Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Recensione di “Sugli Sugli Bane Bane” di Conte Nebbia alias Andrea Bruni a cura di Valentino G. Colapinto

9 dicembre 2010

suglisuglibanebaneNew Italian Dada 

Sugli Sugli Bane Bane” Conte Nebbia-Andrea Bruni: 160 pp. in brossura, prezzo di copertina €13,50 [Epika 2010]. 
Andrea Bruni (Faenza, 1969), alias il Conte, è ormai una vera e propria celebrità di Facebook e moltissimi sono gli amici telematici che ne amano la verve irresistibile, le battute feroci ed esilaranti, la sconfinata cultura cinematografica e letteraria. Confesso subito di essere tra questi.
Critico cinematografico e organizzatore di eventi, marxista rococò (come si definisce), Bruni è uomo dai molti talenti e con “Sugli Sugli Bane Bane” (SSBB d'ora in poi) si rivela anche ottimo scrittore.
Leggendo quest'agile operetta, un po' dada e un po' surrealista, che riprende il titolo da una canzone trash (e quindi adesso stracult) cantata dalle Figlie del Vento nel 1973, non si può fare a meno di sghignazzare e farsi condurre per mano da una scrittura brillante e coltissima come poche.
SSBN è un'apologia del non-sense, la narrazione dell'implosione del nostro immaginario collettivo, un Cha Cha Cha (o meglio un Bunga Bunga, visti i tempi) sul Titanic che affonda, una ghost-story in perfetto stile AvantPop.
I
l diabolico Aleister Crowley e l'inquieto James Dean, il cupo Baudelaire e la tagliente Mae West (che si porta appresso in una cappelliera la testa di Jane Mansfield), Totò, Jim Morrison e Pier Paolo Pasolini, e molti altri ancora si aggirano senza requie tra le pagine di SSBN, tutti al servizio di Eliogabalo, gran Maestro di Cerimonie della postmodernità, dando vita a un intreccio complicatissimo di trame e sottotrame, in cui è facile ma divertente perdersi, lasciandosi trascinare da un gioco affabulatorio travolgente come un fiume in piena.
Impreziosito da una coltissima prefazione di Giuseppe Genna, questo vademecum d'inizio millennio è composto da brevissimi capitoletti (quasi tutti da una a tre pagine), che costituiscono in pratica ciascuno un micro-racconto a sé. Forse è questa la nuova forma che deve assumere il genere romanzo, per essere fruibile dai contemporanei, dotati di una soglia d'attenzione sempre più bassa e fragile, ormai ridotta alla brevità di un sms, di un tweet o di uno status di Facebook?
Probabile. Di sicuro SSBB si legge tutto d'un fiato e con molto divertimento. Impossibile annoiarsi tra le sue pagine. Non ci sono tempi morti bensì una raffica continua di scene, dialoghi o citazioni argute e sorprendente.
Insomma, Andrea Bruni è un Oscar Wilde ai tempi di Facebook. E se possiamo dargli un consiglio, dovrebbe cominciare a raccogliere le sue battute e aforismi migliori per il prossimo libro, che speriamo non tardi molto. L'Apocalisse, si sa, è ormai alle porte… 

Valentino G. Colapinto 

Su gentile concessione dell'Autore, pubblichiamo le prime due pagine del romanzo:

Ore 2,15 a.m. – una strada non molto distante da Lido di Savio

Nebbia. Ovunque un cocktail di ombre e vapori lattiginosi. Gli alberi, le poche case, i paletti che delimitano il fosso, non sono che muti fantasmi. Un'unica luce lacera codesta garza metafisica, formando un debole cono quasi fosforescente, che si perde nelle tenebre: è il fanale di un motore, riverso a terra.

Le ruote, con un sibilo sfiatato, girano a vuoto fendendo l'aria, strappando lembi di nebbia.

A pochi metri da lì, qualcosa che sibila, grufola, sputacchia sillabe e sangue.

Un uomo, o meglio un ragazzo, a giudicare dai jeans e dal bomber lacerato.

Le sue dita arpionano il vuoto in una goffa danza di morte che sembra non volersi concludere troppo in fretta: gli occhi roteano a destra e a manca, lottando con ciocche di capelli e rivoli purpurei, in via di coagulazione.

I secondi passano inesorabili, scanditi dal ritmico sbattere delle sue mani sull'acciottolato della strada.

Il tempo lì, in quel piccolo regno delle nebbie, non esiste.

All'improvviso, la coltre fuligginosa all'orizzonte si apre lasciando intravedere due nuove luci, probabilmente un altro paio di fanali in avvicinamento.

Una macchina?

No, un altro ciclomotore, a giudicare dallo scoppiettante fragore che l'accompagna.

O meglio, un sidecar.

Già: al posto di guida, fasciato in uno splendido giubbotto di pelle nera, siede James Dean; al suo fianco, quasi sepolto in un pastrano di velluto bordeaux, Alistair Crowley, che i più conoscono come “la Grande Bestia”.

Il sidecar si blocca, ruttando nuvolette di fumo che si confondono con la nebbia.  

“Giovine, mi scusi, andiam bene di qua per Milano Marittima?”, dice il fondatore del satanismo contemporaneo.

Il silenzio, continua a regnar sovrano.

“Dai”, replica il protagonista di Gioventù bruciata, “Andiam via, non lo vedi che è morto?”

“Mica vero, guarda: agita le manine… Forse ci vuol salutare…”, sorridendo, Crowley solleva il braccio e inizia a far “ciao, ciao” con la destra.

“Fidati, quello è più morto del tuo uccello…”, è la risposta di James Dean.

Il poveretto, scompostamente rannicchiato a terra, emette un mugolio, uno straziante, umido, appello.

“Ta-Daaam!”, sbotta Crowley, “Chi è che è morto, eh?”

James Dean si accende una sigaretta:

“Beh, vabbè… È più di là che di qua, comunque… E resta il fatto che noi ci siamo persi…”

Crowley, senza più ascoltare il proprio compare, torna a rivolgersi al ragazzo agonizzante:

“Giovine, mi scusi di nuovo… Visto che, nonostante ciò che il mio ingenuo amico pensava, lei mi sembra decisamente ancora vivo, sarebbe così gentile da indicarci col dito la giusta direzione per Milano Marittima?”

Il mugolio del ragazzo diviene un rantolo sincopato; il suo petto si alza e si abbassa forsennatamente, emettendo un suono simile a quello di una fisarmonica sforacchiata.

“Mi scusi, ma non la capisco…”

“Forse è uno straniero, ricordati che siamo in una zona turistica…”, dice James Dean.

“Cazzo, non c'avevo pensato…Sprichen zi doic? Parlè vu fransè?…Abla espagnol?”

“Dacci un taglio. Non capisce: sarà un marocchino.”

“Iiih, mi fanno un senso i magrebini…”, sbotta Crowley, nascondendo il mento nel pastrano, “Metti in moto, andiamo via…”

Ed ecco, in men che non si dica, la bizzarra coppia farsi di nebbia, con l'eco borbottante del sidecar che svanisce a sua volta nelle tenebre.

Recensione di “Lo Spazio Sfinito” di Tommaso Pincio a cura di Valentino G. Colapinto

7 dicembre 2010

spazio_sfinitoIl sottile fascino del Vuoto 

“Lo Spazio Sfinito” Tommaso Pincio: 157 pp. in brossura, prezzo di copertina €13,50 [Minimum Fax, 2010]. 

Lo sapevate che, dopo aver attraversato più volte il continente americano facendo l'autostop, nel 1956 Jack Kerouac si fece spedire dentro una minuscola navetta per nove settimane nello spazio dalla Coca-Cola Enterprise come controllore orbitale? Oppure che il suo grande amico Neal Cassady si era innamorato perdutamente di Marilyn Monroe, quando ancora lei lavorava come orientatrice nelle librerie Quantum (prima che fosse licenziata perché troppo provocante)? E che a causa di uno scambio di persone lo stesso Neal perseguitò telefonicamente per mesi tale Norma Jeane Mortenson, triste moglie di un arido e tirannico Arthur Miller, a sua volta pezzo grosso della Coca-Cola Enterprise e superiore di Kerouac?

Ovviamente no, a meno che non abbiate già avuto la fortuna e il piacere di leggere “Lo Spazio Sfinito”, secondo e da tempo introvabile romanzo di Tommaso Pincio, tornato finalmente in libreria a dieci anni dalla prima pubblicazione grazie all'avvedutezza della Minimum Fax.

Tecnicamente parlando, qui ci troviamo di fronte a un'ucronia, ossia una storia alternativa, genere adesso sempre più di moda anche in Italia, ma che Pincio ha usato prima di tutti (o quasi) gli altri, rompendo come al solito i vecchi schemi dell'asfittico panorama delle lettere italiane.

Leggendo un suo libro, infatti, si ha spesso la bizzarra sensazione che si tratti della traduzione di un romanzo straniero, e non per il linguaggio (solo apparentemente) medio, quanto perché non esistono o sono rarissimi libri così in Italia.

Tutto farebbe pensare (dallo strano pseudonimo alla leggenda metropolitana che il vero autore mandi in giro in sua vece un amico a presentazioni e conferenze) che dietro quel bizzarro nom de plume si celi in realtà qualche scrittore americano, transfuga nel nostro Paese e con chissà quale misterioso passato alle spalle da cui fuggire.

Ma è solo un'illusione. Pincio è italianissimo anzi romano, anche se ha vissuto per un po' di anni a New York, dove ha avuto pure amici comuni con il suo quasi omonimo d'oltreoceano, e questo spiega sicuramente alcune cose.

Uomo di profondissime letture (mai troppo prevedibili), Pincio infatti è innanzitutto un cultore della letteratura americana, ossia della più importante letteratura dell'ultimo secolo e qualcosa, e dimostra di aver ben appreso la lezione dei suoi maestri beatnik e postmoderni.

Pubblicato un anno dopo M. (il suo romanzo d'esordio), Lo Spazio Sfinito appartiene al periodo in cui Tommaso Pincio viveva come un vagabondo del Dharma, alla maniera dei suoi eroi beat Kerouac e Burroughs, ed era ancora uno scrittore poco noto (la popolarità arriverà solo a partire dal successivo “Un amore dell'altro mondo”, 2002), ma è allo stesso tempo un romanzo di svolta, di cambiamento radicale e definitivo.

Passiamo, infatti, dallo sperimentalismo sfrenato di M. (1999), che tanto era piaciuto a certi critici letterari, a uno stile molto più piano (“quasi” ordinario), a una scrittura che si mette al servizio di una narrazione nella quale i piani della Storia e dell'Ucronia, del Sogno e della Realtà si intrecciano e si confondono senza tregua. Insomma, con lo Spazio Sfinito nasce il Tommaso Pincio che la maggior parte dei lettori conosce e ama.

A parte lo straniamento provocato dall'utilizzo di icone della cultura pop o della letteratura americana come protagonisti ucronici, la cosa che più colpisce è l'intensità emotiva di una scrittura che, con molto garbo e delicatezza, sa coinvolgere il lettore e commuoverlo.

A parere dell'Autore stesso, Lo Spazio Sfinito più che un romanzo è un piccolo poema in prosa. Un haiku postmoderno, un'operetta beat affascinante e melanconica – aggiungiamo noi – futuristica e old-fashioned allo stesso tempo, in cui tutti i personaggi sono afflitti da un'invincibile solitudine e una dolcissima mestizia, un incolmabile e splendido Vuoto, in cui vanno alla deriva come satelliti usciti dalla propria orbita.

Una lettura da non perdere. 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di All’ombra di… lui di Dania Manti e Pasquale Romeo a cura di Cristina Marra

3 dicembre 2010

copertina_allAll’ombra di… lui”  – Dania Manti e Pasquale Romeo – Armando editore di Cristina Marra
 
Chi è lui? Uno dei tanti minori violati, offesi, oltraggiati e privati del loro diritto all’infanzia, una vittima di violenze sessuali.  All’ombra di questi bambini mortificati nel corpo, nell’anima, e nella mente, una criminologa e uno psichiatra danno voce alle loro storie e ai loro silenzi. Sono Dania Manti e Pasquale Romeo gli autori di “All’ombra di…lui” (Armando editore, pagg.96, euro 8,00). Gli autori affrontano il delicato e purtroppo attualissimo argomento della pedofilia e della prostituzione minorile partendo dalle loro esperienze professionali nella difficile realtà dell’abuso.
Il volumetto di appunti di clinica giudiziaria su pedofilia e prostituzione dei minori fa parte della collana  “Uroboros” curata da Pasquale Romeo ed è introdotto dal magistrato Fabio Roia.
É un libro nato dalla testa e dal cuore di due “addetti ai lavori” ed è frutto della convergenza e dell’alternanza di punti di vista, ricerche scientifiche e indagini sul campo. Romeo e Manti sono da anni impegnati nel campo di crimini a sfondo sessuale.
Dania Manti è avvocato e criminologa clinica è responsabile della IV sezione della Squadra Mobile della Questura di Roma. Insignita dell’onorificenza di ufficiale al merito della Repubblica e nel 2008 intraprende la professione forense e attualmente è consulente della commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia.
Pasquale Romeo è psichiatra e psicoterapeuta, lavora al Centro degli Abusi sessuali e al servizio per la Salute sessuale di Reggio Calabria ed è responsabile di psichiatria e psichiatria forense nel  gruppo di ricerca Scienze medico-legali dell’Università di Siena oltre ad essere autore di numerosi saggi scientifici.
“All’ombra di …lui” è una trattazione sulle difficoltà vissute e comunicate dai minori abusati e su tutti coloro che restano coinvolti nel processo di sofferenza vissuto e elaborato dalle piccole vittime: specialisti, investigatori e familiari. Il libro introduce anche alle normative e agli strumenti di tutela da adottare in casi tanto difficili a causa del turbamento che inducono. Non solo informazione ma invito alla  riflessione: “ci piacerebbe tradurre al lettore” – scrivono gli autori nell’introduzione – “le enormi difficoltà che si incontrano per rispondere alle istanze di chi, malauguratamente, si trova a vivere il dramma di un figlio  abusato e di quanto sia difficile articolare un’indagine di polizia giudiziaria, una inchiesta psicologica che abbia la pretesa di avere raggiunto un apprezzabile margine di verità, nonché della soddisfazione di tutte le amarezze quando si riesce a recuperare e ad indirizzare il futuro di un bambino”. Non basta inasprire le pene nei confronti di coloro che abusano, perchè la violenza sui minori è un crimine “di straordinaria complessità e soprattutto se non si è vissuto il dramma di sentirsi impotenti e incapaci di fronte al dolore e allo smarrimento dei minori vittime di violenza” e non si può comprenderlo senza uno studio approfondito di una tematica multidisciplinare come lo è questa.
Se lo psichiatra traccia i percorsi sociali che conducono al e alla pedofilia fino a soffermarsi sull’abuso, sulle reazioni dei minori abusati, sul rapporto dei media col fenomeno e sui diversi profili dei pedofili, l’investigatore delinea le dinamiche che si attivano durante un’indagine, comprese eventuali simulazioni di reato.

:: Recensione di Shopping con Jane Austen di Laurie V. Rigler a cura di Elena Romanello

1 dicembre 2010

Sul_Romanzo_Shopping_con_Jane_Austen_Laurie_Viera_RiglerQual è l'autrice preferita da donne di diversa età, provenienza sociale, di Paesi diversi? Non Isabel Allende, non Banana Yoshimoto, non Joanne Harris, non Susanna Tamaro, non Dacia Maraini (anche se tutti questi nomi sono amati e considerati), ma Jane Austen, zitella vissuta nell'Inghilterra della Reggenza, nei primi decenni dell'Ottocento, mentre sull'Europa continentale infuriava Napoleone, autrice di sei libri ancora considerati oggi come la Bibbia delle donne e dei rapporti tra i sessi. Jane Austen ha ispirato tante autrici posteriori, fino ad arrivare a quelle della moderna chick lit (ci sono studi su quanto abbia in comune Bridget Jones con le protagoniste della Austen), e a Jane Austen si ispirano molti filoni di romanzi contemporanei, dai gialli che la vedono protagonista come sorta di Jessica Fletcher ante litteram scritti da Stephanie Barron alle riletture horror, a diari personali ritrovati in cui si raccontano le sue scelte di vita e professionali.
Molte lettrici dei romanzi dell'autrice idealizzano in un certo qual modo l'epoca della Reggenza, complici anche una serie di sceneggiati prodotti dalla BBC popolarissimi sul mercato anglosassone, inediti purtroppo nel nostro Paese ma facilmente reperibili se si ha accesso ad Internet e si conosce la lingua inglese: partendo da questo fenomeno comunque di costume (basti vedere tutti i siti web, i blog e gli spazi su Facebook dedicati alla Austen!) Laurie Viera Rigler propone con Shopping con Jane Austen un nuovo modo di omaggiare il mondo austeniano, tra il paranormale e il divertente.
Courtney, protagonista del libro, è una trentenne di oggi, che vive a Los Angeles, dove si divide tra un lavoro deludente (oggi le ragazze lavorano a differenza delle eroine di Orgoglio e pregiudizio e di Ragione e sentimento) e storie d'amore ancora più disastrose e che coltiva un'adorazione per Jane Austen e il suo mondo, una delle poche cose che la tirano su dopo le sue giornate stressanti e noiose. Un bel giorno si sveglia in un palazzo inglese, proprio all'epoca della sua beniamina e nei panni di una ragazza molto simile alle varie Elizabeth, Eleanor e Emma: purtroppo vivere quella realtà è ben diverso che sognarci su oggi, e Courtney scoprirà che forse si può anche trovare il vero amore ma si deve fare i conti con la medicina primitiva, la scarsa igiene personale, la mancanza di bagni moderni e il maschilismo endemico.
Di conseguenza, si creano situazioni imbarazzanti e divertenti, che aiutano ad essere un po' più distaccati sui facili idealismi per il passato percepito come bello solo perché tale, senza però che le atmosfere di un'epoca comunque affascinante ne abbiano a che soffrire. Forse però è meglio solo sognarci su, anche se magari Courtney riuscirà a trovare la sua strada proprio nel mondo che ama tanto, malgrado tutto.
Un omaggio simpatico ad un'autrice che continua comunque ad ispirare, e che molto probabilmente durante la sua breve vita (morì nel 1817 a soli 42 anni) non avrebbe mai immaginato che donne nate due secoli dopo di lei avrebbero ancora adorato i suoi intrecci al punto da continuare a sognare con lei e reinventare mille storie partendo dal suo mondo, comunque unico e reso da lei con impagabile ironia.
Shopping con Jane Austen, Laurie Viera Rigler, Sperling & Kupfer, 17,90 euro, traduzione di Enrica Budetta
 
Elena Romanello

:: Recensione di Non fare la cosa giusta di Alessandro Berselli a cura di Stefano Di Marino

30 novembre 2010

Berselli-non_fare_la_cosa_giustaNON FARE LA COSA GIUSTA-di Alessandro Berselli- Perdisapop 15,euro
Stefano Di  Marino
 
C’è qualcosa di ognuno di noi in Claudio Roveri come c’era sicuramente qualcosa di Luca Parmeggiani in ognuno di noi. Dunque tutti kattivi? Parrebbe di sì, se non ci fosse comunque una luce che se non giustifica almeno ci fa fare il tifo per i personaggi di Alessandro Berselli giunto con Non fare la cosa giusta a una piena maturità di narratore sia sotto il profilo contenutistico che stilistico.  Finalmente non è un romanzo che si traveste da noir. E' una storia. C’è morte, ci sono tradimenti, ci sono persone (molto) cattive ma questo accade in tantissimi romanzi senza che per venderli si debba per forza attaccargli un’etichetta. L’interesse di  Berselli è quello di raccontare un disagio, portato più o meno consapevolmente dal protagonista alle estreme conseguenze. Una narrazione impeccabile, due parti che si fondono come nel simbolo Yin e Yang con ciascuna una fettina dell’altra. Claudio Roveri conduce una vita apparentemente di successo. Invece cova disagio e desiderio di rivalsa. Un cattivo maestro gli indica una strada che, però, crediamo avrebbe imboccato ugualmente. E quando la mancata risposta a una telefonata lo proietta in una voragine reagisce con ferocia. Soprattutto verso se stesso. Resta una domanda: se avesse risposto a quella maledetta telefonata sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di no… Il male è lì,che aspetta nel buio come in una giornata di sole. Per quanto uno faccia c’è sempre un diavolo che ti tira giù dalla montagna. Grande Ale!

:: Intervista con Claudia Salvatori a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2010

Claudia SalvatoriBenvenuta Claudia su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. La prima domanda per tradizione è riservata alle presentazioni. Sei nata a Genova nel 1954, sei una scrittrice e sceneggiatrice per cinema e fumetti. Hai pubblicato numerosi romanzi dal giallo al noir in collane come il Giallo Mondadori e Segretissimo Mondadori, e con editori come Marco Tropea Editore, Alacran. Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quando per la prima volta hai preso carta e penna e ti sei detta da grande voglio fare la scrittrice?

Non me lo ricordo. Dovevo avere tredici anni, ma dalla primissima infanzia mi rendevo conto che la realtà che mi circondava non mi piaceva, e occorreva far qualcosa per correggerla, a livello simbolico, non potendo fare una vera rivoluzione.

Raccontaci i tuoi esordi, la tua strada per la pubblicazione?

Inizio con uno studio di fumetti genovese, Staff di If, a circa 24 anni (era il ‘79) e vittoria al premio Tedeschi nell’85. Il resto è venuto dopo, con molta lentezza.

C’è qualcuno che ti aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

No, nessuno. Negli anni ‘80 non c’era tutta questa socializzazione sulla scrittura, né scuole né blog su Internet né occasioni per agganciare altri scrittori e proporsi. Ricordo che gli scrittori pubblicati vivevano ancora nel loro mistero, e apparivano in pubblico raramente. Mio marito mi è stato vicino, soltanto lui. Ho cominciato ad avere amici negli ambienti letterari dagli anni ‘90.

Hai fatto parte per Mondadori della famosa Legione Straniera composta da scrittori come Sergio Altieri, Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino e Giancarlo Narciso che parla di te come di una scrittrice raffinata e versatile. Come è stato collaborare in un universo così prevalentemente maschile?

Non ho problemi con l’universo maschile, ma con quello femminile. Tutti hanno problemi con l’universo femminile, donne incluse, ma non lo sanno o non si vuole parlarne.

Ami le storie maledette, prediligi un thriller tendente all’ horror, molto visivo, di forte impatto, in cui analizzi le radici oscure del male. Non ti fa un po’ paura? Cos’è la paura per te? 

La paura per me è quello che può arrivare a fare la gente.  Tutto quello che passa attraverso l’immaginario ben controllato e orchestrato è puro piacere.

Hai collaborato con Disney Italia scrivendo numerosissime storie con protagonisti Topolino, Paperino, Nonna papera. Che esperienza è stata? Chi ti aiutava a trovare l’ispirazione?

Il ricordo delle letture infantili e il tipo di magia e affabulazione, le impressioni forti che si provano in quegli anni. E’ stato un ricalco di fantasie infantili.

In questo periodo si parla molto della morte del noir, del post noir. Pensi che sia possibile? E’ una provocazione o c’è un fondo di verità?

Penso che il noir (che io non ho mai scritto) sia stato lo snobismo di punta della rivendicazione dei generi letterari, come dire che è come fare mainstream (prodotto di alto valore artistico). E’ servito per recuperare il senso della narratività genuina e sorgiva dopo decenni di sterile letteratura mainstream.  Occorrerebbe andare oltre, adesso.

Collabori come giornalista e articolista con diverse riviste come Max, Donna moderna, ConfidenzeAmica. Come hai iniziato?

Non sono collaborazioni continuative che durano da sempre. Alcune sono state occasionali, altre sono durate un anno o due. In genere mi chiedono i racconti, sia per riviste che per antologie.

Progetti per il futuro?

Un secondo romanzo di Roma in lavorazione e poi un romanzo mainstream.

:: Recensione di Cavallo Pazzo e altri cani sciolti", firmato dal collettivo Alba Cienfuegos.

27 novembre 2010

CAVALLO PAZZO E ALTRI CANI SCIOLTI, periferie milanesi per una casa editrice ferrarese

estetica_autonoma_1L'officina culturale LineaBN Edizioni di Ferrara mette insieme i suoi autori di spicco e stampa "Eri tutto lungo. Cavallo Pazzo e altri cani sciolti", firmato dal collettivo Alba Cienfuegos. Il romanzo, un'intensa opera corale ambientata durante la fine degli anni '70, un periodo fondamentale della nostra storia più recente, è un tracciato crudo, a volte incantato, sulla realtà della periferia milanese. Siamo nel giugno del 1978 durante una manifestazione antifascista. Nel caos, con un gesto estremo, un ragazzo lancia una molotov all’interno di un blindato della polizia. Da qui prende il via la storia, a ritroso, di un gruppo di giovanissimi, una storia che li vede vivere insieme nel quartiere della Barona, combattere per i propri ideali, confrontarsi con la realtà di tutti i giorni, ritagliarsi i propri spazi, affrontare le illusioni e le disillusioni di quel periodo di lotta e di cambiamenti. Rispetto ai tanti libri scritti sul movimento del '77, "Eri tutto lungo. Cavallo Pazzo e altri cani sciolti" ha il pregio di raccontare quegli anni ignorando completamente il punto di vista dei vari “leaderini” (fra tutti basti pensare al Philopat de “La Banda Bellini” rivisitazione edonistica del celebre gruppo milanese o i tentativi letterari di Sergio Segio su Prima Linea) per narrare i sentimenti dei ragazzi comuni, quelli che alla fine in televisione non ci sono andati, quelli che non hanno rinnegato la propria giovinezza fondando un partito politico o chiesto scusa in odor di galera. Alba Cienfuegos ci insegna che gli anni '70 non sono stati solo p38 e scontri di piazza, ma musica, amore, impegno civile e sociale, sogno a occhi aperti. Sembra incredibile leggendo le vicende di questo gruppo di adolescenti pensare che tutto questo accadeva in Italia soltanto trent'anni fa. Davanti ad un totale disinteresse per lo sfacelo odierno forse questo libro farebbe bene ai più giovani, con la speranza che il sogno, anche piccolo, possa sostituire, ogni tanto, l'aperitivo non ideologico del mercoledì sera. Alba Cienfuegos è un collettivo formato dallo scrittore milanese Mario Javed Saggittario (straordinaria memoria storica del gruppo), Filippo Landini (apprezzato scrittore sperimentale con lavori come "Ferrara Game Over" e “Red Rec Play Black”), Enrico Astolfi (che ha esordito l'anno scorso con il suo romanzo a racconti "Palude" a cui è seguito, con Mazzoni, “La ballata del tocororo”), e Lorenzo Mazzoni autore di numerosi romanzi e reportage già affermato a livello nazionale con "Ost", "Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda" e la saga di “Nero Ferrarese”. I quattro stanno lavorando a una storia dissacrante sulla famiglia Este e a un noir ambientato alla soglia degli anni '80, oltre a continuare il tour che li ha già portati a Carrara, Firenze, Bologna, Massa, Roma, Milano e che si concluderà a Ferrara all'inizio del 2011 al circolo Arci Zuni, all'interno della manifestazione dei Giovedì Letterari di LineaBN.
www.lineabn.com

Intervista a Andrea De Carlo autore di “Leielui” (Bompiani) a cura di Cristina Marra

26 novembre 2010

De_Carlo_1Scrivere é un pò come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro e se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso. É uno dei lavori più pericolosi che ci siano, quando diventa così, ma anche uno dei più eccitanti…” così Andrea de Carlo scriveva nell’introduzione alla nuova edizione del suo “Due di due”, romanzo cult pubblicato nel 1989. Lo “scavo” di De Carlo continua nel suo ultimo romanzo “Leielui”( Bompiani, pagg. 568, euro 18,50) in cui scavare dentro diventa anche rivelarsi, scrivere senza riserve soprattutto se l’argomento è uno dei più belli e più difficili da trattare: l’amore. “Leielui” esprime il forte e inscindibile legame del sentimento d’amore già nel titolo, senza nessuno spazio tra la congiunzione “e”. Lo spazio interromperebbe l’unione tra quella lei, Clare Moletto e quel lui, Daniel Deserti protagonisti di una storia in cui l’amore conduce alla scoperta di se stessi. De Carlo racconta gli sconvolgimenti, le paure, le angosce, le gioie e le emozioni che provano due persone quando scoprono di essere innamorate, si immedesima in entrambi i suoi protagonisti, ne sviscera punti di vista, differenze e particolarità. Clare è italo americana, lascia un paesino sulla costa ligure per seguire il fidanzato Stefano a Milano e si improvvisa assicuratrice. Daniel è uno scrittore di best seller un pò in declino che conduce una vita sregolata. Entrambi contrastano ogni tipo di convenzione e di establishment. Improvvisamente: “skatabam, un colpo violento”, un tamponamento e le loro auto si fermano in autostrada sotto una pioggia battente. Da quello stop violento e inatteso riparte la loro vita e ha inizio la loro storia tra rimorsi e sensi di colpa, tra Milano, il Sud della Francia e il Canada, tra sensazioni e eccitazioni.
 
Nei tuoi romanzi l’amore c’è sempre, in ogni sua forma, ma com’è nata e quando l’idea di scrivere la storia di “Leielui”?
“Avevo voglia da tempo di scrivere una storia dal punto di vista di una donna. Poi, un paio d’anni fa, mi è venuto in mente che sarebbe stato ancora più interessante scriverne una da due punti di vista, femminile e maschile, che si alternano di capitolo in capitolo. Così è nato ‘Leielui’”.
 
É stato difficile riuscire a raccontare l’amore dal punto di vista femminile?
“Ha implicato un rovesciamento totale di prospettiva, entrare in un sistema di percezioni e sentimenti radicalmente diverso. Non è stato facile, ma l’ho trovata un’esperienza affascinante, che mi ha lasciato la voglia di continuare a esplorare i due universi paralleli in altri romanzi”.
 
Il viaggio in auto, in aereo è simbolico del percorso che conduce alla scoperta dell’amore?
“Sì, la strada rappresenta il percorso delle nostre vite, che si rivela man mano che andiamo avanti”.
 
La costa ligure, il sud della Francia e la tranquillità del Canada. Allontanarsi dal caos delle metropoli rende più facile gestire, capire o riscoprire i sentimenti?
“Credo che la solitudine sia indispensabile a capire chi siamo e cosa vogliamo davvero. Almeno ogni tanto dovremmo provare a uscire dall’affollamento di segnali e interferenze continue in cui viviamo, per entrare in contatto con la parte più profonda di noi stessi”.
 
De Carlo in cosa somiglia a Deserti?
“Come lui, faccio il romanziere. A differenza sua non odio il mio lavoro né i miei lettori, però posso capire bene lo stato in cui si trova un artista che non crede più in quello che fa”.
 
C’è un personaggio che ti sta più simpatico?
“‘Lei’, Clare. Mi piace il suo spirito solare, la sua naturalezza, la sua curiosità priva di pregiudizi, la sua capacità di mettersi in discussione e ricominciare da zero ogni volta”.
 
Oltre all’amore, in “Leielui”, c’è anche molta natura. Mi racconti del tuo impegno ambientalista?
“Da anni aderisco alla campagna ‘Scrittori per le foreste’ lanciata da Greenpeace, e pubblico i miei libri su carta certificata FSC. Ho anche fatto da testimonial nella campagna Fairtrade, per il commercio equo e solidale. Credo che ognuno di noi dovrebbe fare qualcosa per l’ambiente, nel proprio campo”.
 
Che rapporto hai con i tuoi lettori? Quali sono le domande o le curiosità più ricorrenti?
“Ogni volta che li incontro è come incontrare degli amici, con cui ci sono legami profondi. Forse la domanda più ricorrente è su quanto ci sia di autobiografico nei miei romanzi. Rispondo che scrivo solo di situazioni, esperienze, luoghi che conosco direttamente e a fondo, dunque in questo senso tutti i miei libri sono autobiografici”.
 
Hai esperienza di regista. Che ne pensi della trasposizione cinematografica dei romanzi?
“Penso che sia quasi sempre un tradimento della lettura che ogni lettrice e lettore compiono, dando volti ai personaggi, prestando le proprie sensazioni e i propri sentimenti a ogni scena. Per questo non ho mai voluto cedere i diritti cinematografici dei miei romanzi. L’unico che è diventato film l’ho diretto io, ma anche in quel caso è stato un tradimento della storia da cui nasceva”.
 
Dopo “Treno di panna”, “Leielui” potrebbe diventare un film?
“Dirigere ‘Treno di panna’ è stata un’esperienza interessante, ma non credo che la ripeterei. Amo troppo la libertà del romanziere, che non deve fare i conti con la pressione economica a cui è sottoposto un regista. Poi preferisco che il film se lo facciano i miei lettori nella propria testa, ognuno a modo suo. E’ questo il fascino del romanzo, la sua unicità insostituibile”.

:: Intervista a Michele Fronterrè

25 novembre 2010

imprenditori-ditaliaBenvenuto Michele su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei, del suo lavoro, dei suoi studi.
 
Siciliano. Punta Sud Orientale. Vivo e lavoro a Torino. Ieri dicevo mi ci hanno mandato. Oggi dico ci sono venuto. Dopo il Politecnico, ho fatto il consulente informatico per un’azienda che si occupa di automazione industriale. Ho girovagato per l’Italia e un pezzo di Europa da uno stabilimento ad un altro per 5 anni. Poi ho deciso di mettermi in proprio. L’incontro con alcune persone mi ha permesso di accelerare i tempi. Oggi mando avanti due start-up tecnologiche all’interno dell’acceleratore di imprese del Politecnico di Torino che si occupano di energia.
 
Si occupa anche di letteratura e di teatro del novecento. Come è nato il suo amore per le lettere, non ostante la sua formazione prettamente scientifica?
 
Ho sempre letto tanto. Il teatro, la prosa in particolare  l’ho scoperta a Torino. A teatro. Lavia con Memorie del Sottosuolo, Pagni in Il Commesso Viaggiatore mi hanno fatto diventare un abbonato fisso. Ho anche avuto la fortuna di avvicinare Laura Curino, Gabriele Vacis del teatro stabile di Settimo (TO) e un teatro d’essay quello di Assemblea Teatro sempre a Torino.
 
Con Edizioni della Sera ha pubblicato il saggio “Imprenditori d’Italia” Storie di successo dall’Unità fino ad oggi. Come è nata l’idea di raccogliere queste testimonianze, di vedere il mondo dal punto di vista degli imprenditori?
 
Un mio carissimo amico mi ha spinto a scrivere di Olivetti. E’ iniziato tutto da lì. Poi è stata la volta di Riccardo Gualino, quindi di Dufour, via via tutti gli altri. Ho trovato una specie di format  rispetto al quale raccogliere queste biografie. Il format somiglia molto ai “casi aziendali”  che insegnano nelle business school. Cerco sempre di evidenziare qual è stato il vantaggio competitivo. La cifra distintiva dell’imprenditore. Perché ha avuto successo. Perché si è incaponito a fare una determinata cosa.
 
L’Italia vista con gli occhi dell’impresa, è un Italia in buona salute? C’è ottimismo, voglia di fare, speranza di una ripresa?
 
A questo paese non mancano imprenditori. Anzi. Il problema sono i capitali. E quelli li hanno solo i ricchi. E purtroppo non tutti i ricchi sono imprenditori.  Quando un imprenditore riesce a fare cose semplici che piacciono a tanti si crea sviluppo e vantaggi per molti.
Oggi di aziende di media dimensione che riescono a fare valore ce ne sono tante. Eccellenti. Ma se ne parla troppo poco. Abbiamo marchi fortissimi che fanno ancora la fortuna di gruppi industriali anche se non vantano una solida organizzazione. 
 
Come è cambiato il concetto di successo in questa epoca di crisi?
 
Una storia di successo rimane sempre una storia di successo. Le crisi ci sono sempre state, sono cicliche, sempre più acute ma è il capitalismo, il migliore sistema che ci siamo inventati e che ci fornisce supposte, preservativi, macchine e carne rossa per il maggior numero dio persone possibili. Le più fortunate. Che possono morire di cancro anziché di colera.
Se sei creativo, intraprendente e sai trovare le risorse oggi puoi con i mezzi sempre più potenti della rete internazionalizzare una società che offre sul mercato globale i propri prodotti e/o servizi. Devono essere semplici e piacere a tanti. Come vede “semplice” ricorre tantissimo. Di complicato c’è il “come”.
 
Precariato diffuso, poche politiche di sostegno all’impresa, poca propensione al risparmio. I giovani sono incoraggiati a diventare imprenditori? Che politiche adotterebbe? Che misure di correzione?
 
Questa è la domanda più complicata che potesse farmi. Non ho ricette. Ma posso dire questo. Bisogna fare quello per cui si è tagliati. Panettiere, macellaio, web designer, avvocato, ingegnere. Ogni mestiere o professione si può poi approcciare da professionista, da dipendente o da imprenditore. E’ questione di attitudine. E quello ognuno deve capirlo da solo. Se vuole il male della scuola italiana è l’incapacità di orientare.
Quando si decide di “fare impresa” i problemi che si incontrano non è tanto negli strumenti. La macchina burocratica ha una certa inerzia ma i problemi pratici sono altri. Le risorse finanziarie. Se oggi un’azienda vuole finanziare un progetto innovativo non può sperare nelle banche che sarebbe l’attore di prossimità più immediato ma deve ricorrere a strumenti regionali, nazionali o bandi europei.
Per i primi c’è molta concorrenza, i secondi sono affetti dalla instabilità politica e si rischia di aspettare anni prima di conoscere l’esito delle domande presentate, gli ultimi sono molto, troppo impegnativi per un’azienda  di piccola dimensione.
 
 
Il libro si propone di specificare che fare impresa significa fare sviluppo e per farlo da voce ai protagonisti diretti di questo sviluppo, gli imprenditori. Quale è il caso, la testimonianza che l’ ha più sorpresa in positivo o in negativo?
 
Sicuramente la parabola di Adriano Olivetti rappresenta quella più straordinaria. Per tutta una serie di motivi: dimensione, tasso di innovazione, tasso di cambiamento nel territorio in cui si è insediata, complessità dell’organizzazione. Successo planetario.
Vedere agli spettacoli di Laura Curino “Olivetti” operai piangere per un’ora intera. Un attaccamento ed una nostalgia impressionante.
 
Ogni imprenditore è fondamentalmente un uomo, con pregi e difetti, entusiasmi, passioni, amore per il rischio, dinamismo. Quali sono le caratteristiche che lo fanno eccellere, che lo portano ad emergere in un mondo così competitivo?
 
Non esiste ovviamente una regola fissa. Le dico la mia opinione sulla base di quelli che ho conosciuto e di quelli di cui mi sono documentato per come me li sono figurati. Sono delle persone con un ego fortissimo che riescono ad imprimere nell’organizzazione che creano una forza ed un dinamismo che solo chi l’ha provato può comprendere. Normalmente sono grandi comunicatori, capaci di smuovere le corde di ogni collaboratore facendolo rendere tantissimo. Sono spesso l’anima delle loro creature e purtroppo per quanto forte e robusta possa essere l’organizzazione che si danno le loro imprese senza di loro sono destinate a scomparire. Quando non succede c’è sicuramente una distorsione del mercato.
 
Che bilancio ha fatto ? E’ ottimista rispetto al futuro dell’Italia?
 
Ottimista. Per forza.
 
Ci parli dei suoi progetti per il futuro. Sta documentandosi per nuovi saggi?
 
Vorrei scrivere un libro di interviste impossibili.
 
Grazie di aver voluto parlare con noi.

:: Recensione di Shakespeare scriveva per soldi di Nick Hornby a cura di Nicoletta Scano

24 novembre 2010

shakesperarescrCon un certo ritardo, dato che Guanda ha pubblicato in Italia questa raccolta di consigli di lettura dello scrittore inglese nel 2009, ho scovato tra gli scaffali di un ipermercato quest'opera divertente e interessante.
Il fatto che io l'abbia trovata in un luogo così poco ‘intellectual-chic’, devo dire, è assolutamente in linea con lo spirito dell'autore di queste recensioni, che senza alcun preconcetto conversa con l'immaginario lettore in tono scanzonato ma mai banale a proposito di grandi autori ed esordienti, classici da dissacrare, libri per ragazzi inaspettatamente illuminanti, critici letterari "sempre tanto irritati da tutto che i libri brutti non li scordano mai, nemmeno quando dovrebbero pensare a quelli belli", mischiando il tutto con le cronache della sua passione sportiva, l'Arsenal, e la musica contemporanea.
Le osservazioni ironiche di Nick Hornby mi hanno fatto riflettere, assolutamente ponendomi come semplice lettore, su quello che voglio trovare in una recensione, in una critica letteraria: sincerità prima di tutto, libertà di pensiero e soprattutto poca retorica.
Il titolo, del resto, rispecchia palesemente questa voglia di schiettezza. Arrivando bruscamente al dunque, al termine di una riflessione sulla biografia di William Shakespeare appena letta, l'autore spiega che per apprezzare quel libro (James Shapiro, a Day in the life of William Shakespeare) "basta nutrire interesse per una sola cosa: come e perché si scrive. Il perché è relativamente semplice: Shakespeare scriveva per soldi. Doveva mantenere una moglie, un teatro nuovo e una compagnia numerosa, oltre ad affrontare la spaventosa competizione delle altre compagnie."
Ovviamente spero che nessuno degli autori che amo scriva (solo) per soldi; tuttavia è confortante ricordare che anche gli scrittori sono uomini alle prese con la vita ed è liberatorio esprimere un parere controcorrente su chi normalmente viene considerato intoccabile.
Mi piace rivendicare i diritti (citati anche in uno di questi scritti di Hornby) sanciti da Daniel Pennac per tutti i lettori, tra cui quello di leggere qualsiasi cosa, non finire un libro e anche di saltare le pagine, pur restando convinta che per scartare qualsiasi cosa, prima sarebbe meglio conoscerla.
Così, mentre leggevo il punto di vista dell'autore su Thomas Hardy, sui saggi di Orwell e sulle uscite cinematografiche del periodo (2006-2008), mi sono riscoperta un lettore assolutamente libero e sfrondato dai pregiudizi, semplicemente curioso di scoprire i nuovi mondi che solo un buon libro sa svelare.
Questo, secondo me, è un ottimo motivo per consigliare la lettura di questa raccolta ed è sicuramente la ragione per la quale mi è piaciuto tanto parlare di quest’opera.

::Intervista ad Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo a cura di Valentino G. Colapinto

23 novembre 2010

HORROR_ROCK__LA__4cc81ad3431d7Liberi di Scrivere intervista Lazzati e Vitolo 

Liberidiscrivere pubblica eccezionalmente una doppia intervista ad Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo, autori del saggio musicale “Horror Rock – La Musica delle Tenebre” [Edizioni Arcana, 2010].  

Chi è Eduardo Vitolo? 
Eduardo: Uno che il Rock (e soprattutto il Metal) lo segue sin dalla sua adolescenza, scalcinata e avventurosa, in una piccola cittadina del Meridione. Un amore ancora felicemente corrisposto, in barba a moralisti e detrattori. Attualmente, lo celebro in radio e con il saggio “Horror Rock – La Musica delle Tenebre.”  

Chi è Alessio Lazzati?

Alessio: Un tizio che ha comprato il suo primo disco rock a undici anni, ma che ha sempre avuto scarso feeling con la musica suonata. Per fortuna, sua e degli altri, è passato a scrivere di musica… 

Com'è stato scrivere a quattro mani? Ci puoi raccontare un pregio e un difetto del tuo collega? 
Eduardo:
Davvero un'ottima esperienza. Ho imparato molto sia come autore che come uomo. Confrontare idee e progetti con un'altra persona è sempre costruttivo e avvincente.

Il pregio migliore di Alessio è che è uno splendido professionista e un grandissimo esperto di cose editoriali e di Progressive. Difetto (se si può definirlo come tale) è che segue ancora l'Hard Rock anni '80. Un genere che non digerisco facilmente. Mea culpa. 
Alessio: Divertente e interessante. Tantissime cose sono nate dal confronto e dalla visione di elementi da prospettive diverse. Il pregio principale di Eduardo (ne ha parecchi a dire la verità) è di certo la sua enorme preparazione in materia. Un difetto? Non gli piace l'hard rock anni '80. Non sono riuscito a fargli ascoltare una singola nota dei Bonfire in tutta la lavorazione. 

Ti ritieni più rock o più horror? E qual è il tuo gruppo o cantante “horror rock” preferito? 
Eduardo:
Non ci crederai, ma io amo (e seguo) entrambi i generi. Considero entrambi come due facce diverse della stessa medaglia. Non a caso abbiamo scritto un saggio per dimostrarlo. Quindi mi considero Horror Rock al 100%. Gruppo/Artista preferito? King Diamond. 
Alessio: Senza ombra di dubbio più rock. Posso vivere senza il secondo fattore (l'horror), ma non senza il primo! Per quanto riguarda il preferito… ce ne sono tanti, ma se devo sceglierne uno in ambito horror rock, scelgo Alice Cooper.
 

Leggendo Horror Rock, è inevitabile notare come la maggioranza dei gruppi e cantanti citati appartenga all'universo Metal. Certo, ci sono eccezioni nel campo del rock tout court o della psichedelia, del progressive o del punk, ma il binomio horror-metal sembra fortissimo. È una cosa dovuta ai vostri gusti personali o piuttosto un dato di fatto? E come mai, per esempio, non avete dato un po' più di spazio alla dark wake (Bauhaus, Cure, ecc.)? 
Eduardo:
Il Metal è da sempre il genere “elettivo” dell'Horror. Se fai un censimento su tutte le band nell'universo Rock tout court, che hanno sviluppato temi “orrorifici” ad ampio raggio, le band metal saranno maggioritarie in numero schiacciante. Quindi ti rispondo che è un dato di fatto, che travalica i gusti personali. Io poi amo enormemente il Grunge, quindi.. 
Il Dark c'è, e con esempi lampanti: Bauhaus, Fields of Nephilim, Sopor Aeternus, Arcana, Raison D'Etre ecc. Ovviamente, sono band che hanno a che fare con i temi del saggio. La nostra ricerca è stata ad ampio raggio nei limiti delle nostra possibilità (di spazio e tempo). Poi è normale che qualcosa ci è potuto sfuggire. 
Alessio: A me, a dire il vero, sembra che ne esca vincitore il prog… scherzi a parte, dico spesso che abbiamo scritto un saggio, non un'enciclopedia o un dizionario, anche per poter stravolgere gli equilibri dovuti all'importanza storica di certi generi e band, ed essere liberi di seguire la traccia che avevamo in mente.

Poi i gusti personali entrano sempre in gioco, sarebbe ipocrita negarlo. Proprio per come abbiamo impostato il lavoro, troverai che band storiche hanno avuto in proporzione meno spazio di altre meno famose, ma più in linea con quello che avevamo in testa noi. 

Puoi anticiparci i tuoi progetti futuri? Sono previste altre collaborazioni tra voi due? 
Eduardo:
Da buon meridionale scaramantico non amo parlare di progetti futuri. L'unica cosa che posso dirti è che scriverò ancora, stanne certo. Se poi sarà con Alessio, tanto meglio. 
Alessio: Abbiamo idee che ci frullano in testa e ne abbiamo anche parecchie. La loro realizzazione, sia singolarmente che in due, dipende da una molteplicità di fattori. Ti assicuro che un libro così, scritto in sette mesi, ti lascia desideroso di ripartire ma anche stanco morto. 
Personalmente, mi concentrerò sul mio lavoro di traduttore, e intanto metterò giù le tracce dei futuri progetti. 

Dopo Horror Rock scriverete anche SF Rock e Fantasy Rock? 
Eduardo:
Il fantasy è un genere che ben si accosta al vasto panorama del Rock/Metal, ma andrebbe sempre indirizzato su temi e contenuti ben precisi, altrimenti viene fuori un polpettone. Sullo SF Rock sono abbastanza scettico. Comunque è ancora presto per parlarne, godiamoci Horror Rock! “Del doman non c'è certezza…”

Alessio: Scriverei più volentieri Horror Rock volume due, ma non si sa mai… 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di “Horror Rock” di Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo a cura di Valentino G. Colapinto

22 novembre 2010

HORROR_ROCK__LA__4cc81ad3431d7Il Rock fa ancora paura 

“Horror Rock. La musica delle tenebre” Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo: 479 pp. ill. in brossura, prezzo di copertina €24,00 [Arcana Editore, 2010]. 

Chiariamo subito un facile equivoco: l'horror rock NON È il rock satanico, bensì tutta la musica rock che trae ispirazione dalla ricchissima letteratura e cinema dell'orrore.

Ufficialmente, l'horror rock non esiste. È piuttosto un fenomeno trasversale che interessa l'hard rock come la psichedelia, l'heavy metal classico come il death o black metal. Pioniere italiano nello studio del rock orrorifico è stato Stefano Marzorati, storico collaboratore della Sergio Bonelli Editore, che nel 1993 dà alle stampe il primo saggio dedicatogli, “Dizionario dell'horror rock”.

In un'esplosiva prefazione, Alan D. Altieri spiega come, dopo quarant'anni di vita, l'horror rock sia forse la frontiera definitiva della critica sociale. Non musica meramente escapista, dunque, ma anche fortemente sovversiva e forse proprio per questo così tanto demonizzata da media e tutori dell'ordine. Una musica apocalittica adatta ai nostri giorni sempre più inquieti. Citando ancora Altieri, alla fine abbiamo incontrato il demone… E il demone siamo noi.

L'Horror Rock nasce alla fine degli anni '60 quando – svaporata come un breve sogno la summer of love – comincia a emergere il “lato oscuro” della contestazione, da Charles Manson alla diffusione delle droghe pesanti. Sono proprio gli anni in cui sale le classifiche il gruppo seminale di tutto il rock dell'orrore, i Black Sabbath di Ozzie Ousborne e compagni.

Ma quali sono i numi tutelari dell'horror rock? Il primo, forse il maggiore, è senza dubbio il Solitario di Providence, H.P.Lovecraft, che ha ispirato un numero probabilmente senza fine di gruppi musicali e concept album, canzoni e umori, tanto che si potrebbe parlare di un vero e proprio “lovecraftian rock”, ma su tutti primeggiano secondo gli autori i Blue Öyster Cult.

In secondo luogo abbiamo i serial killer. Non solo il già citato Manson, ma anche Albert H. DeSalvo, lo Strangolatore di Boston, Ed Gein (ispiratore sia di Norman Bates che di Leatherface), Ted Bundy, Jeffrey Dahmer o Theodore Kaczynski, l'Unabomber americano.

E poi ancora scrittori gotici come Edgar Allan Poe o Bram Stoker, creature fantastiche come i vampiri o i fantasmi e tanto altro ancora, fino ad arrivare inevitabilmente allo shock rock di Alice Cooper e Marilyn Manson, figli del Grand Guignol parigino, e al rock più o meno satanico di gruppi come i Deicide contrapposto al christian rock tipicamente americano.

Si scopre col senno di poi che l'Italia (come al solito) è stata all'avanguardia anche nel campo dello shock rock e dell'horror rock con gruppi storici come i Death SS, che poco avevano da invidiare ad Alice Cooper o King Diamond, o Jacula, che con il suo mood ha precorso horror band d'oltremanica come i celebri Black Sabbath.

In definitiva, il libro curato dai preparatissimi Alessio Lazzati (Varese, 1976) ed Eduardo Vitolo (Sarno, 1974) è un saggio davvero completo ed enciclopedico, corredato da un ricchissimo apparato fotografico, e costituisce una gioia sia per il lettore appassionato sia per il neofita, il quale avrà modo di scoprire un'infinità di gruppi e album degni di nota. Un punto di partenza per mille ricerche ed esplorazioni di quell'enorme oceano oscuro e affascinante che è ancora oggi il rock dell'orrore.

Il saggio è impreziosito da interviste a protagonisti della scena italiana come Trevor o il simpatico Frate Metallo oppure al dylaniato Stefano Marzorati, nonché da gustosissime appendici dedicate ai fumetti e cinema horror e agli album e film fondamentali. Insomma, un lavoro fatto davvero con amore e dedizione, che speriamo abbia presto un seguito. Perché non pensare, infatti, anche al “rock fantastico”, ossia tutto quello influenzato dalla fantascienza o dal fantasy?

Valentino G. Colapinto