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:: Recensione di I senza nome di Barry Eisler (Garzanti 2010) a cura di Stefano di Marino

12 luglio 2010

I senza nome di Barry EislerAutori di spy story non ci si improvvisa. Ci sono decine di dettagli da controllare, trucchi da conoscere, proprio come accade a un vero agente in missione. E soprattutto bisogna amare l’intrigo e provare quella perversa forma di appagamento nel dispiegare i tasselli di un complicato intrigo dove tutti tradiscono tutti. Fan incondizionato della serie dedicata al killer John Rain, ero rimasto vagamente deluso dal precedente Il Codice del Silenzio soprattutto per l’ingombrate presenza di un fratello del protagonista Ben Traven, Alex la cui ‘normalità’ rallentava l’azione. Con I senza nome torniamo in un mondo di professionisti, spietati, abili e al tempo stesso vulnerabili in modi che si rivelano inaspettati al lettore. La scomparsa compromettente di novantadue cassette che testimoniano sistemi di tortura aggressiva contro terroristi veri o presunti, getta nel panico quella che Eisler, chiama l’Ologarchia, un sistema di potere al tempo stesso occulto e sotto gli occhi di tutti. Tutto comincia a tornare, si allacciano persino le fila tra le due serie. L’azione è sempre splendidamente descritta ma ci sono sfumature psicologiche, espresse nel caso del rapporto tra Ben e Paula personaggi attraverso un’interazione brillante come una commedia sofisticata, e in quello del ‘nemico’ Larison con un crescendo di emozioni coltivate all’interno di un animo stremato. Sfumature che movimentano una trama molto ‘tecnica’ che richiede attenzione. Il sostrato della vicenda è un’amara riflessione sul potere e sull’ineludibile necessità di affrontare lo ‘sporco mestiere di spia’. Rapido, profondo, avvincente. Mi è piaciuto moltissimo. Eisler ha molto da insegnare a tutti coloro che si vogliono cimentare con il genere. O semplicemente vogliono approfondirlo.

Barry Eisler (Newark 1964), avvocato, esperto di arti marziali e cultura giapponese, ha lavorato tre anni per la CIA prima di diventare la più grande rivelazione del thriller americano di questi anni, salutato dalla critica e dal pubblico come l’erede di John Le Carré.

Intervista a Fulvio Ervas, autore di “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos) a cura di Cristina Marra

8 luglio 2010

cover ErvasFerragosto caldo, anzi caldissimo per Stucky, l’ispettore veneto di origini persiane, protagonista dei gialli di Fulvio Ervas. Dopo “Commesse di Treviso”, “Pinguini arrosto” e “Buffalo Bill a Venezia”, l’ironia e l’esilarante tecnica narrativa di Ervas si “trasferiscono” sulle colline del prosecco. Stucky si aspettava “un noioso ferragosto, uno di quelli in cui anche il crimine si stende sotto l’ombrellone” e invece si ritrova in gita sulle colline trevigiane in compagnia delle attraenti vicine di casa, “le sorelle di vicolo Dotti” che a distanza ravvicinata “erano pericolose come una daga affilata”. Al suo ritorno comincia a indagare su una morte sospetta: il suicidio del conte Desiderio Ancillotto, fornitore di vini pregiati. “C’era troppo ordine in quella tragedia” e anche in mancanza di un biglietto e di una firma, per Stucky “c’era un messaggio in quella morte”. Dopo qualche giorno è rinvenuto il cadavere dell’ingegnere Tranquillo Speggiorin, direttore del cementificio di Cison di Valmarino, patria del prosecco e paese del conte Ancillotto. C’è un nesso tra le due morti?Cosa si nasconde dentro il cementificio? In competizione col commissario Leonardi che rivendica di “essere il perno della omicidi” e affidandosi alla sperimentata tecnica dei due cestini, “metteva tutte le domande che si poneva nel corso dell’indagine nel primo e le passava nell’altro via via che trovava la risposta”, Stucky si “immerge” nei luoghi del prosecco e si barcamena tra indizi e supposizioni. Pur non essendo un intenditore di vini, Stucky non disdegna un bicchierino all’osteria di Secondo e “illuminato” dalle lezioni dell’oste e dagli interrogatori ai membri della Confraternita del prosecco, scopre l’affascinante mondo che ruota intorno alla produzione dei vini ma anche quel “male” provocato dall’avidità umana che si insinua sulle colline, ne intacca la terra, si libra nell’aria e colpisce le persone.

foto ErvasPer Stucky il prosecco è un vino simpatico, per gli esperti è “un vino per una stagione sociale”, perché lo ha scelto come “protagonista” del suo romanzo?”

”Perché è stata la principale attività produttiva del Veneto ad essere cresciuta nell’anno 2009, cioè in piena crisi economica. Perciò è un simbolo: di imprenditorialità, di  rapporto con il territorio, di immagine.  Perché è una monocultura e dopo essermi occupato, con Buffalo Bill a Venezia della monocultura turistica, mi piaceva ricordare che le monoculture esigono un’attenzione, una cura, un’intelligenza compensatoria di altissimo livello. Il prosecco rappresenta una sfida: mi è piaciuto narrarla.”

Quanto sono influenti e quanto contano le sue origini persiane di Stucky nel suo modus operandi?

Ostinato e cortese, un poco seduttore come certi venditori di tappeti persiani, attento ai dettagli del comportamento umano, sensibile al non detto, amante delle bellezze del mondo: anche molto veneziano. Un incrocio tra  grandi tradizioni  di civiltà.

“Le due vittime. Desiderio Ancillotto e Tranquillo Speggiorin. Me ne tratteggia brevemente le caratteristiche?” 

Il conte Ancillotto è il grande vignaiolo, rappresenta il conservatore che s’accorge che il mondo che ha amato e difeso  rischia di svanire.  Ne imputa la colpa al meccanismo sociale di cui  egli stesso è stato propugnatore.   L’ingegner Speggiorin, che dirige il cementificio, è l’uomo del PIL sempre in crescita, dei bilanci in attivo, dell’efficienza produttiva ad ogni costo.  Una  locusta con il telefonino.

Vino e cemento. I procedimenti per produrli a confronto con le relative speculazioni. Tradizione e innovazione spregiudicata, chi ha la meglio? 

La tradizione, in alcune nicchie di produzione ( come vino ed altri alimenti) resiste.  Minacciata, magari, ma non vinta. Certo, la spinta a fare solo soldi con il vino ed altro, cioè a fare del profitto ad ogni costo, è fortissima. Ma le filiere alimentari sono  questioni   molto complesse e i romanzi, davvero, non hanno strumenti per narrarle compitamente.

Nel romanzo ci sono morti violente che diventano casi eclatanti e altre che si perpetuano in silenzio ma che sono ancora più tremende. Il romanzo fa anche denuncia

Uccidono di più le automobili, l’amianto e il monoclururo di vinile che tutti i serial killer del mondo.  Ma le morti “diluite”, un po’ occultate, non suscitano attenzione e repulsione come il colpo di pistola dell’assassino.  La rete di responsabilità diffuse  ci confonde e si confonde. Non vogliamo accettare e riconoscere che il rischio di  malattia e morte  è persistente nel tempo e nello spazio ed esigerebbe una grande attenzione collettiva.

:: Intervista a Gian Paolo Serino

2 luglio 2010

GianpaoloSerino_BioGian Paolo Serino, critico letterario e giornalista, classe 1972, fondatore di Satisfiction il primo free press letterario italiano per rimborsare i lettori scontenti di aver acquistato libri grazie alle loro recensioni. Satisfiction dal mese di Maggio vede in Vasco Rossi il nuovo editore “spericolato” sorprendendo non pochi detrattori con il suo generoso mecenatismo. Collabora con la Repubblica, Il Riformista, Il Giornale, Il Venerdì di Repubblica, D-la Repubblica, Rolling Stone, GQ, Wuz.it e Radio Capital. Nel 2006 ha pubblicato USA&Getta, Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: storia di un amore al tritolo (Aliberti Editore). È autore della postfazione all’edizione italiana del romanzo Il compromesso di Elia Kazan (Mattioli 1885). Ha curato, insieme a Carla Tolomeo e Lorenzo Butti, Così tante vite con prefazione di Claudio Magris (Mattioli 1885). Ha curato l’edizione italiana, uscita quest’anno per Mattioli 1885, del libro Dylan Thomas: la biografia di Paul Ferris, con poesie, lettere e foto inedite. Dal libro è stato tratto il film sulla vita del poeta gallese, prodotto da Mick Jagger. . Nel 2010 è stato inserito nella raccolta “Ho parato un rigore a Pelè” (Giulio Perrone editore) con tra gli altri Gianrico Carofiglio, Antonio Tabucchi, Raffaele La Capria.

Benvenuto Gian Paolo su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Come prima domanda mi piacerebbe chiederti qualche cosa di te, parlaci dei tuoi studi, del tuo lavoro, dei tuoi hobby, raccontaci qualche risvolto sconosciuto della tua vita.

Vi ringrazio. Che sono libero di leggere, basta? Il mio lavoro è la mia passione: ho sempre adorato leggere, ho imparato a quattro anni e da lì non ho più smesso. Amo leggere perché leggere significa essere letti da ciò che si legge.

Critico letterario e giornalista definito “giovane” e addirittura “geniale”.  Ma in realtà un critico letterario cosa fa, come si forma?

Sono giudizi che non posso che condividere, soprattutto il “giovane”. Io non mi reputo un critico letterario ma un estensore di recensioni emotive. Amo che i miei articoli siano più lontano possibile dall’accademia, che trasmettano il suono dell’inchiostro che il libro di cui parlo mi ha trasmesso. Io credo che ogni libro contenga uno spartito che sta a noi eseguire.

Quando hai iniziato a chi ti sei ispirato? C’è qualche maestro che hai avuto che ti va di ringraziare?

Senz’altro Federico Roncoroni, che considero un padre non solo letterario. E’ stato Roncoroni, attraverso una sua antologia per il Liceo Classico “Testo e Contesto” a farmi scoprire come la letteratura sia entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo. Il che è fondamentale per un letterato ma soprattutto per uomo.

Se un giovane volesse fare il critico letterario che consigli gli daresti?

Credo che esista soltanto un lavoro peggiore dello scrittore: il critico letterario. Consigli? Non credo esistano. Non credo alle scuole, ai tirocini, agli stage. Credo alla passione, a quel richiamo indescrivibile che Ti porta a desiderare di condividere le proprie scoperte di lettura con altri .

Puoi raccontarci una tua giornata tipo?

Fortunatamente non ho una giornata tipo. Posso amministrare il mio tempo come voglio. Mi piace l’idea “amministrare” perché è esattamente quello che non faccio. Odio i programmi come ho sempre odiato le scuole. Un tempo andavo a letto molto tardi, ma la notte ha le sue trappole. Ora preferisco lavorare alle primissime ore del mattino: dalle cinque alle dieci, quando sai che il telefono non squilla e il tempo sembra mobilmente incantato.

Quali sono le tue letture preferite? Quale è il libro in assoluto che salveresti se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme?

Letture preferite molte. Su tutte, certo, la letteratura americana. E’ dagli States che arrivano, secondo me, gli scrittori che negli ultimi anni sono riusciti a lasciare davvero la narrativa approdando alla letteratura. Penso a Richard Yates, Saul Bellow, Wlliam Gaddis, Don De Lillo, John Barth, Jim Thompson, David Goodis, Mary McCarthy, Alice Munro, Mark strand per la poesia, Neil Postman per la sociologia. A proposito di sociologia adoro i francesi: da Guy Debord, un genio, a Jean Baudrillard e Paul Virilio.Il libro che salverei è “I Miserabili” di Victor Hugo, un romanzo straordinario, di uan attualità sconcertante.

Ideatore e fondatore di Satisfiction rivista di critica letteraria tra le più seguite in Italia. Come è nato il progetto? C’è qualche aneddoto curioso che ti va di raccontare?

E’ nato dall’idea di ritrovare una coscienza critica. Dall’idea che, davanti agli aumenti pazzeschi dei libri, chi consiglia un libro abbia la responsabilità e il dovere di mettere mano non soltanto sul cuore ma anche nel portafoglio.

Vasco Rossi è il vostro editore. Un personaggio curioso. Come l’avete convinto? O è stato lui a proporsi?

L’idea è nata dalla nostra amicizia ventennale e dalla sua idea che per affrontare la crisi economica vada affrontata prima la crisi culturale. E per fare cultura non basta suonare la chitarra all’Accademia della Crusca ma investire concretamente. Vasco Rossi è un grande lettore: lo dimostra la poesia di molti suoi testi. E ha molte affinità letterarie. Con Céline, ad esempio: stesso stile, stessa capacità di comunicare ad immagini senza farci perdere il gusto dell’immaginazione. In questo lo trovo il mio fratello d’inchiostro. Sono il fratello minore, naturalmente.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?

Non usare strategie.

Se dovessi dare un giudizio e tastare il polso della critica letteraria italiana quali sono i primi aggettivi che ti vengono in mente? Pensi sia indipendente e autonoma o a servizio del marketing?

Ho coniatu un neologismo: marchetting, che crdo sia esaustivo.

Quale è la recensione più difficile che hai scritto?

Quella che non ho ancora scritto.

Pensi che gli scrittori dovrebbero accettare con più umiltà anche le recensioni negative? Ho sentito di parechie polemiche, molti scrittori non accettano le stroncature e reagiscono anche vivacemente. Ti è mai capitato di dover fronteggiare uno scrittore furioso?

Moltissimi, soprattutto amici.  Anche se in realtà in molti sanno che una stroncatura, alcune volte, può decretare anche il successo di un libro.

Il fenomeno dei blog lettearari più o meno professionali che forniscono recensioni e consigli di lettura sta vivendo un vero e proprio boom. Da semplici strumenti di promozione stanno assumendo il ruolo di coscienza critica. Quanto pensi facciano bene al fenomeno libro?

Se non lo riducono a “menome” credo possano fare del bene.

Quali sono i tuoi blog letterari che segui con più assiduità? Ti capita mai di leggere Liberidiscrivere?

Liberi
discrivere, Letteratitudine, Lipperatura, e Nazione Indiana sono quelli che seguo con più assiduità.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

Massimiliano Santarossa: lo trovo geniale nel suo essere propositivamente contro la violenza estetica di questi tempi (im)mediati. Tra i pochi a riuscire davvero a descrivere una generazione di Narcisi del Nulla che si ribellano dalla parte del silenzio.

Definiscimi il concetto di libertà. Nel tuo ambito c’è reale libertà? Pensi ci sia in questo momento un serio tentativo di imbavagliare la stampa e limitare il potere di critica? Viviamo tempi oscuri?

Siamo in un media Evo. La libertà credo sia non avere bisogno di descrivere cos’è la libertà. Finchè l’uomo sarà costretto a definirla non sarà mai libero.

In Italia ci sono molti concorsi e premi letterari, cito il più importante lo Strega, pensi che vinca veramente il libro migliore o ci sono giochi sottobanco orchestrati dagli editori più forti sul mercato?

Chiaramente, nella maggior parte dei casi, sono orchestrati da equilibri editoriali sconosciuti  ai lettori.

L’ebook sostituirà il libro di carta?

Credo proprio di no. Se scompare la carta scompare la scrittura. E di conseguenza la lettura.

Un consiglio di lettura di Gian Paolo Serino.

Richard Yates, Revolutionary Road (minimum fax): ,un romanzo che non lascia tracce ma lividi. Un radiografia sociale del nostro quotidiano, pur scritto nel 1961: la logica medio borghese, i valori non valori, la finzione di una recita quotidianoa reiterata che chiamiamo vita.

Hai pubblicato numerosi libri, hai mai pensato di scrivere un romanzo?

Credo che, nel 2010, chiunque scriva un romanzo prima dei 50 anni si autocondanna al Nulla.

Altri progetti oltre Satisfiction?

Essere liberi di scrivere.

:: RECENSIONE DI BRIGHT STAR – LA VITA AUTENTICA DI JOHN KEATS- di Elido Fazi a cura di Nicoletta Scano.

30 giugno 2010

Bright Star di Elido Fazi è un’opera delicata e sommessamente forte, che affresca con grazia i turbamenti e le motivazioni più profonde del poeta dell’uomo John Keats, svelandolo non solo nella sua originalità di autore, ma soprattutto ridonandolo al mondo nella sua umanità di artista.Pur non perdendo mai lo stretto riferimento e la fedeltà quasi maniacale alla vicenda biografica di Keats, le riflessioni del protagonista si innalzano spesso a paradigma ed archetipo dell’inquietudine dell’artista e degli animi sensibili e nobili costretti a mantenere intatta la propria natura in una realtà che non li comprende mai a fondo. L’uomo John Keats si svela attraverso le sue opere più significative, riportate nel testo da Fazi, ma soprattutto attraverso la corrispondenza con i colleghi, gli amici, la sua amata Fanny, lasciando al lettore l’indimenticabile immagine di un artista fragile e al contempo determinato, incapace di rinunciare ai propri ideali di bellezza ed arte, ma al contempo torturato dalla mediocrità e dall’incomprensione del mondo e della cultura della sua epoca, in cui qualunque società, in fondo, può specchiarsi.
Ma che felicità poteva esserci per uno come lui? Morbosamente sensibile e schiavo di un’indole sempre più ondivaga”, con queste poche parole l’autore tratteggia un mondo interiore, forza del Poeta e al contempo disgrazia dell’Individuo, l’universo di un’anima che ha innovato la poesia occidentale regalando al mondo versi eterni.

Ripercorrendo l’ultimo periodo della breve vita del poeta, Elido Fazi ne scandaglia anche l’evoluzione e la crescita psicologica, ne mette in luce la tenacia di fronte alle avversità della sua vita, e al lettore ne lascia un ricordo vivido, un esempio fulgido di eroe romantico con sorprendenti tratti di modernità: Keats non si crogiola nell’angoscia, non perde di vista mai troppo a lungo la realtà, è determinato a tentar di raggiungere la perfezione artistica ma non si abbandona con voluttà al tormento, ben saldo nella sua consapevolezza anche morale: “Detto questo,” scrive al fratello George “non pensare che mi consideri un infelice. Non permetterò mai che ciò accada. Anzi, finalmente riesco a pensare con piacere alle mie responsabilità, soprattutto a quelle nei tuoi confronti, e prima che a te farò un grandissimo regalo a me stesso, se riuscirò in qualche modo ad esserti d’aiuto”.
Sempre combattuto, diviso tra il desiderio di una vita serena e felice e la sua stessa indole di artista votato ed inevitabilmente destinato al Bello (“Bellezza è verità, verità è bellezza. Questo solo sulla terra sapete, ed è quanto basta”), non riuscirà mai purtroppo a conoscere quale fama e quale gloria la storia gli abbia attribuito, tanto che, come ci riporta l’autore, sul finire della sua breve vita scriverà “Se morissi ora, dico a me stesso, non lascerei nessuna opera che sia degna di sopravvivermi, niente che possa rendere i miei amici orgogliosi della mia memoria. Eppure ho amato il principio della bellezza in ogni cosa, e se ne avessi avuto il tempo sarei riuscito a farmi ricordare”.

Elido Fazi ha omaggiato la figura di John Keats donando anche al lettore di oggi una figura complessa e moderna, permettendo a chi ha amato da sempre il Poeta di dare uno sguardo all’Uomo, che, malato ed in fin di vita, è ancora pronto a lasciare un’immagine di pura bellezza e serenità, che permette di ammirare la semplicità dell’animo superiore dell’Artista, così in contrasto con l’altisonante e a tratti aristocratica cerchia di altrettanto importanti autori dell’epoca che nell’opera sono magistralmente pennellati attorno al protagonista:
E’sorprendente, ma l’idea di lasciare questo mondo rende ancora più profondo in noi il senso delle sue bellezze naturali. Come il povero Falstaff, anche se non balbetto come lui, penso ai prati verdi. Medito con il più grande affetto su ogni fiore che conosco dall’infanzia. Le loro forme e i loro colori mi sembrano così nuovi, quasi li avessi appena creati io con fantasia sovrumana. Probabilmente è perché sono legati ai momenti più felici e ingenui della nostra vita. Ho visto fiori di paesi stranieri delle specie più meravigliose nelle serre, eppure non me ne importa niente. Gli unici fiori che voglio vedere sono quelli semplici della nostra primavera.
I turbamenti, i pensieri di John Keats sono autentici, vivi, struggenti ed facile è provare empatia e malinconia leggendone l’elaborazione; l’amore del protagonista per Fanny è decisamente anti convenzionale e peculiare, capace di ispirare i versi senza tempo che danno il titolo all’opera, davvero pregevole a mio parere, di Elido Fazi.

Elido Fazi,  Bright Star – La vita autentica di John Keats, pagg. 281, euro 15,00, Fazi Editore, 2010.

:: Intervista a Martita Fardin

30 giugno 2010

Hai voglia di parlarci della tua opera prima "ValeANA" (Elliot Edizioni)? Ragazzine anoressiche, madri frustrate, padri in odor di "mani pulte", alta borghesia, noia, perbenismo. Perché questi temi?

Perché sono realtà  che nessuno vorrebbe vivere o vedere, invece esistono. Quando scrivo sono affascinata dalla realtà più che dalla fantasia.

In Italia c'è  una forte crisi di lettori. Credi che per riacquistarli servano di più  opere di fantasia o una trasposizione di una realtà ridondante? 

Vai a sapere come riconquistare lettori, il pubblico è variegato e di umore ballerino. Bisogna osare. Credo che servano delle buone storie, originali.

Pensi che la narrazione del dolore sia un buon metodo per accaparrarsi una fetta di mercato?

No, credo che sia un pessimo metodo. Ma io ho un rapporto più forte con il dolore che con il pubblico

Prefersici storie autobiografiche (se pur parlano di un quotidiano conosciuto da tutti) o storie inventate che affrontino temi inusuali?

Non amo le storie autobiografiche, anche se in ogni storia c’è sempre qualcosa di autobiografico. Si scrive di altri mondi, ma poi inconsapevolmente si finisce a parlare del proprio. Io lascio qua e là fra le righe schegge autobiografiche.

Cosa stai leggendo?

Le onde del Mare di Yukio Mishima e una biografia su Mozart, sto provando a leggere Stephen King.

Ci sono autori esordienti che ti piacciono?

Sergio Nazzaro, Antonella Lattanzi. Poi altri ma non sono proprio esordienti.

Hai un metodo di lavoro?

Sì, consiste nel non avere un metodo.

Dai molta importanza al "mondo blog" per scrivere le tue storie?

No, do importanza al mio scavo interiore. Alle mie emozioni che devono essere filtrate. Come ho detto non amo l’autobiografia fine a se stessa.

Hai progetti per il futuro?

Scrivere una storia importante, un libro che lasci il segno.

:: Intervista a Massimo Maugeri

29 giugno 2010

Benvenuto Massimo è un vero piacere ospitarti sulle pagine di Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Iniziamo come è nostra tradizione con le presentazioni. Parlaci dei tuoi studi, del tuo lavoro, dei tuoi hobby. Descriviti anche fisicamente ai nostri lettori.

Ho conseguito una laurea in Economia e un paio di master post universitari. Oltre ai vari impegni letterari, mi occupo della elaborazione di progetti cofinanziati dall’Unione europea.
Amo molto la musica. In passato suonavo e cantavo in una band, dove arrangiavamo pezzi da me composti in lingua italiana.
Descrizione fisica: alto 1,77, peso 77 kg, capelli scuri, camicia celeste.

Scrittore, redattore culturale di magazine e quotidiani, curatore del fortunato blog letterario Letteratitudine punto di riferimento per scrittori, addetti ai lavori del mondo del libro e semplici lettori. La comunicazione è una parte importante della tua vita. Perché sia efficace quali regole d’oro deve seguire?

Secondo me la cosa più importante è fare in modo che la comunicazione non diventi autoreferenziale. Credo che una delle fortune di Letteratitudine sia stata determinata dall’apertura agli altri… in un’ottica di condivisione. L’obiettivo di fondo era (e rimane) quello di favorire l’incontro tra i vari operatori che svolgono una funzione importante nel mondo del libro: scrittori, lettori, critici, giornalisti culturali, ecc.

Parliamo innanzitutto di Massimo Maugeri scrittore. Come è nata in te la passione per la parola scritta? Quali autori hai amato particolarmente e letto fin da giovane?

Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, scrivo da quando ho imparato a scrivere. In prima elementare, mi racconta mia madre, scrivevo “pensierini” – lunghi intere pagine – che sorprendevano le maestre. Avevo il cassetto ricolmo di romanzi adolescenziali (che ho provveduto a distruggere, perché illeggibili e imbarazzanti). Dunque credo proprio che la scrittura sia “connaturata” in me. Il che però non significa che io sia un bravo scrittore, non sta a me dirlo. Sono un lettore onnivoro: ho letto praticamente di tutto. Da ragazzino leggevo da Moravia a Stephen King, dai classici della letteratura – che trovavo nella biblioteca di mio padre – ai gialli Mondadori acquistati in edicola.Uno dei miei autori preferiti è senz’altro Calvino. Ma ricorderei anche Don DeLillo e Philip Roth. Rimanendo nella cerchia degli autori americani, posso dire che uno dei miei libri preferiti (forse il preferito in assoluto) è “Furore” di Jonh Steinbeck.

A proposito dei tuoi esordi quale è stato in assoluto il tuo primo lavoro scritto e raccontaci il tuo percorso per arrivare alla pubblicazione.

In passato ho vissuto la mia scrittura in maniera piuttosto solitaria. Poi, intorno al 2001 (credo che l’anno sia quello, se non ricordo male) ho cominciato a frequentare un gruppo di scrittori e appassionati di letteratura operante nella mia città: Catania. Attraverso un’amica ho conosciuto il poeta e scrittore Mario Grasso, direttore editoriale della casa editrice “Prova d’Autore” e della rivista letteraria Lunarionuovo. Ho iniziato a collaborare con lui. Il mio esordio è segnato dalla pubblicazione del racconto Muccapazza su Lunarionuovo (nel 2003), e – soprattutto – con la pubblicazione del romanzo “Identità distorte” (nel 2005) per i tipi di “Prova d’Autore”.

“Identità distorte” è il tuo primo romanzo. Un libro difficile, ricco di metafore e interrogativi profondi. Pensi che l’uomo moderno sia ferito da una profonda crisi di identità, da una incapacità congenita di focalizzare il suo baricentro e che si veda come in uno specchio che deforma e distorce il reale a favore di un ideale illusorio ed estraniante. Viviamo tutti in una terra straniera?

In “Identità distorte” ho cercato di raccontare il mondo dominato dalla new economy, dalla globalizzazione, dalla velocità e dal culto dell’efficienza – e tutto quello che ne consegue – … utilizzando anche la metafora. Viviamo in una terra straniera? Non lo so. A volte ho l’impressione che siamo stranieri a noi stessi. Come ho già avuto modo di evidenziare in altre circostanze, secondo me il rischio principale che corre l’uomo occidentale del nuovo millennio non è solo quello di dover fare i conti con la possibile scissione tra identità e individuo (essere dunque stranieri a se stessi), ma quello di perdere anche la capacità critica per rendersi conto del rischio di incappare in tale scissione.

L’ 11 settembre è stato in un certo senso uno spartiacque nella storia del mondo occidentale. Ti ricordi cosa stavi facendo quel giorno? Come hai metabolizzato questo avvenimento che a distanza di anni lascia ancora strascichi nel subconscio collettivo?

Ricordo che un paio di giorni dopo mia moglie e io saremmo dovuti partire in viaggio di nozze per Los Angeles. A causa del blocco dei voli intercontinentali quel viaggio fallì. L’11 settembre è un avvenimento di portata epocale che rimarrà scolpito nella memoria della storia dell’umanità. Non credo che sia facile metabolizzarlo davvero. 

Sei uno dei coautori del romanzo Le Aziende In-Visibili (Scheiwiller, 2008). Vuoi parlarcene?

Con molto piacere. Si tratta di questo. Tempo fa Marco Minghetti mi parlò di questo suo progetto: “Le Aziende In-Visibili”, appunto. Quando mi chiese se ero disponibile a dargli una mano, accettai con entusiasmo. Si trattava di una sfida molto ambiziosa a cui hanno lavorato un centinaio di personalità  dell’economia e della cultura (scrittori, manager, sociologi, attori, filosofi, economisti, musicisti e designer) virtualmente costituenti la Living Mutants Society. La sfida fu quella di mettere a disposizione la propria conoscenza umana e professionale in un capitoletto di un’opera narrativa collettiva, ispirata alle Città Invisibili di Italo Calvino. Al posto di Marco Polo e l’Imperatore della Cina, ne “Le Aziende In-visibili” troviamo a dialogare l’Amministratore Delegato di una Corporation e il suo Direttore del Personale: una cornice che utilizza la metafora dell’azienda per parlare della nostra contemporaneità. A me fu proposto di tradurre, nella sezione Le aziende e i morti, la città calviniana di Adelma (Episodio n. 78 del volume). Ancora una volta accettai con entusiasmo, proponendo una sfida nella sfida: mescolare la mia scrittura a quella di Calvino (operazione rischiosissima), e paragonando il licenziamento di un lavoratore a una sorta di trapasso.

Quali altri libri hai scritto?

Nel 2008 è  uscito “Letteratitudine, il libro”, per i tipi della casa editrice Azimut. Un libro sui due primi anni di attività del mio blog. Nel 2009, sempre per Azimut, ho curato una raccolta di racconti per il progetto No-Profit “Città per le strade”. La raccolta, ambientata a Roma, si chiama “Roma per le strade”. Ho coinvolto nel progetto scrittori romani (nati a Roma) o residenti a Roma (con l’eccezione del sottoscritto… l’unico autore non romano e non residente a Roma presente nella raccolta): scrittori esordienti, ma anche noti (come – giusto per fare qualche esempio – Dacia Maraini, Mario Desiati, Antonio Pascale, Sandra Petrignan
i… e tanti altri).Sono narratori che conosco personalmente e con i quali, anche nella fattispecie, ho cercato di portare avanti la stessa esperienza di condivisione che caratterizza Letteratitudine

Parliamo del tua creazione più amata “Letteratitudine”. Il fenomeno dei blog letterari è in netta espansione. Serviva un luogo, un open space in cui potersi confrontare, discutere liberamente di editoria, di letteratura, di comunicazione. Da semplici strumenti di promozione stanno acquistando i contorni di una vera e propria agorà. Tu sei stato uno dei primi a capirne le potenzialità. Quale pensi sia il loro futuro e che strade intraprenderesti per migliorarli ulteriormente?

Credo che i blog continueranno ad avere lunga vita. Qualcuno, magari, si è  un po’ perso per strada… ma ne sono sorti di nuovi. Non credo che ci sia una strada più giusta delle altre da percorrere. Anzi, penso sia importante che ciascun blog provi a trovare il suo tratto distintivo, un proprio personale percorso. Chi riesce a portare avanti un progetto “personalizzato” e peculiare ha più possibilità di emergere.

Quali sono i tuoi blog letterari più amati?

Sono molto legato al blog collettivo La poesia e lo spirito, anche perché sono uno dei redattori. Ma seguo sempre con piacere anche Nazione Indiana, Lipperatura, Vibrisse, Satisfiction, Carmilla on line, Il primo amore, Sul Romanzo,  il sito di Giuseppe Genna… ma l’elenco potrebbe continuare. Li seguo sempre con affetto e li considero siti amici. La maggior parte dei loro animatori, peraltro, li conosco personalmente.

Letteratitudine è anche una trasmissione radiofonica in cui spesso inviti ospiti più o meno famosi e li invogli a parlare amichevolmente degli argomenti più vari. Raccontaci la tua esperienza di intrattenitore radiofonico.

Si tratta di un’esperienza nata per caso. Sono stato contattato da Gabriele Pugliese, il direttore di Radio Hinterland (una radio che trasmette in Fm nel territorio delle province di Milano e Pavia, ma che va in diretta – in streaming – anche via Internet), il quale mi conosceva per via di Letteratitudine. Pugliese mi ha proposto uno spazio all’interno della radio per condurre una trasmissione culturale che si occupasse di libri e letteratura. All’inizio ero piuttosto perplesso ed ero deciso a declinare l’invito. Poi Pugliese ha insistito, e mi ha convinto. Oggi, dopo qualche mese, gli sono grato. Per me, questa della radio è senz’altro un’esperienza entusiasmante e arricchente. Non pensavo proprio… ma mi diverto un mondo. Cerco sempre di mettere l’ospite a proprio agio e indurlo a raccontare e a raccontarsi nel modo più naturale possibile. Il mio intento, nel corso della chiacchierata, è “sparire” per dare risalto all’ospite e “offrirlo” agli ascoltatori. E questo trattamento lo riservo a tutti: sia agli autori noti al grande pubblico, sia agli esordienti.

Parlami della tua “sicilianitudine”. Cosa ami di più della tua terra; quali colori, sapori, odori, ti porti sempre con te? C’è un luogo particolare che ti appartiene in cui ti senti veramente a casa?

La mia terra, essendo un’isola, è circondata dal mare. E se dovessi indicare colori, sapori, odori, che porto sempre con me… direi quelli del mare. E lì che mi sento a casa. Non mi riferisco, però, alle spiagge estive sovraffollate e straripanti. Quelle, quando posso, le evito.

Quale libro stai leggendo adesso, il classico libro aperto sul comodino?

Ho il comodino ricolmo di “libri aperti”. Per vari motivi, leggo spesso più libri contemporaneamente. Ma ho voglia di rileggere qualche classico. Magari il citato “Furore” di Steinbeck… perché no!

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

Sono rimasto molto colpito dal primo romanzo di Simona Lo Iacono, scrittrice e magistrato. Si intitola “Tu non dici parole” ed è pubblicato da Perrone. Faccio un accenno alla trama… La storia è  ambientata in Sicilia (a Bronte), nel 1638: periodo di malcontento popolare e di Santa Inquisizione. La protagonista, Francisca Spitalieri è un’esposta dotata di una peculiare caratteristica: ama le parole belle. Parole liturgiche e dell’offertorio, sentite in convento, che “ruba” e ripete di continuo pur non conoscendone il significato. Parole che re-interpreta, ammaliata dalla loro austerità e musicalità. Questo suo amore, però, viene considerato anormale. Per questo motivo, e per altre circostanze a esso legate, viene messa a giudizio dal Santo Uffizio L’anno scorso, questo libro, si è aggiudicato il premio Vittorini, sezione opera prima.

Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?

Vi seguo e vi leggo. Mi piace molto il nome, perché ho sempre pensato che la scrittura è la patria della libertà.

Attualmente stai scivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci in esclusiva qualcosa?

A dicembre dovrebbe uscire il nuovo volume di “Letteratitudine, il libro”. Sto ultimando un nuovo romanzo e ho pronta una raccolta di racconti. Il romanzo è ambientato in Sicilia. La storia incrocia il mondo del cinema (e Hollywood, in particolare) e il mito delle Gorgoni. Meglio, però, non anticipare troppo… Poi c’è un progetto di scrittura a quattro mani con la citata Simona Lo Iacono (di cui spero si vedranno i frutti molto presto). E questa è proprio una notizia in esclusiva…

Altri progetti oltre la scrittura?

Continuare a fra crescere il blog, puntando ancora di più sulla sua “internazionalizzazione”. E poi, ogni tanto, riposarmi un po’… (sorriso). Grazie di cuore a voi di “Liberi di scrivere”per l’opportunità.

:: Recensione di Raimondo Mirabile Futurista di Graziano Versace a cura di Maurizio Landini

29 giugno 2010

cover-raimGraziano Versace “Raimondo Mirabile Futurista”, 2010, XII Edizioni, Collana “Eclissi”, pagine 281 – Recensione di Maurizio Landini

“… Io non temo le tenebre infinite!… Io non sono un uomo strisciante che si sforza, durante la notte, di spingere la sua piccola testa di tartaruga fuori dall’immenso guscio del firmamento!…”
(Da “Mafarka il Futurista” – 1909)

Fare da maggiordomo a Raimondo Mirabile, non è da tutti. Soprattutto quando con lui si finisce per far parte di un gruppo di “straordinari gentlemen”, unico baluardo a difesa dell’umanità, contro un’oscura invasione aliena in territorio meneghino, celata dietro le attività della fantomatica Società degli Eletti che, con la scusa di riunioni futuriste, attira gli umani al fine di soggiogarli. 

    “Esseri vomitati dal più nascosto degli inferi, votati al male più puro; sono la stessa essenza della crudeltà (…)

   Gli Eletti sono reietti di altri mondi!”  Nemici pericolosi, che sanno unire volontà e linguaggio per veicolarli contro le loro prede, localizzare i loro avversari attraverso il sogno e la meditazione, fino ad anticiparne i movimenti. L’unica possibilità che l’uomo ha per contrastare il loro smisurato potere è quella di annullare la propria mente…   Riusciranno i nostri eroi a sventare i loschi piani degli alieni?  

Due volte finalista al premio Urania, Graziano Versace ci regala un romanzo avvincente, ben scritto, pieno di citazioni di fantascienza, senza mai tuttavia scadere in un tentativo maldestro di plagio, bensì realizzando un pregevole tributo al genere.

Recensione di L'istinto del sangue di Jean Christophe Grangé a cura di Stefano Di Marino

28 giugno 2010

lMi sono avvicinato all’ultima fatica di Grangé con qualche timore. Premesso che considero ‘Il Giuramento’ uno dei romanzi migliori degli ultimi anni e Grangé uno tra gli autori più personali e anticonformisti del nostro tempo, avevo letto alcune critiche d’oltralpe piuttosto negative su La Foret des Manes. Lo liquidavano come una caccia al serial killer di stampo piuttosto prevedibile. Mai dare retta ai recensori… L’aspetto criminale anche se avvincente e con un bel colpo finale è solo una parte, come sempre, del lavoro dell’autore. Grangé è un autore per pochi, raffinati palati che cercano molto di più della soluzione del mistero in un romanzo. Mescola con abilità noir metropolitano, avventura esotica, horror,e una serie di altre materie che vanno dall’antropologia alla geopolitica al paranormale con la capacità di  coagulare tutto in un unico flusso che ti prende e non ti lascia più. In questo romanzo mi sembra evidente una continuità con Misere, la ricerca delle radici della malvagità umana. Una crudeltà che passava per i nazisti e il regime cileno nel romanzo precedente e qui ripercorre la pista sudamericana dal Nicaragua sino all’Argentina. Grangé informa, ci fa partecipe delle sue ricerche ma non annoia con inutili ‘spiegoni’, alla fine racconta sempre una storia avvincente. Unica nota di perplessità in questo ultimo lavoro (forse) il personaggio della protagonista molto lontano dalle coppie di poliziotti dannati o dalle ragazze perdute come la protagonista del Concilio di Pietra.  Jeanne Korowa sembra un po’ costruita a tavolino con un occhio alle eroine yuppie di certa narrativa thriller americana. Ma è un peccato veniale perché la narrazione avvince e la scrittura è sempre sopra la media. Ma perché quel titolo italiano che abbassa il tono di un romanzo con aspirazioni(realizzate) più alte. Forse si pensava che il pubblico italiano non capisse cosa fossero ‘i Mani’.  Il titolo L’istinto del sangue, assieme alla fascetta che strombazza inutilmente sul numero di copie vendute all’estero, irrita il lettore accorto. Una verniciatura di ‘popolarità’ che il lavoro di Grangé proprio non merita.

Jean Christophe  Grangé- L’istinto del sangue(La Foret des Manes) traduzione di Doriana Comerlati-Garzanti- pp510-euro 19,60

:: Intervista ad Angela Bubba a cura di Nicoletta Scano

24 giugno 2010

la_casaAngela Bubba è  nata a Catanzaro nel 1989. Pur essendo una scrittrice così giovane ha già riscosso grande successo e la critica le ha già attribuito importantissimi riconoscimenti: ha vinto il Premio Verga nel 2006, si è classificata seconda al Premio Campiello Giovani nel 2007 e al Premio Italo Calvino nel 2008. Nel 2010 è stata inserita tra i dodici finalisti del Premio Strega per il suo primo romanzo, “La casa” (Elliot), presentato da Paolo Giordano (autore del celebre “La solitudine dei numeri primi”).

Il tuo modo di scrivere e inventare la lingua italiana è molto originale ed è stato subito riconosciuto come uno dei principali punti di forza del tuo romanzo d’esordio, “La casa”. Dove e come nasce l’idea di utilizzare un registro così ricco ed innovativo? E’ davvero una finzione letteraria, o fa parte del tuo vissuto, un po’ come il Lessico famigliare della Ginzburg? Credi che questo registro linguistico andrà a connotare le tue prossime opere,oppure lo immagini già radicato nella realtà della famiglia Manfredi, fulcro de “La casa”?

C'è sia finzione sia immaginazione in questo linguaggio. Non scrivo soltanto in questo modo, l'ho preferito per "La Casa" in quanto era l'unico che riuscisse a darle quella lontananza, quella sospensione necessaria. Non sono la prima a compiere questa operazione. Una grande maestra, non solo di scrittura, come Elsa Morante, mi ha insegnato a    impastare i dialoghi le frasi gli aggettivi..tutto insomma!, a dare dignità al verbo umile come al più colto. Si tratta sempre di parole in fin dei conti, la cosa più "terribile"che esista ovvero. Per "La Casa" era necessario che venissero gestite, o meglio, fotografate, in questa maniere. Ogni libro vuole la sua lingua, è stata La Casa a scegliere.

So che alcuni lettori hanno osservato che ne “La casa” la trama risulta un po’ sfumata, rispetto alla grande forza stilistica e di linguaggio che rendono unico il racconto. Sapendo  che ami molto anche la musica, ti chiedo: credi che la musicalità, il ritmo di un’opera spesso ne determinino anche il successo, l’efficacia?

Anche la parola può essere musica, certo. Prima di essere una lettrice di romanzi, io sono una lettrice di poesia, e la poesia appunto non si capisce se non si hanno le spalle i suoi architravi, eminentemente musicali appunto. "Musica" è poi un concetto veramente ampio, ingestibile per certi versi. Le frasi, e non solamente i versi, devono essere composte per me. Se voglio rendere solare un'affermazione, ad esempio, se voglio immettere una nota di purezza o felicità e gioia, certamente "sfrutto" il potere delle lettere, e sotto tutti i punti di vista.
Non so quanto questa accortezza possa determinare l'efficacia (in termini di vendite) di un'opera. Il gusto è anch'esso qualcosa di complesso, è duro lottare contro lettori (non tutti per fortuna) abituati a pagine "facili", dove la facilità (se così la possiamo chiamare) non è quella di un McCarthy (magari!, direi), quella facilità è banalità, è carenza. Ho avuto delle sorprese in ogni caso, soprattutto da parte di ragazzi molto più giovani di me, e questo mi ha emozionata molto.

Nel tuo romanzo traspare un certo affetto e attaccamento verso le proprie origini e verso la famiglia, la casa, cosa che colpisce sempre in un autore tanto giovane. Che importanza hanno nella tua vita le radici e il legame con il territorio?

La Casa non è un romanzo campanilistico, non ci sono tripudi della mia regione e quant'altro. La geografia anzi sembra qualcosa di accessorio, volutamente. L'epigrafe del libro non è altro che l'incipit di Anna Karenina infatti, siamo in Russia perciò, e facendo dunque capire che sì, stiamo parlando di una famiglia calabrese, con i suoi tratti tipici, con il suo marchio anzi, ma per il resto (azioni, reazioni, confusioni, accuse, scuse..) tutto rientra nel globale concetto di famiglia.  
Certamente ha importanza per me il ricordo della mia regione, di ciò che mi ha dato e continuerà a darmi. Non sono tuttavia una persona faziosa, non sono una persona che antepone la sua origine alle altre. Tutto è misterioso, tutto è vergine ai miei occhi, lo è ancora la Calabria per certi versi, come molte altre terre.

Paolo Giordano è stato il tuo Sponsor al Premio Strega. Una curiosità: cosa hai pensato quando te lo hanno detto? Eri già un’ammiratrice del suo libro d’esordio, “La solitudine dei numeri primi”?

Ho immediatamente ringraziato Paolo per il suo sostegno, è stato un gesto che ho apprezzato molto. Non conosco troppo bene la sua scrittura per esprimere un giudizio, è in ogni caso diversa dalla mia.

Credi che il mondo editoriale italiano offra sufficiente spazio ai giovani e agli autori emergenti? Quale consiglio ti sentiresti di dare a chi si appresta a scrivere un romanzo per la prima volta?

Lo spazio per i giovani c'è, nel senso che se ci si sforza si riesce a trovare un editore che possa pubblicare. Il momento critico è quello successivo, quando il libro cioè va a finire sullo scaffale della libreria: come lo sistemeranno, chi lo comprerà, quanta visibilità gli verrà data? A chi scrive un romanzo per la prima volta non vorrei dare nessun consiglio, non sarebbe giusto. Dico solo che deve partire da una condizione a lungo covata, un dolore, la letteratura è dolore. Certe volte mi sconvolgo, sentendo alcuni autori che parlano della scrittura come se andassero a comprare un sacco di patate, la programmano come un'attività ordinaria, come una sorta di hobby. La letteratura, la scrittura non è un hobby, non è un hobby, lo scrivo per due volte. La scrittura è un po' quello che dice Platone nel Simposio riguardo all'amore: desiderio e ricerca dell'intero. A ciò si dà il nome di amore, io a questo do il nome di scrittura. Qualcosa di assolutamente, meravigliosamente demoniaco perciò.

Ottenere grandi riconoscimenti e il plauso della critica mette le ali o incatena, magari per ansia da prestazione, quella fantasia che tanto è stata importante nella tua esperienza e alla quale hai dedicato il tuo romanzo d’esordio?

La critica, come dire, fa parte del gioco. C'è chi fa il critico con purezza, chi meno. Personalmente cerco di trovare una mia critica, di essere io il mio primo severo giudice, di rodermi fino all'impossibile.
Amo ascoltare i consigli però, e tanti ne ho ascoltati, da molti anni ormai. Molti di questi sono stati utili, e sono stata io la prima a dire: Avevi ragione, grazie! Questo fa parte della crescita, del migliorarsi. Più difficile è parlare con un critico che urla senza neanche aver letto il libro, o lo ha letto a metà, lì non rimane che arrendersi, arrendersi alla mancanza umana.

Molti ti faranno domande legate alla tua giovane età. A me incuriosisce capire se il successo ottenuto nei concorsi cui hai partecipato abbia indirizzato la tua scelta universitaria. E’ stata una
scelta “obbligata” iscriverti a Lettere? Cosa ti aspetti dall’Università?

No, Lettere non è stata una scelta obbligata. In realtà era proprio la Facoltà a cui non volevo iscrivermi. Ricordo ancora quel mese, un mese rovente, poi quella certezza mi si presentò chiara, a un tratto, senza inganno. Fu una rivelazione.
Riguardo all'Università mi aspetto che migliori prima di tutto, non solo per gli studenti. L'Università è un vero e proprio mondo, e accanto alle cose belle ci sono le truffe, le furbizie, le cose non dette o dette male, le miserie..C'è la speranza comunque, quella non manca di certo. Il discorso, in ogni caso, sarebbe davvero troppo lungo.

So che sei anche una appassionata lettrice: ci sono autori a cui ti ispiri? Romanzi che hanno inevitabilmente segnato la tua crescita?

Tutti i romanzi mi segnano, anche quelli che reputo non belli. L'Isola di Arturo è però quello che sento cucito non nella pelle ma di più, nei globuli rossi, anzi nei quark dei miei globuli rossi. Non sono mai stata a Procida, quando ci andrò so che sentirò un'emozione più forte di quella provata sull'Acropoli di Atene, so che ci sarà qualcosa di magico e di estremo. Questa è una delle mie grandi (stupide forse) certezze.

D’obbligo, in chiusura, è domandarti se stai lavorando a nuovi progetti. Ci vuoi dare un’anticipazione?

Sì, ho a lungo covato questa nuova storia. Da un anno circa. Sarà tutto molto diverso da La Casa, o meglio, alcuni dati obbliganti della casa ci saranno, ma più come ricordo, come sfumatura. Non è ambientato in Calabria e non ci saranno i Manfredi comunque, loro non potrebbero vivere fuori dal loro rifugio.

:: Recensione di La breve seconda vita di Bree Tanner a cura di Nicoletta Scano

22 giugno 2010

breetannerDopo due anni di attesa è uscito un nuovo libro di Stephenie Meyer, raggiungendo già  nella prima settimana di pubblicazione i primi posti della classifica dei libri più venduti nel periodo. Il romanzo, presentato dall’autrice stessa come “un episodio mai narrato in Eclipse”, svela ai lettori i retroscena di quanto narrato nel terzo volume della Saga che ha venduto oltre 100.000.000 di copie nel mondo. In questo breve romanzo (meno di 200 pagine senza divisione in capitoli), abbandonato il punto di vista dell’adolescente umana Bella Swan, protagonista dei primi quattro volumi della Saga, la scrittrice accompagna il lettore alla scoperta di un universo parallelo a quello dei Cullen, i vampiri “vegetariani” (poiché si nutrono solo di sangue animale) conosciuti nelle precedenti vicende, e presenta la realtà opposta dell’esercito di vampiri creati dalla letale Victoria per vendicarsi del clan dei Cullen. Ciò che colpisce chi si è già appassionato al piccolo universo creato dalla Meyer, è la capacità di questa scrittrice di creare un vero e proprio mondo, ampliandolo senza far venire mai meno la curiosità e il desiderio del lettore di conoscere nuovi dettagli, affezionarsi ad altri personaggi, che anche laddove solo accennati sembrano poter prendere vita autonoma e voler raccontare le proprie vicende. La protagonista di questo nuovo romanzo, Bree, presente per non più di due pagine in Eclipse, si trova a vivere la propria esistenza vampiresca in un contesto completamente diverso da quello che i fans aveva imparato a conoscere, e si avvicina molto di più all’immagine tradizionale del vampiro cui la letteratura ci ha abituati. Come i vampiri della tradizione più classica, Bree beve sangue umano, e si comporta da assassina, senza alcuna pietà né particolare interesse per gli umani. Tuttavia, nell’arco della sua breve esistenza, inizia a relazionarsi con altri della sua specie i quali la spingono a domandarsi se non ci sia qualcosa di più importante nella sua vita della continua caccia al sangue e dello scontro tra simili per la supremazia, portandola a rivalutare la sua visione dei rapporti e della realtà. Purtroppo, questo germoglio di consapevolezza non trova il tempo di sbocciare completamente, essendo il suo destino ormai segnato dall’appartenenza all’esercito creato dal vampiro Riley per Victoria: Bree si troverà coinvolta in una battaglia, narrata anche questa parallelamente in Eclipse, seppure da altro punto di vista, che avrà per lei un esito catastrofico. E’ come un cammeo, un omaggio agli appassionati della Saga, l’incontro di Bree con Bella ed il clan dei Cullen, narrato nelle ultime pagine del racconto, in cui al contrario non è che velatamente accennata la presenza degli indiani-lupi, coprotagonisti degli altri quattro volumi della storia. Attraverso gli occhi di Bree, si chiarisce ancora di più la grande originalità dei vampiri vegetariani inventai dall’autrice e contemporaneamente diviene lampante come siano proprio loro, ancora una volta, a risvegliare l’interesse per questi romanzi e ad aver catturato il cuore di milioni di lettori negli oltre cinquanta paesi in cui i libri sono stati tradotti. Da sincera ammiratrice di Stephenie Meyer non posso che apprezzare questo ulteriore piccolo tassello apportato all’universo di Twilight, dovendo però ammettere che, in fondo, ciò che gli appassionati più desiderano dall’autrice, sia il prosieguo delle vicende dei protagonisti principali o il completamento dell’ormai attesissimo ed incompiuto Midnight sun, opera in cui si potranno finalmente conoscere i punti di vista, i turbamenti e le emozioni dell’eroe indiscusso della saga, il vampiro innamorato di un’umana Edward Cullen.

Intervista a Pasquale Romeo autore di “Maschio addio” (Armando Editore) a cura di Cristina Marra

21 giugno 2010

Foto Romeo e libroAlla figura naturalizzata del maschio e al ruolo sociale e familiare indebolito dalla caduta degli stereotipi nei rapporti uomo-donna è dedicato “Maschio addio” (Armando editore, collana Uroboros, euro 9,50), l’ultimo saggio di Pasquale Romeo. Psichiatra e psicoterapeuta, Romeo, già autore di saggi sui rapporti di coppia e sulle dinamiche familiari tra i quali, “Soli soli soli”(Bietti Media”, “Tradire, l’altra faccia dell’amore” (Bastoni editrice), “Amore e caos” (Rubbettino Editore), “Senza Legami” (Armando Editore), in “Maschio addio” si concentra sul concetto di crisi del maschio e sulle sue cause. Figlio, mammo, puer aeternus, l’uomo non ricopre più il suo ruolo di seduttore e capo famiglia ma è sempre più propenso a cedere lo scettro alla donna. Secondo Romeo, la donna raggiunta la parità e il potere, ha privato l’uomo delle sue prerogative predominanti e lo ha inevitabilmente imprigionato in un ruolo secondario in cui l’aspetto esteriore e la cura della propria persona diventano prerogative fondamentali.  L’autore, ripercorrendo le tappe fondamentali della formazione dell’identità maschile e dei suoi disagi nella società, si sofferma su particolari periodi storici fino all’età post-moderna e incalza il lettore con domande creando una sorta di dialogo scrittore-lettore che stimola alla riflessione e alla partecipazione.

Dopo “Senza Legami”, sulle problematiche del rapporto uomo-donna, dedica il suo ultimo saggio all’uomo, anzi al maschio e all’indebolimento del suo ruolo sociale.  Alla crisi del maschio corrisponde una mascolinizzazione della donna?

“Sì, esatto. Il cambio dei ruoli ha invertito alcuni aspetti e modificato la mascolinizzazione e la femminilizzazione”.

“ Esiste, dunque,  rivalità tra uomo e donna?”

“Una volta esisteva una complementarità ora invece sembra emergere un vero e proprio conflitto assolutamente rilevante come dimostrano alcune frange culturali perverse  vedi la misandria”. 

La nostra società propende in modo sempre più evidente verso un appiattimento delle diversità tra genere femminile e maschile?

“Uomo versus donna è diventato uomo contro donna appiattendo le differenze che davano ricchezza”

Che ruolo ha oggi il maschio all’interno della famiglia?””

Il pater familias è finito con il 1971 con il nuovo diritto di famiglia oggi l’uomo sembra aver cambiato  ruolo senza assumerne uno preciso, mentre prima il padre aveva anche a tavola un posto definito ora questo sembra essere incerto e mal definito”.

“ Nel suo saggio offre tante risposte ma pone anche molte domande, è nel suo stile “dialogare” con i lettori?”

“Sì, mi piace molto avere un rapporto umano con l’altro altrimenti non potrei fare lo psicoterapeuta.”

“ Nel suo tour promozionale del saggio incontra tanti lettori, quali sono le loro domande o curiosità più ricorrenti?”

“Sono molte le loro curiosità, tra le domande più frequenti sono quelle su cosa fare e come comportarsi nelle nuove famiglie come quelle dei separati con figli a carico e risposati.”

“Maschio addio” è rivolto soprattutto a lettori giovani?”

“No a tutti ,certo i più giovani vivono soprattutto queste problematiche figlie dell’epoca.”

“  Ma il macho latino  è davvero scomparso?”

“Quello tradizionale penso proprio di sì”

“ In Appendice tratta gli argomenti delicati della misandria e delle case chiuse…..”

“Un grande giornalista sosteneva che le case chiuse erano un puntello fondamentale per la  nostra società insieme alla scuola e lo  Stato.”

Le sue ricerche cliniche e le sue esperienze professionali influiscono sulla scelta  degli argomenti dei saggi così come i racconti dei pazienti hanno un ruolo centrale all’interno dei libri. Qualche anticipazione sul suo prossimo lavoro?”

“Un lavoro che mi sta prendendo molto riguarda il tema dell’identità e come questa sia cambiata a tal punto che sono aumentati a dismisura i disturbi di personalità”.

:: Recensione di Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona a cura di Maurizio Landini

21 giugno 2010

bassavilla-cover“Da quelle parti viaggiano le idee” scrive Danilo Arona a proposito di Bassavilla e i suoi dintorni.  “Qui spesso sono le rappresentazioni mentali e le costruzioni dell'immaginario a determinare i comportamenti sociali.” E un bravo detective dell’altro mondo, questo lo sa: per condurre le sue indagini, si avvale di strani consulenti e non manca di seguire le “conferenze” del popolo dei bar.
Spettri, vampiri, streghe, possessioni mediatiche… Storie vere che sembrano fantastiche o storie fantastiche che sembrano vere? Ritorno a Bassavilla è un viaggio suggestivo tra l'insolito del quotidiano e la quotidianità dell'insolito ma è anche un motivo per riflettere sui mutamenti della società e sulle nostre paure che invece restano intatte, sembrano tener bene all'attacco impietoso del tempo.
“Bassavilla” scrive l’Autore, “si offre come dimostrazione tangibile che le paure della cosiddetta finzione letteraria non sono il parto fantastico di autori più o meno geniali. Paure che sono invece vita, né più né meno, in grado di fecondare e nutrire l'unica corrente realistica di cui disponiamo.”
Bassavilla come Castle Rock –locus horridus della produzione kinghiana-, dove “il reale può ancora configurarsi come prodotto del fantastico”.
Reale e fantastico si alimentano vicendevolmente, costituendo un’entità simbiotica che è allo stesso tempo ectoplasma e vita nei campi. “La più ricca conoscenza dell’albero comprende sia il mito che la botanica” affermava l’antropologo Gregory Bateson
E Danilo Arona, narratore e cacciatore di misteri, percorre abilmente questo limen; lo fa con  soprannaturale maestria.

Ritorno a Bassavilla
Danilo Arona
2010 Edizioni XII
pagine 190