“Colitto è uno degli autori italiani di romanzi storici più interessanti.”
La Repubblica
“La porta del paradiso è una porta su una storia appassionante, intelligente e divertente.
I personaggi storici di Colitto respirano davvero”.
Don Wislow
“Un’avventura che profuma di oceano e di luoghi lontani,
un magistrale affresco d’intrighi e d’amore”.
Marcello Simoni
Dal 1300 al 1600, dalle calli e dai canali dell’oscura Venezia medievale de Il libro dell’angelo, a una Napoli splendida e sordida a cui fa da contraltare tutta la suggestione del Messico coloniale nel periodo in cui in Europa infuria la guerra dei Trent’anni.Lasciato indietro il medico bolognese Mondino de’ Liuzzi e la sua serie (prima de Il libro dell’angelo 2011, Cuore di ferro 2008 e I discepoli del fuoco), Alfredo Colitto torna con La porta del paradiso.
Non un thriller questa volta – se già il genere thriller stava stretto al precedente, come scrisse l’Unità, “un libro al crocevia tra avventura, religione, amore, politica, spionaggio” secondo Il Giornale -, ma un romanzo storico che strizza l’occhio all’avventura nella migliore tradizione dei grandi romanzieri francesi, incalzato com’è da appassionanti vicende tra Europa e Sudamerica, l’incontro tra culture diverse e rocamboleschi viaggi per mare. Un intreccio – anzi due, quello napoletano e quello messicano – che abbraccia un decennio di storia e di emozioni, positive e negative: l’amore, l’affetto, l’amicizia, la vendetta, l’avidità, il rancore. E se il thriller medievale ha fatto di Colitto uno scrittore sempre più amato dalla critica e dai lettori, oltre che un autore internazionale tradotto in sette lingue e pubblicato in ben ventuno paesi (dall’Inghilterra all’Irlanda alla Francia alla Germania alla Spagna, arrivando fino in Brasile, Serbia e Turchia, più Messico, Argentina, Cile, Perù e Canada, e poi ancora Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, India, Indie Occidentali, Giamaica, Hong Kong e Singapore), La porta del paradiso – romanzo autonomo rispetto ai precedenti-, nasce proprio dal desiderio di raccontare una storia di più ampio respiro per scrivere la quale Colitto si è trasferito a Napoli, città che più di altre ha vissuto il peso della dominazione coloniale. “Mi affascinava la possibilità – racconta lo scrittore -, di far vivere i miei personaggi nella cornice di splendore e miseria della Napoli del XVII secolo, dove i nobili vivevano al di sopra delle loro possibilità e il popolo era schiacciato dalle tasse imposte dagli spagnoli per finanziare la cosiddetta Guerra dei Trent’Anni”. Condizione che Leone Baiamonte, il giovane nobile protagonista, così come altri personaggi, vive sulla sua pelle trovandosi a interagire anche con personaggi storici reali, come Masaniello e don Giulio Genoino. Baiamonte attraverserà poi l’oceano a bordo di un galeone spagnolo della Flota de Indias approdando in Messico con l’intenzione di sfruttare una miniera d’argento scoperta da uno zio missionario. È la genesi delle due storie parallele, quella messicana e quella napoletana, che per un certo tempo si svolgeranno in parallelo per poi riunificarsi nei capitoli finali… Mentre in Europa infuria la guerra dei Trent’anni, a Napoli il giovane nobile Leone Baiamonte scopre che la sua famiglia è stata rovinata da un perfido usuraio, Giorgio Terrasecca. Leone si assume il compito di risollevarne le sorti, ma macchiatosi di una grave colpa è costretto a lasciare la futura sposa Lisa e imbarcarsi su un galeone spagnolo diretto in Messico con una condanna a morte per omicidio che pende sulla sua testa. Laggiù, uno zio missionario ha scoperto una preziosa miniera d’argento e, pur inesperto, Leone ha accettato il suo invito a gestirla, confidando così di poter dare sostegno alla sua famiglia e serbando in cuore la segreta speranza di riabbracciare Lisa. Ma nel Nuovo Mondo l’odio della bella e potente Socorro, l’amore per un’indigena dagli occhi profondi e gli intrighi della Chiesa interferiranno con i suoi progetti, rendendo l’impresa molto ardua.
Alfredo Colitto è nato a Campobasso e vive a Bologna. È noto al grande pubblico soprattutto per i thriller storici pubblicati con Piemme che hanno come protagonista il medico Mondino de’ Liuzzi: Cuore di ferro, I discepoli del fuoco (vincitore del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir e del Premio di letteratura poliziesca Franco Fedeli) e Il libro dell’angelo (vincitore del premio Azzeccagarbugli 2011).

Quando lei era buona, Philip Roth
Ho sempre sentito parlare di Emily Dickinson. Ho visto qualche volta il suo volto nei libri di letteratura, ma di questa poetessa, considerata una dei maggiori lirici del XIX secolo, non ho mai letto nulla. Di lei ne ho sempre sentito dire come di una figura femminile depressa, reclusa dal mondo e infelice. Poi, come una luce nel buio- e meno male – è arrivato Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson di Lyndall Gordon. Il volume edito dalla Fazi è un’intensa biografia dedicata alla poetessa americana e al mondo nel quale visse. Il lavoro della Gordon avvicina noi lettori alla poesia e al senso intimo dei versi di Emily. I suoi componimenti poetici sono formati da un linguaggio semplice, essenziale che non si perde in inutili fronzoli, perché nella purezza delle parole scelte la poetessa americana metteva il ribollire magmatico delle sue emozioni. Da un lato, Lyndall Gordon ci racconta la storia di una figura femminile sensibile e innovativa nel suo modo agire e pensare, un carattere umano che trovò nella poesia lo strumento più adeguato per esprimere il suo profondo sentire. Dall’altro lato, l’autrice ci accompagna nell’universo privato di Amherst, dentro agli Evergreens, per scoprire gli intricati legami di parentela, amicizia e conoscenza tra Emily e gli altri abitanti della tenuta. C’è l’intenso rapporto di Emily con il fratello Austin, accanto ad esso si sviluppa l’intima – per qualcuno anche troppo- relazione di amicizia e confidenza con Susan, moglie di Austin, cognata della poetessa e destinataria di alcune poesie composte da Emily stessa. E che dire di Mabel Todd, una donna colta che irrompendo nella famiglia Dickinson provocherà una irreparabile crisi tra Austin e Susan – nota anche come Sue- e seminerà zizzania tra i vari membri di casa Dickinson. Proprio Mrs Todd (ossessionata dalla clan Dickinson e dalla poetessa) riuscirà grazie al sostegno di Lavinia – l’altra sorella di Emily – a dare il via nel 1890 alla pubblicazione delle poesie della scrittrice, mettendo in circolazione interpretazioni poetiche e fatti relativi al vissuto della autrice di Amherst non del tutto corrispondenti al vero. Ciò che colpisce di Come un fucile carico è il tramandarsi nel tempo delle lotte per i diritti di pubblicazione e di possesso dell’ immensa produzione di Emily (circa 2000 poesie alle quali vanno aggiunte le lettere e i frammenti in prosa). Una vera guerra legale-editoriale che si trasmetterà di generazione in generazione, fino agli anni ’50 del XX secolo. Eventi e false dicerie architettate con una cinica furbizia, che alimentarono l’immagine di una Emily passiva, sconfitta in amore ed esclusa dal mondo. Questa nuova e ricca biografia di Lyndall Gordon riscatta Emily. Il libro è il frutto di un accurato lavoro di ricerca e indagine compiuti per fare un po’ di chiarezza e sfatare i falsi miti lasciati in eredità dalla storia. Le pagine di Come un fucile carico scorrono via veloci facendo entrare chi legge nelle intricate e continue faide tra i parenti e le persone vicine ad Emily, assumendo in questa maniera la natura di un vero romanzo giallo. Inoltre, queste parole biografiche ci permettono di avere informazioni utili sul materiale affettivo e umano dal quale presero vita le tante poesie di Emily. Saranno anche 531 pagine, ma la lettura è così fluida e avvincente da renderci partecipi dei sentimenti che ribollivano come lava incandescente nell’animo di Emily Dickinson e che hanno riempito la sua vita di emozioni così intense da renderla simile ad un fucile carico. Prefazione di Nadia Fusini. Traduzione di Marilena Renda.
Limonov, Emmanuel Carrère
Il sospetto – Chris Pavone
Don DeLillo – L’angelo Esmeralda
La memoria è fondamentale. L’atto del ricordare gli eventi del tempo trascorso è un’importante azione per non dimenticare chi ha vissuto, lottato e agito. La memoria e il tramandarla ai posteri è l’essenza de Il libro dei sussurri di Varujan Vosganian, una vera e propria perla letteraria del catalogo dell’editore indipendente Keller di Rovereto. Vosganian è uno scrittore dalle attività molteplici e oltre a quella di politico, economista e docente universitario è anche autore di vari libri. Il libro dei sussurri è un romanzo intimo che restituisce al lettore la vita degli armeni nella Romania negli anni ’50, ma allo stesso tempo ci conduce in un salto temporale a ritroso nel tempo, grazie ai ricordi d’ infanzia trasmessi all’autore dal nonno Garabet attraverso i tanti racconti di vita sussurrati. Il lavoro di Vosganian è una storia ricca di fatti e persone all’interno del quale si mescolano l’esistenza di un io singolo e della sua famiglia e quella di un popolo – gli armeni – vittime di una diaspora e del tremendo genocidio che li travolse nel 1915. La storia nasce nelle viuzze della piccola città rumena di Foçsani quando lo sguardo innocente di un bambino – Varujan Vosganian – osserva il mondo attorno a sé respirandone gli aromi, guardandone i colori, ascoltandone i suoni e le parole delle tante persone che frequentavano la sua casa. Senza ombra di dubbio un ruolo fondamentale nella narrazione sussurrata oltre a quello dell’autore – il cui sguardo si evolve e cresce con lo svilupparsi temporale degli anni narrati – è quello di nonno Garabet e degli anziani che con lui parlano del mondo di ieri e di oggi (nel quale i protagonisti vissero), nascosti dentro ad una cripta per potersi scambiare liberamente le proprie opinioni e giudizi sulla società dove abitavano e sul mondo a loro contemporaneo. Pareri detti sottovoce, lontano da occhi indiscreti per il timore delle conseguenze derivanti da essi. Il libro dei sussurri è la storia di una famiglia e allo stesso tempo quella di un popolo- gli armeni- alla ricerca dell’autonomia e della libertà. Una popolazione purtroppo finita vittima di raggiri e intrighi sociali, economici e politici derivanti da alleanze che promettevano la libertà, ma che poi non la concessero mai (vedi per esempio le conseguenze dei legami con i regime bolscevico prima e nazista poi). Le voci, le storie, i personaggi dei quali Vosganian ci narra sono un vero e proprio viaggio nella Storia e nelle umili e quotidiane esistenze vissute dei tanti uomini che oltre a fare la grande storia la subirono. Nel corposo volume dell’autore di origine armena si alternano donne, contadini, commercianti, militari, generali, tutti uniti nella ricerca fervente della libertà e dell’adeguato vivere. Il libro dei sussurri è un romanzo corale e sussurrato a noi con delicatezza da Vosganian, nel quale il passato rivive con la sua umanità eroica e sconfitta (il capitolo VIII fa un elenco tragico di alcune delle vittime del brutale genocidio armeno) facendo compiere al lettore un viaggio nella sfera spirituale e pubblica di una famiglia e di un popolo che hanno vissuto, agito e sofferto in nome della libertà e della desiderata indipendendenza. Traduzione di Anita Natascia Bernacchia.
È sempre un piacere scovare il libro di un amico e collega che si cimenta in un genere differente da quello che gli ha portato fortuna. Romano De Marco lo conosco sin da Ferro e Fuoco, esordio al calor bianco seguito poi da Milano a mano armata, entrambi ben inseriti in quel filone hard-boiled italiano che in un’altra epoca, se ancora esistesse il cinema di genere nel nostro paese, avrebbero trovato, chissà…, una trasposizione cinematografica. Forse non con Maurizio Merli che poi è il viso che viene subito in mente quando si leggono i primi capitoli ma con qualche attore più giovane e adatto al ruolo ai giorni nostri. A casa del Diavolo si preannuncia sin dalla suggestiva cover come un passo in una differente direzione. L’influenza del cinema popolare italiano è evidente, e conferma la mia intuizione già più volte espressa, che i migliori narratori d’intrattenimento di questi anni, abbiano nella memoria il nostro cinema più che la narrativa. Restava, però, un piccolo dubbio, giustificato proprio dal mutamento di atmosfere e ritmo. Il ‘thrilling’ italiano, o forse quel gotico che sicuramente ha radici nell’opera di Pupi Avati quando (letterariamente) negli scritti di Eraldo Baldini, rifugge da sganassoni e sparatorie, inseguimenti in auto e battute a effetto simili al western. Si cammina su una lastra di ghiaccio più sottile. Ce l’avrebbe fatta Romano a mantenere le promesse’ A casa del diavolo mi ha preso, e molto anche tanto che, una volta cominciato l’ho terminato in poco tempo. Una prima osservazione. Questa volta Guido Terenzi, il protagonista, eh be’, me lo son visto proprio con il viso del suo autore. Scanzonato e simpatico, seduttore e ‘filone’ quanto basta per caratterizzare un personaggio vero, insolito, lontano dai duri del poliziottesco. Perché il thrilling richiede un personaggio forte nel carattere ma, per sua natura, non abituato alla violenza. Il protagonista dei precedenti romanzi di Romano avrebbe trasformato una vicenda d’atmosfera in un paesino d’Abruzzo dove un giovane direttore di banca viene trasferito per scontare scappatelle di letto in una sorta di ‘Lo straniero senza nome’. Non ci voleva un cavaliere pallido ma un uomo normale, con debolezze e fragilità, intimamente buono altrimenti non si preoccuperebbe così di Albino, l’inquietante bimbetto che disegna immagini sataniche, unico infante di un posto isolato e deprimente. Il romanzo si avvale di una trama gialla con meccanismi che lascio valutare al lettore. Recensire un libro è difficile, soprattutto se la trama riserva delle soprese. Non spoileriamo e lasciamo a chi legge il gusto di seguire la vicenda. Piuttosto mi soffermo sulla capacità di creare nel nostro territorio un microcosmo isolato, angosciante. Riecheggia di antiche leggende, di oscenità consumate dietro una verniciatura di normalità il paese dove Giulio viene mandato ‘in castigo’. Di chi può fidarsi? Se l’appassionato di gialli magari la sa lunga e vede lontano il racconto non è mai banale, disseminato di indizi e false piste, domande e sentimenti. Perché, non dimentichiamolo, Giulio Terenzi si definisce come uomo anche per le sue umanissime pulsioni e con il lettore l’identificazione scatta proprio nei suoi rapporti con le donne. La collega MILF, la fidanzata alla moda, il nuovo amore che, ‘malgrado l’accento’, lo coinvolge. Ma non sono decamerotiche avventure le sue. Quei segni rossi sulle porte dei vecchi scomparsi, quelle tendine che si muovono suggerendo occhi da spia dietro magioni avite e pure le precise e ottimamente raccontate manovre bancarie costituiscono tasselli di un unico mosaico. Un bel thrilling di quelli che davvero meriterebbero una versione filmata. Scritto con disinvoltura ,capacità di raccontare senza perdersi ma con la puntuale capacità di caratterizzare protagonisti e comprimari finalizzandoli al racconto.
«Arriverai in America, certo, e magari, proprio come me, otterrai ciò che vuoi. Qualsiasi cosa sia. Ma, se ancora non l’hai fatto, dovrai cedere qualcosa in cambio… Nulla è gratis nella terra della libertà».
La mano destra del diavolo (Mão Direita do Diabo, 1967), Requiem Para D.Quixote e Mulher e Arma com Guitarra Espanhola compongono una trilogia crime che a prescindere dalle indubbie qualità letterarie è interessante soprattutto per le modalità con cui fu scritta. L’autore, Dinis Machado, giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale, e caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin”, per poter pubblicare questi tre libri, scritti su commissione mentre lavorava per la casa editrice Ibis curando la collana Rififi che traduceva autori stranieri, dovette adottare lo pseudonimo di Dennis McShade fingendo che le opere fossero state scritte e ambientate nella scandalosa e immorale America e semplicemente tradotte in Portogallo, tutto per poter sfuggire alle implacabili maglie della censura in atto durante la dittatura di Salazar. Il poliziesco, il noir con il suo potere destabilizzante che scaturisce dal raccontare i lati oscuri di una società che si vorrebbe luminosa, ottimistica e senza macchia, e invece nasconde ogni sorta di crimini, vendette, corruzioni, ingiustizie e contraddizioni, è stato sempre visto dalle dittature come un pericolo, una vera e propria aperta minaccia all’ordine costituito ed è interessante notare come la lotta, l’opposizione civile abbia assunto vie ingegnose e ricche di espedienti per manifestarsi. In questa dimensione La mano destra del diavolo è un’ opera politica, un atto di denuncia contro la dittatura europea più lunga del Novecento, che durò dal luglio del 1932 al settembre del 1968 e merita per questo un’analisi più scrupolosa e attenta ai rimandi e ai sottintesi. La mano destra del diavolo è un libro solo apparentemente semplice e lineare. L’apparente struttura narrativa mutuata dall’hardboiled americano oltre a servire da maschera per le ragioni già espresse, ovvero per puro mimetismo dettato dalla necessità, si presta a una trasfigurazione del genere contaminandolo con una ridda di influenze letterarie nobili, dai monologhi esistenziali alla Camus, come evidenzia Guia Boni nella sua essenziale e fulminante postfazione, allo stesso nome del protagonista evidente eco letterario del Pierre Menard di Borges, al fine di denunciare con più efficacia una società in cui prospera indisturbato un Sindacato del Crimine le cui spire mefitiche si diffondono fino all’interno del sistema, il poliziotto corrotto Nick Collins ne è emblema e specchio di questa violenza istituzionalizzata. E quale genere meglio dell’hardboiled può parlare con fluidità e naturalezza di violenza e crimine, di gente che si muove unicamente per denaro pronta a uccidere con una facilità che abbatte senza remore ogni scrupolo morale di sorta. Non è semplice imitazione, Dinis Machado non produce un duplicato più o meno scadente o una parodia del genere, ma ne estrapola i temi e i meccanismi essenziali per metterli a servizio della sua visione esistenziale dandogli una profondità inusuale. Peter Maynard il protagonista indiscusso, narratore in prima persona di questa tragedia vissuta come una lungo e concatenato atto di vendetta che si trasforma in giustizia, è a differenza degli hardboiled classici, che scelgono la figura dell’investigatore privato come propulsore dell’azione, un sicario, un assassino a pagamento, un uomo per cui la morte è una necessità, che si trasforma in giustiziere per portare a termine uno dei tanti incarichi che gli vengono affidati. L’inizio ci riporta alla classica apertura e alle atmosfere chandleriane del Grande sonno quando Marlowe incontra il vecchio generale Sternwood: Peter Maynard e il suo socio Lucky Cassino incontrano il miliardario T.R. Douglas che dopo otto anni dalla morte della figlia decide che è giunto il momento di vendicarla e far uccidere i quattro uomini che la violentarono portandola al suicidio. Peter Maynard accetta e incassa la prima rata di 40.000 dollari, altrettanti ne riceverà a lavoro ultimato e si mette sulle tracce di questi “virtuali” assassini. Tracce che lo porteranno in Messico, a San Fransisco, a Chicago, di nuovo a New York in un intrecciarsi si fughe e inseguimenti perché il Sindacato del Crimine non tollera che un anarchico come Maynard vada in giro a uccidere la gente senza il suo permesso. Maynard è implacabile, efficiente come la mano destra del diavolo, trova le sue vittime, le interroga per farsi dare informazioni utili al ritrovamento degli altri e le uccide fino a che l’ultimo della lista non è esattamente chi credeva che fosse. Traduzione e postfazione di Guia Boni.
Leggendo L’acustica perfetta di Daria Bignardi mi sono chiesta quanto conosciamo e ascoltiamo le persone che vivono con noi. Poi, continuando nella lettura ho cominciato a riflettere sul comportamento che spesso abbiamo verso gli altri e a quanto il nostro modo di fare ed essere possa influire sulle relazioni umane della nostra vita. L’acustica perfetta, il nuovo romanzo di Daria Bignardi è questo: una riflessione intensa sul rapporto di coppia e sul fatto che non sempre la sintonia tra le parti sia così armonica come la si crede. Dal mio punto di vista il libro coinvolge chi legge portandolo direttamente dentro alla storia, a fianco dei protagonisti, scatenando nel lettore una serie di domande che ci inducono a valutare come agiamo e viviamo nella realtà. Dopo due libri incentrati sul mondo femminile (Non vi lascerò orfani e Un karma pesante, entrambi editi da Mondadori), la giornalista e conduttrice de Le invasioni barbariche torna in libreria con una storia raccontata attraverso uno sguardo maschile. Il narratore in questione è Arno Cange, violoncellista alla Scala di Milano, figlio di una tedesca e di un toscano, impegnato nella ricerca di Sara – ma anche di sé direi – che gli permetterà di conoscere quella parte della vita della consorte a lui del tutto ignota. Arno e Sara sono marito e moglie e genitori di tre bambini. Vivono a Milano e la loro esistenza domestica è il ritratto prefetto della felicità, ma è solo apparenza. Non a caso a spiazzare l’equilibrio di cui è convinto il musicista è l’improvvisa e immotivata sparizione volontaria della moglie. Arno non capisce perché Sara abbia lasciato lui e i loro tre figli. Non riesce a farsi una ragione dell’accaduto fino a quando incomincerà un solitario cammino di indagine alla ricerca della sua amata metà. Il “detective” Arno si muoverà in pellegrinaggio formativo alla scoperta di luoghi e persone familiari, ma anche di realtà paesaggistiche e umane a lui –ma non alla moglie Sara – del tutto sconosciute, compiendo un percorso di indagine psicologia che cambierà per sempre la sua vita e quella del loro focolare domestico. Il rancore scatenato in Arno dall’allontanamento volontario di Sara si trasforma in una nuova viscerale curiosità mai dimostrata in precedenza verso l’universo esistenziale trascorso della donna. Il motivo del disinteresse passato? Arno è sempre stato troppo assorbito dal suo lavoro di musicista alla Scala di Milano per accorgersi di quello che accadeva attorno al lui. Solo l’appassionata ricerca di Sara indurrà l’uomo a conoscerla davvero e a capire cosa lui vuole fare dalla propria vita, scoprendo durante questo tortuoso cammino di formazione in crescendo quale sarà la sua acustica perfetta. Sara – moglie, madre e amica – non è presente fisicamente, ma la sua essenza si percepisce attraverso i ricordi e le parole che fluiscono nel racconto attraverso un coro di voci che rivelano ad Arno e a noi chi è davvero la donna. Quella che emerge è l’immagine di un persona con un bagaglio emotivo ipersensibile, che si è acutizzato a causa di traumi profondi che Sara ha subìto in gioventù e dei quali Arno non sa nulla. La scoperta di questi drammi porteranno Cange a rivalutare in maniera radicale l’amata moglie, la loro vita matrimoniale e i legami con i figli. L’acustica perfetta è un romanzo appassionate da leggere perché ci induce a riflettere, dimostrando quanto l’esistere quotidiano di una famiglia possa diventare un avventuroso viaggio alla scoperta di sé nel momento in cui un calcolato evento imprevisto fa vacillare ogni presunta certezza.
























