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:: Intervista a Filippo Sottile autore di Lo spleen di Mompracem a cura di Elena Romanello

11 aprile 2012

Tra le proposte della casa editrice Miraggi di Torino c’è una rilettura dei romanzi di Salgari, Lo spleen di Mompracem, scritta da Filippo Sottile. Interessante sentire le scelte dietro ad una storia che omaggia quello che è considerato anche oggi un maestro, anche se incompreso in vita, dell’avventura.

Come è nata l’idea de Lo spleen di Mompracem?

Ogni idea che si concretizza in un’opera è sempre un frutto composito, una felice sintesi di intuizioni, riflessioni e “vita vissuta”. La scintilla iniziale l’ho sognata: c’era Sandokan che leggeva  delle orribili poesie in mezzo alla giungla. L’immagine mi si è stampata in testa e ha cominciato a entrare in risonanza con le riflessioni che andavo facendo in quel periodo sul ruolo dell’artista nella nostra società. Le mie parole d’ordine sono ancora quelle di Oscar Wilde: l’artista è un critico e svolge un’azione politica. In questo romanzo le istanze politiche che porto avanti con più forza riguardano il tempo: io credo che l’arte debba aprire il tempo e dislocarlo nelle situazioni, ciò che spesso viene spacciato per arte è invece intrattenimento, ovvero un tempo chiuso, asfittico, privo di connessioni.

Che tipo di importanza ha avuto e ha per te Emilio Salgari?

Da adolescente mi ha permesso di cavalcare a briglia sciolta fra luoghi e avventure, e di questo gli sono grato. Riletto oggi mi viene da pensare che sia un po’  come Lucien de Rubemprè: più un personaggio poetico che un poeta. Tutto ciò non gli ha impedito di scrivere alcuni grandi romanzi, tipo I Pirati della Malesia o Il Corsaro Nero e diversi molto buoni, vedi Le meraviglie del 2000.

Ti occupi anche di musica e di poesia, che differenza c’è tra queste forme di cultura?

Mi occupo anche di teatro. Sono linguaggi, hanno caratteristiche diverse e almeno due cose in comune: servono a comunicare con altri individui e a riflettere sulle cose. La cosa che mi intriga di più è mischiare le carte in tavola e provare a far quadrare il raggamuffin, il teatro etnico, la metrica di Palazzeschi e il piglio di Conrad. Non dico di riuscirci, ma provarci ci provo.

Come sei arrivato a farti pubblicare?

Una volta messo il punto finale al manoscritto, ho selezionato le case editrici delle quali avevo letto libri  nei due anni precedenti e apprezzato il lavoro. Sono stato piuttosto fortunato, Miraggi mi ha risposto in tempi brevi.

Chi sono i tuoi maestri letterari?

Dovendo citarli tutti rischierei un elenco chilometrico e sterile. Riducendo all’osso, e macchiandomi di un gran torto nei confronti di altri scrittori che amo, direi: Tommaso Landolfi, Edgar Allan Poe, Mark Twain, Aldo Palazzeschi e Luciano di Samosata. Il fantastico e il comico-grottesco sono strumenti che oltre a divertirmi sanno spesso rendere più leggibile la realtà, senza appiattirla o banalizzarla. Mi piace aggiungere che ho avuto la fortuna di avere in famiglia una serie di grandi narratori di tradizione orale, mi pongo sulle loro orme.

 

Elena Romanello

:: Un’ intervista con C.M. Palov autrice de La città perduta dei Templari

10 aprile 2012

Ciao Chloe. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è C. M. Palov? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia, sono davvero felice di concedere questa intervista. Hmm, la tua prima domanda mi sta dando una bella occasione, altrimenti CM Palov potrebbe eventualmente essere la scrittrice più solitaria del pianeta. Sto scherzando, naturalmente, ma sono un po’ un lupo solitario quando si tratta della mia scrittura. Che è una stranezza in questo tempo in cui tutti sono cosi ‘collegati’. Vorrei dire che la perseveranza è la mia più grande forza, ed è stata davvero messa alla prova negli anni in cui stavo lottando per fare pubblicare il mio primo libro. Per quanto riguarda la mia più grande debolezza, sono quasi imbarazzata ad ammettere che sono disperatamente dipendente dalla caffeina. Anche se il caffè è una debolezza per la maggior parte degli scrittori, ho tentato, e fallito, in numerose occasioni di smettere questa abitudine. Ma la speranza è eterna…

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e cresciuta a Washington DC, e per questo motivo, è la città con cui maggiormente mi identifico. I miei anni formativi sono stati molto tipici, molto middle-class: mio padre era un contabile nel governo federale e mia madre era un ingegnere di sistemi informatici nel settore della difesa. Crescendo, ho trascorso molto tempo in molti musei di Washington, quegli immensi spazi, così scenografici, mi hanno sedotto. Inoltre, durante la mia giovinezza, sono rimasta basita dalla biblioteca pubblica. In realtà, il mio primo lavoro (quando avevo 15 anni) è stato quello di presentare riviste e giornali nella sala periodici della biblioteca. Più tardi, quando sono andata all’università, ho conseguito la laurea triennale in Storia dell’Arte. Fu in questo periodo che ho iniziato a viaggiare molto in Europa e ho acquistato il terzo amore della mia vita – le chiese medievali. Questa trinità – musei, biblioteche e chiese – è sempre presente nei miei libri.

Che lavori hai svolto in passato prima di diventare scrittrice a tempo pieno?

Una domanda migliore potrebbe essere questa: che lavoro non hai svolto? Dal momento che ti ho già parlato del mio primo lavoro in biblioteca, ecco l’elenco: apprendista falegname,  modella in un grande magazzino;  segretaria d’ospedale; guida in un museo d’arte, insegnante di inglese a Seoul, in Corea, ed esaminatrice in una compagnia di assicurazioni.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Quando ero una bambina, sognavo sempre di diventare una giornalista e di viaggiare in luoghi esotici e zone dilaniate dalla guerra. Alla luce di queste fantasie, inventavo storie di folli avventure e costringevo i bambini del vicinato a impersonarle. Tuttavia, nonostante queste fantasie infantili, non ho mai davvero preso in seria considerazione l’idea di diventare una scrittrice. In realtà, ho sempre sottovalutato le mie capacità di scrittura e non ho speso  tempo ad affinare il mio talento grezzo. Almeno non fino a quando sono diventata adulta ed un amico, piuttosto inaspettatamente, mi disse: “Dovresti diventare uno scrittore come Robert Ludlum.” Mentre il commento mi colse di sorpresa, è anche rimasto con me per molti anni; un piccolo seme che ho nutrito. E ‘stato mentre stavo lavorando duramente facendo il mio lavoro preferito almeno per quel periodo (presso la compagnia di assicurazione a Miami, Florida) che ho avuto la mia epifania. Un giorno mi sono semplicemente alzata dalla mia scrivania, sono uscita dal palazzo, sono saltata in macchina, e non sono più tornata. E’ stato il punto di non ritorno, il seme che è  finalmente germogliato nel suolo. Durante il ritorno a casa, ho avuto chiaro nella mia mente l’idea di diventare uno scrittore. Non dimenticherò mai l’euforia che ho provato una volta che ho preso questa importante decisione, è stato come se un peso di piombo fosse stato rimosso dalla mia anima.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

La strada della pubblicazione è stato un lungo e tortuoso sentiero, infatti, sono trascorsi dieci anni  prima di raggiungere quella destinazione molto desiderata da ogni scrittore– vedere messo in vendita il mio primo libro. Dopo aver lasciato il mio lavoro a Miami, mi sono trasferita in una vecchia fattoria in West Virginia. Ho volutamente fatto in modo che potessi portare avanti la mia scrittura senza distrazioni. Ritengo che questi dieci anni presso l’agriturismo siano stati il mio apprendistato per la scrittura. E, sì, ci sono state molte lettere di rifiuto da parte degli editori e degli agenti lungo la strada. Se non altro, quelle lettere di rifiuto hanno rafforzato la mia determinazione a diventare uno scrittore pubblicato. Ma c’è anche un lato positivo, in quegli anni ho potuto imparare il mio mestiere senza la pressione di una scadenza appesa sopra la mia testa. Poiché non avevo mai fatto un corso di scrittura, avevo bisogno di quei dieci anni per affinare le mie capacità di scrittura e imparare tutto quello che potevo sul processo creativo. L’errore che ho fatto è stato di cercare la mia strada in una serie di differenti generi di fiction che, a posteriori, mi rendo conto non erano adatti ai miei talenti o interessi. Una volta che ho cominciato a scrivere di argomenti esoterici (che da tempo mi affascinavano), sono finalmente riuscita ad ottenere un agente letterario che poi molto velocemente ha venduto il mio primo libro, Ark of Fire (il primo libro della serie dei Templari).

Qual è la tua parte preferita del processo di scrittura?

Curiosamente, mi piace ogni fase del processo: la ricerca, la stampa, la scrittura, la modifica e, sì, anche le revisioni. Anche se la produzione di un libro ben scritto certamente necessita della fiamma creativa. Questa è una sensazione molto soddisfacente.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La città perduta dei Templari (The Templar’s Quest)? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La città perduta dei Templari è un libro per il quale l’ispirazione originale è insolitamente  provenuta dal mondo visivo, piuttosto che dalle pagine di un libro di storia (dove traggo la maggior parte della mia ispirazione). Diversi anni fa, ero a Parigi durante i mesi estivi e ho assistito ad una delle più belle vedute della mia vita – il sole al tramonto perfettamente inquadrato nel centro del Grande Arche. Questa potente immagine mi ha spinto a ricercare l’ ‘asse sacro’ che va dal Louvre, lungo gli Champs-Élysées, che si conclude al Grande Arche. I misteri esoterici che circondano il ‘asse sacro’ di Parigi sono il cuore pulsante di La città perduta dei Templari.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

In poche parole, un gruppo di scienziati del 21 ° secolo, discendenti degli ufficiali nazisti delle SS, tentano di utilizzare la teoria della relatività generale di Einstein per alterare il continuum spazio-temporale in modo che possano cambiare l’esito della Seconda Guerra Mondiale. Intrecciati a questa vicenda ci sono misteri esoterici che coinvolgono i Cavalieri Templari, i Catari medievali, e gli antichi Egizi.

Raccontaci i personaggi principali del libro.

Questo libro è unico (in relazione agli altri libri della serie dei Templari), perché ci sono due protagonisti maschili: Finn McGuire, un soldato americano delle forze speciali, e Caedmon Aisquith, un ufficiale dell’ intelligence britannica e studioso medievale. Non solo Finn e Caedmon sono profondamente differenti l’uno dall’altro, ma le loro personalità e il loro modo di risolvere i problemi si scontrano violentemente. Inoltre, essi utilizzano metodi opposti . Al fine di sconfiggere gli antagonisti, comunque soldato e spia dovranno mettere da parte le loro differenze e unire le forze. E, sì, alla fine eventualmente possiamo avere quello che in America chiamiamo un ‘bromance’.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di La città perduta dei Templari?

Come con tutti i miei libri, il processo di scrittura ha richiesto un intero anno solare. Per i primi 5 mesi, faccio ricerche. Questo periodo poi è seguito da 6 mesi di scrittura, e l’ultimo mese lo trascorro a modificare il manoscritto.

Quanto è importante un buon titolo? Raccontaci le origini del titolo La città perduta dei Templari .

I titoli sono fondamentali dal momento che, insieme alla copertina, è la prima introduzione di un autore ad un lettore. Detto questo, è stato il mio editore che ha deciso di utilizzare il tag ‘Templari’ per il secondo libro della serie e da quel momento è stato sempre con me (The Templar’s Code, The Templar’s Quest, The Templar’s Secret). Anche se devo dire che in un primo momento ho fatto delle resistenze, poi ho capito che la parola leggendaria ‘Templari’ trasmetteva ai lettori in modo molto efficace l’idea di un mistero medievale esoterico.

Ti capita mai di usare eventi reali e storici nelle tue storie, o è solo fantasia?

Le mie trame sono una combinazione delle due cose, anche se per uno scrittore di fiction, includo una enorme quantità di dati storici nei miei libri. In particolare mi piace usare retroscena nella creazione di eventi reali di ogni personaggio in quanto ciò aggiunge maggiore profondità e dimensione. Un esempio di questo è la storia dietro l’antagonista Ivo Uhlemann e la sua infanzia nella Germania nazista che descrivo in dettaglio utilizzando veri e propri eventi storici.

In La città perduta dei Templari, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

Di gran lunga, il personaggio più difficile da scrivere è stato l’assassina Angelika Schwarz per il semplice motivo che lei è una vera psicopatica, non solo è incapace di provare rimorso, ma è sessualmente eccitata dal dolore. Questi tipi di menti oscure sono sempre difficili, perché mi costringono ad andare in luoghi bui per dare vita al personaggio sulla pagina scritta. Al contrario, il personaggio più facile per me da scrivere è stato il protagonista Caedmon Aisquith perché su molti livelli io e lui siamo simili, il nostro temperamento e i nostri interessi sono strettamente vicini. E ‘abbastanza facile per me entrare nella testa di Caedmon. Una buona cosa perché è in tutti i libri della serie dei Templari.

Quanti libri sono previsti per la serie? Oppure si tratta di un standalone?

La città perduta dei Templari è in realtà il terzo libro della serie. Tuttavia, poiché si tratta di un prequel, può essere considerato il primo del blocco. Pochi giorni fa, ho finito le revisioni del quarto libro, The Templar’s Secret, e molto presto inizierò a lavorare sul quinto. Non ho un certo numero di libri previsti per la serie. Finché i personaggi e le trame attireranno il mio interesse, continuerò la serie.

Che tipo di ricerche hai fatto per il tuo libro?

Per La città perduta dei Templari, come con tutti i miei libri, ho fatto un enorme quantità di ricerche, infatti, faccio ricerca molto più di quanto possa poi usare nel romanzo. In genere, ho letto tra i 25-30 libri di ricerca prima di iniziare a scrivere. Inoltre, quando è possibile, viaggio per i luoghi che descrivo e ciò mi aiuta in particolare nel coreografare le scene di inseguimento.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, ricerca e marketing dei tuoi libri?

Internet è infatti indispensabile per controllare i fatti. Mi chiedo sempre cosa facevano gli scrittori prima della nascita di Google? E ‘così molto più veloce verificare un nome, una data o un luogo con pochi click sulla tastiera piuttosto che sfogliando le pagine di un tomo polveroso. Anche se tutta la mia ricerca ‘sostanziale’ è fatta alla vecchia maniera, con una pila di libri e un blocco di carta. Perché io non sono presente nei social network (sempre per colpa del mio carattere solitario), non uso internet per la commercializzazione di miei libri, che è un difetto, lo so. Probabilmente avrei dovuto elencare ‘la mia fobia per i social network ‘ come uno dei miei punti deboli.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?

A causa del mio background in storia dell’arte, mi considero una persona visiva. Quando scrivo una scena, sono in grado di immaginare l’impostazione tutta nella mia mente e che potrebbe spiegare perché il mio lavoro tende ad essere molto cinematografico. E mentre il cinema è una mia passione, vorrei dire che la sua influenza è più generale che specifica. Finora, non ci sono progetti cinematografici in cantiere, ma le mie dita sono incrociate.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Attualmente sto leggendo tre libri differenti: Science and the Akashic Field di Ervin Laszlo; Drift: The Unmooring of American Military Power di Rachel Maddow, e The Green Man di Kingsley Amis.

Hai moltissimi fan. Qual è il tuo rapporto con lettori? Come possono entrare in contatto con te?

I lettori possono contattarmi attraverso la mia pagina web http://www.cmpalov.com. E rispondo a tutte le mie e-mail. In realtà, proprio una query di un mio lettore mi ha spinto a scrivere il prequel La città perduta dei Templari. Il lettore in questione ha voluto sapere perché (nel primo libro) il mio protagonista Caedmon Aisquith, che è uno studioso dei Templari, aveva scritto un libro sulla dea egizia Iside. La risposta a questa domanda è presente nel prequel.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

No, mai. Un giornalista mi ha mandato le recensioni del mio primo libro. Anche se quel libro è stato ben accolto, mi innervosiva leggere le recensioni. Non ho mai neanche digitato su Google il mio nome o i titoli dei miei libri. Il solo pensiero mi manda un brivido lungo la schiena.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe viaggiare in Italia per presentare i miei libri ai lettori. L’Italia è uno dei miei paesi preferiti da visitare. La cultura è incredibile, c’è bella gente, una cucina squisita. . . quando volete che arrivi?

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena iniziato le ricerche per il quinto libro della serie, che approfondiranno le origini del male, in particolare esaminando gli angeli caduti partendo dal Libro della Genesi, la possessione demoniaca, e i culti satanici. Un argomento oscuro, ma affascinante.

La nostra recensione: qui

:: Recensione di Gibuti di Elmore Leonard (Einaudi 2012) a cura di Stefano Di Marino

9 aprile 2012

Credo che per un narratore il modo più bello di festeggiare gli  ottanta anni sia proprio scrivere e pubblicare un nuovo romanzo. Elmore Leonard, nume del thriller ma non solo (io lo amo moltissimo anche in declinazione western come era anche il suo Hot Kid di pochi anni orsono) sceglie con Gibuti la via della spy story esotica mescolata alla vicenda d’avventure, alla storia giornalistica e ad un sacco di altri elementi. Come sempre Leonard è maestro nello stile, nei dialoghi (come sempre resi ottimamente da Luca Conti) e si rivela attento ricercatore e divulgatore di notizie. New Orleans e soprattutto Gibuti, caposaldo   francese, terra della Legione ma anche di pirati ricchi o sbrindellati che siano. Tutto visto attraverso gli occhi di una coppia di personaggi che ci agganciano subito. Dana Barr, giornalista rampante, e Xavier LeBo, ‘altrissimo negro’ come diceva una canzone, non più giovanissimo ma sempre gagliardo. Il suo cameraman. E qui un po’ viene l’intoppo. Perché Leonard sembra voler scrivere il suo romanzo un po’ come quei film di moda adesso, girati con la telecamera a mano in cui la storia si ingarbuglia. Non che non sia intrigante e complicata perché ci sono agenti della CIA, ballerine, ricchi pirati, intermediari, jihadisti che hanno in mente un colpo spettacolare, insomma tutti gli ingredienti per tenerci con il fiato sospeso. Invece cos’è che non funziona:  l’azione. Le cose importanti le apprendiamo sempre in differita, come vedendo un sacco di materiale girato e poi rimontato. Tecnica che Leonard usa con efficacia mescolandola a dialoghi cinematografici, informazioni e tutto ciò che serve. Un’operazione stilistica complessa, formalmente riuscita ma… a mio  parere (che vale sempre quel che vale ma è il mio che ho comprato il libro e quindi ho diritto di esprimere i miei  dubbi) priva di quel cuore, di quel pathos che avrebbero potuto farne una storia memorabile. Invece resta senza dubbio un bel romanzo ma di quelli in cui i protagonisti più che agire parlano dell’azione. E, sinceramente, per me resta un’occasione sprecata. Alla prossima Elmore… sarai sempre un esempio.

:: Segnalazione di La società degli animali estinti di Jeffrey Moore

6 aprile 2012

La società degli animali estinti
Un uomo in fuga e una ragazzina coraggiosa. Un’avventura nel ghiaccio e nella natura, divertente e brutale.
Jeffrey Moore
512 PAGINE | 17,90 EURO
Traduzione: Dafne Calgaro
Editore: Isbn Edizioni

Una notte, un uomo trova una ragazzina chiusa in un sacco, nella neve. È squarciata dalle coltellate, ma respira ancora. L’uomo si chiama Nile Nightingale e sta scappando, anche se non sa bene da cosa. Forse dalla serie di fallimenti che ha costellato la sua vita, dalla dipendenza da droghe, alcol e antidepressivi. Rifugiarsi tra le montagne del Canada è il suo modo di sparire dal mondo. La ragazzina è Céleste, una quattordicenne nerd che ha ingaggiato una solitaria lotta contro la caccia e il maltrattamento degli animali selvatici. Nile salva rocambolescamente Céleste, dando inizio a una strana amicizia e a un piano di vendetta contro i bracconieri che stanno distruggendo l’ambiente naturale del Québec. La società degli animali estinti è una scioccante cronaca dello sfruttamento animale, e insieme una commovente black comedy sul rapporto tra un uomo che ha perso tutto e un’adolescente fragile e spericolata.
Jeffrey Moore è uno scrittore e traduttore canadese. La società degli animali estinti è il suo terzo romanzo, dopo Una catena di rose (2002) e Gli artisti della memoria (2005). Attualmente vive tra Montréal e Val-Morin, in Québec.

:: Un’ intervista a Christian Mascheroni

6 aprile 2012

Grazie Christian di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Inizierei con il chiederti  di aprire una piccola parentesi sulla tua vita per presentarti ai nostri lettori. Dove sei nato, come hai trascorso la tua infanzia, che studi hai fatto?

Ciao e grazie di avermi ospitato qui a Liberidiscrivere! Io sono nato a Como da mamma viennese e papà di Appiano Gentile, località dove sono cresciuto. Abbiamo vissuto in una caserma di pompieri, perché mio papà faceva il vigile del fuoco, posto che per un bambino come me, immerso nei libri e nella fantasia, era un castello di giochi, di labirinti, di nascondigli, di avventure. Ho frequentato il liceo classico –amore e odio!- e studiato giurisprudenza, studi che però ho abbandonato quando ho capito che volevo  scrivere. Per questo, a vent’anni, ho saltato le lezioni per andare a fare colloqui e sono stato preso dal mensile Campus di Class Edizioni. Passavo il mio tempo a scrivere articoli, racconti, ad andare in giro a fare interviste di ogni genere, da professori universitari a volontari della Croce Rossa, da istruttori di palestre a gente per la strada. E intanto posticipavo di continuo gli esami di legge! Per fortuna i miei genitori furono comprensivi e mi lasciarono piena libertà di vivere appieno questa esperienza.

Come ti sei avvicinato al mondo dei libri? Quali sono state le tue letture principali nei tuoi anni formativi?

Mia mamma Eva era una groupie della letteratura. Il suo amore per i libri era forte quanto quello per il rock ‘n roll. In casa quindi avevamo migliaia di libri di ogni tipo ed io avevo accesso ad ogni lettura, Lei mi diceva sempre di non avere paura dei libri. Non c’erano romanzi per grandi o romanzi per bambini, io potevo accedere ad ogni lettura, e se non capivo qualcosa, lei mi era accanto per spiegarmi, per accompagnarmi. Il libro che accese la mia fantasia e la mia voglia di scrivere fu Alice nel paese delle meraviglie. Mia madre mi leggeva un capitolo, poi chiudeva il libro e mi chiedeva di inventarmi un’avventura parallela, con Alice, il Bianconiglio e lo Stregatto. Tra i libri che mi hanno formato devo moltissimo a Il vento tra i salici di Kenneth Grahame, Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, La buona terra di Pearl S. Buck ma soprattutto Martin Eden di Jack London. Fu quel libro che, a nove anni, mi indicò la strada.

Intervistarti è una sfida interessante. Con il tuo programma su IRIS Ti racconto un libro, che conduci assieme alla brava Marta Perego, hai avuto modo di vedere da vicino molti scrittori, editori, semplici lettori. Quale è il ricordo più emozionante legato a questa esperienza?

Ti racconto un libro è un’esperienza unica e rara nella mia carriera di autore televisivo, e non potevo sperare di meglio. Ho sempre cercato un punto di incontro fra la mia passione per la letteratura e la scrittura televisiva, e nel 2008 è arrivata la proposta di creare un programma sul mondo dei libri. Sia io che Marta Perego eravamo concordi sul fatto che non ci fosse ancora un programma che mettesse in luce l’umanità al di là del libro, le persone che stanno attorno, dietro, nei libri. Per questo ci piace pensare di incontrare e chiacchierare con gli scrittori, e non intervistarli. E’ un colloquio. Il ricordo più emozionante è legato al mio incontro con un maestro della letteratura americana, il premio Pulitzer Michael Cunningham. Le ore è uno dei miei romanzi preferiti e Cunningham è un faro nella mia vita. Per cui, quando mi si presentò l’occasione di poterlo incontrare per girare un servizio di Ti racconto un libro, dopo solo poche puntate dall’inizio della trasmissione, il mio cuore sussultò. Ricordo che prima dell’incontro cercavo di frenare l’emozione. Avevo già fatto decine e decine di interviste, ma non riuscivo a stare calmo perché spero sempre di trovare una persona tanto sensibile quanto la sua scrittura. Così è stato: Michael Cunningham è un uomo simpatico, modesto, alla mano ed è stato un incontro vitale, emozionante e che mi ha arricchito. Lo stesso è valso con un altro premio Pulitzer, Elizabeth Strout, la cui dolcezza mi ha letteralmente sciolto, e con Edmund White, un uomo che ammiro per trasparenza e onestà intellettuale e che si è aperto con me in maniera straordinaria. Di recente sono rimasto affascinato dall’impegno e dall’amore per i libri di Famke Janssen, attrice resa famosa da X-men, Nip/Tuck e Celebrity di Woody Allen, che ha condiviso con me, in un’intervista, la sua gratitudine verso l’arte della scrittura. Illuminante. Sono nate anche delle belle amicizie dopo le interviste, incontri che hanno portato a collaborazioni, progetti, passioni condivise.

Quale è il libro in assoluto che salveresti se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme?

E’ una di quelle domande che richiederebbero giorni per pensarci, ma ho la risposta pronta: L’amante di Marguerite Duras. E’ un libro che mi travolge ogni volta, brucia, scava, annienta, devasta. Presto fu tardi nella mia vita è la frase che un giorno mi tatuerò perché mai nessun scrittore è riuscito a intrappolare tutta la mia esistenza in una frase quanto lei.  A pari merito però non posso non citare Dio di illusioni di Donna Tartt, un romanzo che fa di me quello che vuole. Ne sono schiavo ed emotivamente debitore per tutta la vita. Purtroppo non potrò mai incontrare la Duras, ma sogno di intervistare la Tartt. Sarebbe un momento idilliaco.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?

Nel corso di questi anni ho capito che spesso le persone temono di non riuscire ad entrare in relazione con i libri, si vergognano quasi a sentirsi sviliti da quelli che sembrano contenitori di sapere e cultura. Invece i libri sono, soprattutto, frutto della passione umana, sono la trascrizione della nostra oralità quotidiana, sono lo strumento più potente per conoscerci meglio ed esplorare il reale e la fantasia. Purtroppo tutte le case editrici puntano sul fatto che ogni loro libro è IL LIBRO DELL’ANNO e ne pubblicano uno dopo l’altro, a volte senza criterio o con il solo di dover vendere e resistere alla crisi; invece ogni libro è un’occasione, come un buon film, una bella canzone, un bacio, un amore, un’avventura. Basta guardare i bambini, che non si spaventano di fronte ad un libro. Si tuffano di testa nelle pagine e nuotano da subito. Gli adulti invece temono le maree, le onde anomale e gli abissi della letteratura, preferiscono la sicurezza della passività mediatica. Ma le cose, a mio avviso, cambieranno. Le nuove generazioni stanno compiendo atti di grande amore verso i libri, anche grazie alle nuove tecnologie e ai social network.

Il fenomeno dei blog letterari più o meno professionali che forniscono recensioni e consigli di lettura sta vivendo un vero e proprio boom. Da semplici strumenti di promozione stanno assumendo il ruolo di coscienza critica. Quanto pensi facciano bene al fenomeno libro?

Guarda, ho appena partecipato con Marta alla serata inaugurale del Microfestival in tour di K.lit, dove si è appunto parlato di blog letterari e del futuro dei libri. A mio avviso sono voci che aiutano immensamente ad avvicinare la gente ai libri, perché partono dalla pagina scritta, dalla parola, per toccare temi a portata di tutti, corde comuni. Perché alla fine i libri sono questo: espressione di altro, strumenti meravigliosi per ascoltare il rumore della vita. I blog letterari, specialmente quelli che hanno toni più spontanei, voci trasversali e che divertono senza trascurare l’autorevolezza della letteratura di qualità, congiungendo passato e presente, possono fare tanto per i libri. Ci sono blogger che, per cultura e acume, stanno prendendo il posto dei critici letterari che, ahimè, specie quelli di certi quotidiani, sono legati ad una politica editoriale e di marketing scandalose. Altri, invece, ti coinvolgono con uno stile brillante, divertente, curioso, e ti invogliano a scoprire tutto quello che succede attorno al mondo dei libri. Tono che pervade anche il nostro programma e che, per questo, consta di un pubblico eterogeneo non per forza fatto di lettori assidui.

Quali sono i blog letterari che segui con più assiduità, ti capita mai di leggere Liberidiscrivere?

Ho sempre seguito i blog letterari con interesse e curiosità, a partire da Carmilla a Vibrisse fino a Finzioni, che mi piace moltissimo. Amo tantissimo Hounlibrointesta di Chicca Gagliardo ed è una gioia immensa scrivere per lei da un anno. Naturalmente conosco Liberidiscrivere e mi è sempre piaciuto lo spirito riassunto nel suo nome. Liberi. Una libertà che non prescinde mai dal sacrificio, dal duro lavoro, dalla professionalità. Tutti sono liberi di scrivere, ma è anche un gesto di responsabilità, ed è giusto che i blog indichino agli aspiranti scrittori e ai lettori una strada fatta di conoscenza e coscienza. Scrivere senza conoscere la grammatica o l’ortografia, o prescindendo dalla lettura, è un atto di presunzione che non fa bene a nessuno. E’ come sventolare una bandiera per la pace nel mondo, ma poi trattare il prossimo senza riguardo ed essere maleducati con il vicino di casa. Esempio forse esagerato, ma in cui credo molto.

Parlaci dei libri che hai scritto, di come sei cambiato in questi anni e di conseguenza come è cambiato il tuo modo di scrivere.

Il mio primo romanzo si intitola La rugiada di Emixi Tixi, ed è il libro che ancora oggi mi emoziona di più. Il perché? L’ho scritto ha otto anni ed ha, come protagonista, un agnellino con le vibrisse, ma con il corpo di un bambino, che arriva dallo spazio e salva un gruppo di bambini dalla tristezza degli adulti.  Mi fa una tenerezza incredibile. E’ nel mio cassetto, insieme a centinaia di racconti mai pubblicati. Invece il mio primo romanzo pubblicato si intitola Impronte di Pioggia, del 2005. Una storia che è arrivata subito dopo la scomparsa dei miei genitori e che mi è servita per elaborare il dolore. Attraversami, del 2008 e Alex fa due passi, del 2009, entrambi editi dalla Las Vegas edizioni, sono due fiabe adulte, ricche in metafore e scene fantasiose, che mi hanno riempito di allegria, gioia e che mi hanno permesso di stringere un rapporto di grande empatia, stima e amicizia con Andrea Malabaila e Carlotta Borasio, coloro che chiamo il sindaco e signora della casa editrice.  Mi piace esplorare due mondi della narrativa. Le storie di formazione, la quotidianità, le emozioni del vissuto da una parte, e il realismo magico dall’altra. Ho lavorato molto, negli anni, per imparare a non strafare, a non dimostrare di saper scrivere. Preferisco fare ancora errori, essere ancora uno studente, per sentirmi sempre insoddisfatto e continuare a imparare e non sentirvi arrivato o compiacermi.

Christian Mascheroni e la poesia. Quali sono i tuoi poeti preferiti? Cosa ricerchi maggiormente in un testo poetico? Cosa ti sorprende, cosa ti commuove?

Ho sempre divorato la poesia, ne sono sempre assetato. Ho persino provato a scrivere poesie, ma ho lasciato subito perdere, perché non ho una voce mia, autentica. Nella poesia cerco il mio riflesso, la sintesi di un’immagine che evochi un’emozione immediata. In questo Yves Bonnefoy è un poeta raffinatissimo. Amo molto la poesia di Nazim Hikmet, che mi ha accompagnato in molte fasi della vita, non ma abbandona mai. Sono affezionato a John Keats, mi commuove Sylvia Plath, mi allieta le giornate Prèvert. So che può sembrare un commento poco critico o banale, ma la poesia deve essere affettività, devono essere scariche elettriche.

Chi ti segue sa che sul blog di Chicca Gagliardo curi Non avere paura dei libri. La passione per i libri si trasmette tutti noi lettori siamo debitori di qualcuno, un amico, un genitore, un insegnante, che ci ha trasmesso questa affascinante malattia. Tu ringrazi Eva tua madre, una donna speciale. Come ha fatto a farti innamorare dei libri?

Mia madre disseminava i libri per la casa. Aprivi un cassetto e c’erano libri. Volevi prendere un piatto e ti trovavi una pila di romanzi. Li inceneriva con le sigarette, li consumava, li stropicciava, ma li venerava. Io sono cresciuto in una foresta di libri, per me erano frutti da cogliere in ogni stagione. Da piccolo amavo fantasticare su un libro a partire dalla copertina, imparavo a memoria i nomi degli scrittori perché erano membri della nostra famiglia. Da mia madre, così come da mio padre, ho imparato sin da subito che i libri sono compagni di gioco, di risata, sono pianto, sono sfogo.  Passavamo le giornate a toccarli, accarezzarli, a sfogliarli. Poteva capitare di arrivare a leggere un libro solo alla fine di una giornata, ma il contatto era costante. I libri sono sempre state creature vive nella nostra vita. Mia madre parlava ai libri più che alle povere piante che facevano sempre una brutta fine! Chicca Gagliardo mi ha regalato una vita da narrare, le sarò grato per l’eternità.

Parlaci della situazione letteraria italiana contemporanea dal tuo punto di vista privilegiato. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio?

La scena letteraria italiana è molto confusa, ci sono tantissime firme promettenti, ma ancora non so dire chi ha la stoffa per rimanere nel tempo. Fra le ultime scoperte direi Viola Di Grado, che con Trenta lana, settanta acrilico, ha dimostrato un talento fuori dal comune, unico ed originale. Mi piace molto Andrès Beltrami, che ha debuttato con La cura per Fandango. Purissimo, emozionante. Bravissima nella costruzione di storie generazionali è Raffaella Romagnolo, che con La masnà ha superato molte sue colleghe ben più celebrate. Ce ne sono tanti di cui ho apprezzato un libro in particolare, per esempio, ma che i meccanismi dell’editoria hanno poi plasmato e forzato, se non addirittura corrotto. Alcuni poi hanno perso la freschezza e l’onestà della scrittura, ma non è facile con le grandi case editrici. Fra le case editrici nuove un ottimo lavoro lo sta facendo Laurana, e non ne sono stupito, visto che dietro c’è un autore che stimo tantissimo, Gabriele Dadati. Spero invece che passi la moda degli esordienti. Non per gli esordienti, ma per il fatto che è diventata una moda e che molti esordi sono freddi, asettici, incolore.

E’ appena uscito per Las Vegas Edizioni il tuo nuovo romanzo Wienna. Come è nata l’idea di scriverlo?

E’ un romanzo che ha una lunga gestazione. L’avrò scritto e riscritto almeno quattro volte. E’ stato il romanzo più difficile da scrivere, per me. Innanzitutto è nato come omaggio a due punti saldi della mia vita: la città di Vienna e l’amicizia. Mia madre era viennese e a Vienna vado ogni anno, per un breve periodo. E’ una città che tuttavia molti apprezzano senza coglierne aspetti meno appariscenti, più intimi, o anche più caotici. Io la vivo ogni volta come se fosse l’ultima volta, provo sempre un dolore devastante quando ritorno a casa. Mi manca come il più grande degli amori. Questo volevo trasferire nel libro. E poi l’amicizia. Ho la fortuna di avere amici incredibili, che costituiscono una famiglia, che mi sono vicini da tanto tempo e che io amo. Volevo loro dedicare un libro. Volevo far capire ai lettori che l’amicizia vera non ha confini, è amore carnale, violento, estremo, capace di dare e togliere la vita. Per questo Wienna è il più sofferto dei romanzi, ma anche il più desiderato e atteso nella mia vita. La mia speranza è che il libro sia uno sguardo differente, sia nei confronti di Vienna che dell’amicizia.

Puoi raccontarci a grandi linee la trama per incuriosire i lettori che non hanno ancora avuto occasione di leggerlo?

Dopo sette anni, Werner, un giovane uomo che sta per compiere trent’anni, torna a Vienna dopo essere scomparso dalla vita dei suoi migliori amici, anzi, i suoi miglioramici. Torna per vivere con loro un weekend che attraversa le strade di Vienna, ed ogni strada è un percorso di vita fatto con loro: Florjan, Astrid e Reinhold. Quattro amici che, passo dopo passo, si confrontano, si amano, si annientano, si rivelano, rivelano segreti, compiono scelte. Scelte fatali.

Werner, il protagonista, ritorna a Vienna e in un certo senso fa i conti con il passato. Quale è il tuo rapporto con la memoria, con i ricordi, con i fantasmi di cose che non ci sono più ma sono ancora invece vive per noi?

Tocchi un argomento per me esistenziale. Ho perso circa dieci anni fa i miei genitori, mio padre per un tumore e pochi mesi dopo mia madre, vittima dell’alcolismo. Mi sono trovato quindi presto a convivere con la mancanza, con l’assenza. Per cui i ricordi sono diventati per me un’ossessione. Temevo che mi sarei scordato di loro se non fossi riuscito a salvare ogni singolo ricordo. Ma alla fine è necessario un equilibrio forte con il presente. Io di mio sono già una persona malinconica e nostalgica, perciò è un lungo processo di conoscenza e di esperienza. Uno dei libri che, in questo senso, mi ha aiutato molto, è L’oblio di Elie Wiesel. Un capolavoro per chi, come me, vive costantemente in bilico fra ricordi e presente.

I luoghi quanto influiscono nella stesura di un libro, evocano atmosfere, sensazioni particolari, stati d’animo e umori? Vienna che città è da un punto di vista letterario?

I luoghi sono palcoscenici del teatro narrativo, i personaggi hanno bisogno degli spazi, degli ambienti, del respiro delle strade, di una finestra sempre spalancata sul mondo esteriore per riflettere il proprio io. Da questo punto di vista Vienna è un palcoscenico privilegiato dove puoi assurgere a protagonista tutte le volte che lo desideri, senza dovergli chiedere il permesso. E’ silenzio, è rumore, è la quiete di una passeggiata e la rabbia di una corsa. E’ vulcanica. Letterariamente Vienna è impregnata di cultura, parole, suoni, musica. Le librerie sono, per esempio, spazi di convivenza, di esperienza, di condivisione. Il mio posto preferito è il Circolo Pickwick, un locale dove ti fermi a mangiare un dolce, bere un caffè, sdraiarti sulla poltrona, giocare a scacchi, chiacchierare con intellettuali o studenti, il tutto circondato da libri che puoi consultare, leggere e aggiungere al conto. Io passo ore la sera in questo locale, perché esprime il concetto chiave del come si vive la cultura a Vienna. La cultura è un gesto, non è la cima di una montagna. E’ un atto semplice, comune, fatto di sguardi, di semplicità. Tanto per farti un esempio, sul metrò ci sono, appese ad un gancetto, decine di copie di una rivista chiamata VorMagazine, piena di bellissimi articoli, racconti, curiosità. Il viaggio si trasforma sin da subito in lettura e condivisione, perché nessuno ruba la rivista. Si stacca dal gancetto, si legge, si passa agli altri quando si scende alla fermata, come in una staffetta. Un gesto sublime no?

Sei fondatore del progetto di urban readings www.theroadreader.com Dicci qualcosa in più, come si fa a partecipare?

E’ un progetto che è nato poco tempo fa. Mi fermo spesso a leggere sulle panchine, ai margini di una strada, o addirittura camminando ed ogni volta che alzo lo sguardo dalla pagina tutto mi sembra più bello. Così ho voluto trasmettere questa emozione in un progetto multimediale, ovvero attraverso brevissimi corti, di 30 secondi dove percorro una strada di una città, ne mostro gli scorci più poetici e vibranti, e intanto leggo un passaggio di un libro che voglio consigliare. Ecco perché urban reading. Il mio scopo è creare una mappa virtuale dove puoi conoscere le strade di una città mentre godi del piacere di una lettura. Per ora io sono l’unico RoadReader ma spero che qualcuno abbia voglia di investire in questo progetto e dare la possibilità a me di girare sempre più corti con persone sempre diverse. Insomma, creare un mondo di Road Readers. Il sito è www.theroadreader.com e, se qualcuno vuole contattarmi per diventare produttore del progetto, può scrivermi qui: christian.mascheroni@gmail.com

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ce ne sono moltissimi. Ho già citato Marguerite Duras, Donna Tartt e Michael Cunningham, ai quali devo molto. John Steinbeck è come un padre, Pearl S. Buck una madre. Peter Cameron e Josè Luis Peixoto sono due scrittori che mi devastano per talento e sensibilità. Johan Harstad mi ha sconvolto. Amy Hempel e Richard Powers sono divinità. Un grazie a Richard Yates per Revolutonary Road. Barry Lopez? Sogni artici è maestoso. E che dire di Fitzgerald? Mi ha salvato durante l’adolescenza. Fra gli italiani prediligo Giorgio Bassani e Elsa Morante. 

Per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Grazie a te, innanzitutto! Sto riscrivendo un romanzo che entra nella vita di una famiglia e che parla di sciopero affettivo. Una storia che ho scritto di getto e che ora riscrivo dopo aver trovato un punto di vista differente per raccontarla. Sarà una sfida. Non avere paura dei libri prosegue e diventerà qualcosa di più di un blog, ma un vero e proprio pamphlet. Sto anche scrivendo un dramma con tinte thriller e con venature erotiche. Anche questa una vera sfida. Poi ho una storia per un libro per bambini. Intanto proseguo con il mio impegno con l’associazione Virgola,vita (www.virgolavita.com) che ho fondato con una regista e una producer e che ha lo scopo di trasformare la parola scritta in azione sociale. Ho anche scritto una sceneggiatura per un corto tratto dal mio racconto R.E.S.P.E.C.T e sto imparando tutto il possibile dal mestiere di regista, visto che mi piace molto studiare le inquadrature e girare con i videomaker i servizi per Ti racconto un libro. Però voglio anche vivere e amare, tanto!

:: Recensione di La città perduta dei templari di C.M. Palov (Newton Compton 2012) a cura di Viviana Filippini

5 aprile 2012

Finn McGuire, militare della Delta Force, durante un’operazione militare in Siria recupera il leggendario medaglione di Montségur e lo tiene per sé, per evitare che qualche suo furbo superiore se ne appropri per rivenderlo e arricchirsi. Tornato in America Finn riprende la sua vita, ma una improvvisa scossa esistenziale lo porterà a dover fare i conti con un lunga scia di omicidi riguardanti tutti coloro che entrano in contatto con lui. Il militare comincerà una gara contro il tempo nell’eroico tentativo di fermare i mandanti – “I Sette”-  appartenenti ad una misteriosa associazione con sede a Parigi composta dai diretti discendenti delle SS. Il loro  piano ha un fine preciso e se esso sarà realizzato le sorti del mondo potrebbero cambiare per sempre, non a caso la loro tenacia li spinge a non fermarsi davanti a nulla pur di recuperare il medaglione di Montségur e il Santo Graal. Ad aiutare il soldato dal cuore duro – solo in apparenza- la bella, intelligente  e un po’ sfortunata Kate Bauer e Aisquith Caedmon, un ex ufficiale dei servizi segreti inglesi della sezione MI5,  grande conoscitore dei Cavalieri Templari. Secondo lo studioso “I Sette” vorrebbero gli antichi reperti per resuscitare il Terzo Reich. I tre rappresentati del Bene si troveranno protagonisti di rocamboleschi inseguimenti, sparatorie mozzafiato e  avventurosi pellegrinaggi in terra francese alla ricerca del Graal nella speranza di recuperare per primi quell’antiqua reliquia, che presa dalle mani sbagliate potrebbe trasformare il corso della storia. La reliquia del Graal e le sue origini sono  da sempre al centro dell’attenzione di studiosi di storia, della produzione letteraria e cinematografica proprio per la perenne aura di mito e mistero che la ammanta, ed è proprio la fascinazione che ha portato la Palov a creare un romanzo d’esordio nel quale la storia si mescola con leggenda. La città perduta dei templari  è caratterizzata da una trama avvincente e dalla suspense continua che ricordano molto da vicino i film di Indiana Jones – in particolare I predatori dell’arca perduta– e quei thriller letterari di successo che in questi anni hanno conquistato molti lettori (da Dan Brown, passando per Steve Berry , arrivando a Glenn Cooper). Un libro dove l’adrenalina si percepisce dalla prima all’ultima pagina grazie ad un ritmo incalzante e a personaggi affascinanti sapientemente costruiti della scrittrice americana. Se i rappresentanti delle forze del Male incarnano i tipici stereotipi che vanno del pazzoide assetato di potere assoluto, all’affascinante donna pericolosa arrivando all’aiutante imbranato; Finn, Kate e Aisquith sono la rappresentazione del Bene, ma allo stesso tempo hanno un background esistenziale che li rende profondamente umani e per certi aspetti simili ad ognuno di noi. Finn McGuire è un soldato molto rigido e schematico, ma le esperienze delle missioni militari dimostrano che in lui c’è profonda sensibilità e bontà. Karen Bauer è una donna intelligente e colta, all’apparenza forte. In realtà, nasconde una vita privata piena sofferenza dovuta alla morte del figlio e all’ex-marito fedifrago. E che dire di Caedmon Aisquith un ex-agente segreto, fidanzato di Kate ai tempi dell’università, rivenditore di libri nel presente ed eterno cultore della storia dei Templari. Tutti personaggi della finzione letteraria simili per tic, paure, gioie e dolori a noi lettori. Leggendo questo libro ho avuto la sensazione di essere veramente davanti ad film d’avventura,  perché la trama ti trascina nella storia a tal punto che voltare la pagina per sapere cosa accadrà subito dopo diventa una necessità, poi c’è la curiosità che si scatena riguardo all’antico tesoro che tutti vogliono e cercano da sempre, ma che nessuno è ancora riuscito a scovare. Chloe Palov grazie alla sua conoscenza culturale  e alla sua passione per l’esoterismo è riuscita a scrivere un romanzo appassionante nel quale ogni lettore riesce ad addentrarsi nei territori spesso accidentati e non sempre di facile comprensione della storia, della mitologia e dell’arte.

La nostra intervista all’autrice: qui

:: La gestione del punto di vista: L’Aquila di sabbia e di ghiaccio di Massimo Pietroselli a cura di Diego Di Dio

4 aprile 2012

Trama: L’Impero che Marco Aurelio ha ereditato è giunto alla sua massima espansione e mantenere la pace che ha regnato sotto Antonino Pio è ormai impossibile: dopo la guerra contro i Parti, ora sono i Germani a minacciare Roma premendo da nord. Nel 167 d.C., l’Imperatore filosofo dà inizio alle guerre marcomanniche sotto auspici infausti e ben presto il suo progetto di stabilizzare i confini settentrionali si scontra con il leggendario furor teutonicus. Ma non è solo la spaventosa forza di quelle popolazioni a sfibrare le legioni romane. I barbari, come invasati, si sentono invincibili grazie al misterioso culto celebrato dalle Bestie – feroci soldati sarmati dall’incredibile vigore, protetti da uno strano amuleto. Marco Aurelio sa che solo un uomo può venire a capo dell’enigma delle Bestie: Tito Ulpio Geminus, speculator della guardia imperiale. Ma non sa che questo è due volte vero. Perché Geminus è un romano di origine sarmata, dunque adatto ad addentrarsi in territorio nemico, ma anche perché al centro dell’enigma delle Bestie c’è Melissa, la donna egizia da Geminus amata e poi persa.
Ho regalato questo libro a mia sorella per Natale. E, da buon lettore, me ne sono appropriato da poco e l’ho divorato. Il libro è bello e scritto bene, la storia scorre via veloce ma non lesina su paragrafi un po’ più lenti e riflessivi che, a parer mio, nulla tolgono ma qualcosa aggiungono alla suspense della storia.
L’elemento di maggiore interesse è il protagonista, Tito Ulpio Geminus, speculator dell’imperatore Marco Aurelio. Geminus è tormentato da un passato turbolento, misterioso, ogni sua giornata è aggredita dai ricordi e dal rimorso di qualcosa di indefinito. La storia è avvincente, i personaggi sono dettagliati e la ricerca storica è precisa e meticolosa.
D’altronde le mie aspettative erano piuttosto alte, dal momento che il mio primo incontro con Pietroselli risale all’antologia “Sul filo del rasoio” (Giallo Mondadori) in cui lessi, per la prima volta, un racconto di questo autore, ossia “Lasciateli dormire”, e ne rimasi letteralmente folgorato. In definitiva, le mia attese non sono rimaste deluse, ma non è di questo che volevo parlare.
Volevo parlare del punto di vista, un tema interessante e complesso che ogni aspirante autore dovrebbe conoscere a menadito.
Non starò qui a menare un saggio breve sul punto di vista, anche perché non ne sarei in grado. Invece quello che voglio fare è prendere spunto da “L’aquila di sabbia e di ghiaccio” per esporre come il punto di vista (pdv) viene gestito in questo romanzo. E quindi fare due chiacchiere su un argomento molto interessante ma, ahimé, troppo spesso trascurato.
Pietroselli esordisce, com’è lecito aspettarsi, con il protagonista, Geminus. E la prima cosa che si coglie è di avere di fronte un punto di vista omodiegetico, vale a dire una luce sempre accesa sul cuore e sui pensieri del nostro personaggio. Noi lo vediamo e lo sentiamo: conosciamo i suoi dubbi e le sue riflessioni.
Di solito, a questo punto, la maggior parte dei libri che ho letto prosegue a scaglioni: ogni capitolo/paragrafo è dedicato al punto di vista di un personaggio, mantenendo sempre la voce narrante in terza persona. Conosciamo tutti questa tecnica: rende il libro di agevole fruizione e scandisce rapidamente lo svolgersi degli eventi, alternando pdv omodiegetici ed eterodiegetici a seconda delle esigenze narrative.
Ma Pietroselli non fa così.
Diciamo che lui è più disinvolto. Pietroselli gioca con il punto di vista come solo un grande autore può fare, e soprattutto è in grado di fare. Il suo punto di vista procede regolare e tranquillo, finché non ci sorprende con interventi, mirati e chirurgici, del narratore onnisciente.
Il narratore onnisciente? Sì, quello che sa tutto. Il narratore che può dire “Geminus non lo sapeva, ma di lì a venti anni sarebbe stato…”; ecco, questa è una tecnica che, in parte, trovo innovativa nell’ambito degli autori made in Italy, perché l’ho riscontrata molto più spesso in libri anglosassoni. Gestirla non è facile e non è sempre consigliato.
Per citarne uno, Stephen King usa spesso questa tecnica. Ebbene, anche Pietroselli la usa, e la sa usare. Ma non basta.
Lui è ancora più disinvolto.
Non solo apre la narrazione a sortite del narratore onnisciente, ma interi capitoli sono gestiti con un narratore polifocalizzato. Vale a dire un narratore che sposta il fuoco della narrazione da un punto all’altro, da un personaggio all’altro, senza soluzione di continuità. Ebbene, usare una gestione del pdv così “libertina” è davvero difficile, perché la maggior parte degli autori esordienti, quando tenta di impelagarsi in una narrazione polifocalizzata, che sia omodiegetica o eterodiegetica, lo fa in maniera confusionaria. A tal punto che al lettore viene da chiedersi: “Chi sta parlando? Di chi sono queste riflessioni?”
Ebbene, questo con Pietroselli non succede. Mai.
Che non era un esordiente, ma un big, lo sapevamo già. Ma che fosse così esperto nell’uso del punto di vista, da potersi permettere virtuosismi di questo livello, io l’ho scoperto con “L’aquila di sabbia e di ghiaccio”.
Potrei continuare all’infinito portando esempi e discutendo dell’argomento: gli spunti del romanzo sono davvero tanti, a livello di scrittura creativa.
Ma preferisco fermarmi qua.
Ritengo che questo romanzo vada letto non solo per la bellezza della storia e della narrazione; penso che il libro di Pietroselli possa svolgere, in piccolo, una funzione didattica a favore degli autori esordienti, come me.
Non è un manuale sul punto di vista, è un romanzo storico. Ma parlo da aspirante scrittore e ritengo che non ci sia niente di meglio che leggere un maestro dei nostri giorni per affinare le tecniche narrative e per apprendere, con umiltà, i segreti del mestiere. Da uno che, fidatevi, ne sa sicuramente più di noi.

:: Segnalazione di Senza perdono di Sabine Thiesler (Corbaccio)

3 aprile 2012

In libreria dal 5 Aprile

Senza perdono. Jonathan Jessen è un fotografo che abita a Berlino con la moglie Jana, prima ballerina al Teatro dell’ Opera. Sono due persone di successo, con una vita piena di soddisfazioni. Ma la felicità che arriva con la nascita di Giselle, la loro unica figlia, viene stroncata tragicamente. A diciott’anni Giselle muore uccisa da un giovane al volante in stato di ebbrezza.   Jonathan non riesce a reggere il colpo: perde il lavoro, divorzia dalla moglie. Era un uomo felice, adesso ha abbandonato tutto, ha lasciato Berlino, vaga senza meta in Toscana, convinto di aver toccato il fondo. Ma qui incontra Sophie, che assomiglia come una goccia d’acqua a sua figlia. È la molla che lo spinge a ricominciare una nuova vita, o almeno a provarci. Dentro di sé, però, sa che è tutta una finzione. E quando il passato bussa inaspettatamente alla sua porta, capisce che l’unica cosa che vuole veramente è vendicarsi.

Sabine Thiesler è nata a Berlino nel 1957 dove è cresciuta. È una scrittrice, doppiatrice e attrice tedesca. Ha studiato  germanistica e teatro per poi iniziare come attrice di teatro e televisione prima di dedicarsi anche alla sceneggiatura di vari episodi della serie televisiva “Scena del crimine”. Si è poi dedicata alla stesura di numerosi romanzi polizieschi che l’hanno portata alla notorietà raggiungendo i vertici delle classifiche tedesche dei libri più venduti e rimanendoci per mesi. Come doppiatrice ha prestato la sua voce a Geena Davis tra gli altri. Nella serie Flamingo Road  ha doppiato Morgan Fairchild nel suo ruolo di Constance Weldon Carlyle. È sposata con il collega, l’attore Klaus Rumpf .  I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue tra cui l’ungherese, il russo, il polacco, il coreano, oltre che naturalmente l’italiano. Innamorata del nostro paese vive in Toscana e parla molto bene l’italiano.

:: Recensione Di latte e miele di Jean Mattern a cura di Michela Bortoletto

3 aprile 2012

Di latte e miele è un breve romanzo di Jean Mattern, un autore di cui si conosce ben poco, solo qualche accenno biografico. Si sa che è nato nel 1965 da una famiglia originaria dell’Europa centrale la cui storia è molto simile a quella raccontata in Di latte e miele. Ci troviamo quindi davanti a uno dei tanti racconti autobiografici che insieme vanno a ricomporre l’intricato puzzle della Seconda Guerra Mondiale? Onestamente, poco importa. Quello che qui conta è l’intensità della storia, il ritmo veloce dei ricordi che riaffiorano nella mente del protagonista.
Un anziano uomo, ormai in procinto di lasciare questo mondo, si trova a riaffrontare il proprio passato ripercorrendo così la propria vita a partire dall’infanzia trascorsa in un piccolo paese della Romania prima occupato dai nazisti e poi dai Russi fino ad arrivare al sue esodo in Francia.
Scampato alla guerra e alla deportazione il signor Weber giunge finalmente in Francia dove spera di poter vivere con Suzanne (anch’ella profuga dell’Europa centrale) una vita di latte e miele. Ma la vita si sa è imprevedibile e quando tutto sembra andar per il meglio ecco infliggere alla famiglia una dolorosa quanto tragica prova.
Ma Di latte e miele è soprattutto la storia di un’amicizia. Un’amicizia intensa, nata tra i banchi di scuola. Una di quelle amicizie che si formano tra due ragazzi costretti a condividere le loro ore  sui libri. Stefan è un musicista, uno sportivo, è perfetto e la loro amicizia è unica e indissolubile. Ma Stefan vuole seguire la ritirata tedesca, non vuole rimanere e subire l’occupazione comunista. E questo cambierà per sempre le loro vite. Stefan partirà da solo, il protagonista lo abbandonerà al suo destino scegliendo di rimanere. Questo episodio segnerà la vita del nostro uomo che si domanderà per tutti i suoi anni che fine avrà mai fatto il suo grande amico. L’amico d’infanzia avrà capito i motivi del tradimento? Quali sentimenti avrà provato e proverà ancora oggi nei confronti del protagonista? Sarà deluso, arrabbiato, triste? Indifferente? Queste sono le domande che lacerano ancora il nostro protagonista alla vigilia di un grande incontro. Sì perché il figlio ha deciso di cercare Stefan e farli incontrare nuovamente. Riusciranno a spiegarsi? La loro amicizia sarà stata più forte di tutto?
Di latte e miele è breve ma intenso. Con pochi ed essenziali particolari Mattern  va dritto al cuore e ci ritrae un uomo la cui esistenza è lacerata come lo è stato il Novecento.

:: Recensione di Gli sfiorati di Sandro Veronesi a cura di Michela Bortoletto

2 aprile 2012

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“Gli antichi greci chiamavano kairòs l’attimo in cui si decide tutto, passato il quale il corso degli eventi diviene irrevocabile[1].” Un attimo, dunque, un istante in cui l’equilibrio tra il bene e il male, la felicità e la dannazione, il rimorso e il rimpianto, la colpa e il perdono, si rompe. Dopo quest’attimo nulla sarà più lo stesso.
È attorno a questo attimo, a questo sfuggevole istante che ruota il romanzo di Veronesi Gli Sfiorati. Il giovane protagonista, vive cercando di procrastinare il più a lungo possibile l’inevitabile istante in cui la sua vita cambierà per sempre.
Mète è un  ragazzo di vent’anni che studia grafologia e divide la sua  vita tra lo studio e le serate nei mille locali di Roma. Ha perso la madre da soli sei mesi quando il padre decide di risposarsi con Virna, donna dalla quale diciassette anni prima ha avuto un’altra figlia: Belinda.
Belinda è bella, bionda, con gli occhi piccoli e ravvicinati, la bocca rosa e la pelle color sabbia. Attraversa la sua esistenza con quella leggerezza che solo gli adolescenti hanno nei confronti del mondo circostante. Non è brava a scuola, fuma qualche canna e frequenta Dinamo, un ragazzo col sogno di formare una rock band.
Mète e Belinda hanno avuto esistenze separate. Non si sono mai frequentati fino al momento in cui i genitori decidono di affidare la ragazza alle cure del fratellastro durante la loro luna di miele. Comincia così una convivenza forzata tra i due nell’appartamento di Mète. Fin qui sembrerebbe tutto normale. Due fratellastri che hanno la possibilità di conoscersi meglio, di trascorrere un po’ di tempo insieme ora che le due famiglie si sono unite. Fin da subito però si capisce che qualcosa non va. Mète fa di tutto per evitare Belinda, passa tutto il suo tempo fuori casa, nei locali, con i suoi unici due veri amici, Bruno e Damiano. E quando è nell’appartamento si chiude in camera per non incontrare la sorellastra. Il motivo è semplice: Mète è irrimediabilmente attratto da Belinda. Il profumo di mela che lascia dove passa lo inebria. Il suo fisico lo attira. Mète vuole Belinda ma è pur sempre sua sorella da parte di padre e sa che non potrebbe, anzi non dovrebbe fare nulla. Mète è dilaniato da questa situazione. Sa che se passasse troppo tempo con lei sarebbe capace di fare qualcosa di cui poi si pentirebbe amaramente. E allora esce, vaga per una Roma fatta di locali, di luoghi e di persone che Veronesi ritrae magistralmente con la scorrevolezza che gli appartiene. Ecco così i Carontini, ragazzi soli che traghettano da un locale all’altro, ecco Bruno, l’attore teatrale che pubblica il Manifesto per l’abolizione del Teatro, Damiano che sogna di comprarsi un’Alfa Romeo 164 rossa fiammante, Dinamo che invece coltiva cannabis sulla tomba di un  giovane musicista morto. Mète passa così il suo tempo a cercare di evitare l’inevitabile: impossibile non passare del tempo con Belinda. Impossibile non parlarle, non guardarla, non immaginare di sfiorarla, toccarla e baciarla, giungendo così al kairòs, il momento dove tutto cambierà


[1] S. Veronesi, Gli Sfiorati, Milano, 1990, pag. 308

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista a Monica Dall’Olio a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2012

Cosa ti ha ispirato l’idea del romanzo Le descrizioni?

La centralità che la scrittura ha nella mia vita. ‘Le descrizioni’ è nato dall’esigenza di raccontare che cosa significa scrivere. Da che cosa nasce l’urgenza di narrare. Quali sono i sentimenti che la scrittura mette in moto. E infine, qual è il posto dello scrittore nel mondo.

Quanto hai messo di te in Mika, la piccola protagonista?

Anch’io ero una bambina piena di domande. Cocciuta. Rompiscatole. Che voleva spiegarsi il mondo.

La suddivisione in tre parti del romanzo può essere vista come una evoluzione o formazione della protagonista?

Come formazione. All’inizio Mika sente la ‘smania’ (questa la parola che uso) di imparare a leggere e scrivere. Crede infatti che associando la cosa alla parola, della cosa finalmente comprenderà il senso. Invece non va così. La parola solo le serve a realizzare che il mondo è illogica violenza e le cose un senso univoco, non ce l’hanno. Ma scrivere rimane per Mika preziosa via di accesso alla realtà. Anche quando la realtà, come viene rappresentata nell’ultima parte del testo, assume risvolti talmente tragici e imprevedibili da travalicare la parola.

Mika legge l’unico libro che c’è in casa sua – Niente di nuovo sul fronte occidentale– questo suo approccio alla letteratura adulta cosa significa per la ragazzina?

Significa, come lei stessa dice, trovare in questo libro per grandi ‘la vita e la morte’. Perché questa è la magia della grande letteratura, penso.

Mika è avida di sapere e si appunta ogni parola sconosciuta, mentre Sara, la sorella maggiore è più ribelle. Come è il loro rapporto?

Mika è curiosa e indagatrice; Sara è spensierata, ma allo stesso tempo è una ragazza degli anni Sessanta, che vuole libertà. Mika vorrebbe accedere al mondo di Sara che invece sta un po’ sulle sue. Ma il legame tra loro è stretto, viscerale. Sara è punto di riferimento per Mika.

I genitori della protagonista sono presenti, ma la loro funzione è di “sfondo”, perché la loro presenza è così marginale?

Il tramite tra Mika e il mondo degli adulti ho voluto che fosse piuttosto la sorella, che partecipa di più alla sua vita. I genitori sono presi dalle beghe del quotidiano. Sono presenze esterne, ma allo stesso tempo funzionali a comporre la scena sociale che ruota intorno alla vicenda.

Nella terza parte scompaiono le descrizioni e tutto è molto basato sulle esperienze vissute. I “mostriciattoli” in cui si imbattono Mika e i compagni cosa rappresentano?

L’altro da sé, il diverso. Ciò che non conosciamo, che dapprima desta curiosità, poi diffidenza, e infine ostilità, guerra. Eppure c’è una frase che dice una delle bambine del gruppo di amici di Mika: «Una margherita è diversa da un-non-ti-scordar-di-me e tutti e due sono belli. Sono dei fiori coi petali».

Quando il gruppetto di amici si addentra nel territorio dei “mostriciattoli” e scopre la loro vera natura, cosa cambia in Mika?

Di nuovo la bambina cerca di decodificare il mondo nel suo modo: associando la cosa (il fenomeno) alla parola. In questo caso, la parola che impara è ‘razzismo’.

L’ambientazione è l’Italia di provincia tra anni ’60 e ’70, ma spesso si infiltrano notizie di cronaca e politica italiana oltre a canzoni e riferimenti a programmi tv di quel periodo. Quale è la loro funzione? Quella di condurre davvero il lettore nel cuore di quel preciso contesto storico e sociale, creando una vera e propria full immersion. Perché le storie, come dice Mika, ‘ti portano dove non sei, ti mettono addosso una vita che non hai’.

Dove hai scritto Le descrizioni e quale è il significato del titolo? Può essere definito romanzo metaletterario?

L’ho scritto in una città diversa da quella dove è ambientato gran parte del romanzo. Il titolo allude alla certezza che, come dice Mika, ‘dappertutto c’è una storia’. Perfino i fatti più comuni e quotidiani escono dalla loro banalità se trasformati dalla potenza della parola. L’aggettivo metaletterario mi sembra, applicato a questa piccola storia, un po’ impegnativo.

Quale è il valore della scrittura per Mika e per te Monica?

La scrittura, per Mika e per Monica, è strumento di verità.

Sei già al lavoro per il prossimo romanzo?

Sono a metà, sì. Il romanzo che sto scrivendo ha come protagonista una donna, che seguo dall’infanzia negli anni Settanta, all’adolescenza fino all’età adulta, negli anni Novanta. E’ una storia particolare. Incentrata sul suo rapporto con il nucleo familiare.

:: Recensione di Le descrizioni di Monica Dall’Olio a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2012

Le descrizioni Perdisa Pop (Collana Corsari) pp. 139, € 14

Italia 1969. Mika è piccola non sa né leggere, né scrivere ed è afflitta da seri  problemi di salute, abbastanza gravi da indurre la madre a seguire il consiglio del medico e portare la figlia a “svernare” al mare, per risanare i polmoni deboli e acciaccati. Mika non sarà sola nella sua vacanza invernale, ma a tenerle più o meno compagnia ci penserà  la sorella maggiore: la ribelle Sara. Le due ragazze passeranno le giornate tra una passeggiata e lo scambio di chiacchiere con la signora che gestisce la pensione dove risiedono e il giornalaio. Poi un giorno la visita della madre porterà a Mika una piccola novità: la possibilità di imparare le lettere dell’alfabeto e la scrittura. Per la bambina questo dono sarà l’inizio di una grandiosa avventura che la porterà a vedere il mondo in una prospettiva nuova. Mika agguanta così la mitica penna Pelikan, dalla quale non si separerà mai, e comincerà a registrare ogni singola lettera, parola e fatto della vita quotidiana in un crescendo di scoperte che raccoglierà e cercherà di approfondire con domande a chi le sta attorno. Peccato che non sempre le risposte desiderate sull’amore, sulla politica e sui fatti di cronaca arrivino – la madre e la sorella glissano di frequente o cambiano discorso – e Mika con coraggio indagherà da sola il mondo, cercando il significato delle cose nei gesti delle persone e nei libri. Mika scrive e legge e queste due azioni diventano per lei un bisogno esistenziale per riempire la sua curiosità e saziare la fame di conoscenza che la porta ad indagare ogni singolo aspetto del cosmo. Poi, quando la ragazzina meno se l’aspetta il vissuto prende il sopravento ed improvvisamente tutto il lavoro di ricerca e comprensione del mondo attraverso l’atto della scrittura rischia di essere messo in crisi. Monica Dall’Olio, nata a Parma nel 1967, in questo suo secondo romanzo ci racconta la vita di tutti i giorno attraverso lo sguardo innocente di una bambina che non solo impara a conoscere la vita con la scrittura e la lettura, ma entra in contatto con i fatti di cronaca  ( la strage di piazza Fontana, le proteste operaie), mode e costumi (Carosello e la canzoni di Mina) dell’Italia a cavallo tra anni ’60 e ‘70. Un libro che lancia uno sguardo nostalgico su un epoca passata, denotando quanto sia importante l’atto della scrittura e della comprensione del mondo in una giovane mente in formazione e crescita. Un processo di apprendimento interpretativo che Mika continuerà ad esercitare imperterrita, fino a quando l’improvviso incontro-scontro con la violenza vera dell’esistere (la vita  e la morte in ogni giorno e non più nella letteratura) provocheranno in lei una sorta di improvviso mutismo comunicativo. Monica Dall’Olio, già autrice di racconti apparsi su diversi periodici e siti internet e del primo romanzo, Guida gastronomica al precipizio (ed. Barbera), utilizza ne Le descrizioni un linguaggio semplice, scorrevole di grande impatto emotivo, fatto di parole che riescono a trascinare il lettore nel mirabolante viaggio di ricerca del significato del mondo cominciato della piccola eroina Mika. Un bambina curiosa e intraprendente nella quale ogni lettore può ritrovare quell’ innocente stupore provato un tempo di fronte ai complessi meccanismi della natura