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:: Segnalazione di Guaritore galattico di Philip K. Dick (Fanucci, 2013)

8 Maggio 2013

CopGuaritoreGalat_LowEsce per Fanucci Guaritore galattico di Philip K. Dick. Pubblicato già da Bompiani a metà degli anni Novanta, ritroviamo questo bellissimo romanzo in un’edizione curata dal professor Carlo Pagetti e con la nuova traduzione di Giuseppe Manuel Brescia. Philip K. Dick non ha bisogno di grandi presentazioni ma basta pensare a cosa disse di lui un grande come Roberto Bolaño“Dick è la somma di Thoreau più la morte del sogno americano”- per capire che fu più di un semplice scrittore di fantascienza, senza nulla togliere al genere che già di per sè si presta a parlare del presente e delle tematiche più profonde dell’uomo col solo pretesto di aggiungere astronavi e mondi sconosciuti.

Scritto da Philip K. Dick tra il 1967 e il 1968, e pubblicato negli Stati Uniti nel 1969, Dick avrà modo di soffermarsi in più occasioni su Guaritore galattico individuando in esso un momento di difficoltà e di crisi nella sua ricerca del Salvatore (the salvific entity), che poi costituirà il centro de La Trilogia di Valis. Giustamente riconducibile a opere dello stesso periodo come Ubik, Guaritore galattico mescola motivi e forme della cultura sf più convenzionale, spesso apertamente parodiati. Parodia dunque ma anche il continuo lavoro su una sua idea del divino, e poi ancora, al di là dell’elemento speculativo e religioso,  l’utilizzo costante di un metodo intertestuale, fatto di rimandi e di echi letterari (riferimenti espliciti a Yeats e a Brecht, alla leggenda di Faust), che non riguardano solo la fantascienza, e che rivelano un gusto evidente nell’attenzione al linguaggio e alle sue manipolazioni. Nell’Exegesis (febbraio 1982, pochi mesi prima della morte), Dick annota: «Guaritore galattico mostra la possibilità molto concreta di sconfinare nella follia. Gli archetipi sono fuori controllo – vale a dire, l’inconscio è ostile e si solleva per sommergere. Il libro è disperato e spaventato, e si disintegra, come in un sogno, sempre più escluso dalla realtà. Fuga, disorganizzazione: la via si è quasi esaurita.» Quasi. Insomma, l’autore americano ribadisce che quel momento costituisce anche l’inizio del suo risveglio creativo. Infatti, Guaritore galattico comprende anche una riflessione sull’identità dell’artista e, in modo più specifico, sullo scrittore di fantascienza. Man mano che procedeva nella sua attività di scrittore, per Dick diveniva sempre più incalzante l’interrogativo dello scrittore sul ruolo che una narrativa così marginale come quella fantascientifica avrebbe potuto ritagliarsi nella cacofonia di voci che riempivano l’orizzonte culturale americano, tanto più se accanto alla dimensione estetica si manifestava l’urgenza di definire anche un rapporto con il divino.  Nel caso di Dick, bisognerebbe pensare allo scrittore di fantascienza, che, fornito di poche pretese, cerca di ‘aggiustare’ le visioni futuristiche e fantastiche dei suoi lettori, senza però dare a esse una coerenza che non possono avere.

Siamo nel 2046, in un’America totalitaria nella quale lo Stato controlla le azioni, le parole e perfino i pensieri dei suoi cittadini, così come avviene ormai in tutto il mondo. Joe Fernwright è un guaritore di vasi, in grado di far tornare come nuovi i manufatti di ceramica che restaura. In un mondo dove tutto è fatto di plastica, però, Joe si ritrova disoccupato e depresso. Con un matrimonio fallito alle spalle, e senza prospettive, il suo unico divertimento è quello di dedicarsi, con alcuni amici sparsi in tutto il mondo, a quel che Joe chiama semplicemente il Gioco. Il Gioco consiste nel decifrare incomprensibili traduzioni automatiche di titoli di libri e film, e risalire al titolo originale. Un giorno, però, Joe viene contattato da Glimmung, un’entità dotata di poteri quasi divini, e insieme ad altre persone altrettanto depresse e alienate, e a una schiera di creature provenienti da tutta la galassia, si imbarca in una grande Impresa: raggiungere un lontano pianeta per far riemergere un’antica cattedrale sommersa sul fondo dell’oceano.

Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Con l’arrivo in libreria degli ultimi quattro romanzi e de L’Esegesi di Philip K. Dick (curata da Pamela Jackson e Jonathan Lethem), tra febbraio e novembre 2013 Fanucci completa la pubblicazione dell’opera omnia del tormentato e geniale scrittore americano, considerato il padre della fantascienza postmoderna, di cui detiene i diritti assoluti dal 1999.

:: Recensione di La morte dei caprioli belli, Ota Pavel, Keller editore, 2013 a cura di Viviana Filippini

8 Maggio 2013

caprioli belliDicono che la scrittura abbia una funzione terapeutica e credo sia proprio vero, visto che molti autori hanno iniziato a scrivere per lenire alcune problematiche personali o malattie. Ota Pavel giornalista sportivo nato a Praga, cominciò  a scrivere di narrativa per curare la depressione che lo tormentava e questa arte curativa gli ha permesso di dare vita ai tanti racconti presenti in La morte dei caprioli belli. Il libro prende il titolo da una delle storie di Pavel presenti nella raccolta uscita per la prima volta in Italia nel 1971, ma l’editore Keller ci ridona questo insieme di ricordi familiari e d’infanzia in una nuova edizione. Protagonista di ogni breve episodio di vita è Leo Popper, il padre dell’autore, un uomo ricco, non tanto di soldi, ma di quel coraggioso spirito d’iniziativa – a volte eccessivo direi- che non sempre gli garantiva il successo sperato nelle imprese compiute. Ogni episodio narrato ha in sé un buona dose di comicità che evidenzia tutta la frizzante voglia di vivere e di fare del padre del protagonista. Incredibili e sensazionali sono le imprese compiute da Otto Popper come venditore di elettrodomestici per la ditta Electrolux. Un’abilità che gli permise di guadagnarsi la stima del padrone della ditta, ma due piccoli imprevisti derivanti dal comportamento un po’ goffo di Leo misero a repentaglio la sua fama di mercante di frigoriferi (in Al servizio della Svezia).  A fare da sfondo alle vicende c’è la Seconda guerra mondiale con tutte le conseguenze derivanti da essa. Eventi che toccheranno da vicino Ota e i suoi familiari, senza impedire loro di nutrire  la speranza per un domani migliore. Il padre dell’autore è un uomo coraggioso che non si arrende davanti alle avversità del destino e fa di tutto pur di garantire una vita degna alla moglie e ai figli.  Basta addentrarsi nella lettura del racconto che fornisce il titolo alla raccolta, per scoprire tutto il coraggio di Leo pronto a rischiare la vita per assicurare ai figli destinati alla deportazione quel sano cibo che gli fornisca forza. La scrittura fluida permette a Pavel di regalarci delle cartoline vere e proprie del suo album di famiglia e della provincia boema dove visse, facendoci entrare in un mondo di affetti e di eventi storicamente accaduti e del tutto sconosciuti a molti dei lettori. Da questo punto di vista un esempio è la distruzione della cittadina di Lidice o i disordini negli anni del Comunismo (in La corsa per le strade di Praga), drammi che fecero comprendere a Leo Popper che essere ebrei era una spinosa questione pure dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La morte dei caprioli belli è toccante e allo stesso tempo tragicomico grazie alla figura vera dell’intraprendente e sognatore padre del protagonista innamorato della pesca e della donne. Un ometto che ne combinava una dietro l’altra strappando sorrisi – anche nei momenti più dolorosi- alla paziente moglie e ai figli. I Popper- diventati poi Pavel- non sono soli nella vita, ma accanto a loro compare la più variegata umanità: operai, cacciatori di frodo con i loro fidi segugi, pittori eccentrici non disposti a compromessi e rappresentanti di commercio sempre pronti ad imbarcarsi in avventure economiche dall’esito incerto (basta leggere la tragicomica vicenda della carta moschicida in Problema insetti risolto). Questo piccolo libro è uno scrigno dove le storie presenti sono preziose perle familiari dell’infanzia di Pavel  raccontate con chiarezza e con uno humour agrodolce che ci fanno sì sorridere, ma allo stesso ci inducono a riflettere quanto coraggio serva per affrontare gli imprevisti della vita di ogni giorno. Traduzione di Barbar Zane. Postfazione di Mariusz Szczygiel.

Ota Pavel è nato a Praga il 2 luglio 1930. Il suo vero nome era Otto Popper. Il padre, commesso viaggiatore, durante la guerra si trasferì con tutta la famiglia a Buštěhrad, un paesino a poche decine di chilometri da Praga. Nonostante ciò, la guerra investì in pieno la famiglia e il padre con i due fratelli di Ota Pavel finirono nei campi di concentramento di Terezín, Mauthausen e Auschwitz. Grande appassionato di sport, Pavel ha praticato l’hockey su ghiaccio nella squadra giovanile dello Sparta Praga e il calcio nello S.K. Buštěhrad. Nel 1949 si dedica alla scrittura come cronista sportivo. Nel 1964 appaiono i primi segni della malattia che lo costringerà a una lunga serie di ricoveri ma inizia anche il periodo più fecondo e creativo per la sua scrittura con la produzione di libri indimenticabili tra cui La morte dei caprioli belli.

:: Un’ intervista con Matteo Strukul

7 Maggio 2013

milaBentornato Matteo su Liberi di Scrivere. Dalla nostra ultima intervista è passato più di un anno e la tua Mila è diventata un fumetto, poi è uscito il secondo episodio della serie, Regina nera e intanto è notizia di pochi giorni fa che hai venduto i diritti per la pubblicazione in Usa, Gran Bretagna e Australia. Un bilancio più che positivo. Cosa hai provato quando hai saputo la notizia?

Be’ è stata una soddisfazione enorme, anche perché non sono moltissimi gli autori italiani tradotti in quei Paesi ma Mila era il personaggio perfetto per Exhibit A, il nuovo marchio editoriale di Angry Robot – casa editrice distribuita in USA (Random House) e UK (Osprey) oltre che in Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica – che fa dello stile cinematografico dei romanzi pubblicati il proprio marchio di fabbrica. Emlyn Reese, editor in chief di Exhibit A, si è appassionato da subito al personaggio di Mila e alla questione della mafia cinese in Veneto oltre che al dramma della sopraffazione della donna nel nostro Paese e così ha deciso di acquistare i diritti di entrambi i romanzi opzionando già il terzo. Per questo ringrazio Allan Guthrie, il mio agente per i diritti di lingua inglese che ha creduto fermamente nel progetto. Tanto più che adesso, a seguito della notizia della pubblicazione a partire da giugno 2014, hanno cominciato a muoversi anche i produttori americani e quindi la speranza per una trasposizione cinematografica è sempre più concreta.

Sai già chi si occuperà della traduzione, chi porterà Mila a parlare inglese?

Non poteva che essere Marco Piva Dittrich, uno dei migliori traduttori da inglese a italiano e da italiano a inglese in circolazione. Quello che sto portando avanti con Marco è un vero tandem creativo e non escludo che più avanti possano esserci molti altri progetti che ci vedano coinvolti. Poi ci saranno gli editor di Exhibit A quindi credo che la versione anglo-americana sarà una bomba. Se a questo aggiungi che la miniserie a fumetti disegnata da Ale Vitti sta giungendo a conclusione, ecco che l’ipotesi “Mila fumetto all’estero” si fa sempre più concreta. Insomma, l’idea è, per una volta, di esportare qualcosa dall’Italia verso gli Stati Uniti e il Regno Unito. Trovo divertente che il pulp sia diventato Sugarpulp e ora, adulterato con lo zucchero di barbabietola della Bassa, diventi una cosa diversa e legata all’Italia, tornando in una veste nuova e differente negli States e nel Regno Unito, e del resto senza lanciarmi in paragoni azzardati (non ci penso nemmeno) Quentin Tarantino non era un ammiratore di Umberto Lenzi e Sergio Castellari? E giustamente per di più? Ecco, mantenendo un senso della decenza e quindi senza riconoscermi nulla, però confesso che è bello che un autore italiano, con la a minuscola e fortunato come sono io, torni a proporre un genere che riesce a ritagliarsi un’esportabilità anglo-americana. Credo sia davvero bello perché – se ci pensi – noi arriviamo da Sergio Leone, Sergio Corbucci, Dario Argento, Umberto Lenzi, Michele Soavi, insomma maestri assoluti che hanno reso il cinema italiano di genere fra i più apprezzati al mondo e oggi, sulla scia di un grande come Massimo Carlotto che ha fatto lo stesso per il romanzo di genere italiano, portandosi a casa una nomination all’Edgar, ebbene senti che hai centrato qualcosa di buono e vedere Mila che prova a conquistarsi un posto al sole in USA e UK come nuova eroina pulp anzi sugarpulp italiana, be’ è proprio una figata.

A questo punto la domanda è d’obbligo: ci sono progetti cinematografici in vista? Vedremo Mila sul grande schermo?

Guarda, c’è una trattativa sul piatto che, al solo pensiero, mi manda fuori di testa ma taccio perché nel momento in cui lo dico so che non si avvererà, ergo mi zittisco e incrocio le dita, ma come dicevo prima la pubblicazione anglo-americana ha destato grande attenzione.

Dunque da poco è uscito Regina nera. Un romanzo decisamente femminista. Parli di una donna candidata premier, la tua eroina incarna un personaggio femminile forte, determinato, capace di difendersi e di perseguire la sua giustizia. Pensi che un romanzo come il tuo possa avere un ruolo sociale, possa aiutare le donne a prendere coscienza della loro vera forza ?

Onestamente non lo so, insomma quello che voglio non è incidere le coscienze, non sono in grado di farlo e solo l’idea di pensarlo mi fa dire “Matteo Strukul ma quanto coglione sei?” invece quello che spero di poter fare è contribuire a far sì che le donne si sentano meno sole, insomma non è solo una loro battaglia, deve anche essere nostra, degli uomini, che devono svegliarsi e – citando una frase disgustosamente in voga oggi e usata a sproposito – assumersi le proprie responsabilità. Credo che Mila sia un personaggio che urla, questo sì. Victor Gischler ha detto che Mila è uno splendido esempio di un archetipo: prendi una donna, rovesciale il mondo addosso, dalle una spada e una pistola e fai un passo indietro e resta a guardare. Mi sembra una definizione bellissima che coglie in pieno il senso del personaggio. Mila non è nata così, qualcuno l’ha fatta così. Sono stati quattro uomini vigliacchi, quattro rifiuti umani. Mi viene da ridere quando mi chiedono se c’è misandria in lei o odio per gli uomini. Ma che domanda è? Credo che nessuno di noi uomini sappia che cosa significhi essere stuprati, fisicamente intendo. Penso però che sia una di quelle tragedie che ti taglia l’anima, che ti spezza dentro. Credo che il verbo profanare sia davvero il più corretto per una cosa del genere. Mila è una donna spezzata che decide di non subire più e in questo opporsi al male assoluto, che ha subito, smarrisce la misura, ma ne esiste forse una per una cosa come lo stupro? Senza contare che non c’è nessun piacere nel non riuscire a perdonare gli uomini, nel restarne marchiate e nel cercare di tornare ad innamorarsi di loro, nonostante tutto, senza peraltro riuscirci. Ecco, nella Mila di Regina Nera c’è tutto questo, ma come giustamente dicevi tu, c’è molto dolore e orgoglio femminile anche in Laura Giozzet o in sua figlia Giulia o in Edith. Io spero che questo romanzo sia letto da più donne e uomini possibili, per sapere cosa ne pensano, punto. Se poi ci troviamo un giorno a qualche presentazione e a parlarne, be’ allora ne sarò felice. E in effetti questo è proprio quello che mi capita. Ed è fantastico.

Parlaci un po’ della trama, quali sono i temi più importanti del romanzo?

Molti li abbiamo detti: la sopraffazione dell’uomo nei confronti della donna anzitutto, le sette e i meccanismi di manipolazione e condizionamento, la teoria del complotto, una rilettura pop della letteratura gotico – romantica tedesca, penso ad autori come Friedrich Schiller, Ernst Theodor Amadeus Hoffman, Theodor Storm, Novalis, per non parlare del mio sfrenato amore per il Nibelungenlied, le saghe dell’Edda, e certi temi mitologici e del folclore europeo come la Caccia Selvaggia.

Hai il romanzo pianificato in mente prima di iniziare a scrivere?

Dipende. Con Mila non è possibile, perché lei è molto istinto; non solo, certo, però è una creatura istintiva, sensibile, impulsiva, estrema, fragile, contraddittoria, violenta, disperata, dolce e quando hai un personaggio così non ce n’è, non puoi preparare una scaletta oppure se la fai, be’ te la manderà in fumo dopo tre pagine. Mila non può essere controllata, non è proprio possibile, è fuori controllo per definizione. Il che crea un bel problema se qualcuno mi chiede una sinossi. Fortuna che Colomba e Massimo (Carlotto) sono comprensivi da questo punto di vista. Direi che una storia di Mila nasce attraverso strappi progressivi. Vedo le sue idee che frullano nell’aria e provo a pescarle tenendomi a debita distanza, eh eh. Ma è il bello di Mila no? L’istinto è fondamentale e la fedeltà alle storie che lei vuole raccontare pure. Temevo che i lettori non capissero, ad esempio, questa storia così cupa e crudele invece non solo l’hanno capita ma la stanno amando, perché il personaggio ti dice in faccia quello che è. Adoro i lettori di Mila, siete i migliori, ragazzi! E RAGAZZE! Invece, nel caso del prossimo personaggio, che sarà protagonista di un romanzo in arrivo a inizio 2014, ebbene in quel caso la “costruzione” è stata fondamentale, ma questo perché quel personaggio, maschile, è assolutamente razionale, anche se poi anche lui ha la sua bella carica umana. Ma la professione che svolge, il metodo che adotta, le scelte e la ponderazione, l’analisi e la cura sono chiavi di percezione e comprensione che certamente lo aiutano a superare i drammi, anche se poi, come dicevo, anche questo personaggio avrà le sue difficoltà esistenziali, i suoi abissi, i suoi sipari interiori, ma è un uomo ed è un alienista, quindi qualcuno che per certi aspetti è agli antipodi rispetto a Mila. Il che lo rende altrettanto affascinante, peraltro, ma in modo diverso. Ecco, dal mio punto di vista, l’immersione nel personaggio, nel mare profondo del suo carattere, è fondamentale: solo così posso sperare di raccontare qualcosa di credibile e la storia che ne esce dev’essere profondamente sua, non mia, per certi aspetti è come se traducessi in segni quello che lui vive. In questo senso, se vuoi, c’è un metodo nel delirio che provo a mettere su carta.

Quali sono le parti del libro che ami di più? Le scene che hai scritto di cui sei più soddisfatto?

Guarda non saprei, lascio che siano i lettori a giudicare. Certo, posso dirti che la parte onirica, quella degli incubi di Mila è stata quella che mi ha fatto penare, ma anche le sequenze d’azione, portate davvero all’estremo in questo secondo capitolo, hanno richiesto una preparazione e un’attenzione, un controllo e una cura assoluti, per cui ho dovuto pensarle e ripensarle prima di rappresentarle. Il tentativo è stato quello di usare la penna come una telecamera, lavorare sulle inquadrature, sul montaggio, sul ritmo, insomma è stata una bella sfida anche quella.

Il personaggio di Mila in questo romanzo è più avvolto da ombre che da luci. Il suo doloroso passato in un certo senso condiziona il suo presente. Perché hai deciso di dare al personaggio queste connotazioni dark?

Per quello che Mila è diventata dopo quello che le è successo. E quello che le è successo è davvero devastante. E non è qualcosa che può essere liquidato con un romanzo o un duello. Proprio per niente. Considera questi due romanzi come altrettanti capitoli di una grande saga. Mila ha molto altro da raccontare, basta volerla ascoltare. Proprio come le donne con cui viviamo. Proviamo a stare zitti un attimo. La voce di Mila è la litania della violenza subita e risputata addosso. Occhio per occhio. E non migliorerà, credimi.

C’è molta azione nel tuo romanzo. Scrivere buone scene di combattimento è tutt’altro che facile, bisogna avere nozioni di balistica, conoscere le arti marziali, i tempi di reazione di un vero combattimento. Ci vuole intuito, preparazione, senso dello spazio. E’ quasi una coreografia da realizzare semplicemente con le parole. Anche autori con molta esperienza ne avvertono la difficoltà. Come ti sei documentato?

Le scene d’azione arrivano da molte letture e dal costante bombardamento di film con cui mi mando definitivamente in acqua il cervello eh eh. Robert Louis Stevenson studiava le pagine degli autori che amava e le riscriveva a memoria sul foglio. Credo che sia chiaro quali sono gli autori che amo a livello di sequenze action e li studio costantemente. Ho riscritto le loro pagine, filtrandole con il mio gusto personale e alla fine mi sono impadronito di una tecnica che ho arricchito con la mia sensibilità. Adoro leggere e scoprire nuovi modi di rendere le cose, adoro guardare i film e scoprire soluzioni differenti, punti di vista sorprendenti. Chi dice che non si ispira a nessuno mente e se per una qualche ragione dovesse essere come dice lui molto probabilmente scriverà delle cose noiosissime. Gli scrittori che non leggono sono pessimi scrittori, io ho avuto la fortuna di conoscere grandissimi autori e, credimi, leggevano tutti molto più di me. E io leggo veramente tanto. Poi, certo, internet, le riviste specializzate, il poligono di tiro… ma alla fine quello che cerchi di fare è montare lo show e niente monta lo show come una sparatoria raccontata bene o come un duello spettacolare, insomma se scrivi un certo tipo di storie, è chiaro.

La tua interpretazione della mitologia germanica mi ha ricordato in un certo senso Derek Nikitas e il suo interesse per la mitologia norrena, presente nel suo romanzo I fuochi del nord. Pensi di essere in debito con questo autore?

Certo, è un autore pazzesco ma allo stesso tempo sono in debito con Ernst Theodor Amadeus Hoffman e il suo La donna vampiro e con I masnadieri di Friedrich Schiller e con Gli inni alla notte di Novalis e con Billy Morgan di Joolz Denby e una marea di altre storie. Però, certo, Nikitas è uno scrittore che ho amato tantissimo, non a caso ho rotto l’anima ai ragazzi di Edizioni BD per pubblicarlo fino a sfinirli… e poi uno che diventa il pupillo di Joyce Carol Oates dev’essere bravo per forza, credo.

C’è molta musica nel tuo romanzo, Heavy Metal per la precisione. Una musica carica di energia, energia buona, una musica a torto demonizzata. Ricordo che da ragazzina ne ascoltavo parecchia, poi crescendo sono passata al jazz, al blues. Se dovessi ideare una colonna sonora ideale per il romanzo, quali canzoni heavy sceglieresti?

Be’ c’è pure molto hard rock, dunque vediamo ti dico cosa ho ascoltato io in heavy rotation: Keep on Swinging dei Rival Sons; Candele di Simone Piva & I Viola Velluto; Mama I’m Coming Home di Ozzy Osbourne; Ace of Spades dei Motörhead; A Conspiracy, Black Crowes; Enter Sandman, Metallica; Rasputin, Turisas; Rock me like the Devil, Crucified Barbara; Fire it up, Black Label Society; War Pigs, Black Sabbath.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Non credo, però è chiaro che le critiche davvero positive che sono arrivate ai due romanzi di Mila mi hanno fatto molto piacere, se ti dicessi il contrario sarei falso come Giuda. Ma non cerco il plauso dei critici, quello che mi ha colpito è che pur scegliendo le storie che volevo scrivere, cercando di essere fedele alla volontà dei personaggi, siano arrivate tutte le recensioni e le interviste e gli articoli che sono arrivati, a dimostrazione della grande apertura e intelligenza che ha la critica italiana. Poi, certo, qualcosa di buono devono averci letto, nei romanzi, immagino. Da parte mia li ringrazio, e tanto, e spero di continuare a far bene, questo sì.

Parliamo adesso della tua collana Revolver, per Edizioni BD. Quali sono le prossime novità?

“Notte sanguinaria” di Allan Guthrie, un romanzo pazzesco e “Il gioco del suicidio” di Victor Gischler… ci siamo capiti? State in campana, eh eh.

Ci sarai alla Fiera del libro di Torino a Maggio? Quali autori porterai?

Sì, sarò allo stand E/O sabato e domenica, mentre venerdì presenterò insieme a Luca Crovi, Tullio Avoledo, Simone Sarasso, Paolo Roversi e altri autori la bellissima antologia, edita da Multiplayer, Le realtà in gioco, cui ho partecipato con un racconto decisamente urban fantasy. Si tratta di un progetto splendido che approfondisce il tema della narrativa videoludica tenendo una linea sottile fra realtà virtuale e quotidiano, utilizzando il mondo e la dimensione del videogame come cardine narrativo. Esce per una delle case editrici più attente, stimolanti, vivaci e attive degli ultimi anni e sono davvero felice che mi abbiano voluto a bordo per il progetto. Sabato e domenica invece con Mila allo stand E/O inoltre sempre domenica sarò fra i relatori a una presentazione organizzata da LA CASE BOOKS di Giacomo Brunoro che proverà a raccontare la nuova narrativa fra digitale e carta, un incontro che si preannuncia molto interessante. Dal dieci al diciassette maggio sarò in tour per l’Italia con Ray Banks e Allan Guthrie, direi non male.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho finito da poco lo splendido romanzo di Pierluigi Porazzi “Nemmeno il tempo di sognare”, sto leggendo contemporaneamente il sorprendente e bellissimo “Il flagello di Roma” di Michele Gazo per la collana Rizzoli Max che sto trovando sempre più interessante con titoli come “Invictus” e “Absedium”, poi “La morte di Dracula” fumetto di Victor Gischler e Giuseppe “Cammo” Camuncoli e “I resti di Jacinto” di Karen Traviss, romanzo della saga di Gears of War edito da Multiplayer. Ho appena terminato anche “12 Children of Paris”, nuovo romanzo di Tim Willocks, in uscita questo maggio per Jonathan Cape, e l’affresco epico fantasy incredibile di Joe Abercrombie “The Heroes” per quei geniacci di Gargoyle Books.
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente successo durante questi incontri.

Adoro fare tour promozionali. Be’ molto divertente è stato quando Victor Gischler ha voluto comprare le Winx per le nipotine e siamo andati al supermercato del giocattolo a Piacenza. Ho visto l’uomo di Baton Rouge svaligiare un’intera corsia e poi carico di bambole e scettri fatati andare in cassa a pagare, un momento di puro delirio: quell’uomo è un pazzo.

Oltre che scrittore sei anche traduttore. Quali sono i tuoi prossimi lavori di traduzione?

Dunque ho appena finito di tradurre Money Shot di Christa Faust, romanzo finalista all’Edgar Award che uscirà quest’autunno per Revolver, ho tradotto la miniserie a fumetti di Spike, firmata da Victor Gischler e un paio di fumetti di Joe R. Lansdale, tanto per stare in allenamento. Entrambi questi lavori usciranno in estate per Edizioni BD. Fra poco dovrei partire con la serie dei G I JOE.

Progetti per il futuro?  

Un thriller storico virato al gotico, una trilogia di romanzi urban fantasy con vampiri su cui sto lavorando, il terzo romanzo di Mila, una commedia pulp, parecchi fumetti in forno.

:: Segnalazione di Destini di sangue. Un’indagine dell’ispettore Sangermano di Marco Di Tillo (Arkadia Editore, 2013).

7 Maggio 2013

Invito Aperitivo in gialloUna Roma gelida e piovosa. Il Natale alle porte. Per Marcello Sangermano, ispettore dell’Unità Operativa per i Crimini Seriali, laico consacrato e uomo di profonda umanità che nella vita privata si occupa del reinserimento di giovani ex tossicodipendenti, non può esserci fine anno peggiore. Da qualche mese si aggira per Roma un assassino sadico e spietato i cui obiettivi sono innocui anziani trucidati senza alcuna pietà e poi fatti a pezzi. Nonostante le indagini frenetiche, la pressione dell’opinione pubblica spaventata e delle autorità che chiedono con decisione una soluzione al problema, la ricerca del colpevole è a un punto morto. A soccorrere Sangermano sarà un indizio fortuito che lo porterà sulla giusta strada, segnata dagli incroci coi vicoli di un passato torbido e squallido.

Marco Di Tillo ha scritto per più di vent’anni programmi televisivi e radiofonici per la Rai, insieme a Serena Dandini, Piero Chiambretti, Nanni Loy, Enza Sampò. Ha scritto e diretto per il cinema la commedia “Un anno in campagnae ha diretto, sempre per il cinema, il giallo per bambini “Operazione Pappagallo, scritto insieme a Piero Chiambretti e Claudio Delle Fratte. È autore dei romanzi d’avventura Il giovane cavaliere (Einaudi) e Tre ragazzi ed il sultano (Mursia). È inoltre autore delle favole illustrate Mamma Natale e Mamma Natale e i Pirati (entrambi editi da Mursia). Come autore di fumetti ha scritto tra l’altro per “Il Giornalino” i testi per le serie “I grandi del cinema”, “I grandi del jazz”, “I grandi del calcio” insieme ai migliori disegnatori italiani. È stato vincitore del premio “Nuova Strip italiana” con la striscia Piero (disegni di Fabio Petrassi) e premiato al Salone dei Comics di Lucca. È autore insieme allo scrittore americano Augustine Campana del thriller “The Other  Eisenhower” pubblicato di recente negli Stati Uniti dalla Webster House Publishing.

:: Recensione di Il labirinto occulto, Luca Filippi, Leone editore 2013 a cura di Viviana Filippini

7 Maggio 2013

il-labirinto-occulto_LRGMistero, frasi da interpretare e segni da decodificare uniti ad un buona dose di azione e suspense ad alta tensione sono gli ingredienti della nuova avventura con protagonista Tiberio Di Castro, l’esperto di necroscopia uscito dalla penna di Luca Filippi. Di Castro è uno speziale nella Gorizia del 1503. Qui, si è trasferito dopo essersi lasciato alle spalle – per cause di forza maggiore – il soggiorno romano di lavoro e studi. Il cerusico è  un uomo compatto, tutto razionalità, scienza e poco interesse per le scartoffie di magia, ma il bruto e inspiegabile assassinio del mercante di libri De Visser, porterà Tiberio a lasciarsi coinvolgere in un’ intricata indagine per capire chi ha ucciso il mercante e soprattutto cosa stava cercando di tanto importante. E sarà proprio la scoperta di un antico manoscritto appartenente ad una civiltà scomparsa a calamitare gli interessi di Tiberio e di meschini esponenti del clero pronti a tutto – compreso il commissionare omicidi-  pur di impossessarsi dell’importante reperto.  Il labirinto occulto è ambientato tra Gorizia, Venezia, Capodistria, Ravenna e la Roma del Cinquecento italiano, luoghi nei quali Tiberio dovrà affrontare invasioni dei popoli Turchi, oscure creature e il pregiudizio popolare, mantenendo una particolare attenzione a quello che accade nell’Urbe, dove papa Alessandro VI muore dando il via ad una oscura maledizione. Nell’indagine Tiberio non è solo, accanto a lui compaiono alcuni interessanti personaggi che nel corso della narrazione dimostreranno di essere astuti, geniali e perspicaci nel sostenere lo speziale nella sua ricerca. Isabella De Visser, il guerriero Vilko, il suo signore Lovro Ilko, Bona Almerigonga e anche l’ambiguo – in tutti i sensi – chierico Jean Christophe sembrano gli uni distanti dagli altri, ma in realtà a legarli ci sono piccoli frammenti di vita vissuta che emergeranno pagina dopo pagina nella trama creata da Filippi. Questi personaggi non sono dei semplici comprimari che hanno il compito di sostenere Tiberio nell’indagine e di far incedere la narrazione del Labirinto occulto. Loro sono attori importanti che hanno tanto da dire e da fare, per imparare e tramandare nel tempo conoscenze importanti necessarie alla salvaguardia del genere umano. Tutti i protagonisti di questa avventurosa caccia all’antico reperto e all’assassino sono dotati di una molteplicità di sentimenti ed emozioni che li rendono ambigui, fragili e umani, perché nonostante cerchino di mantenere il sangue freddo e il controllo su ogni cosa che li travolge, il loro animo e cuore dimostreranno una sensibilità che va oltre la dimensione letteraria che li rende persone dotate di una fine psicologia. Anche in questo nuovo libro edito da Leone, Luca Filippi dimostra tutta la sua passione per la storia passata mescolando elementi e persone realmente esistiti con personaggi ed accadimenti concepiti dalla fantasia, in un impianto narrativo solido dove i colpi di scena arrivano all’improvviso spiazzando chi legge. Il ritmo è così intenso e costante da spingere il lettore ad incedere pagina dopo pagina alla scoperta dell’epilogo di questa intricata indagine nella quale Tiberio di Castro è coinvolto. Curiose sono anche le descrizioni delle operazioni chirurgiche compiute dal cerusico  nel Cinquecento, che fanno capire a chi legge quanto i mezzi a disposizione fossero minimi e quanto fosse importante per chi faceva il medico riuscire a salvare e guarire una vita. Interessante – e molto utile direi per i rimandi alle fonti –  la nota finale nella quale Filippi ci spiega tutti i riferimenti espliciti alla realtà passata con nomi e documenti presenti all’interno della narrazione sotto spoglie letterarie.

Luca Filippi, romano, è nato nel 1976 sotto il segno del Leone. Dopo gli studi classici ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia. Attualmente lavora come medico ospedaliero. È sposato con Antonella ed è padre di Lucilla e Alessandro. Ama leggere, soprattutto noir e romanzi storici. Nella scrittura cerca di coniugare la passione per il passato con quella per l’indagine scientifica. Per Leone Editore ha pubblicato L’arcano della Papessa – Intrigo alla corte dei Borgia, I diavoli della Zisa Sangue giudeo; inoltre, ha scritto i racconti «Il marchio della strega» per l’antologia La superbia(Giulio Perrone Editore) e «La neve a Trieste» per l’antologia Leon Battista Alberti (Albus Edizioni). Scambia opinioni su storia e letteratura attraverso il blog lavibrazionenera.blogspot.com.

:: Un’ intervista con Eleonora C. Caruso a cura di Elena Romanello

7 Maggio 2013

comunque vada non importaOggi si parla spesso di disagio giovanile, che non si esprime più solo con droga e sballi di vario tipo, ma anche con il rinchiudersi in se stessi e in passioni autoreferenziali, una tendenza che è stata individuata e studiata in Giappone, il Paese da cui arrivano manga ed anime, con gli otaku, i patiti di fumetti e di animazione, e gli hikikomori, le persone soprattutto giovani che si chiudono in casa tra videogames e manga.
Eleonora C. Caruso, nota con lo pseudonimo di CaskaLangley, ha raccontato una storia di hikikomori italiani in Comunque vada non importa, edito da Indiana, un libro di debutto interessante che rivela un mondo che interessa giovani e meno giovani, attraverso la storia di Darla, ragazza milanese che passa le sue giornate davanti al computer e attaccata ai manga, e che esce di casa solo per andare in fumetteria, finché un evento non la porterà a rivedere le sue priorità.

Questo libro è il tuo esordio in libreria, ma tu sei già nota come autrice di fanfic, le storie ispirate a fumetti, cartoni animati, film e telefilm.

Io do per scontato che prima di pubblicare un libro si è già scritto altro. Ho iniziato una decina d’anni fa a pubblicare fanfiction, e facendo così ho capito ad un certo punto che mi sarebbe piaciuto pubblicare qualcosa di mio. Ho iniziato questa mia attività nel 2000, quando Internet era all’inizio, vedendo che venivano lette e commentate, e anche apprezzate. Ho iniziato con storie su Neon Genesis Evangelion, poi sono passata anche a Final Fantasy, Full metal alchemist, Sailormoon, Sherlock e X-men, ne scrivo tuttora e sono nel sito di EFP Fanfiction.

Come hai immaginato il personaggio di Darla e gli altri comprimari del libro?

Mi rendo conto che i miei personaggi sono un po’ angoscianti per come vivono e si comportano. Mi sono chiesta come punto di partenza che protagonisti avrei voluto, e ho pensato ad una ragazza che sarebbe potuta essere una mia amica, piena di difetti, a tratti da prendere a schiaffi e indisponente.

Come sei arrivata a pubblicare?

Tramite i contatti che ho preso alla rassegna Pordenone legge, una mia fanfiction era stata letta da Loredana Lipperini che mi aveva consigliato di propormi. Ho scelto Indiana perché è stata la prima casa editrice a rispondermi e perché comunque è una piccola casa editrice presente e che fa girare i suoi titoli.

Il tuo pubblico di Internet è passato in libreria a comprare il libro?

Sì, e ne sono stata molto contenta, perché ero preoccupata che non piacesse ai miei lettori, che hanno letto tante mie cose, ma diverse da questo libro.

Quali sono i tuoi must come libri, cinema, serie tv,  fumetti e simili?

Sono arrivata a leggere tardi, in casa mia non c’erano molti libri, comunque adoro classici come Cime tempestose, e anche autori di oggi come Michael Cunningham e Richard Yates. Ovviamente mi piacciono molto manga ed anime, per quello che riguarda le serie tv nomino un classico di sempre come Buffy the vampire slayer e il recente Breaking bad, decisamente fuori dalle righe e politicamente scorretto.

Ma in definitiva di cosa parla il tuo libro?

Parla di una solitudine autoimposta, quella di Darla, emblematica di un problema di oggi, quello di tagliare fuori gli altri dalla propria vita e di arrivare a non uscire più di casa, una cosa che per lei è una necessità. Bisogna dire che questa forma di isolamento colpisce soprattutto nei centri piccoli, chi vive lì e non si riconosce nel branco ha come unica alternativa quella di isolarsi. Sono partita comunque da cose che conosco bene, il mondo dei vari fandom, che è il mio ambiente di riferimento.

Prossimi progetti?

Al momento sono alle prese con una fanfiction di Full metal alchemist ambientata in un universo parallelo e poi vedrò a cosa lavorare.

:: Recensione di La stagione dei ricordi perduti, Ellen Marie Wiseman, Newton Compton, 2013 a cura di Viviana Filippini

5 Maggio 2013

ricordiSono una miriade i romanzi che si occupano della Seconda guerra mondiale, ma quelli che ho letto fino a questo momento di solito si sono sempre sviluppati sul campo di battaglia, dentro a quelli di concentramento o sulle montagne dove agivano i partigiani. In questi mesi mi sono capitate tra le mani storie belliche ambientate nel mondo civile, in particolare nella Germania degli anni Trenta e Quaranta del Novecento. L’ultimo libro di questo tipo letto è La stagione dei ricordi perduti di Ellen M. Wiseman, autrice americana di origine europea, la quale sviluppa la sua storia nel mondo sociale tedesco in un piccolo paesino della Germania del Sud. Qui vive Christine, una ragazza che con la madre lavora dai Bauerman, un’importante famiglia di origine ebraica dove è nato il giovane Isaac. Tra i due nasce una rapida intesa e in breve tempo l’amicizia si trasforma in amore reciproco, rispettoso, fino a quando l’imporsi sempre più effettivo del regime hitleriano metterà a repentaglio l’incolumità della coppia. Povertà, rappresaglie compiute da parte della Gestapo verso i tedeschi sospettati di aver aiutato gli ebrei, deportazioni, violenza e la fame dentro e fuori i campi di concentramento sono i temi riguardanti l’umanità europea tra il 1939 e il 1945. Su di essi si innesta la storia della famiglia di Christine con i drammi interni derivanti dal degrado esistenziale causato dal conflitto bellico. Christine e Isaac vengo da due mondi diversi – lei cattolica, lui ebreo – ma indipendentemente dalle origini la brutalità della guerra non risparmierà a nessuno dei due violenze e ritorsioni, i cui effetti non sempre calcolabili si rifletteranno sul vissuto privato di entrambi. Le pagine di  La stagione dei ricordi perduti corrono via veloci e nonostante il tanto male presente in esse, la speranza e l’amore si dimostrano essere alcuni tra gli antidoti  presi ad uso dai personaggi per rialzarsi e tentare di continuare a vivere. I personaggi principali sono la coppia di giovani che con la forza dell’amore sfidano un regime autoritario per cercare la salvezza. Allo stesso tempo i tanti comprimari che agiscono accanto a loro – sorelle, fratelli, amici – sono coinvolti in situazioni che evidenziano l’espansione ramificata di un dramma comune a molti. Un esempio toccante di questa drammatica realtà è la vicenda riguardante Maria, sorella di Christine, anche lei sopravvissuta alla guerra, purtroppo vittima di una violenza derivante dai disordini post liberazione che segneranno per sempre la vita e il suo destino. La stagione dei ricordi perduti è una narrazione dal ritmo incalzante, ricca di sentimenti ed emozioni che aiutano il lettore  a conoscere la dimensione del vissuto civile della popolazione tedesca durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale. L’autrice dichiara che i protagonisti della vicenda non sono suoi parenti diretti, ma conferma che quello che i suoi nonni e genitori vissero in Germania in quegli anni è sicuramente stato una fonte importante di ispirazione.  La stagione dei ricordi perduti è un romanzo dove amore, terrore, coraggio, speranza e bisogno di giustizia convivono, restituendo a noi lettori il quadro del dramma – da non dimenticare per non ripetere gli errori del passato- che colpì l’intera umanità della Germania e dell’Europa. Traduzione dall’inglese di Maria Grazie Perugini.

Ellen Marie Wiseman è nata e cresciuta in un piccolo paesino della Stato di New York. La stagione dei ricordi perduti, il suo primo romanzo, si ispira alle storie dei suoi nonni e dei suoi genitori, arrivati negli Stati Uniti dopo aver conosciuto gli orrori della Seconda guerra mondiale e dello sterminio. La Wiseman vive con il marito sulle rive del lago Ontario. Per saperne di più su di lei: ellenmariewiseman.com.

:: Recensione di Il buon informatore di John Banville (Guanda, 2013) a cura di Michela Bortoletto

5 Maggio 2013

john-banville-il-buon-informatoreJohn Glass è un giornalista irlandese da poco trasferitosi a New York. Nel passato è stato un corrispondente di prima linea: l’Intifada, il conflitto nordirlandese, Piazza Tienanmen. Abituato a trovarsi in mezzo a conflitti, guerre e rivoluzioni, Glass fatica ora ad abituarsi alla vita tranquilla e agiata di New York. Ha una moglie troppo impegnata per un’organizzazione benefica per dedicar a lui del tempo, un figliastro che lo odia e una pittrice  come amante.
La noia, la voglia di riscatto, la monotonia e soprattutto il ghiotto compenso economico offertogli sono alla base della decisione di Glass di accettare di scrivere la biografia di William “Big Bill” Mulholland: ex agente della Cia, magnate delle telecomunicazioni e suocero di John Glass.
Scrivere la biografia di Big Bill non è semplice. Con il suo passato di agente della Cia Big Bill ha parecchie informazioni che sono state nascoste e che devono rimanere tali. Inoltre è pur sempre il suocero di Glass e far emergere un passato non troppo immacolato significherebbe probabilmente mettere nei guai il suocero e rovinare la reputazione della moglie.
Preso da mille dubbi, John Glass decide di contattare Dylan Riley,  un giovane cacciatore di informazioni. Riley verrà incaricato da Glass di scoprire quante più cose possibili sul conto di William Mulholland.
Ma presto Riley verrà trovato morto: ucciso da un colpo di Beretta. Che abbia scoperto fin troppe cose?
Chi lo ha messo a tacere? Per quale motivo? Cos’aveva scoperto? E perché Riley nella sua ultima telefonata prima di morire ha detto a Glass di avere qualcosa di compromettente sul suo conto?
John Glass, preso ora da infiniti dubbi, comincia così una propria indagine per scoprire la verità sulla morte di Dylan Riley ma soprattutto su ciò che il povero informatore aveva scoperto di così scottante e compromettente da costargli la vita.
Il maggiore sospettato è ovviamente Big Bill ma il destino avrà in serbo sorprese ben peggiori per John Glass che si ritroverà presto a dover scegliere tra la verità e la famiglia. D’altra parte Glass era stato avvertito  “Siamo tutti colpevoli, tutti noi… te compreso!” Ora starà a lui scegliere fino a che punto essere colpevole.
Il buon informatore è essenziale e tagliente. Banville in poche pagine riesce a delineare perfettamente i dubbi, le certezze e le difficoltà di John Glass. Non si perde in ridondanti descrizioni ma va subito ai fatti, all’essenziale delle cose. Il buon informatore è, dal mio punto di vista,  una lettura ideale per un pomeriggio al mare. Trad. di Irene Abigail Piccinini.

John Banville è nato a Wexford, in Irlanda, l’8 dicembre del 1945. Romanziere e giornalista, scrive anche con lo pseudonimo di Benjamin Black. Banville ha studiato alla Christian Brothers’ School e al St Peter’s College a Wexford, ma non ha frequentato l’università. Alla fine degli anni Sessanta divenne redattore dell’Irish Press, per poi essere promosso capo redattore. Dopo il fallimento dell’Irish Press divenne redattore dellIrish Times. Venne nominato redattore letterario nel 1998 ma infine decise di andarsene. Banville scrive nel The New York Review of Books fin dal 1990. Banville ha un grande interesse per la vivisezione e i diritti degli animali e spesso rilascia dichiarazioni contro l’utilizzo della vivisezione a scopo di ricerca nelle università irlandesi.

:: Segnalazione di Notte sanguinaria di Allan Guthrie (Revolver, 2013)

4 Maggio 2013

Allan Guthrie -  Notte SanguinariaDopo Dietro le sbarre, la collana noir- crime Revolver delle edizioni BD riporta in Italia il maestro del tartan noir scozzese Allan Guthrie con il suo Notte sanguinaria, titolo originale Savage Night, tradotto da Marco Piva Dittrich. Diamo un’occhiata alla trama decisamente pulp. Due famiglie di psicopatici: i Savage da una parte e i Park dall’altra. Una vendetta incrociata che minaccia di tritare nell’ingranaggio tutto quello che incontra sul proprio cammino. Un maniaco con una maschera da sci e una katana, una vecchia signora bisognosa di cure, una resa dei conti al cimitero: tutto nel nuovo romanzo di Allan Guthrie è al di là del bene e del male. Dal bagno di sangue iniziale in poi Notte sanguinaria è un unico infinito colpo di scena. Tanto black humour e una storia folle ma costruita in modo ineccepibile, montata a flashback come nel migliore cinema di genere, per un romanzo che tiene incollati fino alla fine. In libreria dal 9 maggio.

Allan Guthrie vive ad Edimburgo. Autore di cinque romanzi e tre novelle ha vinto nel 2007 il Theakstons Old Peculier Crime Novel of The Year ed è stato finalista all’ Edgar , all Antony, e al Gumshoe Award. I suoi romanzi sono stati tradotti in dodici lingue fra cui italiano, francese, tedesco, turco, danese, spagnolo e finlandese. Allan Guthrie è stato paragonato a Irvine Welsh e Ian Rankin.

:: Recensione e intervista di Delitti politici di Fabio Giovannini (Stampa Alternativa, 2013) a cura di Marco Minicangeli

4 Maggio 2013

Delitti politiciSarei tentato di dire che Delitti politici di Fabio Giovannini è un libro necessario e questo per tanti motivi. Il primo è una necessità “cronachistica”, nel senso che in molti dei quindici casi trattati ci sono notizie che i media non hanno adeguatamente trattato a favore di una verità ufficiale. Effettivamente, come dichiara lo stesso scrittore, non troviamo nuovi indizi o nuove prove, ma il tentativo di leggere con spirito critico quello che è uscito. Per esempio sulla morte di Papa Luciani (“Veleni ecclesiastici”) siete proprio sicuri di sapere tutto? Ma Delitti politici è un libro necessario soprattutto perché ci insegna a fare domande su uno Stato che molte volte ha agito da protagonista, ha occultato, depistato. Talvolta ucciso.
Dei quindici casi che Giovannini ha scelto, ci sono vicende molto note — come quella già accennata di Papa Luciani, oppure il caso Calvi o quello Mattei — ed altre invece che personalmente scopriamo tra le pagine di questo breve saggio. Uno è il caso Petrone avvenuto nel 1977 e che è stato archiviato come l’ennesima vittima di quella battaglia politica avvenuta negli anni di piombo. La morte di questo militante di sinistra causò un clima di guerra civile strisciante a Bari e ad esser invischiati c’era poi anche nomi che poi avremmo ritrovato negli anni successivi in Parlamento. Insomma politica ed assassinio, un connubio che viene pubblicamente sempre disconosciuto in nome della democrazia e della non-violenza. Fermo restando poi che i fautori di una via “pacifica” al potere sono poi sempre pronti a girarsi dall’altra parte, quando non ad agire direttamente.
L’approccio di Giovannini a questa materia è molto narrativo: le quindici storie si leggono d’un fiato ed appassionano dalla prima all’ultima riga. Come appassionante è l’appendice dove l’autore riporta il famoso articolo di Pier Paolo Pasolini “Io so” pubblicato sul Corriera della sera trent’anni fa, ma drammaticamente moderno. Unico difetto del libro, il prezzo: 14,00 euro. Ma Stampa Alternativa non era quella dei Millelire?

Intervista all’ autore

Proviamo ad immaginare una nuova categoria, la “criminologia politica”. Se inquadrassimo la storia d’Italia degli ultimi 30 anni con questa lente avremmo qualcosa di diverso?

Una criminologia politica permetterebbe di capire i veri centri del potere, perché ogni delitto politico (escludendo il terrorismo e la lotta armata che hanno caratteristiche specifiche) avviene con una serie di coperture, mandanti, depistaggi e manipolazioni che, se indagati e individuati, indicherebbero chi davvero comanda o ha comandato in questo paese: quali organizzazioni, lobby, centri di potere, sodalizi hanno gestito nei fatti e non nell’apparenza la politica della Repubblica. Quindi una criminologia politica sarebbe di grande aiuto anche per analizzare i fondamenti della crisi attuale, più di altri punti di vista.

Dopo anni di militanza culturale, come definiresti la situazione odierna?

In Italia, pessima. Le concentrazioni editoriali stanno portando all’estinzione delle librerie e delle case editrici indipendenti (di grandezza media, mentre le piccolissime sopravvivono e si moltiplicano nella loro nicchia). Il complessivo declino della politica, poi, si riflette sul piano culturale (o forse l’una è lo specchio dell’altro) con un panorama della narrativa italiana spento e privo di qualsiasi eccezione. Non mi sento motivato a leggere autori italiani da anni, a parte qualche raro esempio nella letteratura di genere. C’è un Pasolini dei nostri tempi? o un’Elsa Morante? Li cito a caso tra i tanti e non per nostalgia, ma perché con le loro opere erano capaci di innescare discussioni e riflessioni di grande rilievo. Io non vedo niente di simile ai nostri giorni. Anche gli scrittori più venduti scrivono libri transeunti che restano nella memoria per pochi mesi e poi svaniscono nell’affollamento del marketing.

Carta o ebook?

Per ora resto affezionato alla carta, ma l’ebook è un utile strumento, soprattutto per la saggistica perché permette di “navigare” in un testo con facilità (ad esempio per trovare parole chiave, nomi, per annotare, ecc.). Attualmente mi sembra che la spinta all’ebook sia più una necessità del mercato e meno un’esigenza sentita dai lettori. L’ebook ha comunque il vantaggio di non occupare spazio e di essere facilmente riproducibile (anche attraverso quella che viene definita “pirateria”, anche se a volte è in realtà utile allargamento e distribuzione di conoscenza).

Veniamo al libro. Partiamo dalla sua appendice, l’ “Io so” di Pasolini. Possibile che non sia cambiato nulla?

Forse la situazione è ulteriormente peggiorata. Innanzitutto perché non c’è più quella sinistra politica che lo stesso Pasolini richiamava nel suo testo (pur sottolineandone le contraddizioni) e che era spesso uno sprone per arrivare alla verità sui misteri insoluti della Repubblica. Non solo Pasolini, ma tanti scrittori, saggisti, giornalisti non omologati hanno “saputo” in questi anni, e lo hanno scritto e detto. Nessuno è riuscito, però, a trovare le prove che Pasolini stesso diceva di non avere. In questo anche la magistratura ha le sue colpe. Oggi si parla tanto di “toghe rosse”, ma ribaltando la realtà: in Italia c’è stata un’egemonia della magistratura conservatrice, collusa con le forze politiche dominanti e pronta a insabbiare quando necessario o a orientare le sue energie in direzioni di comodo.

Perché hai scelto questi casi? E pensi che sarà mai possibile far completamente luce su queste vicende?

Ho scelto casi che sono molto noti e altri che pochissimi ricordano. Tutti però sono unificati dall’assenza di “soluzione”. Sembra che il dato caratterizzante dei delitti politici italiani sia l’impossibilità di fare chiarezza e individuare responsabili e mandanti. Il tempo potrebbe aiutare ad andare a fondo su alcuni delitti e svelare le vere responsabilità. Ma solo una rivoluzione politica potrebbe consentirlo davvero.

:: L’edizione 2013 del Premio Calvino a cura di Elena Romanello

4 Maggio 2013

calvino_pericoliSi è svolta a Torino, al Circolo dei lettori, la premiazione dell’edizione 2013 del Premio Calvino, dedicata agli scrittori esordienti, e giunto alla ventiseiesima edizione, per promuovere i talenti nuovi in collaborazione con la casa editrice Einaudi.
La Giuria, formata da Irene Bignardi, Maria Teresa Carbone, Matteo Di Gesù, Ernesto Ferrero, Evelina Santangelo, ha premiato Cartongesso di Francesco Maino, un misto tra un romanzo, un saggio e un pamphlet, incentrato su un’invettiva contro il disfacimento della società italiana, tra consumismo, omologazione, cementificazione, partendo dal Veneto, dove il paesaggio naturale è stato rovinato dai capannoni di un boom industriale finito sotto i colpi della crisi di questi ultimi anni. Francesco Maino, classe 1972, di Livenza, avvocato a Vicenza, oltre a scrivere e a seguire cause legali si occupa di insegnare diritto in una scuola professionale e in passato ha fatto l’aiuto necroforo in una ditta di onoranze funebri.
Le due menzioni speciali della Giuria sono andate a I costruttori di ponti, di Simona Rondolini, storia familliare tra musica classica e vita in fabbrica in un mattatoio, e Come fossi solo di Mario Magini, che ricorda una pagina rimossa della recente Storia recente, il massacro di Srebrenica, attraverso il racconto di tre personaggi, un giudice internazionale, un soldato delle forze di interposizione Nato e un miliziano serbo bosniaco.
Negli anni scorsi dal Premio Calvino sono emersi importanti talenti e successi, a cominciare da Maria Pia Veladiano, vincitrice nel 2010, con La vita accanto. Il Premio Calvino fa emergere autori di storie interessanti e spesso scomode, controcorrenti e non banali. Vedremo nei prossimi mesi come si muoveranno nell’editoria italiana i libri di questi nuovi autori.

:: Recensione di Il libro segreto di Sherlock Holmes di John Underwood (Newton Compton, 2013) a cura di Micol Borzatta

4 Maggio 2013

Il libro segreto di Sherlock HolmesJacob Fleming, chiamato da tutti Jake, è un giornalista del San Francisco Tribune con la passione di indagare sui casi impossibili, come quello di qualche anno prima in cui sosteneva che William Shakespeare non avesse scritto di suo pugno le sue opere.
A causa di tagli al personale Jake viene licenziato dal Tribune, ma proprio in quei giorni un serial killer inizia a seminare vittime in giro dando l’impressione di seguire le tracce di un altro famosissimo serial killer: Jack lo squartatore.
Jake inizia a indagare e viene riassunto come freelance dal Tribune per far luce su questi crimini e trovare il collegamento che li accomuna al loro precursore di due secoli prima.
Jake inizia a indagare e scopre che alla base dei crimini ci sono prove che li collegano agli Illuministi, ai Massoni e ai Rosacroce e tutto questo lo porta a indagare anche su Arthur Conan Doyle, invento re di Sherlock Holmes che ebbe successo proprio negli anni in cui Jack lo squartatore mieteva vittime.
Una storia davvero intrigante che unisce fatti realmente accaduti a fatti romanzati con una maestria impressionante che porta il lettore a pensare per tutta la durata della lettura che sia tutto reale e non un’opera di fantasia.
Strutturato in maniera ottimale sa tenere il lettore coinvolto nella lettura fino alla fine invitandolo a cercare di risolvere i misteri in prima persona.
Lo stile di narrazione è molto semplice e scorrevole, pur essendo la scrittura molto precisa e approfondita. Il romanzo non risulta minimamente noioso o pesante in nessuna delle sue parti.
Coinvolgente e appassionante è adatto a tutti gli amanti del thriller e ai nuovi che si vogliono avvicinare al genere.
Traduzione di Lucilla Rodinò fino al capitolo 17 e Stefania Di Natale dal capitolo 18 alla fine.

John Underwood, pseudonimo dello scrittore Gene Ayres con il quale ha firmato sia questo libro che la sua precedente pubblicazione Il libro segreto di Shakespeare. Prima di diventare scrittore ha collaborato con diverse testate americane tra cui Harper’s Magazine, Running Times, Worldwatch Magazine, e con alcune case cinematografiche come la Universal Studios e la Warner Brothers. Attualmente vive a Seattle con la moglie e la figlia.