Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Novità in uscita per Iperborea: Il messaggero di Kader Abdolah

7 settembre 2010

Vi segnalo l’uscita dell'ultimo romanzo di Kader Abdolah, Il messaggero, per Iperborea.

In libreria dal 9 settembre 2010

"I romanzi di Abdolah rivelano un grande scrittore, che è insieme politico e poetico. Uno scrittore da Nobel" GOFFREDO FOFI, IL SOLE24ORE

Il libro: C’era una volta un popolo che viveva in una terra desertica intorno alla Mecca, era diviso, governato da leggi tribali e venerava idoli di pietra, cui sacrificava le sue figlie femmine. Un popolo di seminomadi poveri e ignoranti, guardati dall’alto in basso dai ricchi mercanti ebrei e schiacciato tra grandi imperi – Bisanzio, la Persia, l’Egitto. Tutte civiltà avanzate, ognuna con un suo profeta, che si chiamasse Mosè, Gesù o Zarathustra, e un suo Libro, e soprattutto ognuna con un unico dio. In quella terra inospitale viveva un mercante scaltro, membro di un clan illustre. Era analfabeta, ma visionario e determinato, e dotato di una curiosità e una fantasia inesauribili. Era un poeta. Il suo nome era Muhammad. Soffriva per l’arretratezza del suo popolo, che sognava di vedere prospero e libero da usanze barbare. Voleva migliorare la condizione delle donne, voleva che i libri e le idee circolassero liberamente, che il mondo li trattasse con rispetto. Tutti deridevano il suo messaggio rivoluzionario, ma una notte un dio onnipotente gli apparve e gli parlò. L’alba che ne seguì ha cambiato per sempre il mondo. Kader Abdolah è convinto che non si possa giudicare l’Islam, e quindi capire la storia e l’Occidente, senza conoscere il suo Profeta, il suo Libro e la terra che li ha generati. Il messaggero è una sua personalissima reinvenzione letteraria, da cui Muhammad emerge in tutta la sua umanità e modernità, un racconto che profuma di datteri e ulivi, e che parla del potere della parola e del mistero divino.

L'autore: Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, rifugiato politico in Olanda dal 1988, è diventato uno dei più importanti scrittori di questo Paese, costantemente nella lista dei best-seller. Con Scrittura cuneiforme conquista il pubblico internazionale. La casa della moschea è Premio Grinzane Cavour 2009.

:: Intervista a Raffaella Ferrari

7 settembre 2010

61141_BookCoverBenvenuta Raffaella su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora sei nata a La Spezia nel 1972, sei sposata, ti sei laureata in Filosofia, sei un’insegnate. Vuoi aggiungere altro?
Buongiorno e grazie a voi di ospitarmi. Innanzitutto volevo precisare che insegno ai ragazzi con problemi di apprendimento: è un lavoro difficile ma ricco di soddisfazioni. Ti garantisco che talvolta questi ragazzi mi danno delle vere e proprie lezioni di vita che mi arricchiscono come poche altre cose.
Come è nata in te la passione per la scrittura? Già da bambina scrivevi piccole storie fantastiche magari da far leggere ai tuoi amichetti o è una scoperta tardiva?
Sì, mi è sempre piaciuto scrivere … credo d’aver scritto il mio primo racconto giallo intorno ai dieci anni.
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?
Beh, naturalmente la mia famiglia, mio marito Luca in primis che è anche il mio lettore più attento. Poi penso spesso al mio insegnante di Lettere del Liceo che mi ha trasmesso la capacità, o forse la voglia, di mettere il cuore in quello che scrivo.
Hai pubblicato tre romanzi Da lunedì a sabato La versiliana editrice, L’ultima magia Edizioni Tigullio con cui hai vinto nel 2005 il premio Potiggia di Santa Margherita Ligure, e Il segreto del professore Edizioni Giacchè. Una predilezione per il giallo con connotazioni psicologiche. A che scrittori ti sei ispirata?
Credo che esistano due tipi di “gialli”: quelli nei quali i personaggi sono semplicemente funzionali all’azione e servono per arricchire la trama, e quelli nei quali, invece, i personaggi sono uomini e donne “veri” con paure e debolezze come tutti. Io amo questo secondo filone, sia come scrittrice che come lettrice. Non posso perciò non menzionarti la grande Aghata Christie, Simenon o Camilleri. Ultimamente ho scoperto anche Marco Vichi che mi ha favorevolmente colpito.
Ne Il segreto del professore racconti le indagini sulla morte di un vecchio professore di Greco in pensione Attilio Facchetti fulminato nella sua vasca da bagno della sua casa in un piccolo borgo di mare in provincia di La Spezia. Come crei la suspance? Quanto incidono gli incubi dell’inconscio nella risoluzione del caso?
Credo che le personalità, le “inclinazioni umane” siano talmente complesse e diverse fra loro da creare un universo a parte che spesso si scontra con l’universo delle regole create dalla società… e allora, allora può accadere che s’incorra nell’”errore”. In effetti mi sono sempre chiesta quanta colpa ci sia nell’errore e quanto merito nella virtù. Oltre alla costruzione della trama, perciò, è proprio l’inconscio che si manifesta con gli incubi di una delle protagoniste a creare la suspance.
La psicologa Lucilla Ferrino è il personaggio principale dei tuoi romanzi ma dall’ultimo ci presenti il maresciallo Saverio Lo Giudice amante della cucina e che ha come migliore amico un grosso gatto nero dagli occhi gialli. Come sono nati questi personaggi? A chi ti sei ispirata? Persone reali o personaggi letterari?
La psicologa è il mio personaggio preferito. E’ una donna dal carattere complesso, forte e fragile ad un tempo e un po’ mi rassomiglia. Il maresciallo, invece, è un personaggio più tranquillo, direi che rappresenta la “sicurezza”, la Giustizia con la G maiuscola che ho voluto ci fosse nei miei romanzi. Un personaggio così doveva amare le cose semplici, come la cucina e l’amicizia di un gatto… Ti svelo un segreto: c’è un altro protagonista nel romanzo. E’ un ex regista famoso, ora compagno di Lucilla Ferrino, si chiama Maurizio Diada. Per descriverlo mi sono inspirata ad un cantautore italiano oggi “passato a miglior vita”. Non so perché: ci sono persone che quando le incontro o le vedo in TV, mi trasmettono qualcosa, mi “grattano il cuore”, per così dire, e allora finiscono nei miei romanzi.
Hai collaborato con diverse riviste letterarie e anche condotto una trasmissione televisiva. Quale è il bilancio che trai da queste esperienze? Ti piacerebbe condurre una trasmissione dedicata ai libri in un canale nazionale?
E me lo chiedi? Certo che mi piacerebbe!
Oltre a scrivere romanzi scrivi anche racconti. Quale è il tuo preferito? Di cosa parla?
Per un periodico di settore, qualche tempo fa, ho scritto un racconto che si chiama “La gattara” e parla di un’arzilla vecchietta che, badando ai suoi numerosi gatti riesce a sventare una vera e propria truffa architettata da un’imbroglione che per raggiungere il suo fine arriva addirittura ad avvelenare… due gatti!
Nel 2008 hai contribuito con il racconto “L’uomo con le stampelle” alla raccolta “Donne e Crimine” per i tipi della Fratelli Frilli Editori. Vuoi parlarcene?
E’ stata una bella esperienza. Pensa mi hanno incluso nelle tredici migliori scrittrici di giallo liguri ed ho avuto occasione di “lavorare” al fianco di autrici come Maria Masella. E poi il ricavato della vendita del libro è stato devoluto in beneficenza.
Raccontaci la tua La Spezia. Quanto un luogo incide nel narrare una storia. Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei personaggi?
Io la mia città l’adoro! Sono fra i pochi spezzini fieri di esserlo! Sai, noi liguri siamo un po’ “mugugnoni” e non ci va mai bene niente della nostra città, ma a me no, a me La Spezia piace così com’è, con i suoi difetti. Tutti i miei personaggi sono, diciamo così, figli della mia città e non credo che potrebbero vivere da nessun’altra parte.
Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Ci sono segreti, piccole scaramanzie che ti va di svelarci?
Mah, guarda, non credo che ci sia una “formula magica” per scrivere un buon romanzo. Ci vuole soprattutto passione. A me capita di leggere qualcosa, oppure semplicemente di vedere, che so, due persone particolari che parlano ad un tavolo di un bar e di rimanerne, per qualche misterioso motivo, tanto colpita da inventarci sopra una storia. Poi il resto viene da solo: i miei personaggi sono “vivi”, non mi viene altro termine, e a volte prendono il sopravvento e fanno quello che vogliono.
Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? 
Come puoi immaginare amo i gialli. Ti ho già citato Camilleri e Vichi, aggiungerei Danila Comastri Montanari e, anche se scrive non gialli ma romanzi d’avventura, Marco Buticchi, che è un mio buon amico. Adesso ho appena finito di leggere “Morte a Firenze” di Marco Vichi che, tra l’altro, ha vinto il premio Camaiore.
Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio?
Mah, mi ha molto colpito la vicenda di Alessandro D’Avenia. E&r
squo; un giovane ed ha avuto successo scrivendo di giovani: mi pare una buona cosa.
Progetti per il futuro?
Qualche progetto ce l’ho, ma soprattutto ho tantissimi sogni: guai a rinunciare ai sogni!
Grazie Raffaella è stato un piacere chiacchierare con te. Ora non ci resta che salutarci e aspettare le prossime avventure di Lucilla Ferrino, Saverio Lo Giudice e il suo gatto.
Grazie a te. Spero di regalarvi presto ancora qualche ora di buona lettura.

:: Recensione di Il libro delle anime di Glenn Cooper

7 settembre 2010

Il-libro-delle-animePer chi ha amato Il Codice da Vinci di Dan Brown e gli intrighi esoterici sono il suo pane quotidiano il nome Glenn Cooper non suonerà del tutto sconosciuto. Vi ricorderete per esempio di un certo La biblioteca dei morti  mega bestseller dello scorso anno, tradotto in 29 paesi, con 700 mila copie vendute, bene Glenn Cooper  era il suo autore e ora torna per l’editrice Nord con Il libro delle anime sequel del precedente.  Come spesso succede al cinema non sempre i sequel sono all’altezza del primo episodio per cui mi sono avvicinata a questo con una certa cautela e diffidenza ma devo ammettere che non è male e descrive una delle aste più bizzarre che abbia mai letto. Ma andiamo con ordine, innanzitutto partiamo dalla trama. 

Allora Il libro delle anime prende l’avvio un anno dopo gli avvenimenti di La biblioteca dei morti. Ritroviamo Will Piper che, dopo una vita dedicata a dare la caccia ai serial killer, ormai congedatosi dall’ FBI dopo i fatti burrascosi del famigerato caso Dooomsday, vive tranquillo in famiglia il suo pensionamento forzato, finchè  due anziani ex dipendenti dell’ Area 51,  facenti parte di una segretissima organizzazione clandestina chiamata Club 2027, lo contatta e gli affida una bizzarra missione: recuperare un libro antico misteriosamente riapparso dopo secoli nei polverosi e ovattati sotterranei di una casa d’aste londinese e aiutarli a risolvere alcuni misteri legati al suddetto manoscritto soprattutto capendo cosa accadrà di tanto speciale il 9 febbraio del 2027. Il libro infatti non è un libro qualsiasi ma è l’ultimo superstite di una serie di manoscritti redatti da inquietanti scrivani con i capelli rossi e gli occhi verdi in cui sono elencate le date di nascita e di morte dell’intera umanità fino appunto a quella data un tantino apocalittica. La Biblioteca dei morti appunto della quale Will Piper è uno dei pochi a conoscerne l’esistenza cosa che di fatto lo rende a tutti gli effetti un membro del Club 2027. 

Tornare in azione è una tentazione troppo forte per Will Piper così posati pannolini e canna da pesca si rimette al lavoro ostacolato dal terribile Malcom Frazier, capo della sicurezza dell’Area 51, composta da loschi figuri denominati Sorveglianti anch’essi seriamente intenzionati ad appropriarsi del libro e pronti ad uccidere per evitare che i misteri che esso contiene siano svelati.  Non ostante Will Piper sia un OLO, ovvero un “Oltre il confine”, e la sua data di morte non sia scritta nel famigerato libro, dovrà fare una considerevole fatica a risolvere il mistero e proteggere la sua famiglia, prima di poter finalmente tornare  a pescare nel Golfo del Messico. 

In bilico tra il moderno thriller investigativo e il giallo storico Il libro delle anime è sicuramente  un libro da non perdere per gli appassionati del genere. Forse è meno originale della Biblioteca dei morti , dove aveva giocato le sue carte migliori, ma comunque le componenti che fanno di un libro un buon thriller ci sono tutte: è scritto bene, si legge facilmente senza arrancare annoiati da digressioni storiche interminabili e saccenti, ha ritmo, un mistero inquietante da risolvere, colpi di scena a ripetizione, una vivace tensione narrativa senza smagliature, un protagonista simpatico e sorprendentemente divertente e dei cattivi di tutto rispetto pronti a tutto anche se  adire il vero un po’ grotteschi. Un consiglio come sempre leggetevi prima il primo episodio o vi troverete con dei pezzi del puzzle mancanti.

Il libro delle anime di Glenn Cooper, Editrice Nord, collana Narrativa Nord, traduzione Gian Paolo Gasperi e Velia Februari, 2010, 421 pagine, rilegato, prezzo di copertina Euro 19.60. 

:: Recensione di Il silenzio imperfetto di Aldo Penna

6 settembre 2010

COPER_ILSILENZIOIl coraggio di un giornalista contro la Mafia. 

Ci sono libri coraggiosi, che colpiscono al cuore, che si insinuano nell’anima lasciando tracce incancellabili. Dopo la loro lettura siamo diversi, cambiati, non siamo più come prima. A questi libri appartiene Il silenzio imperfetto  di Aldo Penna un romanzo forte, impegnato, scritto da chi conosce approfonditamente un tema spinoso come quello della lotta alla Mafia. Al centro del romanzo, si erge la figura di Gaetano Flores, un giornalista di nera, un uomo qualunque, ne migliore ne peggiore di altri, con alti e bassi, problemi sentimentali e tristezze, un testimone quasi involontario di quel fenomeno inarrestabile che sta minando alla base, sta scalfendo i piedi di argilla del sistema criminale  chiamato Mafia. Le connivenze tra mafia, stato, e molti settori politici riportano alla memoria il romanzo sciasciano A ciascuno il suo o Il contesto che descrive dettagliatamente il capillare sistema di corruzione che coinvolge le più alte cariche della magistratura e i leader dei maggiori partiti politici. Penna conscio della responsabilità che uno scrittore ha di custodire i valori morali di una società che si fregia del diritto di definirsi civile, ripercorre decenni di vita siciliana attraverso lo sguardo disincantato di Flores, che utilizza i suoi articoli giornalistici per fare chiarezza, dissipare l’omertà, dare voce a chi la Mafia la combatte davvero sul campo, rischiando la vita ogni giorno. Perché di Mafia si muore, ma parlarne anche come stiamo facendo adesso, è un modo per combatterla e sentirsi vivi. Come sottolinea il magistrato Antonio Ingroia nella sua illuminante introduzione il finale a sorpresa potrebbe apparire spiazzante e amaro ma si inserisce nella tradizione di serio e sincero realismo del romanzo siciliano. Con echi indubbiamente sciasciani infatti Penna utilizza la tecnica del romanzo giallo-poliziesco per imbastire un’ indagine-denuncia in cui l’impegno civile e la denuncia sociale dei mali della Sicilia acquistano una valenza più ampia, quasi universale, dove la Mafia, seppure realtà tipicamente locale, diventa l’emblema del Male in sé.  In breve la trama: Palermo, giorni nostri, un giornalista e un commissario indagano su strani incidenti apparentemente scollegati. Le loro indagini portano tutte in una sola direzione, verso un insospettabile, un politico dalla faccia pulita, un paladino dell'antimafia. Come fermarlo? Muovendosi in un vero e proprio campo minato in cui gli interessi di politica, magistratura, affari, stampa si intrecciano per difendere una Mafia sempre più infiltrata nel tessuto sociale, dovranno guardarsi le spalle e fare di tutto per sopravvivere. 
DSC_0913Il silenzio imperfetto di Aldo Penna, Nuovi equilibri Stampa Alternativa, Collana Eretica, pagine 279, brossura, 2010, Prezzo di copertina Euro 11, 70.
Aldo Penna (1956) ha già al suo attivo con successo di lettori per Terradifalco La verità è nell'ombra. Il suo lungo impegno politico gli ha consentito una profonda conoscenza della realtà di Palermo dove è ambientato il suo romanzo giallo.

Questo è il link dell'ebook dei primi tre capitoli del romanzo,

http://www.aldopenna.it/files/aldo_Silenzio_cap_III_a2.pdf

:: Recensione di La vergine delle ossa di Luca Masali a cura di Stefano Di Marino

6 settembre 2010

la_vergine_delle_ossaLA VERGINE DELLE OSSA di Luca Masali- Castelvecchi-pp435 -18 euro- thriller d’epoca.

Conosco e leggo Luca Masali sin dai Biplani di D’Annunzio, opera d’esordio vincitrice del premio Urania nel 1995 ma già rivelatrice di un estro narrativo insolito fuori dagli schemi. Mi colpì ( e la conoscenza personale abbinata alla lettura dei successivi romanzi trai quali ricordo con particolare piacere La perla alla fine del  mondo, 1999) la capacità di cogliere senza dimenticare la propensione al fantastico, atmosfere  d’antan, di sbuzzare personaggi fuori dalle righe che sembravano venuti a recitare una parte, quasi in prestito transfughi da commedie, da narrativa d’altri tempi. Insomma Masali sta stretto in una classificazione e non ne fa mistero.

Thriller? Satira politica e di costume? Avventura’ Fantastico?

Sì, potrei dire anche scorrendo questa sua ultima fatica, ma non solo. Una grande inventiva, la capacità di documentarsi ma anche di portare sulla pagina fatti e personaggi reali mescolandoli con la fantasia grazie a una scrittura arguta,vagamente divertita e irriverente come solo gli sguardi che ti lancia quando si parla di narrativa. La consapevolezza di raccontare una storia, per diletto proprio degli altri. Senza prendersi troppo sul serio.

E il risultato è fulminante, irriverente dirà qualche cultore dell’Assoluta precisione che (come ben sappiamo) ammorba i racconti di fantasia di una noia mortale. Questa invece è assente nel caso  ‘spaventoso e terrificante’ della vergine delle ossa. Una storia che comincia con il massacro di una vacca, con un carabiniere di cui conosciamo solo le iniziali  U.G. e con il coinvolgimento di Cesare Lombroso. Personaggio affascinante ma non unico nell’immaginario di un’epoca vividamente ritratta. Il manicomio di Collegno, Emilio Salgari (poverino!) indeciso se essere capitano di lungo corso o narratore. Ma ben più tortuosi misteri si avviluppano in una storia che è un ritratto d’epoca e una fantasia al tempo stesso. Una lettura godibilissima,già sceneggiata con verve e una scrittura adeguata, pungente dove occorre. Un romanzo ( finalmente!!!!) che non segue una moda, non assomiglia a cento altri letti e che, con tutta sincerità, mi piacerebbe vedere portato sullo schermo da Pupi Avati. Chissà…

Stefano Di Marino

:: Intervista a Gaia Conventi

4 settembre 2010

Benvenuta Gaia su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora iniziamo con il dire che sei nata a Goro provincia di Ferrara nel 1974, sei una bravissima cuoca.

Figuriamoci, fa sempre piacere essere intervistati, chi lo nega è un bugiardo! Sono nata a Goro, come Milva, molti anni dopo e senza la sua ugola d’oro. Se qualcuno dice in giro che sono una brava cuoca: mente sapendo di mentire, o forse è stato a cena a casa mia e fa del sarcasmo! Odio stare in cucina, se non esistesse la Bo-Frost sarei già morta d’inedia. Ho invece un particolare pollice verde per grasse e succulente, e una predilezione per l’acquisto di piante con le ore contate (tendo a volerle resuscitare, e questa è sicuramente una mania di grandezza!). 

Come è nata in te la passione per la scrittura e soprattutto per il giallo e il noir? Non mi dire che già da bambina ti appassionavi ai fatti di cronaca nera.

No, da bambina mi appassionavo ai Lego, ma non credo che questo abbia particolarmente influito sui miei ammazzamenti in età adulta. La passione per la scrittura è il tipico serendipity che movimenta la mia esistenza: scoperte fatte per caso, mentre si fa tutt’altro. Ho scritto un racconto  noir in un pomeriggio di noia, e di questi pomeriggi ne ho sì e no tre in un anno. Se quel giorno avessi deciso per il ricamo, oggi forse non saremmo nemmeno qui a discutere. 

Sei nata sul web pubblicando già dal 2003 diversi racconti molto personali. Qualcuno ti definisce ancora autrice emergente, solo distratto o c’è del vero? 

Per essere un’emergente sono un iceberg, ho fatto molte cose ma non abbastanza. Immagino rimarrò emergente fino alla fine dei miei giorni: se decidessi d’essere “arrivata”, prenderei la cosa sul serio e mi divertirei molto meno.

Stefano Borghi e Gaia Conventi un binomio inseparabile. 

Io e Stefano ci siamo conosciuti per puro caso, in un sito dedicato ai racconti. E’ stato protagonista di un testo un tantino cattivello: un fan tartassa la propria scrittrice preferita e lei, piano piano, l’avvelena inviandogli lettere profumate… alla mandorla amara. In seguito, non avendolo fatto fuori per davvero, abbiamo avuto modo di scrivere molto a quattro mani. 

Ma esiste il delitto perfetto? Se lo dovessi commettere che accorgimenti prenderesti?

Il delitto perfetto esiste, ma è dura compierlo e poi non potersene vantare. Ho sempre pensato che un’iniezione di acqua frizzante fosse una maniera carina di procurare un embolo, certo anche la visione forzata di Bruno Vespa… 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Beh, immagino di dover ringraziare la maestra elementare che mi insegnò i rudimenti: le astine, lo stampatello… In seguito non ho avuto aiuti mirati, ma, senza dubbio, il mio più grande sostenitore è sempre stato mio marito.

Sei un’inguaribile bugiarda o sincera fino al midollo?

Quando scrivo sono piuttosto bugiarda, alla premiazione di “Passi nel buio 2009” si stupirono di non vedermi settantenne, come la protagonista di “La morte in pentola”. Pare avessi dato l’idea di una arzilla signora che passa le sue giornate tra gialli e centrini, evidentemente avevo mentito bene. Nella vita no, sono sincera e senza peli sulla lingua. E’ sempre un rischio chiedermi un parere sincero, vi invito a non farlo mai! 

Come nascono i tuoi personaggi? Ti ispiri a persone reali, a personaggi letterari, o sono solo frutto della tua fantasia? 

I miei personaggi nascono dall’osservazione, spesso sono un mix di più persone, a volte sono soltanto le mie paure messe su carta. 

Oltre a scrivere romanzi scrivi anche racconti. Quale è il tuo preferito? Di cosa parla? 

Sono un genitore assai distratto, dopo aver scritto qualcosa me ne disinteresso: impara a camminare con le tue gambe, gli dico. Se proprio dovessi fare una scelta, salverei dall’oblio i racconti di “I deliziosi delitti di LittleTown”, nati sul web, poi finiti in ebook e, infine, in edizione cartacea. Sono raccontini in stile “Ai confini della realtà”, conditi di giochi enigmistici e tanta, tanta, cattiveria gratuita! 

gaia 3Raccontaci la tua Ferrara. Quanto un luogo incide nel narrare una storia. Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei personaggi?

Sono nata a Goro, dicevamo, e Goro dista 70 chilometri da Ferrara. La città  l’ho scoperta e amata anni dopo, quando mi ci sono trasferita per studio. Ferrara è una piccola città di provincia, ricca d’arte e silenzio, tranquilla in superficie, assai movimentata se la si sa guardare con occhio clinico. Le ho dedicato racconti e romanzi, e una serie di note smaliziate che potete trovare aggiornate su facebook e sparse da qualche parte in rete: “Ferrara è una repubblica fondata sugli Estensi”. Un modo ridanciano di narrare vizi e virtù della mia gente, stranezze locali e piacevolezze gastronomiche. Adoro Ferrara, l’amo così tanto da prenderla in giro. Un luogo incide sulla narrazione di una storia quando ne diventa un personaggio, e non soltanto una cartina geografica su cui far scorrere le ombre cinesi. Ferrara la conosco, so come muovermi, forse un giorno scriverò una guida ragionata ad una visita curiosa della città. Quel che non ho letto di Ferrara, l’ho ascoltato dai ferraresi… scoprendo che, a volte, ne so più di loro. Ferrara è un modo di essere, in noi scorre sangue blu: “Di qua e di là dal Po, sono tutti figli di Niccolò”, lui era Niccolò Terzo, marito e assassino di Parisina, famoso per le centinaia d’amanti. Vuoi che un po’ di nobiltà non sia arrivata in casa di ogni ferrarese?! 


Ferrara negli anni 30 in cui hai ambientato Il bandolo della matassa  in cosa pensi fosse speciale. Io adoro la Ferrara di Bassani. E’ ancora così?

Ferrara è stata una città fortemente legata al Ventennio, inutile dire che Italo Balbo è nato qui. Traccia di quegli anni la si ritrova ovunque, dal ghetto ebraico ai numerosi palazzi d’architettura fascista. In cosa era speciale? Forse nel credersi tale, senza dubbio un retaggio estense che ci siamo portati dietro a lungo e che ora, pace all’anima sua, ci ha lasciati un po’ storditi. Di Bassani e dei suoi scritti rimangono le atmosfere rarefatte, Ferrara è una città che cambia nei secoli…  

Hai vinto il Gran Giallo Città di Cattolica – Mystfest 2009 con il racconto La morte scivola sotto la pelle poi pubblicato nel numero di dicembre del Giallo Mondadori. Che esperienza è stata. Cosa ti ricordi di quel periodo?

Sono tornata come finalista nel 2010 e ho notato un’atmosfera diversa, o forse stavolta ero un tantino più scafata. Nel 2009 è stata una bella avventura, una grande emozione conoscere Pinketts, uno dei miei autori preferiti, e poi il botto finale d’essere sul Giallo Mondadori. Ricordo d’aver avuto la tremarella prima della finale, questo sì, e le grandi speranze per il futuro. Poi, come mi ha detto qualche giorno dopo Eraldo Baldini ad una nostra comune presentazione: “Non è detto che il MystFest porti da qualche parte”. Il concetto mi è stato ribadito dallo stesso Pinketts, durante un’intervista telefonica. Insomma: non è detto che serva, ma me lo sono messo in tasca… se un giorno potrò, giocherò l’asso!

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Ci sono segreti, piccole scaramanzie che ti va di svelarci?

Dipende da cosa sto scrivendo: un giallo classico deve essere valutato a tavolino, deve filare tutto ancor prima d’aver scritto una riga. Col noir, invece, scrivo di slancio: l’idea c’è e, man mano che scrivo, si fa sempre più cattiva. Mi concedo il lusso di poche idee chiare, tutto il resto lo butto giù in velocità: sarà la seconda stesura a dirmi quanto di buono sono riuscita ad infilarci dentro al volo! 

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono un lettore vorace, di quelli che macinano pagine e spengono l’abatjour solo quando il marito si lamenta… e calcolando che anche mio marito legge come un forsennato, capirete che di libri per casa ne abbiamo a bizzeffe. Per la manifestazione “Gemine Muse 2010” ho scritto un testo, poi teatrato da una compagnia di Bologna, in cui i libri, in pile via via crescenti, prendono il sopravvento sul lettore, che ne diventa custode e schiavo. I miei autori preferiti? Landsdale lo leggo sempre volentieri, così come Tommaso Labranca in tutte le sue forme. Ho il piacere e l’onore di conoscere Labranca, un vero genio della parola, uomo dall’ironia feroce e spiazzante. Ora sto leggendo “L’assassino qualcosa lascia” di Rosa Mogliasso, un buon libro, avrei dimezzato il turpiloquio… ma il libro è suo e l’ha scritto come le pareva.  

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

Mi piace molto lo stile e la creatività di Maria Silvia Avanzato, finalista con me al MystFest di quest’anno. E’ anche vero che io e Silvia siamo buone amiche ma, indipendentemente da questo, ha una penna che scivola sulla carta, a volte languida e a volte acuminata. Una prosa lirica e ricercata, ma sempre con un occhio attento alla trama, senza mai lasciarsi prendere dalla mania di farti sapere quanto è brava coi sinonimi e i contrari. 

Sei femminista? In cosa pensi uomini e donne si somigliano e si differenziano?

Non mi ritengo femminista, trovo già difficile essere una persona degna di questo titolo. In me c’è un fare piuttosto maschile, nel bene e nel male. Sono poco propensa al romanticismo, cosa che in questi anni scopro essere diventata prerogativa maschile, evidentemente noi donne abbiamo voluto fare cambio: vi lasciamo i sentimenti, mentre cerchiamo di farci spazio nel mondo che, fino a ieri, pareva essere solo vostro. In fondo donne e uomini non sono diversi, se l’esistenza fosse stata improntata in maniera matriarcale, dubito che avremmo saputo fare di meglio. Siamo animali con l’anima, a volte ci prendiamo troppo sul serio. 

Descrivimi cosa è per te la bellezza, nell’arte, nella letteratura, nella vita. Una persona , un personaggio bello ha più fascino? E’ bello ciò che piace o ti affidi ai canoni greci di bellezza?

La bellezza è superficiale, la bruttezza arriva fino all’osso, dice qualcuno. Sono sempre stata lieta di non essere particolarmente avvenente, questo mi consente di invecchiare e imbruttire in assoluta tranquillità. Rifuggo i “troppo belli”, chi è bello a volte può permettersi il lusso di non avere senso dell’umorismo… e senza quello, ahimè, è dura affrontare le mie battute al vetriolo! Diciamo che trovo il bello dove c’è arguzia, dove la favella è pronta e gli argomenti molteplici. Vale per tutte le tipologie d’arte e persone, mi si incanta rendendomi curiosa di saperne di più, mai con la risposta pronta, anche se ben infiocchettata. 

Progetti per il futuro?

Ho appena terminato un noir dai risvolti erotici, scritto a quattro mani con Maria Silvia Avanzato, citata qualche risposta più sopra. Mi gira in testa un noir cattivissimo ambientato dalle mie parti, ma inutile parlarne ora, sta solo nelle mie sinapsi. Il progetto più immediato? Fare qualche giorno di vacanza dopo aver scritto tutta l’estate. Partirò con fotocamera al seguito, la fotografia è il mio secondo grande amore. Ops! Il terzo, calcolando mio marito.

Breve nota biografica di Gaia Conventi 

Con “Una scomoda indagine e un cane fetente” ho vinto Esperienze in giallo-Piemonte Noir 2008 . Nel 2009 mi sono aggiudicata il Mystfest-Gran Giallo Città  di Cattolica con “La morte scivola sotto la pelle”. Con “La morte in pentola” ho vinto il Premio Passi nel Buio 2009. Nel 2010 con “Oni il demone” sono in “Lama e Trama”, con “Giona nel fuoco” in “Anonima Assassini – Orme Gialle”, con “L’occasione fa l’uomo ludico” sarò in “Riso Nero”, antologia curata da Graziano Braschi e Mauro Smocovich.  Sono stata selezionata per rappresentare Ferrara alla manifestazione nazionale “Gemine Muse 2010” e sono tornata al MystFest come finalista. Sono nata a Goro, nel ‘74. In realtà sono nata a Codigoro, per il semplice fatto che Goro non ha un ospedale, ma queste sono bazzecole, sono fiera delle mie origini marittime e corsare. Scrivo per puro caso dal 2003, ho vinto qualche premio, ho scritto qualche libro. Quando non scrivo, fotografo, viaggio, vivo. Ho una vita decisamente interessante, la condivido gioiosamente con amici che amano la buona cucina e le serate dedicate alle chiacchiere. Leggo molto, in tv guardo History Channel e i telefim di Fox Crime, ascolto Caputo, Buscaglione e la musica italiana anni ‘40. Non sono mai riuscita ad imparare un inglese che andasse oltre il “broccolino”, da bambina volevo fare l’idraulico e la reporter in zone di guerra (non ho mai specificato se in contemporanea o meno).

:: Intervista a Simon Beckett

3 settembre 2010

4525889Ciao Simon. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Simon Beckett?

Sono un giornalista e scrittore, autore dei romanzi di David Hunter. Sono una serie di thriller che ha per protagonista un antropologo forense britannico che usa le sue abilità per interpretare ciò che è successo ai cadaveri. Sono sposato e vivo a Sheffield.

Raccontaci qualcosa della tua Sheffield. Qual è il tuo background?

Sono nato a Sheffield, che ha una forte tradizione industriale. E’ conosciuta come la 'Steel City', anche se la produzione dell’ acciaio non è più la sua industria principale. Prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ho lavorato come muratore, ha insegnato inglese in Spagna e ho suonato in una band. Ma ho sempre voluto scrivere. Il che mi porta alla prossima domanda …

Come è nato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

Ho preso una laurea in letteratura inglese e americana, che comprendeva anche la scrittura creativa. Ho trovato molto gratificante, ma dopo la mia laurea non avevo niente da scrivere. Fu solo diversi anni più tardi, quando sono andato a insegnare in Spagna, che ho iniziato di nuovo a scrivere. Sono tornato nel Regno Unito sperando di diventare un romanziere pubblicato. Sette anni dopo ho finalmente avuto successo.

È più importante per te il giornalismo o la scrittura?

I romanzi sono più importanti per me che il giornalismo. Ma mi piace anche questo – per me è molto diverso da scrivere un libro, molto più veloce e meno coinvolgente. Inoltre mi allontana dalla mia scrivania e mi permette di andare in luoghi che altrimenti non avrei mai visito.

Come hai avuto l'idea per il tuo primo libro?

Avevo scritto quattro romanzi prima della serie di David Hunter, ma l'idea per il primo di questi, La Chimica della Morte, mi venne quando una rivista del Regno Unito mi incaricò di scrivere un articolo sulla formazione dello studio della scena del delitto per i funzionari di polizia degli Stati Uniti. Parte della formazione si è svolta al The Body Farm in Tennessee, che è un centro di ricerca all'aperto in cui sono lasciate veri corpi umani al di fuori a marcire, in modo che gli antropologi forensi possano così studiare cosa accade quando si decompongono. E 'abbastanza macabro, ma molto utile nel caso che la polizia trovi un corpo da qualche parte e voglia sapere cosa gli è successo. Me ne sono andato molto colpito da quello che avevo visto, e convinto che avrebbe potuto costituire la base di un romanzo. Alla fine, ho sviluppato il personaggio di David Hunter e ho scritto quello che divenne poi La Chimica della Morte.

Quali furono le tue prime influenze?

Quando ero uno studente mi ha molto impressionato sia Hemingway che Raymond Chandler. Ho ammirato lo stile  di Hemingway e il modo in cui in maniera apparentemente semplice sapeva trasmettere concetti anche profondi. Poi ho amato il Chandler romantico, specie il suo eroe  Philip Marlowe – un solitario che è costretto a fare ciò che sente è giusto, non importa a quale prezzo.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo romanzo a grandi linee può essere definito un thriller erotico che narra la storia di un commerciante d'arte la cui ossessione per il suo giovane assistente lo conduce ad un omicidio. Ho lavorato come giornalista freelance per pagare le bollette, mentre lo scrivevo, ed era stato  respinto praticamente da tutti gli editori più importanti del Regno Unito. Alla fine è stato pescato dalla pila di manoscritti non richiesti di una casa editrice indipendente, che mi ha permesso di ottenere un agente. Il libro è stato tradotto in diverse lingue e opzionato per il cinema, ma cosa ancora più importante, mi ha permesso di diventare un autore pubblicato. Cosa che ha fatto una grande differenza, sia in termini di fiducia che anche rispetto a come gli altri ti percepiscono.

Chi sono i scrittori viventi ?

Il mio autore preferito in vita è Peter O'Donnell, creatore della serie Modesty Blaise. La maggior parte delle persone hanno più familiarità con i suoi fumetti, ma mio padre mi ha fatto conoscere i suoi romanzi quando ero ancora adolescente. Sono fantastici – molto ben scritti ed estremamente divertenti. Sono spesso paragonati ai romanzi di James Bond ma penso che siano ancora meglio.

I tuoi personaggi nascono puramente dalla tua fantasia o spesso sono molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, è importante essere obiettivi quando si scrive, così cerco di tenermi fuori dai miei libri, per quanto possibile. Detto questo, a volte ho utilizzato cose che mi sono capitate sul serio e che ho pensato potessero funzionare in un romanzo. Per esempio la scena all'inizio di La chimica della morte, quando i due ragazzi  seguono una linea di vermi che li porta ad un cadavere in decomposizione, è basata sulla mia visita proprio a The Body Farm.

Parlami un po’ del tuo prossimo romanzo.

Non mi piace parlare di work in progress, quindi mi limiterò a dire che è un altro romanzo di David Hunter, questa volta insieme a Dartmoor. E si arriva a conoscere un po' più sul suo passato.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Penso che ogni autore abbia ricevuto alcune recensioni non proprio positive. Fortunatamente finora la maggior parte dei miei libri hanno ricevuto una buona accoglienza. Ma in qualche modo è sempre la cattiva recensione che si ricorda.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo romanzo di uno scrittore inglese di nome John  Macken.

Hai una base di fan molto intensa. Che rapporto hai con i tuoi lettori?

E 'molto buona. Ricevo un sacco di e-mail attraverso il mio sito, così posso realmente sapere che cosa pensano i lettori dei miei libri. E ricevo anche un sacco di letture e inoltre ho fatto numerosi incontri quest'anno in tutt’ Europa, in cui ho potuto incontrare i lettori faccia a faccia. Mi piace molto tutto questo.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Non rinunciare.

Che cosa è la libertà per te?

Suppongo che sia essere in grado di guadagnarsi da vivere facendo quello che si ama più fare.

:: Recensione di Nero Piemonte e Valle D'Aosta a cura di Barbara Balbiano

1 settembre 2010

nero_4La cosa bella di una raccolta di racconti è che non la si deve leggere per forza in ordine cronologico. Si può andare alla fine, come ho fatto io, cercare l’elenco degli autori e scoprire guidati dai propri gusti e attitudini nomi come Angelo Marenzana, Danilo Arona, Claudio Morandini, Roberto Saporito,  Luca Rinarelli o  Paola Ronco così diversi e accomunati semplicemente dal gusto della sfida e da quell’amore passionale che caratterizza il Piemonte terra naturale di noir e di mistero. Mi diverte pensare che traccia abbia dato Barbara Balbiano curatrice di Nero Piemonte e Valle D’Aosta. Geografie del mistero ai suoi scrittori. Avrà detto scrivete di paura , di orrore, dei confini in cui l’oscurità entra nell’anima e lascia cicatrici indelebili, date testimonianza di quanto il noir piemontese sia sfaccettato e vario, siate voi stessi. Non tutti amano i racconti, per alcuni c’è qualcosa di incompleto, non si può dire tutto in un testo breve, frammentario ma io trovo al contrario che nell’essenzialità , nel colpo d’occhio,  nella vertigine data dalla comprensione immediata di qualche oscura verità ci sia un fascino sottile. In un racconto breve non si può perdere tempo, soffermarsi sul superfluo, bisogna arrivare al dunque, cimentarsi in una sfida con il tempo. E poi volete mettere poter leggere un racconto, lasciarlo sedimentare e poi riprendere il testo più tardi e leggerne un altro. Come un amico sincero starà li ad aspettarvi, in silenzio. Non so dirvi quale racconto mi sia piaciuto di più e poi infondo non sarebbe neanche corretto farlo perché un’opera corale ha bisogno di più voci, tutte necessarie, per essere quello che è, so dirvi solo che i luoghi in cui sono ambientate le storie danno davvero la sensazione che siano state scritte in Piemonte e non altrove. L’essenza dei luoghi è intatta che si parli di Torino, delle strade nebbiose di piccoli paesini di campagna, di boschi, di laghi. Dice bene Alessandro Defilippi nella prefazione tutti sono andati alla ricerca delle radici del male e non si sono persi. Infine come nei titoli di coda di un vecchio film in bianco e nero mi sembra doveroso citare in ordine alfabetico tutti gli autori: Danilo Arona, Barbara Balbiano, Luca Bortolazzi, Mariangela Ciceri, Gianluca D’Aquino, Antonio L. Falbo, Fulvio Gatti, Lucio Laugelli, Enzo Macrì, Roberta Marchetti, Angelo Marenzana, Fabio Mazzoni, Claudio Morandini, Sergio Pent, Stefano Priarone, Luca Rinarelli, Paola Ronco, Roberto Saporito, Matteo Severgnini. 
Nero Piemonte e Valle d’Aosta. Geografie del male, a cura di Barbara Balbiano – NOIR – Perrone Lab Editore – 2010 – pagine 220 – prezzo 15,00 euro.

:: Gemma Doyle, non solo letteratura fantastica per ragazzine a cura di Elena Romanello

31 agosto 2010
Il genere fantastico per ragazzi (o young adults, come si dice all'inglese) è uno dei più ricchi di titoli negli ultimi anni, ma diventa difficile orientarsi in cerca di qualcosa di interessante e di originale, tra tematiche ripetute all'infinito, a cominciare da quella dell'amore tra una ragazza umana e un ragazzo appartenente a qualche specie fantastica, che sia vampiro o lupo mannaro o angelo.
Nel genere spicca quindi come originalità e interesse la trilogia di Gemma Doyle, scritta dall'autrice statunitense Libba Bray, edita in Italia da Elliot edizioni e diventata popolare sia in patria che altrove grazie al passaparola tra i fan su Internet e nei circoli letterari reali e virtuali: tre titoli, A great and terrible beauty, Rebel angels e A sweet far thing, tradotti da noi come Una grande e terribile bellezza, Angeli ribelli e La rivincita di Gemma costituiscono una saga diversa dai due capostipiti della letteratura fantastica per giovani di oggi, Harry Potter e Twilight, e per certi aspetti anche più intrigante.
Ultimo decennio dell'Ottocento, ancora dominato dalla mentalità vittoriana: la giovanissima Gemma parte dall'India dove è nata e cresciuta in seguito alla misteriosa e tragica morte della madre e va a studiare nell'esclusivo collegio per ragazze di Spence. Là scoprirà gli inquietanti segreti di sua madre e di una setta di misteriosi uomini, tra cui il giovane indiano Kartik del quale si innamorerà, oltre alla chiave per visitare un mondo di magia parallelo e coevo a quello reale, insieme alle ragazze che diventeranno sue amiche, la povera di nascita ma nobile di spirito Anne, l'infelice Pippi, l'ambigua Felicity.
Certo, si sentono echi di tanti romanzi e ambiti dell'immaginario, dai classici per bambine dell'Ottocento, La piccola principessa di Frances Hodgons Burnett in testa, ai romanzi di Jane Austen e delle sorelle Bronte, dalle fiabe popolari anglosassoni a film come Pic nic ad Hanging Rock, da telefilm contemporanei come Streghe ai manga di autrici dark come Riyoko Ikeda e Kaori Yuki. Il tutto però è ben amalgamato, non ci sono plagi ma richiami, e la storia di Gemma è una saga fantasy al femminile in costume, un romanzo storico, ma anche una storia di formazione e di autocoscienza, dove si parla anche di tematiche femministe e omosessuali, di amori impossibili, di minoranze etniche, di diseguaglianze sociali, tutte tematiche attuali e non trattate comunque in maniera pedante, dato il contesto e la felicità di narrare che ha Libba Bray.
Tra l'altro, il finale è conclusivo ed è insolito, forse non propriamente un happy ending ma intrigante, esaltando soprattutto l'autoaffermazione di sé di queste fanciulle dedite alla magia loro malgrado e imprigionate dai meccanismi di una società spietata sotto affascinante, e sarà inoltre difficile in certi momenti capire la differenza tra chi è buono e chi è malvagio.
Libba Bray riesce a costruire un microcosmo affascinante per chi ama il genere fantastico, più declinato al gotico magari, ma anche per chi si appassiona per le storie d'amore insolite, e per chi ama i romanzi storici ricostruiti nei dettagli: questo fa sì che la saga di Gemma Doyle possa essere senz'altro consigliata ad un pubblico adolescenziale, ma che rispetto ad altri libri del genere sia piacevolissima da leggere anche per chi l'adolescenza se l'è lasciata da un pezzo alle spalle.

Elena Romanello

Recensione di Percy Jackson Il ladro di fulmini di Rick Riordan a cura di Nicoletta Scano

23 agosto 2010

percyjackson-10Recensione del libro Percy Jackson- Il ladro di fulmini di Rick Riordan a cura di Nicoletta Scano. 

Nell'attesa che venga pubblicato anche in Italia il seguito del primo libro della saga di Percy Jackson, che uscirà in ottobre per Mondadori, prendiamo spunto dal primo dei cinque capitoli della serie, “Il ladro di fulmini”, per parlare di questa epopea che negli Stati Uniti ha venduto oltre 6 milioni di copie. Sull’onda del successo delle saghe fantasy dedicate ai ragazzi, inaugurate dallo straordinario "Harry Potter", negli ultimi anni si sono moltiplicati i libri pensati per gli adolescenti e letti voracemente anche dagli adulti. Quale sia l'ingrediente fondamentale di una diffusione così massiccia, senza distinzione di età, nazionalità, lingua, non è facile dirlo; senza dubbio, oggi come oggi, tutti noi siamo affascinati da storie di coraggio, di avventura, di amicizia, di solidarietà che nel mondo "degli adulti" è davvero difficile trovare. Parlando di Percy Jackson, il protagonista della fortunata saga di Rick Riordan, possiamo aggiungere che grande suggestione viene creata attraverso l'utilizzo della mitologia classica, originalmente rivisitata e adattata al mondo di oggi. Percy è  un ragazzino di 12 anni che vive nello Stato di New York, non è  bravo a scuola (probabilmente è dislessico), è stato abbandonato dal papà, non ha particolare fortuna con le amicizie e non va esattamente a genio agli insegnanti. Fin qui nulla di straordinario. Ma se aggiungiamo che la dislessia deriva dalla sua inevitabile attitudine alla lettura del greco classico, che il papà che lo ha abbandonato è Poseidone, dio del mare, che il suo migliore amico altri non è che un satiro e che la sua professoressa di matematica (e qui alzi la mano chi non l'ha mai pensato) in realtà è una vera e propria arpia, allora si capisce come la vita di Percy sia completamente diversa da quella di un ragazzino normale. Coinvolto in un universo assurdo, mitologico e avventuroso Percy si rivela un vero e proprio eroe, affronta mostri, realizza imprese, sfida il cugino Ares, zio Ade e riporta la folgore rubata a zio Zeus, che vive sull’Olimpo trasferitosi al 600° piano dell’Empire State Building. Ritroverà  il padre, conoscerà l'amicizia, e in una mirabolante serie di avvenimenti più o meno fantastici farà riscoprire al lettore la mitologia classica, suscitando con ilarità e ironia una nuova attenzione verso una cultura che ha segnato le nostre tradizioni e la nostra letteratura e che in fondo, ancora oggi, non smette di incantare. Con uno stile fresco e giovane, che sembra veramente indirizzato agli adolescenti, l'autore dà vita a personaggi ed avventure che sembrano realmente tratte dalla mitologia classica; ciò che diverte è l'ambientazione contemporanea nella realtà statunitense del 21º secolo, la continua mescolanza di modernità e tradizione, le improbabili commistioni tra due realtà agli antipodi: paradigmatica la collocazione dell'inferno, che si apre sotto Hollywood. 

:: Intervista a Claudio Cordova a cura di Cristina Marra

19 agosto 2010
Intervista a Claudio Cordova autore di “Terra venduta” (Laruffa editore, 2010) di Cristina Marra


Claudio Cordova è un giovane reporter di Reggio Calabria che, con entusiasmo coraggioso e un pò incosciente, si occupa di cronaca nera e giudiziaria. Giovanissimo d’età ma con la stoffa e il metodo del giornalista vecchio stampo, Cordova ricerca, indaga a fondo prima di informare i lettori. Redattore del quotidiano on line in tempo reale Strill.it, Cordova ha ceduto ben presto all’impulso di scrivere un libro, un libro di denuncia e di inchiesta, spronato da una lettura, quella di un testo di Carlo Lucarelli che si fa stimolo e volontà di continuare quella strada intrapresa dall’autore di “Navi a perdere”, ma con uno stile personale e camminando con le proprie gambe. Cordova ha camminato davvero a lungo per una Calabria sconosciuta o mai rivelata, per sentieri solitari che conducono nei luoghi in cui la regione è stata venduta alle speculazioni, ai traffici illeciti di rifiuti tossici e radioattivi. “Terra venduta” (Laruffa editore, pag.184 euro 10,00) è un viaggio in sette capitoli per la Calabria  per i suoi luoghi incriminati: torrenti, coste, mari in cui il sospetto di inquinamento persiste o è reso noto dalle inchieste giudiziarie. L’autore, con determinazione e nello stesso tempo con la sensibilità di chi è figlio di quella terra, compie un’indagine sul campo con rilievi sulle località violate  ed incriminate accompagnati da ricca documentazione fotografica. Cordova racconta la Calabria venduta con la professionalità e l’intraprendenza del reporter ma soprattutto con gli occhi di chi ha visto i disastri ambientali e i danni provocati alla salute degli abitanti di quelle zone, ignari della presenza di rifiuti e scorie illegalmente occultati.

Quando hai deciso di scrivere "Terra venduta"?

Nella primavera del 2009, leggendo, tutto d’un fiato, nel giro di pochissime ore, “Navi a perdere” di Carlo Lucarelli, che per me è un maestro dal punto di vista narrativo. “Terra venduta”, infatti, nasce come un’inchiesta sulle navi dei veleni, di cui conoscevo già, per ragioni di lavoro, diversi particolari. Poi, indagando, nel corso di oltre dodici mesi, ho avuto modo di scoprire diverse altre storie, per molti versi raccapriccianti, che non riguardano le vicende della navi affondate, ma il traffico di rifiuti sul territorio calabrese.

Dal tuo libro traspaiono dati inquietanti sul tasso di mortalità  di bambini che vivono in quelle zone contaminate. Così  si muore in Calabria?

La Calabria è una regione in cui non ci sono fabbriche, né si può parlare di inquinamento dovuto allo smog, dato che non vi sono metropoli. Eppure, purtroppo, in determinate zone, vi è un’incidenza patologica assai preoccupante, che colpisce soggetti molto giovani. Penso a quello che accade tra Paola e Serra d’Aiello, in provincia di Cosenza, per non parlare di Crotone, dove i bambini andavano a scuola, ignari di essere circondati da scorie. E anche in alcune zone del reggino alcuni tassi sembrano essere in aumento: credo che non si debba viaggiare sui binari dell’allarmismo, ma pensare che tutto vada bene sarebbe da irresponsabili.

La tua indagine si è svolta soprattutto sul campo. Com'é  stato il tuo lavoro di ricerca?

E’ stato un lavoro fatto di viaggi solitari, in condizioni anche ostili. A voler fare un discorso romantico, posso dire che mi teneva compagnia la musica dell’autoradio e la passione nel vedere, giorno dopo giorno, che il materiale che raccoglievo prendeva forma sul foglio bianco. Amo il giornalismo di verifica, fatto sul campo, come si faceva un tempo, sono convinto che un buon giornalista debba avere le doti e la predisposizione di un investigatore, di un segugio: io sto studiando per diventare un buon giornalista, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti dei miei direttori di Strill.it, che mi hanno formato e mi formano, giorno dopo giorno, umanamente e professionalmente.

Sei redattore di Strill.it e scrivi di cronaca nera e giudiziaria, com'é stato occuparti di inchieste scomode e scottanti come quelle riguardanti rifiuti tossici e radioattivi?

Anche l’attività quotidiana non è delle più facili, sono convinto che chi esercita il mestiere di giornalismo in Calabria lo stia esercitando in un territorio di frontiera, in una scala gerarchica colloco la Calabria subito dopo i territori di guerra, quelli dove, davvero, si rischia la vita a ogni passo. Qui i giornalisti combattono una guerra un po’ più silenziosa: sono armati di penne e tastiera, tentano di informare correttamente i cittadini e non è facile perché l’intero contesto sociale è permeato dalla ‘ndrangheta o dalla mentalità mafiosa. Solo attraverso una buona informazione la nostra Calabria potrà crescere e indignarsi di fronte a scandali come quelli che ho tentato di raccontare nel mio libro. C’è di mezzo la salute di tutti noi, dei nostri parenti, non si può tenere la testa sotto la sabbia.

Stai presentando il libro in giro per la Calabria, qual é la reazione di tuoi lettori?

Per me, che ho sempre avuto ambizioni da scrittore, da narratore, il complimento più grande è stato sentirmi dire che il libro si fa leggere come se fosse un romanzo. Purtroppo, quelle narrate in “Terra venduta” sono storie vere, anche se, a volte, sono così incredibili da assomigliare a sceneggiature cinematografiche. Dopo i viaggi d’indagine, per la scrittura del libro, da qualche mese ho iniziato quelli per far conoscere il mio lavoro, per far conoscere, soprattutto, il mio impegno, i miei sacrifici. In questi mesi ho incontrato, in Calabria, ma anche fuori dai confini regionali, tanta gente che crede in quello che fa: questo, ovviamente, mi dà forza e coraggio per continuare la mia attività. Mi rivolgo soprattutto alla gente, ai miei coetanei: solo se noi giovani ci coalizziamo dalla parte giusta, un domani potremo vivere in una Calabria migliore.

Cordova giornalista e scrittore, quali sono i gusti di Cordova lettore?

I libri d’inchiesta e i saggi, soprattutto. Tento di informarmi tramite i libri, dato che giornali e televisione ci tengono troppe cose nascoste. I libri stanno diventando, insieme a internet, l’unico spazio di vera libertà: e l’Italia, la Calabria, hanno bisogno di libertà, quanto l’acqua nel deserto. Leggo gli scritti dei giornalisti che provano a fare un’informazione corretta, fuori dalle logiche dei padroni: cerco di imparare da loro. Sì, leggo per conoscere e per imparare.

Pensi di continuare a scrivere libri-inchiesta? Progetti in cantiere?

Spero che la mia attività possa continuare nella mia terra, la Calabria, che amo moltissimo. Per ora, come dicevo, l’attività principale, per quanto riguarda l’editoria, è quella di far conoscere a più gente possibile “Terra venduta”. Sicuramente spero che non resti un’opera isolata: complice lo spirito inquieto, quello che io chiamo, spesso, “caratteraccio”, non riesco a restare fermo e fare il compitino. Paolo Borsellino diceva una frase bellissima, secondo me: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Ecco,  qualsiasi progetto futuro, sarà rivolto soprattutto a migliorare, nel mio piccolo, la mia terra. Credo che sia necessario fare di tutto per lasciare, alla fine della nostra vita, le cose in uno stato migliore rispetto a come le avevamo trovate.

:: Recensione di Il segreto del Morbillaio di Danilo Giovanelli a cura di Maurizio Landini

9 agosto 2010

morbillaio-coverDanilo  Giovanelli “Il segreto del Morbillaio”, Edizioni XII, pagine 179 recensione di Maurizio Landini

Saturnetto Vinceslovo, detto il Morbillaio perché più “fragile di altri provò su di sé tutte le malattie che il buon Dio aveva avuto l’accortezza di diffondere a valle, maturando contorto, piagato e giallastro, colore della polenta con la quale si mimetizzava” è un celebre poeta di Vermiziano. La scuola elementare del paese porta il suo nome e sorge proprio sulle fondamenta della casa del cantore vermizianino.
   Una scuola tranquilla, tutto sommato, divisa fra bulli e secchioni, sfide all’ultimo sms tra messaggiai, e gare di onniscienza fra piccoli super-saccenti.
Finché il segreto del Morbillaio non rischia di essere svelato da un gruppo di ragazzini: Ebète il ragazzo cosmopolita dall’improbabile esperanto, Elio il secchione sempre in gara con Donnetta Spilunga, Crescione il maniaco dei videogiochi, Erode travolto da malattie e medicine, Cassadra la bambina posseduta dal’aristocratica Dorotea Rossi Maniscalchi de’ Falchi Rovi. Ma i Goonies della Quinta A Saturnetto Vinceslovo dovranno vedersela con la vecchia Gioconda di cui si racconta che “ha fatto fuori qualche ragazzino. E poi li seppellisce nella sua cantina” e con gli Amici del Morbillaio, fanatici estimatori del poeta, gelosi custodi delle sue opere…
   Un racconto fantasy avventuroso, divertente e scanzonato dove Giovanelli reinventa lo “slang della spensieratezza” nell’eterna sfida fra generazioni, tra complicità dell’amicizia e stregoneria della solitudine.