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:: Luna bugiarda di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta iannone

20 febbraio 2014

8. cover SELLERIOLa BMW era parcheggiata in fondo alla via. Cominciò a percorrere il tratto di strada che lo separava dalla macchina con il passo rigido e claudicante, grato al buio e al freddo che lo circondavano, quasi fossero un liquido denso in cui poter immergersi, fuggire, sprofondare. Dall’oscurità alzò lo sguardo verso il nastro di cielo che si intravedeva a fatica tra i piani alti dei caseggiati. I suoi occhi indugiarono per una manciata di istanti su quella cintura incastonata di stelle, che si allungava da un cornicione all’altro. La luna si era assottigliata in una falce consunta, ma la sua lama scintillava straordinariamente luminosa sul colmo di un tetto. Era la stessa luna chiara e impassibile che aveva visto dal balcone dell’elegante casa dei suoi genitori a Lipsia e , più tardi, dalla sconfinata, mortale immensità della pianura russa, così densa di insidie. Luna bugiarda, pensò. Una luna bugiarda. Bora si lasciò sfuggire un sospiro. Era un soldato, senza figli, e solo.

Luna bugiarda (Liar Moon, 2001) di Ben Pastor, rieditato da Sellerio nell’ottobre del 2013, a più di dieci anni dalla prima pubblicazione in Italia, avvenuta nel 2002 per Hobby & Work, e sempre tradotto da Maria Emilia Piccone, ci porta cronologicamente subito dopo i fatti narrati in Cielo di stagno. Dalla Russia del 1943 dunque, all’Italia settentrionale del dopo 8 settembre e della repubblica di Salò, in una continuità di tematiche e suggestioni, resa omogenea da un opportuno lavoro di rivisitazione del testo, rispetto all’originale del 2002, ricco di ampliamenti e integrazioni.
L’autrice ha da sempre preferito alla progressione cronologica una personale rivisitazione dei fatti e dei personaggi, che le permette per esempio ora di lavorare ad una storia di Martin Bora, ambientata nella Creta del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Questa scelta, sicuramente legata alla complessità del personaggio principale, permette all’autrice una rielaborazione in progress dell’intera esperienza di vita del giovane ufficiale della Wermacht, ispirato alla figura storica del colonnello Claus von Stauffenberg attentatore della vita di Hitler, e nella mia esperienza di lettrice è una scelta narrativa piuttosto anomala, anche se affascinante, che seguo con interesse.
Luna bugiarda ci porta nell’Italia del Nord, in Veneto, in piena occupazione nazista, e colloca il protagonista in una delicata e dolorosa fase della sua vita di soldato e più estesamente di tedesco, che pian piano prende coscienza, non solo della drammatica situazione storica, ma proprio delle scelte morali ed etiche necessarie per conservare la propria dignità umana. E sembra proprio questo il nucleo centrale che all’autrice interessa, più ancora della dimensione unicamente investigativa, che fa appunto di Bora uno strumento della detection più classica, alle prese con indagini, morti violente e assassini.
Mai come in Luna bugiarda, molto più sicuramente rispetto a La canzone del cavaliere, Il Signore delle cento ossa, Lumen, o lo stesso Cielo di stagno, ci troviamo davanti ad una crisi umana, alla dissoluzione di certezze e speranze, al dolore non mitigato o lenito da credi religiosi, o ideologici, spogliato di ogni eroicità. Nel prologo il protagonista sopravvive a stento ad un attentato, riportando gravi ferite, tra cui l’amputazione della mano sinistra. Fatto questo che oltre al dolore fisico in sé racchiude, per chi conosce il personaggio, e il suo talento e la sua sensibilità di pianista, una sorta di condanna, di fine della bellezza sopraffatta dalla violenza e dalla brutalità della guerra.
Oltre al dolore fisico dicevamo, che Bora non vuole alleviare in alcun modo con oppiacei che ne minerebbero la lucidità, la morte del fratello, la consapevolezza che la moglie non lo ama più e il conseguente senso di abbandono (“Mia cara Nina” fu l’unica risposta che scrisse sulla pagina bianca, “chiedi a Dikta se mi vuole ancora bene”), il senso di colpa legato alla deportazione degli ebrei, di cui si fa in una certa misura strumento, sebbene non con l’ invasamento e l’ accanimento prescritto e voluto dal Reich e dalle SS suoi strumenti. (La sua caduta in disgrazia è già prossima, e Bora lacerato tra paura e coraggio, si interroga più volte sul dove i suoi doveri di soldato cessano di esistere contrapponendosi a quelli di essere umano, anche se il sacerdote che salva dalla deportazione,  assieme gli ebrei affidati alla sua custodia [l’SS senza nome arriva a lamentarsi ” Se non avese le spalle protette da certi pezzi grossi in alto loco, direi che lei maggiore Bora è un amico dei giudei“] ben diventano simbolo degli atti di coraggio che il personaggio sa comunque ancora compiere, quasi a conferma che la sua umanità non è morta del tutto). Tutto insomma contribuisce a infondere alle pagine di questo libro una patina di triste amarezza, e controllata disperazione, che infonde nel lettore una particolare empatia e compassione nei confronti del protagonista, la cui caratura umana tuttavia non viene mai meno.
Comunque Luna bugiarda è anche la storia di un’indagine, di un delitto, della scoperta di un colpevole. Seppure non morirà solo il gerarca Vittorio Lisi, investito sulla sedia a rotelle, da un auto, nel giardino davanti casa. Altri morti costelleranno la trama, alcuni legati al dramma di un assassino solitario che ruba le scarpe alle proprie vittime, che riporta Bora in Russia facendogli rivivere il ricordo di un altro pazzo, che vedeva nelle sue allucinazioni la gente scalza, poco prima della sua morte. Ben Pastor mostra la chiave per risolvere il delitto scopertamente, ma a volte proprio ciò che è più chiaramente in evidenza sfugge alla nostra vista e infatti sarà difficile collegare l’unico indizio lasciato dalla vittima morente all’assassino. Io non l’ho fatto, ma fidando nell’intuito di Martin Bora, mi sono sbagliata solo in parte. Buona lettura.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: Recensione di Il cielo di stagno di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2013

stagnoQuel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
, gli venne da congratularsi, sono impeccabilmente lucido. Svitò il tappo della borraccia. Dottor Bernoulli, alla sua salute.
C’era solo acqua nella borraccia, ma prima di bere Bora l’alzò con un gesto moderato verso il cielo di stagno, già estivo, mentre scendeva la sera.

Ucraina, maggio del 1943. A Merefa, nei pressi di Kharkov, il maggiore Martin Bora, dopo aver trascorso un mese di convalescenza in un ospedale di Praga, sta faticosamente cercando di riprendersi e di tornare alla normalità, per quanto sia possibile in tempi di guerra, ancora segnato dagli strascichi della disfatta di Stalingrado. Fiaccato dal caldo, dalle mosche, dalla febbre tifoidea che ogni sera lo tormenta, sebbene abbia conservato oltre alla vita anche una dolorosa lucidità, quasi un miracolo se si pensa a quanti suoi colleghi si sono suicidati, o sono impazziti, Martin sente di aver perso non solo la fede in Dio e la certezza nella vittoria finale, ma anche l’amore di sua moglie Benedikta, dopo la sua decisione di tornare volontario sul fronte russo.
Questa dolorosa consapevolezza, sommata alla certezza che un limite ormai è stato valicato e mai più si potrà tornare indietro, non arrivano però a far vacillare il suo codice etico e la sua capacità di discernere il bene dal male, e di continuare a perseguire la verità e la giustizia ovunque siano nascoste, ed è così che in questo clima di confusione, di corruzione, di lotta di potere tra organi della Germania hitleriana, conserva la determinazione e la volontà di scoprire quale segreto è nascosto nel bosco di Krasny Yar, mistero che sembra strettamente connesso alla morte di due generali dell’ Armata Rossa finiti in mano tedesca: Platonov e Tibyetsky, detto Khan.
Von Bentivegni, comandante della Abwehr, ordina a Martin Bora proprio di indagare su queste morti, e di ripulire tutto, con la colpevolezza che molte cose devono continuare a restare segrete e bisogna nascondere ogni traccia, ed è così che inizia Il cielo di stagno (Tin Sky, 2013) edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Ben Pastor già autrice di 6 romanzi dedicati al personaggio di Martin Bora, maggiore della Wehrmacht e in forza all’Abwehr, il servizio segreto tedesco, durante la Seconda guerra mondiale,  tra cui Lumen, La canzone del cavaliere e Il signore delle cento ossa e una raccolta di racconti La Morte, il Diavolo e Martin Bora, con questo nuovo romanzo, cronologicamente precedente a Luna Bugiarda, che narra la campagna italiana, ci permette di gettare uno sguardo sul delicato passaggio che costituisce la presa di coscienza definitiva del protagonista sul fatto che il piano hitleriano di predominio sia destinato inesorabilmente a trasformarsi in tragedia.
Molti sono i passaggi che sottolineano questa consapevolezza, sia presenti nel diario che Martin Bora scrive, sia nei capitoli più oggettivi e discorsivi. Fondamentale è lo scoprire le scorte alimentari di marca americana presenti nel carro armato T-34, con il quale Tibyetsky raggiunge le linee tedesche.

Nell’ interno ristretto del T- 34, da cui l’entusiasta Scherer era uscito di malavoglia, Bora fu meno colpito di vedere il sangue dei carristi uccisi che il numero di munizioni e obici in dotazione. Quel che lo impressionò di più furono i viveri di marca americana di cui godevano i russi. Il ricordo della penuria di Stalingrado, specie da parte tedesca, lo turbò, come se le scatolette, le razioni D ricche di calorie e il latte in polvere indicassero – ancor più del contenitore corazzato in cui si trovavano – che la Germania non poteva vincere la guerra.

Si può leggere questo romanzo unicamente mossi dall’interesse per la trama investigativa, infatti c’è un’ indagine, ci sono due morti eccellenti e molti altri legati al mistero nascosto nel bosco di Krasny Yar. Il protagonista segue indizi, interroga testimoni e personaggi chiave, raccoglie informazioni e collega i fatti fino a raggiungere la verità. Lo schema giallo è rispettato e logico, funzionale al racconto.
Ma si può leggere Il cielo di stagno anche come un romanzo storico tout court. La ricostruzione è minuziosa, e molto accurata, con un grande amore per i dettagli e per l’atmosfera che si respira.
Siamo su un fronte di guerra, in un periodo di apparente calma prima di una grande offensiva estiva. L’attesa, il clima di sospensione si percepiscono palpabili, e è ben descritta oltre alla routine militare, anche la vita dei civili russi occupati.
L’autrice opta per un registro narrativo lineare e nello stesso tempo empatico e coinvolgente. I dubbi, gli scrupoli, le riflessioni del protagoniste arrivano al lettore filtrate da una calma compositiva e introspettiva che rende la lettura piacevole, sebbene i temi trattati siano drammatici.
Il ritmo della trama è sicuramente avvincente e va di pari passo con l’approfondimento dei personaggi e la coerenza con la quale sono tratteggiati.
L’ambiguità del personaggio di Benedikta, soprattutto, colorisce di riflesso di luci e di ombre anche il protagonista, e usando questa tecnica l’autrice arricchisce sicuramente lo spessore psicologico di entrambi i personaggi.
Alcuni elementi noir sono presenti e stridono inequivocabilmente con l’ideologia ottimista e fanatica del periodo, alla quale il protagonista non si adegua, restando una voce critica e quasi distaccata, e soprattutto l’angosciosa intermittenza della memoria, che porta il personaggio a ricordare come era il passato e l’uomo che era, del quale ormai ha perduto ogni traccia di innocenza, dona autenticità ad un romanzo già di per sé interessante.
Da segnalare in copertina l’immagine di Olio su tela di Alexander Deineka, 1943. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.