Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di Le bestie Kinshasa Serenade di Lorenzo Mazzoni

4 febbraio 2011

KinshasaCOPERTINALe bestie Kinshasa Serenade, edito da Momentum Edizioni, giovane casa editrice di Milano diretta da Massimo Di Gruso, e scritto con combattiva passione dallo scrittore Lorenzo Mazzoni, è sicuramente un libro che farà discutere o per lo meno aprirà gli occhi di molti sulla situazione vissuta in Congo, sulla drammatica realtà e sulle atroci ripercussioni di uno dei più cruenti conflitti dimenticati dell’Africa. Conflitto che non dobbiamo aver paura di descrivere con i connotati del genocidio. Il bilancio delle vittime è di quasi sei milioni di morti e un milione e mezzo di profughi e la cosa più drammatica se si può trovare qualcosa di più drammatico di stupri di massa, saccheggi e massacri è la totale indifferenza e ignoranza nel quale è sepolto. I mass media tralasciano colpevolmente di informarci su questi fatti essenzialmente perché le colpe dell’occidente sono manifeste e ingiustificabili e non sono certo i seimila soldati dell’ONU capaci di farci fare bella figura nel processo di pacificazione. Il genocidio in corso infatti affonda le sue radici sin dalla seconda metà dell’ottocento e scorre di pari passo con i danni causati dal colonialismo più selvaggio, storia inenarrabile di depredazioni, devastazioni, saccheggi di ricchezze naturali di cui il continente africano è ricco. Per saperne di più segnalo Gli spettri del Congo Re Leopoldo II del Belgio e l’Olocausto dimenticato del giornalista  e scrittore americano Adam Hochschild.
Sottile, circa cento pagine, Le bestie Kinshasa Serenade è un pugno nello stomaco, un grido di dolore che tenta di scuotere le coscienze e spingere ad un dibattito, una riflessione, un civile raffronto con la realtà. Mazzoni utilizza un linguaggio crudo, realistico, non ci risparmia gli aspetti più duri della miseria, della povertà, della violenza, della disperazione. Non ci risparmia nemmeno lo squallore e i disgustosi traffici di uomini che su queste miserie speculano portando avanti traffici come il commercio di organi, il contrabbando di pietre preziose, e tutto quello che può generare un profitto mettendo da parte anche la più minima forma di moralità o di buon senso. Ambientato a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, prima che i ribelli entrassero nella città e tentassero il colpo di stato, è una sorta di squarcio ad un passo dall’abisso dove nel ricco quartiere di Gombè tra l’incoscienza e l’irresponsabilità si passa il tempo tra feste e lo scorrere di litri di alcolici. Personaggi principali di questo dramma sono alcuni occidentali giunti nell’inferno del Congo per i più svariati motivi, alcuni per aiutare, medici disillusi con alle spalle storie irrisolte che tentano di tenere in piedi ospedali fatiscenti, giornalisti che ancora credono che documentare e narrare porti a cambiare le cose, altri essenzialmente per speculare sulle miserie degli altri, personaggio emblematico di tutto questo orrore nell’orrore è senz’altro Jakov Cohen, membro dei Servizi Segreti sudafricani e faccendiere senza scrupoli o ideologie, torturatore e assassino.  Il clima greeniano che si respira è inconfondibile, l’autore dice di aver letto durante la stesura Il Nocciolo della questione, io ho trovato molti echi dei Commedianti. Con i connotati della più classica spy-story Mazzoni ci presenta un’ opera di forte impegno, un duro atto d’accusa contro la guerra, il colonialismo e il razzismo. Tragico e tristemente attuale, quasi un dovere morale leggerlo.

Le bestie Kinshasa Serenade di Lorenzo Mazzoni, Momentum Edizioni, 2011, 122 pagine, brossura prezzo Euro 10.00

:: Recensione di Le Beatrici di Stefano Benni a cura di Maurizio Landini

3 febbraio 2011

beatriciStefano Benni – Le Beatrici  (edito da Feltrinelli – collana ‘I Narratori’, Milano, 2011, pagine 94) 
Recensione a cura di Maurizio Landini
 
"Io non ho età, sono come una dentiera, rido e digrigno in un corpo che non è mio, che è troppo diverso dalla mia anima, la mia anima non fa questa puzza, sa di mare la mia anima."
(Stefano Benni – Vecchiaccia in Le Beatrici)
 
Cinque attrici di talento -Gisella Szaniszlò, Elisa Marinoni, Valentina Chico, Alice Rondini e Valentina Virando- hanno messo in scena una serie di monologhi inediti di Stefano Benni, raccolti in Beatrici, uno spettacolo-laboratorio tenutosi al Teatro dell'Arcimboldo, a Genova. I monologhi teatrali possiamo leggerli nell’omonimo testo edito Feltrinelli, dove troveremo anche alcune poesie e ballate scritte dall'Autore nell'arco di dieci anni.
 
   Le Beatrici è buono, dolce, romantico ma anche cattivo, acido e porco. È stramaledetto e che Dio lo benedica. È ancora Benni, il Cercatore di perle, siano esse poesie, racconti o monologhi teatrali. Ancora lui a regalarci sogni, mele avvelenate e specchi, a farci sghignazzare o piangere. A farci vivere di pensieri, a staccarci per un po' dai nostri laptop, dalla ultima news, dai vecchi col fard e dai culi più o meno generosi.
   Suore o presidentesse, mocciose o vecchiacce, le Beatrici sono vive.  
   Le donne oggi più che mai hanno da parlare. E, dannazione, ascoltiamole per una volta!
 
   Nota per gli (aspiranti?) scrittori del fantasy: leggetevi lo splendido monologo (a una o tre voci) Mademoiselle Lycanthrope.

:: Recensione di Velina o calciatore altro che scrittore di Gordiano Lupi

3 febbraio 2011

veline e calciatoriGordiano Lupi per chi non lo conoscesse è un tipaccio poco raccomandabile, un toscanaccio senza peli sulla lingua capace di attirarsi più nemici che amici, anche quando non conviene, anche quando si rischia l’ostracismo e la scomunica. Ama le crociate e schierarsi dalla parte di più deboli pensiamo solo al suo impegno contro il regime castrista e all’appoggio che da anni da a scrittori cubani dissidenti come Yoani Sanchez. Per giunta non fa nulla per cambiare questo stato di cose anzi si ingegna nei modi più bizzarri concessi ad uno scrittore per accrescere la sua fama di guastatore irredentista e anarchico. In Velina o calciatore altro che scrittore non si smentisce anzi facendo nomi e cognomi a modo suo traccia un’ analisi del tutto personale del mondo editoriale italiano non risparmiando commenti al vetriolo, giudizi secchi e senza appello, schierandosi diligentemente contro l’intellighenzia che conta tacciandola di mafiosità  e conventicola da osteria con tutto il rispetto per i quattro amici che si incontrano in osteria per farsi quattro risate in santa pace. Paladino della piccola editoria, piccolo editore lui stesso, scaglia molti dei suoi colpi, da novello Davide contro l’invincibile Golia, contro i Mac Donalds del libro, i grandi Megastores che disdegnano con principesca prosopopea di esporre sui loro scaffali i libri dei piccoli, anche quando meritano, anche quando sono di qualità prediligendo magari libri di comici, di veline, di calciatori, di squallidi mezzibusti televisivi, di commentatori in doppiopetto, di tuttologi, giallisti della domenica, fenomeni editoriali inventati, bestseller americani da bancone, che con la letteratura hanno poco a che fare. Lupi si arrabbia, inveisce, sentenzia, si lamenta, cerca dal muto lettore comprensione o per lo meno solidarietà e continua per la sua strada senza guardare in faccia nessuno e non limitandosi alla semplice invettiva, ha parole di ammirazione e di plauso per alcuni anche giovani e sconosciuti per par condicio io non faccio nomi lascio a voi di scoprirli e non sarà una lettura né lunga né faticosa, un centinaio di pagine in piccolo formato, letto in una mattinata.  

:: Recensione di “Bacchiglione Blues” di Matteo Righetto a cura di Valentino G. Colapinto

3 febbraio 2011

Bacchiglione_BluesBacchiglione Blues” Matteo Righetto: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €14,00 [Perdisa, 2011]. 

Dopo il sorprendente e sottovalutato Savana Padana (2009), Matteo Righetto (Padova, 1972) torna sul luogo delitto, ossia il pulp in salsa padana, con Bacchiglione Blues, un romanzo che lo conferma come una delle più interessanti nuove voci della letteratura di genere italiana.

In un panorama pieno d'inutili cloni, Righetto porta finalmente una ventata d'aria fresca. I suoi libri ricordano quei ganzissimi pulp d'oltreoceano, dove non c'è spazio per i buoni sentimenti e gli eroi senza macchia, ma tutti sono invece cinici, infami e violenti. Azione e dialogo, dialogo e azione, senza spazio per prolisse descrizioni o noiose seghe mentali.

A suo proposito, Giovanni Pacchiano ha scritto su Il Sole 24 Ore: “Roba da far sembrare i testi dei Cannibali o di Ammaniti letteratura per anime candide. Abbiamo anche noi il nostro Quentin Tarantino. No, non fa film, scrive. Si chiama Matteo Righetto.”

E in effetti da Bacchiglione Blues potrebbe venire fuori un ottimo film, se ancora esistesse in Italia un cinema di genere come nei gloriosi anni settanta, così lontani dai comici televisivi che vanno di gran moda oggi.

È questa una storia di balordi e di falliti, che non si rassegnano al loro misero destino e cercano disperatamente un riscatto, come Tito, Toni e Ivo. Tre scalcagnati delinquenti di periferia che sognano di essere gli eroi dei cartoni animati giapponesi o dell'A-Team e intanto cercano il colpo grosso, sequestrando la moglie di Primo Barbato, ricco e poco onesto proprietario di uno dei più grandi zuccherifici d'Italia.

Ma si sa come vanno queste cose e gli imprevisti spuntano ovunque. Si comincia con una nutria bianca, si continua con due testimoni di Geova e si arriva al casino più totale con una sanguinaria resa dei conti che vedrà tutti contro tutti armati. Sulle loro tracce, infatti, si muovono sia il colossale bosniaco Zlatan Tuco, desideroso di ottenere il compenso pattuito e mai ricevuto da Tito, e gli spietati El Carogna, El Muto e Mastegabrodo, sguinzagliati da Gino, il cocainomane braccio destro di Primo.

L'azione pirotecnica scorre lungo le sponde del Bacchiglione dentro luride trattorie dove si trincano ombre di bianco con uova e acciughe, tra paludi infestate di zanzare e rompiscatole o circondati da sterminate e ormai fuori mercato piantagioni di barbabietole.

Sembra quasi di stare nella Louisiana occidentale di un romanzo di Joe Lansdale o Victor Gischler, ma siamo in un Veneto oscuro e selvaggio. Un libro al fulmicotone, velocissimo ed esilarante, da gustarsi in un sol boccone. Questa è la via padana al noir. 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di La dea madrina di Robert Hültner a cura di Riccardo Falcetta

2 febbraio 2011

la_dea_madrina_coverUn poliziotto nel cuore nero della Repubblica di Weimar
 

“La dea madrina” di Robert Hültner, Del Vecchio Editore 2010, pp. 290, € 14.00 di Riccardo Falcetta
 
     Ai naviganti che, intuendo l’ennesimo giallo noir seriale di provenienza nordica, siano indotti a passare oltre da un istintivo senso di (comprensibile) insofferenza, chiedo di resistere qualche attimo.  
     “La dea madrina” è un giallo, con una morte da indagare; ed è un noir, che del crimine denuncia dinamiche e cifre come le connivenze col potere, la capacità di attecchimento nel malessere sociale e la tendenza alla sopraffazione.  
     L’ambientazione è storica: un incipit gravato da un’atmosfera di tempesta imminente, ci proietta a Sarzhofen, nella realtà fosca e primigenia della provincia bavarese di inizio Novecento, un margine della storia dove fatalismo e immutabilità, ceto e miseria sono concetti “di natura” che riecheggiano costanti e minacciosi. Dopo il suggestivo incipit, l’autore ci catapulta a Monaco, nell’estate del ‘24, a qualche mese dal fallito putsch hitleriano, dove Paul Kajetan, perfetta icona di ispettore abile, sensibile, impulsivo vive, intraprende e procura guai a sé e a quanti gli capitano vicino. Rimosso per insubordinazione e assunto presso uno sviluppatore di pellicole, Kajetan ci mette il tempo di qualche battuta a farsi cacciare ancora – in questo passaggio, l’istantanea di un’epoca che tra le pieghe della propria inquietudine nutrì alcune delle esperienze più fruttuose del cinema di ogni tempo.
     Perso nei budelli brulicanti della notte bavarese, l’ex ispettore entra in una bisca popolata da loschi e bislacchi avventori con nomi lombrosiani e donne al seguito, e per proteggere una prostituta ubriaca, cosa fa? Scatena una rissa. Catturato, riesce persino a portarsi dietro un povero fuggiasco che complice l’automazione che va investendo i pubblici uffici, viene identificato e messo a marcire in gattabuia. Liberato ma ridotto sul lastrico, in una città agitata dagli spettri della recessione e del nazionalismo insorgente – una Weimar pullulante, chiazzata di ombre, paurosamente attuale – Kajetan rivede Mia, la prostituta della bisca che un po’ per gratitudine, un pò per attrazione lo trascina alle dipendenze del gangster Fritz Urban, proprietario di nightclub e trafficante d’armi al soldo di organizzazioni irredentiste. L’ex ispettore accetta riluttante la sua nuova condizione, Mia è una dark lady bellissima, fragile, un pò imperscrutabile: i due finiscono a letto poi la ragazza parte e, quando torna, muore.
     È dal dolore della perdita che prende il via il recupero di un codice che deve ricondurre Paul Kajetan a sé stesso, sulle tracce di una verità altra, urgente, impensabile: dal fondo della spirale, dovrà risalire un ripido intrico di menzogne e violenza ataviche, per far luce sul rovo di connessioni che si annidano nel passato di Mia e dell’antica comunità di Sarzhofen. Sopra ogni cosa, l’ombra di una sorte che tesse le fila, preordina, schiaccia gli individui tra le maglie del divenire storico, un ‘ombracuiHültner dà forma umana – il titolo italiano ben traspone la sottile ambiguità semantica dell’originale “Die Godin”.
     Roberto Hültner asseconda il cammino del protagonista con indolenza, dialoghi strambi, artificiosi e digressivi, realizzando un contrappeso al rigore di scene austere e teatrali. A tratti, lievi mutamenti di registro frenano la narrazione, sospendendola su voragini temporali in fondo alle quali, non senza qualche vertigine, scorgiamo gli accadimenti del passato.
   “La dea madrina” è il secondo romanzo di una serie che in patria ha già fatto incetta dei più alti riconoscimenti destinati alla letteratura poliziesca nazionale. Tentando una fusione tra le regole delle attuali narrazioni d’indagine e di ambiente criminale e l’estremismo tragico della grande drammaturgia tedesca, Hültner demolisce i limiti della gabbia “di genere”, cercando una dimensione propria rispetto alla standardizzazione tipica di certa produzione nordica. Un caso che dimostra come non le etichette debbano qualificare i romanzi ma il peso della scrittura.
Una citazione di merito va in fine ai tipi della Del Vecchio che realizzano una edizione semplice e curatissima, arricchita da un corposo apparato di note che favorisce l’inquadramento della storia.

Recensione di “Vicolo dell'acciaio” di Cosimo Argentina a cura di Valentino G. Colapinto

31 gennaio 2011

vicolo_dellVicolo dell'acciaio” Cosimo Argentina: 260 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 [Fandango Libri – Galleria Fandango, 2010]. 

Anche se trasferitosi ormai da oltre vent'anni in Brianza, Cosimo Argentina (Taranto, 1963) torna per la quarta volta a raccontare la sua città d'origine con la cruda disillusione già mostrata nei precedenti Il cadetto (1999), Cuore di cuoio (2004) e Maschio adulto solitario (2008), e lo fa con una lingua che forse è la cosa più bella del romanzo, un originale ed efficacissimo impasto di dialetto salentino e italiano letterario.

Siamo nel quartiere Italia Montegranaro, dove lo stesso autore è cresciuto, abitato in gran parte da famiglie con almeno un operaio dell'Italsider (oggi Ilva), il più grande stabilimento siderurgico d'Italia, nonché probabilmente la fabbrica più inquinante d'Europa. Ma il degrado in cui vivono i protagonisti ricorda l'infernale Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby jr., un altro che non faceva nessuno sconto al lettore.

Voce narrante è il diciannovenne Mino Palata, che studia svogliatamente giurisprudenza e altrettanto svogliatamente coltiva il fidanzamento con la ben più combattiva Isa, ma il vero protagonista del romanzo è il padre di Mino, soprannominato il Generale, che combatte quotidianamente la sua battaglia in fabbrica, in una guerra in cui il salario può avere un prezzo altissimo in termini di salute.

Secondo la filosofia del Generale, gli uomini si dividono in prima linea, ossia gli operai addetti ai turni pesanti in acciaieria, e in imboscati, che in quanto tali non hanno diritto di parola, perché ignorano la realtà delle cose. Imboscati come gli attivisti di cui viene fatto un ritratto sprezzante: ecologisti del giovedì che cercano soprattutto di soddisfare la propria vanità e ottenere un po' di visibilità.

Di contro c'è la vita nel quartiere, in cui si è etichettati dall'indirizzo in cui si vive e via Calabria è il vicolo dell'acciaio, dove tutti prima o poi conoscono un lutto dovuto a morti bianche o neoplasie causate dall'altissimo inquinamento, per cui la madre di Mino “a ogni citofonata o trillo di telefono giunge le mani. Si aspetta da un momento all'altro che il Generale ci resti, in quel cazzo di laminatoio. (…) E i fumi dell'Ilva entrano in cucina, in salotto, nel cesso. Aspiriamo diossina sotto forma di silenzi armati e il Generale stappa una birra dietro l'altra e credo che quella sia la strada migliore per andarsene alle cozze.”

Con una visione del mondo quasi verista, Cosimo Argentina inchioda i personaggi a un destino ineluttabile, segnato fin dalla nascita. Gli adulti sono paragonati a gechi sempre attaccati al solito muro, dove scolano birra Raffo e fumano sigarette aspettando non si sa bene cosa, finché uno dopo l'altro muoiono, restano menomati o perdono il proprio equilibrio mentale per le durissime condizioni di lavoro.

Mino registra tutto quello che succede ma è incapace di opporsi allo stato delle cose, come farà invece Isa, l'unica che riesce a salvarsi e a fuggire dal quartiere e dal suo destino maledetto.

Romanzo fortemente impegnato, nato dalla rabbia e dal dolore, eppure sempre ironico e non di rado divertente, Vicolo dell'acciaio conferma per l'ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come Cosimo Argentina sia uno degli scrittori italiani al contempo più validi e più sottovalutati in circolazione. 

Valentino G. Colapinto

:: Giorgio Ballario, gialli e memoria. Intervista a cura di Elena Romanello

29 gennaio 2011

volo cicala ballGiorgio Ballario è da oltre vent'anni cronista a La Stampa, ha iniziato nel 2008 a scrivere romanzi gialli, pubblicando i due polizieschi di ambientazione storica "Morire è un attimo " e "Una donna di troppo", incentrati sul commissario Morosini, nell'Eritrea degli anni Trenta, editi dall'Angolo Manzoni, che ha pubblicato di recente il suo terzo romanzo, "Il volo della cicala", sempre un giallo, ma di ambientazione moderna.

Nasce prima il giornalista o lo scrittore, e perché proprio di libri gialli?

Nasco prima come giornalista, professione che esercito da quasi vent'anni, di cui gli ultimi dieci o undici passati a La Stampa, per la quale mi sono occupato di cronaca nera e giudiziaria, seguendo già una passione che ho sempre avuto per il giallo. Sin da ragazzino mi piaceva infatti leggere classici come la serie di Maigret, ed ad un certo punto, dopo essere stato un lettore di questo genere e un giornalista che scriveva di fatti polizieschi reali ho voluto provare a scrivere qualcosa io.

Aiuta fare il giornalista per diventare lo scrittore?

Non più di tanto, tra l'altro sono arrivato a contattare L'Angolo Manzoni tramite un amico e non grazie al mio lavoro. C'è un abisso tra scrivere articoli e tra scrivere un romanzo, certo ti aiuta avere alle spalle anni di scrittura, ma un articolo è legato ad un numero di righe, il romanzo ti permette di spaziare ma va scritto comunque con uno stile diverso. Scrivere un romanzo è un'attività molto versatile, ma devi saper mantenere a lungo un filo logico. Poi ci sono da fare in origine ricerche ed approfondimenti, per scrivere i due libri ambientati negli anni Trenta mi sono documentato su lettere, diari, testimonianze, a fatica, perché non è un'epoca su cui sia molto.

Come sono nati questi romanzi?

Sono partito da un'idea, ho fatto anche delle scalette. Ho creato poi i protagonisti, entrambi due investigatori di professione, anche se in contesti diversi, per i due romanzi sul commissario Morosini volevo scrivere qualcosa di diverso da una storia contemporanea ma anche da un thriller medievale o di ambientazione antica, che presuppongono ricerche ancora di tipo diverso, anche se gli anni Trenta sono comunque un periodo scomodo, su cui si preferisce parlare poco e su cui ormai mancano le testimonianze dirette.

Come vede la situazione dei gialli in questo momento?

Direi che è un genere che è esploso negli ultimi vent'anni, con fenomeni di particolare interesse come i gialli scandinavi e quelli storici. Dentro un giallo si può mettere di tutto, la sociologia, l'analisi dell'animo umano, la critica politica, la storia, forse ancora di più che in altri generi, e permette di affrontare tutte le tematiche, anche quelle più attuali, come il terrorismo, l'instabilità politica. Ormai il giallo non è più considerato un genere di serie B, anche perché, nei vari mezzi che ha usato, ha svelato anche storie meno note del passato recente.

Prossimi progetti?

Sto lavorando al terzo romanzo della serie su Morosini, io scrivo a pezzi e bocconi, dipende da quanto tempo libero ho, e poi parteciperò con un racconto ad un progetto dell'editore Bietti sul Risorgimento.

Come si trova con le nuove tecnologie?

Uso il pc e mi trovo abbastanza bene, mi sono pubblicizzato su Facebook. Al momento non leggerei un libro su ebook, anche perché sto già buona parte del giorno al pc e perché io amo l'oggetto libro, così come preferisco il cd e il disco di vinile agli mp3.

Che consiglio darebbe ad una persona che vuole pubblicare qualcosa?

Di mettersi in gioco, di avere il coraggio di far leggere il proprio libro in giro e soprattutto di non affidarsi mai all'editoria a pagamento. Non ha senso pagare per pubblicare il proprio lavoro, che tra l'altro non verrà mai distribuito.

Elena Romanello

:: Intervista a Gianni Simoni autore di “Lo specchio del barbiere”(TEA) a cura di Cristina Marra

27 gennaio 2011

Simoni_Lo_specchio_del_barbiere_PICCOLACol romanzo “Lo specchio del barbiere”(TEA, pagg. 320, euro 12,00) di Gianni Simoni ritorna la celebre coppia del commissario Miceli e del magistrato in pensione Petri già protagonista di “Un mattino d’ottobre” e “Commissario, domani ucciderò Labruna”. Simoni ex magistrato con la passione della scrittura stavolta crea un plot in cui si intrecciano tre casi apparentemente autonomi ma che riservano grandi colpi di scena. Un omicidio in una nota tabaccheria del centro di Brescia, un neonato trovato morto in un cassonetto e la proprietaria di una pensione sul lago d’Iseo vittima di strane persecuzioni assorbono completamente Petri che, vittima di un violento raffreddore, decide di smettere di fumare sigarette e si compra una pipa. Miceli è fuori sede per una breve vacanza e affida alla giovane Grazia Bruna la direzione delle indagini. L’esperienza di Petri e l’irruenza della Bruni conducono il lettore alla verità sui fatti. Vincenti per chiarire le dinamiche ed i moventi dei tre casi si rivelano come sempre le intuizioni e le ricerche personali dell’ex magistrato che supportato dalla paziente e comprensiva moglie Anna giunge alla ricostruzione dei fatti.
 
Simoni, nel suo romanzo ci sono tante donne con ruoli diversi. I personaggi femminili hanno la meglio su quelli maschili?
 
“Effettivamente nei miei romanzi vi sono molte figure femminili: Anna, la moglie di Petri; Lucia, la moglie del commissario Miceli e l'ispettrice Grazia Bruni della Squadra mobile. Queste le figure "positive". Ma vi sono anche quelle che potremmo definire "negative", anche se preferisco non nominarle perché correrei il rischio di anticipazioni per coloro che i miei romanzi non hanno letto. In entrambi i casi ci troviamo tuttavia di fronte a personalità "forti", sia nel bene che nel male, personalità che raramente accusano le debolezze di molti protagonisti maschili. Non saprei dire se "abbiano la meglio" su questi ultimi. Mi limito ad osservare, semmai, che sono in grado di dare il meglio ( o il peggio ) di sè, muovendosi con sicurezza in una società che da maschilista sta presentando una rapida evoluzione, Ma questa ( che piaccia o no, e a me piace ) è la realtà che stiamo vivendo”.
 
Petri, le sigarette e i quotidiani. Mi tratteggia brevemente la figura dell’ex magistrato?
 
“Petri, le sue sigarette, i quotidiani e, aggiungerei, il gusto di un buon bicchiere di vino, incurante dei danni che alla sua salute possano derivare. Non rinunzia a nulla, ma non è certamente un "bon vivant" disposto ad adagiarsi nelle comodità di un quotidiano che la sua situazione di pensionato ( che ha scelto anzitempo ) pur potrebbe offirgli. Tutt'altro. E' pronto a "sbattersi" dal mattino a sera, quando si trova di fronte a una storia intrigante, per il desiderio di capire e di arrivare alla soluzione di un caso.
Due cose gli sono rimaste dentro: l'amore per Anna, l'amore per la giustizia e l'esigenza di continuare a "provarsi" intellettualmente”.
 
Miceli e Petri, una coppia di professionisti affiatata. Cosa li accomuna e cosa li distingue?
 
“Sia Petri che Miceli, il commissario, sono anzitutto due galantuomini. Quello più dotato di "acume poliziesco" è Petri ( che lo sa, ed è un po' narciso ). Miceli è forse un po' più lento, ma anche lui è certamente intelligente e sa fare, con capacità ed onestà, il proprio mestiere. Ed è dotato di una grande umanità, che non manca a Petri, il quale, però, a volte pare nasconderla, forse per "orsaggine", forse per pudore”.
 
Perchè e quando ha deciso di scrivere gialli?
 
“Andato in pensione, dopo un saggio su Michele Sindona ( "Il caffè di Sindona" ) del quale ebbi occasione di occuparmi, la voglia di scrivere, che evidentemente mi ero sempre portato dentro, si è tradotta nella produzione di polizieschi, cosa abbastanza conseguenziale per una persona che abbia passato un'intera vita ad occuparsi professionalmente di crimini grandi e piccoli. Può darsi che inconsciamente vi sia stato anche il desiderio di appagare una voglia di giustizia e di chiarezza ( e il pensiero corre inevitabilmente a Petri ). Nel mio caso, tuttavia, confesso che quello che prevale è il divertimento, in una dimensione che non ti impegna troppo, che non ti impone di metterti in gioco più di tanto, ma che nello stesso tempo ti permette anche di far capire da che parte stai, cosa che in un Paese come il nostro, soprattutto in questo momento, mi pare quasi obbligatoria. E anche il più modesto dei polizieschi può servire allo scopo che, per usare un termine forse un po' impegnativo, potremmo anche definire didascalico”.
 
Cosa legge? C’è qualche giallista italiano o straniero che preferisce?
 
“In questo periodo della mia vita i polizieschi preferisco scriverli che leggerli. Prediligo di gran lunga una rilettura dei classici ( qualche nome: Cechov, Gogol, Turgeniev,
Dickens, Austen, Sthendal ecc.). Coi capelli bianchi non si può venire a patti e il tempo che ti resta per le letture ( e le riletture ) credo debba essere impiegato al meglio.
Giallisti? Uno su tutti. L'inarrivabile Ed Mcbain”.
 
Qualche anticipazione sul prossimo romanzo?
 
“Il prossimo romanzo della serie uscirà a marzo, sempre edito da TEA. Qui la vicenda, pur complessa nel suo divenire, sarà costituita da un sola, lunga, storia che
si risolverà con un finale abbastanza imprevedibile, quantomeno per il lettore meno scafato. Posso anticiparne solo il titolo: "La morte al cancello".

:: Recensione di Il canto di Lupetto di Britta Teckentrup –Bohem Press Italia a cura di Cristina Marra

26 gennaio 2011

Il canto di LupettoLupetto vive tra i monti innevati in piena spensieratezza. È un cucciolo di lupo e mentre i suoi “fratelli e sorelle giocavano lui vagabondava tutto solo”. Lupetto si sente diverso dagli altri componenti della sua famiglia. Deriso dai fratellini e incoraggiato dai genitori: Lupetto non sa ululare. Che razza di lupo sarà? Un giorno inseguendo un fiocco di neve, il piccolo Lupetto si perde. Un manto bianco di neve ricopre il paesaggio illuminato dalla “tonda palla gialla”. Che cosa fare? Come ritrovare la strada di casa? In quel momento di panico e disagio Lupetto si fa sentire con un canto tanto melodioso quanto emozionante che lo riporta tra l’affetto della sua famiglia. Lupetto ha capito la sua identità e quindi il suo ruolo sociale. Il racconto illustrato di Britta Teckentrup (Bohem Press, euro 14,00) narra con parole e con immagini colorate ma essenziali, una storia che parte da un senso di emarginazione per sfociare nella consapevolezza di un’identità personale e sociale. L’autrice racconta una crescita, una ricerca verso la conoscenza di se stessi e quindi del mondo che ci sta intorno. Lupetto è maturato ed ha capito se stesso, adesso può relazionarsi e confrontarsi con gli altri e far valere il suo ruolo sociale. Società che comincia proprio nel piccolo nucleo familiare, è lì che Lupetto cresce e si forma ed è in famiglia che conquista il suo ruolo. Il candore della neve contrasta con i colori sgargianti degli uccellini che dai rami degli alberi osservano le evoluzioni del cucciolo di lupo, la luce gialla della luna ispira Lupetto che emette “il suono del più strabiliante ululato” che viaggia attraverso il cielo notturno.

“Il canto di Lupetto” rispecchia la filosofia editoriale di Bohem Press Italia di libri “pensati per essere letti, insieme, dal genitore e dal bambino, e creare quindi un momento magico d’incontro e di scambio”.

Bohem Press Italia è una casa editrice apparentemente giovane. Quando è nata, nel 2001, aveva infatti alle spalle la trentennale esperienza, nel campo dell'editoria per l’infanzia, della casa madre svizzera, la Bohem Press di Zurigo.

La casa madre Bohem Press è nata a Zurigo, nel 1973, per volontà di due giovani boemi provenienti da Praga, che hanno voluto ricordare, anche nel nome della casa editrice, la loro terra d’origine. Uno era l’illustratore già affermato Stepan Zavrel, e l’altro era un giovane musicista di nome Otakar Bozejovsky von Rawenoff, figlio di collezionisti d’arte. Oltre alla casa editrice, Stepan Zavrel ha fondato a Sarmede (Treviso) una mostra permanente d'illustrazione che oggi è diventata un Centro internazionale d’illustrazione per l’infanzia, con una scuola di pittura e illustrazione dove insegnano alcuni dei più grandi maestri d’arte.

Oggi che Stepan Zavrel non c’è più, la mostra e la scuola proseguono le loro attività gestite da una Fondazione, mentre la casa editrice continua a pubblicare volumi per l'infanzia. Nel corso dei 35 anni di attività, la Bohem Press svizzera ha pubblicato oltre 300 titoli, complessivamente tradotti in oltre 50 paesi (Australia, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Corea, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Inghilterra, Islanda, Isole Far Oer , Israele, Italia, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Polonia, Portogallo, Olanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Svezia, Svizzera, Tailandia, Taiwan, Turchia) e in numerose lingue o dialetti autonomi, quali il basco, il friulano, il ladino, il sardo, il gaelico e via via fino allo tswana, lo xhosa lo zulu… per un totale di 67 lingue/dialetti. Ha organizzato, in molti paesi, prestigiose mostre di illustratori per l’infanzia in musei, biblioteche, gallerie e per conto di pubbliche istituzioni. Tra le più significative: la galleria dell’Art Directors Club e il Metropolitan Museum of Art a New York; il Museo do Pobo Galego e il Museo Espanol del Arte Contemporanea in Spagna; l’Itabashi Ward Museum of Art a Tokio, l’Otani Memorial Art Museum, il Tokushima Modern Art Museum, il Kawara Museum di Takahama, il Museum of Modern Art di Wakayama e l’Hokkaido Obihiro Museum of Art in Giappone. E ancora, mostre a Praga, Monaco, Helsinki, Zurigo, Vienna, Bratislava, Venezia… Ha ricevuto
numerosi premi, riconoscimenti, menzioni, risultando la casa editrice più premiata in assoluto.

:: Recensione di L'apostolo sciagurato di Maddalena Lonati

26 gennaio 2011

Due amanti. Un amore assoluto che li lega, quasi soffocante, morboso, totalizzante, che li rende interdipendenti, facce di una stessa medaglia. Un amore dove apparentemente lui è il più forte, comanda il gioco, domina la compagna portandola a confrontarsi con i lati più nascosti del suo essere, a sondare le proprie sensazioni, la percezione che ha della realtà, dando colore alle forme, descrivendo il sapore di un cibo non limitandosi ad elencarne gli ingredienti. Una tensione intellettuale che diventa quasi insopportabile tanto che lui decide di andarsene, di abbandonarla, senza un motivo, senza una spiegazione, lasciandole solo scritto su un biglietto, il suo nome, segreto custodito fin a quel momento. Lei accetta questa perdita, la elabora e sublima nell’arte della parola scritta la sua assenza, il desiderio che ha di rivederlo, di rifare parte della sua vita. Novella Sherazade inventa racconti per non morire, per non far morire il rapporto che la lega al suo amato. Seduzione, erotismo, passione, desiderio, ossessione, tutte le declinazioni del mistero chiamato amore vengono analizzate e decontestualizzate. L’apostolo sciagurato si compone infatti di 28 racconti apparentemente slegati tra loro ma in realtà strettamente concatenati che racchiudono un segreto che si svelerà solo nel racconto finale, dove il ritorno di lui, riporterà l’equilibrio. L’assenza, questo è il tema centrale dei racconti-romanzo, ciò che di più erotico si possa concepire. L’erotismo è assenza, mancanza, desiderio di ricomposizione dell’unità cara ai miti greci. L’erotismo è ciò che di più lontano esista dalla quotidianità, dalla consuetudine, dalla banalità. Non è facile parlare di amore, erotismo, le trappole sul cammino sono innumerevoli, si può cadere nel sentimentalismo zuccheroso, nel grottesco, nella volgarità ostentata, la Lonati non cade in questi estremi, mantiene un sano equilibrio e una pacata grazia. Usa una scrittura sperimentale, destrutturata, surrealista e in fin dei conti molto visuale. La vista infatti è il senso che più viene sollecitato e per fare ciò associa spesso ogni cosa ad un colore: avorio, cannella, il viola, il blu, il rosso della passione. I luoghi variano Marrakech, Venezia, Parigi, New York, Palermo, ma il panorama interiore resta identico, immutabile. Il lavoro di ricerca sulla parola è estenuante, meticoloso di sapore vagamente barocco e decadente non a caso l’autrice afferma di aver avuto come fonte di ispirazione i Decadenti: Huysmans, Oscar Wilde,  D’Annunzio. Una parola me la si conceda sul racconto intitolato Florian, a mio avviso il più spiccatamente surreale, onirico, in cui i più grandi scrittori di tutti i tempi si riuniscono, ormai fantasmi, in una Venezia trasfigurata e mettono alla prova il talento di un esordiente nel quale forse ironicamente l’autrice si riconosce. Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, ma l’autrice avrebbe potuto citare Il Cantico dei cantici con la stessa naturalezza, anche nel Cantico si ripete il tema della separazione e dell’assenza, e della presenza dell’amato anche se lui è lontano:  L’ ho cercato ma non l’ ho trovato  –  l’ ho chiamato, ma non mi ha risposto. L’universalità data dall’assenza di nomi, solo un Lui e una Lei, impreziosisce un tessuto narrativo sicuramente interessante e peculiare.

Maddalena Lonati è laureata in lettere e letterature straniere e ha frequentato i corsi di scrittura creativa della scuola Holden. Ha pubblicato il romanzo “ Decadent doll” ( Prospettiva Editrice), “L’apostolo sciagurato” (Robin Edizioni), e di prossima uscita “In bianco e nero” (Robin Edizioni). I suoi racconti sono stati pubblicati da numerose riviste letterarie ( fra le quali Tam Tam, Gemellae, Progetto Babele, Segreti di Pulcinella, Prospektiva, Osservatorio Letterario, Il denaro, Dadamag, Anonimascrittori, Centro studi Opifice, Homoscrivens), periodici ( Gente, Racconti per un viaggio), ed inseriti in varie antologie ( Voci dell’anima, Fiori di campo, Il racconto mai scritto, Carlo Levi, I racconti del caffè, In treno, Danzando nel sapore dell’uva, Lì, tra le strade sottili di linfa e rugiada, Il blu).  

:: Recensione di Niente da capire- Tredici storie senza mistero di Luigi Bernardi

21 gennaio 2011

nientIl crimine per quanto lo si analizzi scientificamente, psicologicamente, sociologicamente, ha in sé qualcosa che sfugge, una variabile impazzita, una tara endemica, un cromosoma anomalo. Il crimine è sgradevole, puzza di cadavere decomposto, di sudore non lavato, di paura. E’ privo di mistero. Non appartiene all’universo perfetto che cita Durrenmatt nell’epigrafe tratta da La promessa, un requiem per il romanzo poliziesco che come un memento apre la raccolta di racconti che compongono Niente da capire. Capire, inquadrare ridimensionare è una smania che un po’ ci contraddistingue tutti, ci rassicura, ci anestetizza, pone dei confini a qualcosa la cui vastità ci spaventa, ci terrorizza. Ma a volte capire è l’ultima cosa da fare. Capire è inutile, dannoso, impossibile. La mente, la ragione arrivano fino ad un certo punto e non oltre. Viviamo in una realtà amputata, frammentaria, scaduta. Non è un gioco di società, un mistero da svelare, il crimine, il delitto, il male. Possiamo riunirci tutti davanti al fuoco di un televisore e vedere discutere criminologi, psichiatri, giudici, poliziotti, giornalisti, finanche assassini, li possiamo vedere scannarsi l’uno contro l’altro a colpi di tesi contrapposte, per non giungere a nulla. La moglie ha ucciso il marito perché un filo l’ ha avvolta e la ha mossa a farlo, un marito che magari amava, con cui aveva diviso giorni felici, figli, speranze, momenti tristi. E’ successo, non si può tornare indietro, rimediare, mettere a posto le cose come ci conviene. Soprattutto i moventi infatti di queste storie di sangue e di follia sono agghiaccianti: c’è chi uccide per un po’ di sale, chi perché i vicini sono rumorosi e non puliscono bene il pavimento, chi perché la figlia fuma troppo e non si sa come farla smettere, chi viene uccisa perché in una casa di riposo viene visitata dai figli, nipoti, pronipoti di più della compagna di stanza. Motivi che in una qualsiasi statistica brillerebbero per assurdità, per inconsistenza, motivi futili che non consentono attenuanti.
Ci sono storie, alcune visibilmente ispirate alla cronaca nera degli ultimi anni, che echeggiano i casi di Rosa e Olindo Bazzi, di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, altre forse inventate, forse ispirate da sensazioni, mezze verità carpite per strada, odori, ricordi, ipotesi plausibili, storie che forse sono successe e non hanno raggiunto i clamori della cronaca o che forse succederanno. C’ un racconto soprattutto che mi ha colpito, ha superato la superficie della diffidenza, della repulsione, del è solo un libro, inchiostro e pagine di carta, si intitola Camilla senza mani, forse non è il più bello, se la categoria estetica ha un senso nel descrivere questi racconti di quotidiano orrore, ma è quello che mi ha più disturbato, disorientato, fatto riflettere. Il cadavere di un’anziana ottantenne con il collo tagliato da un orecchio all’altro viene rinvenuto con le mani tagliate. Un cadavere che non ispira pena come di solito succede verso le vittime. Un assassino che confessa. Senza movente, se non un attimo di inspiegabile follia. Ha tagliato le mani del cadavere perché l’ ha visto fare in un telefilm poliziesco americano, per non far trovare residui della propria pelle sotto le unghie della vittima. La sua unica preoccupazione è che cosa gli daranno da mangiare per cena, lui musulmano, non mangia carne di maiale.
Teso, fino quasi a strapparsi, Niente da capire è un mosaico di micro racconti legati da un unico filo conduttore, un’unica linea rossa, un’unica certezza infondo, le cose accadono perché così deve essere, non c’è niente da capire. Dal 26 gennaio in libreria.

Niente da capire, Luigi Bernardi, Perdisa Pop Arrembaggi collana diretta da Antonio Paolacci, pag 144 Prezzo E 10,00.

:: Recensione di Gli uomini ombra a cura di Grazia Guaschino

18 gennaio 2011

Gli-uomini-ombra-380x556Per merito della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, siamo venuti in possesso de “Gli uomini ombra e altri racconti”, un libro notevole appena uscito, scritto da Carmelo Musumeci, ergastolano autodidatta, attivista per i diritti dei detenuti (*). Grazia, che si è incaricata di scrivere la seguente recensione del libro, ne è rimasta inaspettatamente angosciata. Vi invitiamo a leggere “Gli uomini ombra e altri racconti” che ci fa “sperimentare sulla nostra pelle” il buio della detenzione e soprattutto dell’ergastolo “ostativo”, una punizione inumana e lesiva dei diritti fondamentali. Al di là del primo livello di tristezza quasi assoluta, avvertirete la luce e la speranza di chi si batte, nonostante tutto, per un mondo nuovo, più rispettoso dei diritti umani.
 
Quando mi è stato chiesto di scrivere una recensione del libro “Gli uomini ombra e altri racconti”, di Carmelo Musumeci, ho accettato volentieri, perché da molti anni ormai mi occupo di diritti umani e di detenuti ed ho creduto di poter affrontare con lucidità e moderato coinvolgimento il testo da esaminare.
   Le cose non sono andate proprio così. Già da prima sapevo che la vita nelle carceri è dura e squallida, che molto spesso i condannati all’ergastolo hanno alle spalle storie tristi di infanzie rubate e di maltrat­tamenti, che solitudine e tristezza regnano tra le pareti delle celle, ma una cosa è “sapere” e una cosa è “sperimentare sulla propria pelle”.
   Leggendo i racconti di Carmelo sono entrata con lui nel carcere,  ho vissuto con uomini disperati, ho avvertito in me il gelo della solitudine, la tortura dei giorni tutti uguali, tutti ugualmente vuoti, segnati solo da attività lugubri. Ho udito le urla, gli insulti. Ho provato il morso della fame, quella vera, inter­rotta solo parzialmente da pasti pessimi e insufficienti. Ho intravisto, con ansia infinita, con il cuore in tumulto, lo spiraglio di una possibile salvezza, lo spiraglio della libertà, solo per precipitare nuovamente e ancor più dolorosamente nell’abisso di violenza fisica, ma soprattutto psicologica, del carcere. Ho an­che però capito il significato di amicizie silenziose e solidali, che permettono sacrifici incommensura­bili, di amori travolgenti e senza speranza, di sentimenti forti e profondi, nel bene e nel male.
   Carmelo Musumeci scrive in modo così coinvolgente che è impossibile non farsi attanagliare dall’angoscia, non provare tutta la compassione di cui si è capaci per questi uomini ombra, per i loro cari, e alla fine anche per i carcerieri, inariditi e privati dell’anima proprio come i loro carcerati, tutti travolti e divorati dal famelico Assassino dei Sogni.
   L’Assassino dei Sogni è il carcere stesso, trasformato dall’abile penna di Carmelo in un essere vivo, tentacolare, gelido e malvagio, che avvolge e divora tutto ciò che di vivo riesce a inghiottire tra le sue mura. Le frasi di Carmelo sono molto spesso brevi, sembrano imitare il ritmo del respiro che diviene quasi affannoso mentre leggi, mentre ti immedesimi nei sogni rubati e nelle speranze tradite dei prota­gonisti, gli uomini ombra appunto, creature nascoste al resto del mondo e quindi dimenticabili e troppe volte di fatto dimenticate.
   Sette racconti in questo libro, tutti terribili, tutti con un finale drammatico. Tutti tranne l’ultimo, in cui si intravede un barlume di speranza e di gioia, derivanti dall’amore e dal legame di amicizia che indis­solubilmente lega corpo e anima di due persone, una dentro e una fuori dal carcere. Carmelo vuole tra­smetterci un messaggio: solo se sapremo tendere una mano amica a queste persone altrimenti invisibili, solo se cercheremo di combattere e di far abolire la crudele e incostituzionale legge dell’ergastolo osta­tivo (**), potremo ridare un volto a queste persone, che quasi sempre hanno il solo grave torto di essere venute al mondo nel posto sbagliato.
   Carmelo Musumeci è un condannato all’ergastolo ostativo, la sua biografia parla di un uomo intelli­gente e sensibile, sfortunato fin dall’inizio della vita, costretto a scelte sbagliate, ognuna conseguenza della precedente, tutte unite tra loro fino a formare la catena che ora lo tiene per sempre avvinto tra le mura del carcere di Spoleto. La sua intelligenza e il suo amore per la giustizia lo hanno portato a intra­prendere un lungo e silenzioso cammino di redenzione che lo ha indotto a studiare fino a laurearsi in Giurisprudenza e a lottare dall’interno del carcere per sensibilizzare il mondo esterno sul dramma dell’ergastolo, che lui definisce “la pena di morte a gocce”.
 
Maria Grazia Guaschino- Direttivo  Comitato Paul Rougeau(
http://paulrougeau.org/ )
 
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(*) Carmelo Musumeci, “Gli uomini ombra e altri racconti”, Gabrielli Editori, Pagine 175, Euro 14. Il libro si può ordinare nelle librerie ma vi consigliamo di acquistarlo direttamente tramite il sito
www.gabriellieditori.it  oppure tramite il sito www.ibs.it
(**) Ergastolo senza benefici e senza revoca inflitto per determinati crimini associativi (v. n. 182 ).