con sottofondo de “Nella mia ora di libertà”, di Fabrizio De André
“Claudio, magistrato, è passato indenne attraverso le difficili stagioni che hanno caratterizzato il passato recente d’Italia. Le stragi, i servizi segreti deviati, i depistaggi, le BR, i NAR. Quando oramai è convinto che la sua carriera si sia assestata in una placida quotidianità, all’improvviso, i tempi andati tornano a bussare alla porta rumorosamente. L’amico poliziotto Gianvittorio lo aiuta ad incontrarsi con Violetta, l’amata compagna degli anni giovanili, brigatista mai pentita, pronta a fargli una rivelazione sconvolgente. È lei infatti che ha custodito per decenni un segreto che potrebbe spiegare molti dei fatti che, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, hanno sconvolto l’Italia: la strage di Ustica, il treno Italicus, piazza Fontana. E la strage di Bologna. Tutte le certezze acquisite da Claudio si sgretoleranno progressivamente. Perché Violetta non è solo una brigatista incapace di riconoscere i propri errori. Violetta è il paradigma di una esperienza vissuta follemente, il mistero esistenziale che Claudio deve assolutamente svelare se vuole arrivare, finalmente, al fondo della questione.” Pensa che gli “anni ’70” e le derive estremiste che li hanno accompagnati siano ancora molto attuali nello spirito italiano?
R. Sono molto vive nella generazione che le ha vissute e mantengono un carattere indelebile. Gli anni 70 sono stati caratterizzati da una serie di fatti che hanno modificato, per sempre, i giovani che, a quei tempi avevano intorno ai vent’anni. Era un periodo cupo, caratterizzato dal terrorismo dall’ideologia imperante, dall’obbligo allo schieramento netto, dalle mode che dipingevano i tratti dei comportamenti: c’erano cose di destra e cose di sinistra ed ognuno si integrava all’interno del suo status. Si viveva un momento molto confuso e con un futuro piuttosto complesso. Se ne usciva dal periodo del 1968 e si organizzava il 1977 con slogan forti, decisi. C’era il movimento, gli indiani metropolitani, l’area dell’autonomia operaia, la creatività al potere, una risata che doveva seppellire il tutto, la dissacrazione. Le idee camminavano nei volantini, nelle assemblee, c’era la scoperta del sesso come liberazione, lo slogan che il privato fosse politico. Erano, chiaramente grandi illusioni, piccoli attimi, cuori pulsanti che convivevano però con una scelta netta di alcuni giovani di quel periodo: la lotta armata. E’ stata questa la cartina di tornasole di quegli anni rinominati di piombo. Vi è stata l’impossibilità di un dibattito che, seppure con molte asprezze, riuscisse a cambiare la classe politica sorda e cupa agli avvenimenti del periodo.
Rispetto ad altri testi che vedono un magistrato come protagonista il suo “Il piano zero” ha più il ritmo di un poliziesco, scritto con un registro inusuale per la letteratura giudiziaria. Quali sono stati i “Cattivi Maestri” che hanno ispirato questo ritmo di scrittura?
R. Mi è sempre piaciuto raccontare con una certa enfasi le cose. Mi piaceva l’idea che il mio Magistrato si muovesse dentro le parole in un periodo molto confuso. Il poliziesco, poi, doveva ricordare le indagini di quel periodo, il modo di verificare le prove ancora artigianalmente, il gioco del complotto molto in voga alla fine degli anni settanta. Mi piace, per esempio, il ritmo esagitato imposto dall’immenso Gian Maria Volonte in “indagine di una cittadino al di sopra di ogni sospetto”, era un buon punto di partenza, giocare con il cinsimo e con l’inverosimile. Ma anche Scebarnenco, quella Milano borghese e cupa, con qualche spruzzo lirico di Amado quando racconta delle lotte per il cacao. Ma anche King, in alcuni tratti, Adler e punti di ironia del grande Montalban.
Nel libro non ci sono vincitori o vinti, ma solo vittime di un “percorso storico”. La scelta è stata voluta dall’inizio oppure è stato l’evolversi della storia a farle dipanare un’analisi così oggettiva?
R. No, per chi ha vissuto quegli anni sa benissimo che tutti hanno delle ferite indelebili. C’è stata una lotta, una divisione terribile, dolorosa, dove nessuno ha vinto. Il potere si è solo difeso, arroccandosi contro la violenza armata e questo era legittimo, ma nessuno di loro si è fermato ad analizzare perché ragazzi di vent’anni decisero di distruggere la propria vita ed abbracciare un ideale perdente. Le brigate rosse poi, non capirono, fino in fondo un problema fondamentale: la massa, il popolo, i proletari, come li chiamavano, non c’erano dietro di loro. Quella lotta armata era, paradossalmente un gioco piccolo borghese che non trovava riscontri e con l’omicidio di Guido Rossa, il sindacalista della CGIL, si concluse definitivamente la loro offerta “politica”. I due schieramenti si trovarono così a prendere delle scelte senza aver fatto delle chiare analisi. Tutti, all’interno di questo minimalismo storico hanno perso anche perché quello che è scaturito è legato all’edonismo e al qualunquismo dilagante scaturito negli anni ottanta e novanta dove non c’erano più cortei studenteschi, non c’era la difesa della democrazia ma, piuttosto il nuovo slogan, metafora del paese: Milano da bere.
Già in passato si è occupato, in altri testi, di indagini con la Sardegna come cornice. Pensa che questo possa dare una connotazione originale ai suoi libri?
R. La Sardegna è un tatuaggio indelebile che mi porto dentro. Dico sempre che nessuno scegli il luogo dove nascere ma, quando ci si trova diventa irrimediabilmente suo. Far muovere i personaggi dentro la mia terra è chiaramente più semplice anche se, in realtà, ci sono molti spostamenti su Roma (sia nel giorno di moro che nel piano zero). La Sardegna è terra aspra, dura, piena di contraddizioni: sa respingere e sa avvolgere, riesce a regalare una cornice solitaria ma anche densa di parole. Claudio, per esempio, è un personaggio che rappresenta bene tutti gli stereotipi del sardo ma anche l’esatto contrario: è irascibile, testardo, solitario ma, in fondo è terribilmente romantico e fragile.
Nel romanzo sono presenti molti riferimenti alla cultura popolare degli anni ’70. Come si è documentato?
R. Gli anni settanta li ho vissuti intensamente. Ho scritto anche io volantini per la scuola, ho usato il ciclostile modello Gestetner, avevo a casa tutti i dischi che ho citato e dal 1976 al 1984 ho lavorato in una radio libera dove ho potuto vivere quegli strani anni. Mi occupavo di radiogiornale e di musica di autore. E’ stato quindi un privilegio riuscire a raccontare gli attimi che si vivevano. Il sequestro e l’omicidio Moro, la strage di Bologna. Poi c’è stata una sorta di rimozione dovuta probabilmente al nuovo impegno lavorativo. Solo dopo molti anni tutto è ritornato, lucidamente. Ho solo fatto piccole ricerche per i riscontri sotirci, per verificare bene alcune date ma quegli anni sono vivi, terribilmente e fantasticamente vissuti in prima persona.
Sono inoltre presenti brani di canzoni e riferimenti a cantautori di quegli anni. E’ stata importante questa colonna sonora per la stesura de “Il piano zero?”
R. La musica è una delle prerogative della mia esistenza. Da giovane adolescente imparavo le canzoni a memoria, a furia di sentirle nel giradischi Geloso. Consumavo i 45 giri e i 33 giri. Per me, ancora oggi, alcune canzoni rappresentano la colonna sonora della mia vita. Ci sono passaggi, scelte di vita legate indissolubilmente alle canzoni. Da Lolli a De Andrè, a De Gregori, Venditti per quanto riguarda gli italiani ma anche Credence, Deep Purple, Led Zepelin, Queen, Pink Floyd hanno generato i battiti della mia esistenza. La canzone è il manifesto delle mie azioni. Anche oggi ho tutte le canzoni dentro l’I pod. Circa 3400 “vecchie note” che continuo ad ascoltare e mischiare con nuove tonalità.
Quale è stato il metodo di stesura del libro? Ha scritto tutti i giorni? Ha un metodo di lavoro quotidiano?
Sono uno scrittore da “impulso”. A volte resto mesi senza scrivere una parola e mi tengo tutto dentro. Disegno con la fantasia molte sceneggiature che poi scrivo di colpo. A volte devo trovare la soluzione, devo trovare la giusta risposta e mi rifermo. In alcuni casi ho scritto interi capitoli in meno di un’ora per poi rivederli e correggerli a distanza di mesi. Credo che non ci sia un metodo per scrivere. C’è solo la passione. Mi piace costruire storie, far muovere i personaggi, farli arrabbiare, sorridere, innamorare. Mi piace giocare con la vita, con la possibilità di poter incidere in alcune scelte. Scrivere è un allenamento per vivere meglio, per superare certe asperità. Quando non sono d’accordo, quando non mi ci trovo in certi scenari , quello è il momento per scrivere.
Vede una speranza nel mondo dei lettori contemporanei?
R. L’era digitale sta modificando il modo di leggere e di informarsi. Non credo però che il libro cartaceo sparisca del tutto. Abbiamo sempre l’esigenza di toccare qualcosa, di sentircelo terribilmente vicino per consultarlo. Si vive in maniera molto vorticosa. Abbiamo tutti un blog e tutti scriviamo qualcosa ma senza soffermarci. Vedo molta velocità, molta voglia di cambiare, che è lecita ma vedo anche poca creatività. I giovani si rifugiano in letture programmate, i vampiri, i maghetti, tutto fuori dalla realtà. Nessuno sembra avere la voglia di andare a capire cosa è successo, perché abbiamo fatto questo tragitto, perché il mondo si trova da queste parti, perché il nostro paese ha queste contraddizioni. Bisogna riscoprire il gioco della memoria attraverso la lettura. Spero si possa ritornare al racconto, al romanzo classico che si muove tra gli umori della gente e spariscano i vampiri e le fantasie inutili.
Ha in cantiere nuovi romanzi? Come sta andando la promozione de “Il piano zero?”? Sta avendo un riscontro positivo dal pubblico?
R. Il piano zero ha un suo format molto originale. La presentazione è un piccolo spettacolo con la chitarra dove il protagonista del romanzo Claudio Marceddu, prova a raccontarsi attraverso le canzoni di quel periodo e prova a raccontare la sua storia d’amore con Violetta. Lo spettacolo si chiama Un bacio all’improvviso (frase tratta da “con tutto l’amore che posso di Claudio Baglioni) e ripercorre quegli strani anni con allegria e malinconia. La presentazione, in questo modo, è molto apprezzata dal pubblico che sorride in maniera amara.
Il mio prossimo futuro è piuttosto complesso. Lavoro a molte cose, è appena uscito un lavoro teatrale in musica, rappresentato da alcuni attori e ottimi musicisti. Sto lavorando ad un nuovo romanzo ambientato in una Sardegna del dopoguerra dove vi è stato uno strano omicidio ormai dimenticato e che ritornerà nella prima indagine di Claudio Marceddu che ritorna come sostituto procuratore negli anni 80. Ci sarà un incontro particolare, nel 1985, all’Asinara, un incontro che segnerà per sempre la vita di Claudio Marceddu. Inoltre, voglio raccontare la vita di una persona molto particolare che ha una tavolozza di colori molto variegata e ha vissuto per anni nella strada, alla ricerca degli uomini. Ma, per ora, sono solo contorni e le pagine per questa biografia sono bianche.
Quale è il migliore dei mondi possibili? Bella domanda. Così su due piedi mi verrebbe da dire che il migliore dei mondi possibili è quello che un individuo cerca di creare giorno dopo giorno. ed è quello che spera di fare Angelo Della Morte, giovane uomo di legge bresciano nato dalla penna dell’avvocato penalista Nicola Fiorin. Angelo, già protagonista di Lentamente Muore (Arpeggio libero, 2012) il legal thriller che ha conquistato Brescia, e non solo, nell’estate del 2012 è qui coinvolto in una nuova impresa legale. Il nuovo incarico per l’ avvocato in carriera non sarà semplice, perché questa volta non dovrà difendere un cliente qualunque, ma Pietro Berni, il suo docente di filosofia delle superiori accusato di essere un rapinatore seriale. La cornice all’interno della quale si sviluppa come un fiume travolgente la storia di Il migliore dei mondi possibili è Brescia, la città lombarda di viuzze e zone multietniche (San Faustino e il Carmine) che la rendono un fucina multiculturale. Ciò che colpisce di questo libro non è la sola presenza tipica del thriller legale, dove un avvocato deve difendere e scagionare il presunto colpevole, ma l’innestarsi su di essa di tutta un’altra serie di tematiche (amore, amicizia, speranza, disillusione e delusione) che evidenziano il profondo essere umani di Angelo e dei tanti comprimari coinvolti nella stessa avventura. Della Morte è un giovane uomo, minato da strani malesseri, ma animato da un entusiasmo del successo che lo induce a voler entrare a far parte di un mondo – la borghesia cittadina – che in realtà non è proprio il suo e a mettere in crisi questa sua ascesa sociale si innesta il caso del professor Berni, i cui insegnamenti di un tempo tornano a pulsare nel cuore di Angelo. In perenne bilico tra il recuperare il vero io – quello ribelle agli schemi comuni e libertario- o l’abbandonarlo per diventare un qualcuno che non è, Angelo – che nei modi di fare mi ha ricordato l’attore John Belushi – si troverà coinvolto in situazioni grottesche e a volte comiche che lo aiuteranno a comprendere quella che è la sua vera essenza esistenziale. Esemplare da questo punto di vista ne Il migliore dei mondi possibili è l’incontro-scontro tragicomico del protagonista con l’associazione della borghesia bene, la Brixia Fidelis che, come precisa l’autore stesso non ha nulla a che vedere con la Onlus solidale presente davvero a Brescia, in realtà si rivelerà essere ben diversa da come Della Morte se l’era immaginata. Non a caso qui Angelo scoprirà come sotto la facciata di superficie del perbenismo e della fedeltà familiare, i vari soci nascondano comportamenti non molto nobili che hanno come obiettivi fantomatici viaggi week-end lavorativi all’estero in particolari centri di massaggio. In un universo cittadino reso cupo e perennemente umido dall’inverno incombente, Angelo Della Morte recupera gli amici di un tempo per portare a termine la “Missione Berni” riscoprendo grazie a qualche ex fidanzata il suo vero io – quello che sta sempre dalla parte degli indiani – e rendendosi conto che a volte le persone sono disposte a tutto pur di realizzare il loro migliore dei mondi possibili.
E’ da poco uscito nelle sale cinematografiche italiane Il grande Gatsby (The Great Gatsby) diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire e naturalmente questo avvenimento ci ha spinto a leggere, per alcuni rileggere, questo curioso libro di Francis Scott Fitzgerald, per alcuni libro di culto, per altri decisamente meno profondo di Tenera è la notte o evocativo di Di qua dal paradiso. Sta di fatto, comunque, che Il grande Gatsby è un romanzo più complesso di quanto appare e sicuramente difficile da tradurre. Ma quale libro non lo è? Parlo nel titolo di una proposta bizzarra, ora vi spiego. In onore de Il grande Gatsby pensavo di scrivere una mia analisi, poi leggendo un articolo su Wuz, che accostava le traduzioni dell’incipit del romanzo di Fernanda Pivano, Tommaso Pincio, Franca Cavagnoli, Bruno Armando e Alessio Cupardo ( le potete leggere
William Kotzwinkle, classe 1943, non è un autore particolarmente noto in Italia – nonostante abbia all’attivo una quarantina di romanzi, ed un paio di premi prestigiosi.
Dalla quarta di copertina
“Mi sono resa conto che l’unico modo per superare o, almeno, alleviare un dolore non conosce alternative se non quella – l’unica – di attraversarlo”. A volte bastano poche pagine per rivelarti l’intero vissuto di una persona. Poche parole che “bruciano” nella mente e nell’anima. Poi, quando incontri chi ha subìto tutto questo male insensato ti domandi, senza riuscire a trovare una spiegazione plausibile, il perché accadano certi fatti alle persone. Detto questo, la protagonista di Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mia avuto di Francesca Nodari, è Dolores, una ragazza nata e cresciuta in un piccolo paesino della provincia dove tutti si conosco e sanno perfettamente quello che accade. Dolores – che mi ha ricordato la storia biblica di Davide contro Golia – parla al lettore, donna o uomo che sia, raccontando il difficile rapporto che lei ha avuto con il padre o, come lo definisce la protagonista nel corso della storia, con il suo padre biologico. Da subito chi legge entra dentro ad un mondo di ricordi fatto di dolore e sofferenza, nel quale Dolores con una lucidità a tratti disarmante narra le ripetute violenze domestiche subìte da lei e dalla madre. Schiaffi ingiustificati, bugie, disinteresse totale per la propria famiglia e parole dette con il solo intento di ferire e fare del male, assumono la natura di un cinico sfogo di un padre verso il microcosmo che lo circonda. E la domanda che accompagna chi legge e che si ripete di continuo è: Perché? Perché colui che dovrebbe proteggerti, sostenerti ed amarti si rivela essere il tuo peggior nemico? Perché un padre cerca di colpire – senza motivo – una figlia tirandole una moka di caffè? Perché un padre – soprannominato dalla gente di paese Belzebù – agisce in questo modo? A dire il vero non lo so, o meglio non riesco perché forse non c’è, una ragione a questa insensata violenza. Ciò che più ti colpisce leggendo la Storia di Dolores. Lettera la padre che non ho mai avuto della filosofa Francesca Nodari è che ad un certo momento ti accorgi delle somiglianze esistenti tra la protagonista e l’autrice stessa, fino a quando ti rendi conto che Dolores non è un personaggio di finzione ma Dolores è Francesca, che ha assunto questo alterego letterario per raccontare una parte della sua vita. Attenzione, Storia di Dolores è sì un libricino che si legge in meno di due ore, però non è un trattato di filosofia – anche se non mancano citazioni di filosofi e di testi della cultura ebraica e cattolica cristiana- anzi, è un frammento di vita vissuta attraverso il quale chi scrive vuole porre attenzione alla ripetuta violenza attuata verso le donne e allo stesso tempo cerca di incoraggiare chi si trova a vivere in condizioni simili a prendere coraggio e denunciare, prima che sia troppo tardi. I testi filosofici e le scritture sacre citate sono utilizzate dall’autrice per dare una spiegazione possibile per quello che è accaduto a lei e alla madre. La madre di Dolores-Francesca è un presenza importante e costante nel libro, ed è colei che ha dato -e lo fa ancora oggi- alla figlia, quella energia e quella determinazione per affrontare il domani, dimostrandosi agli occhi dei lettori una madre forte ed eroica. Tanti sono gli episodi che faranno capire a chi leggere come dietro una superficie apparentemente tranquilla a volte possano nascondersi drammi impensabili, ma trovare la via per la salvezza, anche se è doloroso e difficoltoso è possibile. Pensando all’Italia di oggi dove non passa giorno senza sentire tragici fatti di cronaca che hanno per protagoniste mogli, madri e figlie picchiate, uccise e violate, Storia di Dolores non è solo un mettersi a nudo da parte di Francesca Nodari, ma allo stesso tempo è la volontà di una giovane donna di sensibilizzare chi come lei ha vissuto o ancora vive in situazioni familiari difficili. Dare lo stimolo per trovare il coraggio di dire basta e cominciare a rinascere, perché un domani migliore è possibile. Prefazione di Maria Rita Parsi.
Varrà la pena di inoltrarsi nel bosco di Stefano Bortolussi, il luogo dove si sono perse, o forse sarebbe meglio dire fuggite, le due ragazzine protagoniste di Verso dove si va per questa strada. Luogo onirico questa selva (quale non lo è) che deve molto alle fiabe, ai simboli dell’inconscio, alle nostre paure. E, ovviamente, ai riti di passaggio. Vedi per esempio l’incontro che la più piccola delle sue sorelle ha con un ranocchio mentre sta urinando dietro una siepe: un incontro imbarazzante perché l’animale le salta proprio lì e lei urla di paura. Non è ancora l’ingresso nel mondo adulto, le dice la sorella, ma è una prima tappa, un viatico. E poi i ranocchi si trasformano in principi, no? Tempo al tempo.
Oggi abbiamo il piacere di avere con noi su Liberi di Scrivere Eugenio Gallavotti, vice direttore di ELLE, che ci parlerà del Gran Premio delle Lettrici di ELLE giunto quest’anno alla terza edizione. Benvenuto Eugenio, ci racconti come è nata questa iniziativa?
Sembra che in questi giorni non si parli d’altro, rimbalza di blog in blog, ma anche i giornali e tutta la carta stampata non sono da meno, la notizia che il 14 maggio, ovvero domani, uscirà Inferno, il nuovo romanzo di Dan Brown edito sempre da Mondadori come è successo per gli altri suoi romanzi Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto. Ritroviamo così al centro della vicenda il professore di simbologia di Harvard Robert Langdon, al cinema con il volto di Tom Hanks, in una storia ambientata in Italia, per la precisione a Firenze, che susciterà l’interesse di Roberto Benigni, considerato che l’Inferno di Dante Alighieri giocherà un ruolo rilevante. Non appartengo ai fan sfegatati di questo autore, Il Codice da Vinci l’ho letto con fatica, Angeli e demoni l’ho abbandonato dopo le prime pagine e Il simbolo perduto, grosso tomo trovato in una bancarella dell’usato, mi occhieggia intonso dalla mia scrivania da un po’ di tempo, pur tuttavia devo ammettere che Dan Brown ha spinto alla lettura molta gente, anche forse con il solo intento di criticarlo, e questo è già di per sè un miracolo. Per cui segnalo volentieri l’uscita di questo libro che interesserà sicuramente chi ama trame complicate, congiure occulte e misteri esoterici legati al passato. L’Inferno di Dante è senz’altro un testo che nasconde segreti e in un certo senso sarà interessante vedere le fantasiose teorie di questo scrittore al quale di certo non fa difetto la capacità di sorpendere. Sito web ufficiale americano:
Siamo a Venezia. È il 6 gennaio la notte della Befana, notte in cui a Venezia la gente si maschera e festeggia come se fosse Carnevale. Sui gradini della Chiesa di Santa Maria della Salute viene ritrovato un cadavere affiorato dalle acque del Canal Grande. Dai vestiti sembra un sacerdote, ma a un esame più approfondito si scopre essere una donna con gli abiti da cerimonia di un sacerdote. Grande abominio, per la Chiesa è considerata una profanazione assoluta.
Vorrei parlarvi oggi di un libro che ho avuto modo di leggere, un po’ perché si avvicina agli argomenti da me trattati all’università, e un po’ perché la storia dei servizi segreti, in un certo senso, ci insegna molto del nostro tempo. Si intitola Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, edito da Città del Sole edizioni (Reggio Calabria) e non è un romanzo, né una mera raccolta di documenti, sebbene sia corredato di interviste, documenti e materiali di approfondimento. E’ un saggio in cui la storia dell’intelligence italiana viene trattata in modo originale e inconsueto, soprattutto perchè il testo accosta parti di analisi storica a numerose interviste, realizzate dall’autrice, ai protagonisti che vissero in maniera diretta questi avvenimenti e contribuirono a renderli tali, tra cui Mario Mori, ex capo di Stato Maggiore, Vincenzo Camporini, generale d’Armata, Carlo Jean, Marco Minniti e Giuseppe De Lutiis. E’ inoltre una lettura che necessita di attenzione e di pazienza, data la complessità e la varietà degli argomenti trattati. La materia infatti è vasta, parte dall’Unità di Italia e il Fascismo, (interessante la scheda analitica sul caso di Ignazio Silone), passa ad analizzare il periodo della Seconda Guerra Mondiale fino alla strage di piazza Fontana, per poi continuare a studiare il periodo che va dal 1969 alla riforma del 1977, (ampio spazio è dato al tentativo di golpe in Italia del dicembre del 1970). Il capitolo 4, uno dei più delicati, tratta con precisione e essenzialità gli anni Ottanta: Licio Gelli e la P2 e soprattutto la strage di Bologna. Stragi deviazioni e inchieste che riportano alla memoria l’instabilità politica di quel periodo e i suoi misteri, a tutt’oggi ancora non del tutto chiariti. Poi analizza gli anni Novanta: Andreotti e Gladio; i fondi neri del SISDE e le bombe del 1993, (interessante la scheda analitica sui luoghi segreti dei Servizi Segreti). Infine il capitolo 6 ci porta alla riforma del 2007 e alla concezione moderna dell’intelligence: lo stretto legame tra terrorismo e politica; il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale; la morte di Nicola Calipari. Storia dei Servizi segreti italiani è un volume agile e per niente noioso, scritto in modo discorsivo e chiaro, che nella sua essenzialità fa luce su un magma ancora avvolto da ombre non del tutto diradate. Utile in un corso di studi universitari, utile per un lettore che ha voglia di approfondire temi tutt’altro che di secondo piano. Dettagliata la bibliografia di riferimento, per approfondire i temi che hanno maggiormente destato il vostro interesse. L’autrice Antonella Colonna Vilasi è presidente del Centro Studi sull’Intelligence (UNI). Giornalista e docente universitaria, collabora con numerose riviste scientifiche. Tra le sue opere pubblicate di recente: Manuale di intelligence (Città del sole, 2011); Islam tra pace e guerra (Città del sole , 2011); Mafie, Origini e sviluppo del fenomeno mafioso (Dissensi, 2012); e Vita romanzata di Luigi Durand de la Penne (Neftasia, 2012).

























