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:: Recensione di Dietro la stazione di Arno Camenisch, (Keller editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

17 luglio 2013

160-dietro-la-stazione-csAvete presente la tipica immagine della Svizzera con la sue verdi montagne, le mucche al pascolo e fantastici paesaggi nei quali tutto sembra dipinto da un abile artista? Ecco dimenticatevi questa immagine e leggendo Dietro la stazione, il piccolo capolavoro nostalgico dedicato al passato scritto dallo svizzero Arno Camenisch, scoprirete un insolita e a dir poco impensabile terra elvetica. Tutto un micro mondo di un villaggio montano – 40 abitanti compresi cani e gatti – è narrato nel nuovo libro di Camenisch che usa uno sguardo lucido e puro come quello di una bambino per raccontare i luoghi delle sue origini. Una storia dove la vita di ogni abitante si sviluppa attorno alla stazione ferroviaria, un punto di riferimento che rappresenta il ponte di collegamento con il mondo esterno alla valle protagonista della narrazione. Accanto a chi ci racconta la storia – ambientata in un paesello senza nome, ma collocabile nella catena montuosa dei Grigioni – si innestano tanti altri personaggi che fanno di Dietro la stazione una vicenda corale, dove ognuna delle persone agenti apporta il proprio contributo alla costruzione della storia di vita quotidiana. Nel libro del giovane Camenisch, edito da Keller e tra i finalisti del Premio Salerno Libro d’Europa, compaiono tanti tipi umani che evidenziano, da un lato, quanto sia varia la nostra specie e, dall’altro, quanto questa diversità di tipologie comportamentali riescano a convivere in uno stesso spazio. Ecco arrivare  sulla scena la nonna dell’io narrante con il marito costruttore di bare colpito da acciacchi vari dovuti all’età che avanza. Accanto a loro irrompono Gion Baretta che molla al padre del primo personaggio dei conigli da allevare. Poi compare Giacasep con il suo un negozio dove vende motoseghe e chiodi, un posto che il protagonista e il fratello frequentano spesso prendendo di nascosto chiodi che nascondono nei pantaloni e che una volta finiti nella lavatrice danneggiano irreparabilmente la lava panni di famiglia, causando le ire della madre di chi racconta. E non mancano altri personaggi originali come la vicina di casa di italiana, il maestro di sci sempre vestito uguale che porta in dono squisite tavolette di cioccolato e la bella – e qui si capisce subito la particolare attrazione del narratore per la  ragazzina – bambina Silvana. Il villaggio di Dietro la stazione è una sorta di microcosmo a sé filtrato attraverso l’innocente sguardo di un bambino che ci racconta la realtà dove è nato e cresciuto. Chi legge ha quindi l’impressione di trovarsi davanti a personaggi grotteschi, comici e a volte troppo strampalati per essere reali, ma questa non è un’impressione errata. Essa è figlia dell’immediata prima  impressione di una visione fanciulla che vede il mondo circostante in maniera pura, senza gli schermi imposti dall’età adulta. Il villaggio di Dietro la stazione è una sorta di museo con tanti esseri strani e Camenisch non ci racconta nulla di quello che sta oltre la stazione, perché il suo è un viaggio indietro nel tempo alla riscoperta e alla salvaguardia di un passato ormai trascorso per sempre. Il lettore entra nel microcosmo di Camenisch grazie allo sguardo in soggettiva dell’io narrante e all’originale scelta linguistica – fate attenzione che non sono errori grammaticali i modi in cui certe parole vengono tradotte e scritte – che attraverso una mescolanza di italiano, tedesco e romancio esprime le diverse entità umane presenti in uno stesso piccolo ambiente in fase di trasformazione. L’importanza di salvaguardare i tempi andati è una costante dei Dietro la stazione e la scelta compiuta alla fine dal protagonista ci fa capire che la vita nel suo villaggio è sì un’ epoca trascorsa, ma in lui c’è il bisogno di mantenerla viva per ricordare le persone, i gesti e le cose che hanno caratterizzato la sua infanzia. Ottima la traduzione dal romancio di Roberta Grado.

Arno Camenisch è nato nel 1978 nella regione dei Grigioni, in Svizzera. Ha studiato Letteratura a Biel, dove vive attualmente. Camenisch ha vinto numerosi premi per la sua poesia, le prose e i drammi, che scrive in tedesco e in romancio. È membro dell’ensemble Spoken Word ‘Bern ist überall’. I suoi lavori in prosa e alcuni estratti sono stati tradotti in 15 lingue. Camenisch è stato inserito nell’Antologia della migliore fiction europea del 2012. Tra i premi che ha vinto: Plema d’aur, Premio Berna, Premio Schiller, Premio Eidgenössischer; Hölderlin Litteratur Preis. Il primo volume della trilogia dei Grigioni, Sez Ner, è edito da Casagrande e  Keller editore dopo Dietro la stazione, pubblicherà l’ultimo volume della trilogia intitolato Ustrinkata.

:: Recensione di Veleno di Cristina Zagaria (Sperling & Kupfer, 2013) a cura di Natalina S.

15 luglio 2013

velenoMartedì 09-07-2013 ore 19:40, è il momento esatto in cui decido di sfogliare le pagine del nuovo libro di Cristina Zagaria, Veleno, curato da  Sperling & Kupfer. È mia abitudine, prima di affrontare una nuova lettura, leggere dedica, indice, ringraziamenti, quarta di copertina, senza una vera ragione se non per percepire e tingere i miei pensieri dello stesso colore delle storie che inizierò a vivere.    Così come è mia abitudine attendere che un libro mi cerchi per essere letto. È accaduto anche in questo caso. Veleno è rimasto adagiato tra la pila di libri, in attesa di compiere con me il lungo viaggio da nord a sud, il viaggio che mi conduce ad abbracciare quei ciuffi sfavillanti di ginestra lungo le strade, quel canto stridulo di grilli e cicale, quei  profumi di fichi bolliti da cui si ricava il miele che, di ambra, intinge e insaporisce turdiddri e palati. Siamo giunti a casa insieme, nella mia casa, che poco dista dalla terra tarantina, e nel frattempo ho percepito altre emozioni fino a quando ho sentito la necessità di accarezzare quelle 334 pagine, come atto dovuto, come atto voluto.
Inizio a leggere ad alta voce. L’indice traccia l’iperbole della vita, stelle, polvere, nuvole, mare, terra, il volo della luce risucchiata dal buio.
Continuo a leggere ad alta voce ma con tono basso in segno di rispetto, per le storie, per i vivi, per i morti, per l’intera umanità. Leggo e intanto “stringo amicizia” con Daniela Spera.
“Non stavo cercando. Non volevo sapere. Ma il cielo è caduto”.
Non stava cercando e non voleva sapere, quando all’età di 35 anni, con un bagaglio leggero e la testa confusa, Daniela Spera, torna nella sua Taranto. È rientrata dopo una lunga assenza, durata 10 anni, per ricongiungersi con i sui affetti e quel cielo che regala piccole lame di luce. Non sono stelle e presto lo capirà. Lo capirà quando il buio della sua città le regalerà un incontro, tanto speciale quanto carico di responsabilità, con Renato Rossi. Malato di MCS, sensibilità chimica multipla, Renato affida a Daniela la sua storia nel tentativo spasmodico che venga compiuto un atto d’amore. Inizia così, da un incontro nottambulo, il coraggioso cammino di Daniela, un ring aperto contro chi ha causato il male di Renato ma anche di Tina, Sergio, Enzo, la madre di Elisa, Anna, Tiziana, Uccio e tanti altri fortificati a vivere o fortificati a morire, stando alle stime, troppi. Inizia così una battaglia morale, civile, legale contro l’Ilva di Taranto, una fabbrica che produce acciaio e morti. Daniela ricerca, delinea la storia dell’Ilva che, attiva dai primi anni sessanta, ha gettato in aria, in mezzo secolo, tonnellate e tonnellate di polvere velenosa, una giostra di elementi chimici dalla cui combinazione scaturiscono sostanze vertiginosamente tossiche. Daniela raccoglie, in ogni angolo della sua città, testimonianze, storie, cocci di speranze per lottare contro chi crede di poter barattare la vita della gente con sbuffi che fanno dell’Ilva la più grande acciaieria d’Italia, classificandola undicesima a livello mondiale. Un giro d’affari da paura, che genera paura, quella che si legge negli occhi degli operai che vivono sospesi tra la sopravvivenza e la morte, nell’interregno della scelta/non scelta. È per quegli occhi, precari, impauriti, spenti, carichi di lacrime, attenti, speranzosi, vivi o morti, nati e non, che Daniela porta avanti la sua protesta. Intanto, continuo a leggere, sempre, ad  alta voce e con tono basso ma il ritmo serra le parole in un rigurgito di rabbia e determinazione. La stessa rabbia e la stessa determinazione che accompagnano Daniela ad “urlare”, sempre più forte, il suo impegno affinché tutti i cittadini di Taranto, e non, si sveglino dal torpore dell’inganno di torbide promesse. Prosegue fino a quando tutte le voci, compresa quella di Sergio, intoneranno un unico coro: Taranto libera.
Veleno non è un giallo, un noir o un romanzo rosa. Veleno è una inchiesta che scava in profondità tra le piaghe di una problematica sociale paralizzante; una denuncia in difesa di coloro che sono stati sepolti nella fossa comune dell’indifferenza privati della loro identità;  il fiore della speranza per un futuro che rivendica una Taranto pulita da quella nube tossica che nasconde stelle e sogni, vite e futuro. Veleno è un atto profondamente sentito da parte di una scrittrice, che senza timori e paure, dice la verità  e la verità, come lei stessa ci insegna, è coraggio. Con rispetto e gratitudine, Cristina Zagaria, restituisce a Taranto la sua voce, la sua verità.

Cristina Zagaria 37 anni, è originaria di Taranto. Giornalista de la Repubblica, dal 2007 vive e lavora a Napoli. Tra i suoi libri Miserere: vita e morte di Armida Miserere, L’osso di Dio; per Sperling & Kupfer ha scritto Malanova, storia vera di Anna Maria Scarfò, la prima donna in Italia costretta a vivere sotto scorta dopo aver denunciato i suoi stupratori (tradotto in Germania, Francia, Olanda, Russia e Grecia). http://www.cristinazagaria.it/

:: Un’ intervista con Beda a cura di Viviana Filippini

15 luglio 2013

l'abisso è alle porteCiao Beda piacere averti qui a Liberi di scrivere dove ci occupiamo di libri a 360 gradi. Prima di addentrarci dentro al mondo della tua raccolta poetica L’abisso è alle porte, raccontaci qualcosa di te.

R. Nasco e cresco a Padova, città dove ho abitato da bambino e da cui poi sono mi sono spostato, per esigenze familiari, per trasferirmi, assieme alla famiglia, in un tranquillo paese di campagna. Ho compiuto studi tecnici, che poco si addicono alla mia vera indole, e poi mi sono iscritto a Lettere Moderne all’Università di Padova. Studi che ho abbandonato per dedicarmi ad altro in ambito familiare e lavorativo.

Come nasce il tuo amore per la poesia?

R. Bella domanda a cui, onestamente, non so rispondere, forse perché non ho mai preteso di spiegare questo aspetto del mio carattere e della mia indole. L’amore per la poesia credo nasca come l’amore per il calcio, per le belle donne o per l’arte in generale; giorno dopo giorno senti che quel mondo, così astratto e ideale, comincia ad appartenerti sempre di più e cominci a leggere i poeti “sacri” vedendo che un po’ alla volta, semplici versi ti danno emozioni e ti aprono, idealmente, le porte di un mondo che non pensavi ti appartenesse. In sintesi, il mio amore per la poesia nasce quasi a casaccio… anche se poi nella vita nulla accade per caso.

Come e quando è nata la raccolta L’abisso è alle porte?

R. L’abisso è alle porte nasce nel 2009, come uno schizzo, un semplice schizzo su un foglio bianco.E’ stato semplicemente un voler fermare, in modo amorfo e disordinato un momento; quel momento poi è divenuto, con il trascorrere dei giorni, una serie ininterrotta di momenti ed eccoci qui.Stavo attraversando un periodo un po’ particolare della mia vita, dove tante porte si stavano chiudendo, molte per scelta mia, e dove altre, forse è più corretto parlare di portoni, soprattutto a livello mentale, non volevano aprirsi per quanto mi sforzassi. Capita a tutti di sentirsi ingabbiati e L’abisso è alle porte racconta anche questo disagio.

Beda autore di L’abisso alla porte in questa raccolta è più poeta-uomo o uomo-poeta?

R. I poeti sono altri, non di certo io. Io credo che quando il poeta prevale sull’uomo il rischio di vaneggiare e di farsi scivolare tutto troppo addosso è concreto e per certi aspetti controproducente; il poeta ha la tendenza, spesso, a perdersi, volontariamente, in una goccia d’acqua, idealizzando troppo la realtà che lo attornia. Quando invece è l’uomo a prevalere sul poeta, io credo che la poesia non possa esistere e non possa predente una forma armonica, poiché l’uomo moderno non è più abituato a essere umano, ma è diventato automa e incapace di osservare e osservarsi, ammettendo i limiti e le sconfitte. Diciamo che in questa raccolta ho cercato di bilanciare gli aspetti: in ogni poesia c’è un Beda presunto poeta e c’è un Beda sicuramente uomo, perciò io amo definirle poesie molto imperfette…poiché nessuna è interamente del presunto poeta o interamente dell’uomo. Il narratore è imperfetto perché non omogeneo, o in un senso o nell’altro.

A chi è destinato questo lavoro? Mi spiego meglio. Questa raccolta è nata da un tuo esclusivo bisogno di riflessione su ciò di negativo, che attanaglia il nostro mondo o può essere vista come una sorta di richiesta di attenzione rivolta a noi lettori per ragguagliarci su quello che di inadeguato ci circonda e ci cambia senza che ce ne rendiamo conto?

R. Mi rifaccio un po’ alla domanda precedente. Se scrivo versi come poeta, questo lavoro è sicuramente una riflessione, piuttosto brutale, sui momenti privati rapportati alla pochezza della realtà che attualmente mi circonda; il poeta tendenzialmente riflette ma è impotente. Ma se scrivo versi come uomo, allora, il discorso muta: cambia il punto di osservazione e forse anche la qualità e la “verità oggettiva” dei versi. In questo caso è giusto parlare di un tentativo di far alzare le orecchie, aprire gli occhi e affinare il gusto a chi mi circonda. Non sempre quello che ci viene detto corrisponde alla realtà delle cose, anzi quasi mai. Non è che siamo noi uomini gli inadeguati, è che chi ci comanda e muove  le informazioni che ci arrivano, ci fa sentire inadeguati al cospetto di una società che corre troppo veloce e che è troppo informatizzata. Abbiamo scordato quanto bello sia a volte fermarsi e, se serve, pure piangere.

L’abisso alle porte non è solo il titolo, ma anche una poesia nella quale si percepisce la voglia di libertà dell’uomo e l’impossibilità a viverla al completo a cause delle limitazioni imposte dalla società. Cosa determina questo stato umano?

R. La poesia L’abisso è alle porte tratta di varie tematiche, anche se in modo velato e mai dichiarato, e questo è un po’ il profilo di tutto il libro. Tendenzialmente l’uomo di oggi è consapevole di non essere libero e, per questo, è pervaso da un senso di impotenza lacerante, ma non ne parla. Oggi nella società, e ancor più nell’economia, vige il disordine; in politica comanda il compromesso a tutti i costi, e i prezzi da pagare per noi cittadini sono altissimi. Ci hanno fatto credere che una società fin troppo regolata, ma senza buon senso e senza dialogo, sia la strada giusta per sentirsi appagati. Ma abbiamo miseramente fallito: oggi siamo tutti più poveri…ed  è in atto un attacco, senza precedenti, ai nostri diritti naturali di uomini, donne, bambini e anziani…è in atto il tentativo di instaurare dittature subdole e ai più incomprensibili. E’ un attacco che mina le nostre identità, i nostri valori e in ultimo…le nostre economie. E l’uomo moderno è in grado di capire tutto ciò, ma per ora non ne parla e se ne sta rintanato a compiacersi delle sue difficoltà, non capendo che forse l’unica soluzione è parlarne con gli altri, staccandosi da preconcetti, condizionamenti e dogmi, di qualsiasi tipo essi siano.

Leggendo la raccolta ha avuto lì’impressione di una forte sensazione di pessimismo universale riguardante l’umanità e il mondo dove quest’ultima vive. Un tratto comune che ritorna in ogni componimento. Da cosa è determinato questo stato?

R. Dall’osservazione e da chi compie questa osservazione: un semplice comune mortale, un uomo, che osserva una natura violata e violentata in nome di un progresso assassino; un semplice uomo che osserva una società sempre più allo sbando, dove la felicità è divenuta una colpa. Questa è una società in cui un bambino felice che salta e gioca è definito malato perché troppo attivo, è una società in cui chi è attento alla qualità di ciò che mangia viene definito estremista. Si può essere ottimisti? Si può essere ottimisti vedendo che i tuoi diritti essenziali non sono tutelati in nome del profitto?

Tante sono le immagini di morte, di dolore, di sofferenza descritte attraverso metafore, atmosfere cupe cosa ti ha ispirato questi componimenti letterari, ma allo stesso tempo pittorici?

R. La vita per definizione, non è mai semplicemente bella o semplicemente brutta o meglio, anche nella bellezza delle cose o nella loro bruttezza, esistono colori diametralmente opposti all’andamento generale. Io sono una semplice persona, un uomo normale, che ha patito o gioito come tutti, che ha apprezzato e deprezzato come tutti, che ha usato ed è stato usato come tutti. Chiunque di noi, prima o poi, ha a che fare con esperienze inevitabili; il dolore e il senso di impotenza che ti lasciano è davvero un qualcosa difficile da digerire. Sono cose comunque normali e sono esperienze che se opportunamente elaborate, come per fortuna ho fatto io con fatica, ti portano a maturare un senso di mistico appagamento morale e uno spirito di osservazione sconnesso da fraintendimenti e influenze esterne. Ogni uomo accudisce nel suo cuore e nella sua mente, un bambino felice e uno un po’ più triste e li deve ascoltare entrambi. Con l’Abisso è alle porte ho ascoltato il bambino un po’ più triste; il prossimo libro, se ci sarà, sarà all’insegna del bambino felice e combattente!

Nelle poesie spesso inserisci immagini del mondo naturale , ma essa è una natura spesso sofferente e violata. Cosa determina questo suo stato?

R. La realtà è questa: una natura perennemente violata, violentata e succube di un progresso indiscriminato e assassino. Vedi, qui non si tratta di negare l’importanza della scienza e del progresso, ma di considerare come l’attività umana, tutta, dalla semplice economia familiare a quella industriale, sta di fatto togliendo equilibrio all’ambiente, alla flora e alla fauna. Alternative naturali o comunque meno dannose ce ne sono, ma la gente le ignora perché perennemente bombardata da messaggi ridondanti che convergono tutti in un semplice slogan televisivo: progresso a qualunque costo. Io mi chiedo: fino a quando l’uomo potrà arrogarsi il diritto di distruggere? E fino a quando, in nome della scienza, si sentirà autorizzato a compiere atti inumani e insensati? Nella mia vita, molti anni fa, ho compiuto una scelta vegetariana e animalista: è stata una scelta consapevole che mi fa sentire in pace con me stesso e il mondo che mi circonda. E’ stata la scelta migliore che ho fatto invita mia.

Altri elementi che tornano in modo costante nelle poesie sono la sera e la solitudine. Che ruolo giocano nel cuore del poeta?

R. Ognuno di noi rivede nella sera la famiglia, il gioco con i figli, il dialogo con la moglie o il marito, il semplice stendersi sul divano e leggere; la sera rappresenta la possibilità di riappacificarci con noi stessi e le persone care, lontani dal caos. Ma la sera è anche il momento in cui possiamo guardarci allo specchio e fare i conti con noi stessi, le nostre paure e le nostre angosce. Questa società ci impone di sorridere sempre, ci impone di nascondere i problemi e ci impone l’apparenza; riuscire a starsene da soli è un lusso perché, in giusta misura, la solitudine è un mezzo per volersi bene e la sera è di sicuro il momento più adatto per farlo. Di sera siamo tutti più malinconici, abbiamo voglia di chiudere gli occhi ma non per dormire bensì per viaggiare da soli, per andare dove non possiamo andare normalmente; L’abisso è alle porte è stato questo: vivere ogni giorno come fosse sempre sera e andare…

Chi scrive è il poeta, un uomo che si fa “postino” di un male di vivere comune, che c’è, però non tutti se ne capacitano. Il suo poetare è una sorta di grido, di richiesta di ascolto e aiuto, ma riuscirà a trovare risposte e sostegno in qualcuno o qualcosa?

R. Ma né il poeta né l’uomo hanno bisogno di sostegno; poesia è prima di tutto fare i conti con sé stessi e questa è già una enorme prova di forza che molti non comprendono per il semplice fatto che ritengono la poesia un mezzo non sufficientemente efficace. E poi, proprio per il fatto che l’uomo è poeta e viceversa, chi scrive solitamente usa la poesia come un adattogeno rispetto alla realtà in cui vive. Il postino porta la posta, il poeta porta sensazioni, impressioni e realtà sottintese e lo deve fare in punta di piedi proprio per il fatto che spesso porta messaggi nuovi e non dovrebbe raccontare sempre e solo le solite e classiche sofferenze d’amore. Il poeta, o presunto tale, dovrebbe essere lo specchio per gli altri e non ergersi a giudice supremo rispetto agli altri.

Le sbarre dell’immagine di copertina con le sue sbarre oltre le quali c’è il mondo verdeggiante e rigoglioso della natura che valore ha? Forse l’uomo di oggi si è cosi imbarbarito da non poter più raggiungere la natura pura e incontaminata è ormai diventata irraggiungibile?

R. L’abisso è alle porte parla di un abisso prossimo ma evitabile, ancora evitabile. L’uomo di oggi è sì imbarbarito, burattato e inscatolato ma è pur sempre un uomo… un animale che prova compassione, amore, rispetto e che sa agire, se libero da false convenzioni e da false verità, in completa armonia con altri esseri della sua specie e con esseri di altri regni o altre specie. Negli ultimi anni ci siamo costruiti da soli, o meglio hanno fatto il modo che ci costruissimo, una prigione dorata negandoci la genuinità della libertà e del libero pensiero. La società, l’economia, la sanità…insomma la quotidianità è diventata un insieme di sbarre oltre le quali, per ora, non ci è concesso andare. Ma tutti noi sappiamo che è possibile andare al di là e sappiamo anche che questo passo, non di certo indolore, è possibile se non anche necessario. Resta solo da capire quale sarà lo strumento con cui la gente segherà le sbarre; quando oltre alla presa di coscienza c’è l’esasperazione, le persone purtroppo, tendono a legittimare qualsiasi mezzo, anche violento e grossolano. A di là delle sbarre c’è un mondo verdeggiante, armonico e incontaminato  nella forma, nell’estetica, nella società e nell’economia, e le persone hanno iniziato, in parte, a intravederlo e a desiderarlo.

Un ultima domanda prima di salutarci. Quale è il tuo libro preferito, quello che ti ha lasciato un segno importante?

R. Les fleurs du mal di Baudelaire; amo in particolare Corrispondenze e Il Nemico. Attraverso i simboli e un linguaggio “nuovo” Baudelaire ha evocato semplici verità che anche oggi, spesso, non riusciamo a vedere. La Natura è l’essenza delle cose, del vivere, del sentire e dell’ascoltarsi. Il Tempo, invece, è un “divoratore” e lo è per tutti non solo per scrittori e poeti; ognuno, a modo suo, quando parla del tempo del passa, lo fa in modo rassegnato e frustrato. I ricordi e il ricordare eventi del passato sono solo un piccolo sollievo temporaneo. Per questo amiamo ricordare: perché abbiamo l’impressione di ritornare indietro e aver fregato il tempo…pura illusione, purtroppo!

:: Recensione di Gli anni belli di Marco Proietti Mancini (Edizioni della Sera, 2013)

14 luglio 2013

anni belliGli anni belli di Marco Proietti Mancini, edito da Edizioni della Sera, ci porta nella Roma tra le due guerre, nel quartiere popolare di San Lorenzo, dove vivono i due protagonisti, Elena e Benedetto. E’ una storia d’amore la loro, una semplice e delicata storia di sentimenti, una storia minima sullo sfondo della Storia, narrata come si narravano una volta le storie d’amore, fermi sui ballatoi delle case di ringhiera, affacciate sui cortili, o sui tetti pieni di corde tese a cui appendere la biancheria da asciugare.
Dalle pagine emerge la Roma di allora, trasfigurata dai ricordi, dalle memorie tramandate. Una Roma forse presente ancora in qualche film in bianco e nero, di quelli che ancora si possono trovare nelle retrospettive dedicate al cinema neorealista italiano. Stessi umori, stessi odori, stesse atmosfere che l’autore fa rivivere con la sua fantasia. La gente era più ingenua, schietta, buona, solidale. Nei paesi fare le conserve di pomodori era una cerimonia collettiva, come ammazzare il maiale. C’erano famiglie che se ne tramandavano il compito, sapevano uccidere la bestia senza che la paura ne intossicasse il sangue. Quando morivano i figli piccoli, i nonni arrivavano a chiedere alle figlie di fare un figlio ancora per tramandare il proprio nome.
Benedetto, originario di Subiaco, è un giovane artista artigiano, lavora il marmo in un laboratorio. Vive in affitto in una stanza della casa del Sor Paolo, scappato dal paese a Roma per una storia di donne, padre di Elena una ragazzina di tredici anni, che come tutte le donne dei ceti popolari ha già scelto chi amare e chi sposare. I matrimoni di convenienza spettano solo ai ceti alti, loro hanno da tramandarsi ricchezze, devono badare a queste cose. I proletari, i popolani hanno poco o niente. Le ragazze al massimo i loro corredi: qualche lenzuolo ricamato, qualche tovaglia, due asciugamani.
Elena e Benedetto si innamorano senza accorgersene, si scambiano i primi baci, si tengono per mano. Unica testimone e confidente del loro amore, Ione, la portinaia ebrea che non lascia mai il quartiere. Fuori da San Lorenzo c’è una brutta aria per gli ebrei. Siamo in piena epoca fascista, ormai il regime è la struttura del potere. Mussolini, strizzato nelle sue uniformi piene di mostrine e di medaglie, con la sua mascella volitiva e le sue smorfie, con i suoi proclami da piazza Venezia, cadenza le giornate dei romani. Ma il loro amore è un segreto che ormai consono tutti, forse solo i loro genitori non lo sanno ancora.
Appena sbocciato, questo amore è subito messo alla prova dalla vita. Benedetto riceve la lettera che lo chiama a svolgere il servizio militare. Due anni di ferma, di lontananza. Prima Civitavecchia per l’addestramento e poi Brescia. Certo ci saranno le licenze, che Benedetto però sceglie di non chiedere, è troppo penoso vedere i volti tristi dei commilitoni al loro ritorno in caserma dopo questi brevi soggiorni dai parenti, e le lettere ai sui genitori restati a Subiaco con i fratelli minori e a Elena, lettere che Sor Paolo, bizzarro personaggio così disinvolto nelle storie di cuore, si è impegnato a farle avere, basta che non scriva troppo spesso, ma il distacco è doloroso.
Sopravviverà il loro amore? Si sposeranno? Diventeranno genitori? La guerra imminente, che si respira nell’aria li cambierà? Forse a quest’ultima domanda non avremo risposta, il racconto si ferma prima. Questi sono gli anni belli, gli anni della pace, anche se nelle colonie si combatte, dell’amore condiviso, della solidarietà. Il lattaio che regala il latte che avanza a chi non lo può comprare. Lo paghino i ricchi, loro che possono. O il panettiere, che fa lo stesso con il pane, sono la norma. Perché la povera gente, la gente umile e vera si aiuta, si difende, si sorride, si chiama per nome.
Marco Proietti Mancini rifà rivivere gli anni tra il 1933 e il 1940 attraverso le vicende dei suoi due innamorati, con uno stile poetico, semplice, antico, quasi malinconico, ricco di saggezza popolare. Registra sentimenti, malinconie, delicate emozioni che ci fanno partecipi della vita, dei piccoli drammi, delle speranze di gente genuina, attaccata alla vita e alle sue piccole felicità. Come Vasco Pratolini ha fatto con Firenze. Molto me l’ha ricordato. Romanzo corale, composito, profondo e nello stesso tempo lieve, misto  a un nostalgico rimpianto per il tempo che fu, per l’innocenza perduta.
Certo c’è il fascismo, una dittatura feroce, come tutte le dittature, ma l’autore sceglie di non evidenziarne gli aspetti drammatici. A lui interessa parlare della povera gente, del suo modo di restare ancorata alle piccole cose, di sopravvivere. Gente che odia la guerra, che non si fa abbindolare dagli alti proclami retorici e apparentemente così nobili. La guerra è dolore, è separazione, è uccidere ed essere uccisi. Se proprio si deve fare e non si può sfuggire, almeno sia breve. E se bisogna scegliere se farla, si può seguire la propria coscienza e non fare un passo avanti. Proprio come fa Benedetto nel momento più intenso del romanzo.
Gli ci vorranno gli anni passati a svolgere il servizio militare per capire cosa era veramente il fascismo. E’ una rivelazione, una delusione, un ricordare le parole di suo padre e del suo maestro socialista. Ma finito il militare c’è la vita da civile che l’aspetta.

Marco Proietti Mancini, romano del 1961. Si occupa di marketing in una multinazionale dell’informatica. Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo Da parte di Padre. Collabora con portali e riviste on line scrivendo racconti, poesie, articoli e recensioni letterarie. Nel 2012 è stato pubblicato il suo secondo libro Roma per sempre (Edizioni della Sera). Sempre nel 2012 il suo racconto Ogni venerdì è stato inserito nell’antologia Cronache dalla fine del mondo (Historica Edizioni) e ha scritto i testi per il volume fotografico Roma, caput mundi?. A gennaio 2013 Roma per sempre è uscito in una nuova edizione ampliata per Edizioni della Sera e a marzo 2013 il suo racconto “Ciao mamma” è stato inserito nell’antologia Nessuna più pubblicata da Elliot Edizioni.

:: Ciao, sono Vanessa Roggeri autrice di ll cuore selvatico del ginepro (Garzanti, 2013)

12 luglio 2013

ROGGERI Cuore selvatico gineproSalve a tutti, oggi vorrei dare spazio sul blog ad un’esordiente, Vanessa Roggeri, autrice di Il cuore selvatico del ginepro, che uscirà a fine agosto per Garzanti. Non è un’ intervista, è una lettera che Vanessa mi ha inviato da condividere con i lettori di Liberi di scrivere. Il cuore selvatico del ginepro è la storia di due sorelle e del loro legame speciale, forte e indistruttibile come il ginepro della sua terra, la Sardegna. Vi lascio dunque alle sue parole.

Ho sempre pensato che certi libri fossero animati da un proprio spirito, che in qualche modo fossero “vivi”, vibranti nelle loro pagine di qualcosa che non è facilmente definibile.

Quando ho finito di scrivere Il cuore selvatico del ginepro ho capito subito che il mio libro custodiva un suo spirito segreto. Non mi sono preoccupata di come trovare un editore, benché io fossi un’aspirante scrittrice perfettamente sconosciuta, perché dentro di me avevo una sicurezza un po’ folle e inspiegabile: ero sicura che ci avrebbe pensato Ianetta – la protagonista del libro – a farsi pubblicare.

E così è stato: il mio romanzo è arrivato dritto al cuore della Garzanti con una forza dirompente.

Il cuore del mio libro trabocca di passioni che travolgono, non esistono le mezze misure, come non esistono nella vita reale. I miei personaggi odiano con forza che distrugge; amano con impeto che vivifica là dove non c’era più speranza; si disperano perché la forza maligna di certe superstizioni può portare ad uccidere anche coloro che sono sangue del proprio sangue.

Nel cuore del mio libro c’è Lucia, e come suggerisce il suo nome, lei porta la luce dell’amore tra le ombre tetre di una Sardegna oscura e misteriosa; e c’è sua sorella Ianetta, nata settima, maledetta dalla tradizione che vede in lei l’incarnazione del male. Lucia è una donna forte, tenace, coraggiosa, un simbolo di emancipazione femminile; lei è l’unica che riesce a vedere la luce della verità oltre il velo dell’ignoranza e dell’odio, ad amare anche chi per sua natura non riesce ad attirare l’amore altrui.

Il ginepro è una pianta tenace, resiste anche alla furia delle fiamme; se fuori brucia, dentro il cuoricino rimane vivo, proprio come l’amore, quello vero.

Lascia che il ginepro tocchi il tuo cuore con i suoi rami.

Segui la mia voce sulla pagina facebook Vanessa Roggeri – autrice. A presto,

Vanessa Roggeri

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. Ama definirsi una sarda nuragica, innamorata della sua isola così aspra e coriacea, ma anche fiera e indomita. La sua passione per la scrittura è nata fin da quando la nonna le raccontava favole e leggende sarde intrecciate alle proprie memorie d’infanzia. Queste storie di una Sardegna antica, magica e misteriosa l’hanno segnata profondamente facendole nascere il gusto per la narrazione e il desiderio di mantenere vivo il sottile filo che ci collega a un passato ormai perduto.

:: Segnalazione di Storia di Malala, di Viviana Mazza (Mondadori, 2013)

12 luglio 2013

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Oggi 12 luglio 2013 è un giorno speciale.
Malala Yousafzai compie 16 anni e tra poche ore parlerà alle Nazioni Unite, a New York, raccontando la sua storia. Parlerà difronte ai grandi della terra e dirà una cosa semplicissima, che l’emancipazione delle donne passa soprattutto attraverso l’istruzione. Che il diritto allo studio delle ragazze, diritto per il quale ha rischiato la vita, è un potente strumento di crescita, di progresso, di giustizia.
Nel mondo 57 milioni di bambini sono tutt’ora privi di accesso all’istruzione, destinati a un futuro senza prospettive di crescita. Un futuro di miseria, degrado, sfruttamento. Malala è oggi un simbolo della lotta a tutto ciò. Candidata al premio Nobel per la pace e sostenuta da organizzazioni come Change.org e personalità politiche internazionali e star, Malala è molto più di una ragazzina pachistana sopravvissuta ad un attentato di talebani, è un esempio per altre bambine, ragazzine, donne di tutte le parti del mondo.
Per cui è anche speciale questa segnalazione. Il 16 luglio Mondadori pubblica Storia di Malala, di Viviana Mazza, corrispondente agli Esteri del Corriere della Sera. Un libro illustrato, dedicato ai ragazzi, che racconta la sua storia, il suo coraggio, il messaggio che vuole trasmettere alle nuove generazioni, agli adulti di domani. Una buona occasione per promuovere la lettura tra i più giovani.

:: Segnalazione: nasce l’agenzia letteraria Studio Garamond di Stefano Giovinazzo

11 luglio 2013

studio-garamond-logositoSegnalo il debutto sul mercato editoriale di una nuova agenzia letteraria, Studio Garamond – Servizi editoriali, creata da un professionista della comunicazione come Stefano Giovinazzo, giornalista, editore, scrittore e poeta. Lo Studio Garamond si propone di seguire il cliente in ogni fase del processo editoriale: dalla valutazione del manoscritto, al lavoro di editing, e correzione bozze, fino all’eventuale proposta presso gli editori. Servizi editoriali, ufficio stampa, grafica e rappresentanza sono quindi i punti di forza al servizio di autori e case editrici. Per maggiori informazioni sui servizi offerti vi invito a visitare il loro sito: http://www.studiogaramond.com info@studiogaramond.comTel. 320.4126622

:: Segnalazione di Animali domestici di Bragi Ólafsson (LaLinea, 2013)

10 luglio 2013

Animali domestici_coverAnimali domestici
di Bragi Ólafsson
l’ex bassista dei Sugarcubes di Björk

Traduzione di Silvia Cosimini

“Non parla di rock, ma è uno dei migliori romanzi mai scritti da un ex musicista rock.
Los Angeles Times

Nella gelida Islanda, un uomo è costretto dalle circostanze ad assumere una “scomoda” prospettiva sulla propria esistenza.

Dopo una vincita alla lotteria e un viaggio a Londra per spendere buona parte del denaro in musica, libri e film, Emil torna a Reykjavík con un unico desiderio: ascoltare finalmente i suoi cd, rivedere gli amici e rilassarsi.
È risaputo, però, che il destino ama farsi beffe dei modesti sogni di tranquilla e appartata quotidianità degli uomini, e con Emil si accanisce in modo particolare. Nelle poche ore spese fra il viaggio aereo e il rientro a casa, alcuni incontri fanno deragliare bruscamente il suo programma.
Come in una commedia beckettiana, in breve la casa si trasforma in teatro di una singolare festa e il giovane islandese è indotto, suo malgrado, a trasformarsi in invisibile ospite di una serie di bizzarri personaggi, tra cui uno squinternato linguista, un invadente ex compagno di viaggio e una bionda tutta pepe.
Ognuno di loro si carica di un significato che Emil non è in grado di far suo, ma che pure percepisce, e che sa provenire da un repertorio che tocca il suo passato personale, i suoi gusti letterari e musicali e i suoi timori profondi.
Da quest’orda umana Emil è messo all’angolo e ricacciato nel posto più impensabile: per raccontare la sua inabilità alla vita gli resta solo la voce.

Bragi Ólafsson è nato a Reykjavík nel 1962. Ha lavorato come impiegato di banca, come commesso in un negozio di dischi, come dipendente delle poste; si è dedicato poi completamente alla musica, prima come membro del gruppo rock Purrkur Pillnikk, poi insieme ai Sugarcubes di Björk (Sykurmolarnir, in islandese), di cui era il bassista. Con questi ultimi ha girato il mondo fino al 1992, anno del suo abbandono. È stato uno dei fondatori dell’etichetta discografica Smekkleysa (Cattivogusto). Ha quattro figli e vive a Reykjavík. I suoi libri sono pubblicati dall’editore Forlagið e tradotti in vari Paesi del mondo. È il traduttore di Paul Auster in Islanda.

:: Recensione di Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

10 luglio 2013

gli_scomparsiNon vi è mai capitato di guardare vecchie fotografie di vostri parenti che non avete magari conosciuto e farvi domande sul  loro destino? Questa è la domanda che vive in Daniel Mendelsohn fin da ragazzino ogni volta che  sente parlare dello zio Shmiel, il fratello del nonno  e della sua famiglia. Mendelsohn sa che il nonno aveva un fratello sposato e quattro figlie femmine, ma quello che Daniel e gli altri parenti sopravvissuti non conoscono è il misterioso destino che riguarda il clan di Shmiel, scomparso non si sa dove, come, quando di preciso durante l’ Olocausto. Fin da bambino, Daniel Mendelsohn ha raccolto indizi genealogici cominciando a ricostruire la sua antica mappa d’origine, ma all’autore de Gli scomparsi  non bastavano i favolosi racconti del nonno nei quali l’anziano rievocava l’infanzia trascorsa nella cittadina di Bolechow, in Ucraina, perché essi erano sì ricchi di dettagli su cosa mangiavano, su come si svestivano, sul lavoro che svolgevano e sulla loro vita sociale, ma poi il racconto della vita di Shmiel si fermava attorno agli anni della Seconda guerra mondiale. Daniel ha il ricordo d’infanzia delle parole bisbigliate con imbarazzo dal nonno e dagli altri parenti ad ogni accenno a cosa accadde a Shmiel alla sua famiglia e fu quest’aura di rispettoso enigma a scatenare in Daniel la voglia di andare sempre più a fondo nella ricerca del proprio passato famigliare per capire se stesso e per conoscere la sorte di chi non c’è più. Per Mendelsohn comincia un pellegrinaggio per il mondo della durata di cinque anni, un cammino durate il quale lo scrittore non solo conoscerà la sua storia, ma entrerà in contatto con tanti altri uomini e donne che hanno vissuto in prima persona il dramma dell’Olocausto. Accanto alla ricerca delle radici della propria famiglia l’autore inserisce una serie di riflessioni sul contenuto della Bibbia e lette con attenzione le cinque parti in cui è suddiviso Gli scomparsi di Mendelsohn non solo contengono l’interpretazione di alcuni importati passi delle Sacre Scritture, ma se le accostiamo in parallelo con il pellegrinaggio compiuto dall’autore, i testi sacri ci permettono di vederlo come una sorta di cammino verso la Terra promessa, che in questo caso corrisponde alla scoperta delle proprie origini e della sorte che il destino riservò a Shmiel. Gli scomparsi di Mendelsohn è l’insieme di anni di ricerche sulla carta, di viaggi in lungo e in largo per il mondo, di un accumulo di fotografie, di testimonianze e ricordi recuperati attraverso interviste e registrazioni. Gli scomparsi è la dimostrazione di una profonda sensibilità umana e della voglia di conoscere il proprio passato compreso quello di un intero popolo spesso vittima – e lo dimostrano i tanti fatti accaduti nel corso della Storia-  di ingiustizie e soprusi. Non a caso Mendelsohn troverà i tanti tasselli che gli permetteranno di far luce sul misterioso destino di Shmiel e allo stesso tempo farà tesoro delle tante persone incontrante – veri e proprio testimoni di un dramma universale- che grazie la lavoro dell’autore americano entreranno a far parte della Storia, senza finire nel dimenticatoio. Il cammino vissuto da Daniel e da suo fratello, fedele compagno di avventura, è ricco di emozioni di dolori che riemergono, è sono fondamentali in quanto incarnano il segno concreto dell’importanza di ricordare il passato, perché in esso è custodita una parte di noi dalla quale è possibile recuperare insegnamenti per comprendere il presente e affrontare il futuro.

Daniel Mendelsohn è nato nel 1960 a Long Island. Scrive di letteratura, cinema  e teatro sulla «New York Time Book Review», sul «New Yorker», sulla «New York Review of Books». Con Neri Pozza ha pubblicato Gli scomparsi (2007) e Bellezza e fragilità (2009).

:: Recensione di Due pinte di birra di Roddy Doyle (Guanda, 2013) a cura di Michela Bortoletto

10 luglio 2013

due pinte

Clifden, Connemara, Irlanda, agosto 2012: Dopo una giornata passata a scoprire l’ennesima incantevole regione irlandese entriamo in un pub. Il posto è affollato e i tavoli sono tutti occupati. Per me e il mio compagno rimangono due posti nell’angolo tra il bancone e il muro. Ci sediamo. Accanto a noi due uomini davanti a due pinte di birra bevono, chiacchierano, ridono. Dopo pochi istanti attaccano bottone con noi: sono curiosi di conoscerci, sapere da dove veniamo. Non passano due minuti che ci ritroviamo a parlare di Olimpiadi e dell’imminente sfida per la medaglia d’oro di Katie Taylor, ormai già considerata eroina nazionale. Parlare con loro è facile, nonostante le evidenti differenze linguistiche. Si chiacchiera e si ride finché uno dei due riceve una chiamata: è la moglie, deve tornare a casa, per stasera ha già bevuto fin troppe birre!
Il fatto di qui sopra è accaduto veramente durante il nostro viaggio in Irlanda. Nei pub si possono trovare centinaia e centinaia di coppie e gruppi di uomini e donne intenti a chiacchierare davanti a una pinta di birra. Gli argomenti sono i più disparati: politica, sport, famiglia, cronaca. Si passa dalla crisi economica alla qualificazione della squadra irlandese agli Europei di calcio; dalle beghe familiari al futuro erede al trono inglese. In Due pinte di birra Roddy Doyle non ha fatto altro che ispirarsi alla quotidianità irlandese. Ha preso due uomini, li ha fatti sedere davanti a due pinte di birra e ha dato vita a una serie di dialoghi estremamente sagaci, divertenti e ironici. I due protagonisti del lavoro di Doyle discutono tra di loro delle novità del  giorno: dalla riconferma di Obama alla moglie di uno di loro che ha speso i propri risparmi per recarsi al funerale di Whitney  Houston.
I dialoghi tra i due uomini sono veloci, leggeri ma soprattutto pieni di comicità: i nostri due eroi guardano al mondo d’oggi e alle novità familiari del giorno con molta ironia, non prendendosi mai troppo sul serio per non cadere nel baratro della disperazione.  Se c’è da gioire e festeggiare si bevono una birra. Se una soluzione ai problemi invece non c’è: basta bersi una birra e tutto passa!
L’ultima creazione di Doyle è  un libro che ti fa rivivere una tipica serata irlandese, di quelle che chi è stato almeno una volta nella vita in quella magica terra non può non averne nostalgia. Ma Due pinte di birra è anche la lettura perfetta per chi in un vero pub irlandese non c’è mai stato e vuole farsene un’idea: ne rimarrà estasiato! Si legge in una sera, una sera dal tipico sapore irlandese. Trad. di Silvia Piraccini.

Nato a Dublino nel 1958, Roddy Doyle è considerato il capofila della nuova narrativa irlandese. Ha ottenuto uno strepitoso successo internazionale con Paddy Clarke ah ah ah!, vincitore del prestigioso Booker Prize nel 1993. Presso Salani sono usciti Il trattamento Ridarelli, Rover salva il Natale e Le avventure nel frattempo.

:: Recensione di L’ultima paziente di Gabriel Rolón (Piemme, 2013)

9 luglio 2013

pazienteL’ultima paziente (Los padecientes, 2010), romanzo di esordio dello scrittore argentino Gabriel Rolón, edito in Italia da Piemme e tradotto da Mariana E. Califano, è un thriller psicologico con le cadenze del noir che arriva da noi dopo essere stato un clamoroso successo in patria, in testa alle classifiche per settimane, ed essersi guadagnato la pubblicazione in diversi paesi, non solo del Sud America.
Siamo abituati a storie incentrate sulle figure di poliziotti, investigatori privati, giornalisti, l’originalità di questo romanzo è che troviamo protagonista assoluto uno psicanalista, che indaga sì su un delitto, ma da un punto di vista privilegiato – l’autore innanzitutto è uno psicanalista lui stesso- interessandosi principalmente agli stati d’animo, alla psiche dei personaggi in cui è racchiusa la verità che ossessivamente ricerca.
Le sfumature noir sono date dalla sofferenza e dall’angoscia che tanto lo affascinano e rendono molto meno ovvio il classico meccanismo delitto-colpevole. La verità in questo caso infatti non è un catartico allentamento della tensione narrativa, sorta di rassicurante ed edulcorato happy ending, capace di rovinare per implausibilità molti ottimi romanzi, ma più che altro un’amara riflessione sulla natura umana, sul fatto che le vittime spesso non siano così innocenti, e sul concetto stesso di innocenza.
Siamo a Buenos Aires, forse la più europea città del Sud America: vie spaziose, parchi alberati, palazzi d’epoca, caffè eleganti. Pablo Rouviot, abile psicanalista, autore di saggi di successo che gli hanno dato una certa notorietà, vive un periodo di solitudine, dopo l’abbandono della sua donna, Alejandra. Anche se un’altra assenza rende più profonda l’angoscia che lo accompagna, forse più discreta, sfumata, ma altrettanto dolorosa. Da quando è morto suo padre infatti la solitudine è più difficile da tollerare, più cattiva. Comunque è un serio professionista, i suoi problemi personali non influenzano il suo lavoro di terapista, il suo ottimo rapporto con i pazienti.
Una sera una donna si reca nel suo studio. Si chiama Paula Vanussi. Il cadavere di suo padre, un potente uomo d’affari, è appena stato rinvenuto in avanzato stato di decomposizione, in un laghetto vicino alla sua villa. La morte sembra dovuta ad accoltellamento, e del delitto si è dichiarato colpevole, con una confessione scritta, suo fratello Javier, un ragazzo con seri disturbi psichici. Da quando è morta sua madre, Paula si occupa sia di lui che della sorella Camila e ora vuole che Pablo diventi perito di parte nel processo per omicidio che si svolgerà nei confronti del fratello. Vuole che dichiari al giudice la sua incapacità di intendere e di volere, per evitargli il carcere.
Pablo si prende il suo tempo per decidere e nonostante non sia uno psicologo forense, inizia a fare qualche ricerca per scoprire che la vittima non era affatto una persona irreprensibile, anzi era invischiata in traffici poco leciti dai quali provenivano il suo denaro e il suo potere, e inoltre era un pessimo padre, marito, essere umano. Molti insomma potrebbero avere avuto una ragione per ucciderlo, ragione per cui la colpevolezza del ragazzo non è così sicura, come anche pensa il vicecommissario Bermudés incaricato delle indagini. Ma per averne la certezza Pablo deve riuscire a parlare con Javier, in coma farmacologico dopo un tentato suicidio. Purtroppo però il suo impegno suscita l’aperta ostilità di gente molto pericolosa che arriva a farlo minacciare. Cosa c’è sotto? Scoprire la verità diventa per Pablo Rouviot l’unica possibilità per non perdere la stima di sé stesso.
Diviso in quattro parti – la chiamata, la decisione, la ricerca e la verità –  L’ultima paziente è un romanzo innanzitutto capace di creare una forte empatia con il protagonista, caratteristica che rende la lettura interessante e piacevole. Rolón sa rendere infatti il personaggio molto umano e sfaccettato. Ci si immedesima facilmente con il suo punto di vista e ciò aiuta a vedere il mondo con i suoi occhi seppure la narrazione sia in terza persona. L’amore per la verità, l’onestà di fondo, il coraggio che manifesta arrivando a sfidare apertamente persone che potrebbero ucciderlo, aggiungono sfumature in più senza delinearci i contorni di un uomo abituato a trattare con i delinquenti, che accoglie le minacce con una scrollata di spalle.
E’ un uomo qualunque, un buono infondo, ma credibile, onesto, ragionevole. Mi ha ricordato in un certo modo il Lew Archer di Ross Macdonald, immerso in una storia familiare piena di violenza e di dolore. Dal sole della California al cielo terso di Buenos Aires, il passo è breve ma il complotto che lega medici, avvocati corrotti, e poliziotti rassegnati ai raggiri dei potenti, regge tutta l’intelaiatura, senza sbavature o scolorimenti della trama.

Gabriel Rolón  è nato a Buenos Aires nel 1961. Laureato in Psicologia all’Università di Buenos Aires, si è specializzato in psicanalisi, dedicandosi prevalentemente alla cura di nevrosi, psicosi e perversioni. Ha collaborato per 14 anni a un noto programma radiofonico, Noche de diván e attualmente conduce il programma televisivo Terapia, un “divano mediatico” in cui psicanalizza personaggi famosi. Ha pubblicato diversi saggi di grande successo, l’ultimo dei quali ha venduto 120.000 copie. L‘ultima paziente è il suo primo romanzo.

:: Recensione di L’uomo che vorrei di Kerstin Gier (Corbaccio, 2013)

7 luglio 2013

uomo vorreiUffa, per qualche motivo il mondo del mio bell’universo parallelo non era poi così felice come me lo ero immaginato.

L’uomo che vorrei (Auf der anderen Seite ist das Gras viel grüner, 2011), edito da Corbaccio nella collana Romance e tradotto da Alessandra Petrelli, è il nuovo romanzo umoristico-sentimentale giunto in Italia, dopo In verità è meglio mentire, della spumeggiante scrittrice tedesca Kertsin Gier, famosa soprattutto per la sua trilogia fantasy Red, Blue, e Green, una delle poche serie young adult che ho avuto modo di leggere e apprezzare.
Sottogenere molto popolare tra il pubblico femminile del romance novel, il time travel romance – sottogenere in cui L’uomo che vorrei può essere collocato –  presenta spunti interessanti e anche riflessioni di un certo spessore, qui presenti sotto la superficie smaltata dell’ironia e dell’ umorismo.
Con brio e vivacità, la Gier ci racconta la storia di Kati Wedekind, donna in carriera, felicemente sposata con il serio e posato Felix Leuenhagen, primario di medicina interna in un ospedale di Colonia, che forse troppo occupato con il suo lavoro, in un certo senso la trascura. Stanca della routine, della suocera che le chiede se è incinta, del poco tempo passato assieme al marito, si domanda se non sia il caso di iniziare una relazione extraconiugale e la tentazione si chiama Mathias Lenzen, esattamente l’uomo dei suoi sogni. E come disse Oscar Wilde: E’ meglio abbandonarsi alle tentazioni. Chissà se ritorneranno. Una delle tante citazioni di cui il libro è piacevolmente disseminato.
Fin qua la storia scorre sui binari della normalità. Poi l’imprevisto, e il fantastico prende il sopravvento. Dopo un incidente, provocato da un barbone, nella stazione della metropolitana cade sui binari e si risveglia in ospedale esattamente cinque anni prima, proprio il giorno prima di quello in cui Felix avrebbe dovuto entrare nella sua vita. Con il senno di poi, farà le stesse scelte? O coglierà l’occasione per rivoluzionare la sua vita e vivere il sogno di amore con Mathias dagli occhi di velluto blu, stando lontana dall’affidabile e rassicurante Felix? Ma si sa l’erba del vicino è sempre più verde… proverbio che richiama il titolo originale del romanzo e che fa supporre che in fondo Felix poi non sia proprio così da buttare, sfumatura che un po’ nel titolo italiano si perde.
Frizzante, fresco, irriverente L’uomo che vorrei è un classico romanzo scaccia pensieri, capace di farci sorridere, e farci passare qualche ora con lievità e leggerezza, senza pensare a tasse, spese, visite dal dentista, vacanze mordi e fuggi in quest’estate di crisi. Certo i problemi non scompaiono, ma un po’ di sano e intelligente umorismo può diradare la nuvola nera che ci sovrasta.
Chi di noi non ha pensato a come sarebbe avere una seconda occasione? Tornare indietro nel tempo, con la consapevolezza e il ricordo delle scelte fatte, ma ricchi della capacità e possibilità di rimediare ad errori, fuggire a responsabilità, scegliere un amore invece di un altro. Probabilmente rifaremmo tutto come la prima volta o forse no. O forse coglieremmo al volo l’occasione di beffare il destino, di giocare con il caso?
I viaggi nel tempo sono un tema caro non solo al fantasy ma anche alla fantascienza. Ricordo sempre il breve racconto Blank! di Asimov che mi ispirò anni fa un racconto sul paradigma delle possibilità. La vita infondo è fatta di scelte, che possono essere felici o meno, e condizionare altre così in un meccanismo di causa ed effetto dalle imprevedibili ripercussioni. Certo la Gier non ne fa una riflessione filosofica, più che altro è per lei l’occasione per raccontarci una storia senza pretese, divertente e allegra. Kati chi sceglierà? Ci aspetta forse un colpo di scena finale? Buon divertimento.

Kerstin Gier è nata nel 1966 e vive con marito e figlio vicino a Bergisch Gladbach, in Westfalia. Alla sua attività di insegnante ha affiancato dal 1995 quella di scrittrice. I suoi romanzi, come «Männer und andere Katastrophen», da cui è stato tratto un film, «Für jede Lösung ein Problem» e «Die Mütter-Mafia», sono rimasti per mesi in vetta alle classifiche tedesche dei libri più venduti. Il successo planetario lo ha raggiunto con romanzi femminili estremamente divertenti, apprezzati per la loro ironia, come «In verità è meglio mentire» e «L’uomo che vorrei», pubblicati da Corbaccio, e soprattutto con i libri della trilogia fantasy «Red», «Blue» e «Green». In Germania i suoi libri hanno venduto 4 milioni di copie e sono tradotti in quindici paesi.