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:: Un’intervista con Paolo Ferruccio Cuniberti, a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2026

Benvenuto Paolo su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Ci parli di lei: dove è nato, che studi ha fatto, ci parli della sua famiglia.

Sono torinese, nato a Torino, da una famiglia di “immigrati” dalla profonda provincia piemontese di Cuneo, nel Roero. Non è un dettaglio avere queste origini, nonostante periodicamente mi sia capitato di rimuoverle, perché alla ragion dei fatti, hanno segnato gran parte della mia esistenza e anche della mia scrittura. A Torino ho frequentato un liceo scientifico negli anni 70, anni come si sa piuttosto turbolenti, e ho poi fatto un percorso universitario altalenante tra l’indirizzo storico a Scienze Politiche e la Facoltà di Lettere, alla fine senza concludere con un diploma di laurea. Erano anni difficili, ma sono stati comunque studi per me molto formativi.

Ha anche un sito, l’aiuta nel rapporto diretto coi suoi lettori, e per promuovere il suo lavoro?

Il mio blog in realtà langue da un bel po’, perché un tempo attribuivo una certa importanza al fatto di apparire sul web e in particolare sui social. Mi capitava di intervenire su vari argomenti o di annunciare eventi insignificanti. Poi, dopo questa ubriacatura da presenzialismo in cui tutti devono dire la loro, mi sono saggiamente reso conto che il tacere è oro. Non ho più l’ansia da prestazione dell’esordiente, anche se non posso considerarmi, nonostante l’età, un autore molto conosciuto. Oggi mi limito a qualche minima comunicazione di servizio destinata a chi mi conosce. Non credo che i social abbiano spostato di molto l’attenzione del pubblico su qualche scrittore. Per lo più funziona ancora il passaparola o, per i più fortunati, e magari già noti al grande pubblico, la televisione.

Lei ha attraversato ambiti molto diversi — teatro, cinema, grafica, etnografia, radio e letteratura. Quanto queste esperienze hanno influenzato il suo modo di scrivere?

Ho iniziato a scrivere per pubblicare in forma di articoli alcuni brevi studi di carattere etnografico, pubblicati su riviste culturali, principalmente riferiti al mio territorio d’origine. Quasi tutti infine raccolti nel libro Orsi, spose e carnevali. Quindi saggistica. Ma, avendo anche una formazione letteraria dovuta alle tante letture, il mio stile saggistico poteva prendere anche toni meno austeri rispetto a una scrittura rigorosamente scientifica. Poi, senza voler in alcun modo farne una vanteria, credo di aver sempre posseduto una specie di spirito spiccatamente umanistico, con la curiosità di interessarmi di tutto, dall’arte, alla musica, alla scienza. Per questo ho attraversato, e il più delle volte solo sfiorato, tanti ambienti e varie discipline. Certo, con il rischio oggettivo della superficialità.

Torino e il Piemonte sembrano avere un ruolo importante nel suo percorso. Che rapporto ha con il territorio in cui è nato e quanto entra nei suoi romanzi?

Come ho detto prima, pur essendo nato a Torino in una famiglia piccolo borghese, le radici famigliari stanno nella cultura contadina da cui proveniamo. Quando ho iniziato a scrivere romanzi dovevo fare i conti con queste radici e questo passato, scrivendo in uno stile abbastanza tradizionale. I primi tre romanzi sono infatti una sorta di trilogia del passato prossimo, dedicati rispettivamente agli anni 60, con la fine della civiltà contadina e l’inurbamento dalle campagne (Un’altra estate); agli anni 70, gli anni del post 68 a Torino e del disorientamento giovanile (Body and soul); e ancora la Torino degli anni 80 dove i rapporti sociali e le istanze ideali stavano per essere sommersi dall’edonismo individuale (Indagine su Anna). Concluso questo trittico, ho avuto meno interesse a occuparmi ancora del tema delle mie origini.

Accanto al Piemonte, nella sua attività emerge una particolare attenzione per il Sud e soprattutto per la Sicilia. Che cosa l’ha portata a guardare con tanta curiosità verso questa parte d’Italia?

C’è stato prima di tutto un evento personale perché ho sposato una siciliana trapiantata a Torino. Tramite mia moglie ho potuto conoscere da vicino un altro mondo culturale, linguistico, anche gastronomico, che non mi apparteneva, sebbene le comuni radici famigliari contadine avessero punti di affinità. Da questa frequentazione della Sicilia sono nati via via rapporti molto importanti e sono tuttora in contatto con numerosi esponenti della cultura e del vivacissimo mondo artistico siciliano che, tra tante difficoltà, non finisce tuttavia di sorprendermi e che spesso, devo dire a malincuore, non ha eguali nella mia regione. Il Piemonte vive di individualità che stentano a fare rete tra loro. Mi capita più spesso di essere invitato in Sicilia che a casa mia.

Nel suo lavoro sull’etnografia si è occupato di tradizioni, feste, rituali e cultura popolare. Che cosa possono insegnarci oggi queste forme della memoria collettiva? Ha mai scritto fiabe o favole?

Sulla fiaba e sul mito ho letto e studiato quasi tutto ciò che è indispensabile conoscere, dai formalisti russi alla psicanalisi. Tuttavia non ne ho mai scritto in forma narrativa; non ne sento l’esigenza. Credo anzi che la fiaba vada consegnata al suo mondo popolare ancestrale che già contiene tutto. Proprio perché si tratta di memoria collettiva la fiaba tradizionale può parlare efficacemente ai bambini di oggi come a quelli di ieri. Caso diverso sono le forme rituali popolari che oggi hanno perso quasi del tutto i propri significati profondi e vengono riproposte spesso per fini meramente folcloristico-turistici. Meglio comunque una festa degli Abbà in montagna che un rally motoristico!

Il suo romanzo Un’altra estate porta già nel titolo l’idea di un tempo che ritorna o che viene ricordato. Quanto sono importanti la memoria e il passato nella sua narrativa?

Penso di aver detto già qualcosa in merito precedentemente. Nella cultura popolare, a differenza della nostra contemporaneità, il tempo era circolare, perché determinato da cicli calendariali: stagionali, lunari, settimanali, perfino mestruali. Il romanzo da lei citato racconta il trauma del passaggio da quel mondo a quello della produzione urbana, seriale, industriale. Anche l’amore è scardinato dal nuovo mondo. Il passato contadino diventa per l’appunto memoria. Va ricordato, non va dimenticato, con la consapevolezza che un mondo millenario si è disgregato e ne restano solo relitti, spesso museificati nelle numerose raccolte di oggetti della cosiddetta civiltà contadina.

È stato finalista sia al Premio InediTo sia al Premio Neri Pozza. Quanto conta, per uno scrittore, il riconoscimento da parte dei premi letterari e quanto invece conta il rapporto diretto con i lettori?

Quest’anno ho anche avuto il privilegio di essere designato vincitore per il premio Buttitta 2026 ad Agrigento. Ma non sono certo che quando si tratta di premi “minori”, al di là del piacere personale, vi sia un reale incremento dei lettori. Penso contino ben poco. E alle presentazioni ormai è tanto se ci si trova di fronte uno sparuto gruppo di persone. Alla Littizzetto basta essere tutte le settimane in tv per vendere novantamila copie. C’è altro da aggiungere?

Ha lavorato anche nel teatro e ha organizzato rassegne e incontri culturali. Che cosa ha imparato dal teatro che oggi porta con sé nella scrittura dei romanzi?

Anche per l’ambito del teatro devo alcune collaborazioni (da esterno) alla passata attività di mia moglie. Si è trattato essenzialmente di sporadiche esperienze giovanili. Però il teatro contemporaneo o di avanguardia, mi ha senza dubbio insegnato l’efficacia del gesto prima ancora che della parola, il che, può sembrare un paradosso, deve far riflettere sul fatto che le parole creano immagini e che devono essere essenziali, quelle giuste, nette, disambiguate. La perfezione del gesto deve essere riflessa nella perfezione del linguaggio.

Ha curato l’edizione postuma di Voglia di notte di Giuseppe Giovanni Battaglia, occupandosi anche del saggio critico. Che cosa l’ha spinta ad assumersi il compito di restituire ai lettori la voce di un poeta scomparso?

Questa è una bella domanda! In Sicilia ho conosciuto, sono ormai quasi una quindicina di anni, il pittore palermitano Vincenzo Ognibene che di Battaglia è stato grande amico fino alla morte avvenuta nel 1995 all’età di soli 44 anni. Ognibene, da allora, ha curato innumerevoli pubblicazioni postume, o riedizioni, dell’opera omnia di Battaglia, nato come poeta dialettale, ma il cui valore è stato subito riconosciuto da Sciascia e Pasolini. Battaglia ha scritto anche poesia in italiano raccolta per intero in un’ampia silloge e testi teatrali di sapore beckettiano. Infine, poco prima di morire, un unico romanzo, breve, ma ricco di arditezze strutturali e linguistiche, a tratti surreale, che è rimasto intatto in un cassetto. Restava questo da pubblicare, e Ognibene mi ha chiesto di occuparmene. Il manoscritto non richiedeva particolari interventi (peraltro non si fa editing su un autore che non è più in vita), ma ho sentito la necessità di associargli una postfazione che ne analizzasse i contenuti.

I suoi libri hanno protagonisti e atmosfere molto diverse: da Body and Soul a Indagine su Anna, fino a Ultima Esperanza e La curva del tempo (2025, ed. Medinova). C’è un filo conduttore che lei riconosce, a posteriori, nella sua produzione narrativa?

Me lo sono chiesto anch’io, perché alcune delle mie prove letterarie appaiono assai diverse tra loro a una prima lettura. C’è una certa unità tematica nella prima trilogia che, come dicevo, riguarda l’evoluzione della società in tre decenni. Poi il ponderoso Ultima Esperanza che si discosta completamente dai precedenti ed è un romanzo storico ambientato nel Cile di fine 800 ai tempi delle guerre con gli indios, infine La curva del tempo che è un romanzo fatto di frammenti che si intrecciano tra passato, presente e futuro. Forse in quest’ultimo breve romanzo c’è il senso di tutti i precedenti: il tema del tempo, la posizione dell’umanità nel mondo, le speranze e soprattutto le ingiustizie.

Vorrei chiudere questa intervista segnalando che è anche membro della giuria del nuovo premio letterario Colline Narranti promosso dal Comune di Gassino Torinese che scade a ottobre. Tema di quest’anno Il Cambiamento. Ce ne vuole parlare?

Premetto che sono stato cooptato e non faccio parte dell’organizzazione, ma sono onorato di essere stato coinvolto. Trovo interessante l’iniziativa e mi fa piacere fare parte della giuria. Si tratta di un premio, aperto a tutta Italia e non solo, per racconti che abbiano appunto la tematica ampia del “cambiamento”, che si tratti di cambiamento interiore, sociale, magari climatico, o perché no esteriore. Scadenza 31 ottobre 2026. Mi dicono che stanno arrivando numerosi elaborati per cui credo che la selezione sarà impegnativa. Appuntamento per la premiazione al Salone del Libro di Torino 2027.