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:: Un’ intervista con Giampaolo Cassitta, autore de “Il piano zero” (Arkadia Editore) a cura di Lorenzo Mazzoni

23 Maggio 2013

il piano zerocon sottofondo de “Nella mia ora di libertà”, di Fabrizio De André

“Claudio, magistrato, è passato indenne attraverso le difficili stagioni che hanno caratterizzato il passato recente d’Italia. Le stragi, i servizi segreti deviati, i depistaggi, le BR, i NAR. Quando oramai è convinto che la sua carriera si sia assestata in una placida quotidianità, all’improvviso, i tempi andati tornano a bussare alla porta rumorosamente. L’amico poliziotto Gianvittorio lo aiuta ad incontrarsi con Violetta, l’amata compagna degli anni giovanili, brigatista mai pentita, pronta a fargli una rivelazione sconvolgente. È lei infatti che ha custodito per decenni un segreto che potrebbe spiegare molti dei fatti che, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, hanno sconvolto l’Italia: la strage di Ustica, il treno Italicus, piazza Fontana. E la strage di Bologna. Tutte le certezze acquisite da Claudio si sgretoleranno progressivamente. Perché Violetta non è solo una brigatista incapace di riconoscere i propri errori. Violetta è il paradigma di una esperienza vissuta follemente, il mistero esistenziale che Claudio deve assolutamente svelare se vuole arrivare, finalmente, al fondo della questione.” Pensa che gli “anni ’70” e le derive estremiste che li hanno accompagnati siano ancora molto attuali nello spirito italiano?

R. Sono molto vive nella generazione che le ha vissute e mantengono un carattere indelebile. Gli anni 70 sono stati caratterizzati da una serie di fatti che hanno modificato, per sempre, i giovani che, a quei tempi avevano intorno ai vent’anni. Era un periodo cupo, caratterizzato dal terrorismo dall’ideologia imperante, dall’obbligo allo schieramento netto, dalle mode che dipingevano i tratti dei comportamenti:  c’erano cose di destra e cose di sinistra ed ognuno si integrava all’interno del suo status.  Si viveva un momento molto confuso e con un futuro piuttosto complesso. Se ne usciva dal periodo del 1968 e si organizzava il 1977 con slogan forti, decisi. C’era il movimento, gli indiani metropolitani, l’area dell’autonomia operaia, la creatività al potere, una risata che doveva seppellire il tutto, la dissacrazione. Le idee camminavano nei volantini, nelle assemblee,  c’era la scoperta del sesso come liberazione, lo slogan che il privato fosse politico. Erano, chiaramente grandi illusioni, piccoli attimi, cuori pulsanti che convivevano però con una scelta netta di alcuni giovani di quel periodo: la lotta armata. E’ stata questa la cartina di tornasole di quegli anni rinominati di piombo. Vi è stata l’impossibilità di un dibattito che, seppure con molte asprezze, riuscisse a cambiare la classe politica sorda e cupa agli avvenimenti del periodo.

Rispetto ad altri testi che vedono un magistrato come protagonista il suo “Il piano zero” ha più il ritmo di un poliziesco, scritto con un registro inusuale per la letteratura giudiziaria. Quali sono stati i “Cattivi Maestri” che hanno ispirato questo ritmo di scrittura?

R. Mi è sempre piaciuto raccontare con una certa enfasi le cose. Mi piaceva l’idea che il mio Magistrato si muovesse dentro le parole in un periodo molto confuso. Il poliziesco, poi, doveva ricordare le indagini di quel periodo, il modo di verificare le prove ancora artigianalmente, il gioco del complotto molto in voga alla fine degli anni settanta. Mi piace, per esempio, il ritmo esagitato imposto dall’immenso Gian Maria Volonte in “indagine di una cittadino al di sopra di ogni sospetto”, era un buon punto di partenza, giocare con il cinsimo e con l’inverosimile. Ma anche Scebarnenco, quella Milano borghese e cupa, con qualche spruzzo lirico di Amado quando racconta delle lotte per il cacao. Ma anche King, in alcuni tratti, Adler e punti di ironia del grande Montalban.

Nel libro non ci sono vincitori o vinti, ma solo vittime di un “percorso storico”. La scelta è stata voluta dall’inizio oppure è stato l’evolversi della storia a farle dipanare un’analisi così oggettiva?

R. No, per chi ha vissuto quegli anni sa benissimo che tutti hanno delle ferite indelebili. C’è stata una lotta, una divisione terribile, dolorosa, dove nessuno ha vinto. Il potere si è solo difeso, arroccandosi contro la violenza armata e questo era legittimo, ma nessuno di loro si è fermato ad analizzare perché ragazzi di vent’anni decisero di distruggere la propria vita ed abbracciare un ideale perdente. Le brigate rosse poi, non capirono, fino in fondo un problema fondamentale: la massa, il popolo, i proletari, come li chiamavano, non c’erano dietro di loro. Quella lotta armata era, paradossalmente un gioco piccolo borghese che non trovava riscontri e con l’omicidio di Guido Rossa, il sindacalista della CGIL, si concluse definitivamente la loro offerta “politica”.  I due schieramenti si trovarono così a prendere delle scelte senza aver fatto delle chiare analisi.  Tutti, all’interno di questo minimalismo storico hanno perso anche perché quello che è scaturito è legato all’edonismo e al qualunquismo dilagante scaturito  negli anni ottanta e novanta dove non c’erano più cortei studenteschi, non c’era la difesa della democrazia ma, piuttosto il nuovo slogan, metafora del paese: Milano da bere.

Già in passato si è occupato, in altri testi, di indagini con la Sardegna come cornice. Pensa che questo possa dare una connotazione originale ai suoi libri?

R. La Sardegna è un tatuaggio indelebile che mi porto dentro. Dico sempre che nessuno scegli il luogo dove nascere ma, quando ci si trova diventa irrimediabilmente suo. Far muovere i personaggi dentro la mia terra è chiaramente più semplice anche se, in realtà, ci sono molti spostamenti su Roma (sia nel giorno di moro che nel piano zero). La Sardegna è terra aspra, dura, piena di contraddizioni: sa respingere e sa avvolgere, riesce a regalare una cornice solitaria ma anche densa di parole. Claudio, per esempio, è un personaggio che rappresenta bene tutti gli stereotipi del sardo ma anche l’esatto contrario: è irascibile, testardo, solitario ma, in fondo è terribilmente romantico e fragile.

Nel romanzo sono presenti molti riferimenti alla cultura popolare degli anni ’70. Come si è documentato?

R. Gli anni settanta li ho vissuti intensamente. Ho scritto anche io volantini per la scuola, ho usato il ciclostile modello Gestetner, avevo a casa tutti i dischi che ho citato e dal 1976 al 1984 ho lavorato in una radio libera dove ho potuto vivere quegli strani anni. Mi occupavo di radiogiornale e di musica di autore. E’ stato quindi un privilegio riuscire a raccontare gli attimi che si vivevano. Il sequestro e l’omicidio Moro, la strage di Bologna. Poi c’è stata una sorta di rimozione dovuta probabilmente al nuovo impegno lavorativo. Solo dopo molti anni tutto è ritornato, lucidamente. Ho solo fatto piccole ricerche per i riscontri sotirci, per verificare bene alcune date ma quegli anni sono vivi, terribilmente e fantasticamente vissuti in prima persona.

Sono inoltre presenti brani di canzoni e riferimenti a cantautori di quegli anni. E’ stata importante questa colonna sonora per la stesura de “Il piano zero?”

R. La musica è una delle prerogative della mia esistenza. Da giovane adolescente imparavo le canzoni a memoria, a furia di sentirle nel giradischi Geloso. Consumavo i 45 giri e i 33 giri. Per me, ancora oggi, alcune canzoni rappresentano la colonna sonora della mia vita. Ci sono passaggi, scelte di vita legate indissolubilmente alle canzoni.  Da Lolli a De Andrè, a De Gregori, Venditti per quanto riguarda gli italiani ma anche Credence, Deep Purple, Led Zepelin, Queen, Pink Floyd  hanno generato i battiti della mia esistenza. La canzone è il manifesto delle mie azioni. Anche oggi ho tutte le canzoni dentro l’I pod. Circa 3400 “vecchie note” che continuo ad ascoltare e mischiare con nuove tonalità.

Quale è stato il metodo di stesura del libro? Ha scritto tutti i giorni? Ha un metodo di lavoro quotidiano?

Sono uno scrittore da “impulso”. A volte resto mesi senza scrivere una parola e mi tengo tutto dentro.  Disegno con la fantasia molte sceneggiature che poi scrivo di colpo. A volte devo trovare la soluzione, devo trovare la giusta risposta e mi rifermo. In alcuni casi ho scritto interi capitoli in meno di un’ora per poi rivederli e correggerli a distanza di mesi. Credo che non ci sia un metodo per scrivere. C’è solo la passione. Mi piace costruire storie, far muovere i personaggi, farli arrabbiare, sorridere, innamorare. Mi piace giocare con la vita, con la possibilità di poter incidere in alcune scelte. Scrivere è un allenamento per vivere meglio, per superare certe asperità. Quando non sono d’accordo, quando non mi ci trovo in certi scenari , quello è il momento per scrivere.

Vede una speranza nel mondo dei lettori contemporanei?

R. L’era digitale sta modificando il modo di leggere e di informarsi. Non credo però che il libro  cartaceo sparisca del tutto. Abbiamo sempre l’esigenza di toccare qualcosa, di sentircelo terribilmente vicino per consultarlo. Si vive in maniera molto vorticosa. Abbiamo tutti un blog e tutti scriviamo qualcosa  ma senza soffermarci. Vedo molta velocità, molta voglia di cambiare, che è lecita ma vedo anche poca creatività. I giovani si rifugiano in letture programmate, i vampiri, i maghetti, tutto fuori dalla realtà. Nessuno sembra avere la voglia di andare a capire cosa è successo, perché abbiamo fatto questo tragitto, perché  il mondo si trova da queste parti, perché il nostro paese ha queste contraddizioni. Bisogna riscoprire il gioco della memoria attraverso la lettura. Spero si possa ritornare al racconto, al romanzo classico che si muove tra gli umori della gente e spariscano i vampiri e le fantasie inutili.

Ha in cantiere nuovi romanzi? Come sta andando la promozione de “Il piano zero?”? Sta avendo un riscontro positivo dal pubblico?

R. Il piano zero ha un suo format molto originale.  La presentazione è un piccolo spettacolo con la chitarra dove il protagonista del romanzo Claudio Marceddu, prova a raccontarsi attraverso le canzoni di quel periodo e prova a raccontare la sua storia d’amore con Violetta. Lo spettacolo si chiama Un bacio all’improvviso (frase tratta da “con tutto l’amore che posso di Claudio Baglioni) e ripercorre quegli strani anni con allegria e malinconia. La presentazione, in questo modo, è molto apprezzata dal pubblico che sorride in maniera amara.
Il mio prossimo futuro è piuttosto complesso. Lavoro a molte cose, è appena uscito un lavoro teatrale in musica, rappresentato da alcuni attori e ottimi musicisti. Sto lavorando ad un nuovo romanzo ambientato in una Sardegna del dopoguerra dove vi è stato uno strano omicidio ormai dimenticato e che ritornerà nella prima indagine di Claudio Marceddu che ritorna come sostituto procuratore negli anni 80. Ci sarà un incontro particolare, nel 1985, all’Asinara, un incontro che segnerà per sempre la vita di Claudio Marceddu. Inoltre, voglio raccontare la vita di una persona molto particolare che ha una tavolozza di colori molto variegata e ha vissuto per anni nella strada, alla ricerca degli uomini. Ma, per ora, sono solo contorni e le pagine  per questa biografia sono bianche.

:: Recensione di Il migliore dei mondi possibili, Nicola Fiorin, (Arpeggio Libero, 2013) a cura di Viviana Filippini

22 Maggio 2013

nicola_fiorin_il_migliore_dei_mondi_possibiliQuale è il migliore dei mondi possibili? Bella domanda. Così su due piedi mi verrebbe da dire che il migliore dei mondi possibili è quello che un individuo cerca di creare giorno dopo giorno. ed è quello che spera di fare Angelo Della Morte, giovane uomo di legge bresciano nato dalla penna dell’avvocato penalista Nicola Fiorin. Angelo, già protagonista di Lentamente Muore (Arpeggio libero, 2012) il legal thriller che ha conquistato Brescia, e non solo, nell’estate del 2012 è qui coinvolto in una nuova impresa legale. Il nuovo incarico per l’ avvocato in carriera non sarà semplice, perché questa volta non dovrà difendere un cliente qualunque, ma Pietro Berni, il suo docente di filosofia delle superiori accusato di essere un rapinatore seriale. La cornice all’interno della quale si sviluppa come un fiume travolgente la storia di Il migliore dei mondi possibili è Brescia, la città lombarda di viuzze e zone multietniche (San Faustino e il Carmine) che la rendono un fucina multiculturale. Ciò che colpisce di questo libro non è la sola presenza tipica del thriller legale, dove un avvocato deve difendere e scagionare il presunto colpevole, ma l’innestarsi su di essa di tutta un’altra serie di tematiche (amore, amicizia, speranza, disillusione e delusione) che evidenziano il profondo essere umani di Angelo e dei tanti comprimari coinvolti nella stessa avventura.  Della Morte è un giovane uomo, minato da strani malesseri, ma animato da un entusiasmo del successo che lo induce a voler entrare a far parte di un mondo – la borghesia cittadina – che in realtà non è proprio il suo e a mettere in crisi questa sua ascesa sociale si innesta il caso del professor Berni, i cui insegnamenti di un tempo tornano a pulsare nel cuore di Angelo. In perenne bilico tra il recuperare il vero io – quello ribelle agli schemi comuni e libertario-  o l’abbandonarlo per diventare un qualcuno che non è, Angelo – che nei modi di fare mi ha ricordato l’attore John Belushi – si troverà coinvolto in situazioni grottesche e a volte comiche che lo aiuteranno a comprendere quella che è la sua vera essenza esistenziale. Esemplare da questo punto di vista ne Il migliore dei mondi possibili è l’incontro-scontro tragicomico del protagonista con l’associazione della borghesia bene, la Brixia Fidelis che, come precisa l’autore stesso non ha nulla a che vedere con la Onlus solidale presente davvero a Brescia, in realtà si rivelerà essere ben diversa da come Della Morte se l’era immaginata. Non a caso qui Angelo scoprirà come sotto la facciata di superficie del perbenismo e della fedeltà familiare, i vari soci nascondano comportamenti non molto nobili che hanno come obiettivi fantomatici viaggi week-end lavorativi all’estero in particolari centri di massaggio. In un universo cittadino reso cupo e perennemente umido dall’inverno incombente, Angelo Della Morte recupera gli amici di un tempo per portare a termine la “Missione Berni” riscoprendo grazie a qualche ex fidanzata il suo vero io – quello che sta sempre dalla parte degli indiani – e rendendosi conto che a volte le persone sono disposte a tutto pur di realizzare il loro migliore dei mondi possibili.

Nicola Fiorin classe 1976, vive e lavora a Brescia dove esercita la professione di avvocato penalista. Ama, non necessariamente in questo ordine, il rock, viaggiare, l’Inter e i budini al cioccolato. Dal giugno del 2009 è vicesindaco di Bovezzo in provincia di Brescia. Scrive da quando aveva 9 anni e di sé dice Vivo per scrivere e scrivo per vivere. Il suo primo romanzo Lentamente muore è stato il caso letterario del’estate bresciana nel 2012 ed è stato ristampato sette volte. Il migliore dei mondi possibili è il secondo romanzo della trilogia con protagonista Angelo Della Morte.

:: Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald: una proposta bizzarra

21 Maggio 2013

gatsbyE’ da poco uscito nelle sale cinematografiche italiane Il grande Gatsby (The Great Gatsby) diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire e naturalmente questo avvenimento ci ha spinto a leggere, per alcuni rileggere, questo curioso libro di Francis Scott Fitzgerald, per alcuni libro di culto, per altri decisamente meno profondo di Tenera è la notte o evocativo di Di qua dal paradiso.  Sta di fatto, comunque, che Il grande Gatsby è un romanzo più complesso di quanto appare e sicuramente difficile da tradurre. Ma quale libro non lo è? Parlo nel titolo di una proposta bizzarra, ora vi spiego. In onore de Il grande Gatsby pensavo di scrivere una mia analisi, poi leggendo un articolo su Wuz, che accostava le traduzioni dell’incipit del romanzo di Fernanda Pivano, Tommaso Pincio, Franca Cavagnoli, Bruno Armando e Alessio Cupardo ( le potete leggere qui ), mi son detta perchè non mi cimento anche io ed ecco il risultato. Vi invito comunque a fare o stesso, lasciando nei commenti la vostra traduzione. Non deve essere letterale, potete aggingere o togliere parole, solo rispettando lo spirito di Fitzgerald. La più bella verrà pubblicata al posto della mia.

Incipit – Capitolo Primo – Testo originale

In my younger and more vulnerable years my father gave me some advice that l’ve been turning over in my mind ever since.
“Whenever you feel like criticizing any one,” he told me, “just remember that all the people in this world haven’t had the advantages that you’ve had.”
He didn’t say any more, but we’ve always been unusually communicative in a reserved way, and I understood that he meant a great deal more than that. In consequence, I’m inclined to reserve all judgments, a habit that has opened up many curious natures to me and also made me the victim of not a few veteran bores. The abnormal mind is quick to detect and attach itself to this quality when it appears in a normal person, and so it came about that in college I was unjustly accused of being a politician, because I was privy to the secret griefs of wild, unknown men. Most of the confidences were unsought–frequently I have feigned sleep, preoccupation, or a hostile levity when I realized by some unmistakable sign that an intimate revelation was quivering on the horizon; for the intimate revelations of young men, or at least the terms in which they express them, are usually plagiaristic and marred by obvious suppressions. Reserving judgments is a matter of infinite hope. I am still a little afraid of missing something if I forget that, as my father snobbishly suggested, and I snobbishly repeat, a sense of the fundamental decencies is parcelled out unequally at birth.

La mia traduzione

Nei miei più verdi e vulnerabili anni mio padre mi diede un consiglio che da allora non ho più dimenticato.
“Quando ti viene in mente di criticare qualcuno” mi disse, “solo ricorda che non tutte le persone a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”.
Non disse altro, ma a dire il vero noi siamo sempre stati insolitamente comunicativi in un modo del tutto particolare, e io capii che intendeva molto di più di questo. Di conseguenza, sono stato incline ad evitare alcun tipo di giudizio, un’ abitudine che mi ha attirato molte nature curiose e anche mi ha reso vittima di non pochi scocciatori professionisti. La mente anormale sa distinguere e si attacca a questa qualità quando appare in una persona normale e così per questo che al college ero ingiustamente accusato di essere un politicante, perché ero al corrente delle pene segrete di tutti finanche di selvaggi sconosciuti. La maggior parte delle confidenze erano non richieste- frequentemente fingevo di aver sonno, di essere preoccupato o un’ indifferenza ostile quando mi accorgevo, per qualche indubitabile segno, che un’ intima rivelazione stava facendo capolino all’orizzonte; poiché le rilevazioni intime dei giovani, o almeno le modalità con le quali le esprimono, sono generalmente contraffatte e alterate da ovvie reticenze. Evitare i giudizi è un compito di infinita pazienza. Ho ancora un po’ paura di perdere qualcosa se dimenticassi, come mio padre snobbisticamente suggeriva e io snobbisticamente ripeto, che il senso di fondamentale decenza non è stato distribuito in uguale misura alla nascita a tutti.

:: Recensione di L’Orso che Venne dalla Montagna di William Kotzwinkle (ZERO91, 2011) a cura di Davide Mana

20 Maggio 2013

L'orso che venne dalla montagna - copertina - 272 pp PB.inddWilliam Kotzwinkle, classe 1943, non è un autore particolarmente noto in Italia – nonostante abbia all’attivo una quarantina di romanzi, ed un paio di premi prestigiosi.
Di lui, Kurt Vonnegut ha detto “è uno dei pochi autori americani ad avere il controllo completo dei propri materiali, e i suoi materiali sembrano arrivare da grandi profondità.”
Surreale, satirico, spesso provocatorio, dotato di una prosa ricca e densa, Kotzwinkle ha scritto anche narrativa per ragazzi, sceneggiature cinematografiche e alcuni tie-in – e qualcuno potrebbe ricordarlo come l’autore del romanzo ET, l’Extraterrestre (e del relativo seguito).
Ma limitarsi ai progetti legati ai media sarebbe limitativo e ingiusto: William Kotzwinkle ha scritto per lo meno due romanzi assolutamente indispensabili – ed è un piacere scoprire che il più recente di questi è stato finalmente tradotto nella nostra lingua, e del precedente è prevista l’uscita in italiano a ottobre.
L’Orso che Venne dalla Montagna (The Bear Went Over the Mountain, 1996) recentemente stampato da ZERO91 è, a tutti gli effetti, un libro impossibile.
La storia segue le disavventure parallele di due personaggi intimamente legati e forse non poi così diversi – da una parte, Arthur Bramhall, intellettuale in crisi, che si è ritirato fra i boschi del Maine a scrivere il suo romanzo, solo per smarrire inspiegabilmente il manoscritto appena completato; e dall’altra l’orso bruno che ha rubato il manoscritto, e che non esita a darsi una ripulita, e a recarsi a New York in cerca di un editore.
L’assurdo iniziale innesca una sequenza di situazioni attraverso le quali Kotwinkle, oltre ad intrattenere e divertire il lettore, giustizia sommariamente una quantità di vacche sacre.
Distrutto il mito dell’intellettuale.
Devastato ilsogno del Grande Romanzo Americano.
Ridotta ad un ammasso di macerie fumanti l’industria culturale, fucilati i suoi rappresentanti.
Vetrioleggiata ogni pretesa di dignità artistica per chi è disposto a vendersi.
Esposta come vuota e fasulla ogni idea di gusto, intelligenza o lungimiranza di autori, lettori, editori.
E sì, ce n’è anche per la politica.
Perché L’Orso che Venne dala Montagna racconta del grandissimo successo editoriale dell’orso, prontamente battezzato Hal Jam e privato di ogni controllo o voce in capitolo riguardo alla “sua” opera, ridotto ad un personaggio di rappresentanza, un po’ grezzo, certo, che non sa stare a tavola, ma in fondo anche Hemingway era un po’ così.
Il messaggio, la metafora basilare, è fin troppo facile e scoperta, ma Kotwinkle è un autore infinitamente più sottile.
Parallelamente a questa sua colossale opera di guastatore, Kotzwinkle costruisce perciò una galleria di personaggi eccentrici e improbabili, che catturano la confusione ed il vuoto di certi settori della società americana negli anni ’90.
Che futuro può avere una nazione, se un plantigrado plagiaro viene salutato come “il nuovo Hemingway”?
L’Orso che Venne dalla Montagna è libro molto divertente, che fa davvero ridere e con estrema frequenza, sia di testa che di pancia (come si suol dire), ma con un fondo di amarezza che lo rende pienamente soddisfacente ed adulto – e l’assurdo, il surreale e il ridicolo illuminano angoli di un passato che incide, e pesantemente, sullo stato attuale della nostra cultura.
Una scoperta meravigliosa, anni addietro, in originale, e una gran bella sorpresa ora, riscoperto ad un anno dalla sua uscita nella traduzione di Costantino Margiotta.
Il catalogo ZERO91 promette altri titoli di Kotzwinkle – con l’esile E Cadde la Neve già disponibile.
Avremo altro di cui parlare.

:: Segnalazione di Il Gruppo 63 di Francesco Muzzioli (Odradek Edizioni, 2013)

18 Maggio 2013

cop-63Dalla quarta di copertina

La ripresa dell’avanguardia negli anni Sessanta è stato un fenomeno diffuso in molti i paesi occidentali, ma in Italia ha trovato un luogo particolarmente fertile, arrivando alla formazione di un movimento numeroso, organizzato e combattivo più che altrove.
A cinquant’anni ormai dalla sua data di fondazione, il Gruppo ’63 continua a suscitare grandi discussioni sia per le sue teorie che per le sue proposte operative; segno che quella “invasione di campo”, quella radicale affermazione di diversità, nonché l’idea dell’autore come elaboratore del linguaggio collettivo, non hanno smesso di portare sconcerto, squilibrio e conflitto.
Questo libro fornisce le informazioni e le nozioni necessarie per comprendere la neoavanguardia italiana nelle sue coordinate storiche e letterarie, fornendo i ritratti dei principali protagonisti, da Sanguineti a Pagliarani, da Arbasino a Spatola, da Lombardi alla Vasio e a Malerba, oltre a indicazioni su Balestrini, Giuliani, Porta, Rosselli, Niccolai, Pignotti, Manganelli, Di Marco, Perriera, e molti altri autori, interni od esterni al Gruppo, dando altresì ragione di come per la prima volta sono accolti a far parte del movimento creativo e inventivo anche i critici e i teorici in dibattito tra loro, come ad esempio Barilli, Guglielmi, Curi ed Eco sviluppando un vero e proprio lavoro attorno al linguaggio. Così che le istanze del Gruppo ’63 continuano a essere pressanti e urgenti ancora nella situazione attuale per chi non si accontenti della riduzione della letteratura a fiction e vada alla ricerca di scritture che “facciano pensare”, alimentando l’intelligenza e allenandola per essere pronta alle sfide del futuro.

Francesco Muzzioli (Roma, 1949) insegna Critica letteraria presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Si è occupato principalmente degli autori del Novecento e delle linee di ricerca dell’avanguardia e dello sperimentalismo; nell’ambito della teoria letteraria si è interessato al dibattito delle tendenze e dei metodi. Tra i suoi volumi più recenti: Letteratura come produzione (Guida, 2010); Come smettere di scrivere poesia (Lithos, 2011); L’analisi del testo letterario (Empiria, 2012); Verbigerazioni catamoderne (Tracce, 2012). Odradek Qui si vende storia (con Nevio Gambula, 2010). Con Mario Lunetta, ha diretto gli Almanacchi Odradek dal 2003 al 2007.

:: Recensione di Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mai avuto, Francesca Nodari, (ed. Pagine, 2013) a cura di Viviana Filippini

16 Maggio 2013

dolores“Mi sono resa conto che l’unico modo per superare o, almeno, alleviare un dolore non conosce alternative se non quella – l’unica – di attraversarlo”. A volte bastano poche pagine per rivelarti l’intero vissuto di una persona. Poche parole che “bruciano” nella mente e nell’anima. Poi, quando incontri chi ha subìto tutto questo male insensato ti domandi, senza riuscire a trovare una spiegazione plausibile, il perché accadano certi fatti alle persone. Detto questo, la protagonista di  Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mia avuto di Francesca Nodari, è Dolores, una ragazza nata e cresciuta in un piccolo paesino della provincia dove tutti si conosco e sanno perfettamente quello che accade. Dolores – che mi ha ricordato la storia biblica di Davide contro Golia – parla al lettore, donna o uomo che sia,  raccontando il difficile rapporto che lei ha avuto con il padre o, come lo definisce la protagonista nel corso della storia, con il suo padre biologico. Da subito chi legge entra dentro ad un mondo di ricordi fatto di dolore e sofferenza, nel quale Dolores con una lucidità a tratti disarmante narra le ripetute violenze domestiche subìte da lei e dalla madre. Schiaffi ingiustificati, bugie, disinteresse totale per la propria famiglia e parole dette con il solo intento di ferire e fare del male, assumono la natura di un cinico sfogo di un padre verso il microcosmo che lo circonda.  E la domanda che accompagna chi legge e che si ripete di continuo è: Perché? Perché colui che dovrebbe proteggerti, sostenerti ed amarti si rivela essere il tuo peggior nemico? Perché un padre cerca di colpire – senza motivo – una figlia tirandole una moka di caffè?  Perché  un padre – soprannominato dalla gente di paese Belzebù – agisce in questo modo? A dire il vero non lo so, o meglio non riesco perché forse non c’è, una ragione a questa insensata violenza. Ciò che più ti colpisce leggendo la Storia di Dolores. Lettera la padre che non ho mai avuto della filosofa Francesca Nodari è che ad un certo momento ti accorgi delle somiglianze esistenti tra la protagonista e l’autrice stessa, fino a quando ti rendi conto che Dolores non è un personaggio di finzione ma Dolores è Francesca, che ha assunto questo alterego letterario per raccontare una parte della sua vita. Attenzione, Storia di Dolores è sì un libricino che si legge in meno di due ore, però non è un trattato di filosofia – anche se non mancano citazioni di filosofi e di testi della cultura ebraica e cattolica cristiana-  anzi, è un frammento di vita vissuta attraverso il quale chi scrive vuole porre attenzione alla ripetuta violenza attuata verso le donne e allo stesso tempo cerca di incoraggiare chi si trova a vivere in condizioni simili a prendere coraggio e denunciare, prima che sia troppo tardi. I testi filosofici e le scritture sacre citate sono utilizzate dall’autrice per dare una spiegazione possibile per quello che è accaduto a lei e alla madre. La madre di Dolores-Francesca è un presenza importante e costante nel libro, ed  è colei che ha dato -e lo fa ancora oggi- alla figlia, quella energia e quella determinazione per affrontare il domani, dimostrandosi agli occhi dei lettori una madre forte ed eroica. Tanti sono gli episodi che faranno capire a chi leggere come dietro una superficie apparentemente tranquilla a volte possano nascondersi drammi impensabili, ma trovare la via per la salvezza, anche se è doloroso e difficoltoso è possibile.  Pensando all’Italia di oggi dove non passa giorno senza sentire tragici fatti di cronaca che hanno per protagoniste mogli, madri e figlie picchiate, uccise e violate,  Storia di Dolores non è solo un mettersi a nudo da parte di Francesca Nodari, ma allo stesso tempo è la volontà di una giovane donna di sensibilizzare chi come lei ha vissuto o ancora vive in situazioni familiari difficili. Dare lo stimolo per trovare il coraggio di dire basta e cominciare a rinascere, perché un domani migliore è possibile. Prefazione di Maria Rita Parsi.

Francesca Nodari si è laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Parma e si è specializzata in Filosofia e Linguaggi della Modernità presso l’Ateneo di Trento. Sotto la guida del Prof. Bernhard Casper (Università di Friburgo) ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università di Trieste. Ha pubblicato il volume: Il male radicale tra Kant e Levinas, Giuntina, Firenze 2008; Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas, Morcelliana, Brescia 2011; Piovani interprete di Pascal, Massetti Rodella Editori, Roccafranca (Bs) 2012. Ha curato i libri-intervista a Salvatore Natoli: La mia filosofia. Forme del mondo e saggezza del vivere, ETS, Pisa 2007; ad Amos Luzzatto: A proposito di laicità. Dal punto di vista ebraico, Effatà Editrice, Cantalupa (To) 2008; a Sergio Givone, Il bene di vivere, Morcelliana, Brescia 2011. Ha, inoltre, curato il volume Bambini al rogo, Salani, Milano 2010. Dirige la Collana «Filosofi lungo l’Oglio» (Vizi e virtù, 2008; Destino, 2009; Corpo, 2010; Felicità, 2011; Dignità, 2012), la Collana «Granelli» (M. Augé, La felicità ha un luogo? 2011; B. Casper, La felicità, il dono e la fede, 2011; R. Bodei, Attese di felicità, 2011; M.R. Parsi, Felice-mente. La felicità al tempo delle escort, 2011; S. Natoli, La fecondità delle virtù, 2011, J.-L. Nancy, DHEL* La nascita della felicità, 2011; M. Vannini, Nobiltà, 2012; M. Augé, Degno, indegno, 2012; B. Casper,  Dignità e responsabilità. Una riflessione fenomenologica, 2012; P. Becchi, Il duplice volto della dignità umana, 2012) e la Collana «Fare memoria» (D. Bidussa, L’era della post-memoria, 2012; P. De Benedetti, La memoria di Dio, 2012; G. Laras, Il comandamento della memoria, 2012; A. Luzzatto, Vanità della memoria, 2012) edite da Massetti Rodella Editori. Collabora con riviste («Humanitas», «Città & Dintorni», «Studium», «Nuova Secondaria») e testate giornalistiche.È presidente dell’Associazione culturale Filosofi lungo l’Oglio.  E’ tra le vincitrici del Premio Donne Leader 2012 istituito e promosso dall’Associazione Internazionale Ewmd. http://www.filosofilungologlio.it

:: Recensione di Verso dove si va per questa strada di Stefano Bortolussi (Fanucci, 2013) a cura di Marco Minicangeli

14 Maggio 2013

VERSOVarrà la pena di inoltrarsi nel bosco di Stefano Bortolussi, il luogo dove si sono perse, o forse sarebbe meglio dire fuggite, le due ragazzine protagoniste di Verso dove si va per questa strada. Luogo onirico questa selva (quale non lo è) che deve molto alle fiabe, ai simboli dell’inconscio, alle nostre paure. E, ovviamente, ai riti di passaggio. Vedi per esempio l’incontro che la più piccola delle sue sorelle ha con un ranocchio mentre sta urinando dietro una siepe: un incontro imbarazzante perché l’animale le salta proprio lì e lei urla di paura. Non è ancora l’ingresso nel mondo adulto, le dice la sorella, ma è una prima tappa, un viatico. E poi i ranocchi si trasformano in principi, no? Tempo al tempo.
Verso dove si va per questa strada è un bel romanzo. Bortolussi usa una scrittura densa, continua, senza cadute e ci porta per mano in un mondo fantastico. Un bosco che però le due ragazze non avvertono mai come uno spazio ostile, ma come un mondo da scoprire. Ecco allora che sulle pagine si alternano i personaggi più strani e poi un fiume, una barca abbandonata, un’insolita casetta dove vive una donna dall’aspetto trasandato. La sospensione dell’incredulità da parte del lettore deve essere totale, ma una volta accettato questo registro, allora tutto funziona a meraviglia in questa che lo stesso autore ha definito una “fiaba malata”.
Pubblicato per la collana “Teen” di Fanucci il romanzo è godibile anche per gli adulti. Del resto è lo stesso Bortolussi ad affermare che scrivendo Verso dove si va per questa strada non si è prefisso di scrivere un romanzo per ragazzi, ma ha cercato di calarsi nel mondo di un adolescente cercando di re-immaginarlo, e non semplicemente di riprodurlo. Operazione che a nostro avviso gli è riuscita perfettamente. Piccolo colpo di scena finale, ma neanche tanto a dire il vero. Da leggere (a occhi chiusi).

Stefano Bortolussi è nato a Milano nel 1959. Poeta e romanziere, è anche traduttore di narrativa anglo-americana contemporanea. Il suo romanzo d’esordio, Fuor d’acqua (peQuod, 2004) è uscito negli Stati Uniti prima ancora che in Italia, tradotto da Anne Milano Appel e pubblicato nel 2003 da City Lights Publishers con il titolo Head Above Water. Tra le altre sue opere ricordiamo il romanzo Fuoritempo (peQuod, 2007) e le serie di libri per ragazzi Le indagini di Dick Rabbit e Le avventure di Miss Marmot (Dami Editore/Giunti). La sua ultima raccolta poetica, Califia, è di prossima pubblicazione presso Jaca Book.

:: Liberi di Scrivere intervista Eugenio Gallavotti, vicedirettore di ELLE, e Maria Paola Colombo

14 Maggio 2013

image003Oggi abbiamo il piacere di avere con noi su Liberi di Scrivere Eugenio Gallavotti, vice direttore di ELLE, che ci parlerà del Gran Premio delle Lettrici di ELLE giunto quest’anno alla terza edizione. Benvenuto Eugenio, ci racconti come è nata questa iniziativa?

EG. «È un premio unico in Italia nel suo genere, che ripercorre un’iniziativa assai simile avviata dall’edizione francese di ELLE fin dal 1970 e che in Francia è diventata il premio letterario più importante dopo il Goncourt. La giuria è composta esclusivamente da lettrici del nostro giornale, rigorosamente anonime fino al verdetto finale, dopo un anno di letture, riletture e votazioni. A differenza di altri premi, dove le giurie sono, come dire, più “aperte”… Sarà per questo che, pur giovanissimi, abbiamo già una buona reputazione, se il sito di Amazon ci affianca allo Strega, al Campiello, al Bancarella…».

Vincitore di quest’anno Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti), un libro romantico, scelto dalla vostra giuria di 80 lettrici. Un premio al femminile. Quanto contano le donne nel modo della cultura, secondo lei? Sono davvero le donne le maggiori lettrici?

EG. «I numeri lo confermano. Ma non credo a motivazioni un po’ d’antan, tipo “le donne leggono di più perché hanno più tempo”, oppure “le donne leggono di più per consolarsi dei loro uomini” e così via. Allargherei il discorso: oggi 65 laureati su 100 sono donne; oggi le donne si dimostrano più tenaci negli studi e nelle professioni; oggi i consigli di amministrazione guidati da donne performano meglio… Parlare di un premio “al femminile” potrebbe rivelarsi riduttivo. Anche perché Diffenbaugh ha disegnato una protagonista a tutto tondo, “romantica” ma  anche acre».

Location della premiazione la boutique Montblanc di Via Roma a Torino. Come è nata questa collaborazione?

EG. «Una prestigiosa maison di strumenti di scrittura e un premio letterario ambizioso e appassionato. Un matrimonio inevitabile».

Riviste femminili e libri un connubio felice, confesso che le leggo spesso e cerco per prima cosa le rubriche dedicate ai libri. Presto non troveremo più ELLE in edicola? Il futuro è sul Web?

EG. «Sono stato il primo responsabile editoriale del sito di ELLE, è stata l’esperienza più stimolante della mia carriera. Ma sul cartaceo aspetterei a recitare il de profundis, almeno per un magazine come il nostro. Penso che lo “Slow Read” avrà ancora il suo perché: bella carta, “sensualità” nell’approccio al lettore, emozione e migliore resa delle immagini, lettura dei testi approfondita, leisure, riposante, persino anti ansia… Il “Fast Read” è immediato e divertente, ma ha ancora “effetti collaterali” di varia natura».

Riconoscimento speciale “Nel segno di Grace”, istituito per il secondo anno da Montblanc, a Maria Paola Colombo, autrice di Il negativo dell’amore edito da Mondadori. Benvenuta Maria Paola su Liberi di Scrivere. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori e descrivici cosa significa per te ricevere questo riconoscimento.

MPC. Ho imparato l’alfabeto leggendo le favole, a sei anni. Era l’evidenza di una bambina: le lettere servono a fare le parole, le parole a fare le storie. Ho cominciato a scrivere, e vincere concorsi per ragazzi. Volevo fare la scrittrice.
Ma sono la prima di cinque figli. A vent’anni sono entrata a lavorare in banca, per dare una mano in casa. L’ho fatto con il cuore spezzato, un dolore che per anni mi ha tenuto lontano dalla scrittura. Si è ingenui a vent’anni, non si conoscono i compromessi.
Ma noi non siamo quello che facciamo, non sempre. Siamo però il modo in cui lo facciamo. E io, in banca,  non incontravo clienti, ma persone e le loro storie: il denaro, nel tempo in cui viviamo, tocca tutti i nodi importanti della vita delle persone, quando due persone si innamorano vengono in banca per accendere il mutuo della casa, quando trovano un lavoro vengono ad aprire un conto, quando lo perdono vengono a dire che non sanno come fare  a pagare la rata della macchina. Ho ricominciato a scrivere, ho dovuto capitolare all’evidenza: nessuno me lo impediva. Solo la paura di misurarmi davvero. Solo il fatto che, per quanto doloroso, a volte è bello considerarsi prigionieri, addossare al mondo ingiusto le colpe delle strade che non percorriamo, dei sogni in cui non crediamo abbastanza.
Mi sono persa molte volte, non ho mai smesso di cercarmi. Succederà ancora. Non riesco a dare nulla per scontato: meraviglia e ostinazione.
Questo premio ispirato ad una donna straordinaria, forte e vulnerabile, è un onore, un augurio. Una promessa che faccio a me stessa.

Come è nato il personaggio della piccola Cica?

MPC. E’ nato leggendo un articolo di cronaca, la tragica storia di una madre che si era buttata nel fiume con il figlio tra le braccia. Entrambi non erano sopravvissuti. Mi sono trovata a pensare alla disperazione di quella donna, alla fragilità del suo bambino. Alle tante vite che si misurano con un peccato originale che sembra, davvero, precluderne il futuro. Ma è proprio vero? Cica nasce così, come un micio di strada di cui pensi domani sarà morto e il giorno dopo è ancora lì, nel vicolo, malconcio ma ostinato. E, attraverso questa bambina ferita ma resistente, affamata d’amore, il libro indaga la possibilità della felicità. Di Cica e di ciascuno di noi.

Progetti per il futuro?

MPC. Scrivere, finché scrivere continuerà a darmi la gioia che mi ha dato fino ad oggi. Mangiare cose buone: cibi, film, libri, città e conversazioni. Amare più che posso e imparare a lasciarmi amare.

:: Segnalazione di Inferno di Dan Brown (Mondadori, 2013)

13 Maggio 2013

infernoSembra che in questi giorni non si parli d’altro, rimbalza di blog in blog, ma anche i giornali e tutta la carta stampata non sono da meno, la notizia che il 14 maggio, ovvero domani, uscirà Inferno, il nuovo romanzo di Dan Brown edito sempre da Mondadori come è successo per gli altri suoi romanzi Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto. Ritroviamo così al centro della vicenda il professore di simbologia di Harvard Robert Langdon, al cinema con il volto di Tom Hanks, in una storia ambientata in Italia, per la precisione a Firenze, che susciterà l’interesse di Roberto Benigni, considerato che l’Inferno di Dante Alighieri giocherà un ruolo rilevante.  Non appartengo ai fan sfegatati di questo autore, Il Codice da Vinci l’ho letto con fatica, Angeli e demoni l’ho abbandonato dopo le prime pagine e Il simbolo perduto, grosso tomo trovato in una bancarella dell’usato, mi occhieggia intonso dalla mia scrivania da un po’ di tempo, pur tuttavia devo ammettere che Dan Brown ha spinto alla lettura molta gente, anche forse con il solo intento di criticarlo, e questo è già di per sè un miracolo. Per cui segnalo volentieri l’uscita di questo libro che interesserà sicuramente chi ama trame complicate, congiure occulte e misteri esoterici legati al passato. L’Inferno di Dante è senz’altro un testo che nasconde segreti e in un certo senso sarà interessante vedere le fantasiose teorie di questo scrittore al quale di certo non fa difetto la capacità di sorpendere. Sito web ufficiale americano: www.danbrown.com

Il nuovo attesissimo romanzo di Dan Brown, autore de Il Codice Da Vinci. La nuova indagine di Robert Langdon. Una intrigante trama ispirata al capolavoro dantesco. Un fitto mistero di indizi, codici e simboli.

Nei suoi bestseller internazionali – Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto -, Dan Brown ha mescolato in modo magistrale storia, arte, codici e simboli. In questo nuovo e avvincente thriller, ritorna ai temi che gli sono più congeniali per dare vita al suo romanzo più esaltante. Robert Langdon, il professore di simbologia di Harvard, è il protagonista di un’avventura che si svolge in Italia, incentrata su uno dei capolavori più complessi e abissali della letteratura di ogni tempo: l'”Inferno” di Dante. Langdon combatte contro un terribile avversario e affronta un misterioso enigma che lo proietta in uno scenario fatto di arte classica, passaggi segreti e scienze futuristiche. Addentrandosi nelle oscure pieghe del poema dantesco, Langdon si lancia alla ricerca di risposte e deve decidere di chi fidarsi… prima che il mondo cambi irrimediabilmente.

:: Recensione di Sconsacrato di Jonathan Holt (Newton Compton, 2013) a cura di Micol Borzatta

12 Maggio 2013

SconsacratoSiamo a Venezia. È il 6 gennaio la notte della Befana, notte in cui a Venezia la gente si maschera e festeggia come se fosse Carnevale. Sui gradini della Chiesa di Santa Maria della Salute viene ritrovato un cadavere affiorato dalle acque del Canal Grande. Dai vestiti sembra un sacerdote, ma a un esame più approfondito si scopre essere una donna con gli abiti da cerimonia di un sacerdote. Grande abominio, per la Chiesa è considerata una profanazione assoluta.
Caterina Taddei viene incaricata di indagare sul caso. Le indagini la porteranno a collaborare con il sottotenente dell’esercito americano di stanza a Venezia, Holly Boland, e il creatore del social network e città virtuale Carnivia, Daniele Barbo.
I tre scopriranno che dietro a tutto c’è la Chiesa, la CIA, l’MCI e l’esercito.
Devono riuscire a trovare le prove però, altrimenti i vecchi crimini non verranno mai puniti e continueranno a ripetersi all’infinito.
Ottimo romanzo che unisce fatti veri con aneddoti e personaggi di fantasia in un connubio magistrale che riesce a rendere tutto omogeneo.
Un romanzo che, come racconta l’autore in una sua intervista, nasce quasi per caso. Dopo 5 anni di continue ricerche e approfondimenti l’autore getta via tutto il materiale non soddisfatto di quello che è riuscito a trovare per poi trovarsi un giorno, durante una vacanza a Venezia, a indagare sulla presenza dell’esercito americano in Italia e da quelle ricerche è riuscito a trovare talmente tanto materiale che è nata la trilogia di Carnivia.
Un thriller avvincente pieno di effetti speciali da leggere tutto d’un fiato che porta il lettore a indagare con Cate e Holly, che lo invoglia a indagare anche da solo e a immergersi negli ambienti fantastici del mondo virtuale di Carnivia.
Tutto questo unito a uno stile di scrittura accattivante che tiene alta la tensione della trama, fa di questo libro un caso internazionale dell’editoria mondiale. Traduzione di Cecilia Pirovano e Nicola Spera.

Jonathan Holt

Jonathan Holt, docente di letteratura inglese a Oxford e direttore creativo di un’agenzia pubblicitaria londinese. Vive tutt’ora a Londra.

:: Recensione di Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, (Città del Sole edizioni, 2013)

12 Maggio 2013

vilasiVorrei parlarvi oggi di un libro che ho avuto modo di leggere, un po’ perché si avvicina agli argomenti da me trattati all’università, e un po’ perché la storia dei servizi segreti, in un certo senso, ci insegna molto del nostro tempo. Si intitola Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, edito da Città del Sole edizioni (Reggio Calabria) e non è un romanzo, né una mera raccolta di documenti, sebbene sia corredato di interviste, documenti e materiali di approfondimento. E’ un saggio in cui la storia dell’intelligence italiana viene trattata in modo originale e inconsueto, soprattutto perchè il testo accosta parti di analisi storica a numerose interviste, realizzate dall’autrice, ai protagonisti che vissero in maniera diretta questi avvenimenti e contribuirono a renderli tali, tra cui Mario Mori, ex capo di Stato Maggiore, Vincenzo Camporini, generale d’Armata, Carlo Jean, Marco Minniti e Giuseppe De Lutiis. E’ inoltre una lettura che necessita di attenzione e di pazienza, data la complessità e la varietà degli argomenti trattati. La materia infatti è vasta, parte dall’Unità di Italia e il Fascismo, (interessante la scheda analitica sul caso di Ignazio Silone), passa ad analizzare il periodo della Seconda Guerra Mondiale fino alla strage di piazza Fontana, per poi continuare a studiare il periodo che va dal 1969 alla riforma del 1977, (ampio spazio è dato al tentativo di golpe in Italia del dicembre del 1970). Il capitolo 4, uno dei più delicati, tratta con precisione e essenzialità gli anni Ottanta: Licio Gelli e la P2 e soprattutto la strage di Bologna. Stragi deviazioni e inchieste che riportano alla memoria l’instabilità politica di quel periodo e i suoi misteri, a tutt’oggi ancora non del tutto chiariti. Poi analizza gli anni Novanta: Andreotti e Gladio; i fondi neri del SISDE e le bombe del 1993, (interessante la scheda analitica sui luoghi segreti dei Servizi Segreti). Infine il capitolo 6 ci porta alla riforma del 2007 e alla concezione moderna dell’intelligence: lo stretto legame tra terrorismo e politica; il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale; la morte di Nicola Calipari. Storia dei Servizi segreti italiani è un volume agile e per niente noioso, scritto in modo discorsivo e chiaro, che nella sua essenzialità fa luce su un magma ancora avvolto da ombre non del tutto diradate. Utile in un corso di studi universitari, utile per un lettore che ha voglia di approfondire temi tutt’altro che di secondo piano. Dettagliata la bibliografia di riferimento, per approfondire i temi che hanno maggiormente destato il vostro interesse. L’autrice Antonella Colonna Vilasi è presidente del Centro Studi sull’Intelligence (UNI). Giornalista e docente universitaria, collabora con numerose riviste scientifiche. Tra le sue opere pubblicate di recente: Manuale di intelligence (Città del sole, 2011); Islam tra pace e guerra (Città del sole , 2011); Mafie, Origini e sviluppo del fenomeno mafioso (Dissensi, 2012); e Vita romanzata di Luigi Durand de la Penne (Neftasia, 2012).

:: Altri libri. La diversità come risorsa. La tavola degli indipendenti

10 Maggio 2013
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COSA: ALTRI LIBRI DA EATALY

La tavola degli indipendenti

DOVE: Sala Punt & Mes, Eataly, Lingotto, via Nizza 230, Torino

QUANDO: Giovedì 16 e Venerdì 17, in contemporanea con il Salone del Libro

Partendo da un’idea di Antonio Paolacci, direttore editoriale di Perdisa Pop e promotore dell’iniziativa, un gruppo di editori indipendenti ha deciso di unirsi in modo alternativo in occasione della prossima edizione del Salone internazionale del libro di Torino.

Per rivendicare l’importanza della propria diversità e il diritto di essere raggiunti dal pubblico, in un contesto editoriale sempre più gestito dai grandi gruppi, le case editrici DeriveApprodi, :duepunti edizioni, Hacca, La Linea, Laurana, Melampo e Perdisa Pop saranno insieme per una serie di eventi in uno spazio esterno al Salone: la sede di Eataly, al Lingotto. In questa sede verrà allestito uno spazio espositivo per la vendita dei libri e saranno presentati a lettori e stampa i progetti, le novità e le anteprime di ciascun editore aderente all’iniziativa.
Punto centrale della due giorni sarà la tavola rotonda sull’editoria indipendente,

ALTRI LIBRI. LA DIVERSITÁ COME RISORSA,

che si terrà giovedì 16 a partire dalle ore 17,00, a cui parteciperanno vari esponenti del mondo editoriale, tra cui gli Enrico Pandiani, Silvia Longo, Francesco Forlani, Domenico Scarpa, Marco Croella e tanti altri stanno inviando la propria adesione.
La scelta di incontrare lettori e stampa in uno spazio diverso non è in polemica con il Salone del libro, al quale parteciperanno comunque alcuni degli editori presenti in contemporanea da Eataly. Nasce tuttavia dall’esigenza di richiamare l’attenzione sull’editoria indipendente e sulle sue potenzialità, all’interno di un sistema di mercato che ne limita la visibilità e la crescita. Per questo gli incontri saranno aperti anche agli interventi dei rappresentanti di altre case editrici, che saranno invitati a partecipare attivamente. Media partner Border Radio e Extra Campus TV

PROGRAMMA

GIOVEDÌ 16
10.00 – Apertura spazio espositivo
12.00-13.00 – Conferenza stampa: le case editrici espongono le ragioni dell’iniziativa. A seguire aperitivo
15.00 – Presentazione a cura di La Linea: I giorni in fila, di Andrea Garbarino, interviene Alessandra Callegari
16.00 – Presentazione a cura di Perdisa Pop: Zoo a due, di Marino Magliani e Giacomo Sartori
Dalle 17.00 alle 19.00 – Tavola rotonda: Dibattito sull’editoria indipendente, ALTRI LIBRI. LA DIVERSITÀ COME RISORSA. A seguire degustazione a cura di Velier
VENERDÌ 17
10.00 – Apertura spazio espositivo
11.00 – Presentazione a cura di Perdisa Pop: Cattiverìa, di Rosario Palazzolo
13.00 – 14.00 – Degustazione a cura di Velier e chiusura stand.