Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di L’ultima vittima di Tess Gerritsen (Longanesi, 2013)

23 giugno 2013
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L’ultima vittima (Last to Die, 2012) di Tess Gerritsen, traduzione di Adria Tissoni, edito da Longanesi nella serie I Maestri del Thriller della collana La Gaja scienza, è un nuovo romanzo della fortunata serie dedicata alla coppia Rizzoli e Isles, per chi ancora non le conoscesse, ma è difficile esistendo anche una serie televisiva della TNT, rispettivamente detective dell’Omicidi e patologo forense del Dipartimento di polizia di Boston.
Definibile in bilico tra il police procedural classico e il medical thriller, per l’ampio spazio dato alle dissertazioni mediche – questa parte scientificamente molto accurata, basandosi sull’esperienza di medico della stessa Gerritsen, che prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno esercitava infatti come internista, professione intrapresa su consiglio di suo padre – L’ultima vittima si arricchisce di un’ambientazione tipica di molti horror e thriller americani, parte della storia si svolge infatti in un collegio esclusivo e molto particolare perso tra i boschi e le foreste del Maine.
A Evensong, questo è il nome del collegio, gli studenti non sono ragazzi comuni, ma sopravvissuti, segnati da brutali tragedie personali, che per precisa volontà di Anthony Sansone, a capo del club Mefistofele, vivono in un ambiente super protetto da mura granitiche, alti recinti di ferro battuto, sensori di movimento, codici che cambiano ogni settimana per aprire porte e cancelli, una specie di carcere di massima sicurezza, come appare agli occhi di Maura Isles quando arriva in visita per la prima volta. Un posto sicuro, lontano da un mondo irto di pericoli… Sembrerebbe. Già sembrerebbe solo.
Lo sconosciuto killer che perseguita Teddy Clock, Claire Ward, Will Yablonski, non pare affatto deciso a farsi spaventare dai sofisticati sistemi di sicurezza. Ha un piano in mente, un piano che lega le vita di questi ragazzi e solo Jane Rizzoli e Maura Isles sembrano averlo capito, ostacolate da uno dei più stupidi e scostanti poliziotti della storia della letteratura gialla, Darren Crowe. Personaggio che già solo per questo primato merita un piccolo approfondimento.
Innanzitutto il suo nome risuona simile a Russell Crowe, chi non se lo ricorda nella parte di Bud” White  in LA confidential, forse per sottolineare l’amore per il paradosso della scrittrice cino-americana. Darren è esattamente il collega che nessuno vorrebbe avere: con modi ben poco squisiti, un’aria tracotante, il petto gonfio, le spalle muscolose, e il taglio di capelli da divo hollywodiano, caratterizzato da un umorismo macabro, quasi sempre a sproposito, una sensibilità per le vittime pari allo zero, un disprezzo per i colleghi, specie se di sesso femminile, tristemente privo ogni immaginazione, aggressivo, ripugnante, vanesio, insomma il prototipo del poliziotto ottuso, maschilista, incompetente e incapace di cambiare una propria falsa percezione, dando avventati giudizi contro innocenti. Naturalmente avrà la sua amara lezione che per Jane non si trasformerà però in un trionfo. Non subito almeno.
L’ultima vittima è davvero un libro ben scritto, di una scrittrice che amo molto e che mi ha sempre fatto passare ore piacevoli. Tradotto in modo scorrevole e fluido, il romanzo si legge davvero in poche ore con una facilità che nasconde bene l’abilità dell’autrice nell’ideare trama, intreccio, e dialoghi. La suspense è assicurata, per tutto il libro si è portati a domandarsi quale sia il legame tra i vari ragazzi protagonisti e le misteriose morti delle loro famiglie, biologiche prima e adottive poi.
La Gerritsen dosa i colpi di scena e i cambi di prospettiva, portando il lettore quasi ignaro alla risoluzione finale in un crescendo di tensione e ritmo. Il finale infatti è giocato sui toni della resa dei conti conclusiva in cui i due principali antagonisti si fronteggiano, – scopriremo solo alla fine chi sono –  scambiandosi repentinamente i ruoli, e ogni tassello della trama va al posto giusto, chiarendo il mistero di Icaro, personaggio cardine che appare evocato in rapidi flashback per tutta la narrazione.
Azione, indagine, giusta dose di simpatia delle protagoniste Rizzoli e Isles, ritmo reso teso dall’assenza di tempi morti, rendono questo thriller indicato agli amanti del genere e anche a chi solo vuole leggere un libro capace di coinvolgere e incuriosire. Forse gli amanti dell’eccessivo realismo troveranno un po’ fantastico il club Mefistofele, una specie di anti Spectra di bondiana memoria, ma giuro, non dico altro. Buona lettura.

Tess Gerritsen (1953) è una scrittrice statunitense di thriller di origini cinesi, considerata la regina del medical thriller, i cui libri sono stati tradotti in 31 lingue, con oltre 15 milioni di copie vendute. Ha abbandonato la carriera di medico per dedicarsi completamente alla scrittura. Ha vinto il Nero Wolfe Award con Sparizione e il Rita Award con Il chirurgo. Attualmente vive nel Maine.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Siria mon amour di Cristina Obber e Amani Al Nasif (Piemme, 2013) a cura di Petra Crociati

22 giugno 2013

siriaCon “Siria mon amour”, edito da Piemme nel 2013, Cristina Obber e Amani Al Nasif affrontano con uno strumento semplice ma nello stesso tempo potente- il romanzo- un argomento ancora raramente discusso in Italia: quello dei matrimoni combinati.
Nel nostro paese, infatti, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si è concentrata, pur con considerevole ritardo rispetto ad altri paesi europei, sulla prevenzione dalla violenza di genere e dal femminicidio, così come sulla denuncia di un’immagine degradante e svilente della donna-oggetto, proposta in molti programmi televisivi e pubblicità promozionali.
I matrimoni combinati ed alcune altre importanti questioni inerenti l’intero genere femminile (le mutilazioni genitali, la tratta di persone a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo), vengono ancora percepiti dall’opinione pubblica come problemi lontani, non appartenenti alla nostra cultura, riguardanti prevalentemente persone di diversa nazionalità e dunque non degni della nostra attenzione, della nostra indignazione, della nostra rabbia.
Ciò che spesso si dimentica è che esiste un unico sistema patriarcale, diffuso in tutto il mondo, che percepisce la donna come una mera appendice della volontà maschile, completamente sottomessa, e che  non distingue tra femminicidio, pubblicità sessiste, matrimoni imposti.
La violenza contro le donne ha un unico grande volto che può essere deframmentato, quasi fosse un enorme prisma, ed osservato da diverse angolazioni, ognuna delle quali ci permette però di denunciarla e contrastarla in maniera completa, senza distinzioni.
Per chi non conosce questo tipo di violenza, il romanzo “Siria Mon Amour” fornisce un quadro del tutto convincente e chiaro per approcciarsi al problema. Intanto perchè Amani è nata in Siria ma è completamente italiana, nelle abitudini, nelle scelte, nello stile di vita. E’ perfettamente integrata, come quasi tutti i giovani di seconda generazione che vivono nel nostro paese e che ancora oggi l’opinione pubblica fatica così tanto a considerare degni di essere considerati italiani.
Amani, mentre racconta attraverso la penna di Cristina Obber quello che le succede a 16 anni, si mostra una ragazza come molte altre, come me per esempio. Inoltre, benchè di origini siriane, non è stata spesso nel suo paese di origine e dunque la proposta della madre di recarvisi per risolvere un cavillo legato al passaporto viene vissuto dalla ragazza come l’occasione per un bel viaggio estivo.
Le conseguenze del viaggio in Siria, del tutto inaspettate, colgono di sorpresa anche il lettore, che non si capacita di come la vita normale di una 16enne possa essere rivoluzionata in pochi giorni, in maniera irreversibile, nel 2006. Un libro del genere, fortunatamente, non è accademico, non necessita di un background approfondito sulla Siria, non richiede sforzi di fantasia. E’ reale, crudo, vero, talmente vicino a noi da permetterci di vedere i fatti con gli occhi di Amani, così come lo sono i matrimoni combinati di cui spesso non ci interessiamo perchè riguardanti “gente diversa da noi”.
E’ uno di quei libri da regalare a tutti, ai propri figli, ai propri fidanzati, alle proprie mamme, a chiunque pensiamo sia importante che questa storia vada raccontata, per dare voce a chi ha avuto la forza di non restare in silenzio.

Cristina Obber è nata a Bassano del Grappa il 9 novembre 1964. Giornalista pubblicista, ha collaborato per cinque anni con un quotidiano vicentino. Nel 2008 ha pubblicato “Amiche e ortiche” con  Baldini Castoldi Dalai, affresco dolce-amaro dell’amicizia al femminile. Nel biennio 2009-2010 ha pubblicato con A. Fraccaro editore “Primi baci” e “Balilla e piccole italiane, la scuola, i sogni, la vita”, raccolte di testimonianze sulla prima metà del novecento. Nel novembre 2011 ha pubblicato un ebook di narrativa dal titolo “La ricompensa”, per Emma books. Nel 2012 ha pubblicato “Non lo faccio più, la violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge”, ed. Unicopli, da cui è nato un progetto scuole. Nel 2013 è uscito “Siria mon amour” per Piemme editore. Collabora con Dol’s, il sito delle donne on line.

Amani El Nasif, nata ad Aleppo, in Siria, a 3 anni si è trasferita a Bassano del Grappa con la famiglia. Un giorno Amani parte per la Siria per correggere un errore sul passaporto. Scopre di essere caduta in una trappola e di trovarsi lì per essere data in sposa a un cugino. In Siria Amani resta un anno lunghissimo poi di colpo sua madre ritorna in Italia e la porta con sé. Tornata, Amani sposa un uomo italiano ed ora è mamma.

:: Recensione di Guerrilla Blues di Alessandra Bava (Edizioni Ensemble, 2012) a cura di Ilaria Mainardi

22 giugno 2013

bavaHa un titolo che sembra estratto da un romanzo ramingo di Jack Kerouac o da una jam session poetica di Allen Ginsberg, questa raccolta di Alessandra Bava, classe 1968, romana, con un po’ d’America nel cuore e nella penna.
Ed è l’America della vivace, dotta Cisco, come gli autoctoni sono soliti chiamare la città di Harvey Milk, che si avverte nel profumo e nella metrica delle ballate, contenute nella silloge “Guerrilla Blues”, edita, nel marzo 2012, da Ensemble Edizioni, ormai una garanzia per quanto riguarda la poesia contemporanea.
Ma ravviso anche l’impegno politico, schierato, senza dubbio, del russo Majakovskij, peraltro citato in “Gli scavatori di trincee”, a fianco delle altre, numerose ispirazioni, nella pedagogia poetica bilingue (italiano e inglese) di Alessandra: “La società vi vuole/ muti e ciechi. Allora/ scrivete sino alla fine”.
Bava non teme le ideologie che non possono morire se c’è ancora chi ha il coraggio di concretizzare il pensiero rivoluzionario di chi lo ha preceduto: “Diffidate dal vivere stagnanti/ stagioni all’inferno…sognate come Pasolini/ ululate come Ginsberg/ lanciate bombe come Corso[1]/ insorgete come Ferlinghetti/ inveite come Hirschman”.
Ma, si badi bene, non di replica stantia di passati in formalina né di sterile agiografia postuma si tratta, quando parliamo di “Guerrilla Blues” e dei suoi eroi. Il riferimento teorico può funzionare solo come propulsore all’agire, non certo come culla mnestica entro la quale sopire, artificialmente, impulsi non meglio canalizzabili (“Andiamo per il mondo e/ che la carne delle nostre/ vocali e delle nostre consonanti/siano le nostre uniche munizioni/ incendiarie).
Non c’è (più) tempo per la passività, ci esorta, continuamente Bava nei suoi versi duri, spezzati, impilati sulla pagina in modo talvolta spiazzante, mai consolatorio: “Come Thoreau/ credo che le cose/ non cambino, ma che/ noi possiamo e dobbiamo/ cambiare”.
Eppure riappropriarsi del passato non è mero esercizio di stile o vanto per letterati inclini alla citazione. All’interno delle liriche di Alessandra, il passato, la memoria storica sono piuttosto la traccia tangibile che conduce alla formazione di una coscienza civile e politica concreta, fattuale. In questo modo interpreto i vari componimenti, suggellati da una dedica esplicita, immagine della vicinanza di sensibilità e di intenti. Uno in particolare, quello in morte, non già del fratello Giovanni, di foscoliana memoria, ma del Che, il più noto fra i rivoluzionari, icona laica, fine intellettuale, ispirazione per le generazioni a seguire, recita, leggero: “ Lascio che/ la ninna nanna della/ Rivoluzione mi culli./ Amavi Neruda come me”.
“… sono nato in Argentina; non è un segreto per nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e, se le signorie illustrissime dell’America Latina non si offendono, dirò che mi sento più di chiunque cittadino dell’America Latina, di qualsiasi Paese dell’America Latina; se fosse necessario sarei disposto a dare la mia vita per la liberazione di qualsiasi Paese dell’America Latina, senza chiedere nulla a nessuno, senza esigere nulla in cambio, senza sfruttare nessuno…”, diceva, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Ernesto “Che” Guevara.
Poesia e prassi, nei versi di Alessandra Bava come nelle parole ferme dell’Argentino, sono accomunati dalla consapevolezza del bellissimo rischio rivoluzionario: una scintilla illumina solo un antro buio, tante scintille possono cambiare il mondo.

[1] Forse la più celebre poesia di Gregory Corso Bomb (1958) ha la particolarità di essere scritta a forma di fungo atomico.

Alessandra Bava nasce a Roma nel 1968.  Si laurea in lingue e lavora come traduttrice. Nel 2010 ha un incontro catartico con il poeta laureato Jack Hirschman in quel di San Francisco del quale è attualmente impegnata a scrivere la biografia. Sue poesie in lingua inglese sono apparse o sono in fase di pubblicazione su diverse riviste ed antologie americane (Left Curve, Occupy Wall Street Poetry Anthology, elimae, ecc.). Con i poeti della Revolutionary Poets Brigade romana partecipa a reading ed iniziative. Il suo testo di poesie Guerrilla Blues (Edizioni Ensemble) è stato pubblicato nel 2012. Al momento sta curando un’antologia dei versi della Revolutionary Poets Brigade romana.

:: Recensione Il caso è risolto, Paolo Delpino, (Todaro, 2013) a cura di Viviana Filippini

21 giugno 2013

DelpinoArriva nel panorama della giallistica italiana una nuova protagonista: Silvana Santi. La donna è una curiosa e intrigante ispettrice di Polizia uscita dalla penna di Paolo Delpino. Ne Il caso è risolto, prima avventura con protagonista la Santi, la donna dovrà sbrogliare la complicata matassa che ha per protagonisti una serie di persone ed eventi senza nessuna apparente relazione concreta. La struttura del romanzo è quella tipica del giallo ed è ambientano nella quotidianità giornaliera che rende il libro di Delpino vicino a noi lettori e alla realtà che ogni giorno i giornali e i media ci raccontano.  In Il caso è risolto c’è il sequestro di un ingente carico di droga,  poi la misteriosa scomparsa di un informatore, due cadaveri dei quali non si comprende nulla, una rapina con la sparizione della refurtiva che, poi, non si sa come e perché viene ritrovata.  Silvana Santi grazie al suo fiuto femminile e all’aiuto dei suoi colleghi, cercherà di ricostruire la rete di indizi che hanno determinato questi drammatici fatti per scovare il colpevole o i colpevoli. La protagonista creata da Delpino non è il tipico stereotipo del personaggio indagatore  che agisce solo ed esclusivamente per risolvere un caso. Silvana Santi è un donna a 360° della quale conosciamo, pagina dopo pagina, aspetti della vita privata che la rendono un personaggio letterario umano con pregi e difetti come tutti noi. Silvana ha un passione per il gioco degli scacchi le cui regole e abilità le saranno utili nella risoluzione dello spinoso enigma che le hanno affidato. Non solo, la donna vive da sola e ha come compagno un piccolo gatto –Diablito- che sta cercando di crescere recuperando consigli utili da esperti gattofili, mentre per quanto riguarda l’amore, la Santi ha un insana attrazione per relazioni complicate che mettono a dura prova il suo cuore di donna forte e indipendente. La narrazione de Il caso è risolto scorre via veloce dando a chi legge la sensazione di essere dentro ad un sorta di pellicola cinematografica accanto ai protagonisti dalle identità sfaccettate che non sempre corrispondo a quello che dicono di essere. Tutto sembra filare liscio, ma a complicare il lavoro della donna, rendendolo pieno di ostacoli e insidie, la sconvolgente scoperta dell’esistenza di una faida segreta tra le forze dell’ordine e il potere e ambiguità del genere umano che evidenziano quanto a volte gli individui siano disposti a tutto, anche ad uccidere, pur di ottenere quello che vogliono. Accanto a Silvana ci sono i tanti colleghi che la aiutano nel lavoro e, figura simpatica e originale direi, il suo superiore dall’accento marcatamente romano parlando per citazioni letterarie e filosofiche fornisce alla perspicace Silvana Santi ottimi spunti per direzionare le indagini. Paolo Delpino crea un giallo avvincente e intrigante, caratterizzato dal ritmo frenetico che cattura l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina con la stessa tensione emotiva di chi sta cercando di fare scacco matto al re.

Paolo Delpino è nato a Bologna nel 1948 e vive a Milano. Scrive prevalentemente racconti brevi di genere poliziesco, alcuni dei quali sono stati pubblicati sulla rivista «Inchiostro». Nel 2007 ha vinto i concorsi “Il Giogo” e “Giallocarta” e nel 2010 ha vinto il secondo premio per la narrativa del “Premio Baratella”. Per la Todaro editore ha pubblicato, come coautore, il romanzo Al civico 6.

:: Segnalazione di Venerdì nero di Michael Sears (TimeCrime, 2013)

20 giugno 2013

copVenNeroDef.p1Michael Sears
Venerdì nero
Traduzione di
Federico Lopiparo

Dal 20 giugno in libreria

Jason Stafford è un ex pezzo grosso di Wall Street che ha perso tutto: famiglia, lavoro e soldi. Ha pagato il prezzo di una frode finanziaria con due anni di carcere, e dopo essere uscito cerca di rimettersi in sesto. Ogni tipo di lavoro nel mondo della finanza sembra essergli precluso, ma l’esperienza di truffatore gli fa ottenere un posto in una società di investimenti: il suo incarico sarà quello di svolgere delle indagini sulle attività sospette di un giovane agente di borsa, morto da poco in un incidente in barca. Per denaro, Stafford accetta, ma quello che scopre è più scottante del previsto e finisce per coinvolgere livelli a cui sarebbe meglio non arrivare. Fra documenti criptati, ricatti, rivalità e segreti, Stafford mette a repentaglio la sua stessa vita. Una vita che era finalmente pronto a ricostruire insieme all’unica persona che gli aveva insegnato ad amarla di nuovo e che ha davvero bisogno di lui: il figlio autistico di cinque anni.
Venerdì nero segna l’esordio di uno scrittore di razza: Michael Sears, già impegnato al suo secondo romanzo, è stato nominato per l’Edgar Award for Best First Novel by the Mystery Writers of America del 2013. Forte della sua esperienza di broker, a lungo alle dipendenze di grandi gruppi finanziari, Sears descrive un mondo, quello della finanza, che conosce molto bene, e offre un punto di vista interno affascinante sulla corruzione nelle alte sfere, quella che si muove sulla superficie apparentemente liscia di Wall Street. Protagonista un uomo d’affari che si farà coinvolgere in faccende poco chiare per aiutare il figlio in difficoltà, corruzione quindi ma anche un fortissimo elemento umano alimentano una storia di suspense ed imprevisti.

Michael Sears ha trascorso oltre vent’anni a Wall Street, fino a diventare amministratore delegato alla Paine Webber e alla Jefferies & Co., prima di lasciare l’azienda nel 2005. Vive a Sea Cliff, New York. Attualmente lavora su un secondo libro che ha ancora come protagonisti Jason Stafford e suo figlio.

:: Recensione di ZeroZeroZero di Roberto Saviano (Feltrinelli, 2013) a cura di Michela Bortoletto

20 giugno 2013

zero“Nulla è più potente della lettura, nessuno è più bugiardo di chi afferma che leggere un libro è un gesto passivo. Leggere, sentire, studiare, capire è l’unico modo di costruire vita oltre alla vita, vita a fianco della vita. Leggere è un atto pericoloso perché dà forma e dimensione alle parole, le incarna e le disperde in ogni direzione. Capovolge tutto, fa cadere dalle tasche del mondo monete e biglietti e polvere. […] Conoscere è iniziare a cambiare.”

Ho deciso di parlarvi di ZeroZeroZero di Roberto Saviano cominciando da questa sua affermazione sulla lettura posta alla fine del suo lavoro.  Saviano afferma in sintesi che leggere è conoscere e che conoscere è iniziare a cambiare.  Si deve capire come funzionano le cose per cercare poi di modificarle.
Ma non solo. Si deve conoscere per prendere una propria posizione. Quando si deve affrontare una discussione su qualsiasi argomento, quando si deve dare peso alle proprie affermazioni, quando si deve esporre un’argomentazione bisogna essere a conoscenza del maggior numero di dettagli, bisogna essere certi di quello che si dice, portare esempio e confutazioni alla propria tesi. E per farlo bisogna leggere!
E se ci si vuole fare un’idea di quanto violento, tragico e onnipresente sia il mondo della cocaina e del narcotraffico consiglio di leggere ZeroZeroZero di Roberto Saviano.
Ammetto la mia titubanza prima di iniziarne la lettura. Pensavo che mi sarei annoiata. Temevo che avrei trovato “pesante” la lettura di dati e racconti su di un argomento che reputavo distante da me e dal mio mondo. Mi sono ricreduta già dalle prime pagine.
In uno stile scorrevole, accattivante e diretto Saviano ci immerge nel mondo della cocaina. Un mondo fatto di narcotrafficanti, di bande e cartelli, di funzionari corrotti, ma anche di poliziotti coraggiosi, di pentiti, di ragazzi  “costretti” a fare i muli dalla società in cui vivono. Di persone che ci sono dentro fino al collo ma che sperano di riuscire a cambiare le cose. Di giornalisti uccisi per amore della verità. Di cani antidroga talmente bravi da esser messi sotto scorta.
Saviano ci porta in Sudamerica, negli Stati Uniti e in Africa.  Ci racconta dove nasce la coca, da dove parte per raggiungere il resto del mondo. Sembra tutto molto lontano da noi fino a quando ecco che la nuda e cruda  verità  che viene a galla: la cocaina e il suo traffico è ovunque. Anche in Italia. Ma non solo nel bistrattato Meridione! No, i traffici illegali sono anche nel tranquillo nord, in piena Pianura Padana!
La cocaina è ovunque e il suo commercio crea un giro  di soldi multimiliardario. La cocaina è violenza, sfruttamento, schiavitù, morte. La cocaina è dipendenza. Dipendenza per chi ne fa uso; dipendenza per chi la vende per vivere; dipendenza per chi attraverso di essa accumula ricchezze che però non bastano mai. Dipendenza per chi ne scrive. “Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni e quelle che trovi sono succulente, non ne puoi più fare a meno. Sei addicted.” Questo afferma Saviano. Ma la cocaina crea dipendenza anche in chi legge queste storie. Saviano ci racconta il mondo della cocaina attraverso i suoi protagonisti, buoni e cattivi.  ZeroZeroZero non è fatto di sterili dati ma di storie.  Storie che ci travolgono per la loro realtà. Storie che ci appassionano, ci disgustano, ci inquietano. Storie che creano in noi la voglia di leggerne altre; peccato che a un certo punto Saviano abbia dovuto mettere la parola fine.

Roberto Saviano è nato a Napoli nel 1979. Si è laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Nel marzo 2006 pubblica il suo primo romanzo “Gomorra”, edito da Mondadori. Tradotto in oltre 50 paesi diventa un bestseller con 10 milioni di copie vendute nel mondo. Roberto Saviano ha pubblicato anche La bellezza e l’inferno (Mondadori 2009), La parola contro la camorra (Einaudi 2010), Vieni via con me (Feltrinelli 2011) e ZeroZeroZero (Feltrinelli 2013). In Italia collabora con “la Repubblica” e “L’Espresso”, negli Stati Uniti con il “Washington Post” e il “New York Times”, in Spagna con “El País”, in Germania con “Die Zeit”, in Svezia con “Expressen” e “Dagens Nyheter”, in Inghilterra con “The Times”. Dall’ottobre 2006 vive sotto scorta in seguito alle minacce ricevute dai clan che ha denunciato.

:: Recensione di I magnifici sette capolavori della letteratura per ragazze di AA. VV. (Newton Compton, 2013) a cura di Elena Romanello

19 giugno 2013

ragazzeTempo ormai estivo, e la Newton Compton propone una serie di raccolte di romanzi nella collana I Mammuth decisamente interessanti.
In particolare, una di loro potrebbe unire varie generazioni di lettrici: I magnifici sette capolavori della letteratura per ragazze propone alcuni libri per bambine e adolescenti di ieri e perché no anche di oggi, che può essere piacevole leggere o rileggere o far leggere.
I llibri raccolti sono Piccole donne di Louisa May Alcott, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, Ragione e sentimento di Jane Austen, Il giardino segreto di Frances Burnett, Pattini d’argento di Mary Mapes Dodge, Heidi di Johanna Spyri, Pollyanna di Eleanor Porter, tutti usciti tra i primi dell’Ottocento e i primi del Novecento, e ciascuno entrato nella Storia della letteratura ma anche del protagonismo al femminile, spesso creando scompiglio per i modelli proposti.
Piccole donne della Alcott racconta di quattro ragazze durante la Guerra civile americana, ragazze forti e volitive, non fragili creature svenevoli, con dietro la vera storia dell’autrice, femminista, abolizionista, scrittrice, insegnante, pare pure lesbica, che passò tutta la sua vita ad andare controcorrente anche se nel libro dovette essere un po’ più soft. Indimenticabile il personaggio di Jo, al cinema vista con il volto di Katharine Hepburn, June Allyson e in tempi più recenti Winona Ryder.
Alice nel paese delle meraviglie si mette all’interno della fiaba vittoriana, anticipando il fantasy moderno e presentando il primo esempio di ragazzina che viaggia in un mondo fantastico e si salva da sola, oltre che un viaggio nell’inconscio femminile abbastanza intenso. Da rileggere dopo il film non sempre fedele anche se interessante di Tim Burton.
Ragione e sentimento è forse il romanzo più per signorine della raccolta, con al centro il contrasto tra cuore e ragione di due sorelle, la razionale Elinor e l’impulsiva Marianne, che sul grande schermo hanno avuto il volto di Emma Thompson e Kate Winslet, sullo sfondo della società spietata della Reggenza inglese ai primi dell’Ottocento.
Con Il giardino segreto si infrange un tabù: l’eroina, Mary Lennox, orfanella giunta dall’India nel castello dell’austero zio, è tutto tranne che carina e buona, è bruttina, capricciosa, caparbia, ma saprà trovare un suo spazio e migliorare il mondo intorno a sé, impuntandosi e dicendo no, e cercando nuove strade e sogni rispetto a quelli che le sono imposti. Da riscoprire sia il film di metà anni Novanta in tema sia il bell’anime giapponese dello stesso periodo.
Pattini d’argento è il titolo oggi meno famoso, anche perché non ha avuto adattamenti filmici o animati recenti, ritratto di due ragazzi olandesi dell’Ottocento e alla base della passione di generazioni di ragazze per il pattinaggio.
Di Heidi è da decenni ormai più famoso il cartone animato giapponese che il libro, ed appunto per questo merita una lettura, per il suo inno all’anticonformismo e ad una vita a contatto con la natura, anche qui con al centro una piccola donna tutt’altro che arrendevole e conformista.
Pollyanna ha avuto varie stagioni di interesse o meno, legate prima al film Disney anni Sessanta con Hayley Mills e poi all’anime giapponese di fine anni Ottanta, ed è un libro con vari livelli di lettura, all’apparenza mieloso e buonista, ma in realtà portatore di una visione del mondo che può aiutare, senza eccedere.
Un’occasione per sognare e appassionarsi con bambine di ieri, che forse hanno ancora un po’ di cose da dire alle bambine e non solo a loro di oggi.

:: Recensione di L’ereditiera americana di Daisy Goodwin (Sonzogno, 2013) a cura di Elena Romanello

18 giugno 2013

sonzognoI classici sono qualcosa di eterno e di sempre amato e attuale, e rifarsi a loro in letteratura non sempre è una cosa facile. Ma in qualche caso la ciambella esce con il buco, come in L’ereditiera americana, della giornalista inglese Daisy Goodwin al suo debutto come scrittrice.
Negli ultimi decenni dell’Ottocento l’aristocratica società inglese, nobile ma decaduta e senza mezzi, si rivolse verso i nuovi ricchi d’oltre oceano, stringendo alleanze anche matrimoniali, con particolare attenzione per le ereditiere americane, ambite per il loro patrimonio che poteva risollevare destini e famiglie ricchi solo del loro titolo.
Questo mondo è stato raccontato da Henry James e da Edith Wharton, ed è da questi due modelli che parte l’autrice, narrandoci la storia di Cora, ricchissima figlia e nipote di miliardari a stelle e strisce (ma suo nonno ha costruito la sua fortuna partendo dall’umilissima condizione di garzone di stalla), innamorata da sempre del giovane aspirante artista Teddy, che accetta però la proposta di matrimonio di Odo, un duca decaduto, trovandosi in un mondo nuovo per lei e dove non tutto è quello che sembra, e dove non mancheranno amarezze e dispiaceri.
Un libro impeccabile, e come ricostruzione storica e ambientale, e come atmosfera, e come storia, visto che non fa l’errore di molta narrativa storica di introdurre anacronismi nel comportamento dei personaggi e situazioni che poco centrano con il modo di vivere di quel tempo. Una storia che riecheggia i modelli di Edith Wharton e Henry James ma riuscendo ad essere originale, immergendo in un mondo spietato ma affascinante ultimamente diventato di gran moda grazie al successo dello sceneggiato cult inglese Downtown Abbey, anche se qui siamo alcuni decenni prima, con echi di un altro famoso serial britannico, Su e giù per le scale, che andò per la maggiore tra gli anni Settanta e Ottanta.
Accanto al personaggio di Cora, ingenua a tratti ma non sprovveduta, sorella minore ma più forte di una Daisy Miller o di una Lily Bart, sfilano vari personaggi, tra cui ne spicca uno: Bertha, la cameriera di colore della ragazza, sua confidente, vittima della segregrazione razziale negli Stati Uniti e stranamente più libera nell’ultra classista Inghilterra, dove alla fine nessuno bada a lei perché non appartiene all’aristocrazia, arbitro di eleganza e al centro di tutte le chiacchiere e i pettegolezzi.
Un ritratto d’epoca riuscitissimo e appassionante, che non nasconde e soffoca una vicenda appassionante, tra balli, cavalcate, ricevimenti, scene quotidiane, per restituire un mondo che non manca di colpire e avvincere il pubblico moderno di oggi, che magari non vivrebbe allora, ma che sente il suo fascino, tra sfarzo, riti, atmosfere.
Un’unica domanda: ci sarà un seguito? Il finale è ambiguo, e anche questo è in stile Henry James o Edith Wharton, con delle aperture ma se si vuole anche con una sua conclusione. In ogni caso un libro da leggere, soprattutto per chi in un romanzo storico non cerca pura evasione e il solo intreccio sentimentale, ma la restituzione di un’epoca così lontana ma ancora così vicina.

Daisy Goodwin ha studiato a Cambridge e vive a Londra. E’ produttrice di programmi televisivi e ha curato numerose antologie di poesia. Scrive regolarmente per “The Sunday Times”. E’ sposata e ha due figlie. Con L’ereditiera americana, il suo romanzo d’esordio, ha conquistato il pubblico inglese e quello degli Stati Uniti.

:: Recensione di Canada di Richard Ford (Feltrinelli, 2013) a cura di Micol Borzatta

18 giugno 2013

CanadaSiamo nel 1960, Montana. Dell Parsons racconta la storia della sua infanzia.
Figlio di un pilota e di una maestra di scuola ha continuato a girare di base militare in base militare fino a quando il padre non è andato in pensione anticipata a causa di uno scandalo che riguardava la compravendita illegale di carne dagli indiani.
Lui e la sorella gemella Berner, riescono a stabilirsi finalmente in una casa fissa. Il padre trova lavoro come rivenditore di auto ma purtroppo gli affari non vanno bene, così prova a buttarsi nel mercato immobiliare, ma anche questa volta è un buco nell’acqua.
Non sapendo più come gestire la cosa il padre decide di rapinare una banca facendosi aiutare dalla moglie che si scoprirà in seguito tramite un suo libro di memorie scritto in carcere che non era per niente d’accordo ma aveva acconsentito perché l’alternativa era far partecipare il figlio Dell.
La narrazione è molto tranquilla e semplice, quasi lenta, senza colpi di scena o suspance. La storia viene raccontata un po’ dal Dell pensionato, ex insegnante di inglese, e dal Dell adolescente che vive le situazioni e viene raccontata tutta in prima persona.
I fatti narrati vengono inframmezzati dai pensieri di Dell che si interroga e riflette sul perché delle scelte dei genitori. Un flusso mentale di un ragazzo che è figlio e fratello che si interroga sui perché delle situazioni non sapendo come rispondersi.

Richard Ford nasce a Jackson il 16 febbraio 1944.
Dal 2012 è insegnante di Lettura e scrittura alla Columbia University School of the Arts.
Il suo stile di scrittura si divide in due direzioni: da una parte lo stile minimalista che lo si può trovare in Rock Springs, Incendi, e dall’altra un’epica della middle class americana che si riscontra in Sportswriter e i suoi seguiti Indipendence Day e The day of the land.
Sportswriter è stato anche inserito nella lista dei migliori 100 romanzi scritti in lingua inglese dal 1923 al 2005 sul Time e il seguito, Indipendence Day, ha anche vinto il premio PEN/Faulkner per la narrativa e il premio Pulitzer per la narrativa, diventando il primo romanzo che abbia mai vinto entrambi i premi.

:: Fabrizio Falco legge Pensaci Giacomino! e altre novelle di Luigi Pirandello (Emons:audiolibri, 2013)

17 giugno 2013

copertina-pensacigiacominDal 10 luglio in libreria

Pirandello in audiolibro
Fabrizio Falco legge Pensaci Giacomino! e altre novelle

1 CD MP3
versione integrale
euro 14,90
download euro 8,90

Ascolta un’estratto: qui

La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola”. Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

Le novelle di Pirandello non hanno certo bisogno di presentazioni. Il giovane Fabrizio Falco, vincitore del Premio Marcello Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia 2012, legge oggi le più belle. L’interprete ideale dopo una lunga stagione sul palco con Studio sui “Sei personaggi” per la regia di Luca Ronconi, e un altro spettacolo in cantiere sul Premio Nobel siciliano…

“Una novella al giorno, per tutt’un anno, senza che dai giorni, dai mesi o dalle stagioni nessuna abbia tratto la sua qualità”. Questo l’intento di Luigi Pirandello che nel 1922 comincia a raccogliere in maniera sistematica la sua vasta produzione novellistica in una serie di volumi intitolati Novelle per un anno. Tale raccolta resterà purtroppo incompiuta, concludendosi bruscamente con la morte dello scrittore nel 1936.

Con il loro universo variegato in cui dominano il comico, il patetico e il tragico quotidiano, sono qui contenute alcune delle novelle più celebri: Pensaci Giacomino!, L’imbecille, Il treno ha fischiato, La verità, La morte addosso, Ciàula scopre la luna, Il vecchio Dio, La giara, Richiamo all’obbligo, La carriola, Una giornata e Personaggi.

Fabrizio Falco, messinese, è uno degli attori emergenti più talentuosi ed eclettici del panorama italiano. Per le sue interpretazioni nei film Ѐ stato il figlio di Daniele Ciprì e Bella Addormentata di Marco Bellocchio, ha vinto il Premio Marcello Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia 2012. A teatro ha collaborato con Luca Ronconi – Sei personaggi in cerca d’autore – e Carlo Cecchi, e sta ora preparando uno spettacolo su Pirandello.

:: Segnalazione di I bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2013)

16 giugno 2013

i bastardiE’ in uscita, il 25 giugno, il nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni, I bastardi di Pizzofalcone, sempre per Einaudi. So che molti suoi lettori cercano le sue prossime uscite e no, non è una storia di Ricciardi. Chi ha letto l’intervista fatta da me al commissario, sì proprio a Ricciardi, sa che sarà ambientata in estate, ma per ora non so darvi date certe sull’uscita. Intanto eccovi la trama del suo nuovo romanzo. Bisogna ancora aspettare circa una decina di giorni, ma come sempre, sono certa, ne varrà l’attesa.

A seguito di un grave episodio di corruzione, la squadra investigativa del commissariato di Pizzofalcone deve essere ricostruita, dopo aver rischiato di essere sciolta. Dagli altri distretti sono inviati gli investigatori più scomodi. Tutti sono sospettosi e resistenti a fare squadra nonostante il lavoro connettivo di Palma, il nuovo commissario. In questo difficile contesto, mentre l’inverno lotta per non cedere il posto alla primavera con burrasche di vento che disordinano ulteriormente la città, la moglie di un notaio ricchissimo, apprezzata per le sue opere di beneficenza, è trovata morta con il cranio fracassato nella sua casa sul lungomare. Nei Quartieri Spagnoli invece, a seguito di una segnalazione anonima, due agenti trovano una ragazza bellissima che vive segregata ma si rifiuta di denunciare il suo stato di reclusione; starà a loro portare alla luce un’incredibile storia d’amore e sofferenza. Un poliziotto anziano e malato raccoglie materiale sui suicidi di persone sole che oramai da un decennio si verificano nel distretto, convinto che qualcuno le aiuti a concludere una vita che non vogliono continuare. Quattro uomini e due donne che hanno ereditato un infamante soprannome, costretti a lavorare insieme senza volerlo, ognuno in lotta con la propria esistenza un panorama ancora più buio di quanto ci si possa aspettare.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: Un’ intervista con Rosario Palazzolo

16 giugno 2013

PerdisaImager.aspxGrazie Rosario per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Mi metto lo scafandro, perché un intervistatore in scafandro e al sicuro anche se fa domande importune o banali. Quindi iniziamo: Rosario Palazzolo è un’ anima inquieta e versatile, (mi raccomando correggimi dove sbaglio) ha un grandissimo senso dell’umorismo (che si evince dalle risate che mi ha fatto fare leggendo il suo ultimo libro), è uno scrittore, un attore e un regista teatrale, è di Palermo, ama cucinare, ma è sconsigliabile accettare suoi inviti dopo uno spettacolo, gioca con le parole e ha un concetto anarchico della punteggiatura, che mi fa sospettare sia infondo infondo un vero rivoluzionario. Ora tocca a te. Raccontaci chi sei veramente, svelaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Grazie a te per avermela proposta, e saluti a tutti i lettori di Liberi di Scrivere.
Partiamo subito col dire che Rosario Palazzolo non è affatto un’anima inquieta, è sicuramente versatile, risibile, adattabile, controversa, possiede insomma tutti quegli attributi tipici delle anime, tranne l’inquietudine, come dicevo, e nemmeno l’umorismo, appartiene completamente, per dirla tutta, a Rosario Palazzolo, e le risate che la gente solitamente gli attribuisce, poi le paga sempre, tutte. E inoltre non ama per nulla cucinare, né prima né dopo gli spettacoli, e se lo fa lo fa perché gli altri sono convinti che sappia farlo. È di Palermo, questo sì, Rosario Palazzolo, ma solo per diletto momentaneo, e gioca con le parole almeno quanto le parole giocano con lui, ed è solo colpa della punteggiatura, poi, se è considerato un anarchico, la punteggiatura che ha un concetto troppo disciplinato di sé, e perciò non è per nulla un rivoluzionario, Rosario Palazzolo, e, semmai lo fosse, non lo sarebbe certo in fondo in fondo, ma sopra sopra, assolutamente percettibile, e quindi evanescente.
Nessun background degno di nota, studi nella norma, poca – ma buona – infanzia.

Come è nato il tuo amore per il teatro e per la letteratura?

Come nascono tutte le cose migliori, per caso.

Scrittura teatrale e scrittura narrativa. Scrittori di narrativa ce ne sono molti, scrittori di teatro meno. Quale è il motivo secondo te?

Perché il drammaturgo contemporaneo non esiste più, non per la maggior parte dei teatri pubblici e privati, non per molte compagnie che si occupano di sperimentazione, non per gli enti di produzione, soprattutto non per il pubblico.
Difatti, io, per precauzione, mi considero già un classico.

Parliamo adesso di Cattiverìa, con l’accento sulla i, il tuo nuovo romanzo edito per Perdisa. Iniziamo dal titolo e dalla copertina. Non ti obbligherò a svelare cos’è Cattiverìa e perché è scritto così, anche se c’è un motivo più che valido. Come hai scelto questa parola, trovarla è stato il punto di partenza o di arrivo del romanzo? E l’uomo sbracato con il telecomando in mano, sembra un acquarello, chi l’ha disegnato?

Punto di partenza, di arrivo, anche di sosta.
Il perché di Cattiverìa è piuttosto semplice: mi serviva una parola abusata, una parola a cui potessi dare un nuovo senso semplicemente spostando l’accento, una parola in movimento.
L’immagine è di Luca Mannino, un artista con il quale ho spesso collaborato in teatro. Un artista “mostruoso”, folle, e vicino – vicinissimo – alla mia visione delle realtà.

A teatro puoi vedere dal volto dei tuoi spettatori come è andata, con un romanzo invece c’è più mistero, più incertezza. Quali sono i tuoi lettori ideali?

Me ne frego, sia del volto del pubblico che di quello dei lettori. Credo sia l’unico atto di onestà artistica che posso garantire a entrambi i volti.
E non ho niente di ideale, perciò, se non che non ho niente di ideale.

Come è nata l’idea di scrivere Cattiverìa, volevi fare una sorta di feroce pamphlet contro certa tv spazzatura che inquina gli animi e le coscienze, o è solo un gioco, un divertisment?

Un po’ la prima, un po’ la seconda. Soprattutto la terza, che però non svelo.

Prima di parlare dei personaggi, una domanda che da un po’ mi inquieta: bisogna credere a quello che dice Carla?

Più a lei che a chiunque altro.

Ora veniamo alla famiglia siciliana che porta in scena la sua vita: presentaci i personaggi principali di questa storia surreale.

Una madre, un padre, un figlio. E chi li osserva, soprattutto.

Come hai costruito i tuoi personaggi-immagine. Nascono con intenti precisi, o sono frutto del caso e della tua creatività?

Frutto del caso, di quello mio, che organizzo meticolosamente.

Parliamo del particolare linguaggio narrativo che utilizzi. Cito uno stralcio della mia recensione: L’uso spregiudicato del linguaggio è sicuramente la prima cosa che colpisce di questo romanzo, che un critico forse più sofisticato di me potrebbe definire d’avanguardia: deformazioni dialettali, annichilimento della punteggiatura sorvegliata o spesso assente, utilizzo di un italiano sgrammaticato ma comprensibile al servizio di un flusso di coscienza debordante e inframmezzato da citazioni dal sapore postmoderniasta, proverbi, testi di jungle pubblicitari, strofe di canzoni, preghiere, filastrocche, sproloqui. Lingua parlata contaminata da visione oniriche, frammenti, impressioni. E’ una tua caratteristica, già in L’ammazzatore e Concetto al buio, l’avevi sperimentata? Come nasce, da che letture, da quali suggestioni?

Mi è piaciuta molto, questa tua frase.
La mia lingua – che sì, già c’era nei primi due libri – nasce da molte cose, da cose che c’entrano, che non c’entrano, che vorrei c’entrassero. Certamente dal genio di Beckett, dalla vorticosità di Saramago, dall’ironia di De Filippo, dalle scorribande di Hrabal, dalla raffinatezza di Pinter, e dalla spada di D’Artagnan, dalla goffaggine di Pippo, dalla perentorietà de L’uomo mascherato, ma anche da Palermo, da tutte le sue belle e brutte contraddizioni, dai suoni che ho sentito, da tutti i miei quarantuno anni di capriole.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Sto leggendo Il cameriere di Borges di Bussotti, Suttree di McCarthy, e il teatro di Bernhard. Un poco questo e un poco quello, com’è mio solito. L’ultimo libro che ho letto non ho finito di leggerlo.

Hai collaborato con Luigi Bernardi. Ci racconti come è andata?

Dirlo oggi sarebbe banale.
In realtà Luigi Bernardi e io collaboriamo sempre, giorno per giorno, in un modo o nell’altro, guerreggiando contro chiunque.

Mi incuriosiscono molto i tuoi laboratori di teatro. Come si svolgono? Cosa insegni?

Non lo dirò mai.
Iscriviti.

Bene Rosario l’intervista si conclude con questa ultima domanda. Grazie della disponibilità in attesa di un tuo prossimo libro.