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:: Liberi junior: Lindbergh, l’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano, Torben Kuhlmann (Orecchio Acerbo, 2014) a cura di Davide Mana

12 ottobre 2014

liberi juniorCiò che si nota subito, aprendo “Lindbergh, l’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano” di Torben Kuhlmann (Orecchio Acerbo, 2014, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan), è che si tratta di un libro splendido.
La narrativa per l’infanzia ha una lunga tradizione di illustratori eccellenti, e Torben Kuhlman, che oltre che autore è anche illustratore del volume, ha una mano sorprendente.
La storia è ingannevolmente semplice – in una Europa che si va riempiendo di trappole, gatti e oscurità, un topo di biblioteca (nel senso che ci vive, fra i libri di una biblioteca) decide che è tempo di muoversi, ed emigrare in America, la terra delle opportunità.
Nell’impossibilità di imbarcarsi su un piroscafo (troppi gatti, al porto), ed ispirato da un volo di pipistrelli, l’intraprendente roditore ripercorre la storia dell’aeronautica, inventandosi mezzi volanti sempre più complessi per superare l’oceano.
Dovrà vedersela con problemi tecnologici e con nemici inaspettati, fino alla conclusione trionfale della traversata.
Una storia semplice, si diceva, adatta a un pubblico che muova i primi passi nel mondo della lettura.
Ma una storia che, accompagnata dai disegni a tutta pagina di Kuhlman, diventa qualcosa di più. C’è, nelle tavole che accompagnano il racconto, la passione per la storia dell’aviazione, per la tecnologia retrò, un grande umorismo ma anche una grandissima qualità.
Esiste una certa scuola di pensiero che vorrebbe che i libri per bambini fossero illustrati in maniera infantile, con disegni che i piccoli lettori possano considerare “alla loro portata”. Non è questo il caso – la grafica di questo volume di neanche 100 pagine è sontuosissima, elegante, sospesa fra Leonardo da Vinci e le foto d’epoca. Davvero straordinaria.
Ed è con una certa sorpresa che si arriva in fondo al volume e si scopre che l’autore è giovanissimo, e questo volume, la sua opera prima, è la sua tesi di laurea in grafica editoriale.
Un libro splendido, un ideale regalo per un lettore (o una lettrice!) di prima o seconda elementare – e forse anche per i più grandicelli.

Torben Kuhlmann Trent’anni d’età, e quasi altrettanti di passione per le macchine. Quelle volanti in particolare. Una passione coltivata con costanza, fino ad arrivare all’università. Sì, perché “ Lindbergh” è la sua tesi di laurea. E, con il massimo dei voti, la lode e la pubblicazione, arriva anche la grande affermazione editoriale. Uscito all’inizio di quest’anno, già alla terza ristampa in Germania, il topo volante di Torben Kuhlmann è ormai diventato poliglotta. Inglese, italiano, francese, spagnolo, portoghese le lingue che gli hanno permesso di fare scalo in altri undici paesi.

:: La rivalsa delle scimmie, Aldous Huxley, (Gargoyle, 2014) a cura di Davide Mana

3 giugno 2014

larivalsadellescimmiewebEd era vostro nonno, oppure vostra nonna, ad essere una scimmia?”

È impegnativo, chiamarsi Huxley, e scrivere di scimmie.
Il 30 giugno 1860, il vescovo Samuel Wilberforce (noto ai suoi ammiratori come “Soapy Sam” – “Sam il viscido”) chiese a Thomas Huxley (noto ai suoi ammiratori come “il Mastino di Darwin”) se si considerasse un discendente di scimmie da parte di padre o di madre.
Si era in quel di Oxford, durante un dibattito sulle teorie di Charles Darwin.
Secondo i testimoni, Huxley mormorò “Ecco, Dio ha posto quest’uomo nelle mie mani affinché io possa farne ciò che voglio“, e poi rispose che non ne aveva idea di quale ramo della sua famiglia fosse scimmiesco, ma si sarebbe vergognato di più ad avere fra i propri antenati una persona che usasse le proprie doti per offuscare la verità.
Ottantotto anni dopo, il nipote di Thomas Huxley, Aldous Huxley, pubblicò una storia intitolata Ape and Essence, sulla quale l’ombra di quel confronto oxfordiano grava inequivocabilmente.
Distopico e pessimista, il libro – che ora viene tradotto e presentato al pubblico italiano da Gargoyle col titolo di La Rivalsa delle Scimmie – si apre il giorno dell’omicidio di Gandhi (il 30 gennaio 1948) e utilizza un espediente narrativo classico – quello del manoscritto ritrovato – per trasportare il lettore in un mondo post-apocalittico.
Una sceneggiatura mai realizzata e fortunosamente riscoperta descrive un mondo da incubo: le scimmie hanno cancellato la civiltà umana, scatenando una guerra termonucleare e biochimica.
Sopravvive la Nuova Zelanda, e da qui, un secolo dopo la caduta, una spedizione di scienziati si dovrà confrontare con ciò che adesso è il genere umano – un’orida dittatura religiosa che pratica una forma radicale di eugenetica, e che adora il demonio.
Nella scena culminante della sceneggiatura ritrovata, uno degli scienziati si confronta con il “vicario” a capo della comunità – in un duello intellettuale che ricorda da vicino quello fra Huxley e Wilberforce.
A fare da contrappunto alla narrativa principale, una serie di scene slegate mostrano diversi aspetti della civiltà delle scimmie, in una ferocissima satira della civiltà umana del ventesimo secolo.
La Rivalsa delle Scimmie è una storia feroce, ed in ultima analisi estremamente spiacevole – non c’è redenzione per l’umanità in questa storia, ed è palese che secondo Huxley è stato l’elemento scimmiesco, animale ed irragionevole a prevalere nell’evoluzione umana, tanto che la società dei babbuini descritta nel romanzo è alla fine indistinguibile dalla nostra.
Rispetto ai due lavori più vicini tematicamente nel canone fantascientifico, ne La Rivincita delle Scimmie manca l’elemento avventuroso che solleva il pessimismo de Il Pianeta delle Scimmie di Pierre Boulle, manca il positivismo che rende Genus Homo di Lyon Sprague De Camp una lettura divertente.
Opera considerata a lungo “minore” nella produzione di Huxley, La Rivincita delle Scimmie è un titolo indispensabile nella definizione della narrativa distopica, e merita una lettura – per quanto possa gettare il lettore in un lieve stato depressivo.

Aldous Huxley (1894-1963) è uno degli scrittori e intellettuali inglesi più im­portanti della sua generazione. Tra le opere più significative ricordiamo: Giallo Cromo, Punto contro pun­­to, Il mondo nuovo, Il tempo si deve ferma­re, Le porte della percezione e L’isola. Grande viaggiatore, soggiornerà in va­ri paesi, tra cui anche l’Italia, terra natale della sua seconda moglie. Dopo una lunga malattia, muore il 22 no­­vem­bre 1963, giorno dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

:: Intervista a Tupelo Hassman, autrice di Bambina mia (66thand2nd – 2013) a cura di Lucilla Parisi

7 aprile 2014

tupelo_bambina_scheda-sitoGentilissima Tupelo, il tuo romanzo è stata un’autentica sorpresa. Era da molto tempo che non leggevo qualcosa di così coinvolgente: sono stata letteralmente risucchiata dalla lettura di Bambina mia, uno di quei libri che ti senti di dover consigliare.

D. Rory Dawn è una bambina straordinaria nell’ordinaria quotidianità della sua vita. Nonostante tutto ciò che le accade intorno, riesce a prendere le distanze dallo “schifo” che la circonda. Così piccola e così forte: è lei la vera “grande” della storia. Come nasce questo personaggio da “alba ruggente”?

R. Sento che ho avuto fortuna con Rory Dawn. Volevo tenerla intrappolata nel suo ambiente ma lei si è rifiutata di rimanervi. Nonostante quello che le accade, Rory riesce a mantenersi libera. Avevo sperato di creare un personaggio che fosse indipendente nel suo modo di pensare: era nelle mie intenzioni, perchè speravo di poter affrontare, attraverso di lei, alcune questioni come il mito del Sogno americano. Rory è diventata più di ciò che sperassi. Non è il prodotto del suo quartiere, la Calle, ma il prodotto di un Paese, gli Stati Uniti.

D. Leggo nella tua nota biografica che hai vissuto a Reno. I luoghi di Rory sono i tuoi luoghi. La tua descrizione di questa città del Nevada è impietosa. La sua periferia, scrivi, è “imbrattata di rum e sperma”. Cosa c’è di autobiografico in questo tuo primo romanzo?

R. Come la maggior parte dei primi romanzi, Bambina mia all’inizio presentava alcuni elementi autobiografici. Rory Dawn e io eravamo molto simili. Nel corso degli anni, lavorando al romanzo è affiorata la personalità di Rory. Ora siamo come care amiche che hanno alcune cose – aspetti fondamentali in realtà – in comune. Come Rory, ho trascorso diversi anni fuori da Reno e, come Rory ero “accademicamente” originale e questo mi ha creato un certo disagio. Credo che sia un aspetto importante nella storia di Rory: anche con questo dono, lei rimane “bloccata” e la sua intelligenza non è per lei un’occasione. Entrambe, infatti, la malediciamo un po’.

D. La discendenza di Rory Dawn è matriarcale. Sua nonna, sua madre e poi lei. Gli uomini della sua vita sono un nonno che conosce a malapena, un padre assente e dei fratellastri che appaiono e scompaiono come fari d’auto nel deserto. Poi c’è l’esperienza di violenza che le toglie la voce. Gli uomini sono personaggi secondari capaci però di segnare irrimediabilmente le esistenze “femminili” del tuo romanzo. E’ così?

Questo è un bel modo di spiegare le cose. E’ proprio così. Gran parte della ricerca che Rory Dawn fa è proprio diretta a trovare una voce da seguire, la sua. Lei è bombardata dalle opinioni che provengono dall’uomo della ferramenta, dall’assistente sociale, dal sistema educativo, da sua nonna e da sua madre. Ricomincerà da zero, fisicamente ed emotivamente. Gli uomini nella sua famiglia (come in famiglie come quella di Rory) non sono lì, ma ciò non toglie che ci siano stati. Vi è, in qualche modo, una grande miseria in questa realtà priva di modelli maschili e in cui si è soggiogati sessualmente prima ancora di riuscire a concepire se stessi come dei soggetti sessuali.

D. La Calle de las Flores, alla periferia di Reno, sembra non lasciare molte speranze per il futuro. Un marchio di fabbrica difficile da togliersi di dosso. I figli sembrano essere destinati a rivivere gli errori dei genitori. Un percorso forzato verso il fallimento. Senza svelare troppo del finale del tuo libro, è possibile per le persone liberarsi veramente dal fardello lasciato loro in eredità dall’ “ambiente” familiare e sociale in cui hanno vissuto?

R. Sembra che io sia pessimista, ma in realtà non lo sono affatto. Comunque la mia risposta è no. Non credo sia possibile. E ciò che speravo di scrivere in Bambina mia era proprio questo, come sia impossibile. Tuttavia credo che si possa andare avanti nella vita con il proprio bagaglio e meravigliosamente. Certo non l’ho sempre creduto. Ero frustrata dal fatto di dovermi trascinare in giro il mio passato. Un giorno, però, durante un lungo viaggio in auto lungo la costa della California ho superato un cartello che diceva: “Peacock Crossing. ” Ho iniziato a pensare ai pavoni! Ho pensato alle loro belle piume e a come servissero alla loro protezione; ho pensato a come fossero animali apprezzati e protetti fino ad avere addirittura dei segnali stradali a loro dedicati. Quindi le piume non sono più necessarie. Ho immaginato che qualcuno suggerisse loro di togliere tutte quelle piume inutili, dicendo: “Quelle appartengono al tuo passato. Ora sei al sicuro. Non c’è più bisogno di portare quelle piume pesanti”. E ho capito così che il bagaglio che odiamo portare con noi è in realtà ciò che ci rende unici e preziosi: queste sono le cose che i nostri cari amano. La domanda è: possiamo farne a meno? Non senza farci del male.

D. Il Manuale delle girl scout per Rory è un vero e proprio vademecum su come sopravvivere alla Calle. Da dove nasce questa idea?

Ho ereditato il manuale di Rory Dawn da mio padre, ma non so perché lo avesse. Non l’ho mai nemmeno aperto fino a quando mi è stato assegnato un esercizio di scrittura da Aimee Bender, una mia insegnante. Dovevamo andare a casa quel giorno e recuperare dal terzo scaffale un libro verde e aprirlo a pagina 47: quindi dovevamo scrivere per cinque minuti. Il primo libro verde sul terzo scaffale era il manuale e sono rimasta letteralmente scioccata dalla sua politica (si tratta di una versione dal 1940), e dal fatto che ogni pagina in cui erano elencate delle attività da fare era stata segnata da qualche appassionata girl scout da chissà quando. Delle bambine avevano amato quel libro. Ho iniziato a scrivere a partire da lì e alla fine quel manuale è entrato in Bambina mia.

Rory è molto brava con le parole. Partecipa a gare di spelling bee in cui riesce a primeggiare. Quello delle parole è in realtà il mondo in cui trova rifugio dal “resto”. I libri sono, in qualche modo, la sua àncora di salvezza. Quale ruolo hanno o dovrebbero avere i libri – e la lettura – nella vita e nella formazione dei più giovani?

R. Posso solo sperare che la risposta sia importante. Certo, io sono di parte, ma credo che la prosa offra più condivisione dei moderni mezzi espressivi, perché il lettore può immaginare se stesso all’interno di una storia attraverso la lettura molto più facilmente. Quando troviamo personaggi con i quali ci identifichiamo possiamo trovare speranza, compagnia o forse solo un modo per affrontare un altro giorno. Cosa potrebbe esserci di meglio?

D. Ho trovato riuscitissimo l’escamotage narrativo che alterna alla narrazione in prima persona, le annotazioni delle scout, le relazioni dei servizi sociali, le lettere e i ritagli di giornale. Come sei arrivata a questa scelta?

R. E’ molto naturale per me per includere molte voci. Forse sento delle voci?! Nel caso di Rory Dawn in particolare, però, la sua è una storia di traumi e fratture. Ci sono tante voci proprio a causa del dramma che si consuma intorno a lei e della sua impotenza di fronte a ciò che accade.

D. Bambina mia è il tuo romanzo d’esordio. Domanda doverosa: stai lavorando a un altro romanzo?

R. Sto scrivendo una biografia dal titolo The scar farmer.

[Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana]