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:: Carlo Pisacane. Lettere al fratello borbonico 1847- 1855, libro curato da Carmine Pinto, Ernesto Maria Pisacane, e Silvia Sonetti (Rubbettino, 2016), a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2017
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Carlo Pisacane fu l’eroe romantico per eccellenza. Dopo una lunga serie di peripezie tra l’Europa e l’Africa diventò un militante della rivoluzione risorgimentale, alla fine martire del nazionalismo italiano.
Suo fratello, Filippo Pisacane, fu un fedele sostenitore della dinastia borbonica, leale amico della famiglia del re. Scelse prima l’esilio a Roma, poi il ritiro in Francia.
Due concezioni dell’esistenza agli antipodi, due modi opposti di partecipare alla Storia dell’epoca, ma connessi da un filo robusto di affetto e rispetto.
Lo testimoniano queste lettere che la casa editrice Rubbettino ha avuto l’onore di pubblicare qualche anno fa.
Cosa rappresentò Carlo Pisacane per l’Italia?
Sappiamo che non ebbe ruoli di primo piano, fu intellettuale riconosciuto solo dopo la morte. La sua tragica fine, nell’impresa di Sapri, ne fece uno dei pilastri della costruzione mitica della nazione italiana.
La Spedizione fu, per molti aspetti, l’ultimo atto del 1848: ripropose il progetto radicale mazziniano, l’esaltazione dell’eroismo e del sacrificio spinto ai limiti del suicidio.
Pisacane era convinto di tentare il tutto per tutto: provocare la rivoluzione in Italia per ricominciare il 1848 spezzato da errori e tradimenti.
Era un militare, e un napoletano. Uomo d’azione da sempre, non era capace di resistere al richiamo della grande avventura e si legò di nuovo a Mazzini, con il sogno di tornare nella sua patria, per demolirla.
Queste lettere al fratello sono un piccolo frammento che getta luce su uno degli aspetti più controversi delle origini della nazione.
L’ultima lettera chiude il carteggio al 1855. La vita di Carlo si spense due anni più tardi nel tragico epilogo della Spedizione di Sapri.
Quella di Filippo, invece, proseguì fino alla fine, al servizio della causa dinastica.
Sul palcoscenico del melodramma dell’800 italiano, Carlo e Filippo, interpretarono due personaggi contrari e complementari.
Carlo fu eroe della nuova patria, la sua fu una vita densa di viaggi, esperienze, moti incessanti. Filippo rimase saldo, invece, nel circuito sociale e culturale napoletano fino alla fuga dalla sua patria divenuta straniera.
Entrambi, dunque, finirono vinti, spegnendo i propri giorni dopo aver vanamente inseguito un ideale.
Merita, a mio giudizio, di essere indagata la relazione che romanticamente unì Carlo ad Enrichetta di Lorenzo, moglie di un ricco commerciante, abbandonato assieme ai figli in nome del Vero Amore.
I due vissero per breve periodo insieme, ebbero una figlia, si separarono fisicamente varie volte, ma il loro legame andò oltre, oltre il destino, oltre la lontananza, oltre la morte. Nelle lettere si avverte la traccia di un sentimento imperituro, Carlo racconta al fratello la sua scelta di vita privata con Enrichetta.
Un esempio, il loro, di coppia che conosce il sacrificio perché non riesce sostenere il peso di una divisione.
Un esempio che oggi può sembrare antiquato, ma il vero amore non lo è mai.

Carmine Pinto, docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno, si occupa di Storia politica e di Storia militare.

Ernesto Maria Pisacane, medico, è impegnato nel riordino, lo studio e la pubblicazione dei documenti dell’archivio privato della sua famiglia.

Silvia Sonetti si occupa di Storia del Risorgimento e Storia dell’Ottocento presso l’Università di Salerno.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

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:: Pio La Torre. Ecco chi sei, di Filippo e Franco La Torre con Riccardo Ferrigato, (Edizioni San Paolo, 2017), a cura di Daniela Distefano

1 luglio 2017
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“La realtà non ha mai paura: se non la guardi, è perché sei tu ad averne”.

Chi era veramente Pio La Torre? Cosa ha rappresentato per il nostro Paese sempre deficitario di uomini veri?
Questo libro, la cui prefazione è stata affidata a Giuseppe Tornatore, cerca di fare chiarezza su un personaggio storico e venerabile.
Pio La Torre è stato l’unico parlamentare della Repubblica ucciso dalla mafia mentre era ancora in carica.
A 35 anni dalla sua morte, avvenuta il 30 aprile 1982, i suoi due figli, Franco e Filippo, raccontano l’eccezionale normalità di un eroe, di un uomo, di un padre che noi tutti abbiamo il dovere di ricordare.
La sua era una sagoma modellata sull’antimafia, ma Pio La Torre aveva anche altre manie, se così vogliamo chiamarle.
Una su tutte: la difesa dei più poveri.
Voleva uno Stato giusto, che non schiaccia i deboli e che non è debole coi forti, una società senza sfruttamento.
Se fosse nato in una città della Pianura Padana, La Torre sarebbe stato il peggior nemico degli industriali senza scrupoli; è diventato, invece, il peggior nemico della mafia e di chi se ne serviva.
L’ha combattuta perché era l’antitesi della sua fede nell’uomo.
Aveva ambizioni concrete e di enorme portata, una riforma agraria, per esempio.
L’obiettivo ossessivo era togliere la “roba” ai mafiosi perché la galera a volte era inutile: pure da dietro le sbarre si può rimanere potenti.
Qual era il suo slogan, il suo motto ancestrale?
Tutto può cambiare”, non è vero che “non cambia nulla”.
Lo Stato, le istituzioni hanno lasciato solo Pio La Torre.
Anche Berlinguer lo disse ad alcuni compagni: “Solo adesso capisco…”, ma era tardi.
Se si fosse compreso il peso gigantesco che Pio La Torre portava sulle sue spalle, forse la mafia non avrebbe trionfato in modo così eclatante.
E’ stata una perdita per tutti, e tutti hanno contribuito a procurarla.
La retrocessione economica di questi anni, gli sbalzi sociali, la sfiducia sono l’effetto di un crollo umano: abbiamo perso coscienza della Verità.
Forse possiamo tentare di rimuoverla, ma presto o tardi dobbiamo fare i conti con il nostro passato di gente che manda a morire i fiori, per sopravvivere da soli nel deserto.

Filippo La Torre (1950) è docente di Chirurgia Generale presso la Facoltà di Medicina e Odontoiatria dell’Università La Sapenza di Roma.

Franco La Torre (1956) è esperto in cooperazione internazionale. E’ autore di “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia (Melampo, 2015).

Riccardo Ferrigato (1986) è autore di diversi documentari per Rai Storia.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio Stampa Edizioni San Paolo.

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:: La corriera stravagante, John Steinbeck, (Bompiani, 2016), a cura di Daniela Distefano

21 giugno 2017
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Pubblicato per la prima volta nel 1947, il romanzo di John Steinbeck
“La corriera stravagante” è un autentico monumento alla rocambolesca bizzarria della vita. Un’opera d’arte che si legge con il palato del buongustaio letterario.
La storia narrata ha inizio da una stazione di servizio a cui erano annessi anche un ristorante e un servizio autobus, tutti gestiti da
Juan Chicoy e da sua moglie Alice.
In una giornata offuscata dal maltempo un gruppo male assortito di personaggi decide di partire a bordo della corriera Sweetheart – il cui autista è sempre Juan Chicoy – per raggiungere la località immaginaria di San Juan de la Cruz sulla costa californiana del Pacifico.
In viaggio verso una meta evanescente come una Chimera, ci sono:
Kit “Fignolo” Carson, il garzone che aiuta Juan come meccanico nell’officina, con la sua brutta acne, e la sua passione per le torte;
Ernest Horton, un reduce di guerra, rappresentante di commercio con una grossa valigia piena di oggetti strani e strampalati;
Elliot Pritchard, tipico businessman americano, cauto, calcolatore, ipocrita e attento alle apparenze;
Bernice Pritchard, sua moglie, donna graziosa con continui mal di testa forse provocati ad arte per contrariare i colpi dei più cari;
Mildred Pritchard, irrequieta figlia dei Pritchard (avrà una breve fuga d’amore con Juan e imparerà a volare con il proprio istinto);
Norma, la cameriera del ristorante, aspetto insignificante, innamorata di un divo di Hollywood (lascia il suo lavoro e sulla corriera conosce Camille Oaks vistosa ragazza “avventuriera”);
Van Brunt, un vecchio insopportabile attratto da tutto il genere femminile.
Una sfilza di figure rifinite nei minimi particolari. In una giornata che doveva scorrere veloce come l’età terrestre, questa gente rimane bloccata in mezzo al verde ed è allora che il velo delle convenzioni umane viene strappato lasciando ogni personaggio in balìa dei sensi più animaleschi, il peggio dell’animo, la scorza che gettata fa rimanere l’essere nudo e indifeso.

Bernice Pritchard, per quanto dichiarasse di non essere superstiziosa, dava una grande importanza ai segni premonitori.
Il fatto che l’autobus si fosse guastato all’inizio del viaggio la spaventava, perché le pareva di vederci il pronostico di una serie di guai, che avrebbero finito col rovinare tutto il viaggio.

Mentre Juan e i suoi passeggeri sono sulla corriera e non sanno ancora che ci rimarranno per un bel po’, Alice è rimasta da sola nella stazione di servizio. Ha chiuso tutto e si gode la solitudine ritrovata ubriacandosi e cacciando una mosca molesta. Lei crede che Juan non la ami più:

Per Alice, esistevano veramente solo le cose e le persone suscettibili di aggiungere o togliere qualcosa alla sua vita immediata.
E ora mentre giaceva in abbandono, calda e tranquilla, la sua mente riprese a lavorare, e con il pensiero le tornò il terrore.
Ripassò tutta la scena. Il terrore nasceva dalla dolcezza stessa di Juan: avrebbe dovuto picchiarla, ma non l’aveva fatto, e la sua mancanza era ragione d’angustia.
Forse non gli importava più nulla di lei, e l’esperienza le aveva insegnato che la gentilezza indifferente di un uomo verso una donna è il primo sintomo della sua intenzione di piantarla.

La corriera stravagante” è un libro perfetto, riuscito, impeccabile come tutti i capolavori. E’ per via di una leggerezza che solo il lavorio dell’autore sulla scrittura è stato in grado di assicurare. Un romanzo pensato per divertire e godibile come una bibita refrigerante. Ma c’è una penetrazione psicologica nel descrivere gli attori di questo racconto che non ci permette di trasformare la leggerezza in superficialità.
Tutto è meditato. Tutto è calibrato, e Juan che voleva cambiare vita, andare in Messico, lasciare Alice, abbandonare in mezzo al nulla i suoi passeggeri della corriera impantanata, farà una scelta non dettata dal dovere, ma dalla sorpresa di un flirt durato un istante abbondante.

John Steinbeck (1902- 1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale.
Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per Furore nel 1940, nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”.
Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì inoltre la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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:: La schiavitù raccontata a mia figlia, Christiane Taubira, (Baldini&Castoldi, 2017), a cura di Daniela Distefano

14 giugno 2017
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Se ti dico “Terra della libertà”, a che Paese pensi?
Agli Stati Uniti, naturalmente.
Ma è in questa Terra di libertà che la schiavitù figurava tra le leggi dello Stato della Virginia ancora nel 1980.
Coincidenza: questo è stato l’anno in cui la Mauritania fu l’ultimo Stato facente parte dell’ONU ad abolire la schiavitù.
Nei testi giuridici, non ancora nei fatti!

Un dialogo fra madre e figlia fa da sottofondo a questo opuscolo dal titolo eloquente: “La Schiavitù raccontata a mia figlia” (Baldini&Castoldi) di Christiane Taubira.
Ma cos’è la schiavitù oggi e cos’è stata nel passato?
E’ in corso una riflessione nel tentativo di definire il contenuto del crimine contro l’umanità.
“Non sono né il numero delle vittime né l’intensità della loro sofferenza, ma la negazione della parte eterna dell’uomo che è in ciascuno”, a costituire un crimine contro l’umanità.
Lo stato di guerra non è dunque l’unico contesto nel quale possa essere perpetrato.
E non c’è un concetto più pertinente per racchiudere la totalità di quello che furono la tratta e la schiavitù, cioè il primo sistema economico e la prima organizzazione sociale gerarchizzata le cui fondamenta sono la deportazione in massa della popolazione e l’omicidio legalizzato.
Come si è sviluppata la schiavitù nella Storia?
Napoleone Bonaparte, imperatore di Francia, ripristinò l’asservimento nelle colonie francesi per soddisfare le rivendicazioni dei proprietari delle piantagioni.

Quando vi parlano di Luigi XIV, il Re Sole, a Versailles, vi devono anche insegnare che promulgò il Codice nero, che dichiarava gli schiavi “beni mobili”
e autorizzava i padroni a infliggere loro sevizie corporali…

I numeri sono da vergogna.
Numero totale dei deportati nelle rotte dall’Africa all’America: fra i 15 e i 30 milioni.
La schiavitù è durata in Europa per oltre quattro secoli, in Francia due.
C’è poco altro da aggiungere, la deportazione degli ebrei è il nostro grado zero del genere umano, ma almeno ne abbiamo consapevolezza.
Il sistematico oltraggio alla popolazione di colore valica ogni nostro pentimento.
Siamo mostri se non amiamo come Gesù ci ha insegnato nel Vangelo.

La pace non è né l’equilibrio del terrore, né la supremazia dei più forti.
La pace è questa fragile costruzione comune, ricucita senza sosta sulle ingiustizie e le disuguaglianze che ci ostiniamo a combattere.

Una conversazione, questa, che vuole essere propulsiva e stimolante.
Azzeriamo il debito dei Paesi del Terzo mondo,
non per scolparci, ma per riprendere il filo dell’umiltà, la corda alla quale ci aggrappiamo per non cadere nel vuoto.
Le future generazioni hanno bisogno di una ragione per crescere senza rimorsi oltraggiosi, senza quei massi che la nostra coscienza ci tramanda a volte automaticamente, meccanicamente, involontariamente.

Christiane Taubira (1952) – guardasigilli di Francia dal 2012 fino alle dimissioni del gennaio 2016 – è uno dei più autorevoli e influenti esponenti della gauche francese.
Impegnata in politica, in difesa dei diritti umani e delle libertà civili sin da giovanissima, è stata protagonista delle battaglie per il matrimonio per le coppie omosessuali e per la riforma della giustizia penale.

Source: libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Mario Vanni dell’Ufficio stampa “Baldini&Castoldi”.

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:: “Il cinese a fumetti”, Stefano Misesti, (NPE, 2017), a cura di Daniela Distefano

7 giugno 2017
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Negli ultimi tempi è aumentato rapidamente il numero della popolazione cinese in Italia: sono mezzo milione di persone oramai.
Si è imposta di conseguenza la necessità di inalare la cultura ultramillenaria di questo popolo che ci vive intorno.
Da dove cominciare allora? Dalla lingua, naturalmente.
Fatta eccezione per una non scontata somiglianza della sintassi, siamo anni luce distanti dalla scrittura cinese e muovere i primi passi nell’apprendere questa lingua così magnetica può costituire uno sforzo immane per le nostre capacità.
Ci viene incontro questo opuscolo edito da NPE, “Il cinese a fumetti” di Stefano Misesti il quale afferma:
Questo libro è una raccolta di appunti sulla lingua cinese che ho condiviso in questi anni sul mio blog”.
La prima parola importante? “Persona” che ha il carattere simile al bastone da rabdomante e si pronuncia “Rén”.
Quando si incontra qualcuno si dice: Tu bene, cioè “Nì Hao” che equivale al nostro “Ciao”, “Salve”.
Andando avanti con le pagine, ricche di vignette divertenti e utili, c’è spazio per piccole storie che come fiabe incantano e come pensieri alleggeriscono il peso dell’apprendimento:

L’inventore dei caratteri cinesi quando era piccolo disse: “da grande farò il disegnatore dei cerchi”. Ma per quanto si sforzasse i cerchi gli venivano male. Era diventato lo zimbello del 93% della popolazione. Così crebbe con un profondo odio verso questa forma geometrica. “Non disegnerò mai più cerchi in vita mia”. Il problema sorse quando dovette inventare il carattere del Sole.
Decise di farlo quadrato. Ma qualcuno gli fece notare che aveva già disegnato il carattere “bocca” allo stesso modo. Con un gesto di rabbia tracciò una linea per cancellarlo. Ma questo carattere piacque. Sole si dice:”Rì”. E viene anche usato nelle date per indicare il giorno.

Un amorevole modo di imparare il cinese sorridendo e gustando immagini davvero “acchiappanti”, studiate per far fiaccare il meno possibile il nostro cervello, destinate a togliere un po’ il velo dietro cui si celano occhi a mandorla che amano la nostra civiltà ma non cessano di osservare i comandamenti della propria storia, cultura, tradizione.

Parliamo un po’ della scarsa fantasia dell’inventore dei caratteri cinesi. Soprattutto per quanto riguarda la frutta. Nel suo mondo ideale tutti i frutti dovevano avere un suono simile.
La pera è “Li’ Zi”; la prugna “Li Zi”;la castagna “Lì Zi”.
Mi accusano di scarsa fantasia? Allora i Lychees li chiamiamo “Lì Zhi”.
E’ un po’ come chiamare la banana “banàna”; l’arancia “bànana”; i fichi “bananà”; il mandarino “panana”.
La gente criticò molto l’inventore dei caratteri cinesi per questo metodo. “Ti critichiamo. Non ti stimiamo più”.
Allora cambio sistema. Per esempio la mela non la chiamerò più “Li’ Zhi” ma “Ping Guò” che è come chiamano anche la nota ditta dell’I Pad.

Stefano Misesti è illustratore, autore di fumetti e pittore. Nato a Como nel 1966, da più di dieci anni vive e lavora un po’ in Italia e un po’ a Taipei (Taiwan). Ha illustrato numerosi libri per ragazzi, fumetti per riviste di costume, economia, design e ha esposto i suoi lavori in diverse mostre personali e collettive.
Attualmente collabora con “Avvenire” e con “Fumettologia.it”
misesti.blogspot.com

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Angelo Zabaglio della “NPE Editore”.

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:: Il topazio perduto, Daniela Distefano

2 giugno 2017

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Nel 1986, quando avevo circa dieci anni,  usciva nelle sale cinematografiche un film: Heartburn – Affari di cuore con Meryl Streep e Jack Nicholson.
Una pellicola d’amore, una coppia scopre di non amarsi più. Lui la tradisce, lei ne prende atto mentre ascolta le conversazioni di alcune signore in un salone di bellezza.
Come la protagonista del film, sfoglio una rivista, ho i capelli frizionati dall’inserviente, ma riesco ad ascoltare i pettegolezzi che finiscono per instillarmi un dubbio: e se anche mio marito mi tradisce?
Ovvio che è così, come non averci pensato prima?
I pezzi combaciano nel mosaico, anch’io mi rendo conto di aver vissuto dentro ad un’ampolla.
Dopo la nascita di Carlotta sono stata assorbita dal suo universo. E poi volevo coronare il sogno dei miei genitori, sarei diventata presto Magistrato.  Il povero marito  era orgoglioso ma anche timoroso.  Forse negli ultimi tempi anche un po’ trascurato, ma non ero e non sono Wonder Woman.
Comunque tutto era una pagina già stampata del mio libro esistenziale.
Poi un pomeriggio, mentre Carlotta riposava saporitamente, ho visto questo film.              Non c’erano segnali di tradimento nella mia coppia, ma non c’erano neanche indizi di passione o sconvolgimento amoroso.
Volevo qualche emozione forte. Gli chiesi di portarmi a cena fuori, Carlotta sarebbe rimasta in casa con nonna Adele.
Lui non fu sorpreso da questa proposta, anzi, lo vidi rivitalizzato e subito passò a me la voglia di uscire.
Credevo che avesse un appuntamento con l’amante e che avrebbe escogitato una scusa per rimandare la serata insieme, ma adesso che avevo vinto il primo round dell’attacco al suo cuore diviso ero inerte come un rifiuto organico dentro la busta del cestino.
La seconda mossa sarebbe stata il controllo giornaliero della sua posta elettronica, dei suoi sms, delle telefonate nello smartphone. Un piano ben articolato.
Non riuscii ad ottenere nulla, solo un pugno di mosche. Ero certa che mi tradisse ma avevo anche il terrore di una conferma. Come se avessi paura di veder sconvolta la mia quotidianità così faticosamente  conquistata.
Dovevo sapere però se i miei sospetti erano fondati, poi ci sarebbe stato tempo per pensare al dopo.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi, il mio traguardo lavorativo, la mia vita di mamma chioccia, non mi distolsero dalla rabbia di non riuscire a smascherare la tresca del mio uomo con una donna che a volte immaginavo bellissima, avvenente, elegante, e non sformata come me dopo la maternità e le sue propaggini.
Non era più un’ossessione, era diventato un diversivo. Io dovevo ridare peso alla verità. Lui non era più il compagno perfetto, il marito inappuntabile, la mia spalla familiare. Ma davvero era difficile stanarlo.
Parlargli a muso duro? Dove volevo arrivare? Volevo sul serio metterlo con le spalle al muro senza alcuna prova?
Mi ero rassegnata. Era tutto frutto della mia immaginazione, il film, le chiacchiere dal parrucchiere, tutto creato dalla mia fantasia.
Le persone che vedevo attorno a mio marito erano le stesse da anni; facendo il responsabile di un negozio di computer, elettronica, informatica, aveva un giro di conoscenze perlopiù maschili. Pochissime le donne il cui numero di telefono era stato da lui memorizzato.
Ad alcune avevo pure telefonato di nascosto per sentire la loro voce, per scovare la sensualità di un timbro vocale, ma senza ricavarne alla fine nulla di nulla.
La vita si era fatta più acida. Non parlavamo quasi mai, nessun argomento di condivisione amorosa. Non sapevo più neanche se continuavo ad amarlo o no.         Avevo ideato il suo tradimento perché sommersa dalla noia. Non mi sentivo in colpa, ma neanche ne andavo fiera.
Venne giugno e il due era la Festa della Repubblica. Lui non lavorava. Era la giornata ideale per portare Carlotta in spiaggia, avrebbe raccolto i sassolini e li avrebbe regalati a nonna Adele una volta a casa.
Il lido era pieno di gente al primo mare. Ovunque corpi color mozzarella, come il mio  nel costume nascosto dal pareo gigante.
Carlotta era nel suo elemento, giocava con i suoi giochi di bimba che non ha paura degli spruzzi d’acqua, ero felice anch’io.
Non pensavo di poterlo essere perché credevo di non meritarlo.
Mentre toglievo la carta su cui era avvolto il gelato confezionato di mia figlia,
vidi in lontananza mio marito che parlava con una coppia di conoscenti.
Mi avvicinai meglio. L’uomo era di spalle ma la donna aveva un che di dejà-vu.
Non sapevo dove l’avessi vista prima, forse la moglie di qualche suo amico del passato.
Aveva un’abbronzatura dorata, sembrava una cotoletta impanata al punto giusto, era alta, più alta di me ma non aveva tratti regolari sul viso. Anzi, questo aspetto arzigogolato me la faceva sembrare ancora più intrigante.
Portava sandali e indumenti da spiaggia, però al collo aveva una collana con un ciondolo di topazio.
Ti ricordi, amore, che ti avevo detto anni fa di aver perso i gioielli della nonna e poi di averli ritrovati?
No, tesoro, ma se li hai ritrovati non mi sembra un gran smarrimento.
No, infatti, solo il ciondolo di topazio non c’era più nella scatoletta, ma io neanche me ne ero resa conto, fino ad oggi, quando l’ho rivisto al collo della tua amica.
Lui rimase di pietra, poi disse: non ci frequentiamo più da tre anni. Sta con un altro come hai potuto vedere tu stessa.
Lascialo al collo di lei, mentre io ho deciso tre anni fa di rimanere con te.
Così ho ritrovato il topazio che dopo tanti anni non sapevo neanche di aver perduto.

:: Maigret 11, Georges Simenon, (Adelphi, 2015) a cura di Daniela Distefano

1 giugno 2017

2Maigret si mette in viaggio, Gli scrupoli di Maigret, Maigret e i testimoni recalcitranti, Maigret si confida, Maigret in Corte d’Assise.

In questi cinque racconti si articola la fervida immaginazione di Georges Simenon, uno scrittore che alla prolificità della produzione letteraria unisce la qualità di una stesura sempre fresca e avvincente.
Non conta – molto spesso – la trama ma la ragnatela narrativa, l’incastro di pezzi che combaciano con il gusto del lettore avido di arrivare all’ultima pagina senza perdersi in dissertazioni, senza però rinunciare alla meticolosità dei dettagli.
Chi era veramente il personaggio inventato da Simenon? Un commissario, un poliziotto e:

“Un poliziotto, il poliziotto ideale, dovrebbe sentirsi a suo agio in qualunque ambiente..” Era stato Maigret a dirlo, tanto tempo prima, e per tutta la vita si era sforzato di dimenticare le differenze superficiali che esistono tra gli individui, di grattare via la vernice per scoprire, sotto la diversità delle apparenze, l’uomo messo a nudo.

In questa prima storia, Maigret si mette in viaggio, il commissario deve dunque scoprire gli altarini del bel mondo del jet set e non mancano precisioni psicologiche baciate dall’acutezza e penetrazione del ragionare:

Non c’era ancora niente di preciso, ma il commissario aveva la sensazione di stare facendo una scoperta importante. Si trattava di questo, in sostanza: tutta quella gente – e ci metteva dentro i clienti del George V, di Monte Carlo, di Losanna, i Ward, i Van Meulen, le contesse Palmieri, chiunque conducesse un simile genere di vita – , quelle persone dunque, se all’improvviso fossero state gettate nella vita normale, quasi sicuramente si sarebbero sentite perse, indifese, in un certo senso completamente nude, e incapaci, maldestre, fragili come bambini piccoli.

Nel secondo racconto, Gli scrupoli di Maigret, invece, cambia l’acquario delle indagini:

“Di solito prima c’è un delitto, e soltanto quando è stato compiuto dobbiamo cercare il movente. Questa volta abbiamo il movente, ma il delitto ancora no”.

Non mi soffermo a raccontare plot e personaggi di un caleidoscopio umano ritratto con piglio perfetto dall’Autore di questi cinque scrigni; ciò che fuoriesce dal libro è la melodia della suspense, la caparbietà di un tessitore che riesce a mandare in frantumi convenzioni e mentalità stagnanti nei nostri pensieri ristretti. Una società – quella fotografata da Simenon – che rimane chiusa in se stessa, un lago dove galleggiano crimini efferati, testimoni attivi, la vita di una Parigi segreta e misteriosa, autunnale o invernale, la tecnologia di un pensiero capace sempre alla fine di sbrogliare la matassa, o perlomeno di non ingarbugliarla mai. Consiglio di leggere Simenon non solo ai patiti del giallo, ma a tutti coloro che si trastullano con cruciverba, rebus, giochi intellettivi: la sua opera è un monumento all’intelligenza e ci aiuta ad allenarla. Non è poco.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database dell’UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) – Wikipedia

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

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:: Canale Mussolini. Parte seconda, Antonio Pennacchi, (Mondadori, 2015), a cura di Daniela Distefano

8 Maggio 2017
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25 maggio 1944 – ultimo giorno di guerra a Littoria, nel breve intervallo tra la partenza dei tedeschi e l’arrivo in città degli angloamericani – Diomede Peruzzi entra nella Banca d’Italia devastata e ne svaligia il tesoro. E’ qui che hanno inizio – diranno – la sua folgorante carriera imprenditoriale e lo sviluppo di Latina tutta. Ma sarà vero?
Intanto, la guerra continua. E’ una guerra di liberazione, ma anche un conflitto civile crudele e fratricida. E la famiglia Peruzzi è schierata su tutti i fronti. Paride al nord nella Rsi – mentre sogna di tornare dall’Armida e da suo figlio – perseguita i partigiani. Suo fratello Statilio combatte i tedeschi in Corsica.
Il cugino Demostene è partigiano della brigata Stella Rossa.
Accanto a loro, lo zio Adelchi; il mite Benassi e zia Santapace, rabbiosa e bellissima; l’Armida con le sue api, e la nonna Peruzzi.
E su tutti c’è Diomede, il demiurgo della nuova città.
In un marcato e ben amalgamato impasto linguistico veneto-ferrarese Antonio Pennacchi ci riporta indietro nel tempo, e nel mondo di pionieri bonificatori, eroici spiantati, lunatici allunati. Sullo sfondo, la costruzione della nostra Italia democratica e repubblicana.

C’è tutto il bene e tutto il male del mondo, in ognuno di noi. Si tratta di imparare a governarli e a questo serve la Storia, poiché è un cammino lungo.

Un romanzo corale, “Canale Mussolini. Parte seconda”. Eppure una voce sgomita per far sentire la potenza del suo parlare. E’ quella che racconta la parabola di Diomede, il figlio di tutti e di nessuno. Il ragazzo che impara l’esistenza senza mai riuscire davvero a viverla. Le pagine che descrivono i suoi anni giovanili sono le più toccanti dell’intero romanzo, forse tra le più belle della nostra letteratura contemporanea. Diomede è un ragazzo che cerca la fortuna sbarcando il lunario. Incontra un ufficiale tedesco e i due cominciano a scambiarsi confidenze e quotidianità. Non accade nulla di eclatante tra i due, amicizia e spensieratezza in mezzo alla guerra e alle sue divisioni. Solo ogni tanto l’ufficiale, ragazzo come Diomede, si struscia contro la sua gamba. Imbarazzo reciproco, poi il tedesco viene ucciso e in punto di morte dice a Diomede: “Ich liebe dich”, ti amo. E’ un evento minuscolo in mezzo agli eventi giganti di questa saga familiare e nazionale, però è bello (Gertrude Stein direbbe: “è interessante”) leggere una storia d’amore universale, perché non solo omosessuale. Erano due anime che si sono ritrovate, ma Diomede lo capirà tardi, anni dopo, quando diventerà l’ago della bilancia della sua città e dovrà allora fare i conti con il cinismo e la complessità del Potere. Un romanzo lucido e commovente, graffiante e godibile, nel quale concetti come la dignità e la libertà assurgono a motori di una macchina fatale che sposta le vite e le montagne con la fede e la giustizia.

Cosa vuole che ne sapessimo noi prima, della libertà? Ma neanche che esistesse. Se lei nasce e fin da piccolo è abituato a stare attento a quel che dice, anzi, a ripetere sempre quel che affermano gli altri, se no chissà che succede… come vuole che le salti per la testa di uscirsene con un qualcosa di diverso? Neanche lo sa che si può fare(..) Ma quando poi all’improvviso viene a sapere che c’è finalmente la libertà e che ognuno può dire quello che vuole senza che nessun altro glielo vieti o gli faccia qualcosa, lei permette che è un bel passo avanti che non se lo sarebbe nemmeno mai aspettato?

Antonio Pennacchi è nato a Latina, dove vive. Operaio fino a cinquant’anni, è scrittore e ha pubblicato per Mondadori i romanzi Mammut (2011), Canale Mussolini (2010, Premio Strega), Il fascio comunista (2003, premio Napoli), da cui è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico, e i racconti di Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni (2006). E’ autore anche di Camerata Neandertal (Baldini&Castoldi, 2014), Storia di Karel (Bompiani, 2013), Palude (Dalai,2011), Fascio e martello – Viaggio per le città del Duce (Laterza,2008). Collabora a “Limes”.

Source: Libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Sandro Pertini. L’autunno del centrismo e l’alternativa socialista. Scritti e discorsi: 1953-1958, curato da Stefano Caretti, con introduzione di Vittorio Emiliani, (Piero Lacaita Editore, 2016) a cura di Daniela Distefano.

29 aprile 2017
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Alessandro Giuseppe Antonio Pertini, detto Sandro (San Giovanni di Stella, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990), è stato un politico, giornalista e partigiano italiano. Fu il settimo Presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985, secondo socialista (dopo Giuseppe Saragat) e unico esponente del PSI a ricoprire la carica.

E’ così che viene presentato Sandro Pertini su Wikipedia. Ma davvero non occorrono presentazioni per una figura umana – come la sua – di forte impatto meteoritico per il nostro Paese.
Ero piccola e vedevo in televisione questo omino vestito di scuro, sorrideva e parlava con piglio autorevole, era il nonnino d’Italia. Con gli anni ho appreso che Sandro Pertini è stato sì Capo di Stato, ma anche una guida sicura verso la salvezza, un combattente per la giustizia sociale, un vanto per noi tutti che lo abbiamo amato per la coriacea tenacia, la sanguigna caparbietà, la serenità dello spirito.
In questa raccolta di Scritti e discorsi: 1953-1958, curati magistralmente dal prof. Caretti, emerge pure il pensiero di Sandro Pertini. La sua lungimiranza. Per fare un esempio, ecco cosa diceva sulle donne e sulla loro agognata libertà:

L’emancipazione della donna non è un atto di ribellione verso l’uomo(..). La donna raggiunge la sua vera emancipazione quando, trovandosi dinanzi ai problemi della vita, sente, prima ancora che il diritto, il dovere di cooperare con l’uomo alla loro giusta soluzione e quindi sente il dovere di gettarsi nella lotta.

Pertini, eroe della Resistenza, constatava poi amaramente:

Uomini che erano entrati in carcere con una giovinezza esuberante, ne uscirono quando la loro giovinezza se n’era andata con tutti i suoi sogni, quei sogni che gran parte di voi è riuscito a realizzare. Se io fossi entrato in carcere per un reato comune, commesso in un momento di smarrimento, vi assicuro che non avrei sopportato il carcere, l’avrei fatta finita subito, perché la galera è una cosa veramente schifosa, impone delle rinunce tremende. Soltanto chi ha fede può resistere in carcere.

Per non dimenticare la tragicità della guerra, il sacrificio, l’abnegazione di chi non volle capitolare dinanzi al Male, Pertini lanciava un monito:

Se il vento dell’oblio ha cancellato molte cose un segno tuttavia rimane: i nostri morti. (..) Antonio Gramsci ha sopportato la prigionia soffrendo in silenzio pene indicibili. E fu spento ma la sua luce si irradia ancora dagli scritti e soprattutto dalle lettere che ci ha lasciato.

La fede di Pertini era tutta fondata sull’edificio umano. Occorreva una più osservata Giustizia sociale:

gli operai e soltanto gli operai devono difendere le loro conquiste in un regime socialista, non già la polizia e tanto meno lo straniero.

Nel ricordare i Martiri delle Ardeatine, celebrati solennemente, il futuro Presidente della Repubblica denunciava però la involuzione della classe dirigente italiana, di cui una prova era costituita dalla collusione con le forze di destra sul piano parlamentare.
Non basta –diceva– accontentarsi della democrazia politica, bisogna arrivare alla democrazia economica e sociale, bisogna dare un contenuto economico e sociale alla nostra democrazia, immettendo le classi lavoratrici nella direzione dello Stato, affinché sia adempiuto il precetto costituzionale che vuole la Repubblica “fondata sul lavoro”.

Stefano Caretti è ordinario di Storia contemporanea all’Università di Siena. E’ autore di numerosi studi su figure e vicende del socialismo italiano. Sua l’edizione critica delle opere di Giacomo Matteotti in dodici volumi. E’ membro della giuria del Premio Di Vagno e del Premio Matteotti della Presidenza del Consiglio.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo il prof. Stefano Caretti per la gradita disponibilità.

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:: L’eclisse dell’antifascismo. Resistenza, questione ebraica e cultura politica in Italia dal 1943 al 1989. Prefazione di Anna Foa, Manuela Consonni, (Laterza,2015), a cura di Daniela Distefano

20 aprile 2017
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Il paradigma antifascista rappresentò il legame storico con il passato antifascista utilizzato per costruire il nuovo Stato democratico e il modello che pose le condizioni formali per la legittimazione del nuovo ordine. La democrazia avrebbe potuto così ricevere la propria giustificazione istituzionale.

Un libro importante questo sulla memoria di fatti indelebili.
Malgrado l’ansia di non essere creduti, fu una sorta di obbligo sociale e di impegno civile a spingere i superstiti a parlare, a raccontare, a dire:

” Siamo in molti a ricordare il modo specifico in cui laggiù temevamo la morte: se morremo nel lager in silenzio come vogliono i nostri nemici, se non ritorneremo, il mondo non saprà di che cosa l’uomo è stato capace, di cosa è tuttora capace; il mondo non conoscerà se stesso, sarà più esposto di quanto non sia ad un ripetersi della barbarie nazionalsocialista”.

Può l’Olocausto assurgere a stillicidio politico e non solo razziale?
Anche gli ebrei  potevano reclamare una Resistenza gloriosa e la deportazione razziale era una deportazione politica, come aveva sostenuto Primo Levi.
Perché occorre leggere i diari, le testimonianze, i resoconti atroci delle vittime dello sterminio nazista?
I brevi memoriali testimoniano che anche nell’inferno dell’odio e della violenza, dove si abbruttivano gli individui con la fame, la sete, la paura, il bastone e il lavoro, germogliarono spontaneamente mille e mille episodi di solidarietà, di amicizia, di abnegazione tra persone diversissime per classe sociale, cultura e lingua.
Anche all’Inferno arriva la voce di Dio per chi continua a cercarla, per chi spera nella liberazione dello spirito.

Manuela Consonni insegna alla Hebrew University of Jerusalem al Dipartimento di storia ebraica. Si occupa di storia contemporanea europea ed ebraica, di studi della Shoah, di memoria e di studi di genere.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Imma dell’Ufficio Stampa “Laterza”.

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:: Mute, bianche e stupende, Tod Robbins, curato e tradotto da Francesco Cappellini, (Via del Vento edizioni, 2017), a cura di Daniela Distefano

13 aprile 2017
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Un giovane artista squattrinato trova accoglienza presso due donne, madre e figlia, assatanate di moine e voluttà. Per loro solo disprezzo e senso di insondabile obbrobrio. La madre, la padrona di casa,

“era come un vaso polveroso e incrinato in cui giacciano sepolte le foglie di rosa calpestate della primavera scorsa. Una volta ricettacolo del desiderio, ora risultava ormai risucchiata fino al midollo”. 

La figlia procace e languida sarebbe presto diventata anche più inguardabile.                     La fortuna aveva smesso di bussare alla porta dell’artista che giorno dopo giorno covava il desiderio di evadere da quella gabbia di antiestetiche futilità. Una forte malinconia lo faceva zittire nei momenti di riposo.

 “Tutto scompariva sugli stupidi sorrisi della gente che mi passava davanti. Avevano fretta, tutte queste persone; fretta di attraversare il tunnel della loro vita in modo anonimo, guardando in alto e in basso, semplicemente immerse nei loro sogni  luminosi e indisposte a contemplare le austere e severe espressioni dell’arte. Avrei potuto andare avanti per secoli nella mia soffitta, sforzandomi, creando  per rimanere poi del tutto anonimo, se non fosse stato per quel gruppo: “La famiglia felice”. (..) Una mite famiglia felice che non aveva bisogno di parole per raggiungere una completa unione d’animo”.

Ben presto s’ impossessa di lui un progetto diabolico sotto le sembianze di un’opera di carità, cioè rendere puri quei volti che durante la giornata lo pungolavano come uno spillo.

“E poi, nella mia immaginazione, le vidi come statue; le vidi sedute là, silenziose, bianche e stupende; le vidi poste sul loro piedistallo, unite e ormai in pace, purificate…”.

L’idea era di sbarazzarsi di loro per rendere le loro vite  eterne e oggetto di ammirazione universale.

“Siamo così certi della nostra immortalità, che raramente mettiamo in dubbio lo sguardo di coloro che ne possono disporre. Louise e sua madre non sospettavano nulla”.

Il piano viene eseguito con scrupolo e metodo. Il finale lo rivela l’incipit di questo racconto breve con il quale l’autore, Tod Robbins, omaggia il genere pulp inanellando colpi di scena, fiato corto, suspense e voglia di saperne di più…  senza mai scadere nel trash o nella pattumiera delle storie fallite. Si avverte un perfetto connubio di surrealismo e cruda realtà, un dipinto macchiaiolo, un sentore di rancida soffitta dove si consuma la fiammella di un’anima che  non conosce pentimento né rimorso, ma solo consapevolezza della propria fatalità.  Prendere a morsi l’esistenza  non ci salva dal giudizio che non solo nell’aldilà viene alla ribalta schiacciando come vermi i nostri più turpi deliri.

Clarence Aaron “Tod” Robbins (1888 – Saint-Jean-Cap-Ferrat, 10 maggio 1949) è stato uno sceneggiatore statunitense. Noto per aver scritto la sceneggiatura del film scandalo Freaks (1932), diretto da Tod Browning, prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer.

Source: Libro inviato dall’Editore, ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice  “Via del Vento edizioni”.

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:: Washington. Fondazione della repubblica degli Stati Uniti d’America, Francois Guizot, curato da Maurizio Griffo, (Rubbettino, 2004), a cura di Daniela Distefano

6 aprile 2017
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Ci sono avvenimenti che la Provvidenza cela alla comprensione dei contemporanei. Eventi così grandi, così complessi che superano per molto tempo lo spirito umano, e che, anche manifestandosi in maniera eclatante, rimangono per lungo tempo oscuri in quelle profondità dove si preparano i mutamenti importanti che decidono dei destini del mondo.

A volte cade sulla Terra un meteorite, a volte ha il volto umano, impassibile, amletico di George Washington, oggetto di studio di un eclatante intellettuale prestato alla politica, cioè Francois Guizot.
Non ci vogliono trattati interminabili per abbozzare la figura di un servo di Dio.
Non serve tratteggiare una sagoma con maestria leonardesca per comprendere che tanto il biografo quanto il personaggio approfondito siano sparsi in un un’unica porzione di cielo, confusi tra le nubi della fama mondiale e la pioggia di riconoscimenti ultrasecolari.
Due uomini e basta. Uno vive, agisce, si eclissa nella notte della vittoria, l’altro ne ricostruisce il cammino predestinato.
Sullo sfondo l’America in cui le colonie crescevano rapidamente in popolazione, ricchezza, importanza all’estero.
Invece di pochi insediamenti oscuri, si veniva formando un popolo che con l’agricoltura, il commercio, gli scambi, le relazioni prendeva il suo posto nel mondo.
Intanto, assieme alle fortune del paese cresceva lo spirito pubblico, e il sentimento di appartenenza alla comunità si elevava. Così quando il re Giorgio III e il suo parlamento, più per orgoglio e per impedire la prescrizione del potere assoluto che per raccoglierne i frutti, pretesero di tassare le colonie senza il loro consenso, un partito numeroso, forte, ardente, il partito nazionale si sollevò d’improvviso, pronto a resistere in nome del diritto e dell’onore del paese.
Questione di diritto e d’onore, non di benessere e di interesse materiale.
Le tasse erano leggere e non imponevano alcuna sofferenza ai coloni.
Questo era, all’inizio della contesa, il pensiero dello stesso Washington e il sentimento pubblico.
Sentimento politico e morale.
Washington era convinto che la causa per conquistare l’indipendenza fosse giusta.
Nei giorni peggiori, quando doveva difendersi dalla sua propria tristezza diceva:

“non posso non sperare e credere che il buon senso del popolo alla fine prevarrà sui suoi pregiudizi … Non riesco a immaginare che la Provvidenza abbia fatto tanto per nulla … il grande sovrano dell’universo ci ha condotti troppo a lungo e troppo avanti sulla via della felicità e della gloria, per abbandonarci a metà del cammino … Ho fiducia che ci resti abbastanza buonsenso e virtù perché possiamo riprendere la strada giusta prima di essere del tutto perduti”.

Genio regolare, più fermo che fecondo, giusto, benevolo verso gli uomini, ma grave, un po’ freddo, nato per comandare più che per combattere, George Washington nell’azione amava l’ordine, la disciplina, la gerarchia e preferiva l’impiego semplice e potente della forza di una buona causa alle complicazioni sottili e alla discussioni appassionate del pulpito.
Rimase federalista, avversario delle pretese locali e popolari, partigiano dell’unità e del potere centrale.
Fece le due cose più grandi che in politica sia dato all’uomo di tentare: mantenne, con la pace, l’indipendenza degli Stati Uniti conquistata con la guerra; fondò un governo libero, in nome dei principi d’ordine e ristabilendo il loro dominio.
Scusate se è poco; quando un simile astro sorge nel manto celeste non resta che seguirne la scia, ben visibile ancora oggi basta rivolgere lo sguardo in su, oltre le nubi della decadenza, laddove placidi sogni si uniscono al regno dell’immortalità e nascono desideri realizzati per gli uomini di ogni tempo.

Francois Guizot (1787-1874) è stato uno storico e uomo politico.
Di famiglia protestante, partecipò alla vita pubblica francese a partire dalla Restaurazione, come membro influente del gruppo dei cosiddetti “dottrinari”.
Dopo la rivoluzione di Luglio fu ministro della Pubblica istruzione, poi ministro degli esteri, e da ultimo presidente del consiglio.
La rivoluzione del 1848 mise fine alla sua carriera politica.
Fra le sue opere più importanti, “La Storia della civiltà in Europa”, la “Storia della civiltà in Francia”, e la “Storia della rivoluzione d’Inghilterra”.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

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