara cercherà di ricostruire, attraverso le angosciate confessioni della donna, la terribile vicenda umana che ha portato alla morte del marito e al disperato accerchiamento di Wanda. Un viaggio che la condurrà al centro di un mondo spietato e senza regole.
Troppo per l’ordinaria esistenza di periferia della giovane, abituata a confrontarsi con l’oggetto del suo studio, ma non con la reale manifestazione della devianza.
Così la ricerca e l’analisi sulle “grandi isteriche” del passato e dei medici che le ebbero in cura, da Freud a Charcot, regalano al lettore un interessante excursus sulla storia della psicoanalisi, partendo da casi di scuola realmente trattati sino a riferimenti letterari. Si passa così dalla angosciosa vicenda di Dora, di cui Freud cominciò ad occuparsi quando la donna aveva solo diciotto anni, a quella di Else, protagonista della novella di Arthur Schnitzler, La signorina Else, vittime di un “oltraggio sessuale umiliante”. In entrambi i casi il dominio sul corpo e sull’anima delle donne da parte degli uomini è totale, feroce e bestiale. Ma gli esempi sono numerosi.
Come Hedda Gabler di Ibsen, come la signorina Giulia di Strindberg, Else soccombe al maschilismo della società, un tema che solo un artista come Schnitzler aveva saputo individuare e sviluppare. C’è addirittura chi sostiene che la tragica fine di Else sia la risposta data da un artista all’insensibilità dimostrata da Freud nel caso di Dora.
I passaggi della ricerca di Clara si intrecciano con la vita reale: i rimpianti di suo padre Luciano alle prese con un’esistenza sospesa, l’inquietudine del fratello Luigi all’esasperata ricerca di un riscatto sociale e familiare che fatica ad arrivare e l’amore in attesa di Corrado, il giovane che condivide con Clara ideali e passioni. Sullo sfondo una periferia abbruttita dalla mancanza di speranze e dalla criminalità, un non luogo dove presente e passato recente si sovrappongono e si fondono in un futuro senza orizzonte.
Non ci può essere una tale differenza tra quello che uno s’aspetta quando ha vent’anni e quello che ci si ritrova mezzo secolo dopo… Mi sento come se m’avessero fatto uno scherzo, capisci Clara? Come se questa non fosse davvero la mia vita, quella vera deve ancora arrivare, non è vero che sono così vecchio…Invece mi guardo allo specchio e lo vedo: è proprio così, niente da fare. Non mi sembra giusto, era l’unica vita che avevo e me ne sono accorto tardi.
Corrado Augias ci regala un romanzo intenso nella sua necessaria complessità e ci ricorda quanto duro e, a volte, vano sia il tentativo di comprendere la mente umana in tutte le sue più profonde ragioni.
Consigliatissimo.

Corrado Augias è giornalista, scrittore e conduttore televisivo. È opinionista del quotidiano «la Repubblica» e autore di numerosi libri, tradotti nelle principali lingue, e di programmi televisivi di contenuto culturale. Con Mondadori ha pubblicato, tra l’altro, I segreti di New York, I segreti di Londra, I segreti di Roma, e insieme al biblista Mauro Pesce, Inchiesta su Gesú. Nel 2007, sempre per Mondadori, è uscito Leggere. Per Einaudi ha pubblicato, insieme a Vladimiro Polchi, Il sangue e il potere. Processo a Giulio Cesare, Tiberio e Nerone (2008). Il lato oscuro del cuore (2014) è il suo primo romanzo per Einaudi.

:: Camerata Neandertal, Antonio Pennacchi, (Ed. Baldini e Castoldi, 2014) a cura di Viviana Filippini

22 novembre 2014

CamerataneandertalCamerata Neandertal, (senza lettera acca specifica l’autore stesso tra le pagine) è il nuovo libro di Antonio Pennacchi, appena uscito per Baldini & Castoldi. Scegliendo un genere al quale associarlo, lo definirei una sincera e disarmante autobiografia di sé, attraverso il lavoro di creazione dei propri libri. Il libro di Pennacchi è caratterizzato da alcuni elementi che tornano in modo costante e che evidenziano come essi costituiscano delle vere e proprie ossessioni per lo scrittore, ma anche il “carburante” necessario a raccontare il suo vissuto tra pubblico e privato. Per esempio, uno degli oggetti che compaiono spesso è il famoso e antico teschio del Circeo attorno al quale studiosi di varie epoche, compreso Pennacchi stesso, hanno posto attenzione, nel tentativo di scoprire se esso appartenga, o no, ad uno degli ultimi uomini di Neandertal. Altro elemento costante sono i diversi malanni, anzi le malattie, che colpiscono il povero Antonio, il quale,nonostante subisca nel corso della narrazione diversi infarti, interventi medici e abbia seri problemi alla spina dorsale e altri acciacchi, non molla mai e continua imperterrito a lavorare, studiare e scrivere. Questo suo volere fare, corrispondente al principio del “prima il dovere, poi il piacere”, è una caratteristica che l’autore ha ereditato dai suoi avi e della quale lui racconta nelle pagine del libro. Pennacchi scrive come un fiume in piena ed è sincero non solo nel raccontare la sua vita e quella delle sue creature letterarie, ma anche nel dire, senza peli sulla lingua, quello cha a lui piace e non piace fare: “Non mi diverto a scrivere. Mi diverto a leggere e studiare, e soprattutto ad andare in giro per Latina – dal barbiere oppure al bar Mimì – a litigare con quelli che incontro. Ma a scrivere no, non mi piace. Scrivo per obbligo e per dovere. Dice «E chi te l’ha imposta questa tassa, l’Agenzia delle Entrate?» No. Peggio. I miei morti, la mia terrà, il mio dàimon”. Già i morti. Di loro ce ne sono tanti nel libro di Pennacchi, perché sono la linfa e le costanti presenze che l’autore percepisce e sente, e sono coloro che lo inducono a scrivere e a raccontare vicende umane di lotta per la vita. C’è Ajmone Finestra – il Federale di Latina, ispiratore dei romanzi Palude e Il fasciocomunista– ;poi si trovano gli operai protagonisti delle azioni di Palude; si incontra il paleontologo Carlo Alberto Blanc, dal quale l’autore eredita la passione e la curiosità verso lo studio relativo all’estinzione dell’uomo di Neandertal (lo si trova in Iene del Circeo) e il giornalista,nonché fratello, Gianni Pennacchi morto per un assurdo incidente domestico, che non riuscì mai a leggere Canale Mussolini. Ognuna di queste voci sostiene Antonio Pennacchi nel suo cammino di formazione da operaio, ad intellettuale a scrittore, coinvolgendo il lettore in uno simpatico cammino dove letteratura e vita si fondono all’unisono. Mentre leggevo il libro dell’autore originario di Latina, spesso mi son venute in mente interviste e suoi interventi dai quali è sempre emersa tutta la sua sana e irruenta (in senso buono) spontaneità nel dire quello che pensa. La stessa pura sincerità quotidiana, la si ritrova in ogni singola pagina di Camerata Neandertal, dove Pennacchi prende per mano il lettore accompagnandolo alla scoperta di tutto il suo caotico e ricco mondo di persone, personaggi e fantasmi.

Antonio Pennacchi è nato a Latina, il 26 Gennaio del 1950. Figlio di coloni della bonifica dell’Agro Pontino, padre umbro e madre veneta. E’ sposato con Ivana, ha due figli e due nipoti. E’ stato operaio per quasi trent’anni, trascorsi per lo più a turni di notte, presso la Fulgorcavi di Borgo Piave. Nel 1994, a 44 anni, – sfruttando un periodo di cassintegrazione – si è laureato in Lettere con una tesi su Benedetto Croce. Nello stesso anno c’è stata la pubblicazione per Donzelli di Mammut. Seguiranno, sempre per Donzelli, Palude (1995) e Una Nuvola Rossa (1998) e, con Vallecchi, L’Autobus di Stalin. Nel 2003 per Mondadori pubblica il romanzo Il fasciocomunista, che vince il Premio Napoli e da cui è tratto il film Mio fratello è figlio unico. Nel 2006, sempre con Mondadori, esce la raccolta di racconti Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni. Nel 2008, per Laterza, viene pubblicato Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce. Nel 2010, per la casa editrice Mondadori, esce Canale Mussolini, con cui Antonio Pennacchi vince il Premio Strega. Sempre nel 2010 esce, per Laterza, Le Iene del Circeo. Collabora a «Limes».

:: Il mondo secondo Susan Vreeland, a cura di Elena Romanello

22 novembre 2014

la-lista-di-lisette-01Susan Vreeland, autrice californiana di svariati romanzi al femminile in cui ha esaminato il rapporto tra le donne e l’arte, da La passione di Artemisia a La vita moderna, è venuta in Italia, ospite della Neri Pozza per presentare la sua ultima fatica, La lista di Lisette, una storia ambientata in Provenza durante la Seconda guerra mondiale, incentrata sul personaggio inventato di Lisette, che entra in contatto con l’arte e la salvaguardia della medesima durante uno dei periodi più bui della Storia. A Torino Susan Vreeland è stata ospite del progetto LeggerMente, che coinvolge i gruppi di lettura delle Biblioteche civiche, e del Neri Pozza Book Club, su invito del Salone OFF 365, e ha raccontato varie cose a lettori e curiosi.

Di cosa parla La Lista di Lisette?

Questo mio nuovo libro è diverso dai precedenti, che partivano dalle biografie di artisti famosi, e che sentivo ormai essere un mondo un po’ troppo ristretto. Stavolta ho voluto scrivere un romanzo d’immaginazione, con personaggi inventati da me, ma sempre però con l’arte al centro, una storia nata anche dopo aver visitato il villaggio di Roussillon in Provenza. Nel mio libro trova spazio anche il furto delle opere d’arte da parte dei nazisti, una cosa terribile, e si parla poi di perdono, sacrificio, pietà, compassione, generosità e amore, perché l’ultimo punto della lista di Lisette è proprio amare di più e amare ancora.

Lisette ha una sua lista, alla quale lei dà un rilievo particolare. Cosa ha Susan Vreeland nella sua lista?

Nella mia lista c’è la promessa che la cultura e l’arte europea sarebbero state mie compagne e ispiratrici per tutta la vita. Condivido poi con Lisette l’ultimo punto, l’amore, che è anche il mio punto, ultimo ma più importante, amare.

La storia raccontata parla del valore salvifico dell’arte. Secondo lei questo può valere anche nella nostra quotidianità?

Sì, io penso che l’arte sia ottima come terapia, per alleviare il dolore e abbassare la pressione di una vita troppo veloce e stressante. Ho letto tempi fa che quando visitiamo una galleria d’arte dedichiamo in media pochi secondi ad ogni opera: dobbiamo soffermarci più a lungo, lasciare che l’arte lavori su di noi, entri in noi.

Sia La vita moderna che La lista di Lisette sono ambientati in Francia e entrambi parlano del periodo dell’Impressionismo. Che rapporto ha con questo Paese e questa corrente artistica?

Spesso la prima corrente pittorica che colpisce chi comincia ad interessarsi di arte è proprio l’Impressionismo, e poi da lì si spazia su altro. Anche a me è successo così, trovo che l’Impressionismo ha un fascino particolare che non riscontro per esempio nell’arte moderna. I miei quattro Paesi preferiti sono la Francia, l’Irlanda, l’Olanda e l’Italia. Ho studiato il francese e sono affezionata alla Francia e anche all’Italia, che mi stanno dando la possibilità di conoscerle meglio, e dove ho notato molto affetto per me e le mie opere.

Lisette cambia molto nel corso degli anni, dalla ragazza che arriva in Provenza alla donna che riparte per Parigi per poi tornare a Rousillon. Il suo è un romanzo di formazione?

Ho corso il rischio all’inizio di presentare Lisette come superficiale e egoista, perché è triste di lasciare Parigi, rinunciando alla possibilità di diventare gallerista. Ma poi a Rousillon cambia, capendo di avere un ruolo nella salvaguardia del patrimonio artistico, maturando e crescendo.

La figura maschile più interessante è Bernard, all’apparenza collaborazionista dei nazisti decisamente poco simpatico e poi ben diverso da come appare. Che ne pensa?

Durante la guerra in Francia ci sono stati molti modi di collaborare, di fronte al collaborazionismo noi oggi siamo portati a criticare negativamente, ma le motivazioni di Bernard sono spiegate alla fine del romanzo, lui riesce a salvare Rousillon dalla distruzione, mentre due paesi vicini sono distrutti perché ospitano partigiani. Bernard non riesce a far parlare il suo cuore, forzato dalla posizione in cui si trova, cambia anche lui e rimane ambiguo fino alla fine.

Nei suoi libri torna il rapporto tra donne e arte, spesso non detto nel corso della Storia. Inoltre, tra tutte le sue protagoniste, qual è la sua preferita?

Per molti secoli le donne nell’arte sono state viste solo come modelle per i quadri di nudo, nomi come Artemisia Gentileschi e Sofonisba Anguissola sono stati esempi di artiste, ma le donne sono apparse tardi nei libri di Storia delll’arte. Lisette rappresenta un altro rapporto tra la donna e l’arte, la consumatrice d’arte che poi diventa gallerista, e quindi nell’arte c’è la donna oggetto, la donna soggetto e la donna che condivide l’arte con gli altri, imparando ad apprezzarla anche senza aver avuto modo di studiare molto. La mia preferita, proprio per questo motivo, è Lisette.

Nel libro emerge il tema della materia che diventa forma e bellezza. La bellezza secondo lei si può scorgere in ogni cosa?

Se vogliamo vivere una vita migliore dobbiamo cercare la bellezza e anche la bontà. Dietro a La passeggiata di Chagall, il quadro che illustra la copertina del libro, c’è il fatto storico che fu dipinto dall’artista dopo che gli ebrei in Russia erano riusciti ad avere più diritti grazie alla rivoluzione, e si sentivano più felici, come Marc e Bella. Vivere senza l’oppressione ci rende migliori e l’arte ci rende consapevoli e quindi migliora la nostra vita.

Cosa fa secondo lei di un dipinto un capolavoro?

Non il fatto che sia tecnicamente perfetto, ma che deve colpire la nostra anima e darci sollievo. A questo proposito nel libro c’è l’episodio di Maxime, prigioniero in un campo di lavoro tedesco, che un giorno parlando con una guardia scopre che entrambi amano le cattedrali gotiche delle loro città, Parigi e Colonia, dove si sentono abbracciati da qualcosa di più grande. L’amore per l’arte rende quindi due nemici due fratelli.

Che idea si è fatta sul pubblico dei suoi libri e come è vissuto il rapporto con l’arte negli Stati Uniti?

Quando si fanno tagli alla nostra scuola i primi corsi che vengono tagliati sono quelli di arte, e penso che la gente dovrebbe lottare contro questo, e so che è un problema anche italiano. Nei miei libri parlo di arte cercando di portare i lettori verso i musei e viceversa. Il mio pubblico è formato per lo più da donne, dai 40 anni in su, e ci sono generi che vendono molto più dei miei libri, io cerco di parlare di qualcosa come arte e bellezza che per voi europei, che siete circondati da musei, è scontata ma per noi no.

A essere interessato a rubare i quadri non era tanto Hitler quanto Goring, che disse anche che quando sentiva parlare di cultura gli veniva voglia di tirare fuori la pistola. Cosa ci va secondo lei oltre la cultura, l’arte e la bellezza, che evidentemente non bastano?

Oltre alla bellezza dobbiamo lavorare su tolleranza e rispetto, per capire meglio gli altri e le altre culture. Le forze positive della nostra società sono tolleranza, giustizia, religione, che ci elevano spiritualmente. La seconda guerra mondiale fu combattuta da quella che noi oggi chiamiamo la finest generation, la meglio gioventù, che per un dovere più alto ha sacrificato se stessa. Oggi dobbiamo cercare la bellezza aiutati dall’arte senza dimenticare altri valori.

Che ruolo hanno oggi secondo lei l’Italia e l’Europa in un mondo sempre più omologato?

L’Europa ha portato alla luce cose fondamentali, come democrazia, arte e bellezza. Penso che debba condividere la cultura e i proventi dell’economia con chi è più bisognoso, e anche gli Stati Uniti dovrebbero fare questo, essere più generosi in nome della libertà. Lo so, sono ideali, ma se almeno ci provassimo!

:: Vita di Tara, Graham Joyce, (Gargoyle Books, 2014) a cura di Elena Romanello

21 novembre 2014

vitaditara_sitoNelle tradizioni legate al folklore celtico, presente anche nelle valli italiane, sul Piccolo Popolo, le creature non proprio sempre benevole che vivono tra il nostro mondo e una loro dimensione separata dalla nostra da alcuni portali, c’è il tema del rapimento di umani, bambini e non, che vivono per un periodo che a loro sembra breve nel regno di Faerie, salvo poi tornare e scoprire che sono passati anni.
La storia di uno di questi casi misteriosi è al centro di Vita di Tara, ultimo romanzo del compianto autore di letteratura fantastica Graham Joyce, morto per un male incurabile ai primi di settembre 2014. Tara, adolescente irrequieta ma innocente scompare misteriosamente un giorno nei boschi, e vent’anni dopo, alla porta della casa dei suoi genitori invecchiati nella disperazione di non aver saputo che fine avesse fatto la loro figlia, si ripresenta uguale al giorno della sua scomparsa, creando qualche dubbio nel fratello Peter, che lontano da lei ha visto scorrere la sua vita mentre si è fatto una famiglia e ha lavorato, tutte esperienze che sua sorella non ha conosciuto, e anche nel suo ex fidanzato, ormai un uomo di mezz’età e non più il rockettaro che conosceva, che all’epoca della sua scomparsa fu sospettato di averla uccisa.
Per Tara sono passati solo pochi mesi, in una comune in mezzo ad una valle isolata tra sesso e vita all’aria aperta, e mentre il fratello indaga credendola un’impostora emergono elementi inquietanti e ai confini della realtà, come il fatto che da visite mediche risulta essere proprio Tara, ma ferma a vent’anni e non con l’età che dovrebbe avere.
Dopo tanto fantasy in altri regni e mondi, e tanto cosiddetto urban fantasy di non grande livello, qui ci si trova di fronte ad un romanzo che mette l’elemento fantastico dentro la realtà di tutti i giorni, con echi per gli appassionati di David Lynch e di The X-Files e richiami alle tradizioni delle Isole Britanniche e al loro rapporto con il mondo del Piccolo Popolo, inquietante ma nello stesso tempo simbolo di trasgressione e libertà, ma anche di pericoli se si infrangono le sue regole e non ci sarà un finale consolatorio per nessuno.
Un romanzo di genere fantastico, ma dove si parla anche di vecchiaia e di anni che passano, di sogni di gioventù che svaniscono o diventano palldi ricordi, di passato che non torna più, di vent’anni bruciati che hanno cambiato chi è rimasto e chi se ne è andato, tanto da far diventare impossibile qualsiasi ricomposizione e qualsiasi superamento di quello che è successo.
Un libro ricco di sense of wonder, ma anche di gran tristezza e malinconia sull’ineluttabilità del tempo, che nessuna magia può aggiustare, perché non esiste una magia in grado di fare questo e di riportare tutto a come era. Non si sa fino in fondo quanto ha influito la malattia dell’autore in questo stato d’animo, ma con il senno di poi si capisce il perché di questa vicenda e delle sue atmosfere, con quello che si perde nel corso di una vita, fate o non fate.
L’unico appunto è al titolo italiano: Vita di Tara non è brutto, ma era meglio quello originale, Some Kind of Fairy Tale, una specie di fiaba, più pertinente alla storia, testamento di un autore che ha voluto lasciarci raccontando una storia fantastica ma facendo riflettere sulla vita e su quello che ci lasciamo dietro, volenti o nolenti.

Graham Joyce è scrittore e insegnante. Con i suoi romanzi ha vinto numerosi premi, tra cui il World Fantasy Award nel 2003, il British Fantasy Award (di cui è stato insignito per sei volte) e il Grand Prix de l’Imaginaire. Nel 2000 il suo Indigo è stato inserito nell’elenco dei New York Times Notable Books. Insegna scrittura creativa alla Nottingham Trent University e vive a Leicester con la moglie e i due figli.

:: Liberi junior – Tutti i bambini hanno gli stessi diritti, Berstecher Dieter, Delahaye Thierry, illustrazioni di Bureau Aline, (Gallucci Editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 novembre 2014

Cover bambiniTutti i bambini hanno gli stessi diritti è il libro scritto da Berstecher Dieter, Delahaye Thierry, con le illustrazioni di Bureau Aline, realizzato in collaborazione con l’Unicef e l’Unesco e pubblicato in Italia da Gallucci Editore, proprio oggi 20 novembre in occasione della Giornata mondiale dei diritti dei bambini. Nel colorato testo sono raccolte le testimonianze di tanti bambini e dei loro diritti violati, in rapporto alla carta dei diritti dell’infanzia, documento universale, i cui principi non sempre vengono rispettati. Tutti i bambini hanno gli stessi diritti è adatto ai piccoli lettori dai 6 anni in su perché, attraverso storie, forme e colori, permette ai bambini di comprendere quanto siano importanti le regole, il loro rispetto e il ruolo che ogni mamma e papà, ma anche ogni Stato e istituzione, hanno nel farle rispettare con il fine di garantire la tutela dei diritti dei più piccoli, troppo spesso vittime innocenti di violenze, povertà, fame e analfabetismo. Immagini semplici e colori vivaci per raccontare episodi, a volte molto dolorosi, ma allo stesso tempo importanti testimonianze di vita per comprendere quanto sia importante il rispetto dei diritti dei più piccoli. Tutti i bambini hanno gli stessi diritti però, non dovrebbe essere letto solo dai bambini con il fine di conoscere le vicende delle quali sono stati protagonisti i loro coetanei, ma dovrebbe essere letto anche dagli adulti, per comprendere come in molte parti del mondo ancora oggi i diritti dei più piccoli vengano violati. Dai sei anni in su.

Dieter Berstecher ha creato e diretto il programma dell’Unesco per l’istruzione dei bambini in povertà. Vive a Parigi.
Thierry Delahaye vive a Marsiglia. Dopo aver realizzato numerosi documentari, si dedica alla letteratura per l’infanzia.
Aline Bureau è nata nel 1971 a Orléans e attualmente vive a Parigi. Ha studiato grafica e incisione all’Ecole Estienne. Ha realizzato diversi albi per bambini e ragazzi. Le sue illustrazioni compaiono sulle pagine di riviste e testate come “Elle”, “Le Monde” e “Marie-Claire”.

:: Dannati, Glenn Cooper, (Nord, 2014) a cura di Micol Borzatta

18 novembre 2014

dannati-glenn-cooper-coverDopo un esperimento finito male la dottoressa Emily Loughty si ritrova in un mondo simile al nostro ma diverso dal nostro. Nel laboratorio intanto gli altri scienziati sono scioccati dall’accaduto, non capiscono come sia potuto accadere, specialmente perché si ritrovano un uomo morto da più di cento anni al posto della dottoressa.
John Camp, capo della sicurezza e fidanzato della dottoressa Emily, decide di andarla a cercare. Inizia così un nuovo esperimento per cercare di ricostruire le stesse condizioni che portato alla sparizione della dottoressa Emily.
John si ritrova così in un posto chiamato Oltre, un mondo simile al nostro ma fermo a prima della rivoluzione industriale che racchiude tutti i criminali della storia, quello che noi conosciamo anche con il nome di Inferno.
John si ritrova a viaggiare tra l’Italia, la Francia, la Germania per ritrovare Emily.
Come tutti i suoi romanzi è scritto senza terminologie troppo complicate in modo da essere letti da qualsiasi tipologia di lettore. Molto avvincente si legge interamente tutto d’un fiato. I personaggi sono descritti a 360 gradi rendendoli vivi e portando i lettori ad affezionarsi a loro creando un legame di simbiosi empatica.
La descrizione degli ambienti e dei tempi aiutano a trasportare il lettore avanti e indietro nello spazio e nel tempo senza diventare mai monotono o pesante.
Come in tutti i suoi libri anche qui troviamo un finale che è un proprio e vero colpo di scena che lascerà il lettore con il fiato sospeso in attesa del prossimo libro.
Consigliato vivamente anche ai non amanti del genere per la qualità della trama e della scrittura.

Glenn Cooper Nato a New York l’8 gennaio 1953 è cresciuto a White Plains, nella periferia di New York. Laureato in archeologia alla Harvard University e in medicina alla Tufts University School of Medicine. Finiti gli studi ha lavorato nel campo dell’industria farmacologica diventando presidente e amministratore delegato di un’azienda di biotecnologie nel Massachusetts.
Nel 2009 pubblica il suo primo libro, Library of the Dead, tradotto in 22 paesi, in Italia conosciuto con il titolo La biblioteca dei morti.
Subito ha sceneggiato e prodotto il suo primo film, Long Distance, con la sua casa di produzione, la Lascaux Pictures.
Nel maggio 2010 ha pubblicato l’atteso seguito del precedente romanzo, Il libro delle anime (Book of Souls) avente sempre Will Piper come protagonista.
In contemporanea viene pubblicato in Inghilterra il terzo libro The Tenth Chamber, arrivato in Italia in 20 gennaio 2011 con il titolo La mappa del destino.
Nel 2011 esce in Inghilterra The Devil will come, in Italia è stato pubblicato il 7 dicembre dello stesso anno con il titolo Il marchio del Diavolo, ambientato interamente in Italia.
Nella città di Solofra in provincia di Avellino è presidente onorario dell’Associazione culturale A.S.BE.CU.SO (Associazione Salvaguardia BEni CUlturali SOlofra) dove ha ricevuto il 20 novembre del 2012 la cittadinanza onoraria.
Quello stesso anno pubblica Il tempo della verità, I custodi della biblioteca e L’ultimo giorno. L’anno successivo, nel 2013, pubblica Il calice della vita.

:: Liberi junior – Il volo dell’Asso di picche, Christian Hill, (Einaudi Ragazzi, 2014) a cura di Viviana Filippini

17 novembre 2014

Volo assoAgosto 1917. La Grande guerra infuria e l’Italia è ormai al suo terzo anno bellico contro l’impero austro-ungarico. Mentre al fronte soldati di ogni età ed estrazione sociale sono immersi nella logorante guerra di trincea, Chris Hill ci porta alla scoperta della vita lontana dalla prima linea con il suo romanzo per ragazzi uscito per Einaudi, Il volo dell’Asso di picche. Bepi, Attilio, Ilario e Martino sono quattro ragazzini uniti non solo da una grande amicizia, ma anche dalla voglia di avventura e dalla passione per il volo. Non a caso, questa simpatica combriccola passa le giornate con la testa all’insù a guardare nel cielo di Mordenons (in Friuli) gli aerei da guerra. Ognuno di loro vive con la famiglia e con essa non mancano piccoli screzi che caratterizzano il tipico rapporto conflittuale tra genitori e figli, soprattutto quando questi ultimi si trovano nella fase adolescenziale. Tra una marachella e un rimprovero per il guaio appena compiuto, i ragazzi un giorno si addentrano in una base militare dove fanno un‘agghiacciante scoperta che li lascia di stucco, ma quando il telefono della base comincia a trillare e loro rispondono recependo gli ordini, non possono far altro che obbedire e far volare gli aerei militari per compiere la missione. Tra i quattro amici Bepi è il più impavido e sprezzante del pericolo, oltretutto si ritiene esperto di volo perché suo fratello è un pilota di aerei. Attilio è più equilibrato e razionale nel suo fantasticare. Attilio – figlio del macellaio del paese- è agile e veloce e Martino, il più delicato, è il damerino della situazione. Loro faranno volare il mitico biplano “Asso di picche” (il bombardiere Caproni) carico di bombe da sganciare sui nemici, incrociando durante la missione il mitico pilota Francesco Baracca. L’esordio letterario di Hill è con questo romanzo di formazione ambientato durante la Prima guerra mondiale, dove i quattro amici sperimentano l’adrenalina bellica come se fosse un gioco. In realtà un gioco non è, ma la spensieratezza che caratterizza la giovane età è quella che dà a questi amici il coraggio per compiere l’eroica impresa. Sono dei simpatici piloti in miniatura, magari non conoscono proprio alla perfezione l’arte del volo, ma ci provano per sentirsi dei soldati a tutti gli effetti. La morte c’è, ma è un qualcosa che aleggia e i ragazzi la affrontano con una tale innocenza e semplicità che ci aiuta a capire quanto ancora debbano maturare per diventare uomini. Il volo dell’Asso di picche di Hill è una bella avventura nei cieli d’Italia ai tempi della guerra del 1915-18, dove il coraggio dei clan capitanato da Bepi, unito alla fortunata casualità degli eventi, permetteranno ai quattro amici di uscire indenni dal volo. Da leggere con attenzione anche l’intervento di Frediano Sessi sul primo conflitto mondiale del Novecento, perché in esso si trovano dati, numeri e informazioni sui soldati impiegati al fronte, sul tipo di armi usate e sul dramma di molti giovani – non tanto più grandi di Bepi e Co.- mandati a combattere una guerra non voluta da loro. Illustrazioni Jacopo Bruno. Dai 12 anni.

Christian Hill, 46 anni, figlio di un’italiana e di un tedesco, nato e cresciuto a Milano, è ingegnere aeronautico ma si è dedicato alla fotografia, al giornalismo e ai giochi prima di diventare scrittore. Il volo dell’ Asso di picche è il suo romanzo d’esordio, con postfazione di Frediano Sessi.

:: La stagione degli scapoli, Vincenzo Monfrecola, (Gargoyle Books, 2014)

17 novembre 2014

Cover_Scapoli.qxp:Layout 1Maestro indiscusso della commedia tardo ottocentesca, very british, elegante, satira sociale e nello stesso tempo commedia di costume, resta senz’altro Oscar Wilde, con opere come Il marito ideale o L’importanza di chiamarsi Ernesto. Certo Vincenzo Monfrecola non è Oscar Wilde, ma con i suoi romanzi, ambientati in Inghilterra a inizio Novecento, si ricollega a quello spirito, a quel gusto per il paradosso, l’ironia mordace, il disincanto. La stagione degli scapoli, edito da Gargoyle Books, è un romanzo dunque wildiano, scritto da un napoletano che ha vissuto a lungo in Inghilterra e apprezza il suo spirito, la sua pungente ironia. Forse essere napoletani e londinesi non è così differente e la stretta comunanza di questi due popoli (e di due autori come Oscar Wild e Eduardo De Filippo), emerge da questo libro con sfumature impreviste.
Tema centrale del romanzo è il rapporto tra uomini e donne, e come la società di inizio Novecento ne delimitava i ruoli. Il matrimonio era per le donne l’unica forma di ascesa sociale, se non di mera sopravvivenza, e il fulcro della vita sociale anche degli uomini che vedevano nelle donne una compagna, un aiuto, una governante, un’ infermiera e in cambio gli davano quella rispettabilità e quella sicurezza economica difficilmente conquistabile diversamente.
La stagione degli scapoli più che una satira sul matrimonio come unione di affetti, è comunque una satira sulle convenzioni sociali, e sulla stupidità di molti componenti del sesso forte (qui abbondantemente punita, in un finale agrodolce in cui l’eroina del romanzo prende la sua rivincita).
Siamo a Londra, nel 1910, in piena era Edoardiana. La prima guerra mondiale è ancora lontana, se non cronologicamente per lo meno a livello sociale. Le classi elevate si dedicano al lusso, all’eccentricità, al gusto per l’eccesso e club come l’ Eghoist Club, raccolgono la creme della società (maschilista) dell’epoca.
Ed è qui che ha inizio a la nostra storia. Il critico letterario Cyril Billingwest è giunto al brindisi, parte culminante della sua festa di addio al celibato, quando riceve una telefonata. La sua promessa sposa, Vera, è scappata con i regali di nozze e il maggiordomo. Per il povero Cyril è il crollo di tutte le sue aspettative, e lo shock è così forte che decide di fondare un sindacato per difendere gli scapoli di Londra dalle insidie delle donne con aspirazioni matrimoniali, che vendono nell’uomo solo un trofeo.
Con l’aiuto del cugino George, uomo venale e vanesio, anche se fondamentalmente non così malvagio, nasce dunque lo scapolificio Billingwest, ma in tutto questo piano millimetricamente congegnato non avevano previsto Penelope, la segretaria del sindacato giunta a Londra dalla campagna per scompigliare i loro piani.
Tra equivoci, bugie, sotterfugi al limite del grottesco si dipana con gusto nostalgico e nello stesso tempo intento satirico, una storia da Belle Epoque, che con l’intento di divertire, fa anche riflettere su temi non così anacronistici come si potrebbe pensare.

Vincenzo Monfrecola, giornalista napoletano, ha collaborato con Napolinotte, il Roma e l’Avanti! ed è stato responsabile della sede di Londra dell’Osservatorio sui Beni Culturali, Faldbac Trade Union. Attualmente lavora per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ha pubblicato Il Decisionista (Cavallo di Ferro 2010) e Lo strano furto di Savile Row (Cavallo di Ferro 2012).

:: Maria Antonietta, una vita involontariamente eroica, Stefan Zweig, (Castelvecchi, 2013) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2014

_castelvecchi-mariaantonietta-1370547306La casa editrice romana Castelvecchi sta riproponendo nella collana Ritratti una serie di biografie storiche classiche, uscite nella prima metà del Novecento e assenti anche da decenni dagli scaffali delle librerie italiane.
Non poteva mancare ovviamente Maria Antonietta una vita involontariamente eroica di Stefan Zweig, tra i più importanti intellettuali europei dell’inizio Novecento, autore anche della storia che ha ispirato il recente film Una promessa, e fu testimone della caduta degli imperi centrali e della cultura dell’epoca.
Maria Antonietta fu pubblicato per la prima volta nel 1932 e in queste pagine Zweig racconta la storia dell’ultima Regina di Francia, oggi un’icona pop, ma allora una delle figure più odiate di tutti i tempi. Maria Antonietta era ancora quello che era stato dalla Rivoluzione francese in poi, una straniera che aveva rovinato la Francia con le sue abitudini dissipatorie e spendaccione, una viziosa che organizzava orge al Trianon con i soldi delle tasse dei poveri, una traditrice della Francia che aveva consegnato alle potenze straniere, l’incosciente e irresponsabile che aveva detto la celebre frase Non hanno pane, che mangino brioches.
Molte di queste voci erano pure calunnie della propaganda rivoluzionaria, ma per oltre un secolo nel sentire comune erano state considerate vere, e Maria Antonietta era stata odiata come solo forse figure dell’antichità come Messalina e Agrippina. Zweig racconta la vita di Maria Antonietta partendo da documenti veri, ricamando anche sopra una trama da romanzo ma realistica e senza orpelli, raccontando la storia umana di una ragazzina che si trovò catapultata in una delle corti più raffinate e corrotte d’Europa, legata ad un coetaneo che per anni non la trovò interessante, desiderosa di vivere e divertirsi come tutte le persone della sua età, che ad un certo punto, di fronte all’incalzare degli eventi, seppe dimostrare eroismo e grandezza d’animo pur non essendo né una santa né una martire né una votata al sacrificio, con delle responsabilità certo, ma anche con la tragedia di essere stata lei stessa travolta da eventi che non aveva capito e saputo gestire.
Stefan Zweig elimina quindi orpelli, calunnie e anche agiografie, raccontando una storia che ancora oggi, a ottant’anni di distanza dalla sua uscita, colpisce per freschezza e passione, grazie anche alla traduzione di Lavinia Mazzucchetti. Dopo Zweig Maria Antonietta è diventata protagonista di altri libri, scritti su questa onda, fino a quello di Antonia Fraser, a tutt’oggi la più esauriente e documentata sul piano storico biografia in tema, ma è anche finita in film, fumetti e simili. Per i fan dei manga, va segnalato che Berubara di Riyoko Ikeda è proprio basato sul libro di Zweig.
Un libro da avere, quindi, sia se si è patiti della storia di Maria Antonietta e della Francia, sia se si amano i classici di tutti i tempi.

Stefan Zweig nacque a Vienna nel 1881 e fu scrittore, giornalista, drammaturgo e poeta. Pacifista, bibliofilo e musicofilo, visse in Austria fino all’avvento del nazismo, che bruciò le sue opere. Trasferitosi a Londra, abitò per alcuni anni nella capitale inglese venendo considerato uno dei massimi intellettuali del momento. Allo scoppio della seconda guerra mondiale fuggì negli Stati Uniti con la seconda moglie, da cui si spostò in Brasile dove si suicidò nel 1942, non sopportando il crollo di un mondo e di una cultura.

:: Lo strano caso dell’apprendista libraia, Deborah Meyler, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

15 novembre 2014

LoStranoCasoCoverCi sono tematiche che attirano irresistibilmente chi ama i libri e la cultura, come la storia di una libreria indipendente di New York in cui si incontrano tanti destini, come è promesso nella presentazione. Ci sono storie che sulla carta sono intriganti, come quella di una ragazza inglese che si trova a New York a fare un dottorato in letteratura, sogno segreto di tanti letterati di tutto il mondo, e ci sono ciambelle che nascono con il buco e altre non.
Lo strano caso dell’apprendista libraria, un richiamo ad altri strani casi che qui è fuori luogo, ha come titolo originale The Bookshop, la libreria: peccato che né il titolo italiano né quello inglese siano pertinenti alla storia, che si rivolge semmai ad un target più sul sentimental rosa con qualche tocco di consultorio che non ai bibliofili.
Esmé, la protagonista, che non ha comunque la verve delle newyorkesi più famose della cultura pop, le ragazze di Sex and the city, si trova coinvolta in una storia di sesso e attrazione fisica con un ragazzo ricco, bello e impossibile (ma possibile che l’ombra di Mr Gray delle sfumature di grigio debba essere così persistente anche in altri libri!) da cui si scopre incinta e viene lasciata prima che possa svelargli del bambino. Esmé si trova combattuta tra decidere di tenere il bambino o non, non sa come organizzarsi con il dottorato, in teoria non potrebbe lavorare fuori dall’ambito universitario essendo inglese ma poi trova lavoro nella famosa libreria indipendente, la Civetta, che però ha davvero poco spazio nella vicenda, in cui poi il famoso bello e impossibile si rifà vivo e poi succedono altre cose, soprattutto incentrate sulla gravidanza della nostra eroina, che avrebbero reso più utile un altro titolo per tutta la vicenda.
Un libro che non rispecchia le promesse del titolo, ma a quanto pare non è un problema solo italiano visto il titolo, che mescola la trasgressione delle sfumature di grigio al filone della mummy lit, non lasciando grande spazio per le librerie e altre tematiche, in compenso si scoprono tante cose sui test di gravidanza, sulla tutela della maternità nei campus, sulla legge sull’aborto a New York, sui consultori a stelle e strisce e sulle ostetriche, vabbé sono cose che possono anche essere utili a qualcuno, ma non si doveva parlare di libri e librerie?
La cosa forse più pertinente e interessante è l’intervista finale all’autrice, anche lei un’inglese che ha vissuto negli Stati Uniti dove ha salvato due librerie indipendenti, in cui Deborah Meyler racconta il suo amore per i libri e le librerie indipendenti e l’importanza che hanno e possono avere. Un personaggio interessante, Deborah Meyler, certo di più della sua cartacea Esmé, speriamo che in altre storie riesca a far trasparire meglio la sua personalità libresca e libraria, certo più intrigante di questa storia per cui sarebbe stato meglio un titolo come Gravidanza a sorpresa o Consultori a New York. Traduzione dall’inglese di Claudia Marseguerra.

Deborah Meyler è nata a Manchester, ha frequentato il Trinity College a Oxford e poi la St Andrews University. Qualche anno dopo si è trasferita a New York: qui ha aperto due librerie indipendenti, che sono sopravvissute nonostante la crisi. Il suo primo romanzo è Lo strano caso dell’apprendista libraia, con cui ha ottenuto grande successo in America.

:: Il palazzo d’inverno, Eva Stachniak, (Beat edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

14 novembre 2014

eva palazzo d'invernoIl Settecento, secolo affascinante, diviso tra Ancien Régime e aneliti di libertà, rivive in uno dei suoi Paesi più controversi e romanzeschi, la Russia dell’avvento di Caterina II, nelle pagine de Il palazzo d’inverno di Eva Stachniak, romanzo storico insolito e originale, appassionante senza scadere in banalità e stereotipi.
L’ascesa al potere della principessa tedesca Sophia Anhalt-Zerbst, sposa infelice di Pietro, nipote di Elisabetta Petrovna, diventata zarina di tutte le Russie con un colpo di stato, viene raccontata dal dietro le quinte, attraverso il personaggio di Varvara Nikolaevna, ragazza entrata al servizio di Elisabetta come protetta, una di quelle giovani, per lo più orfane e comunque povere, che svolgevano ufficialmente attività di cameriere, serve e cucitrici, ma che potevano diventare spie al soldo dei potenti, sentendo e sapendo tutto sulla persona che dovevano tenere d’occhio.
Varvara si vede destinata a spiare Sophia, la futura Caterina, ma tra le due giovani donne, entrambe imprigionate in un matrimonio che non ha scelto, nascerà complicità e alla fine la servetta sarà una delle più preziose alleate della futura sovrana nella sua ascesa, tra amanti, intrighi, figli illegittimi, complotti, attentati, fino a trovare anni dopo un suo equilibrio lontano dagli intrighi, con una nuova possibilità di vita libera da impegni e assilli.
Continua una tendenza degli ultimi anni, presente in questi mesi nelle librerie anche con Longbourn House di Jo Baker, senza dimenticare il serial cult Downton Abbey, e cioè di raccontare le storie dal punto di vista di chi era meno favorito, la servitù che per decenni, in libri e film, era solo una comparsa nelle vicende di principesse e favorite. Il palazzo d’inverno immerge in una corte complessa e crudele, in uno dei suoi momenti più appassionanti, raccontando fatti documentati attraverso un personaggio forse romanzesco ma basato su figure realmente esistite, in tutte le corti, che conoscevano tutti i segreti, anche i più imbarazzanti e scabrosi, da vizi ad amanti passando per aborti e problemi di salute, dei sovrani e nobili di cui erano al servizio.
Tra l’altro, non sono poi tantissimi i romanzi storici sull’epoca di Caterina II, che fu interpretata sullo schermo in tempi diversi da Marlene Dietrich, Jeanne Moreau, Julia Ormond e Catherine Zeta Jones, e che in libreria è stata protagonista essenzialmente con una monumentale biografia di Henry Troyat. Un motivo in più per non perdere questo romanzo se si ama l’epoca, e un altro punto di interesse della storia è di essere comunque lontana dai simpatici ma un po’ datati feuilleton di cappa e spada, presentando un’eroina arguta e realistica, non una wonderwoman guerriera o amante insaziabile, un archetipo divertente ma ormai un po’ superato.
Il titolo allude al principale palazzo della corte russa a San Pietroburgo, ancora oggi meta di visitatori: e viene voglia di andarci, per cercare tra le sale e i corridoi l’eco delle tante Varvare, amiche o nemiche implacabili dei potenti, che su di loro sapevano tutto e sui quali avevano in fondo un potere immenso.

Eva Stachniak è nata in Polonia. Laureata in Letteratura inglese alla McGill University di Montréal, ha insegnato inglese presso l’università di Breslavia, in Polonia, e allo Sheridan College di Toronto, Canada. Ha esordito nel 2000 con il romanzo, Necessary Lies, premiato come miglior opera prima dell’anno.

:: L’appuntamento, Piergiorgio Pulixi, (E/O, 2014)

14 novembre 2014

appuntamentoBreve e feroce romanzo, L’appuntamento di Piergiorgio Pulixi, edito da E/O nella collana Originals. Una storia nerissima, densa di crudeltà e brutalità, che non prevede consolanti lieto fine, e nello stesso pone inquietanti dubbi sulle falle della sicurezza informatica. Che la difesa della privacy sia un lusso che nessuno può permettersi in un mondo sempre più virtuale, è una certezza che ormai in molti hanno, e questo romanzo sembra presentare ipotesi e scenari forse un po’ estremi, ma non del tutto fantastici. La manipolazione dei dati, dei flussi informazioni che ogni giorno immettiamo nel web, nei social network, nelle mail, utilizzando un semplice smartphone, sembra il passo successivo alla semplice sorveglianza, e questo romanzo ci presenta le sue estreme conseguenze.
L’inizio è assai sgradevole. Un uomo e una donna si incontrano per un appuntamento in un elegante ristorante di Roma. Luci soffuse, musica jazz, cibi ricercati questo lo scenario dipinto con pochi tratti. L’economia delle parole è essenziale nella brevità del testo, pieno di colpi di scena che ribaltano di continuo punti di vista e verità. I due non si conoscono, è la prima volta che si incontrano, quasi per caso, per uno scambio di persona all’ultimo.
Lui è elegante, di classe, con una Porsche Cayenne parcheggiata fuori dal ristorante, ricco, di buona famiglia, con un ruolo di potere che ostenta come una seconda pelle. Lei una bella donna, sui 45 anni, forse qualcuno in più ma portati benissimo, vestita in modo appariscente ma forse non all’altezza del tono che vorrebbe ostentare.
Tutto sembra piacevole, ma questa è l’apparenza. Grattando sotto la superficie, lei è lì perché non ha scelta, per fermare gli interessi di un suo debito contratto con usurai deve accettare di uscire con sconosciuti, pronta ad accettare tutto quello che gli propongono, sesso, umiliazioni, qualsiasi cosa. Naturalmente questo è un altro velo d’apparenza, veli che pian piano si alzeranno durante la lettura ma quello che è certo la donna deve accettare dall’uomo un duro trattamento, fatto di prevaricazioni, umiliazioni, violenze psicologiche, tutto giocato su dialoghi sgradevoli e disturbanti anche per il lettore che assiste quasi impotente. C’è stato un momento che ho pensato di interrompere la lettura, poi non so forse la curiosità mi ha portato avanti, fino al primo colpo di scena che ribalta ruoli e aspettative. (Ma non sarà il solo, anche se il primo è di certo quello che mi ha più spiazzato). Allora la tensione si stempera, il senso di disagio si attenua anche se non diminuisce la violenza che si scatenerà d’ora in poi.
Come dicevo nulla comunque è come sembra. Nessuno è chi dice di essere. E alla violenza psicologica, succederà violenza reale e senza limiti, scaturita da una vendetta giocata con armi ben poco convenzionali. Il potere sembra il tema conduttore del romanzo, come viene illecitamente esercitato grazie ai progressi tecnologici e alle armi informatiche sempre più affilate.
Nella mia ingenuità ho sempre pensato che se lo stato o gli enti governativi si dedicano alla sorveglianza dei cittadini, controllando mail, chat, telefonate, lo fanno unicamente per prevenire crimini, combattere il terrorismo o altri fini che potremmo definire nobili. Ma se così non fosse. Se si usassero queste armi per fini personali. A questo interrogativo prova a dare una risposta questo romanzo.
Che dire, un po’ di stomaco ci vuole per leggere questa storia, e dopo averla letta, almeno per un po’ smetterete di considerare il web un luogo tanto innocuo.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982 e vive a Padova. Fa parte del collettivo di scrittura Mama Sabot creato da Massimo Carlotto di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de Fogu, (Edizioni E/O 2008), e L’albero dei Mocrochip (Edizioni Ambiente 2009) e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a Perdere (Edizioni E/O 2010), e i polizieschi Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir per i blog Noir Italiano e 50/50 Thriller, e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014). Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto e Micromega.