Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Segnalazione di La casa sfitta di A.A. V.V. (Jo March, 2013)

28 giugno 2013

La Casa Sfitta - Jo MarchEsce oggi 28 giugno, per la prima volta in lingua italiana, il romanzo breve  La casa sfitta (A House to Let, 1858) scritto a più mani da Charles Dickens, Elizabeth Gaskell, Wilkie Collins e Adelaide Anne Procter, quattro dei più importanti e raffinati scrittori vittoriani, autori di capolavori senza tempo che hanno fatto la storia della letteratura mondiale.  Pubblicato da Jo March Agenzia letteraria, una piccola e interssante casa editrice di Perugia specializzata nella riscoperta di classici inediti, nella collana Atlantide e tradotto da Camilla Caporicci, che cura anche l’introduzione, Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci, questo romanzo, originariamente pubblicato nell’edizione natalizia della rivista Household Words, diretta da Dickens, risveglierà sicuramente l’interesse degli appassionati,  rendendo fruibile un testo ai più sconosciuto. L’opera è così suddivisa: Charles Dickens e Wilkie Collins hanno scritto a quattro mani i capitoli Al di la della strada e Finalmente affitatta; Elizabeth Gaskell ha scritto il capitolo Il matrimonio di Manchester; Charles Dickens ha scritto il capitolo Ingresso in società; Adelaide Anne Procter ha scritto il capitolo Tre sere nella casa; e infine Wilkie Collins ha scritto il capitolo Il rapporto Trottle.

Dalla quarta di copertina:

Mute testimoni di relazioni umane, le mura di una casa custodiscono nel silenzio i segreti degli uomini che le hanno abitate. Eppure certe case hanno assorbito così profondamente il loro contenuto, che esso si palesa all’esterno in tutto il suo inquietante aspetto. Nido, o prigione? Quale mistero avvolge la casa sfitta che ossessiona la signora Sophonisba? Cosa si cela dietro le persiane scorticate e il fango che oscura i vetri dai quali nessuno parrebbe più affacciarsi? Due investigatori speciali tenteranno di mettere pace nel cuore della loro prediletta: il fedele Trottle e il premuroso Jarber si sfideranno a colpi di manoscritti, di senili e tenere scenate di gelosia, e di coraggiose sortite nella casa. Mettetevi comodi: un regista d’eccezione come Charles Dickens ha scritturato i migliori autori sulla piazza per svelare, attraverso un intreccio impeccabile e una scrittura potente che lasciano semplicemente senza fiato, l’arcano della perturbante casa sfitta.

:: Recensione di Sto bene, è solo la fine del mondo, Ignazio Tarantino, (Longanesi, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 giugno 2013

fine mondoSto bene, è solo la fine del mondo mi ha incuriosito da subito perché il titolo mi ha ricordato la canzone dei R.E.M. It’s the end of the world as we know it (and I feel fine) poi, leggendolo mi sono accorta che questo lavoro di Ignazio Tarantino è un  una sorta di grido di libertà di un giovane uomo che ha lasciato un mondo nel quale si sentiva prigioniero per ricominciare in un cosmo tutto nuovo da conoscere, scoprire e costruire assieme agli altri. L’Italia che fa da sfondo alla trama è quella degli anni 80. Il protagonista è un ragazzino di nome Giuliano che ci racconta la vita della sua squattrinata famiglia e i grandi cambiamenti che nel corso degli anni l’hanno cambiata trasformandola per sempre. Da un parte, c’è un padre violento che non teme nulla e nessuno e non esita sfogare sulla moglie e i figli la sua insoddisfazione personale. Dall’altra, c’è la madre Assunta, una donna che subisce e pensa solo a crescere i figli nel miglior dei modi possibili, fino a quando un giorno la donna comincia a frequentare la Società nell’attesa che l’annunciato e imminente giudizio di Dio arrivi con la salvezza per coloro che sono “eletti”. In questa esperienza la donna coinvolgerà, loro malgrado, i figli causando, senza rendersene conto, una serie di cambiamenti radicali per il suo nucleo familiare. Sto bene, è solo la fine del mondo di Tarantino è una storia di formazione nella quale Giuliano, anno dopo anno, da bambino diventa un giovane uomo. Quello narrato è un periodo di crescita caratterizzato da sentimenti contrastanti tra il desiderio di vivere la propria vita in modo libero e il rispetto delle regole imposte dalla Società, dove la madre ha trascinato il protagonista e i suoi fratelli. Giuliano vive l’esperienza dell’ ente, ma allo stesso tempo frequentando le scuole superiori ha la possibilità di conoscere la vita fuori dal sistema della setta religiosa alla quale lui è affiliato e lo scontro tra realtà diverse lo indurrà a vivere una maturazione combattuta tra il rispetto e la trasgressione. L’infrangere le regole da parte del protagonista corrisponde al poter amare chi si vuole – compreso chi non è dentro la setta -,  al poter leggere qualsiasi libro, all’ascoltare ogni genere di musica e al divertirsi come fanno tutti i suoi coetanei, senza sentire il peso di un senso di colpa per peccati che non sussistono. Il libro di Tarantino non racconta solo la storia di un ragazzino che cerca di diventare grande e di capire cosa è davvero giusto per lui, ma Sto bene, è solo la fine del mondo è un lucido sguardo sulla nostra Italia e sull’Europa tra anni ’80 e ’90 con il terremoto, con i fatti della storia d’Italia e con la caduta del muro di Berlino. Eventi che Giuliano non riesce a condividere in modo completo, perché sempre in bilico tra il voler essere come tutti gli altri ragazzi e il sentirsi legato ai principi della Società. Un vincolo dovuto non tanto e solo al suo crederci, ma al bene che lui prova per la madre e che in una prima fase lo portano ad obbedire sempre. Giuliano a differenza dei suoi fratelli trova il coraggio di ribellarsi e di prendere una decisione radicale che cambierà per sempre la sua vita e il rapporto con i suoi familiari. La volontà di trasformazione di Giuliano è il segno evidente di un ragazzo che dopo aver passato un’esistenza ad obbedire e subire ha capito che la vita è fuori da quella “Sala del Regno” nella quale la madre lo ha inserito. Giuliano sceglie la sua libertà e questa ribellione lo renderà libero di esprimersi e di salvare la sua identità di individuo singolo. Sto bene, è solo la fine del mondo è sì la vicenda di un giovane alla ricerca di sé, ma è anche un’acuta riflessione sulla manipolazione delle menti umane e di quanto si riesca con il potere delle parole ad indurre le persone a compiere gesti e seguire determinati principi di vita. Inoltre, lo sguardo in soggettiva di Giuliano ha in sé una forte componente dell’io autoriale e non a caso nella nota di chiusura, Ignazio Tarantino ci spiega come certi fatti narrati in questo primo romanzo lui li abbia recuperati dal proprio background di esperienze personali, a dimostrazione del fatto che la vita può diventare romanzo e il romanzo può entrare nella vita.

Ignazio Tarantino è nato a Monopoli e vive a Firenze, dove lavora nel campo dell’arte contemporanea.

:: Segnalazione di Il prezzo della bellezza di Rosa Teruzzi (Rusconi libri, 2013)

27 giugno 2013

ilprezzodellabellezzaUna bomba esplode sotto una Porsche posteggiata davanti a un palazzo signorile di Milano. È una fredda notte di febbraio e questo è solo il primo di una serie di attentati compiuti dalle sedicenti Brigate Antisilicone contro i chirurghi estetici delle star. Ma chi si nasconde dietro questa sigla? Davvero un gruppo di “rifatte” pentite o, all’origine, c’è qualcosa di diverso: una passione ferita, un antico astio, una vendetta?
Sul caso indagano Irene, giovane cronista di “nera” in uno scalcinato giornale del pomeriggio, e Angelo, il suo inseparabile fotografo, specializzato in proverbi milanesi.
Sullo sfondo ruota il mondo variopinto del quotidiano in cui Irene lavora (a partire da Dog, il misogino capocronista, per finire con Luca, imprendibile e affascinante vice-direttore) e quello del palazzo in cui abita, uno stabile sul Naviglio Grande dove vivono anche Viola – la sua amica del cuore – e una sorprendente figura di guru, Rosa Maria.
E poi c’è Beppe, il commissario di polizia, con cui Irene ha intrecciato una tormentata storia segreta.
E soprattutto c’è il dono, il talento di sentire le emozioni violente del prossimo anche solo sfiorandolo, una specie di empatia al quadrato che mette Irene in contatto con molti segreti.
Sveva Casati Modignani, madrina letteraria dell’autrice, ha paragonato la sua protagonista al commissario Montalbano. “Magari! – si schermisce Teruzzi – In realtà Irene ha la metà dei suoi anni. È goffa in amore quanto lui è irresistibile e purtroppo vive a Milano, non in Sicilia. Ma entrambi provano una specie di ‘nostalgia della giustizia’. Una giustizia più alta, che non coincide necessariamente con quella dei tribunali.”

Rosa Teruzzi è giornalista e scrittrice. Ha lavorato per molti anni come cronista di “nera” a La Notte, il giornale del pomeriggio di Milano che ha ispirato La Città di Irene. Poi è passata a Epoca e in tivù. Ha pubblicato il suo primo racconto nell’antologia Crimine Milano giallo-nera (Stampa Alternativa, 1995). Altri racconti sono usciti nelle antologie Cuori di Pietra, Facce di Bronzo e Corpi, pubblicate da Oscar Mondadori nel 2007, 2008, 2009. Un suo racconto, Requiescat, è stato segnalato dalla giuria del Premio Scerbanenco nel 1996. Il primo romanzo con Irene protagonista è stato Nulla per Caso (Sperling&Kupfer 2008), cui sono seguiti Il segreto del giardiniere (Rusconi 2012) e Il prezzo della bellezza (Rusconi 2013).

:: Dal 28 giungo il festival Tener-A-Mente anima il Vittoriale dannunziano a cura di Viviana Filippini

27 giugno 2013

Cover TeneramenteTener-A-Mente è come il ricordare un qualcosa che si è sperimentato e che ci ha lasciato un segno o un emozione indelebile nella vita. Questo è quello che vuole continuare a fare il Festival artistico culturale del Vittoriale di Gardone Riviera in provincia di Brescia, che prenderà il via Venerdì 28 giugno con il concerto di Mario Biondi. La rassegna, giunta alla terza edizione,  è organizzata dalla  re: think-art in collaborazione con la Fondazione Il Vittoriale degli Italiani che da tre anni è lo scenario di una serie di spettacoli nei quali convergono artisti del mondo della musica, del teatro e del cinema di importanza nazionale ed internazionale.  Gli spettacoli previsti per la programmazione estiva sono 13 e si svilupperanno da Venerdì 28 giugno fino al 9 settembre.
Tra i tanti artisti coinvolti  oltre all’apertura tra il Jazz e il soul con Mario Biondi spiccano  Keith Jarreth  (21 luglio ) e David Byrne (9 settembre). Accanto a loro si innesta la fervente creatività del pianista Stefano  Bollani (3 agosto) e di Elio e le storie tese (13 luglio), le originali accoppiate artistiche tra i comici  Ale&Franz con Enrico Ruggeri (14 luglio) e il duo di Gino Paoli con Danilo Rea (20 luglio). Tornano al Vittoriale Ludovico Einaudi (3 luglio) con In a time lapse e Vinicio Capossela (6  agosto) con il suo Rebetico Gymnastas. Tra i tanti appuntamenti in cartellone che si possono consultare al link http://www.anfiteatrodelvittoriale.it/pag.asp?n=101&t=Cartellone,  da ricordare anche l’omaggio che l’attore Filippo Timi farà a d’Annunzio, in uno spettacolo fortemente voluto dal presidente della Fondazione, Giordano Bruno Guerri, noto scrittore, storico e  saggista.
Due sono le importanti novità della stagione 2013 di Tener- A-Mente, evento che nell’edizione del 2012 ha raccolto quasi 16.000 spettatori provenienti da tutta Italia e dall’Estero.
La prima sono le  visite guidate sul tema “I luoghi della parola e dell’arte” proposte dalla fondazione e rivolte  agli spettatori del Festival, che avranno la possibilità di  andare alla scoperta di quegli spazi del parco del Vittoriale (la Nave Puglia, il colle dove si trova il museo del Mas e il Laghetto delle Danze)  dove vennero messe in scena rappresentazioni artistiche teatrali e musicali ai tempi di d’Annunzio. Tra i vari luoghi da ricordare anche il cinema privato del Vate, che aveva un forte passione per i cartoni animati come “Braccio di ferro rigattiere” e Gatto pazzo al Polo Nord”.
La seconda è la consolidata partnership tra il Festival e alcune aziende del settore enogastronomico. Un rapporto che si sta consolidando sempre più, dando vita ad un collaborazione nella quale il pubblico, oltre a deliziare l’udito e la vista con gli spettacoli che offre il Vittoriale, potrà compiacere il proprio palato con le proposte enogastronomiche proposte all’interno della cornice del festival Tener- A-Mente.
Per maggiori informazioni su prenotazioni, offerte speciali, promozioni, acquisto dei biglietti e possibili variazioni del calendario visitate il sito http://www.anfiteatrodelvittoriale.it/

:: Recensione di Chi semina vento di Nele Neuhaus (Giano, 2013)

27 giugno 2013

chiseminaventoChi semina vento di Nele Neuhaus (Wer Wind sät, 2011), trasposizione letterale del titolo originale, edito ad aprile da Giano nella collana I libri della Civetta e tradotto da Alessandra Petrelli, è un poliziesco tedesco con venature ambientaliste – tanto da essere definito dallo Stern “uno straordinario eco-thriller”-  in cui accanto alle indagini investigative dei due protagonisti, la commissaria Pia Kirchhoff e il commissario capo Oliver von Bodenstein, coadiuvati da un folto gruppo di colleghi appartenenti alla squadra dell’ufficio II di Hofheim, si da grande spazio alle loro vicende personali, pur non essendo i due personaggi legati sentimentalmente tra loro, cosa piuttosto insolita.
Il volume è decisamente corposo, quasi esattamente 500 pagine, anche se la scrittura scorrevole, grazie anche al lavoro della Petrelli, che si conferma una solida professionista, regge bene la lunghezza e rende la lettura veloce e agevole. Natura e ambiente costituiscono poi un valore aggiunto insolito e interessante, che scava in una piaga contemporanea di grande attualità, ovvero la corruzione e i raggiri legati a numerose aziende che si occupano di energie rinnovabili e enti pubblici che si occupano di tutela ambientale. E’ indubbio che le grandi quantità di denaro che ruotano intorno a questi interessi, l’ecosostenibilità ambientale è un’ esigenza vitale per il pianeta, si prestano a diventare oggetto di feroci contese, legate non solo alla grande criminalità, in cui si mischiano avidità, egoistici interessi personali, vendette, terreno ideale per un romanziere in cerca di validi moventi per un delitto.
Chi semina vento inizia infatti nel più classico dei modi, per un poliziesco, con un delitto. Rolf Grossmann, guardiano notturno della WindPro, azienda che si occupa di impianti eolici, viene rinvenuto cadavere da un’ impiegata al fondo di una scala. Ad un primo accertamento la morte sembra causata da un incidente, Grossmann era noto per essere dedito all’alcool anche durante le ore di lavoro e cadere dalle scale non sembra così inverosimile. Ma subito un particolare mette in allarme Pia, chiamata ad investigare. Sempre quella notte un estraneo, individuato dai video di sorveglianza, si è introdotto nell’azienda posizionando la carcassa di un criceto sulla scrivania di Stefan Theissen, capo della WindPro. Atto che fa cadere inevitabilmente i sospetti dell’ irruzione su un gruppo di ambientalisti che si oppone alla realizzazione di un parco eolico nel Taunus che implicherebbe la deturpazione del paesaggio, l’abbattimento di un bosco e la messe in pericolo di una colonia di specie protetta di criceti selvatici, oltre ad essere completamente inutile, come ha determinato la perizia privata fatta dai manifestanti.
Naturalmente grandi somme di denaro sono legate a questo progetto, essenziale per la WindPro, che rischia il fallimento. E quando il padre di Oliver von Bodenstein, anch’egli parte del gruppo ambientalista che si oppone al parco eolico, trova il cadavere di Ludwig Hirtreiter, uno dei capi della protesta, a cui la WindPro aveva offerto tre milioni di Euro per un campo essenziale per la costruzione del parco, offerta da lui sdegnosamente rifiutata non ostante l’insistenza dei figli,  inequivocabilmente ucciso a colpi di fucile con il suo cane, le indagini finalmente si avviano e una pista sembra certa, Jannis Theodorakis, lo stesso ambientalista sospettato dell’effrazione nella WindPro, è anche colui che aveva litigato violentemente con Hirtreiter, poche ore prima della sua morte. Ma ovviamente nulla è semplice come appare, e Pia Kirchhoff si troverà quasi da sola sulle spalle un caso difficile e complesso alla cui radice come sempre si troverà il denaro.
Nele Neuhaus, scrittrice tedesca, classe1967, già autrice di Biancaneve deve morire (2011), Ferite profonde (2012), e La donna malvista (2012) è un nome piuttosto noto nel panorama europeo del poliziesco, o krimi. A lungo ai primi posti nelle classifiche dei besteseller in Germania, con la coppia di investigatori composta da Pia Kirchhoff e da Oliver von Bodenstein, la Neuhaus è riuscita a creare una serie, con questo romanzo giunta al quinto episodio, ma in Germania è già uscito nel 2012 il sesto, Böser Wolf, di sicuro interesse per gli appassionati di polizieschi.
L’inizio è piuttosto lento, con il ritorno di Pia Kirchhoff da una vacanza in Cina, alcune scaramucce con l’ex marito, la scoperta di un cadavere la cui morte sembra causata da un incidente, ma ben presto l’indagine prende l’avvio e la lettura inizia a scorrere veloce. La parte investigativa infatti è sicuramente quella che ho apprezzato di più, alternata a vivaci squarci di vita domestica dei due investigatori e degli ambientalisti impegnati nella protesta. La trama è piuttosto complessa, ricca di false piste, intricata quanto basta da non rendere subito evidente lo svolgimento dei fatti, anche se movente e tempi dell’azione rendono tutto plausibile. Un buon poliziesco.

Nele Neuhaus è nata in Germania nel 1967 e, prima di diventare scrittrice, ha studiato Giurisprudenza, Storia e Letteratura, e ha lavorato in un’agenzia di pubblicità. Biancaneve deve morire è stato, e continua a essere, un successo straordinario in Germania. http://www.neleneuhaus.de

:: Recensione di Tra la notte e il cuore di Julie Kibler (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2013

miss isabelleMiss Isabelle e Dorrie non potrebbero essere più diverse: la prima è una novantenne bianca, ex membro attivo della comunità, sola da anni dopo la morte prima di lei del marito e del figlio, mentre la seconda è la sua giovane parrucchiera di colore, già mamma di due ragazzi adolescenti. Ma Miss Isabelle si è affezionata a Dorrie, e quando le chiede di mollare tutto per accompagnarla dal Texas a Cincinnati, per partecipare ad un funerale misterioso, lei accetta, scoprendo un passato doloroso ma avvincente e trovando nuovi spunti per proseguire la sua vita, all’insegna della speranza e del saper cambiare.
Ci sono già stati altri romanzi che hanno parlato di rapporti tra generazione al femminile e del dramma della segregazione razziale negli Stati Uniti, qui raccontato negli anni della Seconda guerra mondiale, quando i neri servirono nell’esercito non nelle mansioni più umili, ma in prima linea, come soldati e medici, spesso morendo sul campo di battaglia, per un Paese che continuava a discriminarli nelle scuole, negli ospedali, nei posti di lavoro.
Un titolo su tutti, che viene in mente, è Pomodori verdi fritti alla fermata del treno di Fannie Flagg, ma Tra la notte e il cuore riesce ad essere diverso ed originale, e non solo perché svela appunto pagine poco note di un passato così lontano ma a tratti così vicino, spina nel fianco ancora oggi della democrazia americana.
Dalle due voci alternate di Isabelle, che rievoca la sua giovinezza lontana e il grande amore impossibile per Robert, il figlio intelligente e pieno di talento della sua governante nera, e di Dorrie, alla ricerca faticosa della felicità che la Costituzione a stelle e strisce stabilisce come diritto inalienabile di ciascuno, emerge una vicenda appassionante e toccante, che si snoda tra colpi di scena, agnizioni, scoperte, ricordi e presente, fino ad un finale che può non lasciare gli occhi asciutti.
Tra ricostruzione d’epoca e viaggio on the road in cerca di radici e segreti nascosti per decenni, Tra la notte e il cuore racconta una pagina di vita, ancora non del tutto risolta negli States (per non parlare altrove), dove, malgrado che alla Casa Bianca ci sia un Presidente con famiglia al seguito di colore, ci sono ancora in alcune zone, come nel profondo Sud, razzismo e discriminazioni, con vere e proprie zone off limits per i neri e gli appartenenti ad altre etnie.
Julie Kibler, texana, esordisce con questo romanzo, che in originale si intitolata Calling me home, Chiamandomi a casa, forse più in linea con la storia narrata, di un ritorno verso il passato, per chiudere un cerchio rimasto tristemente aperto e avere per un attimo un po’ di speranza da donare. Un’autrice da tenere d’occhio, in attesa di altre sue storie, perché comunque sa avvincere, commuovere e creare personaggi interessanti e non stereotipati.

Julie Kibler vive in Texas con il marito e i figli. Tra la notte e il cuore è il suo romanzo d’esordio. Traduzione dall’inglese di Alba Mantovani.

:: Recensione di Il quadro del mondo di Gerry Gherardi, (Edizioni Ensemble, 2011) a cura di Ilaria Mainardi

25 giugno 2013

quadroC’è chi cerca metafore ardite, arzigogolati sotterfugi lessicali, sprazzi di citazione illustre che si mescolano a un’idea della vita (e della poesia, immagino) che sa di pagine patinate, sporcate ad arte, finte.
Ci sono poesie che sanno di muffa, altre che la muffa la implorano.
E poi ci sono poesie che profumano davvero del “cielo sopra i sogni”, nelle campagne antiche, intatte, intorno alla cittadina di Pontedera, in provincia di Pisa, vicina al mio sentire anche per ragioni meramente geografiche.
Gerry Gherardi, autore pontederese de “Il quadro del mondo”, poco più che trentenne, ma già letterariamente assai maturo, pennella, con la sapienza dello sceneggiatore esperto – lo è, oltre che doppiatore – squarci di vita semplice, scorta attraverso la lente sognante di un finestrino, ingrato amplificatore di ricordi (“Dal treno il mare/ al finestrino/ coperto da un velo”) o nella pienezza materica di un’estate assolata (“Galleggia/ nei campi d’oro/ un cappello di paglia/ sotto il cielo sereno”).
Torna a intervalli regolari l’estate calda, quella natia, nei versi di Gerry, talvolta raggianti, altre volte sopiti nella sonnolenza del mattino, di un farfalla, raccolta su un fiore: “ Il respiro del tempo,/ come un soffio di vento/ muove le tende bianche/ una mattina d’estate”.
Ma ci sorprende, in questo quadro i cui rimandi si collocano nelle “piccole cose”, cantate da Umberto Saba, ispirazione implicita dell’autore, secondo chi scrive, il guizzo surreale di “Alice e Pinocchio”, un incontro impossibile che si sincopa sul finale dapprima speranzoso, infine vano : “Babbo,/ c’è una bimba innamorata/ con un vestitino blu,/ corre dietro ad un coniglio/ poi scompare,/ mi chiama/ ma non la vedo più”.
E poi ancora l’oro del grano, della paglia, sorta di fil rouge della silloge poetica di Gherardi, l’oro che galleggia, che dà ristoro agli amanti esausti, che tiene al sicuro la memoria dagli inverni trascorsi, che ritrova “il tempo/ dei tuoi vestiti leggeri,/ come petali di fiori/ ai piedi di un divano”, chiosa evocativa del componimento “Da lontano”, forse il più riuscito della valida raccolta.
E’, nella mia analisi, un percorso all’interno della memoria dell’esistenza, quello che compie l’autore de “Il quadro del mondo”: le sensazioni estive, spensierate quanto lo può essere la nitida consapevolezza del tempo, sfuggente come la maturazione di una spiga di grano, si stemperano all’interno della sera, dell’età adulta, delle responsabilità, del cemento metropolitano, colorato di un’ambra che non è quella dei bei campi della giovinezza.
E’ già autunno, dunque, e “per la strada nessuno,/ solo quel gatto/ sul tondo di un ceppo, […] a sonnecchiare”.

Gerry Gherardi nasce a Pontedera un sabato d’agosto del 1978 alle 9,30 di mattina, faceva caldo e tutti erano in ferie. Frequenta quindi l’Accademia Musicale Toscana sotto la guida del Maestro Franco Ceccanti e successivamente a Roma segue i corsi alla scuola di teatro “Ribalte”, di Enzo Garinei e debutta  con Francesca Draghetti in “Terapia di gruppo” di C. Durang, primo spettacolo di una lunga serie che sancisce una lunga collaborazione. Doppiatore e sceneggiatore mette in scena due monologhi teatrali e una parodia per quattro attori. “Il quadro del mondo” è il suo primo libro.

:: Segnalazione di Il sacrificio di Polissena di Marta Guzowska (EO, 2013)

25 giugno 2013

polissenaMarta Guzowska
Il sacrificio di Polissena
Traduzione dal francese di
Valentina Parisi

Dal 28 Agosto 2013

Ambientato in Turchia sulla costa dell’Anatolia dove un tempo sorgeva la leggendaria città di Troia, questo avvincente romanzo giallo prende il via con un sensazionale ritrovamento: le spoglie della mitica figlia di Priamo, Polissena, cosparse di innumerevoli lamelle d’oro. Da lì a breve l’inaspettato rinvenimento nello stesso antico cimitero del corpo senza vita di una delle partecipanti alla spedizione, Nadia, getta un’ulteriore ombra sinistra sulla vera natura di quel luogo, dietro al quale si nascondono vicende di ancestrale sopraffazione e torbidi interessi economici. Alla coppia di protagonisti – l’affascinante e tirannica archeologa Pola Mor e il disincantato, irriverente antropologo Mario Ybl – toccherà l’arduo compito di risolvere il mistero. Ma prima dovranno innanzitutto difendere il sito archeologico dalle mire degli speculatori edilizi e dall’intervento altrettanto poco disinteressato di un losco milionario che si offre improvvisamente di finanziare gli scavi. Scritto da un’archeologa professionista, Il sacrificio di Polissena riesce a fondere uno sguardo competente e appassionato sulle difficoltà che si oppongono alla ricostruzione del passato e un ritmo coinvolgente, grazie soprattutto ai dialoghi incalzanti e mai banali tra Pola e Mario.

Marta Guzowska è ricercatrice presso l’Istituto di Archeologia dell’Università di Varsavia, studia i reperti provenienti dalle regioni dell’Egeo e dell’Anatolia occidentale. Ha partecipato a spedizioni archeologiche in Grecia e in Israele, nonché agli scavi della città di Troia. Come scrittrice ha debuttato con Il sacrificio di Polissena, il primo episodio della serie di romanzi gialli che ha per protagonista l’eccentrico antropologo Mario Ybl. Marta Guzowska fa parte del collettivo di scrittrici “Sorelline criminali”.

:: Recensione di Conspiratio, Furio Thot, (Arpeggio Libero, 2013) a cura di Viviana Filippini

25 giugno 2013

conspiratioA volte mi chiedo se esistano libri diversi dai soliti manuali scolastici di storia per imparare a conoscere il nostro passato. La risposta è sì. In questa categoria rientra un romanzo – Conspiratio di Furio Thot edito da Arpeggio Libero – che dal mio punto di vista è interessate e utile per conoscere una parte della nostra storia italiana. Lo scrittore in questo suo nuovo lavoro mescola con sapienza ed equilibrio fatti storici realmente accaduti alla vicenda amorosa di fantasia con protagonisti Jan, un mercante di Burges trasferitosi a Firenze e Francesca, una giovane commerciante di sete che lavora assieme al fratello Lapo. Il romanzo di Thot scorre via veloce come i fotogrammi di un film che si incastrano in una fluida sequenza nella quale vengono narrati i sotterfugi e gli intrighi politici, economici e amorosi che portarono alla congiura dei Pazzi. Tanti sono i personaggi storici veri che Thot inserisce nella narrazione rendendoli diretti interpreti di una trama solida e ben costruita, nella quale nulla è lasciato al caso, ma accuratamente ricercato sia dal punto di vista storico che artistico. Ecco comparire sulla scena la famiglia dei Pazzi pronta a tutto pur di fermare il dilagante potere dei fratelli Medici. Accanto a loro si affiancano le vicende di Federico da Montefeltro, del re di Napoli, di Papa Sisto IV e dei grandi artisti del Quattrocento come Botticelli, il Ghirlandaio e Leonardo da Vinci o il letterato Luigi Pulci. Tante sono le persone e tanti sono i luoghi dove le avventure dei diversi protagonisti prendono forma con il passare del tempo, un vero e proprio excursus che permette al lettore di spostarsi da Firenze a Milano, passando per Urbino, arrivando a Roma e a Napoli sempre sulle tracce delle vicissitudini riguardanti i grandi potenti che con il loro agire influenzarono le sorti dello Stivale. La cosa che mi ha stupito di Conspiratio non è solo l’accurato, anzi direi certosino, processo di ricostruzione storica di un’epoca, ma è il mettere in evidenza quanto in passato la dimensione privata dei potenti si intrecciasse in modo costante con la politica. Una relazione dalla quale emerge quanto l’amore vero, quello che unisce due persone che si sentono attratte in modo reciproco l’una dall’altra, fosse una componente secondaria della vita di coppia, messa in ombra da matrimoni celebrati per interesse politico ed economico. Oltre ad un sguardo generale sull’Italia delle fine del ‘400, Thot porta chi legge dentro alla psicologia dei diverse personalità presenti nella scena narrativa definite attraverso le parole, i gesti e le relazioni presenti nella trama. Uomini e donne agiscono dimostrando di essere animati da una coscienza buona o cattiva che sia, assumendo uno status di umanità che li avvicina a chi legge. La coppia di Jan e Francesca è la rappresentazione di due persone umili,  animate da sentimenti buoni e chi leggerà Conspiratio conoscerà attraverso lo sguardo di questa fidanzati la vita quotidiana della Firenze quattrocentesca dove le ripicche, la violenza gratuita, il degrado umano (esemplare da questo punto di vista è quello che accade a Senda un’amica di infanzia di Jan) e le torture fisiche perpetrate verso gli avversari politici e non (reali o presunti) erano all’ordine del giorno. Conspiratio è un romanzo storico ad alta tensione, con qualche venatura thriller aggiungerei, dove il crescendo emozionale è determinato dall’escalation di intrighi e accordi tra le mura dei potenti che porteranno alla famosa Congiura dei Pazzi e allo stesso tempo evidenziano quanto la sete di potere possa rendere insensibile e violento il genere umano.

Furio Thot è laureato in Scienze politiche all’università di Milano, città dove è nato alla fine degli anni Cinquanta. Ad oggi ha pubblicato la raccolta Il sogno di Euridice, e tre romanzi – Le cesoie di Atropo, Il destino di Psiche e L’abbraccio di Thanatos tutti editi da Arpeggio Libero. Inoltre ha partecipato con sette racconti all’antologia Le teste di Cerbero assieme ad Anna Piazza e Simone Salvetti. Attualmente risiede a Lodi con la sua famiglia e dedica alla scrittura quasi ogni momento lasciatogli libero dal lavoro.

:: Recensione di L’ultima vittima di Tess Gerritsen (Longanesi, 2013)

23 giugno 2013
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L’ultima vittima (Last to Die, 2012) di Tess Gerritsen, traduzione di Adria Tissoni, edito da Longanesi nella serie I Maestri del Thriller della collana La Gaja scienza, è un nuovo romanzo della fortunata serie dedicata alla coppia Rizzoli e Isles, per chi ancora non le conoscesse, ma è difficile esistendo anche una serie televisiva della TNT, rispettivamente detective dell’Omicidi e patologo forense del Dipartimento di polizia di Boston.
Definibile in bilico tra il police procedural classico e il medical thriller, per l’ampio spazio dato alle dissertazioni mediche – questa parte scientificamente molto accurata, basandosi sull’esperienza di medico della stessa Gerritsen, che prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno esercitava infatti come internista, professione intrapresa su consiglio di suo padre – L’ultima vittima si arricchisce di un’ambientazione tipica di molti horror e thriller americani, parte della storia si svolge infatti in un collegio esclusivo e molto particolare perso tra i boschi e le foreste del Maine.
A Evensong, questo è il nome del collegio, gli studenti non sono ragazzi comuni, ma sopravvissuti, segnati da brutali tragedie personali, che per precisa volontà di Anthony Sansone, a capo del club Mefistofele, vivono in un ambiente super protetto da mura granitiche, alti recinti di ferro battuto, sensori di movimento, codici che cambiano ogni settimana per aprire porte e cancelli, una specie di carcere di massima sicurezza, come appare agli occhi di Maura Isles quando arriva in visita per la prima volta. Un posto sicuro, lontano da un mondo irto di pericoli… Sembrerebbe. Già sembrerebbe solo.
Lo sconosciuto killer che perseguita Teddy Clock, Claire Ward, Will Yablonski, non pare affatto deciso a farsi spaventare dai sofisticati sistemi di sicurezza. Ha un piano in mente, un piano che lega le vita di questi ragazzi e solo Jane Rizzoli e Maura Isles sembrano averlo capito, ostacolate da uno dei più stupidi e scostanti poliziotti della storia della letteratura gialla, Darren Crowe. Personaggio che già solo per questo primato merita un piccolo approfondimento.
Innanzitutto il suo nome risuona simile a Russell Crowe, chi non se lo ricorda nella parte di Bud” White  in LA confidential, forse per sottolineare l’amore per il paradosso della scrittrice cino-americana. Darren è esattamente il collega che nessuno vorrebbe avere: con modi ben poco squisiti, un’aria tracotante, il petto gonfio, le spalle muscolose, e il taglio di capelli da divo hollywodiano, caratterizzato da un umorismo macabro, quasi sempre a sproposito, una sensibilità per le vittime pari allo zero, un disprezzo per i colleghi, specie se di sesso femminile, tristemente privo ogni immaginazione, aggressivo, ripugnante, vanesio, insomma il prototipo del poliziotto ottuso, maschilista, incompetente e incapace di cambiare una propria falsa percezione, dando avventati giudizi contro innocenti. Naturalmente avrà la sua amara lezione che per Jane non si trasformerà però in un trionfo. Non subito almeno.
L’ultima vittima è davvero un libro ben scritto, di una scrittrice che amo molto e che mi ha sempre fatto passare ore piacevoli. Tradotto in modo scorrevole e fluido, il romanzo si legge davvero in poche ore con una facilità che nasconde bene l’abilità dell’autrice nell’ideare trama, intreccio, e dialoghi. La suspense è assicurata, per tutto il libro si è portati a domandarsi quale sia il legame tra i vari ragazzi protagonisti e le misteriose morti delle loro famiglie, biologiche prima e adottive poi.
La Gerritsen dosa i colpi di scena e i cambi di prospettiva, portando il lettore quasi ignaro alla risoluzione finale in un crescendo di tensione e ritmo. Il finale infatti è giocato sui toni della resa dei conti conclusiva in cui i due principali antagonisti si fronteggiano, – scopriremo solo alla fine chi sono –  scambiandosi repentinamente i ruoli, e ogni tassello della trama va al posto giusto, chiarendo il mistero di Icaro, personaggio cardine che appare evocato in rapidi flashback per tutta la narrazione.
Azione, indagine, giusta dose di simpatia delle protagoniste Rizzoli e Isles, ritmo reso teso dall’assenza di tempi morti, rendono questo thriller indicato agli amanti del genere e anche a chi solo vuole leggere un libro capace di coinvolgere e incuriosire. Forse gli amanti dell’eccessivo realismo troveranno un po’ fantastico il club Mefistofele, una specie di anti Spectra di bondiana memoria, ma giuro, non dico altro. Buona lettura.

Tess Gerritsen (1953) è una scrittrice statunitense di thriller di origini cinesi, considerata la regina del medical thriller, i cui libri sono stati tradotti in 31 lingue, con oltre 15 milioni di copie vendute. Ha abbandonato la carriera di medico per dedicarsi completamente alla scrittura. Ha vinto il Nero Wolfe Award con Sparizione e il Rita Award con Il chirurgo. Attualmente vive nel Maine.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Siria mon amour di Cristina Obber e Amani Al Nasif (Piemme, 2013) a cura di Petra Crociati

22 giugno 2013

siriaCon “Siria mon amour”, edito da Piemme nel 2013, Cristina Obber e Amani Al Nasif affrontano con uno strumento semplice ma nello stesso tempo potente- il romanzo- un argomento ancora raramente discusso in Italia: quello dei matrimoni combinati.
Nel nostro paese, infatti, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si è concentrata, pur con considerevole ritardo rispetto ad altri paesi europei, sulla prevenzione dalla violenza di genere e dal femminicidio, così come sulla denuncia di un’immagine degradante e svilente della donna-oggetto, proposta in molti programmi televisivi e pubblicità promozionali.
I matrimoni combinati ed alcune altre importanti questioni inerenti l’intero genere femminile (le mutilazioni genitali, la tratta di persone a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo), vengono ancora percepiti dall’opinione pubblica come problemi lontani, non appartenenti alla nostra cultura, riguardanti prevalentemente persone di diversa nazionalità e dunque non degni della nostra attenzione, della nostra indignazione, della nostra rabbia.
Ciò che spesso si dimentica è che esiste un unico sistema patriarcale, diffuso in tutto il mondo, che percepisce la donna come una mera appendice della volontà maschile, completamente sottomessa, e che  non distingue tra femminicidio, pubblicità sessiste, matrimoni imposti.
La violenza contro le donne ha un unico grande volto che può essere deframmentato, quasi fosse un enorme prisma, ed osservato da diverse angolazioni, ognuna delle quali ci permette però di denunciarla e contrastarla in maniera completa, senza distinzioni.
Per chi non conosce questo tipo di violenza, il romanzo “Siria Mon Amour” fornisce un quadro del tutto convincente e chiaro per approcciarsi al problema. Intanto perchè Amani è nata in Siria ma è completamente italiana, nelle abitudini, nelle scelte, nello stile di vita. E’ perfettamente integrata, come quasi tutti i giovani di seconda generazione che vivono nel nostro paese e che ancora oggi l’opinione pubblica fatica così tanto a considerare degni di essere considerati italiani.
Amani, mentre racconta attraverso la penna di Cristina Obber quello che le succede a 16 anni, si mostra una ragazza come molte altre, come me per esempio. Inoltre, benchè di origini siriane, non è stata spesso nel suo paese di origine e dunque la proposta della madre di recarvisi per risolvere un cavillo legato al passaporto viene vissuto dalla ragazza come l’occasione per un bel viaggio estivo.
Le conseguenze del viaggio in Siria, del tutto inaspettate, colgono di sorpresa anche il lettore, che non si capacita di come la vita normale di una 16enne possa essere rivoluzionata in pochi giorni, in maniera irreversibile, nel 2006. Un libro del genere, fortunatamente, non è accademico, non necessita di un background approfondito sulla Siria, non richiede sforzi di fantasia. E’ reale, crudo, vero, talmente vicino a noi da permetterci di vedere i fatti con gli occhi di Amani, così come lo sono i matrimoni combinati di cui spesso non ci interessiamo perchè riguardanti “gente diversa da noi”.
E’ uno di quei libri da regalare a tutti, ai propri figli, ai propri fidanzati, alle proprie mamme, a chiunque pensiamo sia importante che questa storia vada raccontata, per dare voce a chi ha avuto la forza di non restare in silenzio.

Cristina Obber è nata a Bassano del Grappa il 9 novembre 1964. Giornalista pubblicista, ha collaborato per cinque anni con un quotidiano vicentino. Nel 2008 ha pubblicato “Amiche e ortiche” con  Baldini Castoldi Dalai, affresco dolce-amaro dell’amicizia al femminile. Nel biennio 2009-2010 ha pubblicato con A. Fraccaro editore “Primi baci” e “Balilla e piccole italiane, la scuola, i sogni, la vita”, raccolte di testimonianze sulla prima metà del novecento. Nel novembre 2011 ha pubblicato un ebook di narrativa dal titolo “La ricompensa”, per Emma books. Nel 2012 ha pubblicato “Non lo faccio più, la violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge”, ed. Unicopli, da cui è nato un progetto scuole. Nel 2013 è uscito “Siria mon amour” per Piemme editore. Collabora con Dol’s, il sito delle donne on line.

Amani El Nasif, nata ad Aleppo, in Siria, a 3 anni si è trasferita a Bassano del Grappa con la famiglia. Un giorno Amani parte per la Siria per correggere un errore sul passaporto. Scopre di essere caduta in una trappola e di trovarsi lì per essere data in sposa a un cugino. In Siria Amani resta un anno lunghissimo poi di colpo sua madre ritorna in Italia e la porta con sé. Tornata, Amani sposa un uomo italiano ed ora è mamma.

:: Recensione di Guerrilla Blues di Alessandra Bava (Edizioni Ensemble, 2012) a cura di Ilaria Mainardi

22 giugno 2013

bavaHa un titolo che sembra estratto da un romanzo ramingo di Jack Kerouac o da una jam session poetica di Allen Ginsberg, questa raccolta di Alessandra Bava, classe 1968, romana, con un po’ d’America nel cuore e nella penna.
Ed è l’America della vivace, dotta Cisco, come gli autoctoni sono soliti chiamare la città di Harvey Milk, che si avverte nel profumo e nella metrica delle ballate, contenute nella silloge “Guerrilla Blues”, edita, nel marzo 2012, da Ensemble Edizioni, ormai una garanzia per quanto riguarda la poesia contemporanea.
Ma ravviso anche l’impegno politico, schierato, senza dubbio, del russo Majakovskij, peraltro citato in “Gli scavatori di trincee”, a fianco delle altre, numerose ispirazioni, nella pedagogia poetica bilingue (italiano e inglese) di Alessandra: “La società vi vuole/ muti e ciechi. Allora/ scrivete sino alla fine”.
Bava non teme le ideologie che non possono morire se c’è ancora chi ha il coraggio di concretizzare il pensiero rivoluzionario di chi lo ha preceduto: “Diffidate dal vivere stagnanti/ stagioni all’inferno…sognate come Pasolini/ ululate come Ginsberg/ lanciate bombe come Corso[1]/ insorgete come Ferlinghetti/ inveite come Hirschman”.
Ma, si badi bene, non di replica stantia di passati in formalina né di sterile agiografia postuma si tratta, quando parliamo di “Guerrilla Blues” e dei suoi eroi. Il riferimento teorico può funzionare solo come propulsore all’agire, non certo come culla mnestica entro la quale sopire, artificialmente, impulsi non meglio canalizzabili (“Andiamo per il mondo e/ che la carne delle nostre/ vocali e delle nostre consonanti/siano le nostre uniche munizioni/ incendiarie).
Non c’è (più) tempo per la passività, ci esorta, continuamente Bava nei suoi versi duri, spezzati, impilati sulla pagina in modo talvolta spiazzante, mai consolatorio: “Come Thoreau/ credo che le cose/ non cambino, ma che/ noi possiamo e dobbiamo/ cambiare”.
Eppure riappropriarsi del passato non è mero esercizio di stile o vanto per letterati inclini alla citazione. All’interno delle liriche di Alessandra, il passato, la memoria storica sono piuttosto la traccia tangibile che conduce alla formazione di una coscienza civile e politica concreta, fattuale. In questo modo interpreto i vari componimenti, suggellati da una dedica esplicita, immagine della vicinanza di sensibilità e di intenti. Uno in particolare, quello in morte, non già del fratello Giovanni, di foscoliana memoria, ma del Che, il più noto fra i rivoluzionari, icona laica, fine intellettuale, ispirazione per le generazioni a seguire, recita, leggero: “ Lascio che/ la ninna nanna della/ Rivoluzione mi culli./ Amavi Neruda come me”.
“… sono nato in Argentina; non è un segreto per nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e, se le signorie illustrissime dell’America Latina non si offendono, dirò che mi sento più di chiunque cittadino dell’America Latina, di qualsiasi Paese dell’America Latina; se fosse necessario sarei disposto a dare la mia vita per la liberazione di qualsiasi Paese dell’America Latina, senza chiedere nulla a nessuno, senza esigere nulla in cambio, senza sfruttare nessuno…”, diceva, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Ernesto “Che” Guevara.
Poesia e prassi, nei versi di Alessandra Bava come nelle parole ferme dell’Argentino, sono accomunati dalla consapevolezza del bellissimo rischio rivoluzionario: una scintilla illumina solo un antro buio, tante scintille possono cambiare il mondo.

[1] Forse la più celebre poesia di Gregory Corso Bomb (1958) ha la particolarità di essere scritta a forma di fungo atomico.

Alessandra Bava nasce a Roma nel 1968.  Si laurea in lingue e lavora come traduttrice. Nel 2010 ha un incontro catartico con il poeta laureato Jack Hirschman in quel di San Francisco del quale è attualmente impegnata a scrivere la biografia. Sue poesie in lingua inglese sono apparse o sono in fase di pubblicazione su diverse riviste ed antologie americane (Left Curve, Occupy Wall Street Poetry Anthology, elimae, ecc.). Con i poeti della Revolutionary Poets Brigade romana partecipa a reading ed iniziative. Il suo testo di poesie Guerrilla Blues (Edizioni Ensemble) è stato pubblicato nel 2012. Al momento sta curando un’antologia dei versi della Revolutionary Poets Brigade romana.