Posts Tagged ‘Elena Romanello’

:: La casa delle signore buie, Pupi Avati, Roberto Gandus (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2016
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Nella Noto del Settecento, il giovane Moré Barreca è promesso sposo a Nunzia, primogenita del marchese Macola, ma si innamora della sorella minore Assunta, che viene però rinchiusa per non ostacolare delle nozze di interesse in un monastero di donne, la Contemplazione della morte, su un’isola, dove incontrerà un inferno in terra, capeggiato dalla badessa Orietta del Presagio. Solo un aquilone può permetterle di comunicare con Moré, che cercherà di andare in suo aiuto, sfidando pericoli e rischi, mentre Assunta cerca di sopravvivere in mezzo a donne che di santo hanno ben poco, in un luogo dove le nobili vengono a lasciarsi morire e restano dopo morte in saloni degli orrori che ospitano i loro cadaveri per i secoli a venire.
Da un’idea di Pupi Avati, che vorrebbe trarne anche un film ma per ora per i costi elevati non se ne parla, ecco un originale e agile romanzo a quattro mani con Roberto Gandus che si basa su un documento del Settecento nell’archivio del Santo Uffizio di Noto, per costruire una storia cupa e appassionante ricca di suggestioni.
Risulta evidente il richiamo al romanzo gotico inglese di fine Settecento, che scelse proprio ambientazioni del Sud Italia per raccontare le sue storie, a cominciare da Il castello di Otranto di Walpole, rivelando come terre assolate nascondessero segreti e orrori indicibili nei loro antichi manieri. Ci sono anche echi de La monaca di Denis Diderot, de I promessi sposi di Manzoni, ma anche de La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini, in una storia che ricorda gli orrori dei conventi e che riecheggia comunque anche i celeberrimi penny dreadful ridiventati famosi grazie all’omonima serie e che con altre forme e nomi erano popolarissimi anche in Italia, basti pensare al successo di un’autrice come Carolina Invernizio.
Un libro scritto come un film, con colpi di scena continui, passioni, delitti, eroi puri che lottano contro cattivi assoluti, antico per certi versi ma capace di avvincere ancora il pubblico di oggi: sarebbe bello che diventasse un film, pare che interessasse anche Guillermo del Toro che però si trova in grande difficoltà economica dopo il fallimento di un paio di suoi progetti, ma è già godibilissimo come libro, con un titolo che ricorda un film horror di Pupi Avati, La casa dalle finestre che ridono, ancora oggi uno dei più spaventosi del cinema italiano.
Una lettura appassionante ma anche di svago intelligente, adatta anche per l’estate ormai arrivata, giusto per condire il tutto con un po’ di brividi.

Pupi Avati, bolognese, classe 1938, è regista e sceneggiatore. Accanto ai molti film intimisti, ha diretto tre film di genere horror gotico come La casa dalle finestre che ridono, Il nascondiglio e L’arcano incantatore, forse meno famosi ma molto amati dagli appassionati di cinema di genere.

Roberto Gandus, torinese, vive tra la sua città e Roma, è sceneggiatore cinematografico e autore televisivo. Ha scritto i romanzi L’ultima esecuzione e La sarta, usciti per Fratelli Frilli e Il Gyoko per Golem.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Golem.

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:: L’artista dei veleni, Jonathan Moore (Newton Compton Editori, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016
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Il giallo in tutte le sue sfumature, thriller in testa, è un genere che tira e attira sempre, con sempre nuovi autori e storie. Certo, non sempre è facile trovare nuove idee e ideare intrecci originali intorno ad un genere che è vincolato ad alcuni schemi, quali la ricerca di chi ha commesso un determinato crimine, ricerca spesso complessa e tutt’altro che scontata.
Chi nel genere thriller e giallo cerca qualcosa di originale e nuovo troverà senz’altro interessante L’artista dei veleni di Jonathan Moore, storia in cui tutto non è come sembra e dove le carte in tavola vengono stravolte varie volte, nel corso di una doppia indagine, poliziesca e personale.
Caleb Maddox è un tossicologo che studia gli effetti chimici del dolore e che svolge attività di consulenza saltuaria per le forze di polizia: dopo una brusca e violenta rottura con la sua ragazza, si trova in un locale per affogare i dispiaceri nell’alcool, e qui incontra la seducente Emmeline, che poi si dilegua. Caleb vuole ritrovarla ma deve collaborare in parallelo per lavoro ad un’indagine per omicidi seriali. La polizia infatti ripesca dei cadaveri dalla Baia di San Francisco e tra questi c’è anche quello di un uomo scomparso nello stesso locale e nella stessa notte in cui Caleb ha incontrato la misteriosa Emmeline, di cui non sembra esserci traccia.
I risultati delle analisi non rivelano alcun indizio, per cui Caleb inizia a collaborare di nascosto con il medico legale della città, e a analizzare le tracce chimiche sui resti delle vittime, che continuano a salire. Ben presto la caccia all’assassino si intreccia con la ricerca di Emmeline, mentre Caleb inizia a capire che la sua stessa vita può essere in pericolo e che c’è qualcosa che forse gli sfugge e che può essere essenziale.
Non si può rivelare molto di più di un libro che vive di colpi di scena e false piste, con un inizio in sordina ma interessante e un ritmo sempre più avvincente, capace di incollare alle sue pagine un autore scafato come Stephen King, che ha confessato di aver divorato senza staccarsi le ultime cento pagine. Basti dire che da questa storia verrà fuori tutto e il contrario di tutto, in un intreccio che ha tra le sue fonti remoti il capolavoro di Hitchcock La donna che visse due volte, ambientato non a caso sempre a San Francisco, città di frontiera, sospesa tra l’Oceano e una faglia tellurica che prima o poi si riattiverà. Il tema della ricerca del colpevole e della verità, leit motiv della narrativa gialla, qui diventa qualcosa di veramente insolito, tra vari piani di realtà, forse uniti e forse divisi, con al centro un eroe solitario, vicino ai moderni scienziati delle nuove storie thriller ma con echi dei personaggi di Poe e Lovecraft.

Jonathan Moore vive alle Hawaii, dove oltre alla scrittura coltiva anche la passione per l’andare in barca. Il suo lavoro ufficiale è fare l’avvocato, si è diplomato alla Scuola di Legge di New Orleans, e in passato ha lavorato come insegnante d’inglese, consulente in un carcere minorile, assistente di rafting sul Rio Grande e investigatore per un avvocato penalista.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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::La paura del desiderio, Claire Messud (Bollati Boringhieri, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016
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La voce narrante di questa storia, di cui non viene rivelato né il nome né se è uomo o donna, svolge la professione di ricercatore universitario e si trova a dover passare un periodo a Londra, per approfondire il tema della morte nella narrativa ottocentesca, ma anche per superare una storia d’amore finita. Nella capitale britannica, caldissima durante un’estate insolita, trova una sistemazione in quello che si rivela un non eccezionale quartiere periferico, e si trova come vicine di casa una madre anziana, mai in scena ma con una presenza incombente, e la sua figlia non più giovanissima, obesa, che si guadagna da vivere facendo la badante e sostiene di far morire prematuramente i suoi pazienti.
Durante i mesi passati nella casa di Londra, si crea uno strano rapporto di affinità e repulsione tra il narratore (o narratrice) e la vicina di casa, che spesso gli piomba in casa per parlare del suo lavoro, di sua madre, dei conigli di cui il o la protagonista sente solo l’odore, oltre che un’atmosfera di suspense che solo molto dopo verrà risolta con la verità su cosa poi è accaduto.
C’è un vecchio detto, trito e ritrito, che dice che nella botte piccola c’è il buon vino. Ecco, di fronte a questo romanzo di poco meno di centocinquanta pagine, più una novella lunga che un romanzo vero e proprio, viene voglia di citarlo, perché tutto è comunque ben dosato, in un thriller non thriller che parla di solitudine, di vite al margine, di rassegnazione e anche di seconde possibilità.
Tutti argomenti attuali, qui declinati in una città come Londra che per molti vuol dire ben altro che malinconia, desolazione, calura e alienazione, ma che qui viene descritta con pochi tratti vividi in un quartiere fuori dai giri turistici, Killburn, dove spesso si trova a vivere chi passa nella capitale britannica anche solo non lunghi periodi per studio e lavoro. La solitudine, scelta o imposta, è la coprotagonista della vicenda, tra un personaggio come la voce narrante che ha preferito privilegiare la carriera e gli studi lontano da casa e due donne che si sono trovate spinte, da vecchiaia, malattia, indigenza e abitudini di vita, fuori dalla società.
Un libro scritto come un giallo, che si legge in maniera veloce e appassionante, ma capace di far riflettere su tanto del mondo di oggi, sulle vite spesso tra sconosciuti che si vivono e nello stesso tempo sul desiderio alla fine di sapere che fine fanno le persone che incrociano i propri percorsi di vita, sia pure per poco.

Claire Messud, classe 1966, è nata nel Connecticut ed è cresciuta tra Stati Uniti, Australia e Canada. Ha scritto libri come I figli dell’imperatore (2007) scelto come Miglior Libro dell’Anno dal New York Times, dal Los Angeles Times e dal Washington Post, When the World Was Steady e The Hunters, composto da due romanzi brevi, La donna del martedì e La paura del desiderio. Vive a Boston con il marito, il critico letterario James Wood, e due figli.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Elena dell’ Ufficio stampa Bollati Boringhieri .

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:: Segreto di famiglia, Mikaela Bley, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016
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A Stoccolma, durante un freddo e piovoso venerdì di maggio, scompare la piccola Lycke, di solo otto anni, sconvolgendo un quartiere tranquillo e benestante della capitale svedese dove certe cose non dovrebbero certo succedere.
Ellen Tamm, giornalista televisiva specializzata in cronaca nera, si occupa del caso per il suo lavoro, scoprendo una serie di bugie e false piste, partendo dal fatto che il papà e la mamma di Lycke sono da tempo separati e che è stata la nuova moglie del papà ad accompagnarla al centro sportivo dove si sono perse le sue tracce. Ellen si trova a dover lottare con i drammi del suo passato, quando anche lei affrontò da piccola una storia simile nella sua famiglia, le frecciatine velenose dei suoi colleghi e l’ostruzionismo di un caso che diventa man mano sempre più problematico, fino ad alcuni sconvolgenti colpi di scena finali.
Da alcuni anni, i gialli scandinavi ci raccontano il lato oscuro di democrazie che da decenni si considerano all’avanguardia per tutela dei diritti umani e dello stato sociale, cose ottime ma che non impediscono devianze, comportamenti criminali, discriminazioni, violenze contro donne, omosessuali, bambini, migranti, recrudescenza di ideologie estremiste. Segreto di famiglia si inserisce in questa tradizione di romanzi interessanti, pronti a raccontare cosa si nasconde dietro una città ordinata e civile come Stoccolma, dove ci si confronta non con un omicidio ma con una cosa forse ancora più inquietante, la scomparsa di una persona, una bambina in questo caso.
I dati alla mano relativi alle scomparse di persone di ogni età nei Paesi occidentali sono a dir poco inquietanti, ci sono trasmissioni in tema, romanzi, telefilm, ed è e resta uno dei misteri più inespicabili e dolorosi, spesso senza soluzione. Non è un caso che qui ad indagare non sia una poliziotta ma una giornalista televisiva, emula dei suoi colleghi e colleghe che sulle reti europee presentano da anni trasmissioni per capire cosa succede là fuori, cosa inghiotte vite diverse, spesso tranquille e senza problemi, talvolta anche di bambini come capita nel libro.
Segreto di famiglia privilegia l’indagine psicologica all’azione, tra quartieri residenziali, luoghi di aggregazione, parchi, per ricordare ancora una volta che ogni progresso sociale è sacrosanto e doveroso ma non può cancellare del tutto il cuore nero che c’è negli esseri umani e che in alcuni di loro emerge in maniera tragica contro chi è più debole. Un thriller appassionante e inquietante, che riecheggia la realtà di chi non torna più a casa e di cui forse non si troveranno mai più le tracce.

Mikaela Bley, classe 1979, vive a Stoccolma con il marito e i due figli. Prima di diventare una scrittrice a tempo pieno faceva la produttrice per il canale TV4. Segreto di famiglia è il suo romanzo d’esordio, l’autrice ne ha in progetto altri, oltre ad una serie tv con protagonista la sua Ellen Tamm.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: The Graveyard Book, Neil Gaiman, P. Craig Russell (NPE, 2015) a cura di Elena Romanello

13 luglio 2016
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Prima di scrivere vari romanzi, per adulti e ragazzi, Neil Gaiman nasce come fumettista, visto che è autore della monumentale saga di Sandman, e non c’è da stupirsi se è rimasto questo suo legame con il mondo delle nuvole parlanti, dove spesso torna per raccontare in un altro modo le sue storie scritte.
The graveyard book è una graphic novel, uscita in italiano per il piccolo ma interessante editore Nicola Pesce, ispirata al romanzo di Gaiman noto in italiano come Il figlio del cimitero (Mondadori) e con i disegni di P. Craig Russell. Anche in fumetto, la storia rispetta perfettamente la vicenda originale, un romanzo fantastico certo, ma anche una storia di formazione su modello dei grandi romanzi dell’Ottocento, Dickens in testa, con archetipi come il rapporto con la morte e il cimitero che è luogo di passaggio tra vivi e morti e anche quindi di confronto tra dimensioni diverse dell’esistere.
Un vecchio detto africano dice che c’è bisogno di un villaggio per crescere un bambino: per Nobody, piccolo sfuggito al massacro della sua famiglia, sarà il cimitero dove si rifugia a crescerlo, con l’ombra della morte a cavallo, fantasmi di varie epoche anche dimenticati, come una strega morta poco più grande di lui che il protagonista aiuterà a trovare pace, un vampiro che è l’unico aggancio con il mondo fuori. Gli anni passeranno per Nobody detto Bod, con incontri con l’universo dei vivi, il pericolo incombente che qualcuno torni e finisca il lavoro per un oscuro disegno esoterico e il desiderio di scoprire il mondo fuori e nello stesso tempo rimanere con quella che è la sua famiglia.
The graveyard book, metafora del crescere e del significato vasto di famiglia, funziona quindi anche in disegni, accurati e pronti a riflettere le atmosfere tra vita e morte dell’odissea di Nobody nella ricerca di se stesso. Uno stile grafico, quello di Russell, che in questo caso si avvicina alla tradizione di illustrazioni britanniche, quell’immaginario fantastico in cui Gaiman pone le sue radici, tra fiaba, mito, folklore, leggenda.
Un libro, compendio del romanzo ma anche godibile a se stante, che non può mancare se si ama Neil Gaiman, autore dai mille volti e dalle mille sperimentazioni, ma che può essere anche un primo approccio al suo mondo. Perché vale per tutti, anche se non cresci in un cimitero con un vampiro come mentore, il sapere che un giorno sul cavallo della morte si salirà comunque ma che prima c’è la vita, in cui bisogna entrare con gli occhi e il cuore spalancati.

Neil Gaiman, inglese di origine e statunitense di adozione, è fumettista e scrittore, autore di opere come Sandman, Death l’alto costo della vita, Stardust, American Gods, Coraline. Vincitore di numerosi premi è considerato uno dei più grandi autori del fantastico viventi.

Craig Russell, vive nell’Ohio e ha alle spalle una carriera quarantennale come disegnatore di fumetti e graphic novel. Nel suo curriculum figurano supereroi e adattamenti di opere classiche come le Fairy Tales di Oscar Wilde. Di Neil Gaiman ha già adattato Coraline e The Dream Hunters.

Source: acquisto del recensore al Salone del Libro di Torino.

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:: La vita a rovescio, Simona Baldelli (Giunti, 2016) a cura di Elena Romanello

11 luglio 2016
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Un paio d’anni fa lo storico Marzio Barbagli ha scritto un interessante e scorrevole saggio, Storia di Caterina che per ott’anni vestì abiti da uomo, che raccontava la vita di Caterina Vizzani, vissuta nel Settecento in Italia centrale, ragazza travestitasi da uomo per poter esercitare un mestiere che le permettesse di vivere ma anche per poter assecondare il suo amore per le altre donne, cosa allora messa sullo stesso piano della stregoneria.
Tra le persone rimaste colpite dal libro di Barbagli c’è Simona Baldelli, che ha scelto nel romanzo La vita a rovescio di raccontare la storia di Caterina come in un romanzo: del resto, di materia ce ne era, in questa epopea tragica e picaresca, da un’infanzia segnata dal vaiolo e dal desiderio di essere diversa fino alla prematura morte in un duello per seduzione, tra luci, abbastanza poche, e tante ombre del Secolo dei Lumi, un mondo comunque dominato dai maschi e dove le donne, ancora più di oggi, erano viste solo in funzione del potere patriarcale.
La vita a rovescio è quindi un romanzo storico, che racconta la vita materiale, anche nei dettagli più allucinanti come le abitudini igieniche, di chi per secoli non è comparso nei libri di scuola, sia perché appartenente ad una classe sociale non agiata, sia perché donna e per lo più lesbica, qualcosa di cui per secoli si è negata la stessa esistenza. Una vita materiale descritta con vivacità e spietatezza, scavando anche nell’intimità di donne oppresse da regole arcaiche ma capaci di cercare, sia pure di nascosto, una sorta di felicità.
C’è anche molto femminismo nella storia di Caterina, deturpata dal vaiolo, da sempre attratta da ruoli non certo consoni ai pochi offerti alle donne, che fa i conti anche con la condizione subordinata delle sue amanti, prostitute, cameriere, ragazze di buona famiglia, nobildonne, monache, ereditiere, tutte alle prese con i limiti del loro sesso che lei riesce a evitare grazie al suo travestimento. Poi ovviamente c’è anche la tematica omosessuale, e fa piacere vedere come anche in Italia, in un momento cruciale per i diritti, stiano uscendo tanti romanzi in tema, mentre in fondo si capisce come ancora oggi, in tempi di riproposta di ruoli di sottomissione per la donna e di stereotipi eterosessisti, certi discorsi siano attualissimi.
Caterina del resto è modernissima, un’eroina di romanzo storico non stupida e sottomessa al desiderio maschile come è stato per decenni, ma una ragazza in cerca di amore, desiderio, libertà e felicità, con il suo lavoro, con la sua intelligenza e il suo desiderio di amare chi incontra. E la cosa importante è che è esistita davvero.

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Ha esordito con Evelina e le fate, finalista al Premio Calvino e vincitore del premio John Fante opera prima. A questo hanno fatto seguito Il tempo bambino e La vita a rovescio, tutti e due per Giunti.

Source: inviato al recensore dall’editore.

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:: Il pozzo, Catherine Chanter (Marsilio, 2016) a cura di Elena Romanello

9 luglio 2016
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In un’Inghilterra di un futuro prossimo vittima di una siccità senza fine, Ruth si trasferisce con il suo compagno vicino all’unico pozzo d’acqua nel raggio di chilometri, suscitando invidie e gelosie che sfociano nell’accusa, reale o presunta, di aver ucciso il nipote di soli cinque anni.
Raccontato come flash back dalla protagonista, che si trova imprigionata nella sua stessa casa, Il pozzo è un romanzo d’esordio interessante e non facile da classificare come genere, con tante suggestioni.
Innanzitutto ci sono molti elementi del thriller, perché in fondo si parla di un’indagine su un omicidio, raccontata dalla principale indagata, che non ricorda fino in fondo come sono andate le cose e pian piano andrà lei in cerca di una verità che può rivelarsi terribile. Poi ci sono richiami ai romanzi al femminile e alle saghe familiari, la protagonista è una donna, tra l’altro non giovanissima, già nonna, con un rapporto non facile con la figlia Angie, che vede il proprio universo spiazzato completamente. Gli elementi preponderanti sono però quelli della fantascienza distopica, una società futura dove tutto è andato nel peggiore dei modi possibili, con al centro una catastrofe ambientale, non del tutto spiegato ma presente in tanti romanzi degli ultimi decenni, da La morte dell’erba di John Christopher al recente Deserto americano di Claire Vaye Watkins. Il tutto èi visto di nuovo in un microcosmo in cui si riflettono i cambiamenti sociali, tra cui la nascita di una religione tutta al femminile, le Sorelle della Rosa di Jericho, non certo priva di integralismo e dove come in tutti i futuri negativi esce fuori il peggio dell’animo umano.
Per questi motivi Il pozzo è un libro che può piacere a pubblici anche diversi, una metafora del nostro tempo attraverso l’immaginario, una ricerca di se stessi partendo dagli abissi in cui si può cadere, proprio come nel pozzo del titolo, simbolo di invidia sociale ma anche luogo dove si può scatenare il peggio. Si può restare catturati dal voler scoprire la verità su cosa ha fatto Ruth e nello stesso tempo seguire l’evoluzione di una società futuribile ma con dentro tante delle storture del nostro tempo, in un’opera prima in ogni caso interessante che fa ben sperare che si sia affacciata una nuova voce alla letteratura di genere e non solo contemporanea.

Catherine Chanter è originaria della zona a Sud Ovest dell’Inghilterra e ha ottenuto un master in scrittura creativa alla Oxford Brookes University. Ha già scritto vari racconti con cui ha ottenuto anche premi, Il pozzo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, Franco Matteucci (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2016
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La prima vittima sulle montagne di Valdiluce è un’orsa, sorta di simbolo e mascotte della zona, orrendamente uccisa e non per caso, ma che riesce a lasciare sulla scena del crimine un segno che può incriminare il suo assassino. Poi, altri delitti vengono commessi ai danni di esseri umani o tentati, come un avvelenamento di massa sventato per caso in un rifugio da poco inaugurato.
C’è quindi da fare per l’ispettore Marzio Santoni, non al suo primo caso in quella ridente vallata dove pensava di avere una vita piuttosto noiosa, ma forse alle prese con un lavoro molto pericoloso, con tante implicazioni che arriveranno a toccarlo anche di persona prima della conclusione della vicenda.
Il genere giallo in tutte le sue sfumature ha il dono non comune di essere sempre piuttosto convincente, e anche la serie dell’ispettore Santoni di Matteucci non scappa a questa regola, con titoli tra l’altro godibili anche singolarmente e non organizzati, come usa sempre di più anche nel genere, da Larsson in poi, sotto forma di ciclo.
I gialli nascono come ambiente loro naturale nelle città, ma in realtà possono funzionare anche altrove, come nelle incantevoli montagne dell’immaginaria Valdiluce, un po’ Dolomiti, un po’ Alpi piemontesi, perfetto scenario per commettere delitti aiutati anche dalla conformazione del luogo, che permette gesti che altrove sarebbero impensabili.
Interessante anche il discorso animalista, con la morte dell’orsa all’inizio, di sinistra attualità pensando al caso di Daniza, uccisa per giochi di interessi più grandi di ogni altra considerazione, per ricordare che comunque spesso la crudeltà sugli animali è tirocinio di quella sugli esseri umani. Ma nelle pagine de Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco ci sono tanti riferimenti all’attualità, speculazione edilizia, degrado ambientale, consumo del territorio, presenza umana invasiva, per cui in una qualunque località montana delle nostre Alpi si potrà trovare qualcosa della storia raccontata nel libro.
Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco è ovviamente un libro per tutti gli amanti del giallo, thriller e noir che dir si voglia e testimonia la grande versatilità e presenza anche degli autori di casa nostra. Detto questo, è anche un libro con altri livelli di lettura, una storia di attualità, come capita nei gialli migliori, da consigliare a chi si interessa di certe tematiche e come punto di partenza per discussioni e approfondimenti.

Franco Matteucci è autore e regista televisivo e vive e lavora a Roma. Insegna Tecniche di produzione televisiva e cinematografica presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha scritto i romanzi La neve rossa (premio Crotone opera prima), Il visionario (finalista al premio Strega, premio Cesare Pavese e premio Scanno), Festa al blu di Prussia (premio Procida Isola di Arturo – Elsa Morante), Il profumo della neve (finalista al premio Strega), Lo show della farfalla (finalista al Premio Viareggio – Rèpaci). È autore di una serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispettore Marzio Santoni: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve, Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco. I suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Antonella dell’ Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Sarai per sempre mia amica, M. O. Walsh (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2016
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Anni Ottanta: in un quartiere residenziale di Baton Rouge, Louisiana, una sera viene aggredita e stuprata la quindicenne Lindy, oggetto del desiderio di vari suoi vicini di casa, tra cui la voce narrante del libro, che a distanza di anni rievoca quei fatti ormai lontani, con l’ossessione di un amore acerbo e forse anche le sue colpe in un fatto che distrusse fiducia e senso di vicinanza in quella comunità. Il protagonista rivive un periodo che ha cambiato la sua vita, aprendogli le porte dell’età adulta, in cui ha cercato anche lui, con l’istinto di giustizia proprio della giovinezza, di proteggere e fare giustizia. Ma crescere è anche capire che certe cose non si possono cambiare.
Da decenni ci sono stati libri, film, telefilm, che hanno raccontato il lato oscuro della provincia, soprattutto di quella statunitense, e dei suoi quartieri bene, dove si nascondono, e tutto il mondo è paese, basti pensare alla cronaca italiana, drammi e delitti di vario tipo. Il tema però non stanca, soprattutto in una storia come questa, dove è accompagnato da una storia adolescenziale di formazione, non sappiamo quanto autobiografica per l’autore, ma struggente nel suo incanto e anche nella sua crudezza.
In ogni caso Sarai per sempre mia amica è più vicino a Il buio oltre la siepe che non a Peyton Place o Desperate Housewives, presentando un mondo e una situazione visti dagli occhi di un quattordicenne sognatore, un po’ schiavo degli ormoni, impotente di fronte alle brutture della realtà, capace ancora di soffrire dopo anni per quello che successe, perché con quello perse tanto di se stesso e delle sue certezze.
La struttura del libro è comunque quella di un thriller, visto che in ogni caso si indaga su un delitto, con un ricordo a distanza di anni: ma in fondo la storia parla della fine delle illusioni, della struggevolezza del primo amore, del rimpianto per ogni occasione persa e di quello che ci si lascia indietro senza possibilità di tornare indietro anche se lo si vorrebbe più di ogni cosa al mondo.
Sarai per sempre mia amica è un libro che si legge tutto d’un fiato, come un thriller appunto, ma che lascia con un groppo al gola: perché se magari, e per fortuna, non tutti sperimentano quello che è raccontato in queste pagine per quello che riguarda il crimine che avviene, tutti ricordano con rimpianto quello che non sono più e quello che se ne è andato per sempre.

O. Walsh vive a New Orleans, dove è il direttore del laboratorio di scrittura creativa dell’Università. Ha già scritto vari racconti, usciti su periodici e riviste letterarie. Sarai per sempre mia amica è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Bianca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: La ricetta segreta per un sogno, Valentina Cebeni (Garzanti Libri, 2016) a cura di Elena Romanello

7 luglio 2016
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Elettra è cresciuta con una madre panettiera capace di creare meraviglie nel suo lavoro, tra pani e dolci, ma lei non ha mai condiviso questa sua passione, preferendo fare altro e dovendo in parte rinunciare alle sue aspirazioni per un debito misterioso in denaro che la madre ha con qualcuno che abita lontano. Quando la madre si ammala gravemente, Elettra parte verso l’Isola di Titano, nel Mediterraneo, dove sono le sue origini, per scoprire una vera storia mai raccontata, legata a fatti avvenuti decenni prima, una grande amicizia rovinata da un altrettanto grande amore. Una storia anche di disperazione e tragica, ma da cui Elettra prenderà spunto per dare un nuovo inizio alla sua vita.
Il tema della ricerca delle proprie origini non è una novità, anche se può essere sempre efficace, in questa sorta di eterno presente in cui ricercare il passato spesso viene visto solo come un atteggiamento nostalgico e conservatore, un atteggiamento sbagliato ma predominante.
La storia ha, soprattutto nella prima parte, alcune discrepanze ed è a tratti troppo macchinosa e poco realistica: non convince fino in fondo il perché Elettra ha rinunciato a frequentare la scuola di giornalismo, né tantomeno come mai parta mentre la madre gravemente malata è in ospedale e senza lei un lavoro fisso per stare per un periodo indeterminato in un posto che non conosce, dove è difficile arrivarci e dove non si capisce come riesca a mantenersi, visto che la sua permanenza di protrae per mesi.
Quello che colpisce nel romanzo è però, più che la vicenda, la grande protagonista neanche tanto nascosta, l’Isola di Titano, un luogo antico e fuori del tempo, che riecheggia la Sardegna, ma anche le Eolie e l’Elba, che raccoglie storie, drammi, misteri, fatti remoti capaci di influenzare il presente, tra una tragedia del mare e un convento in cui si erano intrecciati vari destini al femminile.
Per cui la trama diventa a tratti secondaria di fronte alla forza evocatrice di un’isola inventata su basi reali, che si scopre attraverso gli occhi di Elettra, e non solo come simbolo della ricerca delle proprie origini, perché Titano comunque fa sognare e dovrebbe poter esistere, da qualche parte oltre alle pagine del libro.

Valentina Cebeni vive a Roma dal 1985, anno della sua nascita, ma ha il mare della Sardegna dei suoi nonni nel cuore. Appassionata di storie sin dall’infanzia, ha un grande amore per la cucina, nato proprio per riscoprire i legami con le radici della sua famiglia.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Bianca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: L’abbazia dei cento inganni, Marcello Simoni, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

6 luglio 2016
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Torna Marcello Simoni, con il terzo capitolo della Codice Millenario Saga, imperdibile per chi ha letto i primi due e da leggere rigorosamente dopo. Con queste premesse, non resta che imergersi in questo nuovo capitolo di un thriller storico tutto italiano ma che sta piacendo moltissimo anche all’estero.
A Ferrara, durante l’inverno del 1349, all’indomani della peste nera che ha decimato la popolazione europea e che influenzerà per secoli l’immaginario da Boccaccio in poi, un cacciatore su commissione assiste ad una processione di persone incappucciate e con un animale che evoca l’Apocalissi nelle foreste che ha il potere di terrorizzarlo, e non è l’unico. Il tutto sembra una serie di presagi di fine del mondo, ma potrebbe anche essere un astuto complotto per terrorizzare e destabilizzare i poteri costituiti e per rimpiazzare appunto chi è al governo della città sul delta del Po.
In mezzo a questi eventi si trova il cavaliere Maynard de Rocheblanche, già eroe dei due precedenti capitoli, che cerca di fare luce su questi con l’aiuto dell’Inquisizione, cercando di nascondere i suoi di segreti, che interessano non poco al potere ecclesiastico, visto che è l’unico custode di un mistero che può far traballare il cristianesimo, la reliquia del Lapis exili. L’unica che può aiutarlo è la sorella monaca Eudeline, che si troverà di fronte ad un’importante scelta di cambiamento della sua vita. Ma i rischi per entrambi saranno molto forti, mentre ci sarà anche un ultimo incontro con qualcuno che in passato ha già pesantemente influenzato le loro vite…
Anche questa volta Marcello Simoni non delude, presentando un romanzo appassionante, godibilissimo sia dal punto di vista storico che da quello del giallo. I fatti e le ambientazioni storiche di un Medio Evo vivo e affascinante, lontano da noi ma con non poche pulsioni ancora contemporanee, sono restituite con uno sfondo storico fedele e con la costruzione di un intreccio romanzesco non forzato, che non stride, verosimile e appassionante.
Come giallo medievale, L’abbazia dei cento inganni funziona altrettanto bene, non dimenticando il modello di Umberto Eco e interpretandolo in un momento in cui il potere religioso e il potere politico cominciano a volersi spartire un mondo in cambiamento. Un mondo in cui l’autore conduce per mano, rendendo vivi città, vie, fatti, personaggi anche reali, tra inganni, mistificazioni e ricerca della verità. Tutti discorsi attuali, e forse è anche per questo che le storie tra avventura, Storia e giallo di Marcello Simoni piacciono tanto, perché sono ben ricostruite, ben congegnate, appassionanti e nello stesso tempo i suoi eroi sono molto moderni, mentre cercano la spiegazione dei fatti in quei giorni del Trecento.

Marcello Simoni, originario di Comacchio, classe 1975, è laureato in lettere e ha lavorato come archeologo e bibliotecario. Il suo primo successo è del 2011, con Il mercante di libri maledetti, a cui sono seguiti vari altri racconti e romanzi, come La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L’isola dei monaci senza nome, L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti, I sotterranei della cattedrale. Tutti successi, tradotti anche all’estero.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Simona e Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La ragazza del treno, Paula Hawkins, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

30 giugno 2016
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In vista del film in preparazione con la brava Emily Blunt nel ruolo della protagonista, merita senz’altro di recuperare se non lo si ha ancora letto un bel thriller di qualche mese fa, La ragazza del treno di Paula Hawkins, una storia on the road in maniera però abbastanza insolita.
Dopo il divorzio, la vita di Rachel ha preso una brutta piega: tutte le mattine prende un treno che la porta dal sobborgo fuori Londra in cui vive al lavoro non certo esaltante in centro, in un tran tran senza prospettive di miglioramento in cui lei si è ripiegata con non poca depressione. L’unica consolazione di Rachel è guardare dal treno le strade e le case fuori dal finestrino nei quartieri benestanti, case in cui lei non si potrà mai permettere di vivere, con i suoi abitanti, come quella coppia che vede tutte le mattine fare colazione e che per lei è diventata simbolo di una vita perfetta. Ma un giorno su quella veranda da sogno Rachel vede qualcosa che non doveva vedere, qualcosa di legato alla sua precedente vita, che sconvolgerà le sue certezze e che potrebbe anche metterla in pericolo, perché presto ci sarà un crimine su cui la polizia deve indagare.
Già Alfred Hitchcock aveva raccontato il guardare le vite altrui, ne La finestra sul cortile, dove un reporter immobilizzato per un incidente spiava in un mondo senza social network il suo vicinato finché non scopriva un crimine all’apparenza inesistente. La ragazza del treno ricorda in qualcosa questa trovata geniale, spostandola però dalla relativa tranquillità dei propri vicini di casa al mondo che si vede da un treno, non luogo della contemporaneità, preso oggi da milioni di persone nei Paesi occidentali, Italia compresa, da cui si può vedere di tutto ma dove si può approfondire ancora meno che dalla finestra di casa propria e dove forse si può lavorare ancora di più di fantasia prima che la realtà colpisca con la sua durezza.
Volendo, si potrebbe citare anche un altro film, sia pure in un contesto ancora più diverso, Le vite degli altri di Henckel, dove un agente della Stasi nella Germania dell’Est a forza di spiare gli altri non aveva più una vita sua. Però è quello che succede alla fine a Rachel, immersa in una sorta di abulia senza prospettive, capace solo di sognare dietro a vite irraggiungibili e delle quali alla fine non sa niente, finché non arriva la scossa.
Dietro a questo romanzo, dedicato dall’autrice a tutti i pendolari che si muovono nella zona di Londra, una città nella città, ci sono quindi tante cose, oltre ad un’avvincente storia thriller: la solitudine, l’inadeguatezza di cui si sentono vittime tante persone, il non riuscire a cambiare la propria vita, il sognare come antidoto ad una realtà, il non doversi fermare alle apparenze. Un libro piacevole da leggere ma che lascia non poche cose importanti dietro di sé.

Paula Hawkins ha lavorato come giornalista prima di mettersi a scrivere. La ragazza del treno è il suo primo romanzo, già in corso di trasposizione cinematografica, e uno dei maggiori successi degli ultimi anni.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica Ufficio stampa Piemme.

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