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:: Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari (Bordeaux, 2016)

12 luglio 2016
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La battaglia da vincere affinché tanti giovani musulmani non si trasformino in “attentatori fai da te” pronti a fare strage nei paesi dove sono nati e cresciuti è soprattutto culturale. Per questo la guerra della comunicazione è tanto importante.
Spegnere gli account dei sostenitori dell’Isis, arrestare chi diffonde sulla rete i proclami del Califfato o replicare con gli stessi mezzi sembra insufficiente di fronte alla determinazione e alla spregiudicatezza dell’esercito dei tagliagole.
Forse sarebbe più efficace interrompere il flusso di denaro che sostiene le campagne militari e mediatiche dello Stato islamico. Indagare davvero su chi c’è dietro ai finanziamenti a questi estremisti, su chi fornisce loro le armi e le attrezzature video di ultima generazione, su chi li aiuta a montare e a diffondere i loro raccapriccianti filmati. Nello stesso tempo è utile smascherare le false informazioni che circolano in rete, perché il confine tra vero e verosimile sembra confondersi ogni giorno di più. I media e i professionisti dell’informazione dovrebbero valutare con maggior attenzione provenienza e attendibilità dei materiali prima di pubblicarli, soprattutto se presi dal web, soppesandone l’utilità informativa più che la logica di “cassetta” o il timore di “bucare” quello che appare in rete. Bombardati da tante immagini di violenza e notizie frutto di propaganda i cittadini rischiano di perdersi. L’asticella dell’indignazione dell’opinione pubblica si sta spostando di giorno in giorno sempre più in alto, come avviene nei programmi televisivi in cui la ripetitività richiede sempre nuovi colpi di scena per ridestare l’attenzione. Il rischio è quello dell’abitudine.

Oggi voglio presentare ai lettori di Liberi di scrivere un testo se vogliamo complesso, ma anche interessante e di stretta attualità, che potrà essere utile sia ai cosiddetti addetti ai lavori (studiosi, docenti, analisti, giornalisti) come ai semplici lettori, coscienti del mondo che li ci circonda, persone che si fanno domande, che cercano di analizzare e comprendere la realtà alla luce di un più serio approccio interpretativo. Insomma se non siete animati da questa curiosità, l’accostarsi a questo testo potrà sembrare decisamente ostico, ma se invece come avete familiarità con testi storici e di geopolitica, non potrete che trovarlo una lettura degna di attenzione e densa di spunti di approfondimento. Per coloro che non hanno questa familiarità cercherò comunque, nel mio modesto ruolo di cultore della materia, di fornire le più semplici chiavi interpretative per un’ agevole lettura.
Il testo si intitola Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 (Bordeaux, 2016) ed è il frutto del lavoro congiunto di numerosi esperti, – storici, analisti politici, analisti economici- , che hanno unito le loro forze nel tentativo immane di fare chiarezza, di evidenziare punti certi di analisi, di giungere a sicure conclusioni, per quanto la materia, quanto mai magmatica, lo permetta. Come è stato sottolineato in un dibattito viviamo in un mondo velocissimo, tutto ciò che si scrive è già parte del passato, per cui è bene sottolineare che questo testo, la cui pubblicazione ha una cadenza annuale, (esistono già due volumi riguardanti l’anno 2013 e 2014), è aggiornato al 31 ottobre 2015. Tenuto conto di questo, e partendo dal principio che attingendo alle radici storiche si può meglio capire l’attualità, e il presente, cercherò di darvi le informazioni basilari, anche piuttosto schematiche, per avvicinarvi al testo.
Innanzitutto la realizzazione della ricerca e della pubblicazione dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 rientrano nell’ambito delle attività scientifiche dell’area di ricerca storico- politica dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma, in collaborazione con il CeSI (Centro Studi Internazionali). Responsabili scientifici e curatori dell’opera sono il professore associato di Storia contemporanea Andrea Ungari e il dottore in Storia d’Europa Francesco Anghelone. La prefazione è a cura di Antonio Iodice (presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V). L’ introduzione è di Andrea Margelletti (presidente del Centro Studi Internazionali (CESI). E la postfazione, dal titolo L’Europa e il Mediterraneo, è di Stefano Polli (vice direttore dell’Agenzia ANSA).
Il corpo del testo è composto da due brevi saggi introduttivi di approfondimento, Media e Social Media dalle primavere arabe allo Stato Islamico di Alfredo Macchi e Lo stato Islamico: nascita e ascesa del nuovo modello di riferimento del terrorismo globale di Gabriele Iacovino. Seguiti da undici schede paesi, composte da una parte storica e una parte contemporanea, cadenzata da un profilo politico, economico e sociale. Andrea Ungari si occupa del profilo storico di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Israele, e Autorità Nazionale Palestinese. Marco Di Liddo del profilo contemporaneo di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Turchia. Francesco Anghelone del profilo storico di Egitto, Libano, Siria, Giordania e Turchia. L’analista Francesca Manenti del profilo contemporaneo di Israele. Stefania Azzolina del profilo contemporaneo della Autorità Nazionale Palestinese, Libano e Giordania. E infine Francesco Tosato del profilo contemporaneo della Siria, se vogliamo il più scottante data la guerra in corso e l’occupazione di parte del suo territorio da parte dello Stato Islamico.
Come dicevo l’utilità di questo testo non si limita a interessare gli addetti ai lavori, (molto di quello di cui si parla è conosciuto, ma qui viene espresso in modo sistematico, organico e sintetico, rispettando naturalmente l’aspetto scientifico e i rimandi bibliografici puntuali ed esaurienti) ma si estende anche ai lettori comuni grazie all’agilità di consultazione.
Non è un testo da leggere dalla prima pagina all’ultima, per lo meno io non mi sono approcciata con queste modalità. Ho letto certo in ordine prefazione e introduzione, per farmi un’idea degli argomenti che sarebbero stato trattati, poi ho letto la postfazione. Inseguito i due saggi introduttivi, che focalizzano gli argomenti principali dell’edizione di quest’anno: il ruolo dei mass media e lo stato islamico come modello di riferimento del terrorismo globale, solo pochi anni fa rappresentato da Al-Qāʿida. Inseguito sono passata a leggere le schede paese, partendo dalla Siria, la Turchia e l’Egitto. Poi sono passata a studiare le due schede rispettivamente dedicate e Israele e Autorità Nazionale Palestinese, e poi via via tutte le altre, in ordine casuale. Insomma ho gestito lo studio del testo con un approccio molto libero, e il testo fortunatamente lo permette.
Se vogliamo focalizzare i principali punti che possono interessare più o meno tutti, direi innanzitutto di considerare quanto la guerra in atto compiuta dallo Stato Islamico, non è esclusivamente una guerra di conquista territoriale, ovvero svolta su piano militare, ma lo scontro avviene ad un piano più alto ed esteso, in prima analisi culturale, politico, economico e sociale. Sembra un’ ovvietà, ma non lo è affatto in quadro quanto mai complesso e vittima di disinformazione. A quest’ ultimo tema si ricollega l’interessante approfondimento di Alfredo Macchi, e per chi volesse approfondire ulteriormente anche l’ intervista da noi condotta a Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015). Un altro tema è il disimpegno statunitense, prima in un certo senso paladini e propugnatori delle varie primavere arabe con la collaterale democratizzazione del Medio Oriente e Nord Africa, e poi chiusi nelle loro questioni interne o se mai rivolti a guardare verso il Pacifico e la Cina. Altro tema è le colpe e il ruolo dell’ Unione Europea, quanto mai essenziale per la normalizzazione delle sponde Sud del Mediterraneo.
In conclusione una lettura davvero proficua, che forse non giunge a conclusioni inequivocabili, (come potrebbe) ma aiuta a far luce su questioni da molti affrontate con superficialità e pressappochismo. La difficoltà dei temi non le giustifica, e non le scusa. Non in un momento storico così difficile e delicato.

In memoria di Nahel

Francesco Anghelone Coordinatore scientifico dell’Area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, è dottore di ricerca in Storia d’Europa presso la “Sapienza” di Roma e collabora con «Aspenia online». È autore di numerose pubblicazioni su Grecia, Turchia, Cipro e l’intero Mediterraneo sud-orientale.

Andrea Ungari Professore associato di Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi e docente di Teoria e Storia dei Partiti e dei Movimenti politici presso l’Università Luiss-Guido Carli. I suoi studi si sono concentrati sulla storia politica dell’Italia liberale e di quella repubblicana e sulla storia militare, con una particolare attenzione al ruolo dell’Esercito e dell’Aeronautica nella Prima guerra mondiale. Recentemente, ha collaborato con lo Stato Maggiore dell’Esercito all’elaborazione del volume Prospecta, sulle linee evolutive dell’Esercito italiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Luciano Gallino (Einaudi, 2015) a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2016
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Quel che vorrei provare a raccontarvi nelle pagine che seguono, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea.
(..) Abbiamo visto scomparire l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità(..) Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa.

Luciano Gallino, sociologo di chiara fama, è scomparso lo scorso novembre 2015  a 88 anni. Prima di salire in Cielo, ha lasciato al mondo il suo ultimo lavoro, un testamento in forma di saggio, lungimirante, acuto, senza concessioni alla retorica o al nichilismo. I tempi in cui viviamo lasciano poche porte d’uscita dalla crisi, dilaga la rabbia, il senso diffuso di una discesa inarrestabile, l’età dell’oro vive nei lustrini di una speranza che scema di giorno in giorno. Eppure c’è un rimedio che lo studioso propone, una maggiore analisi, una speculare riflessione su ciò che è stato il capitalismo e che non è più.
Il primo aspetto della crisi del capitalismo riguarda la pauperizzazione del consumatore, vale a dire la condizione di povertà relativa in cui la crisi ha spinto milioni di persone delle classi medie e della classe operaia.
La crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Usa e Ue, e la successiva crisi del debito pubblico nel 2010 nei paesi europei, sono soltanto effetti collaterali di una profonda crisi strutturale dell’intero sistema.
A farne le spese è una figura sociale che tanta parte ha giocato nel campo del mondo capitalistico: il consumatore. Una delle cause di questa decadenza è la compressione generale dei salari reali in atto negli Stati Uniti e in Europa sin dagli anni Settanta. Si è inaugurata altresì l’età in cui la maggior parte delle forze di lavoro appare destinata a essere trasformata in esubero.
Come e perché si è arrivati a questo punto dell’evoluzione umana?                                                 <<La tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge>>.
Questa affermazione ha cessato di essere vera a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In quel periodo ha cominciato ad affermarsi nella produzione di beni e servizi a opera dell’impresa capitalistica un elemento rivoluzionario: la microelettronica abbinata all’informatica. Essa ha permesso di automatizzare  la produzione industriale. Il risultato è stato la riduzione della forza lavoro. Siamo entrati nella terza rivoluzione industriale, e ci siamo ancora dentro.
Paghiamo con la bassa occupazione il privilegio di vedere progredito di un passo consistente il cammino dell’uomo.
Basta leggere le pagine infervorate e insieme analitiche del Capitale di Marx per comprendere il salto storico che abbiamo compiuto degradando lo svilimento di un operaio costretto a massacrarsi di lavoro in nome di uno sfruttamento legale e comunemente accettato. Le sue braccia sono state sostituite da macchine efficienti e non deperibili, eppure sono questi gli effetti paralleli di una esplosione tecnologica non regolata e selvaggia.
La retrocessione è stata portata avanti dal vento di una  finanziarizzazione che contribuisce alla crisi ecologica. Si è cercato di tamponare il disastro, ma
le politiche di austerità si sono rivelate un fallimento.
In un articolo del 2009,  Matthew Richardson e Nouriel Roubini sostenevano l’esigenza di una << distruzione creatrice>>, secondo la ben nota definizione di Joseph Schumpeter. E’ quello che vediamo oggi ancora in modo offuscato e miope.
Il maggior timore di Schumpeter era che la creatività distruttiva portasse all’implosione del capitalismo, con la società incapace di gestire il caos. Aveva ragione ad avere questi timori – sostengono i due esperti.
Luciano Gallino non parla di distruzione creatrice, però lancia un allarme per le nuove generazioni: il declino oramai non solo economico minaccia la civiltà di cui siamo intrisi e tuttora indispensabile per andare avanti.

Luciano Gallino è stato professore emerito, nonché ordinario di Sociologia, all’Università di Torino. Si è occupato per lungo tempo delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.