Graziano, iniziamo con un aspetto delle tue ricerche che mi affascina in modo particolare: ho letto che hai approfondito gli studi di Carl Gustav Jung e dei neo-junghiani: quanto del grande psicoanalista svizzero -e della sua corrente-, è presente nella tua narrativa?
In Raimondo Mirabile, futurista lo trovi in certi passaggi che riecheggiano il concetto di sincronicità o, per dirla con Deepak Chopra, il sincrodestino. In parole povere, il ruolo che le coincidenze hanno nella nostra vita. E, proseguendo, in certi brani incentrati sul sogno, sui miti e gli archetipi in genere. Ma sto giusto scrivendo dei racconti che, in parte, si basano sugli spunti di questo geniale pensatore e psicanalista, e su quelli altrettanto originali di James Hillman.
Raimondo Mirabile Futurista è stato apprezzato molto dagli appassionati di fantascienza. Tu stesso coltivi la passione per il genere da anni e sei stato finalista al Premio Urania per ben due volte. Quando hai scritto il romanzo, pensavi a questi lettori in particolare o avevi in programma una storia di genere fantastico nel senso più ampio del termine?
A essere sinceri, e senza grandi pretese, speravo un po’ di ampliare i temi della fantascienza. L’idea di un maggiordomo che fosse anche l’io narrante mi stuzzicava non poco. Per cui, sì, pensavo nello specifico ai lettori di fantascienza, per quanto il romanzo strizza l’occhio ad altri generi.
Raimondo Mirabile strizza l’occhio a Verne, Wells, Conan Doyle e, per certi versi, anche allo Steampunk. Quali sono le fonti d’ispirazione per questo romanzo?
Oltre ai grandi che tu citi, imprescindibili per la realizzazione del romanzo, direi James Blaylock, uno scrittore forse sottovalutato in Italia. Poi, i fumetti di Ruse di Mark Waid, il Docteur Mystere scritto da Castelli, i fumetti di Rex Mundi, certi echi orrorifici, scrittori come Machen, Hoffmann, Stoker e M.R. James. Ricordo che l’idea, comunque, partì dalla lettura de Il diario segreto di Phileas Fogg di P. J. Farmer, nel quale si scopriva che Phileas Fogg era in realtà un agente segreto in lotta contro nemici cosmici che ambivano a invadere la Terra. Inoltre, R. G. Assagioli e i suoi saggi sulla volontà, C. G. Jung, F. T. Marinetti, la mitologia indiana e l’occultismo in genere.
Nel tuo blog ci sono diversi post dedicati al cinema. Come è nato l’amore per la settima arte?
Quando vivevo in Australia, stavo alzato fino a tarda notte a vedere film con mia madre. Lei si teneva su grazie a un thermos pieno di caffè; io grazie alla sua vicinanza e alla meraviglia di quello che vedevo. E’ una magia che mi accompagnerà per sempre.
Tra la passione per il cinema del tuo libro Ladri di Locandine e l’alchimia paranormale di Raimondo Mirabile Futurista esiste una sorta di filo conduttore?
No, non credo. Si tratta solo dell’espressione di due mie grandi passioni. Però, a pensarci bene, Ladri di locandine è un romanzo di formazione sul valore dell’amicizia; Raimondo Mirabile, futurista è un romanzo di formazione truccato che mette in campo valori anche qui assimilabili all’amicizia. Raimondo e Gregorio sono di fatto indivisibili, anche se qui, rispetto a Ladri di locandine, entra in gioco l’amore filiale e quello paterno. Ad ogni modo, restano due libri diversi, e forse distanti, tra loro.
Passare da una storia per ragazzi a una destinata a un pubblico più maturo ha comportato per te delle difficoltà? Pensi che al giorno d’oggi esista ancora una separazione “di scaffale” tra letteratura per ragazzi e per adulti?
Nessuna difficoltà. Quando una storia mi piace, la sento, non esito a mettermi a scriverla. Non ho preferenze di genere. Passo dal giallo alla fantascienza, dal libro per ragazzi a quello per così dire mainstream, senza dubbi o esitazioni. Per quanto riguarda la separazione “di scaffale”, direi che oggi non esiste più di tanto. Anzi, è mia modestissima opinione che ci troviamo in un periodo che prelude a un nuovo Rinascimento letterario. Lo scrittore oggi è e deve sentirsi libero di muoversi a suo piacimento tra i generi letterari. Deve sentirsi libero di sperimentare, di giocare, di osare; in una sola parola, di inventare. L’invenzione di nuove storie è un modo per esperire meglio il reale, ma anche per avvicinarci (come insegna proprio la fantascienza) a ciò che sta in alto, a ciò che vediamo, all’assoluto tout court. Come diceva non ricordo quale autore di fantascienza, forse Arthur C. Clarke: “Se voglio parlare con Dio, posso farlo solo con una storia di fantascienza”. Ecco, la mia idea è che non debbano esistere separazioni o divisioni: la letteratura è una sola, ma per scriverla abbiamo bisogno di infiniti linguaggi.
Quanto, secondo te, c’è dello “spirito futurista” decantato da Marinetti & Company nella fantascienza contemporanea?
Beh, senza andare lontani, ed evitando scomodi paragoni con il Cyberpunk o il Transumanesimo, il Connettivismo italiano riflette a suo modo il Futurismo. O forse ne costituisce l’ideale prosecuzione. Per quanto, da quello che ho potuto capire, si riallaccia anche ai crepuscolari e ai surrealisti, forse anche all’Ermetismo come idea o concetto. A ogni modo, quella dei connettivisti mi sembra una delle realtà più sensate, più ardite e più agguerrite della fantascienza italiana. Prevedo un grande futuro per questi neo-futuristi che forse hanno avuto (e hanno tuttora) il merito di aver ampliato gli orizzonti della percezione e del sentire.
Come è nata la collaborazione con le Edizioni XII?
Ho letto il bando del concorso iNarratori su http://www.frantascienza.com, ho partecipato con Raimondo Mirabile, futurista, e da lì è nata la mia collaborazione con i terribili 12.
Segui la letteratura italiana del fantastico? Ci sono degli autori di genere le cui opere ti hanno colpito in modo particolare?
Se parliamo di fantascienza, sì. Negli anni, ho letto più che volentieri i lavori di Valerio Evangelisti, Luca Masali, Massimo Pietroselli, Francesco Grasso, Giovanni De Matteo, Francesco Verso, Donato Altomare, Clelia Farris, Giuseppe De Felice, Lanfranco Fabriani, Claudio Asciuti e, last but not least, Errico Passaro di cui ho molto apprezzato Zodiac.
Nella vita, Graziano Versace ha più la temerarietà di Raimondo Mirabile o più l’aplomb del suo maggiordomo Gregorio?
Né l’una, né l’altro. Sono solo un fabbricatore di storie che ama la pace e la tranquillità. Mi bastano una cucina, un computer e una pausa caffè ogni tanto. Non chiedo altro.
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:: Intervista a Graziano Versace a cura di Maurizio Landini
20 settembre 2010I primi due capitoli di Devil Red di Joe R. Lansdale
17 settembre 2010
Il 30 settembre uscirà per Fanucci editore Devil Red di Joe R. Lansdale, nuovo episodio della serie di Hap e Leonard, la coppia di investigatori più divertente e insolita del noir. Nell'attesa, prima di leggerlo e recensirlo, la prossima settimana, pensando di farvi cosa gradita, pubblicheremo integralmente su Liberidiscrivere i primi due capitoli del libro.
"Un realismo e un’intensità che solo la penna di questo scrittore sa regalare ai suoi lettori”
Horror mania
“Lansdale è un creatore di personaggi, i suoi romanzi e racconti – venduti a milioni in tutto il mondo – sono fatti per chi ama le tinte forti e surreali: incursioni dal fiabesco alla fantascienza all’horror, caratteri spesso sopra le righe, sgangherati e nevrotici, omicidi e spacconi, a modo loro innocenti, più spesso orribilmente furbi, oscillanti fra umorismo e violenza, edonismo e sopraffazione.”
La Stampa
Il libro: Non ancora paghi delle ultime avventure e dell’incontro con la leggendaria killer Vanilla Ride, Hap e Leonard decidono di continuare la loro attività di investigatori privati, anche se vorrebbero poterla svolgere nella legalità, una volta tanto. Il primo caso che affrontano, però, è uno dei più
incredibili che sia mai capitato loro, e tra una specie di setta vampirica, una strampalata organizzazione di killer mercenari, Hap è sull’orlo di una crisi di nervi. Ma non c’è tempo
per riposare: lui e Leonard sono troppo impegnati nel disperato tentativo di non farsi ammazzare da una serie di personaggi che li hanno presi di mira, tra cui il killer Devil Red, la Dixie mafia e una loro vecchia conoscenza, che potrebbe rivelarsi un prezioso alleato o il peggiore nemico mai affrontato.
L'autore: Joe R.Lansdale (1951) è autore di oltre venti romanzi e più di duecento racconti. Ha ricevuto moltissimi premi e riconoscimenti, tra cui l’Edgar Award per In fondo alla palude, e il Bram Stoker Horror Award (sei volte). Per Fanucci Editore, che oggi pubblica in esclusiva le sue opere, sono usciti anche i romanzi Atto d’amore, Freddo a luglio, L’anno dell’uragano, Il lato oscuro dell’anima, L’ultima caccia, Echi perduti, Freddo nell’anima, Il valzer dell’orrore, La ragazza dal cuore d’acciaio, Fuoco nella polvere, La morte ci sfida, Il carro magico, Sotto un cielo cremisi (quest’ultimo parte della fortunatissima serie di Hap e Leonard) e le antologie di racconti Maneggiare con cura e Altamente esplosivo.
:: Recensione di Siculospirina di Pippo Russo
16 settembre 2010
La “sicilianitudine” come si sa è più di una filosofia di vita e il dialetto siciliano, una vera lingua a tutti gli effetti, assume un ruolo determinante nel caratterizzarla. Per chi volesse curiosare nei segreti del dialetto siciliano, conoscere parole quasi incomprensibili per noi continentali e fantasiosi modi di dire che non trovano riscontro in nessuna altra lingua propongo un divertente e originale volumetto uscito quest’estate per la Dario Flaccovio Editore, e scritto dall’arguta penna del giornalista, professore universitario e saggista agrigentino Pippo Russo che di “sicilianitudine” se ne intende. Russo ha curato per anni, per l’edizione siciliana del quotidiano La Repubblica, la rubrica “Sicilianismi” e da poco ha deciso di raccogliere gli articoli più divertenti e interessanti in Siculospirina –45 compresse di purissimo siciliano. Già la copertina raffigurante la grafica di una confezione di aspirina ci trasporta nello spirito vagamente goliardico del libro che a tratti spassoso e a tratti riflessivo promette comunque di farci passare qualche ora in allegria. Curiosando tra le pagine scopriamo che se il pericolo incombe il siculo dice Accura! o che quando c’è da chiudere il siciliano dice Accurzamu! Per non parlare poi del fatto che la cosa più degradante per il siculo è essere chiamato sceccù. Russo con esilarante simpatia ci descrive le vicissitudini di un siciliano che cerca di farsi dare da un barista continentale uno scioppetto e ci intrattiene con la dettagliata spiegazione di espressioni come comprare un figlio, buttarsi malati, buttare voci, far cadere la faccia a terra. Divertentissimo l’ episodio in cui ipotizza cosa sarebbe successo se Diana Ross fosse nata nissena.
Siculospirina. 45 compresse di purissimo siciliano. Pippo Russo. Dario Flaccovio Editore Anno: 2010. Pagine: 192. Prezzo: € 12,00.
Intervista a Carolina De Robertis a cura di Cristina Marra
16 settembre 2010
Autrice di racconti e traduttrice pluripremiata, Carolina De Robertis esordisce come scrittrice con “La bambina nata due volte” (Garzanti, pag.447 euro 18,60) un romanzo che attraverso tre generazioni di donne racconta le vicende storico-sociali sudamericane. Cresciuta in Uruguay e di origini italiane, De Robertis vive in California ma mantiene forte il suo legame con la terra della sua infanzia a cui dedica il romanzo “è la mia lettera d’amore all’Uruguay, e il viaggio per scriverlo mi ha riportato al cuore del mio retaggio familiare”. Nel romanzo c’è tanto della sua famiglia e sono numerosi i personaggi e le situazioni tratte dalla sua vita e dai suoi incontri in Uruguay. Pajarita, Eva e Salomè sono le tre protagoniste, donne forti, donne speciali che lottano per i loro ideali e per le loro passioni. Da Montevideo a Buenos Aires a Cuba, le storie delle tre donne si intrecciano con i cambiamenti di un continente in continuo fermento.
Carolina, hai scritto il romanzo in otto anni. Mi racconti com’è stato il tuo lavoro di ricerca?
“Ho fatto tantissime ricerche dal primo anno all’ultimo, sempre esplorando, imparando e immergendomi totalmente nel lavoro. Ho letto molti libri, ho studiato vecchie fotografie ed ho ascoltato i racconti della tradizione orale e poi ho camminato per le strade assorbendo sguardi, odori, suoni ed emozioni”.
Quanto sono importanti i colori, gli odori e i sapori nel romanzo?
“ Mentre scrivevo il libro mi sforzavo di includere tutti i cinque sensi per quanto potessi. Spesso gli scrittori si fermano a dettagli visivi o fonetici, ma è importante e utile riuscire a riportare anche tutto il resto, i profumi, tessuti, aromi, gusti di quel mondo che narriamo. Realizzare questo era importante soprattutto per me perché stavo scrivendo un romanzo storico e volevo trasportare me stessa e il lettore in un altro tempo e in un altro spazio”.
Dedichi il romanzo all’Uruguay. Quanto conta l’ambientazione nel tuo libro?
“Moltissimo. È profondamente importante. Per me, Montevideo e la nazione dell’Uruguay sono dei veri e propri personaggi. A livello personale il romanzo per me rappresenta una lettera d’amore all’Uruguay.”
Le tre protagoniste sono donne determinate e coraggiose. I personaggi femminili sono più forti di quelli maschili?
“ Non vedrei questa distinzione. Tutti i personaggi hanno i loro difetti, pregi ed esperienze che caratterizzano i loro ruoli in modo differente.
Carolina-lettrice. Che ami leggere?
“Amo leggere qualsiasi cosa ma in particolare romanzi. Quest’anno mi è particolarmente piaciuto “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk e “l’Odissea” di Omero”.
:: Recensione di La formazione culturale di Antonio Gramsci 1910-1918 di Michele Marseglia
16 settembre 2010
Nel solco della rinascita dell’interesse per gli studi gramsciani va inserito il saggio di Michele Marseglia La formazione culturale di Antonio Gramsci 1910- 1918, opera notevole che pur nella sua essenzialità e brevità getta uno sguardo su quel periodo delicato e fondamentale in cui si formarono le basi del pensiero non solo culturale, ma più nello specifico filosofico e politico del celebre pensatore di Ales. Ricostruire la genesi e gli sviluppi del pensiero gramsciano si preannuncia un’ impresa complessa se non titanica ma Marseglia con una lucidità di pensiero e una precisione concettuale di prim’ordine si addentra nella materia e la padroneggia con l’onestà intellettuale dello studioso e nello stesso tempo la vivacità dell’appassionato, non a caso il saggio è risultato vincitore alla XI edizione del prestigioso premio Gramsci conferitogli dall’ Associazione Casa Natale Gramsci. Filologicamente ineccepibile, il testo di Marseglia, attraverso l’ analisi critica e comparativa delle fonti e la correttezza delle metodologie di indagine giunge ad un livello di analisi così accurato e chiaro da essere comprensibile a tutti pure a coloro che si avvicinano per la prima volta allo studio di queste tematiche. Il saggio si divide in tre capitoli: Gramsci e il sardismo, il garzonato universitario e Gramsci tra positivismo, idealismo e marxismo. Con chiarezza espressiva e una trattazione completa e approfondita inizia ad analizzare la formazione scolastica di Gramsci al liceo Dettori di Cagliari e i suoi primi scritti tra cui il bel saggio scolastico intitolato Oppressi e oppressori in cui è già evidente la precisa dirittura politica del giovane Gramsci e le sue componenti civili e morali. Già in quest’opera inesperta e per molti tratti ingenua sono visibili le caratteristiche di originalità e di interpretazione critica e soggettiva che pongono lo studio ben al di sopra di un semplice scritto scolastico. Certamente bisogna aspettare il periodo universitario torinese per trovare le prime espressioni complete del pensiero gramsciano della sua formazione, ma già nel periodo sardo sono presenti quei germi e quelle radici che caratterizzeranno tutto il suo pensiero successivo. Marseglia analizza e compara tutti gli scritti giovanili e con intuizioni decisamente originali apre nuove ipotesi di studio e getta una nuova luce su quelle problematiche a lungo trascurate o del tutto ignorate. Interessante è il risalto che l’autore da all’influenza di Salvemini nella formazione culturale e politica del giovane Gramsci e al suo avvicinarsi al socialismo “contadino” e alla sua interpretazione della questione meridionale. Questa ultima tematica è strettamente legata al sardismo di Gramsci ovvero a quel preciso stato d’animo “intriso di patriottismo locale e di risentimento polemico contro i continentali”che lo porterà a intraprendere una vera e propria lotta contro il governo centrale per difendere gli interessi e l’indipendenza della sua isola. Durante il periodo universitario, il fermento intellettuale, la vicinanza con illustri professori capaci di grande erudizione ma anche di trasmettere un più vivido insegnamento umano, tutto contribuisce a spingere Gramsci ad intraprendere un serio studio delle condizioni economiche, sociali e politiche del suo periodo. Si appassionerà per esempio alla glottologia, farà il suo esordio nel giornalismo scrivendo sul Corriere Universitario, verrà influenzato dall’idealismo e infine si avvicinerà a Marx. L’ intransigenza morale, la curiosità intellettuale e lo spirito critico che accompagnano Gramsci sin dagli anni giovanili sono le fondamenta stesse del suo pensiero a capendo questo si potrà fare poi meglio comprendere gli scritti dell’età matura.
La formazione culturale di Antonio Gramsci (1910-1918) Michele Marseglia Editore Aracne, pagine 200, brossura, anno di pubblicazione 2010, prezzo di copertina Euro14,00
Michele Marseglia, Avvocato, Funzionario di Trenitalia , è nato a Frattamaggiore il 5 agosto 1952, Consigliere comunale 1978-1981 e segretario della locale sezione dell’ex Pci nel 1978. E’ laureato , oltre che in Giurisprudenza, in Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico 2° ed ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento in Filosofia e scienze dell’educazione.
Questo post è presente anche sul portale di commenti e news letterarie Imieilibri.it : http://www.imieilibri.it/?p=3275
:: Intervista con Davide Rondoni a cura di Nicoletta Scano
15 settembre 2010Benvenuto Davide Rondoni su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Lei ha cominciato a scrivere all'età di otto anni. Ha pubblicato una raccolta di poesie, La frontiera delle ginestre, giovanissimo. Come descriverebbe il suo rapporto con la lirica? Ha iniziato a scrivere per vocazione o ‘per avventura’? Diventare poeta era il suo sogno d'infanzia?
Non immaginavo lontanamente cosa sarebbe stata la mia vita. Non esiste una vita da poeta. Quando feci il primo libro non mi aspettavo se non di impegnarmi seriamente in questa strana passione ossessione obbedienza entusiasmo che è la poesia. Il mio rapporto con la poesia? Sono un cane che abbaia contro l'infelicità. La poesia è il morso della vita nel cuore, e la delicatezza del mistero dell'esistente.
Parlando di approccio alla scrittura e alla lettura, e considerato il suo punto di vista circa la difficoltà dei ragazzi ad innamorarsi della letteratura, ci sono degli autori o delle opere che hanno rappresentato per lei, soprattutto nella giovinezza, una fonte di ispirazione?
Mi innamorai di Baudelaire, Rimbaud e altri poeti assoluti. Poi ne sono venuti tanti…maestri vicini e lontani. Ma uno si interessa alla poesia se è interessato alla propria avventura umana, non alla letteratura. I libri interessano di per sé solo pochi bibliofili o amanti dell'intrattenimento letterario. A meno che la indagine, la passione e la ferita per la vita non ti spingano a cercare nelle parole di uomini che hanno messo a fuoco la propria vita cose che parlano alla tua esperienza. Così vennero Luzi, Testori, Bigongiari e altri maestri, frequentati e studiati. Ma se scrivi un'altra volta "approccio", non risponderò mai più a una tua intervista!
La accontento e mi impegno solennemente a non usare più questo verbo quando mi rivolgo a lei!
Ha un sito Internet molto aggiornato e ricco di contenuti (www.daviderondoni.com): quale opinione ha dei nuovi canali di informazione, di Internet e delle nuove possibilità di fruizione dei testi e delle opere? Ci sono riviste, blog o siti di informazione letteraria che segue?
Cambiano i supporti, non l'esperienza della poesia. Una volta si scriveva su pergamena ora su aria elettronica. Di per sé il supporto non rende la poesia né più bella né più moderna, solo i babbei lo credono. Sì certo, ci sono condizionamenti nella nuova situazione: il primo è l'illusoria facilità di pubblicazione/esibizione che rende più arditi coloro che invece dovrebbero attendere un po' di più e lavorare meglio. Mi arrivano tante cose via mail, sono aperto a ogni canale.
Immagino che più volte le sia stato chiesto di esprimere un’opinione sulla funzione della poesia. Più in particolare, vorrei sapere se ritiene che questa forma d'arte possa essere apprezzata ancora oggi da un vasto pubblico, fino ad essere riconsiderata un patrimonio di tutti, oppure se in qualche modo la poesia sia destinata a rappresentare una passione d’élite.
Sono contrario all'uso del termine e della categoria di "pubblico" per quel che riguarda la poesia. Si tratta sempre di una esperienza personale. E’ difficile da misurare in termini mercantili e sociologici. I poeti devono offrirsi. Il resto c'è, l'ascolto di tanti c'è. La poesia è già un bene comune. E finché ci sarà un uomo ci sarà la poesia e lo stupore della sua esistenza
Concludendo questa breve intervista, approfitto del suo eclettismo e della sua personale cultura per chiederle qualche consiglio di lettura: vuole suggerire, a suo gusto, tre opere, una che racconti la passione, una che faccia riflettere sull'etica ed una che semplicemente ispiri l'anima?
Ah, bizzarra sei! Te ne consiglio tre che valgono per tutte e tre le cose: La strada di Mc Carthy. Vita di un uomo di Ungaretti. Hermann (mio, e scuso l'accostamento…).
:: 5 domande a Ian Rankin
14 settembre 2010
Traduzione a cura di Raffaella Marchese della redazione Longanesi
Grazie Ian e benvenuto su Liberi di scrivere. E’ per me un onore intervistare il padre dell’ispettore Rebus una delle voci più significative del poliziesco non solo europeo. Mi piacerebbe conoscere qualcosa su di te che non hai mai detto nell’interviste, qualche lato privato del tuo carattere.
Dunque, cosa posso dire che non ho mai detto a nessuno… sono ossessionato dall’idea di avere tutto sotto controllo. Sono una specie di “control freak”. Voglio fare tutto da me: e-mail, telefonate, andare in posta. Non ho mai voluto una segretaria che sbrigasse le cose pratiche al mio posto. Quando vado a fare la spesa mia moglie è terrorizzata perché sistemo tutti i barattoli e le lattine con l’etichetta rivolta all’esterno. Pensa che io sia totalmente matto!
Sei stato definito da James Ellroy "Il re incontrastato del giallo scozzese". Se dovessi descrivere il panorama del “Tartan noir” quali autori apprezzi di più e cosa vi caratterizza e vi differenzia dal restante poliziesco nordico?
Quando ho iniziato a scrivere crime fiction non c’erano molti scrittori scozzesi. Ora siamo in molti. C’è Chris Brookmyre, Denise Mila, Val McDermid, Allan Guthrie, tutti scrittori che amo molto. C’è sempre stata una tradizione in Scozia legata al Gothic Psychological Novel e anche oggi, nei gialli, c’è una certa predilezione per l’oscurità, la cupezza. Il che ci avvicina agli scrittori scandinavi forse. In Inghilterra è più tipico il detective gentiluomo, la vecchia signora arguta, l’assassinio senza sangue. Il tutto magari si svolge in un tipico villaggio inglese dove si gioca a cricket la domenica. L’equivalente scozzese è ambientato in un paesaggio fortemente urbanizzato ed è caratterizzato da un forte realismo sociale.
Edimburgo è per te più di una città, ma un vero e proprio personaggio con pregi e difetti, umori e umanissime debolezze. La luce di Edimburgo deve avere qualcosa di magico. Cosa ami di più della tua città e cosa te la rende così speciale tanto da ambientarci frequentemente le tue storie?
Non sono cresciuto a Edimburgo. Ho iniziato a viverci a 18 anni, da studente. Vivendoci volevo però capire questa città, le sue contraddizioni e allora ho cominciato a scrivere e continuo a farlo, è un processo ancora in corso. Edimburgo è una città molto strana, misteriosa, ancora oggi non l’ho capita. Sembra conservare dei segreti. Ci sono castelli, musei, opere d’arte, ogni volta che la visiti si sente il senso del passato, ma non si riesce mai a conoscere bene la superficie, il presente.
In un colpo perfetto tuo nuovo romanzo in uscita in questi giorni in Italia per Longanesi interrompi la serie di Rebus e ci presenti una banda un po’ bizzarra di aspiranti delinquenti alle prese con il colpo che dovrebbe cambiare la vita. Com’è raccontare il crimine dal punto di vista di chi lo compie? Ti sei divertito in questa nuova veste narrativa?
È stato molto molto divertente perché i personaggi, la storia sono molto diversi da quelli cui ero abituato, dalla serie su Rebus intendo. Sono uomini d’affari, sono ricchi, colti e annoiati e pensano che la rapina sia una cosa entusiasmante da organizzare, una sfida che valga la pena. Il problema sorge quando il furto viene portato a termine. Da quel momento la loro vita cambierà completamente.
Rebus tornerà? Attualmente stai scrivendo un nuovo capitolo della sua serie ? Parlaci dei tuoi progetti futuri.
Rebus tornerà, tranquilli. Ma non subito, non tra pochissimo. Ora mi sto occupando di una squadra speciale di poliziotti che esiste in Scozia, sono gli Internal Police Affairs. Sono poliziotti che si occupano di casi irrisolti e ho creato dei personaggi molto diversi, psicologicamente, da Rebus: loro seguono le regole, non le rompono. Scriverò 2 libri su questa serie. Poi forse Rebus tornerà: o da solo o a fianco di qualcuno dei personaggi di questa nuova serie.
:: Recensione di Devozione di Antonella Lattanzi a cura di Valentino G. Colapinto
13 settembre 2010
DEVOZIONE di Antonella LATTANZI: 372 pp. in brossura, prezzo di copertina € 18,50 [Einaudi Stile Libero Big, 2010]
Esiste una ricca letteratura intorno alla tossicodipendenza. Si pensi a capolavori come “I Ragazzi dello Zoo di Berlino” di Christiane F., “Requiem per un sogno” di Selby Hubert jr o “Trainspotting” di Irvine Welsh. Mancava, però, nella letteratura italiana un romanzo che potesse paragonarsi a quelli succitati. Mancava fino a pochi mesi fa, perché Devozione di Antonella Lattanzi (Bari, 1979) è uno dei più bei libri mai scritti sull'eroina, nonché un capolavoro in assoluto e probabilmente il miglior esordio del 2010. Innanzitutto, è un libro che nasce da quasi cinque anni di lavoro di ricerca sul campo, alla “Gomorra”, durante i quali l'autrice si è finta tossicodipendente (senza provare però mai l'eroina, come avrebbe fatto invece, più o meno discutibilmente, un William T. Vollmann, ma non gliene facciamo certo una colpa, anzi!) e ha frequentato Sert, comunità di recupero, piazze di spaccio come Secondigliano o Scampia, mettendo a repentaglio la sua stessa incolumità fisica. Questa documentazione molto approfondita si unisce a una straordinaria capacità mimetica da parte della Lattanzi, che riesce a identificarsi completamente nei piccoli eroi di Devozione, travolgendo il lettore con un'ondata emotiva più unica che rara. Per rendersene conto, basta provare a leggere le prime pagine e ritrovarsi catapultati di colpo nel mondo feroce e frenetico degli eroinomani di oggi, ben diversi da quelli degli anni '80. Protagonista è Nikita, una ragazza della Bari bene, che – spinta dal ribellismo adolescenziale e dalla fascinazione per Christiane F. e Cesare di “Amore Tossico” di Caligari – si dà all'eroina, cominciando un percorso autodistruttivo che la porterà a vivere esperienze terribili e dolorose. Suo compagno è Pablo, uno studente universitario calabrese, che grazie al metadone riesce a continuare gli studi, a dispetto della sua tossicodipendenza, mantenendo così una parvenza di normalità. Insieme decideranno di rapire una ricca francesina, Annette, alla ricerca della sua prima pera nel quartiere delle stelle cadente, San Lorenzo, a Roma. Non vogliamo raccontare altro, per non rovinare la sorpresa al lettore. Basti sapere che a un intreccio romanzesco molto avvincente, ricco di colpi di scena, si affianca uno stile letterario davvero sapiente e maturo, sorprendente per una scrittrice così giovane, che va sicuramente tenuta d'occhio.
Valentino G. Colapinto
:: Intervista con Alex Preston
11 settembre 2010
Ciao Alex. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Alex Preston?
Grazie per avermi invitato. Alex Preston è un giovane romanziere inglese che di recente è sfuggito ad una terribile vita da banchiere. Ha una moglie splendida e due bei figli e vive a Londra. Scrive per un giornale di sinistra britannica chiamato The New Statesman e ha appena consegnato il suo secondo romanzo al suo editore inglese, Faber and Faber. Il suo primo libro, Questa città che sanguina, è stato un best-seller in Inghilterra e ha vinto il Spear’s Best First Book Award. Passo ora a smettere di riferirmi a me stesso in terza persona: mi suona molto pretenzioso.
Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.
Sono nato in Surrey, in Inghilterra. E 'appena fuori Londra. Ho vissuto un'infanzia felice che è stata crudelmente interrotta dal collegio all'età di tredici anni. Molti dei miei più cari ricordi d'infanzia sono in Italia: la famiglia di mio padre aveva una casa appena fuori di Asti in Piemonte. Ho trascorso tutte le mie vacanze li in quelle bellissime colline.
Perché sei diventato uno scrittore?
Mio nonno, Samuel Hynes, è uno scrittore e professore di Letteratura Inglese all'Università di Princeton negli Stati Uniti. L’ ho sempre ammirato enormemente. Ho scritto per tutto il tempo che posso ricordare e penso che sia stata sempre come una sorta di omaggio a lui.
Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.
Questa città che sanguina è la storia di un giovane uomo che tenta di farsi un’ esistenza nel materialistico e oscuro secolo ventunesimo. Charlie Galles frequenta università ad Edimburgo in Scozia e poi va a lavorare per un hedge fund nella City di Londra. Lui è innamorato di una ragazza francese, Vero, e ritiene che se può avere un enorme successo finanziariamente, egli sarà in grado di conquistarla. Poi i colpi della crisi finanziaria colpisce e tutte le certezze di Charlie vengono eliminate. Il romanzo parla di come lui cerca di rialzarsi da terra e farsi una nuova vita. Mio nonno, ha scritto una grande opera critica, la generazione Auden, ed è stato pubblicato da Faber and Faber, nel 1979, anno della mia nascita. Ho chiesto al mio agente di inviare il mio romanzo solo a loro. Mi ha fatto piacere che l' abbiano accettato. Quindi un percorso indolore ed emotivo per la pubblicazione.
Chi sono i tuoi scrittori preferiti, europei o americani?
Roberto Bolano, WG Sebald, Georges Perec, F. Scott Fitzgerald, PG Wodehouse.
Dimmi qualcosa sul tuo paese, la tua città. Qual è il tuo background?
Il mio trisnonno era primo ministro d'Inghilterra: l'Earl Grey. Il nome del tè è in suo onore. Io vivo ora nel nord-ovest di Londra, vicino a Notting Hill.
Come hai avuto l'idea per il tuo primo libro, Questa città che sanguina edito in Italia da Elliot Edizioni?
Ero stato orribilmente annoiato dal mio posto di lavoro in finanza. Infine, quando la crisi ha colpito, mi sentivo al centro di qualcosa di veramente monumentale. Anche se qualcuno potrebbe pensare che il mondo della City sia troppo astratto, troppo noioso per un romanzo, infatti la straordinaria volatilità dei mercati azionari ha fornito un montaggio parallelo al boom emotivo.
Che tipo di ricerca hai svolto per il tuo primo libro?
Molto poca. Era un mondo che conoscevo molto bene.
È un romanzo sulla City con trama romantica? Perché hai deciso di scriverlo?
Non sto cercando di discolpare i banchieri. La maggior parte di loro erano persone terribili. Ma ho pensato che vederli solo come dei mostri non sarebbe giusto, poi potrebbero aiutarci a capire cosa è successo nel 2008. Volevo aprire le menti di questi personaggi, cercare di capire cosa li ha resi così. Mentre la stampa inglese ha naturalmente fatto uno enorme rumore circa gli elementi del romanzo che riguardano la City, è per me soprattutto una storia d'amore: la storia di un giovane, ossessionato da una ragazza e le cose folli che facciamo nella ricerca dell’ amore .
La crisi finanziaria del 2007 fino ad oggi è un tema importante del tuo libro. Ogni giorno giungono notizie allarmanti. È il materialismo del tuo personaggio principale conseguenza di questo?
Assolutamente. Egli è, in fondo, una brava persona, ma è stato orribilmente sfregiato dal materialismo del suo tempo. Il romanzo è incentrato sui suoi tentativi di rimpiazzare i comfort inconsistenti e deprimenti del materialismo con più autentiche esperienze di lunga durata.
I tuoi personaggi sono di fantasia, o molto spesso ti somigliano? Ci sono pezzi autobiografici?
Meno di quanto si possa pensare. Io non sono certo Charlie Galles. Forse c’è qualcosa di me nel suo amico Henry: un osservatore, sempre un po' scostato dal cuore delle cose.
Preferisci in un libro la descrizione del luogo, la descrizione di caratteri o i dialoghi?
Mi piace descrivere i luoghi, ma è soprattutto nel dialogo che si rivelano i personaggi di un romanzo.
Cos’ è per e il talento? Un regalo o un lavoro artigianale?
Un regalo che si deve trattare di tanto in tanto con tutta la serietà che ci mettiamo quando facciamo le dichiarazioni dei redditi o spacchiamo legna. E 'importante non farsi troppo prendere ad immagine un autore come un creatore divino.
Il tuo scrittore debuttante preferito?
Salinger? Se si intendi uno recente, poi mi è piaciuto molto A Whole Wide Beauty di Emily Woof.
Ci sono progetti cinematografici tratti dal tuo libro?
Sì. E 'stato opzionato da Films Hartswood e sono attualmente in trattative con la BBC.
Che cosa stai scrivendo in questo momento?
Ho appena finito il mio secondo romanzo che sarà pubblicato alla fine dell'anno prossimo.
Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.
Io gioco a calcio con l'attore James McAvoy (che era in Espiazione e L'ultimo re di Scozia).
Cosa stai leggendo in questo momento?
Haunts of the Black Masseurdi Charles Sprawson. Una storia meravigliosa di nuoto.
Hai un agente letterario?
Sì: Anna Power della Johnson e Alcock.
Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta famosa nella City.
Un uomo in abito da sera entra in un bar con un alligatore al guinzaglio.
"Servite i banchieri qui?" chiede.
"Certo", risponde il barista.
"Bene. Per me una birra e due banchieri per il mio coccodrillo, per favore."
Che cosa
è la libertà per te?
Camminare a piedi nudi nella sabbia con il mio bambino.
Come possono i lettori mettersi in contatto con te?
Tramite il mio sito web: http://www.alexhmpreston.com.
Vincitori II Concorso Letterario Nazionale āGiri di paroleā- Navarra Editore
10 settembre 2010Si conclude oggi venerdì 10 Settembre 2010 la seconda edizione del concorso letterario nazionale “Giri di Parole – Io e gli altri” indetto dalla siciliana Navarra Editore, casa editrice specializzata in autori emergenti, e rivolto a racconti o romanzi inediti. Oggi, tra tutti i testi pervenuti, la giuria di qualità, presieduta da Beatrice Agnello e Gian Mauro Costa ha reso noti i nomi dei selezionati le cui opere saranno pubblicate nel catalogo della casa editrice. La premiazione dei vincitori avverrà a Palermo all’interno di un speciale evento organizzato dalla casa editrice a fine ottobre. Nei prossimi giorni la comunicazione dei testi segnalati anche dalle due giurie speciali: Giuria popolare di face book e Giuria giornalistica. (Nella giuria Facebook c'eravamo anche noi).
L'elenco dei vincitori per le due sezioni:
Vincitori Sezione a) Racconti
Il vincitore assoluto, primo classificato della sezione è Marco Minnucci con “Il Baldacchino di uomini”.
Vincitori Sezione b) Romanzi
La giuria indica come vincitore del concorso il romanzo “Pimmicella e la comunità” di Francesca Picone.
:: Intervista con Elisabetta Bucciarelli
10 settembre 2010
Benvenuta Elisabetta su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Iniziamo da quello che so io di te: sei nata a Milano, oltre che scrittrice sei anche giornalista, ti sei diplomata in Drammaturgia presso il Laboratorio di Scrittura Drammaturgica del Piccolo Teatro di Milano, lavori per Booksweb.tv. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?
Grazie a te Giulia per la tua attenzione. Amo il teatro e il cinema, vengo da lì.
Un ricordo di Elisabetta bambina. Eri un maschiaccio o una bimba timida e introversa?
Ero estroversa e molto socievole. Poi la vita mi ha modificata. Tra i ricordi? Mia nonna paterna. E' stata lei a insegnarmi a raccontare storie.
La scrittura non è solo un mestiere ma è una vera e propria passione, per alcuni addirittura un male necessario. Come è nato in te l’ amore per la scrittura e soprattutto per il noir genere che sembra particolarmente adatto alle tue corde?
L’esistenza del male mi angoscia. Il noir mi permette di guardarlo da vicino, “per finta”. La scrittura c’è sempre stata, non ricordo un inizio.
Hai pubblicato fino ad oggi numerosi romanzi: Happy hour, Dalla parte del torto, Femmina de luxe, Io ti perdono e il bellissimo Ti voglio credere. Raccontaci per ognuno di essi una frase che lo caratterizza.
Il primo è acerbo e nervoso, con una rabbia ingenua. Dalla parte del torto è barocco nel linguaggio e racconta più storie (forse troppe) che hanno un peso specifico molto alto (un paio si sono avverate negli anni successivi, mi fa paura a volte). Femmina de luxe è un libro a cui sono molto legata, crudele e sincero. Io ti perdono è un concentrato emotivo, ho lavorato sulla scrittura per renderla tagliente e fastidiosa, così come la storia, difficile ma intensa. Ti voglio credere sta iniziando a vivere adesso, l’onda lunga di Io ti perdono continua e non gli sta lasciando lo spazio che si merita (sorride) . Non so ancora cosa ho scritto davvero. Le mie intenzioni erano di lavorare sulla differenza tra verità e giustizia. Ma i pareri che mi arrivano dicono anche altro.
Io ti perdono si è aggiudicato la Menzione speciale della giuria al Premio Scerbanenco 2009. Il tema del perdono è un tema molto forte che ha radici profonde. Pensiamo solo alle vittime del terrorismo, ai genitori che vedono il proprio figlio falcidiato da un pirata della strada. Il perdono è davvero lo strumento migliore per essere veramente liberi? Perché è così difficile perdonare?
Per il mio personaggio, Maria Dolores Vergani, perdonare è persino impossibile. Però lei, che è una donna normale, non vendicativa, senza rabbie represse sconosciute, ma normalmente al centro di torti inflitti e subiti, decide di non scartare mai nessuna possibilità di cambiamento. La sua vita puo’ e deve migliorare. Quindi vuole capire cosa significhi il perdono per chi lo “pratica” quotidianamente. Un prete pedofilo con una comunità omertosa intorno. Un crimine senza scampo contro la purezza e il candore. L’ipocrisia del quotidiano, che alimenta tanti rapporti di coppia.
Dolores Vergani è un personaggio complesso e sfaccettato una donna dall’apparenza molto forte ma con un cuore fragile e sensibile. Ti riconosci in lei o è solo frutto della tua fantasia?
Sono esattamente il contrario. All’apparenza fragile e insicura, ma in realtà molto forte e determinata.(Anche la Vergani si sta rafforzando, però J) In un paio di cose invece siamo simili: detestiamo la guerra e la violenza, gratuita o fintamente motivata. Non è per carità cristiana ma per profondo senso civico. E non ci piacciono gli opportunismi. Le cose si fanno perché si ha il piacere di farle, non per avere qualcosa in cambio.
Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?
Ho la sfortuna di avere un olfatto molto sviluppato. Le cose brutte sono legate a questo senso. Le belle, invece, alla vista.
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?
Ti dirò che all’inizio non mi ha aiutato proprio nessuno. Non sono abituata a chiedere. E’ stata dura ma le soddisfazioni, dicono, siano maggiori. Dal secondo libro in poi ho cominciato a incontrare persone che hanno apprezzato il mio lavoro e di conseguenza hanno creato consenso e opportunità nuove. L’elenco è lunghissimo, ho provato a farlo ma avrei riempito una cartella solo di nomi e cognomi. Posso dire, però, che per la maggior parte sono donne e di questo sono molto felice. Adesso che ci penso un nome lo faccio, la mia insegnante di Italiano del Liceo Donatelli. Si chiamava Miranda Carrea, sto cercando di rintracciarla in tutti i modi ma non ci riesco… chissà mai che qualcuno dei tuoi lettori la consca…
Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? Ti senti legata ai luoghi. Quale ti fa sentire di più a casa?
Ogni luogo che racconto ha con me un rapporto speciale. Non ho sempre vissuto a Milano, ma è la mia città e non la scambierei con un’altra. Ma anche la Valle d’Aosta, Cefalù, Roma, Torino e Ancona hanno un posto privilegiato nella mia vita.
Hai vinto numerosi premi letterari l’ultimo in ordine di tempo il premio prestigioso premio Fedeli quest’anno. Che esperienza è stata? Ti emozioni sempre come se fosse la prima volta?
I premi sono un’occasione promozionale. Se vinci o arrivi in finale è bello. Non mi piace quando lo scrittore deve fare spettacolo sul palco. Quel tipo di emozione non mi rende felice. Assistere alle votazioni in diretta, per esempio. Abolirei questo meccanismo a vantaggio di premiazioni che riconoscano le differenze dei libri e dei gusti del pubblico. Per esempio oltre a un primo classificato, assegnerei agli altri finalisti un alloro per la trama, uno per stile, uno per i personaggi… così sarebbero tutti ugualmente presenti per lo show e finalmente si parlerebbe dei libri e dei loro contenuti, più che delle performance di chi li ha scritti. E servirebbe anche allo scrittore, per valutare i punti di forza e di debolezza del suo lavoro.
Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei una perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?
Lavoro tanto, con istinto e costanza. Ma solo dopo aver lasciato a lungo nel pensiero l’idea, magari dei mesi (anche degli anni).
So che sei una lettrice instancabile. Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?
In questo momento ho appena finito di leggere Tutti gli uomini sono bugiardi, di Alberto Manguel (Feltrinelli). Le mie autrici culto sono Simone de Beauvoir e Clarice Lispector. Leggo molta poesia, cartacea e in rete. E saggi filosofici che qualche amico fissato mi consiglia a seconda del periodo emotivo che sto attraversando.
Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio?
Il coraggio degli esordienti (quelli veri, non quelli autopubblicati o a pagamento…) mi colpisce sempre tanto. Sono carne da macello in questo momento, quindi sto dalla loro parte a prescindere da quello che scrivono.
Definiscimi cosa è per te l’amore? Sei una donna romantica?
Siccome sono molto romantica, tengo Psiche lontana da Amore e mi sembra una buona strategia.
So che il teatro è un tuo grande amore. Hai collaborato alla stesura di diversi testi teatrali e cinematografici. In cosa scrivere per il teatro differisce dallo scrivere un romanzo?
Il teatro ha la forza del gesto che sostituisce le parole e l’emozione fortissima del rapporto diretto con il pubblico. Il libro è un tango a due, pieno di silenzi.
Hai pubblicato oltre ai romanzi anche due saggi Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico e Le professioni della scrittura. Come trasformare una passione in un lavoro di successo. Come ti sei documentata per la stesura di questi libri?
Li ho scritti dopo aver lavorato per dieci anni con un gruppo di malati di mente cronici e di portatori di handicap psicofici. La scrittura, per molti di loro, era l’unico canale espressivo. Ho iniziato a condurre corsi di scrittura prima ancora di pubblicare. Corsi strani, avventurosi. Tipo: “Sai come iniziano ma non come finiscono”. Nel primo libro c’è parte di questa esperienza. Nel secondo invece c’è la mia attesa di pubblicazione. Mentre aspettavo l’uscita di Happy Hour ho provato a chiedermi cosa avrei potuto fare con la scrittura se l’editoria non mi avesse accolto. Per questo il libro è dedicato a tutti coloro che sanno scrivere ma non raccontare.
Progetti per il futuro?
Sto cercando di vivere il presente. Che è intenso, estetico e molto stimolante.
Grazie Giulia per la tua intervista e grazie a i lettori del tuo blog.
Grazie a te Elisabetta è stato un piacere.
:: Recensione di āI love mini shoppingā di Sophie Kinsella a cura di Nicoletta Scano.
10 settembre 2010
‘Okay. Niente panico. Ho la situazione sotto controllo. Sono io, Rebecca Brandon (nata Bloomwood), l'adulta. Non la mia bambina di due anni. Il problema è che non so bene se lei se ne renda conto. "Minnie, tesoro, dammi il pony." Cercò di assumere un tono pacato deciso, come quello che ha Tata Sue in televisione.’
Una delle prime scene raccontate dall'autrice, giunta al sesto capitolo delle divertenti vicende di Becky Bloomwood, l’inimitabile e ormai leggendaria shopaholic famosa in tutto il mondo per le sue strampalate avventure tra centri commerciali, carte di credito, debiti ed esilaranti trovate che la salvano sempre ad un passo dall’inevitabile caduta libera nel baratro finanziario in cui riesce a catapultarsi in ogni episodio, fa il verso alle precedenti peripezie, richiamando l'apertura del primo episodio di questa saga moderna e divertente, tutta al femminile. Ma questa volta non è solo la bizzarra protagonista a creare pasticci, ad essere al centro di situazioni imbarazzanti e a stupire il lettore suscitando il sorriso, ma la sua piccola figlia di due anni che, nemmeno a dirlo, sembra aver ereditato dalla mamma l'amore per l'acquisto e la passione per i guai. Questo romanzo, come i precedenti cinque, è un inno al buonumore, una cordiale presa in giro che coinvolge un po' tutte le donne di oggi, fatalmente attratte dalle shopping, sbadate, forse ingenue ma in fondo sognatrici e generose, alle prese con le sfide della vita quotidiana, con la creazione di una famiglia, con l'amore e le difficoltà economiche. I critici possono anche storcere il naso, ma se pensate, come la sottoscritta, che la lettura debba essere anche uno svago, questo libro, come tutte le altre opere di Sophie Kinsella, è un garbato capolavoro di umorismo, una creazione leggera ma intelligente, che regala alle lettrici l'opportunità di ridere sui piccoli difetti comuni quasi tutte le donne, filtrandoli attraverso la sconcertante, vulcanica ed inattesa personalità della protagonista. Confermando la tendenza già mostrata nella sua penultima opera edita in Italia da Mondadori, ‘La ragazza fantasma’ (2009), l'autrice posa il suo sguardo anche sulle difficoltà emotive ed affettive delle famiglie moderne, raccontando con delicatezza i contrasti generazionali, le tensioni tra genitori e figli che non riescono a riconciliare un passato di separazione e mostrando una particolare predisposizione a suscitare il desiderio di un'armonia familiare del tutto moderna e sfrondata dalla retorica, ma pervasa da buoni sentimenti. Non si tratta di un libro imperdibile, ma questa è un'opera che non inganna il lettore, che è scritta per far sorridere ed intrattenere, obbiettivo che centra pienamente, presentandosi come un prodotto perfettamente confezionato, di qualità, di certo adatto per chi voglia prendersi una pausa e liberare la mente senza abbandonare un pizzico di autoironia.

























