Grazie Fabio per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Sei nato a Bologna nel 1966, e ora vivi a Latina. Sei uno scrittore. Ami la fantascienza. Parlaci di te descrivendoti come se fossi un personaggio di un tuo libro.
Grazie a te Giulia. Come prima domanda non c’è male! Provo.
Mundadori sta sulla sedia dietro al tavolo di metallo, la lampada puntata al volto gli permette d’intravedere appena la sagoma del poliziotto di fronte a lui che in piedi sfoglia un dossier Fabio Mondadori! Per questo le permettono di scrivere: è un raccomandato.
Mundadori, con la U.
Le chiedo scusa se mi sono permesso.
Ma le pare! Passo metà del mio tempo a correggere chi sbaglia il mio cognome.
Ovviamente non mi stavo scusando davvero.
Non avevo dubbi, potrebbe togliermi dalla faccia questa lampada?
Nemmeno a parlarne, che razza d’interrogatorio sarebbe.
Di cosa sono accusato?
Di esistere.
Nientemeno.
Vediamo che dice qui: ah perbacco è un informatico.
Non esattamente: violento server.
Non si allarghi troppo: problemi di linea vedo che ne ha già a sufficienza.
Se lo faccia dire: è proprio una sagoma. Sì, comunque: mi occupo di sicurezza informatica.
Sicurezza? Lei? Siamo in una botte di ferro!
Ma è sicuro di essere un poliziotto e non un cabarettista?
Commissario Sammarchi, per servirla.
Ora mi è chiaro perché se ne sta lì buio, pantaloni arancio o gialli oggi?
Non si permetta! Non è colpa mia se…
Lo so, lo so: una moglie dal sonno leggero.
Sa troppe cose.
Secondo lei come mai?
Le domande le faccio io. Forza, cos’è questa storia del morbo di Asimov che ha contratto nell’infanzia.
Nulla di contagioso.
Non le ho chiesto questo.
È un gioco di parole ovviamente: da Isaac Asimov compianto scrittore, di fantascienza ma non solo. Ho amato ogni suo romanzo o racconto, spero un giorno di poter acquisire un decimo della sua padronanza nel raccontare.
Una missione impossibile.
Ha qualcuno che le scrive le battute o è così al naturale?
Dovrebbe saperlo.
Questo interrogatorio è contro la legge!
Qui la legge sono io,
Spettacolare questa frase, vorrei averla scritta io!
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Ho sempre amato la lettura e pur cercando di leggere di tutto ho comunque preferito la fantascienza, l’avventura e il giallo: il mio immaginario è stato formato da scrittori come Salgari, Verne, Doyle e Asimov ma anche Richard Matheson, Dan Simmons, Valerio Evangelisti, Robert E. Howard e William Gibson. Per me lettura ha significato anche fumetti partendo dagli immancabili eroi Disney passando da mostri sacri come Stan Lee, Jack Kirby, John Byrne, Neal Adams per arrivare ai tratti più maturi di Frank Miller, al cartooning esagerato di Todd McFarlane o al bonelliano Claudio Castellini. Gli stessi generi mi hanno appassionato anche nel cinema; registi come Tim Burton, Ridley Scott, George Lucas e Steven Spielberg mi hanno insegnato come trasmettere emozioni, se con profitto o meno vedremo.
Malgrado tutto questo la mia è una formazione tecnica: sono diplomato in elettronica industriale anche se lettere è sempre stata la mia materia preferita.
La mia infanzia è stata tutto sommato felice, vissuta in una Bologna, ovviamente, molto diversa da quella di oggi, circondato da nonne e da una bisnonna sempre pronte a regalarmi il libro o il fumetto che attirava la mia attenzione.
Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?
Per la letteratura (e la lettura) davvero non saprei, spesso mi diverto a dire che ho imparato prima a leggere che a parlare, è uno scherzo ovviamente ma ho un ricordo chiaro di me stesso in prima elementare che leggo Topolino seduto su un muretto, mentre i miei compagni giocano a calcio (sport in cui, non a caso, sono una schiappa). A guardare bene anche il piacere di scrivere è qualcosa che mi accompagna da molto tempo: se vado indietro nel tempo mi rendo conto che scrivere un tema è una cosa che mi ha sempre stimolato e difficilmente mi è capitato di non saper davvero cosa scrivere. Piuttosto c’è stato un momento chiaro in cui ho deciso di far leggere ciò che scrivevo e questo è accaduto grazie a un blog che avevo aperto sulla ormai defunta piattaforma Splinder., ma è stato più che altro un pretesto, per come la vedo io chi scrive ambisce a essere letto: quanti diari segreti sono mai rimasti davvero tali?
Hai iniziato scrivendo racconti, apparsi in diverse antologie e vincitori di premi. Poi nel 2010 è uscita la tua prima antologia Io sono Dorian Dum. Parlaci dei tuoi esordi
Ho accennato poco fa a Splinder: da quelle pagine virtuali ho cominciato a raccontare le mie prime storie (molte delle quali sono poi finite proprio in Io sono Dorian Dum) che riscuotevano sempre buoni giudizi dai frequentatori di blog, lettori che non si possono certo definire “teneri”, così ho cominciato a partecipare a vari premi letterari fino a vincere l’edizione del 2008 di Giallolatino. In quell’occasione ho conosciuto il mio attuale editore e autori della fama di Biagio Proietti (Lungo il fiume, Dov’è Anna, La mia vita con Daniela tra le sue più famose sceneggiature per la TV), Andrea G.Pinketts, Andrea Carlo Cappi, Enrico Luceri e Stefano Di Marino.
La struttura del racconto pretende uno stile molto definito, autonomo, personale. Quali sono i tuoi maestri? Quali sono i libri di racconti che hai amato di più?
È vero, scrivere un racconto spesso costringe a misurarsi con un limite di battute imposto e di conseguenza, soprattutto nel caso del giallo o del thriller, a scoprire le proprie carte solo al momento giusto. Per quanto mi riguarda queste sono condizioni molto stimolanti che mi fanno immaginare di condurre una vera e propria sfida con il lettore, spingendomi a trovare continui accorgimenti per tenere sempre alta la sua attenzione.
In questo senso veri maestri per me sono stati Isaac Asimov, Richard Matheson (che purtroppo ci ha lascato da pochissimo) Salgari e Dan Simmons, senza contare i vari Jack Kirby, Stan Lee, Frank Miller, John Byrne, Chris Claremont: dalle loro sceneggiature a fumetti ho imparato la scansione temporale della narrazione d’avventura. Tra i libri di racconti che ho preferito ci sono sicuramente Io Robot e Catastrofi a scelta di Asimov, I migliori racconti di Richard Matheson, Le avventure di Sherlock Holmes di A.C. Doyle e la serie di antologie edita da Mondadori delle storie di Conan il barbaro scritte da Robert E. Howard.
Dai racconti al romanzo. Occhi viola è stato definito un thriller dai risvolti horror. Viola, una misteriosa ragazza ritratta in un dipinto, morta cinque anni prima in circostanze mai chiarite, “sembra” tornata dall’oltretomba per vendicarsi. In che misura la paura, – generata, indotta, evocata -, e il soprannaturale sono presenti in questo romanzo?
Se fossero ingredienti di un dolce, nelle dosi ci sarebbe scritto Q.B. : una regola che uso per tutti i generi che di solito trovano spazio in ciò che scrivo. Personalmente non decido a priori di quale genere scrivere, mi viene naturale contaminare tra loro più forme narrative, naturalmente compatibili. In questo senso in Occhi Viola la paura e il sovrannaturale, quest’ultimo tengo a precisare non come elemento fondante della trama gialla, sono funzionali alla costruzione del caso che il commissario Sammarchi deve risolvere.
Raccontaci brevemente la trama e descrivici i personaggi principali.
C’è un ragazzino che in una notte di luna piena entra in una chiesa sconsacrata e vede qualcosa che non deve.
C’è una setta che si fa chiamare “I Legati di Satana” che lo teme tanto da volerlo uccidere.
Ci sono un dipinto e l’antica famiglia di possidenti terrieri che lo conserva.
Ci sono un cadavere carbonizzato e una misteriosa ragazza di nome Viola che sembra tornata dall’aldilà per vendicare la propria morte.
Questi gli elementi in mano al commissario Sammarchi. Catapultato in un piccolo paese di campagna, per risolvere un apparentemente semplice caso di omicidio, il poliziotto si troverà invece a districare una matassa di eventi che si snoda lungo l’arco di molti anni.
Il tutto sotto l’onnipresente sguardo dei Palmieri: la ricca famiglia che, guidata dal vecchio Emiliano, da decenni esercita il proprio potere su tutto il territorio circostante.
Questi quindi i personaggi principali.
Ranieri: il bambino che di fatto innesca la sequenza di eventi che porterà alle indagini.
Viola: per certi versi la vera protagonista del romanzo, una ragazza che custodisce molti segreti, alcuni dei quali senza nemmeno saperlo.
Il tenente Musolesi: l’ufficiale a capo della locale caserma dei carabinieri e che avrà un ruolo determinante nella soluzione del caso.
E ovviamente il commissario Sammarchi.
Sfrutto questa domanda per parlare della parte artisitico/promozionale legata a Occhi Viola: per la copertina è stata utilizzato un’inquietante scatto delle rovine dell’abazia di S.Galgano della fotografa Cinzia Volpe. La colonna sonora del book trailer, visibile qui http://www.youtube.com/watch?v=oOVxLB-pQXY, è il brano “Nel sole della notte” concessami da Erika Savastani e Danilo Pao. ovvero i Deserto Rosso.
Ambientato nella campagna emiliana, Occhi viola ha come protagonista il commissario Sammarchi. In cosa si differenzia questo personaggio dal clichè tipico del commissario del giallo italiano?
Prima di rispondere a questa domanda vorrei ringraziarti perché sottintende un complimento rispetto a qualcosa che nella mia scrittura ritengo fondamentale: l’originalità. A proposito di questo ciò che posso dire è che Sammarchi non l’ho costruito a tavolino: è venuto fuori immaginando una persona qualsiasi, non particolarmente simpatica anzi direi scorbutica, con un’intelligenza sopra la media che non si preoccupa di nascondere. Si capisce che ha alle spalle un passato piuttosto movimentato, ancora avvolto nella nebbia.
Dal punto di vista narrativo Sammarchi è funzionale alla storia e al ruolo che riveste, ma non è invadente, non cerca i riflettori come capita per molti dei suoi colleghi.
Parlando sempre dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?
Narrazione e luoghi s’influenzano vicendevolmente: modificando anche solo in parte uno dei due elementi la storia cambierebbe radicalmente: nel caso di Occhi Viola la collocazione in un piccolo paese di campagna della provincia italiana mi ha permesso di avere a mia disposizione elementi che ad esempio in una grande metropoli sarebbero fuori luogo e che invece sono fondamentali nell’economia della storia.
Quale è la tua scena favorita del romanzo?
Senza fare troppe anticipazioni è una sequenza che rappresenta il mio personale, e indegno, tributo alla serie cinematografica Die Hard. Chi leggerà (tutto) il libro capirà 🙂
Il personaggio più facile da caratterizzare e quello che ti ha creato maggiori difficoltà.
Il più facile direi Musolesi, il più complesso forse Ranieri: un altro che rischiava di trasformarsi in un cliché.
La scelta degli aggettivi è fondamentale per personalizzare e arricchire un periodo, una frase. Lavori molto su questa parte della scrittura o sei più spontaneo e guidato dall’ inconscio?
Normalmente opero una sorta di mix tra le due cose: c’è una “prima scelta” spontanea e una successiva “rifinitura” più ragionata anche se molto spesso l’inconscio ha già lavorato nella direzione giusta.
Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.
Rispettivamente “Il passaggio” di Justin Cronin. “Buio come una cantina chiusa” di Enrico Luceri e “I Dodici” sempre di Justin Cronin, il sequel de “Il passaggio”.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?
Credo di averli citati più volte nell’intervista ma lo rifaccio volentieri per Dan Simmons un autore che definire poliedrico è riduttivo: come Asimov (quello che considero il mio punto di arrivo) e Matheson, ha scritto di tutto senza preoccuparsi troppo di giurare fedeltà a un genere in particolare.
Sono italiani, ma non posso non citare Alessandro Manzoni , Giacomo Leopardi e Emilio Salgari.
Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?
Certamente i dialoghi, anzi spesso sfrutto le parti di dialogo per far conoscere i personaggi al lettore: credo che per i personaggi di un libro valgano le stesse regole che si utilizzano per le persone reali: vanno conosciuti attraverso le loro azioni e le loro parole e non perché qualcuno ce li racconta. Alla descrizione dei luoghi mi dedico solo se è strettamente funzionale alla storia o se mi serve creare un’atmosfera particolare, come accade ad esempio per la Pieve Rossa nel primo capitolo di Occhi Viola.
Usi metafore o significati nascosti nei suoi libri?
Non esattamente: spesso inserisco delle citazioni a canzoni, film o fumetti, a volte sono nascoste altre nemmeno troppo; in ogni caso fanno sempre parte di quella sfida tra me e lettore, ovviamente a livello di gioco, senza nessuna pretesa di dimostrare o insegnare nulla. In Occhi Viola qualcosa c’è. 😉
Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?
Sinceramente è un problema che non mi sono ancora posto, dici che sbaglio?
Scherzi a parte, credo che cercare di scrivere sempre qualcosa che mi piace sia un ottimo metodo per rimanere indipendenti. Convengo sul fatto che potrebbe non essere sempre possibile, ma mi riservo di affrontare il problema qualora dovesse presentarsi.
Quanto la musica incide sui tuoi testi? Se dovessi formulare una colonna sonora per Occhi viola, quali musiche sceglieresti?
La musica non incide in modo “attivo” sulla mia scrittura, funziona piuttosto da accompagnamento, come scrivi tu da colonna sonora. Per Occhi Viola c’è un pezzo che sembra tagliato apposta ed è Back in black degli AC/DC, insieme a Clubbed to death di Rob Dougan o ancora It’s no good dei Depeche Mode e perché no The final countdown degli Europe, anche se una lettrice ha avuto la pazienza di confezionare un CD contenente una compilation dedicata e devo dire che molti dei brani che ha scelto sono piuttosto azzeccati come Nothing else matters e Mama said dei Metallica, My Sacrifice dei Creed e Iris dei Goo Goo Dolls.
Quali sono i tuoi lettori preferiti? Come possono mettersi in contatto con te?
Oddio, parlare di lettori preferiti mi mette un po’ in imbarazzo. Diciamo che mi aspetto che chi mi legge sia chi cerca storie dove mistero, azione e avventura la facciano da padrone, senza preoccuparsi troppo del genere specifico al quale appartengono. Contattarmi è facilissimo, chi vuole può farlo alle mie presentazioni e attraverso l’ormai onnipresente Facebook: il mio profilo è http://www.facebook.com/doriandum, via twitter: http://www.twitter.com/fabiomundadori o sul mio sito http://www.fabiomundadori.it, e già che ci siamo anche Google+ fabio.mundadori@gmail.com.
Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?
Ho appena terminato di scrivere una nuova storia del commissario Sammarchi che spero veda la luce presto. Alla voce “altri progetti” troviamo un libro su Bologna e un romanzo di “fantascienza” scritto a quattro mani con un collega rimandato per troppo tempo. Ovviamente sto già abbozzando l’idea per il terzo romanzo con il mio commissario.
Alexandre Dumas (figlio)


Tra le novità in libreria attese per luglio ( + una di giugno) mi hanno particolaremente incuriosito alcuni libri che sono felice di segnalarvi.
Esce oggi 28 giugno, per la prima volta in lingua italiana, il romanzo breve La casa sfitta (A House to Let, 1858) scritto a più mani da Charles Dickens, Elizabeth Gaskell, Wilkie Collins e Adelaide Anne Procter, quattro dei più importanti e raffinati scrittori vittoriani, autori di capolavori senza tempo che hanno fatto la storia della letteratura mondiale. Pubblicato da Jo March Agenzia letteraria, una piccola e interssante casa editrice di Perugia specializzata nella riscoperta di classici inediti, nella collana Atlantide e tradotto da Camilla Caporicci, che cura anche l’introduzione, Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci, questo romanzo, originariamente pubblicato nell’edizione natalizia della rivista Household Words, diretta da Dickens, risveglierà sicuramente l’interesse degli appassionati, rendendo fruibile un testo ai più sconosciuto. L’opera è così suddivisa: Charles Dickens e Wilkie Collins hanno scritto a quattro mani i capitoli Al di la della strada e Finalmente affitatta; Elizabeth Gaskell ha scritto il capitolo Il matrimonio di Manchester; Charles Dickens ha scritto il capitolo Ingresso in società; Adelaide Anne Procter ha scritto il capitolo Tre sere nella casa; e infine Wilkie Collins ha scritto il capitolo Il rapporto Trottle.
Sto bene, è solo la fine del mondo mi ha incuriosito da subito perché il titolo mi ha ricordato la canzone dei R.E.M. It’s the end of the world as we know it (and I feel fine) poi, leggendolo mi sono accorta che questo lavoro di Ignazio Tarantino è un una sorta di grido di libertà di un giovane uomo che ha lasciato un mondo nel quale si sentiva prigioniero per ricominciare in un cosmo tutto nuovo da conoscere, scoprire e costruire assieme agli altri. L’Italia che fa da sfondo alla trama è quella degli anni 80. Il protagonista è un ragazzino di nome Giuliano che ci racconta la vita della sua squattrinata famiglia e i grandi cambiamenti che nel corso degli anni l’hanno cambiata trasformandola per sempre. Da un parte, c’è un padre violento che non teme nulla e nessuno e non esita sfogare sulla moglie e i figli la sua insoddisfazione personale. Dall’altra, c’è la madre Assunta, una donna che subisce e pensa solo a crescere i figli nel miglior dei modi possibili, fino a quando un giorno la donna comincia a frequentare la Società nell’attesa che l’annunciato e imminente giudizio di Dio arrivi con la salvezza per coloro che sono “eletti”. In questa esperienza la donna coinvolgerà, loro malgrado, i figli causando, senza rendersene conto, una serie di cambiamenti radicali per il suo nucleo familiare. Sto bene, è solo la fine del mondo di Tarantino è una storia di formazione nella quale Giuliano, anno dopo anno, da bambino diventa un giovane uomo. Quello narrato è un periodo di crescita caratterizzato da sentimenti contrastanti tra il desiderio di vivere la propria vita in modo libero e il rispetto delle regole imposte dalla Società, dove la madre ha trascinato il protagonista e i suoi fratelli. Giuliano vive l’esperienza dell’ ente, ma allo stesso tempo frequentando le scuole superiori ha la possibilità di conoscere la vita fuori dal sistema della setta religiosa alla quale lui è affiliato e lo scontro tra realtà diverse lo indurrà a vivere una maturazione combattuta tra il rispetto e la trasgressione. L’infrangere le regole da parte del protagonista corrisponde al poter amare chi si vuole – compreso chi non è dentro la setta -, al poter leggere qualsiasi libro, all’ascoltare ogni genere di musica e al divertirsi come fanno tutti i suoi coetanei, senza sentire il peso di un senso di colpa per peccati che non sussistono. Il libro di Tarantino non racconta solo la storia di un ragazzino che cerca di diventare grande e di capire cosa è davvero giusto per lui, ma Sto bene, è solo la fine del mondo è un lucido sguardo sulla nostra Italia e sull’Europa tra anni ’80 e ’90 con il terremoto, con i fatti della storia d’Italia e con la caduta del muro di Berlino. Eventi che Giuliano non riesce a condividere in modo completo, perché sempre in bilico tra il voler essere come tutti gli altri ragazzi e il sentirsi legato ai principi della Società. Un vincolo dovuto non tanto e solo al suo crederci, ma al bene che lui prova per la madre e che in una prima fase lo portano ad obbedire sempre. Giuliano a differenza dei suoi fratelli trova il coraggio di ribellarsi e di prendere una decisione radicale che cambierà per sempre la sua vita e il rapporto con i suoi familiari. La volontà di trasformazione di Giuliano è il segno evidente di un ragazzo che dopo aver passato un’esistenza ad obbedire e subire ha capito che la vita è fuori da quella “Sala del Regno” nella quale la madre lo ha inserito. Giuliano sceglie la sua libertà e questa ribellione lo renderà libero di esprimersi e di salvare la sua identità di individuo singolo. Sto bene, è solo la fine del mondo è sì la vicenda di un giovane alla ricerca di sé, ma è anche un’acuta riflessione sulla manipolazione delle menti umane e di quanto si riesca con il potere delle parole ad indurre le persone a compiere gesti e seguire determinati principi di vita. Inoltre, lo sguardo in soggettiva di Giuliano ha in sé una forte componente dell’io autoriale e non a caso nella nota di chiusura, Ignazio Tarantino ci spiega come certi fatti narrati in questo primo romanzo lui li abbia recuperati dal proprio background di esperienze personali, a dimostrazione del fatto che la vita può diventare romanzo e il romanzo può entrare nella vita.
Una bomba esplode sotto una Porsche posteggiata davanti a un palazzo signorile di Milano. È una fredda notte di febbraio e questo è solo il primo di una serie di attentati compiuti dalle sedicenti Brigate Antisilicone contro i chirurghi estetici delle star. Ma chi si nasconde dietro questa sigla? Davvero un gruppo di “rifatte” pentite o, all’origine, c’è qualcosa di diverso: una passione ferita, un antico astio, una vendetta?
Tener-A-Mente è come il ricordare un qualcosa che si è sperimentato e che ci ha lasciato un segno o un emozione indelebile nella vita. Questo è quello che vuole continuare a fare il Festival artistico culturale del Vittoriale di Gardone Riviera in provincia di Brescia, che prenderà il via Venerdì 28 giugno con il concerto di Mario Biondi. La rassegna, giunta alla terza edizione, è organizzata dalla re: think-art in collaborazione con la Fondazione Il Vittoriale degli Italiani che da tre anni è lo scenario di una serie di spettacoli nei quali convergono artisti del mondo della musica, del teatro e del cinema di importanza nazionale ed internazionale. Gli spettacoli previsti per la programmazione estiva sono 13 e si svilupperanno da Venerdì 28 giugno fino al 9 settembre.
Chi semina vento di Nele Neuhaus (Wer Wind sät, 2011), trasposizione letterale del titolo originale, edito ad aprile da Giano nella collana I libri della Civetta e tradotto da Alessandra Petrelli, è un poliziesco tedesco con venature ambientaliste – tanto da essere definito dallo Stern “uno straordinario eco-thriller”- in cui accanto alle indagini investigative dei due protagonisti, la commissaria Pia Kirchhoff e il commissario capo Oliver von Bodenstein, coadiuvati da un folto gruppo di colleghi appartenenti alla squadra dell’ufficio II di Hofheim, si da grande spazio alle loro vicende personali, pur non essendo i due personaggi legati sentimentalmente tra loro, cosa piuttosto insolita.
Salve Mr Rönkä. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matti Rönkä? Punti di forza e di debolezza.
Miss Isabelle e Dorrie non potrebbero essere più diverse: la prima è una novantenne bianca, ex membro attivo della comunità, sola da anni dopo la morte prima di lei del marito e del figlio, mentre la seconda è la sua giovane parrucchiera di colore, già mamma di due ragazzi adolescenti. Ma Miss Isabelle si è affezionata a Dorrie, e quando le chiede di mollare tutto per accompagnarla dal Texas a Cincinnati, per partecipare ad un funerale misterioso, lei accetta, scoprendo un passato doloroso ma avvincente e trovando nuovi spunti per proseguire la sua vita, all’insegna della speranza e del saper cambiare.
C’è chi cerca metafore ardite, arzigogolati sotterfugi lessicali, sprazzi di citazione illustre che si mescolano a un’idea della vita (e della poesia, immagino) che sa di pagine patinate, sporcate ad arte, finte.
Marta Guzowska
























