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:: Un’intervista con Franco Forte, autore di Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2026

Benvenuto Franco, e grazie di avermi concesso questa nuova intervista per parlare del tuo nuovo romanzo storico, appena uscito per Mondadori, incentrato sulla figura di Marco Aurelio. Dopo Cesare, Marco Aurelio; da un condottiero militare a un filosofo. La storia di Roma è piena di imperatori e condottieri molto diversi tra loro, da Claudio, il mio preferito, a Caligola, a Nerone, a Cesare a Marco Aurelio. La storia di Roma è ancora attuale? Che insegnamenti, secondo te sono utili ancora oggi?

Più che la storia di Roma (che per quanto mi riguarda è comunque uno dei periodi più ricchi e affascinanti del passato in generale, sia per gli avvenimenti accaduti sia soprattutto per i protagonisti che hanno attraversato secoli di dominio del mondo) direi che è importante la Storia a 360°, quella con la “S” maiuscola. Per capirlo basta guardarsi un po’ attorno oggi, in Italia, in Europa e nel resto del mondo: quanti errori continuiamo a commettere a livello socio-politico? Quante guerre inutili continuiamo a combattere? Quanta arroganza, quanto bullismo c’è, nelle relazioni internazionali fra Stati e popoli? Tutte cose che sono già state affrontate e superate mille volte, nel passato, ma che oggi sembriamo ignorare, ripartendo ogni volta da zero. Eppure, certi pseudo dittatori d’oggi dovrebbero studiare i loro epigoni del passato, e rendersi conto che se hanno fallito i vari Mussolini, Hitler, Stalin, Napoleone e chi più ne ha più ne metta, prima o poi succederà anche a loro. La Storia andrebbe conosciuta per capire come comportarsi oggi, per evitare gli errori che hanno portato troppe volte gli esseri umani sull’orlo dell’abisso.

Cesare era un conquistatore, l’arte militare veniva prima del governo, era essenzialmente un soldato. Marco Aurelio era in lotta soprattutto con sé stesso. Che parallelismo è possibile tra i due imperatori?

In realtà direi nessuno. Giulio Cesare, come racconto nel mio precedente libro, “L’alba di Cesare – Il romanzo del De bello gallico”, era un uomo proiettato verso la ricerca del potere personale, dell’affermazione assoluta su tutti. La sua visione era molto chiara: rischiare il tutto per tutto – come fece inventandosi condottiero e conquistatore delle Gallie – in funzione di un obiettivo: diventare il dittatore di Roma. Marco Aurelio parte da un assunto molto diverso: lui voleva fare il filosofo, non aveva alcuna visione legata alla crescita del potere personale. Viene coinvolto suo malgrado negli ingranaggi della successione all’impero, e in parte se ne lascia stritolare, rinunciando alle cose per lui più preziose (lo studio quotidiano della filosofia, la donna di cui era profondamente innamorato, la madre che tanto gli era stata vicino nelle varie fasi della sua crescita) per “dovere di Stato”, per poter assolvere a quello che era il sogno di uno dei suoi maestri, Seneca, che sosteneva che non ci potesse essere miglior governante di un uomo saggio, di un filosofo. E dunque Marco Aurelio ha provato a fare questo: essere da una parte l’imperatore, l’uomo più potente di Roma, dall’altra mettere al servizio del popolo, dello Stato, tutto ciò che aveva imparato sulla ragionevolezza, sulla pietas e sulla giustizia, credendo con tutto se stesso che detenere il potere non significasse accrescere il proprio ego, le proprie ricchezze, il proprio prestigio e basta (come mi sembra facciano certi governanti d’oggi, in tutto il mondo), ma mettersi al servizio degli altri. Credo che Cesare si sarebbe fatto un gran risata, di fronte a una considerazione simile.

Il tuo Marco Aurelio appare estremamente moderno, è una tua forzatura, o le fonti storiche ti hanno tramesso questa modernità?

E’ moderno perché incarna tutto quello che i nostri governanti, oggi, sembrano ignorare e disprezzare: l’etica, la morale, la giustizia universale, il senso di appartenenza a una Natura che ci pervade tutti. Tutte cose che ha lasciato scritte e che sono giunte fino a noi, e che non a caso oggi sono raccolte in libri che sono dei veri e propri bestseller. Parlare di buon governo, di giustizia e di rispetto per chi è in difficoltà, non sembra in linea con quello che vediamo tutti i giorni al telegiornale, e lui lo faceva quasi 1900 anni fa. E poi penso ad alcune analogie con quello che succede oggi che sono abbastanza impressionanti. Per esempio, durante il suo impero divampò una guerra feroce fra giudei e palestinesi, che fece oltre 500.000 morti fra gli ebrei, a cui lui decise di mettere fine con l’intervento delle legioni (e chiedendosi perché mai quei popoli si odiassero così tanto, perché fossero così decisi a sterminarsi a vicenda), una situazione che pare ricalcare in modo impressionante quelle che succede oggi a Gaza; oppure la pestilenza che si diffuse in tutto l’impero e che falcidiò decine di migliaia di persone, in un modo molto simile a quanto fatto dall’epidemia di Covid che abbiamo dovuto affrontare qualche anno fa.

Quanto ti è servita l’approfondita lettura delle Meditazioni per creare il tuo personaggio?

In quel libro (io ho la versione intitolata Pensieri, pubblicata dagli Oscar Mondadori) c’è tutto il percorso fatto da Marco Aurelio da bambino fino alla morte sul limes danubiano; lo stesso percorso che nel mio libro ho cercato di ricostruire partendo dalle sue azioni, che anno dopo anno lo hanno forgiato e hanno fatto crescere dentro di lui la consapevolezza che la filosofia non può restare mero pensiero, ma deve potersi esplicare nella vita di tutti i giorni. Il mio è stato un viaggio tormentato ed esuberante, compiuto passo passo accanto a Marco Aurelio, e mi auguro che possa avvenire lo stesso con chi leggerà il romanzo.

Che fonti derivate hai utilizzato, la lettura di quali libri?

Impossibile citarli tutti, ho studiano per anni, attingendo a tutte le fonti storiche disponibili, dai classici antichi fino agli studiosi moderni che hanno verificato le fonti e le hanno sviscerate sotto ogni aspetto. Quando si tratta di Roma antica, per fortuna, i materiali non mancano, ma come sempre durante la fase di ricerca mi imbatto in chicche preziose, che servono a dare spessore alla ricostruzione del periodo che descrivo. Un esempio è il medico personale di Marco Aurelio, quello che lo ha accompagnato fino alla morte, Galeno. Altro personaggio molto legato alla modernità, visto che ancora oggi le preparazioni galeniche sono molto usate in farmaceutica. Galeno gli forniva un preparato antico che aveva rielaborato a suo modo, la Triaca, che conteneva decine di erbe e ingredienti, ma soprattutto l’oppio, aiutando Marco Aurelio a sopportare i dolori che lo devastavano (probabilmente aveva un tumore all’intestino) ma dandogli anche la possibilità, nei suoi deliri onirici, di poter parlare con i suoi maestri del passato, come Seneca, Eraclito, Epicuro.

Marco Aurelio ha incarnato una visione etica del potere, come buon governo, servizio, più che fonte di privilegi personali. Per Roma si può dire ha sacrificato tutto, la sua vita, i suoi amori. Secondo te sul finire della sua vita si è pentito di queste scelte così estreme?

Ho deciso di far partire il mio romanzo con un prologo in cui Marco Aurelio è sul letto di morte, e parla con i filosofi antichi che vede materializzarsi davanti ai suoi occhi a causa dell’oppio contenuto nel preparato che il medico Galeno gli somministrava per tenere a bada i dolori terribili che lo affliggevano. Poi, da lì passo alla sua infanzia, per spiegare come sia arrivato, nel corso della sua vita, all’amarezza, al dolore e alla rassegnazione che il lettore potrà cogliere nelle sue parole, nel suo atteggiamento, in punto di morte. Perché pur essendo l’uomo più potente di Roma, l’imperatore, Marco Aurelio, come dici tu, ha sempre sacrificato se stesso e i suoi desideri, i suoi piaceri, la sua serenità personale, a favore del popolo, dell’impero, di Roma. Il mio tentativo, in questo libro, è stato proprio questo: far capire come abbia fatto, un uomo con un futuro già scritto da altri per lui (dagli imperatori che l’hanno preceduto, dagli dei in cui credeva fermamente, dalla filosofia stessa che studiava), a consumarsi fino a quell’epilogo tragico e doloroso.

Il rapporto tra Marco Aurelio e il figlio Commodo emerge come una delle grandi tragedie del romanzo. Secondo te lo considerò un fallimento personale o una dimostrazione dei limiti del controllo umano sul destino?

Direi entrambe le cose. Commodo era suo figlio, e lui si batté perché diventasse imperatore, seguendo la linea di sangue, eppure… lui era diventato Cesare grazie a una adozione, non certo per linea di successione, e prima di lui lo stesso era accaduto con Antonino Pio, e prima ancora con Adriano. Insomma, si era introdotta da tempo a Roma la consuetudine di dare la corona d’alloro a chi lo meritasse, non a chi potesse ereditarla, e proprio lui, che era il più votato fra tutti a premiare il merito e la giustizia, arriverà a commettere un grande errore: cedere alla lusinga del sangue, della stirpe familiare, e consegnare l’impero a un figlio che si dimostrerà indegno per il ruolo. Credo che questa consapevolezza abbia contribuito, insieme alla malattia fisica e alle tante delusioni patite durante la sua vita, a portarlo prematuramente alla morte.

Nel tuo romanzo dai grande spazio alla figura della moglie di Marco Aurelio, un matrimonio certo imposto dalla ragion di stato, ma se vogliamo questa donna fu piuttosto trascurata dalla storia. Tu le rendi giustizia?

Faustina Minore, così si chiamava la moglie di Marco Aurelio, è stata una donna importante, sotto molti aspetti, dell’evoluzione della personalità e della figura di Marco Aurelio. Impossibile trascurarla. Io credo che le donne, nella Storia antica, abbiano sempre avuto ruoli fondamentali, e mi piace farli emergere, raccontarli meglio che posso, anche se la storiografia ufficiale sembra dimenticarsene, affidando loro solo particine secondarie. Faustina è stata la causa principale dei dubbi che più attanagliavano Marco Aurelio e che riguardavano la sua vita sentimentale, e una vera miniera d’oro per un narratore che deve confezionare un bella storia.

Quali furono i suoi maestri, da chi apprese il rigore morale, la saggezza stoica?

Nel libro ne cito una ventina, credo, perché durante tutta la sua vita Marco Aurelio si è sempre circondato di sapienti, che lo hanno prima guidato, poi affiancato. I più importanti restano Frontone e Giunio Rustico, ma per i più sono solo nomi vaghi, di cui si conosce poco. Eppure ebbero un ruolo fondamentale nella maturazione del pensiero di Marco Aurelio, che poi si è riversato nelle sue azioni, e dunque ho voluto averli sempre presenti nel libro, affidando loro il ruolo che meritavano.

Ci sono progetti di traduzioni all’estero?

Di solito arrivano sempre, ma visto che il romanzo è appena uscito al momento ancora non ho parlato di questo con il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini. Ma lui è bravissimo a promuovere i miei libri all’estero, e di sicuro presto arriverà qualche offerta.

A livello di vendite i libri incentrati sull’Antica Roma hanno un buon riscontro, anche a livello internazionale?

Direi proprio di sì. A dimostrazione di questo c’è il fatto che da anni vorrei tornare a scrivere della Milano del 1500, con i thriller storici che hanno come protagonista il mio Niccolò Taverna, ma… Mondadori pretende che io continui a dare al pubblico ciò che il pubblico vuole, e l’antica Roma è sempre al primo posto!

Dopo Cesare e Marco Aurelio, quale figura della storia romana senti di volere raccontare? O hai altri progetti? 

Sto già lavorando al prossimo romanzo, incentrato su una figura di spicco della Roma antica (eh sì, resto ancora in quell’ambito), che tutti conoscono… almeno di nome, perché poi nell’intimo resta un grande mistero, che cercherò di portare all’attenzione dei lettori l’anno prossimo. Ovviamente, per ragioni di riservatezza (e scaramantiche) non dirò chi è. Ma presto lo si verrà a sapere.